giovedì 31 ottobre 2013

LA CRISI DIPLOMATICA TRA SERBIA E TURCHIA

Erdogan parla a Prizren (Foto AP/Hurryet Daily News)
di Marina Szikora
Le recenti dichiarazioni del premier turco Recep Tayyip Erdogan a Prizren, che durante la sua visita in Kosovo, ha affermato che “la Turchia e’ il Kosovo e il Kosovo e’ la Turchia” e che il Kosovo e’ il suo secondo paese, hanno compromesso seriamente le relazioni tra Belgrado e Ankara. Il governo serbo ha valutato tali dichiarazioni come una grave trasgressione del diritto internazionale e una intromissione negli affari interni della Serbia. Dichiarazioni del genere, secondo Belgrado, danneggiano direttamente i rapporti tra Ankara e Belgrado e ostacolano gli sforzi della Serbia a normalizzare la situazione nella regione e soprattutto in Kosovo e Metochia. Il governo serbo ritiene doveroso, si legge in un comunicato dell’esecutivo, che l’Ue attraverso i suoi organi competenti e nelle capitali dei paesi membri, prenda delle misure adeguate verso la Turchia, come usuale in simili circostanze, poiche’ si tratta di un atto con cui si trasgredisce il processo di pace “nella provincia meridionale serba”.

Dure le reazioni anche del presidente serbo Tomislav Nikolić il quale ha deciso di congelare la partecipazione agli incontri trilaterali tra la Serbia, la Bosnia ed Erzegovina e la Turchia finche’ la Turchia non presentera’ le scuse alla Serbia per “questa aggressione senza armi”. Secondo il capo dello stato serbo si tratta di “uno scandalo” che bruscamente e senza scrupoli distrugge le buone e amichevoli relazioni e riscrive la storia calpestando e non rispettando la sovranita’ della Serbia. “Le idee di Kemal Ataturk non sono piu’ le idee della leadership turca” valuta Tomislav Nikolić. Dalla Turchia, il primo a replicare alle aspre critiche serbe e’ il ministro degli esteri turco Ahmet Davutoglu. Secondo le informazioni della stampa serba, in una telefonata con il suo collegea serbo Ivan Mrkić, Davutoglu ha precisato che si tratta di una interpretazione sbagliata e che le parole del primo ministro turco sono state strappate dal contesto. La Turchia, ha spiegato il capo della diplomazia turca, ha lo stesso rapporto verso tutti i paesi balcanici. Il premier Erdogan ha parlato di un destino comune di tutti i popoli dei Balcani, tutti i paesi balcanici dovrebbero andare insieme verso la stabilita’ e pace.

Diversi analisti politici serbi e conoscitori della politica turca sostengono invece che le parole del primo ministro turco sono state indirizzate comunque a gran sostegno del Kosovo e della vicinanza della Turchia al popolo albanese. La posizione espressa a Prizren e’ scorretta verso la Serbia e suscita indubbiamente una risposta politica adeguata, ritiene Darko Tanasović, ex ambasciatore serbo in Turchia e vi aggiunge anche la presenza del premier albanese Edi Rama nell’ambito della campagna elettorale in Kosovo. Parlando di politica neo ottomana della Turchia, Tanasović afferma che essa per molti versi si e’ dimostrata controproducente e che rispetto a diversi fronti falliti ora e’ rimasto quello dei Balcani dove Ankara valuta di avere ancora spazio di manovra per essere proattiva il che si manifesta nel sostegno ai piani nazionali albanesi e bosgnacchi.

Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Suid Est andata inonda oggi a Radio Radicale.

ELEZIONI IN KOSOVO: AUMENTA LA TENSIONE IN VISTA DEL VOTO DEL 3 NOVEMBRE

Di Marina Szikora
Il governo della Serbia in questi giorni ha chiesto all’Ue di reagire urgentemente e senza indugi per ostacolare le autorita’ di Priština a far fallire l’accordo di Bruxelles e mettere a repentaglio le elezioni locali. Secondo il governo serbo le autorita’ kosovare stanno negando a decine di migliaia di persone internamente dislocate di partecipare alle elezioni e le manipolazioni sarebbero visibili anche per il fatto che il numero di elettori registrati sarebbe maggiore al numero di abitanti in Kosovo. Belgrado si lamenta inoltre che ai rappresentanti del governo della Serbia viene vietato di visitare il Kosovo e che le “autorita’ temporanee del Kosovo” [come Belgrado definisce i vertici di Pristina, n.d.r.] stanno violando l’accordo di Bruxelles mettendo a repentaglio la regolarita’ e lo svolgimento delle elezioni locali.
In piu’, le minacce di arresto nei confronti dei membri del governo della Serbia, sempre secondo Belgrado, dimostrano che le autorita’ di Priština sono in funzione degli oppositori dell’Accordo di Bruxelles e delle elezioni locali. Il governo serbo denuncia anche la partecipazione dei premier della Turchia e dell’Albania nella campagna elettorale dei partiti albanesi in Kosovo. Il governo serbo avverte l’Ue che con questi comportamenti Priština sta creando alti rischi di sicurezza, intimidisce i serbi kosovari e lavora direttamente contro la stabilita’ della situazione.
Le reazioni di Belgrado riguardano anche quanto ultimamente avvenuto nel caso del ministro serbo per il Kosovo Aleksandar Vulin. La procura di Mitrovica ha infatti cheisto al Tribunale municipale di emettere un mandato di arresto nei confronti di Vulin, accusato di aver attraversato illegalmente il confine tra i due paesi lo scorso 17 ottobre, reato punibile ai sensi dell’articolo 146 del codice penale kosovaro. Secondo Vulin e Belgrado, le azioni della procura sono mirate a impedire la partecipazione dei serbi del nord del Kosovo alle elezioni del 3 novembre.

Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Suid Est andata inonda oggi a Radio Radicale.

SERBIA: IL PARLAMENTO EUROPEO PREPARA IL SUO RAPPORTO

Di Marina Szikora
E’ in preparazione il rapporto del PE sulla Serbia. Nella bozza di cui si e’ discusso presso la Commissione esteri del PE, il relatore per la Serbia, l’europarlamentare sloveno Jelko Kacin ha rilevato la valutazione della Commissione europea secondo la quale il 2013 sarebbe un anno storico per la Serbia poiche’ il Paese ha aperto una nuova pagina di collaborazione sia con l’Ue che con i vicini intensificando ulteriormente le riforme interne. Presentando la bozza del rapporto, Kacin si e’ focalizzato sul significato storico dell’accordo di Bruxelles tra Belgrado e Priština. Al tempo stesso si sottolinea che e’ indispensabile attuare gli accordi raggiunti al fine di avanzare nel processo di integrazione europea. Le elezioni locali in Kosovo del prossimo 3 novembre rappresentano una prova importante e in questo senso i leader serbi devono continuare ad incoraggiare la comunita’ serba in Kosovo a partecipare in questo appuntamento elettorale, si legge nel rapporto. La Serbia deve inoltre rafforzare lo stato di diritto, l’indipendenza della giustizia, della pubblica amministrazione e dei media.

Nella bozza del rapporto sulla Serbia che il PE dovrebbe approvare il prossimo gennaio, vi e’ anche una valutazione critica relativa alla decisione dell’esecutivo di Belgrado di vietare il Gay Pride.Le autorita’ in Serbia sono invitate ad attuare piu’ velocemente la strategia sui media e assicurare la loro indipendenza nonche’ la trasparenza dei loro proprietari. Kacin ha posto l’attenzione sulla soluzione della questione del finanziamento del servizio pubblico in Serbia. Per quanto riguarda la situazione economica, in evidenza l’alto tasso di disoccupazione nel paese. Si spera nel successo dell’annunciato pacco di misure economiche appoggiato dalla Banca mondiale e dal FMI. Particolare attenzione, si legge nel rapporto, si dovrebbe dare alla ricostruzione delle imprese pubbliche. Il relatore del PE per la Serbia, Jelko Kacin ha concluso la presentazione del rapporto con l’invito di organizzare la prima conferenza intergovernativa dell’UE con la Serbia gia’ a dicembre di quest’anno affinche’ la Serbia possa avviare il suo cammino verso l’Ue.

Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Suid Est andata inonda oggi a Radio Radicale.

PASSAGGIO IN ONDA

E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 31 ottobre.
La trasmissione e' ascoltabile direttamente qui oppure sul sito di Radio Radicale.



Sommario della trasmissione

Albania: lo scontro politico tra la maggioranza e l'opposizione sulla legge finanziaria e i pesanti tagli di bilancio previsti dal governo.

Georgia: le elezioni presidenziali del 27 ottobre, la sconfitta e il futuro politico dell'ormai ex presidente Mikail Saakashvili.

Kosovo: le polemiche tra Belgrado e Pristina in vista delle elezioni locali del 3 novembre e la minaccia di boicottaggio da parte dei serbi; la missione civile europea Eulex, gli altissimi costi e gli scarsi risultati ottenuti, il suo possibile futuro; l'inizio dei negoziati per l'Accordo di stabilizzazione e associazione con l'Unione europea.

Serbia: la crisi diplomatica con la Turchia a causa delle dichiarazioni del premier Recep Tayyip Erdogan durante la sua visita a Prizren; il prossimo rapporto del Parlamento europeo.

In apertura un ricordo di Jovanka Broz, la vedova del maresciallo Tito recentemente scomparsa a 89 anni. Tra le segnalazioni: la conferenza internazionale "Diventare Europa" organizzata da Osservatorio Balcani e Caucaso a conclusione del progetto europeo "Racconta l'Europa all'Europa"; il progetto "Cercavamo la pace" promosso da Osservatorio Balcani e Caucaso; la raccolta fondi per consentire l'organizzazione del Balkan Florence Express.

La registrazione integrale della puntata, realizzata con la collaborazione dei corrispondenti Marina Szikora e Artur Nura, è ascoltabile direttamente qui oppure sul sito di Radio Radicale



lunedì 28 ottobre 2013

KOSOVO: ERDOGAN PROVOCA UNA CRISI TRA TURCHIA E SERBIA

“Il Kosovo è Turchia e la Turchia è Kosovo”, ha detto il premier turco a Prizren. Belgrado grida allo scandalo, pretende scuse ufficiali e chiede l'intervento dell'UE

E' crisi tra Serbia e Turchia a proposito del Kosovo. La scorsa settimana, il premier turco Recep Tayyip Erdogan, parlando a migliaia di persone a Prizren durante una visita ufficiale, affiancato dal premier kosovaro Hashim Thaci e da quello albanese Edi Rama, prima ha esaltato gli stretti legami storici e culturali con il Kosovo, definito la sua “seconda patria”, poi ha affermato che i popoli turco e kosovaro hanno la stessa storia e la stessa civilizzazione. Non contento si è spinto oltre dichiarando che “il Kosovo è Turchia e la Turchia è Kosovo”. Parole che hanno fatto saltare sulle sedie la massime autorità della Serbia, che non intendono accettare la secessione di Pristina, mentre invece la Turchia è stato il primo Paese a riconoscere l'indipendenza nel 2008. Il Kosovo è la culla spirituale e nazionale della Serbia che non ha certo coltivato una buona memoria dei cinque secoli di dominazione ottomana.

La reazione di Belgrado è stata quindi furiosa. Il governo ha parlato di “grossolana violazione del diritto internazionale” e di “interferenza negli affari interni della Serbia” e ha chiesto spiegazioni alle autorità turche giudicando le parole di Erdogan nocive per le relazioni tra i due Paesi e di ostacolo agli sforzi della Serbia per normalizzare le situazione nella regione e in Kosovo in particolare. Il premier Ivica Dacic ha annunciato una protesta ufficiale, e ha definito quelle di Erdogan affermazioni “non diplomatiche” che non contribuiscono alla stabilità politica in Kosovo. Il vice premier Vucic ha parlato da parte sua di “enorme scandalo” e ha chiesto le scuse immediate da parte di Erdogan. Il premier turco, ha osservato Vucic, sa molto bene che “il Kosovo non è turco sin dalle guerre balcaniche” di un secolo fa. Di affermazioni scandalose ha parlato anche il presidente del parlamento Nebojsa Stefanovic.

In un duro comunicato, il presidente Tomislav Nikolic ha sottolineato il suo costante impegno per favorire rapporti amichevoli e corretti con la Turchia. “Tutto il tempo ho ammonito il presidente turco che non era corretto il comportamento della dirigenza di Ankara nell'esigere che altri Paesi riconoscessero l'indipendenza del Kosovo”, ha detto Nikolic. Ma con le sue affermazioni a Prizren, con “il mancato rispetto della sovranità della Serbia, con la revisione della storia”, Erdogan “distrugge i buoni e amichevoli rapporti fra i nostri due Paesi”. Affondando il coltello, Nikolic ha poi affermato che “le idee di Kemal Ataturk non sono più le idee della dirigenza turca” aggiungendo di aspettarsi che “in Turchia trionfi la ragione e che Ankara si scusi con la Serbia per questa aggressione senza armi”. Senza scuse ufficiali Nikolic ha annunciato il congelamento della sua partecipazione ai prossimi incontri della “rilaterale” Serbia-Turchia-Bosnia Erzegovina.

Ad Ankara devono essersi resi conto di aver commesso un passo falco piuttosto serio. Per un Paese, la Turchia, che punta ad un ruolo di primo piano, sia politica che economico, nei Balcani, contrariare proprio uno dei Paesi chiave della Regione, la Serbia, e proprio su una questione delicatissima come quella del Kosovo (per di più a pochi giorni dalle elezioni locali) non è certo una mossa particolarmente acuta. Per questo, il ministro degli Esteri Ahmet Davutoglu è intervenuto oggi cercando di gettare acqua sul fuoco e sostenendo che Erdogan è stato frainteso. Citato dai media belgradesi, Davutoglu ha detto che le parole di Erdogan sono state citate fuori contesto del suo discorso e che ad esse è stato attribuito un significato lontano dalle intenzioni del premier. Ma Belgrado cerca di allargare il caso e di coinvolgere Bruxelles dicendosi “convinta” che l'Unione europea reagirà “prendendo le misura adeguate nei confronti della Turchia, così come fa nei casi in cui un processo di pace viene disturbato”.

giovedì 24 ottobre 2013

IVO JOSIPOVIĆ A BELGRADO: E' INIZIATO IL DISGELO TRA CROAZIA E SERBIA?

Josipovic e Nikolic a Belgrado  (Foto Oliver Bunic)
Di Marina Szikora [*]
Le relazioni tra Croazia e Serbia sono appesantite da numerose questioni aperte ma negli ultimi tempi è stato raggiunto comunque un serio avanzamento nella collaborazione. Questa la valutazione espressa a Belgrado dai due presidenti, Ivo Josipović e Tomislav Nikolić. Settimana scorsa quindi, la visita di stato del presidente croato a Belgrado, dopo che un anno e mezzo fa l’ex ultranazionalista radicale serbo Tomislav Nikolić è diventato presidente della Serbia. Ivo Josipović si è rifiutato a lungo di compiere questa visita a causa della retorica controversa del suo collega serbo il quale appena eletto alla presidenza serba ha dichiarato che Vukovar, la città martire della guerra contro la Croazia, è in effetti città serba, che i croati non ci devono tornare e in più che a Srebrenica non èstato compiuto nessun genocidio. Con il tempo, queste posizioni sono state in qualche modo corrette e chiarite e i due presidenti hanno avuto occasione di incontrarsi ai margini di alcuni appuntamenti internazionali.

La valutazione generale dei tanti media che hanno seguito con attenzione questo incontro è che non si è avuto nessun accordo concreto rispetto alle tante questioni aperte, ma che almeno sono state messe sul tavolo come agenda di colloqui. Spetta ai due governi di procedere verso le necessarie soluzione. Il cammino sarà però lungo e sicuramente non facile. Per la Croazia il problema principale restano le persone scomparse di cui tutt’oggi non si sa il destino. La Serbia invece insiste che la Croazia ritiri le denunce per genocidio presentate davanti alla Corte internazionale di giustizia. Anche la Serbia, a seguito della mossa croata, ha fatto causa per lo stesso motivo contro la Croazia, ma per Zagabria le condizioni per il ritiro di queste denunce non sono maturate e si prosegue con la causa.

Il presidente Josipović si è detto comunque soddisfatto di questa visita, constatando che in certi settori sono stati fatti progressi seri e questo è il segno che Croazia e Serbia possono fare insieme molto meglio. Josipović ha aggiunto che gli imprenditori croati e serbi, gli scienziati, gli artisti e gli sportivi collaborano molto meglio della politica. Per il suo ospite serbo, Tomislav Nikolić, con l’incontro avvenuto, le relazioni tra Croazia e Serbia hanno ottenuto una nuova dimensione e si è detto pronto, insieme al suo collega croato, a dare pieno sostegno ai rispettivi governi per risolvere le questioni aperte e migliorare la collaborazione bilaterale e regionale.

Per Nikolić, le accuse per genocidio davanti alla Corte internazionale di giustizia dell’Aja appesantiscono inutilmente le relazioni. E per il capo dello stato serbo, la guerra di aggressione contro la Croazia, così come detto, rappresenta soltanto “una lite di confine tra due vicini”. Nikolić ha puntato anche sugli “incidenti etnici e le parole di odio” che sono esplosi ultimamente, riferendosi alla distruzione delle scritte bilingui a Vukovar e in alcune altre città in Croazia. Replicando, Josipović ha rilevato che la parte croata, vale a dire il governo, il parlamento e lui stesso sono pienamente decisi a far rispettare l’attuazione della legge costituzionale sui diritti delle minoranze.

Per il presidente croato cruciale invece la questione delle persone scomparse, un problema morale e giuridico, ricordando che la Croazia oggi cerca ancora 1689 persone scomparse. Irrisolta anche la questione della secessione e il problema del confine statale. Quanto alla questione del diritto delle minoranze e profughi, Josipović ha ricordato che “dei circa 40.000 croati che hanno dovuto fuggire dalla Serbia, oggi sono tornate soltanto una decina di famiglie”.

Incontrando la minoranza croata in Vojvodina i due presidenti hanno concordato che le comunità delle minoranze, sia i croati in Serbia che i serbi in Croazia, rappresentano una ricchezza e che contribuiscono ai legami reciproci. “Penso che per i cittadini della Serbia e Croazia, ma anche per i cittadini della regione, nonché per tutta l’Europa, sia un segno eccezionale che la Serbia e la Croazia possono lasciare quello che le aveva diviso per creare una nova storia dei propri popoli”, ha detto Nikolić aggiungendo che “ci sono stati eventi tragici nella nostra storia che non devono ripetersi mai più”.

Ospite ad una trasmissione della radiotelevisione serba, il presidente Josipović ha rilevato che tra Serbia e Croazia è necessario costruire una nuova fiducia, questo il compito più importante ma anche il lavoro più difficile. Quanto alla possibilità del ritiro delle accuse di genocidio, il capo dello stato croato ha sottolineato che “il governo croato sulla questione non ha detto né sì né no, perché si tratta di una decisione delicata”.

Per la prima volta un presidente croato si è rivolto anche ai deputati del Parlamento serbo. Nel suo intervento Josipović ha detto che i due popoli ed i due stati sono collegati ma anche divisi dalla comune storia complessa nel corso della quale si sono scambiati periodi di collaborazione e di conflitto. Si è appellato a porre fine al costante ritorno nel passato citando le parole del premier serbo Zoran Đinđić, assassinato nel 2003: “Il nostro dovere è la vita di oggi e domani”. Puntando sulle vicende di guerra, il presidente croato ha detto che la Croazia ha passato “un calvario che ricorda come lotta per la sopravvivenza ed indipendenza”, si è detto consapevole che le due parti valutano diversamente le circostanze del passato, ma ha rilevato come l'unica via giusta sia quella di condannare ogni crimine, perché “soltanto così possiamo mandare un messaggio alle future generazioni che i crimini non devono ripetersi da nessuna parte”.

“E’ nostro primo dovere rispettare le vittime innocenti. Bisogna essere uomini e capire il sacrificio degli altri anche dei recenti nemici, andare nei luoghi di sofferenza e chiedere scusa”, ha detto Josipović aggiungendo che non ci sono ostacoli politici per il ritorno dei serbi in Croazia e per il ritorno dei profughi croati in Serbia ma bisogna assicurare loro il diritto all’abitazione e alla restituzione dei beni: “In Croazia siamo consapevoli di questa responsabilità”, ha detto Josipovic rilevando che entrambe le parti sono altrettanto responsabili per quanto riguarda la realtà in cui continuano ad esserci discriminazione, incitamento alla segregazione e parole di odio. Bisogna cercare partenariato nei valori europei, è stato il messaggio del presidente croato in cui ha rilevato anche l’importanza dell’Europa e delle integrazioni europee.

Tutto sommato, come abbiamo detto, sono molte le questioni messe sul tavolo e per le quali ci vorrà molto tempo e molta buona volontà per arrivare ad una soluzione e al loro superamento. Alcuni hanno definito questo incontro come il segno del disgelo nelle relazioni tra Zagabria e Belgrado, ma saranno poi i prossimi passi concreti a dire se sarà davvero così.

[*] Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a SudEst andata in onda il 24 ottobre a Radio Radicale

DAČIĆ IN KOSOVO INVITA I SERBI AD ANDARE ALLE URNE

Il comizio di Dacic a Gracanica (Foto Aleksandar Jovanovic)
Di Marina Szikora [*]
Mentre e’ in corso la campagna elettorale per le prossime elezioni in Kosovo, sabato scorso il premier serbo Ivica Dačić ha compiuto una visita al monastero di Gračanica. Questa visita accade dopo che precedentemente le autorità di Priština gli avevano negato l’ingresso in Kosovo durante la campagna elettorale. Ma l’ultimo incontro tra Dačić e il suo omologo kosovaro Hashim Thaci a Bruxelles ha portato al cambiamento della posizione kosovara e quindi il via libera ai rappresentanti della Serbia di visitare i serbi in Kosovo anche in questo periodo.

A Gračanica Dačić ha invitato i serbi kosovari a votare alle prossime elezioni locali per quelle forze politiche che condurranno una politica unitaria con Belgrado e che cosi’ avranno la capacità di proteggere gli interessi statali e nazionali serbi. Il premier serbo ha detto che per ogni serbo l’arrivo in Kosovo rappresenta un pellegrinaggio. Rivolgendosi ai cittadini riuniti davanti alle porte del monastero di Gračanica, Dačić ha rilevato che Priština non ha nessuna ragione di protestare perché Belgrado si intromette nelle elezioni in Kosovo. I serbi che vivono in Kosovo, ha precisato, sanno di già che una lotta comune per gli interessi nazionali è l’unica garanzia della loro sopravvivenza in Kosovo. Dačić ha aggiunto che la bassa affluenza alle urne della popolazione serba andrebbe a favore di Priština e che quindi bisogna “prendere il potere nelle proprie mani e utilizzarlo per i propri interessi”. Infine, il premier della Serbia ha invitato i politici serbi in Kosovo di essere uniti nella difesa degli interessi nazionali e statali.

Commentando le singole valutazioni che la sua visita in Kosovo è di carattere religioso, Dačić ha detto che questo è vero poiché il Kosovo per ogni Serbo è terra santa e la visita in Kosovo è un pellegrinaggio. Il Kosovo oggi non si difende con le armi, bensì con i mezzi politici: “Basta con le sconfitte in Kosovo, abbiamo bisogno della vittoria e per questo vi chiedo di vincere alla elezioni locali in Kosovo. E' una vittoria per l’unità di Belgrado e per i serbi in Kosovo”, ha concluso Dačić.

A Gračanica pero‘ Dačić non ha preso parte al comizio elettorale della lista civica “Srpska” tenutosi lo stesso giorno in questa località, mentre il premier serbo visitava il monastero ortodosso. Secondo la stampa serba, Dačić non ha potuto prendere parte al comizio su esplicita indicazione delle autorità di Priština. Il comizio elettorale a Gračanica, villaggio situato nel cuore del Kosovo, ha visto la partecipazione di circa 10.000 serbi, rom ed altra popolazione non albanese. I membri dell’iniziativa “Srpska” hanno sottolineato che recarsi alle urne significa contribuire alla formazione dell’Associazione dei comuni serbi in Kosovo.

[*] Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a SudEst andata in onda il 24 ottobre a Radio Radicale


La visita e le parole di Dacic a Gracanica hanno suscitato reazioni diverse da parte delle autorità di Pristina. La vice-premier e capo negoziatrice con Belgrado, Edita Tahiri, ha parlato di violazione del divieto di ingresso in Kosovo ai rappresentanti serbi durante la campagna elettorale. Opposto il giudizio del premier Hashim Thaci che ha detto di aver apprezzato le parole di Dacic e l'invito ai serbi del Kosovo a partecipare al voto. Non ha preso posizione, invece, il presidente del parlamento, Jakup Krasniqi, che ha preferito non pronunciarsi ma ha ricordato di aver votato contro l'accordo raggiunto il 19 aprile, con la mediazione dell'Unione Europea, per la normalizzazione delle relazioni con Belgrado. 
Nella puntata di Passaggio a Sud Est è possibile ascoltare in proposito anche la corrispondenza di Artur Nura.

PASSAGGIO IN ONDA

E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 24 ottobre.
La trasmissione e' ascoltabile direttamente qui oppure sul sito di Radio Radicale.



Sommario della trasmissione

Albania: l'indice di fiducia e lo stato dell'economia in un rapporto della banca centrale di Tirana.
Croazia: la visita ufficiale del presidente Ivo Josipovic a Belgrado, i colloqui con il presidente serbo Tomislav Nikolic e lo stato delle relazioni con la Serbia.
Georgia: la situazione in vista delle elezioni presidenziali del 27 ottobre (intervista di Ada Pagliarulo a Matteo Mecacci che guida la missione di osservazione dell'Osce).
Grecia: linea dura del governo di Atene contro la troika Fmi-Ue-Bce e le nuove misure di austerità per uscire dalla crisi.
Kosovo: le elezioni del 3 novembre, la visita del premier serbo Ivica Dacic e quella congiunta del premier albanese Edi Rama e di quello turco Recep Tayyip Erdogan.
Turchia: la ripresa del negoziato per l'adesione all'Unione Europea.
In apertura il Consiglio europeo di oggi e domani a Bruxelles, la questione immigrazione e la collaborazione tra Italia e Grecia in vista dei rispettivi semestri di presidenza nel 2014.

La trasmissione - realizzata con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura - è ascoltabile direttamente qui



mercoledì 23 ottobre 2013

IL NEONAZI UNGHERESE CHE SCOPRI' DI ESSERE EBREO

Come il nazista dell'Illinois che in “The Blues Brothers” confessa al capo il suo amore omossessuale, così Csanád Szegedi, numero due del partito ultranazionalista, razzista e xenofobo ungherese Jobbik ha scoperto di avere sangue ebraico nelle vene. Non solo: secondo alcune indagini, la nonna di Szegedi, Mgoldna Klein, sarebbe sopravvissuta alla Shoah. Un brutto colpo davvero per il deputato noto per i suoi deliri in cui accusava gli ebrei di “comprarsi il paese”, occupare le posizioni politiche più importanti e profanare i simboli nazionali ungheresi. Infatti, all'epoca della scoperta, circa un anno fa, dichiarava al quotidiano Barikad, vicino al suo partito, di essere piuttosto sconvolto e che gli sarebbe occorso parecchio tempo per “mandare giù” una rivelazione del genere. E alla fine in qualche modo deve averla digerita se ora è andato in tv a confessare il suo dolore per la sorte degli ebrei: “Io sono stato una persona che procurava dolore agli altri, e peggio ancora quando parlavo di Rom o di ebrei istigavo all'odio anche contro i bimbi di quei gruppi”. E a distanza di un anno, ha abbandonato ogni incarico dirigente ed è uscito da Jobbik. “Io sono stato una persona che procurava dolore agli altri, e peggio ancora quando parlavo di Rom o di ebrei istigavo all'odio anche contro i bimbi di quei gruppi”, ha dichiarato in televisione in una sorta di pentimento pubblico. Salvo aggiungere: “Non è questione di quello che voglio essere, l'albero genealogico lo dice chiaramente, io sono ebreo”. Parole che, come ha suggerito Antonio Stango del Partito Radicale Transnazionale, esprimono la stessa visione nazista per cui si sarebbe ebrei “per razza”, non per religione o per cultura, e nessuna conversione potrebbe cancellare questo fatto. Da qui, e non da altro, mi pare, origina la costernazione e il rammarico espressi da Szegedi. C'è da augurarsi che Jobbik vada prima o poi a sfracellarsi come l'auto dei nazisti dell'Illinois in “The Blues Brothers”.

martedì 22 ottobre 2013

L'UNIONE EUROPEA RILANCIA I NEGOZIATI DI ADESIONE CON LA TURCHIA

Bruxelles decide l'apertura di un nuovo dossier. Intanto Erdogan non cambia linea sulle proteste di piazza.

L'Unione Europea rilancia i negoziati di adesione con la Turchia, dopo tre anni di congelamento e nonostante le perplessità e le critiche provocate dalla dura repressione messa in atto dal governo di Recep Tayyip Erdogan contro le manifestazioni di protesta di giugno e luglio. I ministri degli Affari europei dell'Ue, riuniti oggi a Lussemburgo hanno stabilito che i negoziati con Ankara
riprenderanno il prossimo 5 novembre. Il Consiglio europeo di giugno aveva in effetti dato via libera all'apertura di un nuovo dossier negoziale (il 22 sulle politiche regionali), ma la riapertura effettiva della trattativa era stata sospesa a causa della repressione delle proteste anti-governative a Istanbul e in altre città turche. La decisione odierna era attesa dopo la pubblicazione, una settimana fa, del rapporto annuale della Commissione europea sull'allargamento, che pur criticando il governo Erdogan per la linea dura contro le manifestazioni, aveva raccomandato la ripresa dei negoziati con la Turchia. La Commissione Ue ha chiesto che vengano affrontati anche i capitoli 23 e 24, che riguardano questioni delicate come i diritti fondamentali, la giustizia, la libertà e la sicurezza. Ma di questo ulteriore sviluppo l'Ue discuterà più avanti, probabilmente al Consiglio europeo di dicembre. La conferenza per l'apertura del capitolo dei negoziati sulle politiche regionali, è stata fissata per il prossimo 5 novembre a Bruxelles.

L'annuncio odierno è arrivato via twitter dalla presidenza di turno lituana dell'Ue, secondo cui "l'apertura del capitolo 22 nei negoziati di adesione della Turchia con l'Ue dopo tre anni e' un segnale importante". In effetti, il negoziato è in corso da 8 anni ma dei 35 capitoli negoziali previsti ne sono stati aperti solo 13 e ne è stato chiuso ad oggi solo uno. Il commissario europeo per l'Allargamento, Stefan Fule, ha sottolineato che "la decisione di oggi rappresenta un passo importante. I recenti sviluppi in Turchia sottolineano l'importanza dell'impegno dell'Ue e il fatto che l'Unione rimanga il punto di riferimento per le riforme" del Paese. "Sono felice che il nostro rapporto della settimana scorsa sia stato in grado di fornire un contributo al processo che ha portato alla decisione di oggi di aprire il quattordicesimo capitolo dei negoziati con la Turchia e spero che molti altri seguiranno" ha concluso Fule. I principali problemi sono però sempre tutti sul tappeto. Il più spinoso resta la questione di Cipro: l'isola è divisa in due dal 1974, con la parte nord occupata dalla Turchia, ma per la Comunità internazionale la divisione non esiste e l'unico stato riconosciuto è la repubblica di Cipro, membro dell'Unione europea, il cui territorio si estende su tutta l'isola. Ankara, invece, riconosce solo il Nord, dove si è costituita una repubblica nel territorio corrispondente alla parte che occupò militarmente 39 anni fa.

Intanto, apparentemente indifferente alle critiche e ai consigli venuti da Bruxelles, il premier turco non sembra voler cambiare atteggiamento nei confronti dell'opposizione che sale dalla società turca rispetto ad alcune scelte o iniziative dell'esecutivo. Né sembra mostrare un atteggiamento più disponibile nei confronti delle proteste di piazza, come quelle suscitate dai lavori per la costruzione del terzo ponte sul Bosforo a Istanbul. Erdogan ha definito ''banditi moderni'' gli ambientalisti che hanno cercato di bloccare i lavori per la costruzione del ponte dicendosi pronto a demolire anche una moschea se necessario a favorire la costruzione di una strada. ''Noi stiamo servendo il popolo, non gli individui. Qualsiasi cosa puo' essere sacrificata per una strada. Demoliremmo anche una moschea se una strada dovesse passare di li' e la ricostruiremmo da un'altra parte'', ha detto Erdogan in Parlamento sostenendo che ''il ponte non sarà utile solo agli abitanti di Istanbul, ma a tutta l'umanità” e che ogni cosa puo' essere sacrificata per delle strade.


lunedì 21 ottobre 2013

CRIMINI DI GUERRA: LA PROCURA MILITARE INDAGA SULL'OCCUPAZIONE ITALIANA DEI BALCANI

Il clamore suscitato dalle esequie per Erik Priebke ha messo nell'ombra una notizia che invece secondo me meriterebbe un po' di attenzione. Si tratta delle indagini avviate dalla procura militare di Roma nei confronti di ex militari tedeschi, ma anche italiani, responsabili di crimini di guerra compiuti nei Balcani, in particolare in Grecia e in Albania, durante la seconda guerra mondiale. La conferma è stata data dallo stesso procuratore militare, Marco De Paolis, che però ha anche precisato che "non ci sono allo stato indagati", limitandosi a dire che queste nuove inchieste dimostrano che "l'attivita' investigativa continua, nonostante il lungo tempo trascorso dai fatti, a 360 gradi: non solo nei confronti dei criminali di guerra tedeschi, ma anche dei militari italiani che si sono macchiati di gravi crimini", durante l'occupazione dei Balcani. Non solo Cefalonia, dunque, e non solo i tanti eccidi commessi dai nazisti in Italia, con la complicità dei fascisti di Salò.

Per quanto riguarda i crimini di guerra compiuti dai soldati italiani, l'attenzione della procura militare sarebbe focalizzata su un episodio particolarmente efferato: la strage di 150 civili greci uccisi per rappresaglia il 16 febbraio 1943 a Domenikon. Nei pressi di questo villaggio della Tessaglia, un attacco dei partigiani greci contro un convoglio italiano aveva provocato la morte di nove militari. Come reazione, il generale Cesare Benelli, ordinò una rappresaglia secondo l'esempio nazista: centinaia di soldati circondarono il villaggio, rastrellarono la popolazione e catturarono più di 150 uomini dai 14 agli 80 anni, tenendoli in ostaggio fino a che, durante la notte, li fucilarono. Quello di Domenikon, purtroppo, non restò un caso isolato: altre località della Tessaglia e della Grecia interna furono teatro di eccidi e repressioni da parte dei militari italiani, secondo il principio per cui, per annientare i partigiani bisognava colpire le comunità locali.

Dopo quello che finalmente, in anni recenti, si è cominciato a raccontare sulla colonizzazione italiana del nord Africa, nonostante le tante reticenze e i silenzi di convenienza che pure permangono, sarebbe ora che si cominciasse a fare piena luce anche sui crimini compiuti dagli italiani contro la popolazione civile nei Balcani durante la seconda guerra mondiale. Oltre che una doverosa opera di verità storica e di almeno parziale riparazione nei confronti delle tante vittime innocenti dell'occupazione italiana, sarebbe anche un modo per restituire dignità agli altri soldati italiani, quelli che non ebbero altra colpa se non quella di essere mandati al macello sulle montagne balcaniche da un regime assassino e da una monarchia imbelle. C'era “brava gente” anche tra gli italiani: basta non chiudere gli occhi davanti alle verità scomode.

domenica 20 ottobre 2013

BOSNIA ERZEGOVINA: LA NAZIONALE VA AI MONDIALI, IL PAESE SOLO IN PARTE

La Bosnia Erzegovina si è qualificata alla fase finale dei mondiali di calcio del 2014. E' sicuramente un traguardo storico, risultato di un lungo processo, che ricompensa una progresso costante. Peccato che questo discorso valga solo sul piano sportivo e non abbia un corrispettivo su quello politico sociale. La nazionale che scenderà in campo in Brasile, molto probabilmente avrà dietro di sé solo una parte del Paese, i bosgnacchi. E' la triste realtà di un Paese profondamente diviso, diciott'anni dopo la fine della guerra, in una regione, i Balcani, in cui lo sport e il calcio in particolare, anziché favorire l'unità e la riconciliazione, è stato spesso l'incubatore dei peggiori odii etnici e nazionalistici. L'anno prossimo, dunque, i croato-bosniaci tiferanno Croazia, sempre che la compagine della "madrepatria" superi i playoff, mentre i serbo-bosniaci, non essendosi qualificata la nazionale serba, tiferanno contro, sostenendo chiunque potrà sbarrare la strada ai "dragoni" giallo-blu. Per capire perché questo succede consiglio la lettura del bel pezzo di Matteo Tacconi, pubblicato il 16 ottobre su Europa. Come scrive Matteo sul suo blog, c'è da sperare che i fatti contraddicano il pessimismo, purtroppo però la Bosnia si sta autocondannando alla stagnazione e non sembra che il calcio possa salvarla.


Le tre Bosnie, solo una ai Mondiali
Il paese dei Balcani pacificato dal calcio dopo la qualificazione a Brasile 2014? Solo una bella storia.

La notizia si può prendere da due lati. Il primo è quello della malinconia nostalgica. Quanto sarebbe stata competitiva la Jugoslavia, se ancora esistesse; quanto filo da torcere avrebbe dato alle grandi, ai Mondiali in Brasile dell’anno prossimo. E giù, a snocciolare i ventidue possibili convocati: Handanovic, Vidic, Ivanovic, Basta, Kolarov, Pjanic, Modric, Ljajic, Dzeko, Vucinic e Jovetic, tra i tanti. Ma è solo fantacalcio. Un esercizio magari divertente, ma molto sterile.

Il fatto è che la Jugoslavia non c’è più e bisogna accontentarsi di quello che c’è sulla piazza. La sola Bosnia, in questo caso. Il responso dei gironi di qualificazione europei, terminati con le partite di ieri, dice infatti che in attesa di quello che combinerà la Croazia negli spareggi tra le migliori seconde, la Bosnia è l’unica delle vecchie repubbliche jugoslave a essersi meritata il lasciapassare diretto per il mondiale brasiliano. Le altre due ex consorelle di blasone, Slovenia e Serbia, sono fuori. Come il Montenegro, malgrado lì davanti abbia Vucinic e Jovetic. Come la Macedonia di Pandev. Il Kosovo, che repubblica jugoslava, comunque, non fu, non è stato ammesso dalla Fifa neanche alle qualificazioni. Il tortuoso processo dei riconoscimenti internazionali si riflette anche a livello calcistico.

La Bosnia, una squadra ruvida al punto giusto ma al tempo stesso con qualche giocatore dai piedi buoni e dalla statura europea, come Pjanic, Dzeko, Misimovic e Lulic, va in Brasile vincendo il proprio raggruppamento grazie alla differenza reti favorevole rispetto alla Grecia, con cui ha terminato in testa a pari punti (25). L’ha fatto all’ultimo respiro, nel match esterno contro la Lituania, vinto 1-0 con una rete di Vedad Ibisevic, attaccante dello Stoccarda, classe 1984, al sessantottesimo minuto. Il suo nome rimarrà scolpito nella storia. Con la sua rete il paese, prima volta dall’indipendenza del 1992, si guadagna l’accesso ai mondiali. Ed ecco l’altro lato della faccenda, quello epico, leggendario. Testimoniato dalle immagini giunte ieri sera da Sarajevo. Una Sarajevo di chiasso, baldoria, euforia.

La partecipazione della Bosnia ai Mondiali è il coronamento di un sogno inseguito da tempo e sfumato, nel 2010, agli spareggi contro il Portogallo. Una faccenda che ha pure una dimensione ultra-calcistica. Nella memoria collettiva la Bosnia è la terra della guerra sporca, del ritorno alla pulizia etnica e ai campi di prigionia, degli eccidi e degli “urbicidi”. Srebrenica, Sarajevo, il ponte di Mostar, il viale dei cecchini. Affacciarsi al grande palcoscenico globale del calcio può essere visto come un momento di riscossa.

E forse potrà essere anche una piccola, ma significativa rivincita, se dopo la Serbia anche la Croazia non dovesse staccare il biglietto per il Brasile. Belgrado e Zagabria, con Slobodan Milosevic e Franjo Tudjman a guidarle, siglarono il patto del diavolo. I due, mentre si facevano la guerra, riuscirono comunque a mettersi d’accordo sulla spartizione della Bosnia. Messa in altri termini: stavolta, in un campo di battaglia diverso e con armi non letali, potrebbe essere la Davide bosniaca a trionfare sulle Golia serba e croata.

Ma qui si annida anche il problema. È che la Bosnia odierna ha una dimensione una, bina e trina. Formalmente è un solo stato. Ma nei fatti, volendo semplificare, è suddivisa in tre aree di influenza ritagliate sulla base di criteri etnici e delle antiche linee del fronte. Ciascuna è controllata da uno dei gruppi nazionali del paese. Musulmani, serbi e croati, in ordine di peso demografico. Gli stessi che tra il 1992 e il 1995 si spararono addosso. E ancora oggi, benché i tempi siano cambiati, il peso del conflitto si fa sentire. E vedere. Banja Luka, la capitale dei serbi di Bosnia, ammicca a Belgrado. L’Erzegovina, la regione meridionale del paese, zoccolo duro dei croato-bosniaci, è una terra sassosa che ostenta con le chiese e le bandiere croate i suoi legami con Zagabria. Mentre Sarajevo ha smarrito il suo respiro multiculturale e oggi è una città a trazione musulmana. La Teheran d’Europa, come dicono con disprezzo i serbo-bosniaci.

Gli attriti passano anche per il calcio. Gli unici a tifare Bosnia sono i musulmani. I serbi parteggiano per la rappresentativa di Belgrado e il loro uomo forte, Milorad Dodik, è giunto a dire che riuscirebbe a tifare per la nazionale bosniaca solo se questa giocasse contro la Turchia. A Mostar, città divisa, metà croata e metà musulmana, ci sono stati in passato scontri furiosi, aizzati proprio dal pallone. Agli Europei del 2008, il giorno di Turchia-Croazia, ci fu un dispiegamento di forze massiccio per evitare scontri tra i croati (il loro cuore batte per la Croazia) e i musulmani (in quell’occasione sostenevano la vecchia “madrepatria”). Costoro, due anni prima, ai Mondiali, si misero invece a intonare cori a favore del Brasile, quando affrontò e batté la Croazia. I croati di Mostar si riversarono nei quartieri musulmani. Fu guerriglia urbana.

Più recentemente le tensioni calcistiche sono state di carattere più istituzionale. Nel 2011 la Fifa ha temporaneamente sospeso la Bosnia, pretendendo che la federazione calcistica del paese eleggesse un solo uomo al vertice, allineandosi con le regole internazionali e ponendo fine alla nomina di tre co-presidenti, uno musulmano, uno croato e l’altro serbo. Logica, questa della cogestione, che permea molte istituzioni elettive. Sembra un indice di democraticità, ma in realtà inceppa ogni riforma e favorisce il veto incrociato. E la stasi.

Dopo la misura della Fifa i leader dei tre popoli di Bosnia, in nome del calcio, riuscirono a fare quello che hanno sempre evitato sul piano politico nazionale: trovare un compromesso, convergendo su un nome. Questo non significa, però, che la qualificazione ai Mondiali e la spinta del calcio abbiano, come successo in altri casi (Germania, Spagna..), la forza per compattare una nazione sfilacciata. Le tre Bosnie sono ancora troppo diverse, e distanti, tra loro. E il rapporto della Commissione europea sullo stato del paese e sul suo (lentissimo, ai limiti della regressione) percorso di avvicinamento a Bruxelles, prossimo a essere diffuso, non farà che certificarlo ancora una volta.

La Bosnia pacificata grazie al calcio? Sarebbe una bella storia, ma viene da sospettare che ai Mondiali, i serbi e i croati, anche se le “loro” nazionali non saranno presenti (la Croazia deve giocarsi i playoff), si uniranno molto difficilmente ai musulmani. Fino a prova contraria.

@mat_tacconi

venerdì 18 ottobre 2013

COMMISSIONE UE: "RILANCIARE IL NEGOZIATO CON LA TURCHIA"

Critiche e aperture nella relazione annuale di Bruxelles, ma i 28 restano divisi sull'adesione
Rilanciare il negoziato con Ankara, malgrado la repressione delle proteste anti-governative della scorsa estate. E' questo il giudizio della Commissione europea espresso nella relazione annualesull'allargamento dell'UE pubblicato mercoledì 16 ottobre. La Turchia viene criticata per la repressione delle proteste anti-governative e nel rapporto viene condannato "il ricorso eccessivo alla forza da parte della polizia" contro i manifestanti. Un comportamento, quello delle autorità turche, che evidenzia per Bruxelles "il bisogno, imperativo, di sviluppare una vera democrazia di natura partecipativa" e di "garantire il rispetto delle libertà fondamentali". Dopo quanto avvenuto nelle manifestazioni di piazza ad Istanbul e in decine di altre città, in cui si sono registrati cinque morti, 8000 feriti e migliaia di fermi e arresti, la Commissione Ue raccomanda, inoltre, la creazione di un ente indipendente che vigili sull'operato delle forze dell'ordine, sottolineando come il governo stia dimostrando poca capacità di mediazione con le forze politiche per quanto riguarda riforme
cruciali. La relazione annuale, tuttavia, sottolinea anche i "passi importanti" fatti dal governo Erdogan, come la limitazione del ruolo dei militari nella sfera pubblica, le aperture sul decentramento istituzionale e l'autorizzazione all'uso delle lingue diverse dal turco, come il curdo.

La Commissione invita i governi degli Stati membri a riaprire il dialogo con Ankara fermo da molto tempo. Il negoziato di adesione all`Unione europea, era iniziato nel 2005 ma entrò presto in crisi per la questione di Cipro e a causa dell'opposizione di Francia e Germania che da sempre guidano il fronte dei Paesi Ue contrari all'ingresso della Turchia. Dopo tre anni di stallo il Consiglio europeo di giugno aveva trovato un accordo per far ripartire il dialogo con Ankara con l'apertura del capitolo negoziale numero 22, che riguarda la politica regionale. La decisione definitiva fu però posticipata a causa della dura repressione delle manifestazioni anti-governative. La Commissione chiede ai 28 di aprire il nuovo capitolo negoziale e di aprire la strada per l'inizio dei negoziati sui dossier numero 23 e 24, che riguardano argomenti delicatissimi come i diritti fondamentali, la giustizia, la libertà e la sicurezza. La riapertura del negoziato con la Turchia sarà probabilmente nell'agenda del prossimo vertice dei ministri degli Esteri dell`Unione, fissato per il 22 ottobre, tenendo conto della relazione annuale della Commissione. Le posizioni dei 28 al riguardo restano però alquanto divise. 

ALLARGAMENTO UE: DA BRUXELLES POCHE NOVITA' E QUALCHE APERTURA

Per i Paesi in lista d'attesa resta la prospettiva dell'ingresso, ma il traguardo è lontano e con molte incognite

Via libera allo status di candidato per l'Albania, rilancio del negoziato con la Turchia, pur con un giudizio fatto di luci e ombre, apprezzamento per i progressi compiuti da Serbia e Kosovo, pollice verso per la Bosnia Erzegovina, niente di nuovo per la Macedonia. Così, in estrema sintesi, si possono sintetizzare i contenuti salienti della relazione annuale della Commissione Europea sull'allargamento dell'Unione. Arrivato puntuale come ogni anno a metà ottobre, si tratta di un documento molto importante, perché contiene le raccomandazioni che saranno poi esaminate dal Consiglio europeo a cui spettano le decisioni formali sul proseguimento del processo di allargamento dell'Unione. E ciò che emerge è che l'adesione di nuovi Paesi resta in prospettiva, ma realisticamente il traguardo al momento è molto lontano e comunque legato a molte incognite.

A parte la raccomandazione di concedere all'Albania lo status di Paese candidato e di rilanciare il negoziato con la Turchia, con l'apertura di nuovi dossier, e l'apprezzamento per lo sforzo di normalizzazione dei rapporti compiuto da Belgrado e Pristina, lo stato reale complessivo del processo di allargamento è sostanzialmente fermo. Non si profila a breve alcuna svolta significativa. Per questo l'Ue pare intenzionata a puntare molto sugli Accordi di stabilizzazione e associazione, il primo step formale nel processo di integrazione e quindi considerati l'anticamera dell'adesione. La Commissione sembra, più che in passato, intenzionata a farne uno strumento per favorire una partnership privilegiata a Paesi il cui ingresso effettivo nell'Ue appare al momento lontano nel tempo e condizionato da questioni rilevanti.

Il rapporto 2013, dopo l'ingresso un po' in sordina della Croazia lo scorso 1° luglio, sembra riflettere l'incertezza sul destino delle future adesioni, conseguente alle difficoltà del negoziato con la Turchia e alle incertezze sulla situazione dei Paesi dei Balcani occidentali, tuttavia indica anche l'intenzione di rilanciare le prospettive di allargamento dell'Unione dato che, come ha dichiarato il commissario responsabile, Stefan Fuele, la politica di allargamento "rafforza la stabilità economica e politica" dell'intero continente, poiché implica "punti fondamentali come la lotta alla corruzione, la buona governance economica, la libertà di parola e dei media, i diritti umani e la protezione delle minoranze".

Il comunicato ufficiale della Commissione Europea

giovedì 17 ottobre 2013

ALLARGAMENTO UE: IL RAPPORTO DELLA COMMISSIONE EUROPEA SU BOSNIA E SERBIA

di Marina Szikora [*]
In vista della pubblicazione del rapporto della Commissione europea sull’avanzamento del processo di adesione dei paesi in lista di attesa all’adesione, i media locali hanno scritto che la Bosnia Erzegovina sara’ il paese con la peggiore prospettiva e che addirittura il Kosovo sara’ posizionato meglio. L’agenda europea non e’ la priorita’ dei politici e non e’ stato raggiunto nessun avanzamento, e’ la conclusione della Commissione europea. Sono prevalsi interessi di partito o quelli etnici di breve termine invece che un rafforzamento del cammino europea di questo paese. I rappresentanti politici non condividono la stessa visione sul futuro della Bosnia Erzegovina come nemmeno su quello che riguarda le modalita’ del suo funzionamento. Non esiste il dialogo politico interno fondamentale sulle questioni cruciali quali appunto il processo delle integrazioni europee come nemmeno le priorita’ che riguardano questo percorso. Ancora una volta vi e’ il riferimento al mancato soddisfacimento dei due obblighi chiave della road map del 2012: l’attuazione della sentenza della Corte europea per i diritti dell’uomo relativa al caso “Sejdić-Finci”, che si riferisce alla riforma del sistema elettorale senza discriminazioni etniche, e la condizione che riguarda un meccanismo effettivo di coordinamento. La Bosnia Erzegovina è in assoluto stallo da mesi e il tempo stringe. Il rischio e’ quello di perdere i fondi europei gia’ previsti che non possono pero’ essere investiti a causa dell’assenza di un meccanismo di coordinamento interno che consenta un lavoro efficace con Bruxelles.

Quanto alla Serbia, i media serbi, ancora prima della pubblicazione del rapporto annuale, hanno annunciato che il documento contiene parole di lode per un avanzamento storico ma al tempo stesso non mancano le critiche. Positivo e’ giudicato il processo di riforme del Governo e vi e’ la raccomandazione al Consiglio europeo di aprire i negoziati di adesione entro gennaio 2014, scrive il quotidiano serbo ‘Danas’. La Commissione Europea valuta come “storico” il primo accordo sulla normalizzazione delle relazioni di Belgrado con Priština e approva gli sforzi intrapresi finora sulla sua attuazione. Nel rapporto si constata inoltre che le elezioni locali in Kosovo saranno un test chiave sulla sostenibilita’ del processo di normalizzazione. Le principali critiche e sfide, riguardano invece lo stato di diritto, la riforma della giustizia, la lotta alla corruzione, la liberta’ dei media e la tutela delle minoranze. Le critiche vanno alla troppo lenta attuazione delle strategie incardinate, ovvero al ritardo dell’attuazione dei documenti strategici chiave e dei piani di azione in questi settori. Inoltre, gli organi di controllo indipendenti non sono ancora pienamente funzionanti. Troppo lenta viene considerata anche l’attuazione della strategia sui media e oltre alla constatazione che i media in Serbia continuano ad essere sottoposti all’autocensura e influenzati dai centri di potere politici ed economici. Nel rapporto di quest’anno, scrivono i media serbi, non mancano valutazioni positive per quanto riguarda lo sviluppo delle relazioni regionali, e cio’ si riferisce in particolare alla piu’ stretta collaborazione con la Croazia e la Bosnia Erzegovina. In questo contesto, nella nostra prossima corrispondenza daremo spazio anche alla tanto attesa visita ufficiale del presidente croato Ivo Josipović a Belgrado per incontrare il suo collega serbo Tomislav Nikolić e le altre massime cariche dello stato. A causa del divieto del Gay Pride a Belgrado, nel rapporto della Commissione europea si constata che la discriminazione della popolazione LGBT e’ molto vasta e che il potere serbo non si impegna abbastanza a sopprimerla. Infine, la Commissione valuta che l’economia serba e’ in una situazione grave a causa della lentezza delle riforme strutturali e una spesa pubblica troppo grande.

[*] Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a SudEst andata in onda il 17 ottobre a Radio Radicale

KOSOVO: LA CAMPAGNA ELETTORALE IN VISTA DELLE ELEZIONI LOCALI DEL 3 NOVEMBRE

di Marina Szikora [*]
Per il futuro europeo della Serbia sara’ senz’altro importante l’esito delle elezioni locali in Kosovo del prossimo 3 novembre. La campagna elettorale ma anche i necessari preparativi per le elezioni locali sono in corso. Con l’avvicinarsi della data di questo importante appuntamento elettorale in Kosovo la missione civile dell’Ue per garantire lo stato di diritto (Eulex), rafforzera’ la sua presenza al nord del Kosovo. In stretta collaborazione con la Kfor (la missione militare multinazionale), Eulex appoggera’ la polizia del Kosovo per garantire la sicurezza durante le elezioni. La situazione generalmente e’ pacifica e il piano che la missione dell’Ue sta effettuando sul terreno procede come previsto, hanno informato da Eulex. Intanto stanno arrivando i primi osservatori dell’Ue: saranno in tutto 200 e seguiranno l’intero processo elettorale, sia a Priština che in altre parti del Kosovo. Gli osservatori saranno concentrati sulle attivita’ elettorali dei candidati e dei partiti politici, nonche’ sulle informazioni dei media. Dalla Commissione elettorale centrale di Priština hanno fatto sapere che il numero totale di osservatori a queste elezioni sara’ di 7029.

A seguito dell’intesa raggiunta a Bruxelles tra Belgrado e Priština, secondo la quale ai rappresentanti della Serbia sarebbe stato acconsentito di visitare il Kosovo durante la campagna elettorale, tra breve e’ previsto che in Kosovo si rechi il premier serbo Ivica Dačić. Molto deciso nei suoi primi interventi nell’ambito della campagna elettorale e’ stato il ministro serbo incaricato per il Kosovo, Aleksandar Vulin. Ad un comizio dell’Iniziativa civica Srpska, uno dei soggetti politici serbi che partecipa alle elezioni, Vulin ha detto che la comunita’ dei comuni serbi sara’ l’inizio di una nuova battaglia per l’unita’ del popolo serbo per “il diritto di uscire con le bandiere serbe oltre i muri, per il diritto a non temere che i figli saranno aggrediti a causa della bandiera serba, per il diritto di esistere e di essere ricordati”. Secondo il rappresentante serbo, il 3 novembre sara’ l’occasione per ottenere il diritto a decidere sull’educazione, la sanita’, l'economia, ecc. Un intervento molto incalzante che invita i serbi kosovari alle urne al fine di stabilire la “Srpska” che sara’ una “grande Comunita’ sulla quale il Parlamento della Serbia ha trasferito le sue competenze legislative”. “La Serbia in Kosovo puo’ essere salvaguardata soltanto dai serbi e sono soltanto i serbi quelli che la possono cacciar via dal Kosovo”, ha osservato Vulin rilevando che quello che e’ stato accordato a Bruxelles non sara’ possibile cambiare a Priština.

[*] Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a SudEst andata in onda il 17 ottobre a Radio Radicale

AD ANCONA IL TERZO VERTICE INTERGOVERNATIVO ITALIA-SERBIA

di Marina Szikora [*]
Per la Serbia e le sue relazioni bilaterali con altri paesi importantissimo il terzo vertice italo serbo svoltosi martedi’ ad Ancona. L’Italia e’ il primo partner economico della Serbia e forte sostenitore dell’ingresso di Belgrado nell’Ue. A guidare le due delegazioni sono stati il premier Enrico Letta e il suo omologo serbo Ivica Dačić. Nella delegazione italiana, tra gli altri, anche il vicepremier Angelino Alfano, la ministro degli esteri Emma Bonino e il ministro della Difesa Mauro Mauro.
I media serbi mettono in primo piano le dichiarazioni del premier Letta il quale ha riconfermato il proseguimento senza tregua dell’appoggio dell’Italia alla via europea della Serbia: “Vogliamo che la Serbia diventi la ventinovesima stella dell’Ue” ha detto il premier italiano ribadendo che l’Italia ha lavorato con grande impegno per il processo di adesione di Belgrado all’Ue. Ora pero’, ha detto Letta, devono essere fatti i passi necessari da perte dell’Ue e della Serbia.
Il sostegno dell’Italia e’ molto prezioso soprattutto perche’ la Serbia si trova in un momento cruciale per quanto riguarda il suo cammino europeo e sotto attento esame dell’Ue per quanto riguarda l’attuazione e la conclusione degli accordi con Priština. Il Vertice Ue di dicembre dovrebbe ribadire le decisioni di giugno convocando la Conferenza intergovernativa per l’avvio effettivo dei negoziati.
In vista del vertice di Ancona, in una intervista all’Ansa, il premier serbo Ivica Dačić ha detto che si aspetta dall’Italia, in quanto maggiore paese amico tra tutti i paesi dell’Occidente, di promuovere una immagine diversa della Serbia nel mondo in base alla sua attuale politica di riforme interne, avanzamento nelle eurointegrazioni, successo nel dialogo con il Kosovo e sforzi compiuti nella riconciliazione regionale. Il premier serbo ha ringraziato l’Italia per il costante sostegno nel processo delle integrazioni europee e ha espresso speranza in ulteriori aiuti da parte dell’Italia durante il processo di negoziati.
Dačić ha aggiunto che la Serbia ha soddisfatto tutte le richieste poste da Bruxelles e si aspetta la decisione sull’inizio di negoziati senza nuovi condizionamenti. Spiegando il suo cammino politico da un stretto collaboratore di Slobodan Milošević fino all’uomo che guida la Serbia verso l’Ue, Dačić ha sottolineato l’importanza di “imparare le lezioni del passato”. “Il politico deve essere flessibile, ce lo insegna anche la natura. Durante la storia sono scomparsi tutti quelli che non sono riusciti ad adattarsi ai cambiamenti. La Serbia non vuole essere un dinosauro.” ha concluso Dačić.

[*] Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a SudEst andata in onda il 17 ottobre a Radio Radicale

ASSEMBLEA PARLAMENTARE NATO A DUBROVNIK : “PORTE APERTE AI BALCANI”

di Marina Szikora [*]
Le porte della Nato sono aperte ai paesi dei Balcani occidentali. E’ questo il messaggio mandato da Dubrovnik in occasione della riunione dell’Assemblea parlamentare della NATO, svoltasi dal 11 al 14 ottobre. I leader della Nato hanno confermato la politica delle ‘porte aperte’ ai paesi dei Balcani Occidentali e come esempio positivo hanno indicato la Croazia, i cui leader politici hanno dimostrato prontezza ad aiutare i loro vicini sul cammino verso le integrazioni transatlantiche ed europee. Le porte restano quindi aperte ai paesi come la Bosnia Erzegovina, il Montenegro e la Macedonia a patto che soddisfino i criteri di adesione e completino le riforme richieste.
“Essi sanno che le porte sono aperte se risolveranno le vecchie divisioni, dimostreranno responsabilita’ e attueranno vere riforme, nonche’ se dimostreranno impegno per costruire pace e stabilita’ con i vicini”, ha detto il segretario generale della Nato Anders Fogh Rasmussen.

Rasmussen ha ricordato che negli ultimi dieci anni Slovenia, Croazia e Albania sono passate attraverso queste porte e ha rilevato che il recente ingresso della Croazia nell’Ue e’ un importante passo per l’integrazione dell’Europa sudorientale nello spazio euroatlantico. Sottolineando che con la sua adesione all’Ue e alla Nato nel 2009 la Croazia ha realizzato i suoi obbiettivi strategici, il presidente croato Ivo Josipović ha detto che con gli alleati e gli amici la Croazia continuera’ a costruire pace e sicurezza nella regione e nel mondo. Josipović ha ribadito che la pace si puo’ realizzare soltanto con il rafforzamento della democrazia e ha avvertito che la crescita dell’estremismo e di fattori antidemocratici rappresentano il vero pericolo alla pace e sicurezza.

Alla riunione dell’Assemblea parlamentare Nato hanno partecipato circa 300 parlamentari dei 28 paesi membri. Si e’ discusso delle maggiori crisi internazionali - Siria e Medio Oriente - del futuro dell’Afghanistan dopo il ritiro delle forze internazionali nel 2014, ma anche delle questioni relative ai Balcani occidentali.
Il presidente dell’Assemblea parlamentare della Nato, Hugh Bayley, dopo il suo incontro con il suo collega e ospite croato Josip Leko, ha rilevato che l'appartenenza della Croazia all’Ue e alla Nato e’ una buona base per aiutare tutti i paesi che aspirano ad entrare in queste organizzazioni. Secondo il presidente del Parlamento croato, e’ nell’interesse della Croazia e della sicurezza e della pace in Europa, che la Nato continui la sua politica di ‘porte aperte’, soprattutto per quanto riguarda il Montenegro e la Macedonia, mentre la situazione in Bosnia Erzegovina non è purtroppo incoraggiante quando si tratta dell’avvicinamento alla Nato.

Bayley, da parte sua ha sottolineato che la Bosnia Erzegovina entrera’ nella Nato se risolvera’ gli ostacoli pratici e politici che da diversi anni bloccano il processo di integrazione euroatlantica. La ministro degli Esteri e degli Affari europei croata, Vesna Pusić, da parte sua ha avvertito quanto sia pericoloso pensare che la stabilita’ dell’Europa sudorientale sia un capitolo chiuso e ha indicato che e’ compito della Croazia tenere questo tema sull’ordine del giorno della Nato. Per quanto riguarda la Bosnia Erzegovina, a causa della sua posizione geografica, Pusić ritiene che questo paese sia cruciale per la stabilita’ della regione e per il successo della politica di allargamento.

[*] Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a SudEst andata in onda il 17 ottobre a Radio Radicale

PASSAGGIO IN ONDA

E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 17 ottobre.
La trasmissione e' ascoltabile direttamente qui oppure sul sito di Radio Radicale.



Sommario della trasmissione

La puntata è dedicata in larga parte al rapporto annuale della Commissione Europea sull'avanzamento del processo di integrazione dei Paesi che ancora non fanno parte dell'Unione Europea, ma che hanno avviato il processo di adesione. In particolare si riportano i contenuti del rapporto che riguardano la situazione in Albania (per la quale la Commissione raccomanda la concessione dello status di Paese candidato), Turchia (la Commissione, pur non lesinando le critiche al governo raccomanda al Consiglio il rilancio del negoziato di adesione), Bosnia, Kosovo, Macedonia e Serbia

Altri argomenti della puntata: le elezioni amministrative in Kosovo del prossimo 3 novembre, l'Assemblea parlamentare della Nato di Dubrovnik che ha confermato le "porte aperte" a tutti i Paesi dei Balcani occidentali, il vertice intergovernativo Italia-Serbia di Ancona, l'incontro ufficiale tra il presidente croato Ivo Josipovic e quello serbo Tomislav Nikolic

In apertura un ricordo di Antonio Russo, il nostro collega e amico di Radio Radicale, a tredici anni dal suo assassinio avvenuto il 16 ottobre del 2000 in Georgia dove si trovava per seguire la guerra in Cecenia.

La trasmissione realizzata come sempre con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura è ascoltabile direttamente qui


mercoledì 16 ottobre 2013

LA BOSNIA CONQUISTA UNA STORICA QUALIFICAZIONE AI MONDIALI DI CALCIO

Ma le divisioni etniche restano. E purtroppo manca un Mandela come nel 95 in Sudafrica.

Con la vittoria per 1 a 0 sulla Lituania la Bosnia Erzegovina ha conquistato la sua prima qualificazione mondiale. Un risultato storico per una nazionale giovane, nata all'indomani della fine della guerra, pochi giorni dopo gli accordi di pace di Dayton, che a differenza di Serbia, Croazia e Slovenia, finora non aveva mai partecipato a una competizione internazionale di alto livello. Nel 2010, infatti, il sogno mondiale fu infranto dal Portogallo ai playoff, mentre due anni dopo lo stesso Portogallo sbarrò la strada per gli Europei. Una bella rivincita, tanto più che le altre nazionali dovranno restare a casa, mentre la Croazia sarà costretta a giocarsi le ultime chance ai playoff. Ma nei Balcani niente o quasi è mai chiaro e definito, ogni realtà ha sempre un lato oscuro, ambiguo e contraddittorio. In questo caso, l'altra faccia della realtà si chiama Republika Srpska, l'entità serbo-bosniaca i cui tifosi hanno fatto il tifo contro sperando in una mancata qualificazione.

Del resto fino a due anni fa la federazione calcio bosniaca aveva una presidenza tripartita su base etnica, come avviene per la presidenza della repubblica e per le altre istituzioni centrali, con un rappresentante per i serbi, uno per i croati e uno per i bosgnacchi. La Fifa ha poi obbligato al cambio di statuto, ma la soluzione di un solo presidente, come avviene per ogni altra federazione nazionale non è mai piaciuta ai serbi-bosniaci. L'atteggiamento diviso sulla nazionale di calcio non è che l'ennesimo esempio delle tensioni etniche che continuano a serpeggiare nel Paese 18 anni dopo la fine della guerra. La situazione generale del Paese fa pensare che sono altre le qualificazioni di cui avrebbe bisogno la Bosnia. Intanto, però, la partecipazione ai mondiali del 2014 fa sperare che anche il calcio possa aiutare la riconciliazione. In effetti lo sport può aiutare a creare uno spirito comune e a superare l'odio e il risentimento: tutti ricordiamo l'esempio della nazionale del Sudafrica vincitrice della Coppa del mondo di rugby nel 1995. Disgraziatamente al momento la Bosnia non ha un Mandela a disposizione.

13 ANNI FA L'ASSASSINIO DI ANTONIO RUSSO

Tredici anni fa, il 16 ottobre del 2000, Antonio Russo veniva trovato morto ai bordi di una stradina di campagna a 25 km da Tbilisi, capitale della Georgia. Stava seguendo la guerra in Cecenia per Radio Radicale. I mandanti e gli esecutori non sono mai stati trovati, ma il suo corpo portava i segni evidenti di torture eseguite con tecniche riconducibili ai servizi segreti russi. Antonio fu assassinato a causa del suo lavoro, a causa delle sue corrispondenze e della documentazione che stava raccogliendo sulla realtà della "guerra sporca" condotta dalla truppe russe contro i ribelli ceceni. Aveva cominciato a trasmettere in Italia notizie sull'utilizzo di armi non convenzionali. Due giorni prima della sua morte aveva parlato alla madre di una videocassetta contenente immagine delle torture e delle violenze dei reparti speciali russi ai danni della popolazione cecena. Il materiale documentario che aveva con sé non è mai stato ritrovato.

A dare l'allarme per la sparizione di Antonio furono due suoi amici georgiani, militanti del Partito radicale transnazionale. Non avendo sue notizie si recarono a casa sua dove trovarono la porta socchiusa e l'abitazione messa a soqquadro. Il suo corpo senza vita fu ritrovato la mattina del 16 ottobre 2000, sul ciglio della strada del passo di Gombori in direzione della valle del Pankisi. Poco distante c’è una base russa e per poter transitare da quelle parti se non si è militari, bisogna mostrare i documenti ed essere registrati, ma di Antonio non c’è traccia. L’autopsia indicò che Antonio fu ucciso da un corpo estraneo che gli schiacciò lo sterno provocandogli gravissime fratture interne: una tecnica di tortura usata dai servizi segreti russi.

L'ex direttore di Radio Radicale, Massimo Bordin, ha ricordato che Antonio "non aveva mai nascosto a nessuno a Tblisi il senso dei suoi servizi giornalistici, il suo schierarsi senza dubbio dalla parte dei ceceni e nemmeno il suo rapporto con Radio Radicale e con i Radicali. Tant'è vero che durante la sua partecipazione al convegno dei verdi georgiani, un signore che parlava russo minacciò pubblicamente Antonio e il tutto il Partito Radicale Transnazionale”. In quel periodo, infatti, il governo russo aveva cercato di far estromettere il PRT dall'Onu con una serie di accuse gratuite. Il regista Massimo Guglielmi ha avanzato anche l'ipotesi che Antonio Russo sia stato eliminato a causa della documentazione che stava raccogliendo su un traffico di organi su bambini ceceni negli ospedali di Grozny.

Antonio Russo era un giornalista per passione, uno che voleva andare a vedere le cose là dove succedono. E ci è andato: in Ruanda, Algeria, Zaire, Bosnia, Kosovo e da ultimo in Cecenia. Da tutti questi luoghi ha raccontato quello che vedeva. "Dobbiamo ricordarci che l’informazione è un veicolo diretto all’utente, non un soliloquio da parte del giornalista. Bisogna tenere sempre presente che chi è dall'altra parte del microfono deve poter comprendere una realtà in cui non è presente".


martedì 15 ottobre 2013

UE: LA SERBIA HA FATTO PROGRESSI, MA RESTANO SFIDE FONDAMENTALI

La Serbia ha compiuto un progresso storico nel processo di integrazione europea, ma ha davanti a sé ancora importanti sfide da affrontare nel campo dell'economia e dello stato di diritto. E' quanto afferma il rapporto annuale della Commissione Europea sul processo di allargamento che sarà pubblicato domani e che è stato anticipato dell'agenzia di stampa Tanjug.
Il rapporto, secondo queste anticipazioni, riconosce gli importanti progressi compiuti da Belgrado nel dialogo con Pristina – condizione chiave posta dall'Unione per aprire il negoziato di adesione - e afferma che l'attuazione dell'accordo di Bruxelles sta già producendo effetti irreversibili sul terreno. Proprio alla luce di questi progressi la Commissione proporrà che il Consiglio europeo di dicembre completi i preparativi in modo che la prima conferenza intergovernativa possa tenersi al più tardi il prossimo gennaio, come previsto dalle conclusioni del Consiglio europeo dello scorso giugno.
Buone notizie per Belgrado, dunque, ma le sfide che attendono la Serbia nel futuro prossimo sono impegnative. Come per gli altri Paesi balcanici riguarderanno in primo luogo lo stato di diritto (in particolare la riforma della giustizia e la lotta a corruzione e criminalità organizzata), la riforma della pubblica amministrazione e l'indipendenza delle principali istituzioni, la libertà dell'informazione, la lotta alle discriminazioni e la protezione delle minoranze.

IL VERTICE TRA ITALIA E SERBIA OGGI AD ANCONA

Letta: "La Serbia deve diventare la 29esima stella europea". Dacic: "L'Italia prenda il suo posto nei Balcani altrimenti lo prenderanno altri”.

L'Italia sosterrà senza riserve il percorso d'integrazione europea della Serbia, un appoggio che l'Italia continuerà a dare "incessantemente", ha sottolineato il presidente del Consiglio Enrico Letta al vertice intergovernativo italo-serbo che si è svolto oggi ad Ancona. L'Italia desidera che la Serbia "diventi la 29esima stella europea" e lavorerà perché il processo di adesione all'UE giunga a compimento: "Questa è una grande priorità nazionale italiana", ha confermato Letta. Un appoggio che Belgrado ritiene "meritato" visti i "difficili passi" compiuti finora e che auspica possa proseguire per tutto il 2014, in particolare durante il semestre di presidenza italiana, nella seconda metà del prossimo anno. Una presidenza che non sarà un semplice atto formale visto che l'Italia si troverà a guidare l'UE nel periodo in cui, dopo le elezioni europee del maggio prossimo, si dovranno ricostituire il Parlamento, la Commissione e la presidenza permanente.

Letta ha guidato ad Ancona una delegazione del suo governo di cui facevano parte i ministri dell'Interno Angelino Alfano, degli Esteri Emma Bonino, della Difesa Mario Mauro, della Giustizia Anna Maria Cancellieri e dell'Istruzione Maria Chiara Carrozza. Il vertice è servito soprattutto a confermare il sostegno italiano al processo di adesione all'UE e in questa prospettiva sono stati firmati vari accordi di cooperazione. "Durante la prossima legislatura europea vogliamo che la Serbia diventi la 29.esima stella europea, sappiamo che questo aiuterà molto la proiezione internazionale anche del nostro paese", ha detto Letta, precisando che ora serviranno "tutti i passi necessari da parte dell'UE e della Serbia" affinché il processo si completi. L'Italia, dunque, "continuerà incessantemente a supportare l'avvicinamento, quanto più rapido ed efficace possibile, della Serbia all'Ue" e lavorerà con grande impegno in questa direzione.

"La Serbia, oggi, ha meritato il sostegno dell'Italia per i passi molto pesanti che abbiamo realizzato", ha detto il premier serbo Ivica Dacic da parte sua, auspicando che il sostegno italiano non venga meno in futuro. L'Italia, ha ricordato Dacic, "è il primo partner commerciale" della Serbia, "ed ha superato la Germania e la Russia": per questo è necessaria una maggiore crescita dell'interscambio e che l'Italia prenda il suo posto nell'area balcanica “perché altrimenti lo prenderà qualcun altro”. Letta ha assicurato che il dialogo tra Roma e Belgrado continuera' nei prossimi mesi perche' l'Italia punta ad avere un ruolo politico ed economico in tutta l'area balcanica partendo proprio dalla Serbia. Durante il vertice di oggi sono stati firmati quattro accordi riguardanti la lotta alla criminalita' organizzata, il memorandum sull'integrazione europea della Serbia e la regolamentazione reciproca dell'autotrasporto di persone e merci.

domenica 13 ottobre 2013

GENERAZIONE GEZI PARK


Da FaiNotizia.It un ritratto della giovane generazione turca protagonista delle proteste di piazza di giugno e luglio contro il premier Recep Tayyip Erdoğan. Un video di Andrea Di Grazia, con la collaborazione con Ilknur Doganay, giornalista e traduttrice, Jenk K., pilota di droni telecomandati, e il fotografo Burac Baructu.
Realizzato dopo lo sgombero di Gezi Park, il documentario tratteggia l'immagine di un movimento nonviolento nato dal basso e diffusosi grazie ai social network e al semplice passaparola. I sei protagonisti spiegano (in lingua turca ed inglese con sottotitoli in italiano) origini e motivazioni del loro dissenso nei confronti della linea tradizionalista e repressiva adottata dal governo turco contro le proteste che ha provocato 4 morti durante gli scontri con la polizia, 8000 feriti ed oltre 5000 arresti, tra i quali anche quelli dei reporter italiani Daniele Stefanini e Mattia Cacciatori, liberati in seguito all'intervento dell'ambasciata italiana. Il racconto passa in rassegna l'idea di un'Europa che appare sempre più lontana e simbolo di modernità, di una democrazia saldamente ancorata alle tradizioni islamiche, le difficoltà ed i divieti imposti ai ragazzi in pubblico.

Guarda qui Gezi Park Generation




“NON SI TRATTA DI UN ALBERO, MA DELLA DEMOCRAZIA”.
Ovvero da piazza Taksim ad un diverso futuro possibile

La protesta che tra giugno e luglio è dilagata nelle strade della Turchia, e che ha avuto nella piazza Taksim di Istanbul il suo epicentro, è stata molto di più e molto altro che non gli scontri che abbiamo visto nelle cronache dei telegiornali. Dal Gezi Park alle città dell'Anatolia teatro di decine di manifestazioni, è sceso in piazza un popolo multiforme e colorato fatto di giovani, studenti, intellettuali, massaie, militanti politici autorganizzati, curdi, musulmani, atei, aleviti che con i loro cartelli, i loro slogan e nelle loro assemblee spontanee hanno cercato di proporre un'idea di libertà in cui progettare una nuova convivenza possibile.

Tutto è partito dalla decisione delle autorità di cancellare l'ultimo spazio verde del centro di Istanbul per costruire al suo posto un centro commerciale, appartamenti di lusso ed una moschea. All’inizio i manifestanti erano pochi. La notte del 31 maggio la polizia è intervenuta duramente attaccando i giovani che si trovavano nel parco e distruggendo l'accampamento. La repressione violenta di quella protesta pacifica ha fatto scattare la reazione: grazie ai social network e ai media indipendenti, la rivolta è dilagata in decine di città di tutto il Paese, perfino nell’Anatolia da cui proviene quella nuova classe dirigente e imprenditoriale portata al potere da Erdogan e che in questi anni è stata il motore del successo economico turco.

La protesta non riguardava più solo gli alberi da salvare in un piccolo parco di Istanbul, ma ha espresso il malcontento verso un primo ministro e un governo accusati di metodi autoritari e repressivi. Nelle piazze è sceso un movimento spontaneo e trasversale, non riconducibile a nessuna etichetta politica o ideologica. Molti dei partecipanti non aveva mai preso parte ad alcuna manifestazione politica. Ed è apparso subito chiaro che “Taksim non era Tahrir”, che questa protesta non era affatto assimilabile alle “primavere arabe”. La Turchia è una democrazia, il premier Erdoğan è stato eletto per tre volte attraverso elezioni regolari e il movimento di Gezi Parkı non puntava alla caduta del governo. “Occupy Gezi Parkı” è diverso e peculiare anche rispetto a “Occupy Wall Street” e agli altri movimenti scesi in piazza in molti Paesi contro le misure adottate dai vari governi per far fronte alla crisi economica.

Sotto accusa era la politica di Erdoğan considerata autoritaria, moralistica e paternalistica, che fa sempre più riferimento ai princìpi religiosi e rappresenta un regressione rispetto ai principi di libertà e laicità su cui è stata fondata la Turchia moderna. Il movimento partito da Gezi Parkı, al contrario, proponeva un pensiero politico basato sul dialogo, che non rifiuta i diversi orientamenti ideologici e religiosi presenti nella società turca e proponeva una modalità di organizzazione e di partecipazione nuova rispetto a quella codificata fino ad oggi nel quadro politico turco così come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi, anche dopo la prepotente ascesa dell'Akp. A Gezi Parkı vi erano luoghi di discussione e di confronto, spazi per la danza, la lettura, l'espressione artistica e per i bambini, proiezioni e concerti. Un'organizzazione libera e sperimentale, senza gerarchie prestabilite.

Ciò che si è coagulato al Gezi Parkı di Istanbul ed è poi dilagato nelle piazze di tante altre città è un malcontento che da anni cova nelle pieghe della parte più consapevole della società turca, di un Paese, cioè, che ha vissuto nell'ultimo decennio uno straordinario successo economico, ma che resta agli ultimi posti della classifiche mondiali sulla libertà di espressione e in cui la forte coscienza nazionale viene declinata da tutti i principali partiti in un nazionalismo intollerante usato come arma per controllare le minoranze e ostacolare il dissenso. Il malessere è esploso per la difesa di qualche centinaio di alberi, ma ciò che è in gioco, in realtà, è il futuro della democrazia turca e la speranze di una generazione che chiede libertà di parola, di religione, di pensiero e di scelte di vita e un pieno rispetto dei diritti umani e civili. La protesta è ferma, per ora, ma il malcontento è sempre tutto lì. [RS]