mercoledì 7 aprile 2010

TURCHIA-ISRAELE: QUINDICI MESI VISSUTI PERICOLOSAMENTE

Israele è una "delle principali minacce per la pace" in Medio Oriente. Non l'ha detto un ayatollah iraniano, ma il primo ministro turco, Recep Tayyp Erdogan, nel corso di una conferenza stampa oggi a Parigi, dove si trova in visita ufficiale. "Se un Paese fa un uso della forza sproporzionato in Palestina, usando proiettili al fosforo bianco, non possiamo dirgli, certo: 'Bravo'", ha affermato Erdogan, riferendosi all'operazione militare "Piombo fuso" lanciata da Israele nella Striscia di Gaza nel dicembre 2008. Dichiarazioni che ribadiscono l'estrema tensione versano i rapporti diplomatici tra Israele e Turchia dopo decenni di vicinanza sul piano politico e militare.

Per molto tempo la Turchia è stata per Israele l'alleato chiave nella regione, e nel 2008 Ankara, grazie ai suoi ritrovati buoni rapporti con la Siria, si spese in una mediazione indiretta tra Tel Aviv e Damasco per trovare una soluzione alla questione del Golan. Solo poche ore prima del lancio dell'operazione "Piombo fuso", il 27 dicembre, Erdogan aveva concordato al telefono con l'allora premier israeliano Olmert un nuovo round di colloqui indiretti, ma quando le armi israeliane cominciariono a colpire duramente la Striscia di Gaza, Erdogan andò su tutte le furie per non esserne stato informato e i negoziati con la Siria non sono stati più ripresi. Un mese dopo Erdogan ebbe l'occasione di manifestare la sua rabbia al summit internazionale di Davos nel corso di un acceso dibattito con il presidente israeliano Shimon Peres che il premier turco abbandonò platealmente con il pretesto di non aver potuto replicare ad un'invettiva rivoltagli da Peres. Al suo rientro ad Ankara, fu accolto come un eroe dai suoi concittadini. Da quel momento le relazioni turco-israeliane hanno continuato a peggiorare con ripetuti scambi di invettive e reciproci sgarbi politico-diplomatici.

Il 24 novembre il ministro israeliano dell'Industria, Benjamin Ben-Eliezer, cercò di stemperare la tensione con una visita ufficiale in Turchia, ma lo scontro è riesploso lo scorso gennaio quando la tv di stato turca ha mandato in onda una fiction in cui i militari israeliani venivano rappresentati come sanguinari assassini di donne e bambini. Il vice ministro degli Esteri israeliano, Danny Ayalon, convocò allora l'ambasciatore turco per chiarimenti ma decise di umiliarlo dichiarando, a telecamere accese, "fate attenzione che sia seduto su una sedia piu' bassa, che ci sia solo una bandiera israeliana sul tavolo e che nessuno dei nostri sorrida". La reazione di Ankara non si fece attendere: intervenne il presidente della Repubblica Abdullah Gul in persona minacciando il ritiro dell'ambasciatore se non fossero arrivate scuse ufficiali.

Le scuse arrivarono e il 17 gennaio il ministro della Difesa israeliano, Ehud Barak, si recò ad Ankara, definì il comportamento di Ayalon "un errore" e chiese al suo omologo turco Vecdi Gonul di lasciarsi alle spalle le tensioni degli ultimi mesi. Tutto inutile: appena qualche giorno più tardi la stampa israeliana riportò un rapporto sulle relazioni turco-israeliane preparato dal ministero degli Esteri israeliano, in cui si accusa Erdogan di "incitare e incoraggiare indirettamente" l'antisemitismo, mentre un nuovo duro attacco a Erdogan è arrivato due giorni fa dallo stesso ministro degli Esteri Lieberman secondo il quale che il premier turco sta lentamente diventando un Gheddafi o un Hugo Chavez.Oggi la replica di Erdogan che ancora una volta ha scelto una ribalta internazionale per attaccare Israele. Inutile dire che a Tel Aviv non l'hanno presa bene: il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha replicato infatti deplorando quelli che ha definito i ripetuti "attacchi" da parte della Turchia.

In un'intervista a Gigi Riva sull'Espresso di questa settimana, il ministro degli Esteri turco, Ahmet Davutoglu, butta acqua sul fuoco e dice più o meno che con Israele i problemi ci sono ma se c'è anche buona volontà una soluzione si trova. La questione però è assai complessa e non può essere separata dalla situazione generale del Medio Oriente. Sullo sfondo c'è anche il controverso dossier nucleare iraniano. Ankara, che con Teheran ha stretti legami economici, soprattutto nel settore dell'energia, sostiene il diritto della Repubblica islamica a dotarsi del nucleare a fini civili (ma non militari, ha detto Davutoglu all'Espresso) e chiede una soluzione diplomatica alla crisi in corso. Per Israele, invece, Teheran rappresenta una minaccia alla sua stessa esistenza, contro cui sono necessarie nuove e più dure sanzioni internazionali e l'ipotesi di un intervento militare non può essere esclusa. Se poi vogliamo allargare ancora di più il campo, estendiamo l'orizzonte fino al Caucaso, il che mette in gioco i rapporti tra Turchia e Russia (non molto propensa a penalizzare Teheran), e non dimentichiamo i rapporti economici tra Ankara e Pechino (contraria alle sanzioni contro l'Iran). Mettiamoci pure la questione dei gasdotti e come si vede la vicenda delle relazioni turco-israeliane può essere inserita in un più ampio e assai complicato puzzle. Metterlo insieme è tutt'altro che facile e il rischio che qualcuno rovesci il tavolo per niente remoto.

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