giovedì 28 aprile 2011

MEZZALUNA SUI BALCANI

di Marina Szikora
Il testo che segue è la trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 28 aprile a Radio Radicale, dedicato al vertice che martedì 26 a Karadjordjevo, in Serbia, ha riunito il presidente serbo Boris Tadic, il presidente turco Abdullah Gul, e i membri della presidenza tripartita della Bosnia Erzegovina, il croato Zeljko Komsic, il serbo Nebojsa Radmanovic e il bosgnacco Bakir Izetbegovic. La Turchia ha importanti legami storici con i Balcani e mantiene buone relazioni con le comunità musulmane locali. Negli ultimi anni, soprattutto con il ministro degli Esteri Ahmet Davutoglu Ankara si è mostrata particolarmente attiva nelle dinamiche regionali con lo scopo di favorire la stabilizzazione e la pacificazione, proponendo il suo ruolo mediatore anche nell'ottica dell'adesione all'Unione Europea. Un anno fa Ankara aveva organizzato un incontro simile da cui era scaturita una dichiarazione comune che confermava l'impegno delle parti di preservare l'integrità territoriale della Bosnia Erzegovina.

Un'immagine del summit di Karadjordjevo (Foto Beta)
"I turchi non rinunciano alla loro influenza nella regione" questo il titolo di un articolo del quotidiano di Belgrado 'Blic' pubblicato martedi' in vista del vertice a Karađorđevo, in Serbia tra Turchia, Serbia e BiH. I presidenti di questi paesi, Abdulah Guel, Boris Tadić e tutti e tre membri della presidenza tripartita della BiH, Nebojša Radmanović, Bakir Izetbegović e Željko Komšić si sono riuniti a Karađorđevo al secondo dei tre previsti vertici trilaterali in cui il tema di colloqui sono state le relazioni nella regione, cooperazione bilaterale dei tre paesi e sviluppo potenziale della collaborazione economica. Il primo incontro di Tadić, Guel e dell'ex presidente della Presidenza della BiH Haris Silajdžić si e' svolto il 24 aprile 2010 ad Istanbul e allora i tre leader hanno concordato che la politica regionale deve basarsi sulla garanzia della sicurezza, costante dialogo politico e salvaguardia delle particolarita' multietniche, multiculturali e multireligiose della regione balcanica.

Questo accordo e' stato messo anche su carta in forma della cosiddetta “Dichiarazione di Istanbul”. E' stato deciso allora che nei prossimi due anni si svolgeranno altri due incontri, il primo in Serbia e quello secondo in BiH. Come scrive Blic, la Dichiarazione ha provocato reazioni divergenti in BiH. La partecipazione, all'epoca, di Haris Silajdžić, allora leader bosgnacco della BiH ha provocato serie disapprovazioni nella RS e il rappresentante serbo della presidenza Nebojša Radmanović aveva allora dichiarato che firmando la Dichiarazione di Istanbul, Silajdžić aveva violato la Costituzione della BiH perche' firmata senza l'approvazione degli altri due membri della Presidenza della BiH. Il risultato di queste divergenze e' che al summit di Karađorđevo hanno partecipato i rappresentanti di tutti e tre popoli della BiH.

Ma anche oggi, un anno dopo, il vertice di Karađorđevo viene interpretato diversamente in BiH. Per aver accettato il proseguimento del cosidetto processo di Istanbul, Radmanović e' sottoposto a critiche nella RS, commenta la Deutsche Welle tedesca. Secondo le parole di Bakir Izetbegović invece, la riunione e' una occasione per discutere di questioni aperte tra cui anche quelle relative ai confini e sfruttamento illegale delle risorse energetiche. Si e' parlato anche del referendum nella RS. Il membro croato della presidenza tripartita della BiH, Željko Komšić, in vista del vertice, ha detto che aprira' la questione del comportamento di certi rappresentanti della Serbia, soprattutto del ministro degli esteri Vuk Jeremić che ha appoggiato il referendum nella RS e in tal modo, secondo Komšić, interferisce apertamente nelle questioni interne della BiH.

Molti politici e personalita' della Federazione BiH hanno criticato fortemente la scelta del luogo della riunione perche', secondo loro, ricorda l'accordo tra Franjo Tuđman e Slobodan Milošević nel 1991. Ma per il membro croato della presidenza tripartita Željko Komšić proprio la scelta di Karađorđevo significa fare i conti con il passato. Il suo consigliere per la politica estera Davor Vuletić ha affermato che si tratta di una grande svolta rispetto alle vicende di vent'anni fa quando a Karađorđevo e' stata accordata la politica il cui epilogo e' stato quello del Tribunale dell'Aja. Gli analisti in questo vertice vedono un tentativo e l'intenzione di Ancara a promuoversi in un fattore di pace e stabilita' nei Balcani per soddisfare i propri interessi come anche quelli bosgnacchi.

A conclusione della riunione di Karađorđevo, il presidente serbo Boris Tadić ha detto che la Serbia non interferira' nelle questioni interne della BiH e ha promesso che terra' fede a questo principio anche nel futuro. "La Serbia non appoggera' mai il referendum che metterebbe a rischio la questione dell'integrita' della BiH" ha dichiarato Tadić. Ha aggiunto che la Serbia vuole collaborare con tutte le istituzioni della BiH e questo verra' confermato anche con la sua visita in BiH nei prossimi mesi. Tadić ha ripetuto che la Serbia rispetta pienamente l'Accordo di pace di Dayton e l'integrita' territoriale dei suoi vicini, ma si aspetta altrettanto quando si tratta del Kosovo. Ha puntato sul significato della riconciliazione nella regione, processamento dei crimini di guerra e individualizzazione della colpevolezza. Come obiettivo politico prioritario ha individuato l'integrazione dell'intera regione al piu' presto nell'Ue a partire dalla Croazia.

"La Croazia deve diventare al piu' presto membro dell'Ue ma e' importante che dopo l'integrazione della Croazia non vi sia una grande pausa fino all'integrazione del prossimo stato" ha sottolineato Tadić. Ma mentre sono queste le prime dichiarazioni del presidente serbo dopo la riunione trilaterale, dal Parlamento popolare della RS e' stata inviata la decisione firmata sul referendum che dovrebbe svolgersi tra circa due mesi.

BOSNIA: SITUAZIONE SEMPRE PIU' COMPLICATA E DELICATA


di Marina Szikora [*]
L'Ue e gli Stati Uniti d'America devono svegliarsi e capire che la politica di innattivita' in BiH e' fallita. Se proseguira' la mancanza di impegno, la situazione continuera' a precipitare sempre di piu'. Questi i commenti dell'ex alto rappresentante internazionale per la BiH Paddy Ashdown relativi alla delicatissima situazione in BiH. Dopo che sono aumentate le tensioni politiche nella Federazione BiH, l'entita' a maggioranza musulmano-croata perche' dal nuovo governo della Federazione sono stati esclusi i due maggiori partiti croati, la recentissima mossa di Banja Luka, vale a dire dell'altra entita' a maggioranza serba (la Republika Srpska) relativa ad un referendum concepito come un passo concreto verso la secessione, rappresenta, secondo Ashdown, la piu' aperta sfida alla comunita' internazionale in BiH. L'attuale alto rappresentante per la BiH, Valentin Inzko ha valutato che l'Assemblea popolare della RS sollecita in modo irresponsabile un processo contro la parte fondamentale dell'Accordo di Dayton.

L'ex alto rappresentante internazionale per la BiH, Paddy Ashdown, commentando la estremamente provocatoria mossa del presidente della RS, Milorad Dodik e dell'Assemblea popolare della RS che hanno approvato la decisione sull'indizione del referendum, ha dichiarato che "la comunita' internazionale deve con molta precisione dire di essere pronta ad ogni costo, inclusa anche l'azione militare, al fine di proteggere l'integrita' territoriale e la sovranita' della BiH. Bruxelles e Washington devono essere in questo senso inequivoci rispetto alla posizione di quelli che bloccano il progresso della BiH ed impedire le loro intenzioni". Per precisare, la decisione dell'Assemblea popolare della RS riguarda il referendum in cui i cittadini dell'entita' a maggioranza serba dovrebbero esprimersi se appoggiano le leggi imposte dall'Alto rappresentante per la BiH, soprattutto quelle sulla Corte e sulla Procura della BiH e la loro, come si legge nella decisione, "verifica anticostituzionale nel parlamento della BiH". In altre parole, la RS si prepara di escludersi unilateralmente dal sistema giuridico della BiH, non riconoscendo le decisioni della giustizia a livello statale e negando la autorita' dell'alto rappresentante in quanto interprete supremo dell'Accordo di Dayton.

Milorad Dodik rende omaggio alla bandiera della Republika Srpska
Valentin Inzko ha ricordato che il mandato e le competenze esecutive dell'alto rappresentante sono stabilite con l'Anex 10 dell'Accordo di Dayton e sono state approvate diverse volte dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. E' quasi certo che l'alto rappresentante Inzko annullera' con un decreto la decisione dell'Assemblea popolare della RS ma Banja Luka annuncia che una tale decsione non sara' rispettata. Secondo l'ex alto rappresentante, Paddy Ashdown "Milorad Dodik, presidente della RS, l'entita' dominata dai serbi bosniaci continua ad utilizzare impunitamente ogni occasione per minacciare le istituzioni statali bosniache e si prepara per la secessione, quando ne arrivera' il momento. Adesso parla di un referendum con il quale si distanzierebbe dalla BiH, sapendo bene che anche i referenum hanno portato all'incendiamento della guerra nei Balcani" ha avvertito Ashdown in un testo d'autore pubblicato sul The Times. Per il quotidiano di Sarajevo Dnevni avaz, Paddy Ashdown ha detto che esiste la possibilita' che alla fine l'Occidente dovra' minacciare con la forza militare per impedire la secessione della BiH.

Sembra pero' che all'interno della comunita' internazionale, per il momento, non esiste una posizione unica su quello che si dovrebbe fare in BiH e secondo i commenti mediatici, ci sono disaccordi anche sull'asse Bruxelles-Washington. C'e' da dire inoltre che molti in BiH, soprattutto l'opinione politica bosgnacca di Sarajevo, temono che il trasferimento del ruolo di leadership da quello internazionale a quello europeo in BiH, con una minore presenza americana nel Paese, potrebbe portare a nuovi problemi nel funzionamento della BiH. Tradizionalmente, la politica europea a Sarajevo spesso viene vissuta come insufficientemente ferma e unita nonche' piu' tollerante verso le politiche e le idee di secessione che portano ad una possibile divisione della BiH. Dall'altra parte vi e' un approccio robusto americano e forte appoggio dell'unita' della BiH, affermano molti commentatori della situazione politica in BiH.

Nell'attuale Consiglio per l'implementazione della pace (PIC), l'organo internazionale che controlla l'attuazione dell'Accordo di pace di Dayton, gli americani hanno una parola decisiva insieme agli altri paesi membri di questo Consiglio tra cui ci sono i paesi membri dell'Ue ma anche la Federazione Russa e la Turchia a nome dell'Organizzazione della conferenza islamica. Il comitato amministrativo del PIC decide sul lavoro dell'Ufficio dell'alto rappresentante e in tal modo influisce sulle vicende nella BiH. Secondo gli attuali piani, queste le informazioni, l'Ufficio dell'alto rappresentante dovrebbe prossimamente essere chiuso completamente oppure dovrebbe essere notevolmente ridimensionato e situato fuori dalla BiH, con sede molto probabilmente a Vienna o a Bruxelles mentre a Sarajevo opererebbe una rappresentanza dell'Ue. Esistono quindi a tal proposito perplessita' che l'Ue non sia in grado di placare le aspirazioni separatiste in BiH.

Nonostante tali perplessita', l'eurodeputato sloveno, Jelko Kacin, vicepresidente della delegazione del PE per i Balcani occidentali, ha affermato che la BiH e la decisione delle autorita' della RS sul referendum ben presto si troveranno all'ordine del giorno della riunione dei capi di stato e governo dei paesi membri dell'Ue e ha aggiunto che per l'Unione sono inaccettabili tentativi del genere che servono a destabilizzare la BiH. Kacin ha valutato inaccettabile la decisione del parlamento della RS di indire il referendum e l'ha qualificata come risultato del fatto che questa entita' della BiH si trova in effetti davanti alla bancarotta e quindi si cerca di indirizzare l'attenzione sulle "finzioni quali quella che la RS sia separata dalla BiH". Per l'Ue, ha sottolineato Kacin, sono pienamente inaccettabili tentativi di destabilizzazione e frammentazione della BiH: "pace e stabilita' nell'Ue sono la maggiore importanza e per tal motivo l'Unione reagira'" ha detto l'eurodeputato sloveno che e' anche relatore per la Serbia e ha precisato che la risposta dell'Ue alle sfide di Banja Luka avra' una voce unica. Secondo le attuali valutazioni, il referendum nella RS potrebbe svolgersi a giugno. Il presidente della RS Milorad Dodik, promotore di questa iniziativa, ha dichiarato in una intervista al giornale di Belgrado 'Politica' che il referendum si svolgera' comunque, nonostante la posizione della comunita' internazionale e ha aggiunto che la possibilita' di qualche altro referendum, perfino quello sullo status della RS, dipende dalla prossima prassi della comunita' internazionale piuttosto che dalla RS.

Ma i problemi politici e le tensioni in BiH non finiscono qui. Abbiamo gia' parlato molto dell'insoddisfazione dei croati in BiH soprattutto da quando e' stato formato il nuovo governo nell'altra entita', quella a maggioranza musulmano-croata, la Federazione BiH, dove sono stati esclusi dall'esecutivo i due maggiori partiti croati che alle elezioni dello scorso ottobre avevano vinto l'80 percento delle preferenze. Adesso, dopo che nel 2001 e' cessato il lavoro del Sabor popolare croato (HNS) sotto pressione della comunita' internazionale che in tal modo aveva ostacolato la rivolta politica croata, settimana scorsa il Sabor poplare croato e' stato ristabilito con l'annuncio che i croati non accetteranno il nuovo potere nella Federazione BiH formato dal Partito socialdemocratico della BiH.

Come scrivono i media croati, la risposta alla riunione del HNS e' quasi identica come quella di dieci anni fa con l'eccezione che questa volta i croati in BiH piuttosto che ricorrere a mosse radicali e tentativi di blocco del potere, iniziano una lotta piu' sottile e a lungo termine per ottenere i loro diritti. Cio' riguarda innanzitutto le riforme costituzionali e quelle relative alla legge elettorale. E' stato eletto anche il Consiglio generale del HNS che dovrebbe, cosi' si afferma, fare lobbing a Washington e Bruxelles affinche' decidano sul destino della BiH. E' stata approvata all'unanimita' una risoluzione politica che condanna la formazione del nuovo esecutivo nella Federazione senza la volonta' politica maggioritaria dei croati in BiH. Nella risoluzione si legge che i croati chiedono l'istituzione di una unita' federale maggioritaria. Branko Vukelić, inviato del governo della Croazia e della presidente dell'HDZ Jadranka Kosor che ha partecipato alla riunione del HNS ha detto che i croati in BiH hanno un appoggio inequivocabile. "Noi appoggiamo una tale BiH in cui viene rispettata la volonta' dei croati e di tutti i tre popoli costituenti della BiH" ha detto Vukelić.

[*] Corrispondente di Radio Radicale. Il testo è la trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 28 aprile a Radio Radicale

PASSAGGIO IN ONDA

La puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 28 aprile a Radio Radicale

Sommario della trasmissione

Bosnia Erzegovina: la situazione politica si fa sempre più complicata e delicata e mentre la Republika Srpska prepara il referendum che potrebbe aprire la porta alla secessione, l'ex Alto rappresentante internazionale, Paddy Ashdown, critica duramente l'assenza di Usa e Ue che potrebbe favorire il deteriorarsi della situazione.

Turchia e Balcani: "I turchi non rinunciano alla loro influenza nella regione", titolava significativamente il quotidiano belgradese Blic a proposito del vertice tra i presidenti di Turchia, Serbia e Bosnia svoltosi a Karadjordjevo, in Serbia.

Armenia: l'opposizione scende in piazza per chiedere elezioni anticipate, ma è divisa; il presidente Sargysian promette riforme e la liberazione dei detenuti politici e cerca di uscire dalla crisi economica che sta catalizzando il malcontento popolare. Un articolo di Ilenia Santin daYerevan per Osservatorio Balcani e Caucaso.

Albania: si avvicina il voto delle amministrative dell'8 maggio, mentre la campagna elettorale registra purtroppo violenze e attentati.

Macedonia: le elezioni anticipate del 5 giugno dovrebbero sbloccare l'impasse politica che caratterizza il paese da mesi, ma il clima politico resta teso e il voto degli emigrati all'estero provoca nuove polemiche.

La trasmissione è stata realizzata con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura ed è riascoltabile direttamente qui



oppure sul sito di Radio Radicale nella sezione delle Rubriche.

domenica 24 aprile 2011

BUONA PASQUA

Per una straordinaria coincidenza del calendario, quest'anno la Pasqua viene celebrata lo stesso giorno dai cristiani di tutte le confessioni. La Pasqua cristiana coincide poi con quella ebraica. La celebrazione non riguarda i musulmani, ma nella religione islamica Gesù è riconosciuto come profeta, la sua figura è citata varie nel Corano e la sua menzione viene sempre accompagnata dalla formula "Su di lui la pace (di Allah)".
In Italia, poi, la festa quest'anno coincide anche con la festa della Liberazione dal nazifascismo e la fine della seconda guerra mondiale.
Insomma, da laico non credente, faccio a tutti voi, credenti, non credenti, miscredenti e diversamente credenti, i miei più sinceri auguri di buona Pasqua di resurrezione e liberazione.




giovedì 21 aprile 2011

CROAZIA: LA CONDANNA DEI GENERALI RESTA AL CENTRO DELL'ATTENZIONE


Di Marina Szikora
Qui di seguito il testo della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 21 aprile a Radio Radicale

La sentenza del Tpi: dall'Aja a Zagabria a Bruxelles
Il tema della condanna dei generali croati Ante Gotovina e Mladen Markač continua ad essere il tema centrale della realta' politica croata e, secondo gli ultimi sondaggi, dopo la sentenza dell'Aja soltanto il 23% dei cittadini croati si pronuncia a favore dell'adesione della Croazia all'Ue. E il governo croato si dice di essere adesso in una offensiva diplomatica ma al tempo stesso avverte i cittadini che l'Ue non ha alternative. Il vicepresidente del Governo e ministro degli esteri e delle integrazioni europee, Gordan Jandroković lunedi' si e' recato a Bruxelles affermando che fine giugno e' una data raggiungibile per la conclusione dei negoziati di adesione. Jandroković si e' detto convinto che i cittadini croati sanno molto bene cosa vogliono e che sceglieranno il futuro europeo poiche' al referendum si decidera' se vogliamo che la Croazia si basi su valori europei o quelli cosidetti balcanici. La premier Kosor ha spiegato che l'interpretazione dei fatti e' il piu' forte argomento croato e gia' a partire da questa settimana saranno promosse delle iniziative a fin di far cadere nel processo d'appello le qualifiche della sentenza a Gotovina e Markač relative all'impresa criminale congiunta.
Se non fosse il presidente della Repubblica, notano i media croati, Ivo Josipović srebbe in questi giorni sicuramente uno degli esperti piu' chiamati e citati in connessione con le questioni del Tribunale dell'Aja. Va ricordato che lo stesso Josipović aveva rappresentato la Croazia e aveva vinto anche un processo contro la procura dell'Aja a favore della Croazia e dell'allora ministro della difesa Gojko Šušak. Il Presidente croato non nega che ci sono stati crimini durante l'operazione 'Tempesta', che la Croazia e' responsabile di non aver ostacolato questi crimini ancora negli anni novanta e poi perche' non li aveva processati da sola. "Sconfiggere la tesi dell'impresa criminale congiunta e' importante per la Croazia dal punto di vista storico e politico gia' per il solo fatto che se cadesse la tesi dell'impresa criminale in quanto forma di responsabilita', allora la difesa sarebbe qui in una posizione molto migliore rispetto all'attuale momento" afferma Josipović.
Tuttavia la questione delle questioni resta quella di far luce sulla sorte di 1013 prigionieri e persone scomparse del 1991 e 1992 ha sottolineato la premier croata Jadranka Kosor rivolgendosi alle famiglie delle vittime scomparse durante la guerra. Ha ricordato che questo e' stato anche il tema principale dei suoi recenti colloqui con il presidente serbo Tadić e il premier Cvetković e ha aggiunto che "i colloqui devono iniziare e finire con la soluzione relativa al destino dei prigionieri e dei scomparsi".

Josipovic: la sentenza non contribuisce al buon clima, ma la riconciliazione non si ferma
Nella trasmissione mensile della radio statale croata "Il caffe' con il Presidente" il capo dello stato croato, Ivo Josipović ha detto di credere che l'evidente calo del sostegno dei cittadini croati all'ingresso della Croazia nell'Ue, dopo le sentenze di condanna di primo grado ai generali croati, sono "una vicenda temporanea poiche' l'Ue non aveva nessun legame diretto con il verdetto, perche' il Tribunale dell'Aja e' un tribunale delle Nazioni Unite e non dell'Ue". Josipović ha commentato cosi' i sondaggi secondo i quali, dopo le sentenze dell'Aja, soltanto il 23 percento dei cittadini croati si pronuncia a favore dell'adesione della Croazia all'Ue. Josipović ha aggiunto che ogni analisi ragionevole dimostrera' che non e' l'Ue quella che ha inflitto le sentenze e si e' detto convinto che i cittadini croati, nel momento in cui ci sara' il referendum sull'adesione, riconosceranno tutti i pregi che implica l'ingresso nell'Ue. Alla domanda se vi e' la possibilita' che la Croazia adesso decida a rivalutare la collaborazione con il Tpi dell'Aja, Josipović ha sottolineato che una tale decisione avrebbe come conseguenza l'esclusione della Croazia dalla comunita' internazionale e che lui stesso non appoggierebbe una tale azione. Il presidente croato ha rilevato che secondo le sue conoscenze, il governo croato aveva consegnato alla difesa dei generali tutti i documenti richiesti. Ha indicato inoltre che la sentenza conferma il coinvolgimento della Serbia nell'agressione contro la Croazia. La qualifica di un conflitto internazionale che si trova nell'atto di accusa implica che le forze serbe in "krajina" furono controllate dalla Serbia. Josipović ha ripetuto che e' inaccettabile la qualifica della difesa croata in quanto un'impresa criminale congiunta e ha sottolineato che "la Croazia in quanto stato di diritto accettera' gli aspetti giuridici della sentenza, ma quelli politici e storici saranno difficilmente accettati se questa interpretazione significa una criminalizzazione dell'intera guerra per la Patria".
Per quanto riguarda la domanda se la sentenza in qualche modo e' anche una sentenza al defunto ex presidente croato Franjo Tuđman e al ministro della difesa Gojko Šušak, Josipović ha osservato che si tratta di una constatazione scomoda che colpisce non soltanto queste due persone della storia croata bensi' anche altri, ma ha sottolineato che la sentenza e' sempre individuale. "La sentenza parla soltanto della colpa individuale delle persone nel processo, le persone fuori dal processo non sono state giustiziate" ha detto Josipović. In conessione alla questione se e' stata legale la consegna al Tribunale del verbale della riunione di Briuni, uno degli elementi chiave della sentenza, il presidente croato ha detto che la Croazia ha una legge costituzionale del 1996 che obbliga alla piena collaborazione con il Tribunale. Questo che accade adesso, ha ricordato il Presidente, di indossare la colpa a questo o quell'altro, a questo o quel governo perche' aveva collaborato con il Tribunale dell'Aja, non va bene. Josipović ha commentato anche la valutazione del presidente serbo Boris Tadić secondo il quale le sentenze di questo tipo contribuiranno alla riconciliazione nella regione. A tal proposito, Josipović ha detto di non essere sicuro che questa sentenza contribuisce a cose giuste, ma sicuramente non sono sentenze ne' dell'Ue ne' della Serbia e quindi non dovrebbero influenzare su quello che va bene per entrambi i paesi, Croazia e Serbia. Josipović si e' detto convinto che il processo di riconciliazione continuera'.

Prigionieri serbi catturati durante l'Operazione Tempesta
Peter Galbraith: L'Operazione Tempesta non fu pulizia etnica
A pronunciarsi sulla vicenda piu' attuale in Croazia e' anche l'ex ambasciatore americano in Croazia Peter Galbraith il quale e' stato uno dei testimoni all'Aja, sia della difesa che della procura. Secondo la sua opinione qui non si e' trattato di pulizia etnica perche' in tal caso l'esercito caccia via la popolazione da un territorio. "In questo caso e' la popolazione che e' fuggita, forse avendo ragioni giustificate, ma e' certo che abbandonarono il territorio prima dell'arrivo delle forze militari croate" spiega l'ambasciatore Galbraith domandato se e' valida l'affermazione che durante la Tempesta e' stata compiuta una pulizia etnica.
Ospite del notiziario notturno della televisione statale croata HTV lunedi', l'ex ambaciatore americano in Croazia ha confermato la sua tesi che nella Tempesta non e' stata compiuta una pulizia entica ma ha indicato che l'allora presidente croato Franjo Tuđman permise il crimine. Ha valutato che la sentenza dell'Aja aveva un significato un po' diverso e che si e' basata sulle riunione, in particolar modo su quella svoltasi a Brijuni per dimostrare che l'intenzione e' stata quella di cacciare via la popolazione serba. "Ritengo che Tuđman non l'aveva fatto ma vedendo quello che era accaduto, che la gente se ne era andata, permise che furono commessi crimini" ha detto Galbraith aggiungendo che furono incendiate case e uccisi quelli che rimasero affinche' altri non potessero piu' ritornare'. L'ex ambasciatore americano in Croazia ha ricordato che il primo agosto 1995 aveva trasmesso al presidente Tuđman il messaggio dell'amministrazione statunitense in cui esprimeva comprensione perche' la Croazia iniziava operazioni militari per salvare la citta' bosniaca Bihać.
"E' importante ricordare che durante l'operazione Tempesta Bihać si trovava sotto l'assedio dei serbi della krajina, Ratko Mladić e serbi bosniaci che proprio prima di questa operazione avevano commesso i crimini a Srebrenica" ha rilevato Galbraith. "Abbiamo detto che in tali circostanze non ci opponiamo alle vostre operazioni militari. Ma ho avvertito chiaramente Tuđman che deve proteggere i civili serbi e lui non ha dato ascolto a questi avvertimenti" ha spiegato l'ambasciatore americano e ha aggiunto che gli Stati Uniti non hanno in nessun modo approvato nessuna operazione il cui obiettivo sarebbe il cacciamento della popolazione serba. Secondo Galbraith i croati avevano compiuto un atto senza precedenti nelle relazioni internazionali nel momento in cui avevano consegnato all'Aja i generali anche se vincitori della guerra. Tutto cio' dimostra quanto la Croazia sia cambiata dai tempi di Tuđman e che si e sviluppata in uno stato democratico moderno in cui esiste lo stato di diritto che probabilmente non sarebbe esistito negli Stati Uniti in simili circostanze, ha concluso Peter Galbraith.

SERBIA: SI RIPARLA DI ELEZIONI

Sale la tensione politica in Serbia e si torna a parlare di elezioni anticipate: le chiede il Partito serbo del progresso di Tomislav Nikolic, pronto a cavalcare il malcontento popolare provocato dalla pesante crisi economica. E i sondaggi sembrano dargli ragione, mentre Nikolic, abbandonati i trascorsi "turboserbi" al fianco di Vojslav Seselj, sotto processo all'Aja per crimini di guerra, per dare maggior forza alla richiesta di tornare alle urne si scopre gandhiano e fa lo sciopero della fame e della sete.
Qui di seguito il testo della corrispondenza di Marina Szikora per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi a Radio Radicale.

Tomislav Nikolic
In Serbia stanno bollendo tensioni dovute alla sempre piu' forte richiesta dell'opposizione politica serba ad indire elezioni anticipate. Alla guida di questa richiesta si trova il leader del Partito serbo del progresso, Tomislav Nikolić, presidente del partito che si e' formato distaccandosi dall'ultranazionalista Partito radicale serbo dell'imputato dell'Aja Vojislav Šešelj. Dopo che sabato scorso si sono svolte masiccie manifestazioni nel centro di Belgrado, Nikolić ha intrapreso uno sciopero della fame e della sete. L'esito di questa decisione e' stato il suo ricovero in ospedale domenica scorsa. Ma Nikolić non rinuncia e afferma che non puo' cambiare la decisione sul digiuno solo perche' attualmente si sente male.
Il capo dello stato serbo Boris Tadić si e' recato domenica scorsa in ospedale a trovare Nikolić per convincerlo di sospendere il digiuno ma nessun accordo e' stato raggiunto. "Se il Partito democratico continua a pensare quello che aveva dichiarato negli ultimi giorni, allora non c'e' spazio per proseguire con i colloqui" ha detto Nikolić dall'ospedale.
La Commissione europea ritiene che le divergenze politiche in Serbia devono essere risolte per via di processi politici normali, ha dichiarato Maja Kocijančić, portavoce dell'alto rappresentante Ue per la politica estera e di sicurezza, Catherine Ashton. Nel suo commento si afferma che la Commissione europea segue con preoccupazione lo sviluppo della situazione in Serbia: "Le divergenze politiche devono essere risolte nell'ambito del processo politico stabilito e l'Ue seguira' con attenzione lo sviluppo della situazione" ha detto Maja Kocijančić.

Il presidente del Partito liberaldemocratico Čedomir Jovanović, sull'attuale situazione politica in Serbia ha dichiarato che Tomislav Nikolić "ha vinto perche' e' riuscito a far tornare il Paese, in senso politico, nell'era della pietra". Jovanović ritiene che la situazione in Serbia si puo' risolvere o indicendo momentaneametne le elezioni anticipate oppure per mezzo di un accordo. Ha aggiunto anche che l'attuale situazione e' frutto del governo che ha rinunciato ad un piano chiaro. Il leader liberal-democratico ha spiegato che "questa e' una agonia della gente" che aveva votato per Nikolić e che e' catastrofico che invece di un sistema di valori civilizzato stabilisce un sistema di valori in cui si pone la domanda "chi e' che puo' resistere di piu'". Secondo la sua valutazione, lo stanno facendo i due partiti che non riescono a fare nulla ne' per se stessi ne' per il paese che e' loro ostaggio, alludendo al partito governativo e quello dell'opposizione.

Secondo gli ultimi sondaggi, scrive il quotidiano di Belgrado 'Blic', Nikolić e il suo partito non sono mai stati cosi' vicini a vincere le elezioni come adesso. La crisi economica nel paese e' cosi' grande che gli elettori del Partito democratico e della coalizione intorno a questo partito governativo, prosegue il giornale serbo, hanno iniziato a riflettere se appoggiarli alle prossime elezioni e in tal modo, sempre piu' spesso, passano dalla parte degli indecisi cosicche' in questo momento ci sono persino due milioni di elettori indecisi ovvero quasi la meta' di quelli che si recano alle urne. Secondo i sondaggi, negli ultimi sei mesi il reiting del Partito serbo del progresso di Tomislav Nikolić e' in uno stato di stagnazione mentre il reiting del Partito democratico del presidente Boris Tadić e' in costante calo. Ma il fatto politico importante e' il numero degli elettori indecisi. E' per questo che il Partito serbo del progresso insiste sulle elezioni entro la fine dell'anno. Secondo alcuni analisti politici, vi e' perfino il fatto che Vojislav Šešelj potrebbe ben presto essere rilasciato dal carcere dell'Aja e per questo Nikolić insiste sulle elezioni al piu' presto per avvalersi del successo elettorale. Secondo le ultime notizie, le sue condizioni di salute starebbero peggiorando ed e' stato messo sotto infusione poiche' di volta in volta perde coscienza ed alcuni organi avrebbero difficolta' di funzionamento. I medici non rilasciano bellettini precisi.

Aggiornamento delle ore 14.00 (da un lancio dell'agenzia TMNews con fonte AFP)
Tomislav Nikolic ha annunciato d'aver interrotto lo sciopero della sete ma continua lo sciopero della fame. Nikolic ha preso questa decisione in seguito a un appello del Patriarca ortodosso serbo, Irenej, che l'ha invitato a fermarsi. Il suo partito ha convocato per sabato 23 al pomeriggio una nuova manifestazione di fronte al Parlamento per chiedere elezioni anticipate.

Sulla parabola politica di Tomislav Nikolić, leader dell'attuale maggior partito serbo di opposizione, passato in poco tempo dal nazionalismo estremo di Vojislav Šešelj ai metodi gandhiani di protesta, segnalo l'articolo di Petra Tadic pubblicato ieri su Osservatorio Balcani e Caucaso.

Nazionalisti serbi in piazza a Belgrado per chiedere elezioni anticipate
(Foto Marjola Rukaj / Osservatorio Balcani e Caucaso)

PASSAGGIO IN ONDA

La puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 21 aprile a Radio Radicale

Sommario della trasmissione

Croazia: le reazioni e i commenti dopo la sentenza del Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia che ha condannato gli ex generali Ante Gotovina e Mladen Markac per i crimini di guerra commessi in Krajina durante l'Operazione Tempesta nell'agosto del 1995.

Serbia: il leader dell'opposizione conservatrice Tomislav Nikolic fa lo sciopero della fame e della sete per ottenere le elezioni anticipate che, secondo i sondaggi, il suo partito, nato da una scissione del partito ultranazionalista di Vojslav Seselj, potrebbe vincere sull'onda del malcontento popolare provocato dalla crisi economica.

Albania: si avvicinano le elezioni amministrative del 8 maggio, la campagna elettorale è in piena attività mentre i preparativi sono seguiti con attenzione dell'Osce.

Kosovo: superata la crisi politica e scongiurate nuove elezioni anticipate, con l'elezioni di Atifete Jahjaga alla presidenza della repubblica, Pristina rilancia la sua politica estera alla ricerca di nuovi riconoscimenti internazionali.

In conclusione si parla di Turchia con un'ampia sintesi dell'intervento di Emma Bonino alla presentazione del libro di Carlo Marsili, ex ambasciatore italiano ad Ankara, intitolato "La Turchia bussa alla porta. Viaggio nel paese sospeso tra Europa e Asia" (Università Bocconi, 2011).

La trasmissione è stata realizzata con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura ed è ascoltabile direttamente qui



oppure sul sito di Radio Radicale, nella sezione delle Rubriche, dove è possibile anche scaricare il file in podcasting.

mercoledì 20 aprile 2011

CONDANNA DI GOTOVINA E MARKAC: LA DICHIARAZIONE DEL PRESIDENTE CROATO

Qui di seguito riporto la dichiarazione del presidente croato Ivo Josipović a seguito della condanna dei generali Ante Gotovina e Mladen Markač emessa dal Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia, come pubblicata sul sito ufficiale dell'ufficio del presidente.


STATEMENT FOR THE MEDIA BY THE PRESIDENT OF THE REPUBLIC OF CROATIA, PROF. DR. IVO JOSIPOVIĆ, FOLLOWING THE CONVICTION (SUBJECT TO APPEAL) OF GENERALS GOTOVINA AND MARKAČ
 
The conviction of Generals Gotovina and Markač including the reasons for judgment and sentence, in particular the thesis on the existence of a joint criminal enterprise involving Croatia’s highest political and military leadership, is a serious legal and political act which has shocked me also.
 
These generals who gave a great contribution to Croatia’s defence during the war have been convicted by the International Criminal Tribunal for grave crimes. Many citizens find it difficult to accept the judgement and are disappointed with the decision of the Tribunal.
 
The judgement, however grave it may be, does not call into question the legitimacy and legality of the Croatian War of Independence nor the legitimacy and legality of its liberating operations, including Operation Storm. Something of the sort is neither possible, nor would we in Croatia accept it. I am convinced that there was no joint criminal enterprise during Croatia’s defence. To be specific, the thesis on the joint criminal enterprise does not imply that all members of the Croatian Army and police were participants of this criminal enterprise or that all are criminals. Croatia respects and will respect all the heroes who preserved our independence and freedom. In Croatia we are aware that during the Croatian War of Independence crimes were committed by all sides, including our own. Today, the Croatian justice system equally treats and convicts all crimes and shows respect for all victims, regardless of who the perpetrator or victim is. This is part of our legal order and our citizens and our general public sympathize with all innocent victims and their families.
 
Croatia is a state that respects the international legal order and the rule of law. I am confident that both the defenders of this country and all our citizens support such a Croatia. This is a European Croatia. We expect many of the theses underlying this judgement to be thoroughly reviewed and challenged during the appeal procedure. In particular, the respect for the legal aspects of the Tribunal’s work does not mean acceptance of the political and historical aspects of the judgement. For us, the Croatian War of Independence will, independently of this judgement, remain a just and defensive war in which we preserved our freedom and democracy from the aggression and the criminal policy of Slobodan Milošević's regime.
 
Zagreb, 15 April 2011

RADICALI: I CRIMINI DI GUERRA NON SONO MAI GIUSTIFICATI

Le condanne di Gotovina e di Markac riaffermano che i crimini di guerra non possono mai essere giustificati dalla condotta della fazione opposta

15/04/2011

Il Tribunale Penale Internazionale per la ex-Jugoslavia ha depositato oggi la sua sentenza sul caso contro Ante Godovina, Ivan Čermak and Mladen Markač. Il generale Gotovina e Mladen Markač sono stati entrambi riconosciuti colpevoli di 8 capi di imputazione relativi a crimini commessi contro la popolazione serba della regione della Krajina in Croazia nel 1995, mentre Čermak è stato prosciolto da tutte le accuse. Il generale Gotovina è stato condannato a 24 anni di prigione e Mr Markač a 18 anni di prigione.

Dichiarazione di Alison Smith, Consigliere Legale di Non c’è Pace Senza Giustizia:

“L’associazione radicale Non c’è pace Senza Giustizia e il Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito (PRNTT) si rallegrano dell’odierna decisione che rappresenta un monito del fatto che le norme del diritto bellico si applicano in egual modo a chiunque durante un conflitto armato, senza considerazione per la fazione alla quale gli individui appartengono. I crimini di guerra, in particolar modo se coinvolgono i civili, non possono mai essere giustificati facendo riferimento alla condotta di una qualsiasi fazione coinvolta in un conflitto armato, né facendo riferimento al fatto che la guerra sia considerata giusta o ingiusta. La condanna di oggi sottolinea anche le responsabilità individuali dei comandanti per le azioni intraprese dai loro subordinati.

La Camera del TPI per la ex-Jugoslavia ha affermato che i crimini compiuti contro i civili serbi hanno avuto luogo nel quadro di molti anni di tensioni tra i Serbi e i Croati nella regione della Krajina, dove già in precedenza erano stati commessi crimini con i Croati. La decisione di oggi evidenzia come questo non possa rappresentare una giustificazione per le azioni intraprese dalle forze croate in violazione del diritto bellico.

I crimini commessi dalle forze croate nella regione della Krajina, inclusa l’Operazione Tempesta, rappresentano una macchia nella cornice degli sforzi della Croazia volti al raggiungimento dell’indipendenza, che può essere cancellata solo attraverso l’accertamento della verità e il ristabilimento della giustizia. Le vittime di simili crimini meritano almeno questo.

NPSG e il PRNTT fanno appello allo Stato croato e ai suoi cittadini affinchè questi colgano questa opportunità di affermare il loro impegno in favore dello stato di diritto e della giustizia e riconoscano una volta per tutte che non c’è posto per l’impunità per i crimini di guerra nella strada verso il futuro. Noi rinnoviamo il nostro incitamento alla Croazia a chiudere i suoi conti con il passato e ad aiutare per questa via a rimuovere i rimanenti ostacoli all’inizio dei negoziati sull’ingresso della Croazia nell’unione Europea portando così a conclusione la fase finale del cammino che porterà la Croazia ad essere il 28esimo membro dell’Unione Europea nel 2012.”

lunedì 18 aprile 2011

CROAZIA: LA CONDANNA DI GOTOVINA UN REGALO AGLI ANTIEUROPEISTI

Se gli antieuropeisti in Croazia avevano bisogno di un altro argomento contro l'adesione all'UE, il Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia, con il verdetto di condanna per gli ex generali Ante Gotovina e Mladen Markac, glie ne ha servito uno fortissimo su un piatto d'argento. Lo shock e l’incredulità per la sentenza, la pesantezza della pena comminata, il fatto che l’Operazione Tempesta sia stata giudicata un’impresa criminale, hanno influito sulla crescita del sentimento anti-europeo: il sostegno all’ingresso nell’UE, già non elevato, è infatti calato in queste ore al 23 percento. E questo proprio mentre la chiusura del negoziato con Bruxelles in tempi brevi appare tutt'altro che scontata. In realtà, è l'opinione di molti analisti, la Croazia paga la politica del suo primo presidente, Franjo Tuđman. A questo proposito riporto qui di seguito l'interessante articolo di Drago Hedl pubblicato oggi su Osservatorio Balcani e Caucaso.

Condannato Gotovina? La Croazia non vuole più l'Europa
di Drago Hedl

Il giorno dopo la sentenza del Tribunale dell’Aja con la quale due generali croati, Ante Gotovina e Mladen Markač, sono stati condannati a 42 anni di carcere (Gotovina 24 e Markač 18), il sostegno dei cittadini croati all’ingresso del Paese nell’Unione europea è calato drasticamente al 23 percento. Lo shock e l’incredulità per la sentenza, in particolare per la pesantezza della pena comminata, e forse più di tutto il fatto che l’operazione militare Oluja (Tempesta) sia stata ritenuta un’impresa criminale, hanno radicalmente influito sulla crescita del sentimento anti-europeo.

Le proteste di piazza
Subito dopo che il giudice Alphonse Orie all’Aja ha letto la sentenza di condanna, il sentimento dominante dei cittadini croati riuniti nella piazza centrale di Zagabria è stato quello della rabbia, che si è espressa con il gesto di strappare e sputare su bandiere dell’Unione europea.
La maggior parte dei cittadini in piazza a Zagabria, così come la maggior parte di quelli che si sono riuniti nelle piazze delle altre città croate per esprimere tutta la loro insoddisfazione, considera la sentenza come una grande ingiustizia. Le pene comminate a Gotovina e Markač, vengono in questi giorni comparate con quelle assegnate a Veselin Šljivančanin, Mile Mrkšić e Miroslav Radić, gli ufficiali della JNA [Armata popolare jugoslava] responsabili del crimine commesso a Ovčara nei pressi di Vukovar. A Ovčara nel novembre 1991 furono uccisi oltre 200 croati (prigionieri e feriti). Nella sentenza di primo grado Šljivančanin è stato condannato a cinque anni di reclusione, Mrkšić a 20, mentre Radić è stato assolto.
L’operazione Oluja, con la quale all’inizio dell’agosto 1995 fu liberata la regione occupata dall’auto-proclamata Repubblica serba di Krajina, in Croazia è sempre stata considerata una legittima operazione militare. Il 5 agosto, giorno in cui iniziò l’operazione, è stato dichiarato Giorno del ringraziamento della patria ed è celebrato come festività nazionale.
Il verdetto contro Ante Gotovina, l’uomo che ha guidato tale operazione e il fatto di aver tacciato l’intera operazione quale un’impresa criminale, è considerato inaccettabile e incomprensibile dalla maggior parte dei croati. La loro rabbia si è canalizzata immediatamente contro l’Unione europea, ritenendo che quest'ultima non riconosca che la Croazia nel sanguinoso disfacimento della Jugoslavia abbia esclusivamente condotto una guerra di difesa.

Le colpe di Tuđman
Le prime reazioni concitate (che non hanno causato disordini o incidenti degni di nota) hanno lasciato però presto il posto ad un comportamento razionale. E molti analisti politici, pur scrivendo che ora gli sforzi devono concentrarsi nell’affrontare la sentenza in appello davanti al consiglio dei giudici dell’Aja, hanno sottolineato che la drastica condanna a Gotovina e Markač, così come la qualificazione dell’operazione Oluja come impresa criminale, è il prezzo che la Croazia paga per l’incomprensibile politica del suo primo presidente, Franjo Tuđman.
Il fatto che due dei tre generali condannati all’Aja per l’operazione Oluja, Ante Gotovina e Mladen Markač, a differenza del generale assolto Ivan Čermak, fossero presenti alla riunione con Franjo Tuđman e i vertici politici e militari croati durante la quale, nel luglio 1995, fu accordata l’operazione Oluja, testimonia che il consiglio dei giudici dell’Aja sia convinto che fu pianificata un’impresa criminale. Purtroppo le dichiarazioni di Tuđman durante quell’incontro (denominato incontro di Brioni, secondo il nome dell’isola su cui si tenne la riunione), e in particolare quelle che seguirono l’operazione Oluja, furono effettivamente tali da convincere il Tribunale dell’Aja che si sia trattato di un’impresa criminale il cui obiettivo era la totale cacciata dei serbi da quella parte di Croazia.
Il secondo errore di Tuđman che ora paga la Croazia è la sua posizione secondo la quale i croati, dato che hanno condotto una guerra di difesa, non possono aver commesso crimini di guerra. A dire il vero, questo lo aveva dichiarato il presidente dell’Alta corte, Milan Vuković, ma Tuđman fece immediatamente propria l’opinione della più alta carica giudiziaria. Non permise quindi che venissero processati quelli che al tempo dell’operazione Oluja, e in particolare al suo termine, uccisero i civili serbi, bruciarono le loro case e rubarono le loro proprietà. Per di più, dei crimini non si poteva nemmeno parlare, e quelle rare voci che lo fecero, furono dichiarate nemici di Stato e traditori.
Senza la folle idea di Tuđman secondo la quale dovevano essere cacciati tutti i serbi di quella zona e se quell’inutile esodo non fosse accaduto; se si fosse proceduto alla condanna di quei soldati sfuggiti al controllo dei superiori o dei loro comandanti se davvero avevano ordinato, coperto o tollerato quei crimini, non solo non ci sarebbe stata la condanna di Gotovina e Markač, ma non sarebbero nemmeno finiti all’Aja. Semplicemente non ci sarebbe stata nemmeno una sentenza che definisce l’operazione Oluja come un’impresa criminale.
La gente comune, ovviamente, con difficoltà riesce a mettere sullo stesso piano queste complesse questioni del passato con le conseguenze odierne. Per loro è molto più facile indirizzare la propria rabbia contro l’Unione europea. Ma gli analisti avvertono che - ed è difficile dare loro torto - la condanna di Ante Gotovina e Mladen Markač, in realtà è una sentenza contro l’ex presidente croato Franjo Tuđman e il suo ministro della Difesa Gojko Šušak. Ora che entrambi sono morti, la responsabilità e il prezzo di quanto hanno compiuto sono stati pagati dai vivi.

Manifestazione antieuropeista a Zagabria dopo la condanna
di Gotovina e Markac (Foto David Ozkoidi/Flickr)

sabato 16 aprile 2011

CRIMINI DI GUERRA: CONDANNATI GOTOVINA E MARKAC, ASSOLTO CERMAK

L'ex generale croato, Ante Gotovina è stato condannato venerdì 15 aprile a 24 anni di carcere dal Tribunale penale internazionale per l'ex Jugoslavia. Duro verdetto anche per l'altro ex ufficiale croato Mladen Markač condannato a 18 anni. Assolto, invece il terzo ex generale, Ivan Cermak. Pesantissime le accuse che hanno portato alle condanne: crimini di guerra e crimini contro l'umanità, che sarebbero stati perpetrati, in particolare, durante e immediatamente dopo l'Operazione Tempesta, ovvero l'offensiva contro i secessionisti serbi che portò alla riconquista della Krajina, negli ultimi mesi del conflitto nell'agosto del 1995.

Il sito del Tribunale internazionale
per l'ex Jugoslavia


Qui di seguito il testo della corrispondenza di Marina Szikora per il notiziario di Radio Radicale di sabato 16 aprile.

Ante Gotovina, Ivan Cermak e Mladen Markac
nell'aula del Tribunale internazionale
La Croazia e i suoi cittadini sono scioccati: un paese che si sente umiliato, questa in poche parole l'atmosfera dopo che ieri, verso mezzogiorno, all'Aja sono state pronunciate le sentenze ai tre generali croati, Ante Gotovina, Ivan Čermak e Mladen Markač accusati per crimini di guerra. Nella sentenza di primo grado, Ante Gotovina e' condannato alla pesantissima pena di 24 anni di carcere, Mladen Markač a 18 anni mentre Ivan Čermak e' stato giudicato non colpevole e dopo il rilascio dal carcere e' gia' tornato in Croazia. "Il Tribunale internazionale per i crimini di guerra concludera' il suo lavoro non soltanto con la memoria di un brutto smontaggio, missione incompiuta, politica fallita, bensi' di una profonda ingiustizia. La pratica del Tribunale dell'Aja e' un grande colpo per la giustizia internazionale nel mondo" afferma oggi nel suo commento Bruno Lopandić, redattore capo del quotidiano di Zagabria 'Vjesnik' .

Venerdi' all'Aja, non soltanto sono state scioccanti le altissime pene contro i generali croati, ma anche il fatto che l'intera sentenza ha rispettato le richieste della Procura qualificando la responsabilita' come quella di una azione criminale congiunta. Contrariamente ad ogni logica e prove che sono state presentate durante il processo, Ante Gotovina e Mladen Markač sono stati condannati a pene altissime proprio a causa della loro partecipazione nell'azione congiunta criminale e la sentenza ha sollevato in protesta l'intera Croazia. Come scrive il capo redattore di 'Vjesnik', anche se la sentenza e' di primo grado, si tratta di una vicenda triste che segnalera' non soltanto quello che e' accaduto negli anni novanta, ma avra' il suo impatto anche sul futuro e collochera' il Tribunale dell'Aja nell'angolo della storia come un progetto fallito che ha fatto piu' del male che contribuito al bene. "Quale che sara' la sentenza definitiva, il Tribunale dell'Aja, purtroppo, gia' adesso si e' rotolato nella storia come una delle istituzioni internazionali piu' infelici e piu' fallite che invece della sua missione generosa alla fine ha portato soltanto nuovi problemi" scrive Bruno Lopandić.

Una tra le principali critiche che giungono dalla Croazia, relative alla scioccante sentenza e' che, detto in parole povere, nessuno puo' spiegare come giustificare l'imputazione di bombardamenti eccessivi contro la citta' di Knin (roccaforte dell'allora ribelle e autoproclamata Krajina serba, il centro del territorio croato occupato dai serbi) in cui ci fu un solo morto e proclamarlo come azione congiunta criminale mentre al tempo stesso non avere nemmeno un atto di accusa per quanto accaduto a Vukovar, la citta' martire croata rasa al suolo dalle forze serbe oppure, Zadar, Šibenik, Karlovac, altre citta' fortemente distrutte durante la guerra, tutti luoghi croati che avevano subito fortissimi bombardamenti e uccisioni di civili innocenti.

La lettura del verdetto del processo a Gotovina, Cermak e Markac



Nessuno dei vertici croati vuole e potra' accettare il fatto che una azione legittima, quale la liberazione del territorio croato sia qualificata come crimine. E soprattutto, la colpevolezza di Gotovina e Markač come partecipanti nell'azione congiunta criminale rappresenta per l'intera Croazia la piu' grande compromitazione del Tribunale dell'Aja poiche' abbandona la giustizia moderna, come dimostrato dalla pratica dell'ICC o delle giustizie nazionali. Semmai l'obiettivo del Tribunale fosse stato quello di giustiziare giustamente e individualizzare la colpa, affermano i media croati, con la sentenza di venerdi', piuttosto che raggiungere o almeno sollecitare il processo di riconciliazione, l'effetto raggiunto e' proprio quello contrario. Si tratta della condanna dell'intero vertice statale croato degli anni novanta e i due generali, Gotovina e Markač come loro esecutori sono diventati un gruppo criminale che aveva promosso l'operazione militare 'Tempesta' solo per poter uccidere e cacciare via la popolazione serba. Non bisogna dimenticare comunque e va sottolineato che questa sentenza e' di primo grado e le esperienze dimostrano che il Tribunale nel passato ha avuto molte svolte. Adesso l'impegno di tutti in Croazia sara' quello di cambiare le cose nel processo d'appello.

La premier croata Jadranka Kosor e il capo dello stato Ivo Josipović hanno reagito subito nella maniera giusta, sottolineando che la tesi dell'azione congiunta criminale e' assolutamente inaccettabile. Segue una nuova battaglia giuridica e il proseguimento della comunicazione e collaborazione con il Tribunale, l'unica via giusta. E mentre il generale Ivan Čermak e' stato liberato dalla responsabilita' e il Tribunale ha dato ordine del suo immediato rilascio, Ante Gotovina e Mladen Markač sono stati giudicati colpevoli in quanto partecipanti nell'azione congiunta criminale alla cui guida si trovava il defunto presidente croato Franjo Tuđman, condannati quindi per atti di persecuzione, deportazione, saccheggi, distruzioni, uccisioni, atti inumani e comportamenti atroci mentre liberati dalla responsabilita' di trasferimenti forzati. In altre parole, il giudice olandese Orie ha accolto praticamente tutte le richieste della Procura senza tener conto minimamente delle prove presentate dalla difesa.

Come una delle principali prove dell'esistenza della cosidetta azione congiunta criminale, il Tribunale ha preso in considerazione "il dibattito alla riunione di Briuni del Presidente Tuđman con i comandanti militari del 31 luglio 1995, alcuni giorni prima dell'inizio dell'operazione 'Tempesta'" ha detto il giudice Orie aggiungendo che il Consiglio ha concluso che le persone che parteciparono a questa riunione avevano esaminato "l'importanza del cacciamento dei serbi come importante esito e parte del prossimo attacco". Secondo Orie, "il Consgilio ha stabilito che alcuni rappresentanti della leadership politica e militare croata avevano come obiettivo eliminare permanentemente la popolazione civile serba della Krajina utilizzando la forza e minacciando con la forza il che implicava deportazioni, traferimento forzato e persecuzioni, conducendo misure restrittive e dricriminatorie, attacchi contro i civili ed edifici civili illegali, deportazioni e trasferimenti forzati" ha aggiunto Orie.

Per il presidente croato Ivo Josipović si e' detto scioccato della sentenza e ha sottolineato che la Guerra per la patria, nonostante questa sentenza, rimarra' una guerra giusta e legittima. "Siamo consapevoli che anche dalla parte croata sono stati commessi crimini, ma sono convinto che nella difesa della Croazia non e' esistita un'azione congiunta criminale. Mi aspetto che nel processo di appello molte di queste tesi verranno riesaminate e negate" ha detto Josipović nel suo primo commento. "I generali che durante la guerra hanno dato un grande contributo alla difesa della Croazia sono accusati dal Tpi per gravi crimini e molti cittadini accettano difficilmente queste sentenze e sono delusi con la decisione del Tribunale. La sentenza, anche se cosi' grave, non mette in questione la legittimita' e legalita' della Guerra per la Patria come nemmeno delle azioni di libarazione legittime e lagali, compresa la 'Tempesta'. Una tale cosa e' impossibile e noi in Croazia non possaiamo accettarla" ha detto il capo dello stato croato e ha sottolienato che la Croazia rispetta e rispettera' i suoi eroi che hanno salvaguardato l'indipendenza e la liberta' del Paese. Per noi – ha rilevato Josipović – nonostante la sentenza, la Guerra per la Patria rimarra' giusta e difensoria in cui abbiamo salvaguardato la nostra liberta' e democrazia dall'agressioen e dalla politica di crimini del regime di Slobodan Milošević.

"Devo dire che per il Governo questo e' inaccettabile. Il mio Governo come finora intraprendera' tutto in base alle possibilita' giuridiche che questa qualifica davanti alla corte d'appello venisse eliminata" ha detto la premier Jadranka Kosor. "Noi non abbiamo paura della verita', siamo orgogliosi delle nostre vittorie e di tutto quello che ha reso possibile che la Croazia sia oggi libera, indipendente e democratica. La Croazia e' anche un paese di stato di diritto in cui vengono rispettate le leggi, istituzioni giuridiche e le loro decisioni" ha aggiunto Kosor.

Tra le prime reazioni in Serbia venerdi' quelle di Dušan Ignatović, direttore dell'Ufficio serbo per la collaborazione con il Tribunale dell'Aja e di Bruno Vekarić, vice procuratore serbo per i crimini di guerra nonche' delle associazioni di profughi serbi della Croazia. Ignatović ha dichiarati all'agenzia di stampa serba Beta che la sentenza dell'Aja e' importante "perche' contribuira' in un certo senso ad affrontare il passato nella regione", influenzera' sulla migliore percezione del Tribunale dell'Aja in Serbia e contribuira' ad un migliore accettamento di tutti i fatti che questo tribunale aveva stabilito in tutti gli atri processi." Il vice procuratore per i crimini di guerra Bruno Vekarić ha valutato che la sentenza ai generali croati il cui comandante e' stato il defunto presidente croato Franjo Tuđman - qualificato come il leader dell'azione congiunta criminale, avra' sicuramente certe implicazioni nelle relazioni tra Serbia e Croazia, soprattutto davanti alla Corte internazionale di giustizia". Questo, da una parte, ha detto Vekarić, da' alla Serbia una posizione piu' confortevole, mentre dall'altra parte potrebbe essere un passo piu' vicino verso la riconciliazione.

L'agenzia serba Beta informa delle reazioni delle associazioni dei profughi serbi che salutano la decisione del Tpi. La Coalizione di queste associazioni ha espresso aspettative che le sentenze di condanna dei generali croati contribuiranno al rinvio dell'ingresso della Croazia nell'Ue finche' non verranno trovate soluzioni giuste, permanenti e sostenibili dei problemi relativi alle proprieta' ed altro dei profughi serbi e aggiunge che la decisione dell'Aja "contribuira' affinche' siano affrontate realmente le cause ed il carattere della guerra sul territorio dell'ex Jugoslavia, vale a dire che siano rigettate le costruzioni di Zagabria ufficiale secondo le quali la Croazia avrebbe condotto una guerra di libarazione mentre i serbi quella di agressione".

Non la pensano cosi' gli Stati Uniti che subito a seguito della lettura delle sentenze hanno rilasciato per mezzo dell'ambasciata americana a Zagabria una dichiarazione in cui si dice che "Gli Stati Uniti appoggiano e rispettano il lavoro del Tpi per l'ex Jugoslavia come un organo di diritto internazionale riconosciuto, approvato da parte del Consiglio di Sicurezza dell'Onu con l'obiettivo di processare i crimini di guerra connessi con le guerre in ex Jugoslavia e accoglie gli sforzi compiuti per arrivare a questa sentenza di primo grado" ma rilevano che "la decisione del tribunale in nessun modo influenzera' i vicini e ottimi rapporti tra Stati Uniti e Croazia. Il 7 aprile 1992 gli Stati Uniti hanno riconosciuto la Croazia come stato indipendente e sovrano e hanno riconosciuto esplicitamente i confini prima della guerra come confini internazionalmente riconosciuti della Croazia." Per tal motivo, si legge nel comunicato dell'ambasciata statunitense, la sentenza non e' la valutazione della Guerra per la patria croata. La Croazia ha avuto il diritto legittimo di difendere la sua indipendenza e integrita' territoriale. In piu', il Tpi indaga su casi singoli. Le sue decisioni non rappresentano valutazioni generali storiche sull'aspetto giusto o ingiusto delle guerre in ex Jugoslavia. "Speriamo che in questo momento difficile il popolo croato, che onora la sua lotta e le sue vittime, guardera' con fiducia nel futuro come popolo orgoglioso, indipendente e democratico" conclude il comunicato americano.

Dopo la sentenza del Tribunale internazionale dell'Aja in diverse citta' croate si sono tenute manifestazioni di protesta. La prima e' iniziata alle ore 11 a Fiume mentre quella centrale è stata convocata nella piazza principale di Zagabria sotto il titolo "Per la Patria", organizzata dal movimento Quercia e dall'iniziativa Azione per una Croazia migliore. Annunciando le proteste, gli organizzatori hanno dichiarato di aspettarsi una esplosione di insoddisfazione. Ma si sono appellati a manifestazioni pacifiche. Hanno qualificato l'attuale politica dello stato come una politica di tradimento e di servitu'.

Il servizio della BBC sulla manifestazione di Zagabria

giovedì 14 aprile 2011

CROAZIA: VIGILIA DI TENSIONE PER LA SENTENZA SU GOTOVINA, CERMAK E MARKAC

Clima di attesa in Croazia, e non solo, alla vigilia della sentenza in primo grado che il Tribunale internazionale per l’ex Jugoslavia (Tpi) pronuncerà domani a carico degli ex generali croati Ante Gotovina, Mladen Markac e Ivan Cermak, accusati di crimini di guerra commessi contro la popolazione serba della Krajna nel 1995, durante e dopo l'”Operazione Tempesta” con cui l’esercito croato riconquistò gran parte del territorio che era stato occupato dalle forze serbe. La procura ha chiesto condanne pesantissime - 27 anni per Gotovina, 23 per Čermak, 17 per Markač - mentre le difese degli imputati hanno chiesto la loro assoluzione.

La tensione, in Croazia, è palpabile: quella di domani, infatti, non è una semplice sentenza, ma una questione di rilievo nazionale. Il verdetto sarà trasmesso in diretta su maxi schermi nel centro della capitale e una manifestazione è già stata annunciata. E mentre la potente Chiesa cattolica attacca il Tribunale internazionale, definendolo "politicizzato", e invita i fedeli a pregare per "una sentenza giusta", la premier Jadranka Kosor auspica che il verdetto sia accolto con "calma e dignità" e, pur sposando la linea innocentista, ha già avvertito che eventuali reazioni violente "non potranno cambiare nulla". E’ utile ricordare che l’estradizione di Gotovina all'Aja è stata la condizione decisiva per l'avvio dei negoziati di adesione della Croazia all'Ue.

La sentenza di domani non rappresenterà comunque la fine del processo durato due anni e mezzo, dato che, è facile prevederlo, al verdetto seguiranno i ricorsi dell’accusa o della difesa a seconda della decisione che prenderanno i giudici. L'opinione degli esperti e degli osservatori in Croazia si rifiuta comunque di partecipare alle speculazioni sull'esito: secondo gli analisti, sono quattro le decisioni che il Tribunale potrebbe prendere.

Nel primo caso il Tribunale potrebbe accettare le richieste della procura e condannare i tre generali croati alle pene richieste. Secondo l’esperto giuridico Željko Olujić, dopo tutto quello che dal primo giorno ha accompagnato la documentazione, è chiaro che l'atto di accusa ha ben poco di giuridico e assai più di politico. Un altro giurista, Goran Mikuličić, nota che "presso l'opinione pubblica locale si trascina la tesi che tutti e tre i generali saranno condannati poiché questo verrà imposto al fine di stabilire un equilibrio con i processi contro l'oligarchia politico-militare che aveva pianificato e condotto l'aggressione contro la Croazia". Anto Nobilo è poi dell'opinione che sulla pesantezza della condanna potrebbe influire la diversa responsabilità che nella guerra avevano Gotovina, Čermak e Markač. Più alto il grado, maggiore la responsabilità, ovvero la responsabilità individuale cede di fronte alla cosidetta responsabilità di comando. Particolarmente in discussione è il contenuto dell'atto di accusa e l'ipotesi di un intento congiunto, secondo la quale la pesantezza della sentenza potrebbe includere tutti i partecipanti che il Tribunale non ha potuto chiamare in causa, a partire dal defunto ex presidente croato Franjo Tuđman e dall'altrettanto defunto ex ministro della difesa Gojko Šušak, più diversi altri.

La seconda opzione potrebbe stabilire che i tre generali sono responsabili ma che questa responsabilità è vale gli anni di carcere già scontati nella prigione di Scheweningen. In questo modo la sentenza condannerebbe Gotovina a 6 anni e Čermak e Markač a 7 anni, Ciò significherebbe che il Tribunale rigetterebbe la pesante accusa dell’associazione criminale. Secondo Anto Nobilo, il caso Gotovina, Čermak e Markač è un caso troppo grande affinché si possa arrivare a sentenze relative agli anni passati in carcere prima del verdetto e la decisione in primo grado difficilmente permetterebbe che dell'atto di accusa non resti nulla. La terza opzione è l’assoluzione e conseguente scarcerazione di tutti e tre gli imputati o di qualcuno di essi, ma secondo le valutazioni questo sarebbe comunque uno scenario poco probabile. Ancora meno probabile la quarta opzione, ovvero quella che il Tribunale decida di comminare condanne più alte di quanto richiesto dalla procura: ma questa ipotesi sembra davvero la meno probabile di tutte.

Tutto dunque è possibile, tutto è in gioco, come scrive il giornale croato Vjesnik che cita uno degli avvocati croati - interlocutori in queste riflessioni - il quale dice che bisogna guardare alle cose realisticamente. In questo senso, la sentenza non sarà la fine del processo, ma seguiranno i ricorsi e il processo di appello. La procura ricorrerà anche se le condanne fossero minori di quanto richiesto. E quando inizierà il processo di appello, allora entreranno in gioco tutti gli argomenti che forse nel mega caso Gotovina, Čermak e Markač sono stati meno visibili durante il procedimento di primo grado.

Collaborazione di Marina Szikora

BALCANI E UE / 3 - BARROSO E FUELE IN BOSNIA ERZEGOVINA

Il presidente della Commissione europea, Jose Manuel Barroso, accompagnato dal commissario all'Allargamento, Stefan Fuele, hano compiuto nei giorni scorsi una visita nei Balcani occidentali: al centro del viaggio e dei colloqui con la autorità locali lo stato del processo di integrazione europea alla luce delle singole realtà. Qui di seguito la trascrizione della corrispondenza di Marina Szikora dedicata alla visita in Bosnia Erzegovina per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 14 aprile a Radio Radicale.

Il viaggio di Barroso e Feuele nei Balcani occidentali ha voluto toccare anche la  Bosnia Erzegovina, il paese che desta maggiore preoccupazione nella regione balcanica. A Sarajevo il presidente della Commissione Europea e l'eurocommissario all'allargamento hanno sottolineato che e' molto importante che la BiH non sia indietro agli altri paesi della regione sul cammino verso l'Ue. "L'orientamento dell'Ue per il futuro europeo della BiH e' molto forte e fermo – vogliamo che vi avviate verso l'adesione nell'Unione, ma affinche' si possa procedere con le riforme e verso la soluzione dei problemi scottanti bisogna che vi sia formato il governo a livello statale" ha dichiarato a Sarajevo Jose Manuel Barroso. Barroso e Feule sono stati accompagnati anche dal direttore esecutivo per l'Europa ed Asia centrale della Direzione di affari esteri dell'Ue, Miroslav Lajčak. Il Presidente della CE ha invitato le autorita' della BiH alla fermezza e responsabilita' politica sottolineando che l'Ue vuole vedere sulla scena politica "lo spirito e la cultura di compromesso". A nome della presidenza tripartita della BiH, l'attuale presidente Nebojša Radmanović ha replicato che i risultati delle riforme intraprese finora non sono pochi nonostante il fatto che all'interno della BiH spesso non si e' soddisfatti del ritmo di avanzamento verso le integrazioni europee. Ha aggiunto che le autorita' della BiH nel corso di quest'anno potrebbero completare il lavoro che acconsentirebbe l'applicazione della richiesta di status di candidato. "La BiH non e' sola... l'Ue e' pronta ad aiutarla con la sua rafforzata presenza, politica nonche' con un aiuto finanziario rilevante. Ma anche la BiH deve fare la sua parte nel lavoro perche' il suo futuro europeo dipendera' dalla volonta' dei cittadini della BiH" ha detto Barroso. Il presidente della CE ha sottolineato che e' indispensabile sviluppare istituzioni statali funzionanti che acconsentiranno alla BiH di comunicare con l'Ue con una voce unica. Cio' non significa pero', ha avvertito Barroso, che l'esistenza delle entita' verranno minacciate. Cio' significa che anche se molte competenze possono rimanere a livello delle entita', il meccanismo di coordinazione deve essere a livello statale. Come buon esempio ha ricordato il lavoro che e' stato compiuto con successo per quanto riguarda la liberalizzazione del regime di visti. Sta' ai leader politici della BiH di raggiungere l'accordo sulla formazione del nuovo governo a livello statale e di assumersi la responsabilita' in questo processo. Barroso ha evidenziato che dopo la formazione del governo bisogna risolvere le questioni prioritarie quali innanzitutto la riforma della Costituzione e completarla in base alla sentenza della Corte europea per i diritti umani di Strasburgo.

BALCANI E UE / 2 - BARROSO E FUELE IN MONTENEGRO

Il presidente della Commissione europea, Jose Manuel Barroso, accompagnato dal commissario all'Allargamento, Stefan Fuele, hano compiuto nei giorni scorsi una visita nei Balcani occidentali: al centro del viaggio e dei colloqui con la autorità locali lo stato del processo di integrazione europea alla luce delle singole realtà. Qui di seguito la trascrizione della corrispondenza di Marina Szikora dedicata alla visita in Montenegro per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 14 aprile a Radio Radicale.

Dopo Zagabria, la prossima tappa del presidente della Commissione europea Barroso, accompagnato suo viaggio nei Balcani dal commissario europeo all'allargamento Štefan Feule, e' stato il Montenegro. Ad un convegno organizzato presso l'Universita' Donja Gorica a Podgorica, i due funzionari europei hanno sottolineato che la Commissione europea ha bisogno di prove concrete sul miglioramento della qualita' di vita in Montenegro. Barrozo ha detto che il Paese si trova nella fase decisiva del processo di integrazione e che il riconoscimento dell'avanzamento su questo cammino e' stato il ricevimento dello status di candidato per l'adesione. Secondo Fuele, il Montenegro potrebbe ricevere il parere positivo sull'adempimento delle sette priorita' fondamentali imposte dalla CE ad ottobre, ma e' ancora presto parlare di raccomandazioni della Commissione - ha detto l'eurocommissario - aggiungedo che potrebbe succedere che proprio quest'anno sia importante per il processo di negoziati di Podgorica, ma bisogna aspettare ancora il parere ufficiale. Feule e' dell'opinione che le notizie da Bruxelles saranno buone, sia per il Montenegro che per l'intero processo di allargamento. Ha valutato positivamente l'inclusione dei partiti politici montenegrini e dell'opinione pubblica nel processo di integrazione europea. Come pregi principali per gli individui, Feule ha rilevato la liberta' dei media, lotta alla corruzione e criminalita' organizzata. Ha annunciato che nel prossimo periodo insistera' sul miglioramento dell'efficacia del sistema giudiziario che deve essere liberato da influenze politiche. Nel corso del loro soggiorno a Podgorica, Barroso e Feule hanno incontrato il presidente montenegrino Filip Vujanović, il premier Igor Lukšić nonche' il presidente del Parlamento Ranko Krivokapić. Al premier Lukšić, Barroso ha raccomandato che non basta avere decisioni legislative bensi' decisioni concrete ed esecutive per quanto riguarda la lotta contro la criminalita' organizzata e corruzione. E' una delle priorita' chiave e la condizione per l'apertura dei negoziati, ha ricordato Barroso plaudendo gli forzi che il Montenegro ha intrapreso finora nel settore legislativo e istituzionale.

BALCANI E UE / 1 - BARROSO E FUELE IN CROAZIA

Il presidente della Commissione europea, Jose Manuel Barroso, accompagnato dal commissario all'Allargamento, Stefan Fuele, hano compiuto nei giorni scorsi una visita nei Balcani occidentali: al centro del viaggio e dei colloqui con la autorità locali lo stato del processo di integrazione europea alla luce delle singole realtà. Qui di seguito la trascrizione della corrispondenza di Marina Szikora dedicata alla visita in Croazia per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 14 aprile a Radio Radicale.

"La conclusione dei negoziati dipende da quando la Croazia terminera' le riforme cruciali" ha detto Jose' Manuel Barroso giovedi' a Zagabria rivolgendosi ai deputati croati in Parlamento con un messaggio relativo all'attuale situazione del processo di negoziati della Croazia ma soprattutto in relazione alla conclusione di questo cammino cosi' lungo e impegnativo. "Adesso siete nella fase finale della via verso l'adesione all'Ue. Questa e' la tappa piu' difficile, ed i preparativi sono un compito difficile. I cittadini europei devono sapere che nel momento in cui ci entrerete, il vostro paese e' completamente pronto" ha sottolineato Barroso. Il presidente della Commissione europea si e' congratulato con il governo croate per gli sforzi impressionanti ma ha avvertito che questi sforzi devono essere finalizzati. "Porto il messaggio di fiducia al vostro paese, al suo successo. La Commissione europea continuera' a lavorare con voi nell'ultima tappa del vostro cammino e siamo felici che presto potremmo salutarvi come il 28-esimo membro dell'Unione" ha detto Barroso sottolineando di avere alte aspettative da Zagabria e di aspettarsi forti e concreti risultati nell'attuazione delle riforme. "La Croazia deve garantire a portare queste riforme fino a modifiche sostenibili e verosimili, sopratutto nel capitolo 23. La Croazia ha raggiunto un grande avanzamento, ma deve adempiere ancora molte misure nella riforma della giustizia, lotta alla corruzione, sanzionamento dei crimini di guerra e nella protezione delle minoranze" ha sottolineato Barroso. Ha ricordato cha la Commissione europea appoggia la Croazia perche' il suo ingresso nell'Ue sara' un catalizzatore per gli altri paesi dell'Europa sudorientale. Barroso non ha mancato di sottolineare l'importanza del consenso dei governativi e dell'opposizione relativo all'adesione della Croazia all'Ue anche se si avvicinano le elezioni parlamentari. Plaudendo gli sforzi del Governo e della premier Jadranka Kosor, ha avvertito che non si tratta comunque di un progetto del Governo o alcuni altri partiti, bensi' di una grande questione per il futuro della Croazia e dell'Unione.

Nell'ambito della visita del presidente della Commissione europea a Zagabria, particolarmente interessante e' stato il suo incontro con i cittadini croati. Questa e' stata un'idea originale dell'ufficio della Commissione europea a Zagabria. Barroso ha incontrato cosi', in un caffe nella piazza centrale della capitale, rappresentanti scelti della societa' crota. In questa scelta si e' voluto dare un'immagine di tutte le categorie della societa'. Senza la presenza dei media, Barroso si e' trattenuto in colloqui con un medico disoccupato, uno studente, un pensionato, un impiegato nel settore privato e uno nel servizio statale. Si e' stato particolarmente attenti alla loro anonimita' affinche' i colloqui potevano essere sostanziali. Per Bruxelles e' importante l'opinione dei cittadini poiche' a conclusione dei negoziati saranno loro ad esprimersi al referendum sull'ingresso nell'Ue.

L'ultimo tra gli incontri e' stato quello con il capo dello stato Ivo Josipović. L'ingresso nell'Ue e' un obiettivo generazionale di tutti noi che partecipiamo nella politica croata...e' il desiderio di tutti i partiti politici, ha detto il presidente Josipoivć dopo i suoi colloqui con Barroso che sono durati il doppio del tempo previsto. Josipović ha sottolineato che la Croazia soddisfera' tutte le condizioni e che qui non ci sono concessioni. Secondo le parole del Presidente croato, la Croazia e molto vicina alla realizzazione di questo obiettivo. Menzionando la fine dei negoziati ha detto che tutti in Croazia desiderano che questo avvenga a giugno, il che "non e' impossibile". Barroso non ha voluto quindi menzionare nessuna data ma ritiene che la conclusione entro giugno sarebbe "un raggiungimento straordinario". Il presidente Josipović ha ricordato e sottolineato che il governo ha fatto sforzi eccezionali affinche' la Croazia possa diventare il nuovissimo membro dell'Ue e si e' particolarmente imegnato nella lotta alla corruzione, attuazione delle riforme giudiziarie e collaborazione con il Tribunale dell'Aja. Non e' mancato pero' a menzionare che anche l'opposizione ha dato il suo contributo all'obiettivo generazionale. "Tutto dipende da noi e dai nostri sforzi che dobbiamo ancora fare. Non c'e' nessun paese che si oppone affinche' la Croazia diventi il 28-esimo stato membro dell'Ue" ha detto Josipović. Rispondendo, Barroso si e' detto convinto che la Croazia realizzera' il suo obiettivo ambizioso. "L'ultima tappa a volte e' la piu' difficile" ha osservato Barroso ma ritiene che la Croazia e' pronta a superare gli ultimi ostacoli per raggiungere questo obiettivo. Ha ribadito che la Croazia negli ultimi tempi ha compiuto un progresso straordinario, plaudendo il ruolo del presidente Josipović nel processo di adesione.

"Giudicando dall'intervento di Barroso, la Croazia ha compiuto un avanzamento, ma non ha compiuto il progresso decisivo. All'inizio di maggio sapremo politicamente se la Croazia ha concluso i negoziati e se essi verranno terminati a fine giugno" ha detto il presidente del Partito socialdemocratico e leader dell'opposizione Zoran Milanović commentando il discorso di Barroso pronunciato nel Parlamento croato. Secondo Milanović l'intervento del presidente della Commissione europea e' stato "bello e gentile" ma nemmeno lui, e' dell'opinione Milanović, sa quando la Croazia concludera' i negoziati. "Lo sapremo tra circa tre settimane; lo si decide tra alcune principali capitali europee, i principali membri dell'Ue" ha detto il presidente socialdemocratico. Per quanto riguarda la dichiarazione che il Governo di Jadranka Kosor ha dato il maggior contributo ai negoziati, Milanović ha precisato che Barroso e' un popolare e quindi favoreggia un po' di piu' la destra. Ma in quanto presidente della Commissione europea, ha sottolineato Milanović, il discorso di Barroso e' stato molto oggettivo e distanziato. Il governo dell'Unione democratica croata (HDZ) ha iniziato i negoziati molti anni fa e non li ha ancora terminati, quindi e' logico che questo governo e' responsabile dei risultati relativi ai negoziati. E' un fatto tecnico, afferma Milanović. All'invito di Barroso ad un consenso sull'adesione della Croazia all'Ue, Milanović ha ricordato che il Partito socialdemocratico e' portatore di questo consenso ma ha avvertito che i negoziati li conduce il Governo, per ribadire che la responsabilita' sull'esito sara' quella del Governo di Jadranka Kosor.

PASSAGGIO IN ONDA

La puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 14 aprile a Radio Radicale

Sommario della trasmissione

Turchia: la visita del premier turco Recep Tayyip Erdogan nel Kurdistan iracheno, il giudizio del giornalista curdo iracheno Shorsh Shurme corrispondente dell'emittente satellitare K.Tv, intervistato da Ada Pagliarulo

Integrazione europea dei Balcani: la visita del presidente della Commissione europea Jose Manuel Barroso e  del commissario europeo all'Allargamento Stefan Fuele in Croazia, Montenegro, Bosnia e Macedonia

Macedonia: maggioranza e opposizione si accordano per convocare le elezioni anticipate mentre si attende la sentenza della Corte internazionale di giustizia sul veto posto dalla Grecia all'ingresso di Skopje nella Nato a causa della annosa querelle sul nome della ex repubblica Jugoslava

Kosovo: una donna, Atifete Jahjaga, è la nuova presidente della repubblica grazie all'accordo tra la maggioranza dio governo e una parte dell'opposizione che prevede anche cambiamenti costituzionali della legge elettorale; scongiurate nuove elezioni anticipate, ma i nazionalisti di Vetevendosje criticano il compromesso e chiedono la fine del dialogo con la Serbia

Albania: è partita la campagna per le amministrative del prossimo 8 maggio sottoil controllo internazionale dell'Osce che però assicura che non ci saranno ingerenze nel processo elettorale

Crimini di guerra: attesa in Croazia e non solo per la sentenza di primo grado del Tribunale dell'Aja sugli ex generali Ante Gotovina, Ivan Cermak e Mladen Markac accusati di crimini compiuti durante e dopo l'operazione "Tempesta" che portò nel 1995 alla riconquista della Krajna a maggioranza serba

La puntata è stata realizzata con la collaborazione dei corrispondenti Marina Szikora e Artur Nura ed è riascoltabile direttamente qui



oppure sul sito di Radio Radicale nella sezione delle Rubriche.

martedì 12 aprile 2011

TORNERO' A SARAJEVO IN BICICLETTA...

La video-intervista di Beatrice Barzaghi, Federico Zappini e Andrea Rizza (Fondazione Alexander Langer) fatta il 13 marzo scorso a Jovan Divjak, l'ex generale serbo che scelse di difendere Sarajevo, la sua città, dall'assedio dell'esercito di Milosevic. Divjak si trova in Austria dover all'inzio di marzo è stato fermato su richiesta della Serbia che lo accusa di crimini di guerra per la morte di 42 soldati dell'esercito jugoslavo nello scontro armato della Dobrovoljacka Ulica, nei primi giorni del conflitto nel 1992. Divjak era di passaggio in Austria per venire in Italia. Ospite dell'ambasciata bosniaca, è in attesa di poter rientrare a Sarajevo.



Jovan Divjak è molto conosciuto anche in Italia, come autore del libro "Sarajevo mon amour" pubblicato da Infinito Edizioni in cui racconta la sua storia. Sull'arresto e sulla sua vicenda ricordo il pezzo di Luca Leone che ho pubblicato anche io in questo blog.

Sui fatti avvenuti il 2 e 3 maggio 1992 nella Dobrovoljacka Ulica segnalo la pagina pubblicata l'anno scorso da Osservatorio Balcani e Caucaso e il pezzo scritto da Persa Aligrudić, pubblicato il 13 marzo da Danas e tradotto in francese da Le Courrier de Balkans.

lunedì 11 aprile 2011

GLI ALEVITI: UN'ALTRA TURCHIA

Un convegno di Osservatorio Balcani e Caucaso per parlare degli Aleviti turchi: musulmani eterodossi, né sunniti, né sciiti, di origine nomade, di tradizione mistica. Un occasione per la politica e la socità turca per ripensare il rapporto con la pluralità e le differenze, uno stimolo per noi a guardare alla Turchia prestando attenzione alla sua complessità religiosa e culturale.
Al convegno sono intervenuti Fabio Salomoni, sociologo presso la Koc Universitesi di Istanbul, Mario Zucconi, docente di Relazioni internazionali a Princeton, e Giancarlo Bosetti, direttore di Reset. Il dibattito è stato moderato da Luisa Chiodi, direttrice di Osservatotio Balcani e Caucaso.
Media partner, Radio Radicale.
 
Donne alevite a Hacibektas (Foto di Andrea Rossini)
Musulmani che non hanno l'obbligo delle cinque preghiere rituali, che celebrano le loro cerimonie religiose accompagnate da musica e danze in un luogo diverso dalla moschea, la partecipazione delle donne ai rituali religiosi, la centralità della figura del “dede”, leader spirituale della comunità che trae la sua legittimazione dal fatto di provenire da una famiglia imparentata direttamente con la famiglia del Profeta, la tolleranza nei confronti dell'alcool, una teologia che insiste particolarmente sull'esperienza religiosa intesa come ricerca individuale e che mostra stretti legami con la tradizione mistica del sufismo. Sono gli Aleviti, una componente importante della popolazione turca: circa 10-15 milioni su una popolazione totale di circa 70 milioni, per la maggior parte di etnia e lingua turca, ma nella quale è consistente la presenza di curdi e rom. Gli Aleviti, e l'Alevismo, sono nel medesimo tempo una realtà etnica, storica e culturale, ma anche una confessione religiosa islamica, una filosofia di vita, ma anche un movimento politico, per quanto articolato e variegato al suo interno. La loro marcata eterodossia ha sempre posto non pochi problemi a chi ha cercato di collocarli rispetto alle principali scuole che compongono l'universo islamico, perché gli Aleviti rappresentano piuttosto una versione dell'Islam peculiare alle vicissitudini storiche ed alla complessità culturale dello spazio geografico anatolico.
 
Proprio il loro carattere eterodosso, nel corso della storia dell'Impero Ottomano, ha però suscitato nei loro confronti sospetti e diffidenze. Le discriminazioni, periodicamente sfociate in aperte violenze, hanno posto gli Aleviti tra i più entusiasti sostenitori del laicismo della repubblica di Ataturk che ha confinato gli affari religiosi nella sfera privata. In realtà l'avvento della repubblica non ha mantenuto tutte le sue promesse e non ha rappresentato la fine dei problemi per la comunità alevita. Negli anni '90, con la crescita dell'Islam politico di matrice sunnita, gli Aleviti sono stati di nuovo bersaglio di ostilità e violenze. Nel 1993 a Sivas, nell'Anatolia centrale, trenta artisti ed intellettuali aleviti morirono nell'incendio, appiccato da estremisti sunniti, dell'albergo nel quale erano riuniti per una manifestazione culturale. Il "massacro di Sivas" ha rappresentato per la comunità alevita un punto di svolta, la presa di coscienza delle minacce che gravava sulla comunità e ha innescato un processo di riscoperta identitaria che ha assunto anche un carattere politico attraverso una serie di rivendicazioni che mirano a rimettere in discussione la tradizionale concezione della laicità dello stato turco. Rivendicazioni che gli Aleviti hanno portato anche all'attenzione dell'Unione Europea, ponendo il futuro delle relazioni tra lo stato turco e la popolazione come una delle tante questioni attorno alle quali si giocherà l'integrazione europea della Turchia.
 
Osservatorio Balcani e Caucaso, portale internet, centro studi, media elettronico che da oltre un decennio esplora le trasformazioni sociali e politiche dell'Europa sud orientale, della Turchia e del Caucaso, ha deciso di rivolgere la propria attenzione anche alla realtà degli Aleviti perché se da una parte la loro realtà rappresenta un'occasione per la politica e la società turca di ripensare il suo rapporto con la pluralità e le differenze, dall'altra, per noi in Occidente, essa è uno stimolo per guardare alla Turchia al di là degli stereotipi, prestando attenzione alla sua complessità storica, culturale e religiosa. Pensando che esiste anche “un'altra” Turchia.
 
“Un'altra Turchia: islam, pluralismo e gli aleviti” è appunto il titolo del convegno organizzato a Roma il 1° aprile da Osservatorio Balcani e Caucaso che ha avuto Radio Radicale come media partner. Al dibattito, moderato da Luisa Chiodi, direttrice di OBC, sono intervenuti Fabio Salomoni, sociologo presso la Koc Unvesitesi di Istanbul, Mario Zucconi, docente di Relazioni internazionali all'università di Princeton, e Giancarlo Bosetti, direttore della rivista Reset.
 
Dal festival di Hacibektas (Foto di Andrea Rossini)
Il convegno è stata l'occasione per presentare il documentario “Il leone e la gazzella”, realizzato da Fabio Salomoni e Davide Sighele e prodotto da OBC, che racconta le vicende storiche e politiche degli Aleviti prendendo spunto dalla loro più importante celebrazione religiosa, il Festival di Hacibektas.
Hacibektas è una località simile a tante altre sparse sull'altipiano anatolico, ma non è un villaggio come gli altri. Qui, nel XIII secolo, si stabilì Haci Bektas Veli, un santo derviscio che proveniva dal Khorasan, la regione culla del misticismo sufi. Alla sua morte, nel villaggio che prese il suo nome, si formò la confraternita dei Bektashi che si diffuse ampiamente in tutto l'impero ottomano e in particolare nei Balcani. L'attività della confraternita proseguì fino ai primi anni dell'800, quando fu sciolta dal sultano insieme al corpo militare dei Giannizzeri a cui era strettamente legata. Il convento continuò però ad essere il punto di riferimento per tutti gli Aleviti fino al 1927, quando la repubblica fondata da Kemal Ataturk sciolse tutte le organizzazioni religiose e chiuse i luoghi di culto aperti al pubblico. Bisognerà attendere gli anni Sessanta e un clima politico diverso da quello dei primi anni della repubblica per vedere la riapertura del convento che fu celebrata il 16 agosto del 1964. Da allora ogni estate ad Hacibektas arrivano centinaia di migliaia di Aleviti provenienti da tutta la Turchia e dall'estero insieme a molti visitatori per quello che è nello stesso tempo un pellegrinaggio religioso, un festival musicale e una manifestazione politica che offre uno spaccato della realtà dell'Alevismo ma anche della società turca nel suo complesso.