martedì 30 agosto 2011

TURCHIA: LE CLAMOROSE DICHIARAZIONI DELL'EX CAPO DI STATO MAGGIORE

Nella lotta al Pkk l'esercito ha commesso errori che sono costati la vita ai soldati

L'ex capo di stato maggiore
generale turco Isik Kosaner
Clamorose dichiarazioni dell'ex capo di stato maggiore turco, Isik Kosaner: nella lotta contro i guerriglieri separatisti curdi del Pkk l'esercito ha commesso errori che sono costati la vita ai soldati. Il coordinamento e il comando delle forze di terra viene gestito in modo poco sicuro ed efficace, l'addestramento dei soldati è pieno di lacune, i militari non sono più in grado di tracciare con precisione i territori minati negli ultimi 20 anni. In poche parole, giovani innocenti sono morti per colpa dell'esercito. Dichiarazioni eclatanti - prese all'insaputa dell'interessato, ma poi confermate - che fanno molto discutere in un Paese abituato a considerare le forze armate un pilastro della nazione.

Le affermazioni sono state registrate di nascosto nel corso di conversazioni che Kosaner ha avuto negli ultimi mesi, in occasione di sue visite a varie unità militari. Le registrazioni audio sono comparse su internet la scorsa settimana pochi giorni dopo l'attentato del 17 agosto, che ha provocato la morte di dodici soldati per mano del Pkk, l'organizzazione guerrigliera che si batte per l'indipendenza del Kurdistan. E tre settimane dopo le improvvise dimissioni di Kosaner e dei vertici militari in polemica con il governo di Recep Tayyip Erdogan. Dopo una settimana di silenzio l'ex numero uno delle forze armate turche ha confermato le rivelazioni con un comunicato stampa.

“Confermo tutto quello che ho detto; la voce nelle registrazioni è la mia, ma è triste vedere come le mie parole siano state alterate quando rivolte al pubblico”. Così si legge nella nota in cui Kosaner spiega di aver voluto chiarire la sua posizione per evitare che alcune sue parole possano danneggiare la memoria dei soldati caduti e che si tratta di “un'autocritica per avvisare i suoi uomini e motivarli”. Al di là delle spiegazioni, anche chi non è esperto delle dinamiche interne alle forze armate turche e dei loro rapporti con il potere politico, non fa fatica a capire che si tratta dell'ennesima prova delle tensioni che attraversano anche il potente esercito turco, uno dei più numerosi della Nato, attore politico (ed economico) di primo piano, capace di intervenire pesantemente nella vita del Paese, come testimoniano i quattro colpi di stato in meno di trent'anni.

Leggi qui il comunicato di Kosaner pubblicato da Hurriyet Daily News

Le parole di Kosaner rimandano, inevitabilmente, al braccio di ferro in corso da anni tra il governo islamico-moderato e i militari, con questi ultimi capaci, fino ad un certo punto, di costituire un'opposizione anche più forte di quella parlamentare, ma che negli ultimi tempi hanno subito una serie di sconfitte. L'ultima poche settimane fa: alla fine di luglio, i comandanti delle forze armate si erano dimessi in blocco per protestare contro le mancate promozioni degli ufficiali finiti in carcere nei mesi scorsi perché sospettati di aver preso parte nel 2003 all'operazione “Balyoz”, il presunto tentativo di golpe, oggetto di una controversa indagine. Una prova di forza in vista della riunione del Consiglio supremo militare che, a inizio agosto, doveva procedere alla nomina dei nuovi vertici. Ma il Consiglio si è concluso con una soluzione di compromesso, che ha visto i militari per la prima volta fare un passo indietro rispetto al governo, cosa che ha spinto diversi osservatori a parlare di inizio di una “seconda repubblica” in Turchia.

Seconda repubblica o no, è evidente che è iniziato un nuovo corso nei rapporti tra militari e politica, come dimostra anche il fatto che le congratulazioni per l'anniversario della vittoria nella guerra d'indipendenza del 1922, su proposta del nuovo capo delle forze armate Necdet Ozel, verranno rivolte al presidente della repubblica Abdullah Gul e non, com'è sempre avvenuto fin'ora, allo stesso capo di stato maggiore. Le parole di Kosaner segnalano che tra i militari c'è malcontento, forse anche sfiducia, che le forze armate non sono più un blocco monolitico (o che almeno ormai non riescono più a mostrarsi come tali) e che le grandi trasformazioni sociali e politiche che la Turchia vive da un decennio (con l'arrivo al potere del governo islamico-moderato di Recep Tayyip Erdogan) non hanno lasciato indenne nemmeno il baluardo dello Stato laico fondato da Mustafa Kemal Ataturk. [RS]

Le registrazioni delle affermazioni di Kosaner le potete ascoltare qui

lunedì 29 agosto 2011

PICCOLE SODDISFAZIONI

Ho scoperto solo ora che il 22 agosto, il sottoscritto è stato scelto come autore del giorno di Paperblog, uno dei portali a cui questo blog è iscritto.
Undici giorni prima, l'11 agosto, il post di Marina Szikora sul presidente croato Ivo Josipovic (trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est) era stato scelto come articolo di prima pagina di quel giorno.
Due piccoli riconoscimenti che danno una certa soddisfazione e che volevo condividere con voi affezionati (e silenziosi) lettori del blog.

KOSOVO: LA SITUAZIONE E' TORNATA CALMA. PER ORA.

Nord Kosovo, luglio 2011: una barricata eretta
dai serbi nei pressi del villaggio di Zupce
Nel cuore di un'Europa alle prese con una crisi economica di portata epocale e la cui “politica estera” è concentrata (giustamente e inevitabilmente) sulle primavere arabe e sulla attuale pericolosa situazione della Libia, c'è un'area che meriterebbe maggiore attenzione, sia da parte della politica, che dei media. Mi riferisco ai Balcani occidentali e all'area ex-jugoslava e in particolare al Kosovo, teatro, un mese fa, di un nuovo scoppio di violenze.
La decisione del governo di Pristina di inviare i propri poliziotti a prendere il controllo dei dei check-point lungo il confine (o, se preferite, la linea di demarcazione amministrativa) con la Serbia, ha provocato la reazione dei serbi che in quell'area sono la maggioranza della popolazione. Ne sono seguiti scontri, violenze, barricate nelle strade e la morte di un poliziotto kosovaro. Ne abbiamo parlato nelle ultime trasmissioni su Radio Radicale e su questo blog [cerca con il motore di ricerca interno per ritrovare i post].
Solo l'intervento della Kfor e i severi richiami di Bruxelles sia a Pristina che a Belgrado hanno impedito che la situazione potesse degenerare in maniera incontrollata. Ma la tensione resta alta e quanto avvenuto dimostra che, malgrado i primi segni di disgelo registrati in primavera con i “colloqui tecnici” tra Belgrado e Pristina, la soluzione stabile e definitiva della “questione kosovara” resta molto lontana.

Sull'attuale situazione in Kosovo, dopo gli incidenti al confine della fine di luglio, e le incognite per il futuro, segnalo la mia intervista a Francesco Martino, di Osservatorio Balcani e Caucaso, che, alla metà di agosto ha compiuto un viaggio nella regione.

L'intervista la potete ascoltare qui

LA "SECONDA REPUBBLICA" DI ERDOGAN

Quanto avvenuto di recente in Turchia, mostra una volta di più le profonde trasformazioni che il paese sta vivendo, da alcuni anni, sia sul piano interno che su quello internazionale, grazie (o, se preferite, a causa) della politica del governo dell'Akp, il "Partito per la Giustizia e lo Sviluppo" di cui il premier Recep Tayyip Erdogan è fondatore e leader.


Su questo segnalo un'intervista che ho realizzato qualche giorno fa con Giuseppe Mancini, giornalista e analista di politica internazionale, animatore del blog Istanbul Avrupa.



Sul piano interno, nello scorso mese di luglio, la vicenda delle nomine dei vertici militari ha segnato un'indubbia vittoria del potere politico nei confronti dell'establishment militare. Quest'ultimo, da sempre investito del compito di vigilare sul rispetto dell'ortodossia kemalista, fino al punto da compiere dei colpi di stato per riportare all'ordine governi e parlamenti, ha dovuto piegarsi al principio, normale nelle democrazie occidentali, che le forze armate sono sottoposte al potere politico, tanto che diversi osservatori, non senza ragioni secondo me, hanno parlato di inizio di una “seconda repubblica” turca.

Sul piano internazionale, le primavere arabe, la situazione in Siria e la crisi umanitaria in Somalia, hanno visto un ulteriore applicazione di quella dottrina della “profondità strategica” che, elaborata dall'attuale ministro degli Esteri, Ahmet Davutoglu, da diversi anni ormai informa la politica estera del governo Erdogan. Una politica che, mantenendo le sue tradizionali alleanze internazionali e l'obiettivo strategico dell'adesione all'Unione Europea, punta però a conquistare alla Turchia un ruolo, non tanto di “ponte tra oriente e occidente”, quanto di paese chiave della vasta area sulla quale ha spinto la sua influenza nel corso dei secoli.

Tutto quanto è accaduto e accadrà ancora in Turchia – a partire dalla riforma della costituzione (imposta, non dimentichiamolo, dai militari dopo il golpe dell'80) che Erdogan promette di essere il più condivisa possibile – dovrebbe spingere tanti osservatori di casa nostra a guardare alle “cose turche” con meno pregiudizi e ad analizzare le trasformazioni in atto senza le lenti deformanti degli stereotipi che troppo spesso applichiamo quando guardiamo quello che accade a cavallo del Bosforo.

Questo in estrema sintesi il contenuto dell'intervista a Giuseppe Mancini che rappresenta una posizione un po' diversa da quella di altri commentatori italiani e no, con i quali, tra l'altro, Mancini non manca di polemizzare piuttosto vivacemente dalle pagine del suo blog. Ma al di là delle tesi espresse, ciò che mi interessa è fornire un ulteriore punto di vista, per contribuire a comprendere una realtà complessa e contraddittoria come quella turca, che richiede sempre molta attenzione e anche un sano esercizio del dubbio. Mi piacerebbe che si aprisse un confronto: ogni contributo è ben accetto.

venerdì 26 agosto 2011

PRIDE A BELGRADO IL 2 OTTOBRE

Ma i nazionalisti minacciano: Belgrado brucerà come Londra

"Insieme possiamo!": un'immagine dal Belgrade Pride 2010
(Foto di Cecilia Ferrara da http://www.balcanicaucaso.org/)

Si svolgerà il 2 ottobre il Pride 2011 di Belgrado: lo hanno annunciato gli stessi organizzatori, dopo averlo comunicato alle autorità. Lo scorso anno, in occasione del primo Pride dopo dieci anni, i gruppi omofobi e ultranazionalisti di estrema destra avevano messo a ferro e fuoco il centro della città, scatenando violenti scontri con la polizia. E sono tornati a minacciare violenze promettendo che Belgrado brucerà come Londra. Per questo Jovanka Todorovic, membro del comitato organizzatore ha informato che l'ora esatta, il luogo e i dettagli del programma della manifestazione saranno comunicati più avanti.

La scorsa settimana il ministro degli Interni, Ivica Dacic, aveva dichiarato di voler evitare che i poliziotti diventino un'altra volta l'obiettivo delle violenze degli estremisti. Per questo motivo ha chiesto il consenso delle forze politiche serbe sulla tenuta del Pride: “Senza consenso non manderò i miei poliziotti” al massacro, aveva detto Dacic. Gli organizzatori del Pride si sono limitati a dire che "la cooperazione con le istituzioni che ci aiutano ad organizzare l'evento è buona", senza ulteriori commenti. L'edificio dove si svolgeva la conferenza stampa era presidiato da numerosi poliziotti, mentre agenti in borghese erano presenti nella sala.

I rappresentanti del movimento Dveri, in una conferenza stampa hanno minacciato la manifestazione sostenendo che potrebbe causare sommosse simili a quelle avvenute a inizio agosto a Londra. I nazionalisti considerano l'utilizzo dei mezzi pubblici per lo svolgimento del Pride una “provocazione” in questi tempi di crisi. Perciò, dicono, se il governo autorizzerà la marcia “Belgrado brucerà come è successo di recente a Londra”. Il Pride dello scorso anno, il primo che si svolgeva a Belgrado dopo dieci anni, era stato segnato da violenti scontri tra centinaia di estremisti omofobi e ultranazionalisti, molti dei quali appartenenti alle frange più violente delle tifoserie calcistiche, e la forze dell'ordine. Gli scontri provocarono circa 150 feriti, quasi tutti poliziotti.

Il sito del Belgrade Pride

Il Belgrade Pride è anche su Facebook


Qui di seguito riporto il comunicato pubblicato oggi sul sito della Beogradska Parada Ponosa 2011 (il testo è una mia personale traduzione che spero non tradisca il senso dell'originale: sono gradite eventuali correzioni).

Annuncio della Belgrade Pride Parade 2011

Il Pride 2011 a Belgrado viene organizzato esattamente dieci anni dopo quello del 2001 in cui un gruppo di attivisti LGBT, il 30 Giugno 2001, furono attaccati violentemente da migliaia di teppisti sotto gli occhi dei poliziotti. Nove anni dopo, nel 2010, di nuovo seimila teppisti hanno attaccato i partecipanti alla parata, ma l'evento è stato protetto da 5000 poliziotti. I disordini, durati per ore, hanno causato gravi danni, ma gli autori delle violenza non sono adeguatamente perseguiti dalle autorità competenti. Anche se la sfilata del 2010 ha mostrato in ogni ambiente la realtà delle persone LGBT che vivono in Serbia, l'atteggiamento della società non è cambiato in maniera significativa. Il tema dei diritti LGBT è aperto e se ne parla, ma ci sono barriere enormi alla comprensione da parte della élite politica, delle istituzioni e dell'opinione pubblica in Serbia, che impedisce che la questione dei diritti LGBT sia messa all'ordine del giorno.

La democrazia in Serbia non è ancora consolidata nella misura in cui noi vogliamo, e ogni anno la Pride Parade porta in discussione le nostre richieste politiche in materia. Chiediamo un chiaro sostegno alle autorità statali e alle autorità cittadine per i prossimi eventi, in conformità alla loro autorità, perché sostengano gli sforzi della comunità LGBT per esercitare i suoi diritti umani fondamentali. Le istituzioni devono tutelare i diritti di coloro che non hanno abbastanza potere per proteggere i propri diritti. Pertanto, esortiamo le autorità a dimostrare che l'integrazione europea e la democrazia non sono solo argomenti da utilizzare in campagna elettorale, ma che consentano a tutti i cittadini serbi di godere veramente dei diritti costituzionalmente garantiti.

I bisogni della popolazione LGBT in Serbia hanno bisogno di un grande sostengo. Quest'anno il focus della campagna che accompagna la Pride Parade, punta al ruolo della famiglia come fonte primaria di sostegno nella società. La famiglia è la prima unità della società che deve rispettare i valori della tolleranza, della diversità e dell'accettazione dei bisogni degli altri, perché l'identità personale si manifesta in diverse forme. Non sostenere i diritti LGBT è una scelta legittima, ma ogni atteggiamento omofobico potenziale può influire direttamente sulla vita di un membro della famiglia. Dato che viviamo in una società con un alto grado di violenza, è necessario che l'azione di promozione dei diritti LGBT, comprenda l'importanza della famiglia, spiegando che non si deve aver paura e vergogna di amare, ma comprendere e sostenere i suoi membri LGBT.

giovedì 25 agosto 2011

LA VISITA UFFICIALE DI ANGELA MERKEL IN CROAZIA E SERBIA / 1

Da Zagabria la cancelliera indica l'esempio della Croazia come "success story" per i paesi che ambiscono all'integrazione europea (ma le riforme devono continuare) e si rivolge alla Serbia perché continui nella politica di buon vicinato e si impegni per risolvere le quesioni aperte (leggi Kosovo).

La premier croata Jadranka Kosor e la cancelliera tedesca Angela Merkel
(Foto Getty Images da Forbes.com)
Di Marina Szikora [*]
Il mini tour balcanico della cancelliere tedesca Angela Merkel alla fine ha incluso due destinazioni: Zagabria e Belgrado. Lunedi' 22 agosto, Angela Merkel e' arrivata per la prima volta in visita ufficiale nella capitale croata, ospite della premier Jadranka Kosor. Da Zagabria, ancora la stessa sera, la cancelliere tedesca ha continuato il suo viaggio a Belgrado per incontrare il giorno dopo le autorita' serbe.
Molto si e' parlato di questo viaggio gia' anticipatamente ed e' chiaro che al centro dell'interesse sono state le ragioni di questa visita della donna forte tedesca in Europa sudorientale. Come gli analisti prevedevano, il messaggio e' stato chiaro: l'esempio croato come una storia di successo dell'integrazione europeea deve essere percepito dalla Serbia come una via che bisogna seguire per poter entrare nella famiglia europea. Le riforme effettuate che pero' devono continuare anche in Croazia sono una parte indispensabile di questo cammino ma lo sono anche e soprattutto le relazioni di buon vicinato, la necessita' di risolvere le questioni aperte con i vicini per poter garantire pace e stabilita' permanenti nella regione balcanica.

In vista dell'arrivo della Merkel a Zagabria, il capo dello stato croato Ivo Josipović ha rilevato che si tratta di una grande amica della Croazia che arriva nel momento in cui la Croazia cerca maggiore integrazione economica in Europa. "Sappiamo che la situazione non e' la piu' felice ma e' certo che la Croazia come un paese sulla buona via di ingresso nell'Europa, il quale nella maggior misura ha realizzato le sue condizioni politiche ed altre e' stata riconosciuta come il paese che puo' essere il motore e l'esempio per gli altri paesi dell'Europa sudorientale. Penso che questo sia uno dei compiti principali sia per l'Europa che per la Croazia" ha detto Josipović.
Va ricordato che la Germania e' stata il primo paese membro dell'Ue che ha riconosciuto l'indipendenza della Croaza e l'impegno dell'allora cancelliere tedesco Helmut Kohl e del ministro degli esteri Hans-Dietrich Genscher ha contribuito in modo notevole affinche' la Croazia venisse accolta come un nuovo fattore internazionale. La Germania e' uno dei partner commerciali piu' importanti della Croazia, soprattuttto per quanto riguarda gli investimenti diretti, visite turistiche, collaborazione finanziaria e bancaria nonche' per quanto riguarda lo sviluppo tecnico. Dopo l'Italia, la Germania e' il secondo partner commerciale della Croazia con un valore totale di 2,6 miliardi di euro. Quanto agli investimenti stranieri diretti in Croazia, la Germania si trova al terzo posto, subito dopo l'Austria e l'Olanda.

Dopo l'incontro con la sua ospite croata Jadranka Kosor, la cancelliere tedesca ha osservato che la Croazia rappresenta un paese modello nella regione. Proprio l'esempio croato, ha sottolineato la Merkel, dimostra che la prospettiva europea e' possibile per tutti i paesi dei Balcani occidentali se, naturalmente, vengono adempiute le condizioni poste da parte dell'Ue. In questo contesto, la Merkel si e' detta credula che il prossimo referendum croato sull'adesione passera' senza problemi.
Durante l'incontro delle due capo di governo, si e' discusso anche della necessita' che la Serbia trovi una soluzione per le relazioni con il Kosovo, che la BiH ottenga un governo e che la Macedonia risolva il problema del nome con la Grecia. Proprio per quanto riguarda la BiH, il mini tour balcanico della Merkel non ha incluso questo paese con cosi' tanti problemi politici ed economici perche', questi sono stati i commenti, la cancelliere tedesca, non essendovi ancora un governo, riteneva di non avere partner per colloqui.

Alla conferenza stampa congiunta di Merkel e Kosor, la leader tedesca ha rilevato che la Croazia ha raggiunto un grande successo e che questo cammino deve proseguire. L'accento importante e' stato posto sulla questione della sicurezza giuridica e della trasparenza negli appalti e nella gestione perche' proprio questa, per le ditte tedesche, e' la condizione principale per investire in Croazia. Merkel ha plaudito soprattutto la lotta contro la corruzione nel paese ribadendo che questo impegno del governo croato deve continuare poiche' e' importante anche per il proseguimento della collaborazione economica con la Germania. "La Croazia ha intrapreso enormi sforzi per uscire dalla crisi e la Germania e' pronta a sostenerla perche' abbiamo un costante interesse per le buone relazioni" ha detto Angela Merkel. Ha plaudito in particolare la responsabilita' fiscale. La premier Kosor da parte sua ha ringraziato la cancelliere tedesca per il sotegno della Germania, sin dall' indipendenza croata fino ad oggi. Per quanto riguarda il rafforzamento delle relazioni economiche, Kosor ha individuato in particolare i progetti energetici ed infrastrutturali. Quest'anno, e' stato aggiunto, il numero dei turisti tedeschi e' aumentato del 15 percento sull'Adraiatico croato.

Ancora durante il suo volo verso Zagabria, i giornalisti tedeschi hanno chiesto alla loro cancelliere se la visita in Croazia e l'incontro con la premier Kosor significano anche dare appoggio alla presidente del governo croato e all'HDZ alle prossime elezioni che si svolgeranno all'inizio di dicembre. La risposta di Angela Merkel e' stata negativa cioe' ha detto che lei questa visita non la percepisce cosi'. Nessuno qui dimentica la grande delusione da parte di Merkel quando si tratta dell'ex premier croato Ivo Sanader nel quale la cancelliere tedesca vedeva un amico politico al quale aveva dato aperto sostegno alle elezioni nel 2007.
Per quanto riguarda le prospettive europee dei paesi vicini, Jadranka Kosor ha ribadito che la Croazia non blocchera' nessun paese della regione a causa di questioni aperte e in vista della sua visita in Kosovo, che si e' svolta ieri, Kosor ha detto che il "Kosovo e' una realta'" e che l'obiettivo della sua visita e' quello di rafforzare la collaborazione economica tra Croazia e Kosovo. La premier croata crede che Belgrado lo capira' e ha detto che l'interesse della Croazia e' quello di continuare il dialogo con tutti e sviluppare relazioni di buon vicinato.

Pace e stabilita' dell'Europa sudorientale sono possibili soltanto con la prospettiva europea di tutti i paesi della regione ai quali la Croazia puo' essere un esempio e sostegno, hanno concordato lunedi' a Zagabria la cancelliere tedesca Merkel e il presidente croato Ivo Josipović. Merkel si e' detta contenta che tra poco la Croazia sara' il 28-esimo paese membro dell'Ue. Secondo Merkel e Josipović, le integrazioni europee dell'Europa sudorientale sono un progetto comune e strategico dei due paesi a condizione che ogni paese aspirante all'adesione soddisfi le necessarie riforme. Merkel ha ringraziato il presidente croato per il suo impegno nella promozione delle relazioni di buon vicinato tra i paesi dell'Europa sudorientale.

[*] Il testo è tratto dalla corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est anmdata in onda oggi a Radio Radicale

LA VISITA UFFICIALE DI ANGELA MERKEL IN CROAZIA E SERBIA / 2


Il messaggio che la cancelliera tedesca ha portato a Belgrado è chiaro: anche se la questione è complessa e la soluzione non è dietro l'angolo, se la Serbia vuole ottenere lo status di candidato all'adesione all'UE deve normalizzare i rapporti con il Kosovo. Noi vogliamo il dialogo e una soluzione sostenibile, ha detto il presidente Tadic da parte sua, ma dobbiamo salvaguardare la nostra integrità e i nostri principi.

La cancelliera tedesca Angela Merkel al suo arrivo
a Belgrado insieme al presidente serbo Boris Tadic

Di Marina Szikora [*]

Dopo Zagabria, la successiva tappa nei Balcani di Angela Merkel e' stata Belgrado. Il messaggio centrale di Berlino si potrebbe riassumere in poche parole, vale a dire che per la via della Serbia verso l'Ue e' necessario un avanzamento nel dialogo tra Belgrado e Priština, il che comporta – ha rilevato Merkel - l'abolizione delle strutture parallele in Kosovo. La Germania vuole la Serbia nell'Ue ma e' necessario che si realizzi un progresso nel dialogo con Priština. "Abbiamo indicato che la Germania ha riconosciuto il Kosovo mentre la Serbia non lo ha fatto. E' una situazione in cui e' necessario l'avanzamento" ha detto Merkel. Ha aggiunto che la Germania vede il futuro della Serbia nell'Ue e fara' il tutto possibile affinche' la Serbia superi con successo questa via in base ai principi europei. Non ha negato che la soluzione della questione Kosovo e' un processo lungo ma ha detto anche che non sarebbe giusto nei confronti della Serbia che i negoziati di adesioni arrivino verso la fine e che soltanto allora l'Ue si accorga che vi e' il problema della Serbia con il Kosovo. Angela Merkel ha detto che la Germania vuole che il dialogo tra Belgrado e Priština continui e che dia risultati affinche' diminuisca il pericolo di passi unilaterali.

Replicando, il presidente serbo Boris Tadić ha detto che la Serbia ritiene che ogni soluzione relativa a conflitti individuali sul territorio dell'Europa sudorientale deve prendere in considerazione la stabilita' dell'intera regione e per questo la Serbia e' contraria ad ogni tipo di precedenti. "Oggi stiamo affrontando problemi molto complicati, tra cui vi e' anche il Kosovo. La Serbia non ha illusioni di poter importare un conflitto nell'Ue e la Serbia vuole risolvere i conflitti sul territorio dei Balcani Occidentali", ha detto Tadić. Ma il capo dello stato serbo ha valutato anche che la strategia evidente di Priština sono le azioni unilaterali per cambiare la situazione sul terreno. Secondo Tadić, la Serbia vuole continuare il dialogo e ha ribadito che solo attraverso il dialogo si puo' raggiungere una soluzione a lungo termine e sostenibile. Belgrado vuole il libero commercio di merci e servizi. Ma salvaguarda la sua integrita' e ha la sua costituzione e i principi giuridici, ha aggiunto Tadić. Il capo dello stato serbo ha detto che l'Ue non sara' mai completata se non vi saranno integrati anche i Balcani Occidentali. Non ha mancato di ribadire che la Serbia appoggia l'integrazione al piu' presto della Croazia e di tutti gli altri paesi della regione ma richiede che siano rispettati gli stessi principi e criteri anche per la Serbia.

Prima dei suoi incontri ufficiali con i vertici serbi, a partire dal presidente Tadić e poi il premier Mirko Cvetković, Angela Merkel ha incontrato la vedova dell'ex premier serbo Zoran Đinđić, Ružica, presidente del Fondo Dr.Zoran Đinđić e gli stipendisti dell'economia tedesca. Per Ružica Đinđić questo gesto della cancelliere tedesca rappresenta, come ha detto, un omaggio al suo defunto marito, il premier serbo che ha aperto la vera via democratica della Serbia, il cui imegno politico e' stato fermato brutalmetne dalla mano dei suoi assassini. Nei suoi incontri con i vertici serbi, la cancelliere tedesca ha sottolineato che Berlino vuole veramente che la Serbia diventi parte dell'Ue. Non ha mancato di rilevare che la collaborazione della Serbia con l'Aja merita ogni congratulazione e l'estradizione degli imputati e' un messaggio importante al quale la risposta e' gia' stata data attraverso la liberalizzazione del regime di visti. La Germania invia il maggior numero di militari nella Kfor, ha ricordato la cancelliere tedesca, e in questo contesto tutti i cittadini del Kosovo devono vivere in pace.

Le agenzie di stampa straniere hanno seguito con interesse il viaggio della cancelliere tedesca in Europa sudorientale, in particolare la visita a Belgrado. AFP valuta che le condizioni poste da Angela Merkel sono una "pillola amara" per Belgrado la quale sperava, secondo le valutazioni dell'agenzia, che con l'arresto dei due super ricercati dell'Aja, Ratko Mladić e Goran Hadžić e con l'attuazione delle riforme politiche, avra' lo status di candidato all'adesione entro quest'anno. Visti i messaggi della Merkel relativi al problema Kosovo, questo momento non sembra ancora a portata di mano. Come scrive il quotidiano di Belgrado 'Blic' nella sua edizione di ieri "la Merkel ha praticamente depositato una lista di condizioni relative al Kosovo che la Serbia deve soddisfare se vuole quest'anno ottenere lo status di candidato". La cancelliere tedesca ha delineato quattro principali condizioni per la Serbia, scrive 'Blic': e' indispensabile rinnovare i negoziati che portino risultati, bisogna acconsentire alla missione Eulex di operare sull'intero territorio del Kosovo, bisogna abolire le strutture parallele e non costruirne altre.

Merkel insiste che la Serbia abbandoni le strutture amministrative che continuano ad operare al nord del Kosovo, quali le poste, scuole e amministrazione comunale. "Noi vogliamo i risultati del dialogo. L'estate non e' stata brillante e questo ha portato agli eventi che abbiamo creduto facciano parte del passato" ha detto la cancelliere tedesca alludendo ai recenti conflitti al nord del Kosovo. Sempre secondo 'Blic', dietro le porte chiuse, la Merkel avrebbe comunicato a Tadić di aspettarsi che la Serbia non si intrometta nella formazione delle istituzioni kosovare al nord del Kosovo e la sua posizione dura avrebbe sorpreso le autorita' serbe. Merkel e Tadić hanno illustrato posizioni contrastanti sulla possibile soluzione della questione Kosovo e quanto alle fonti di 'Blic' Tadić sarebbe stato molto chiaro nel ribadire che la Serbia non accettera' mai il Kosovo indipendente. Secondo queste fonti, i colloqui sarebbero stati molto scomodi e penosi, la Serbia si trova adesso davanti a decisioni difficili e la situazione e' abbastanza brutta.

[*] Il testo è tratto dalla corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi a Radio Radicale

PASSAGGIO IN ONDA

La puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi a Radio Radicale

Gli argomenti della trasmissione

La visita ufficiale della cancelliera tedesca Angela Merkel in Croazia e Serbia.

La situazione in Kosovo dopo le tensioni delle ultime settimane e le possibili soluzioni della questione dello status dell'ex provincia serba.
Intervista a Francesco Martino di Osservatorio Balcani e Caucaso appena rientrato da un viaggio nella regione.

La Turchia  la politica interna e internazionale di Recep Tayyp Erdogan.
Intervista a Giuseppe Mancini, giornalista e analista di politica internazionale, curatore del blog Istanbul, Avrupa.

La trasmissione è stata realizzata con la collaborazione di Marina Szikora.

La registrazione è ascoltabile direttamente qui



oppure sul sito di Radio Radicale nella sezione delle Rubriche insieme a tutte le puntate precedenti e agli Speciali.

martedì 23 agosto 2011

MERKEL A BELGRADO: LA STRADA PER L'UE PASSA PER IL KOSOVO

Angela Merkel e Boris Tadic
“Se la Serbia vuole ottenere lo status di candidato, deve riprendere il dialogo con Pristina e dare dei risultati, in modo da smantellare le strutture parallele” nel nord del Kosovo, dove i serbi sono maggioranza. Lo ha detto oggi la cancelliera tedesca Angela Merkel in una conferenza stampa congiunta con il presidente serbo Boris Tadic, durante la sua visita ufficiale a Belgrado. “Un miglioramento è necessario, soprattutto sulle questioni pratiche”, ha detto ancora la cancelliera, che ha inoltre chiesto alle autorità serbe di permettere alla missione civile dell'Unione Europea (Eulex) di svolgere le sue funzioni giudiziarie e di polizia su tutto il territorio kosovaro.

La cancelliera tedesca ha posto diverse condizioni alla Serbia per ottenere lo status di paese candidato all'adesione all'UE entro la fine dell'anno. In particolare, Merkel ha sostenuto che Belgrado dovrà migliorare le sue relazioni col Kosovo. Come previsto da diversi osservatori, dunque, chiuso il capitolo della collaborazione con il Tribunale internazionale, con la cattura degli ultimi due latitanti Ratko Mladic e Goraz Hadzic, il nuovo scoglio sulla strada che da Belgrado porta a Bruxelles si chiama, riconoscimento dell'indipendenza del Kosovo. Merkel non lo ha detto apertamente, almeno nelle dichiarazioni ufficiali, ma il senso delle sue parole è piuttosto chiaro.

Ottenere lo status di candidato e una data per l'ingresso nell'UE entro la fine dell'anno è il grande obiettivo di Belgrado, soprattutto dopo l'arresto degli ultimi due super-ricercati per i crimini delle guerre jugoslave degli anni '90. Ma la cancelliera ha chiarito che la Serbia deve avere buone relazioni coi suoi vicini, a partire dal Kosovo. Tadic, di fronte al cattivo gioco non ha potuto fare buon viso: scuro in volto (come riportano le agenzie di stampa), ha replicato che la Serbia è perfettamente consapevole che non può “introdurre un nuovo conflitto in seno all'UE”, alludendo alla questione di Cipro che grava pesantemente nei negoziati della Turchia con l'UE.

Belgrado, ha detto ancora il presidente serbo, punta a “una soluzione e non a congelare il conflitto”, ma intende mantenere fermi i suoi “principi”: ovvero, nessun riconoscimento dell'indipendenza della sua provincia. Tadic ha anche condannato gli “atti unilaterali” di Pristina, riferendosi ai fatti di luglio, cioè gli scontri seguiti al tentativo kosovaro di prendere il controllo dei posti di confine del nord che hanno imposto una battuta d'arresto al disgelo delle relazioni tra Belgrado e Pristina registrato la scorsa primavera con i primi accordi tecnici frutto dei colloqui avviati tra le due parti con la supervisione e la mediazione dell'Unione Europea.

Comunque la si voglia girare, la questione finisce sempre al solito punto: lo status del Kosovo. Belgrado vuole una soluzione ma non vuole sentire parlare di riconoscimento della secessione di quella che continua a considerare una sua provincia. Pristina auspica la normalizzazione delle relazioni, ma non intende rimettere in discussione l'indipendenza proclamata unilateralmente nel 2008. L'Unione Europea fa la voce grossa, ma non può prendere decisioni drastiche, anche perché un terzo dei suoi membri quell'indipendenza non l'hanno riconosciuta. Usa, Russia e Turchia in questo momento hanno altro a cui pensare. Il rischio è che la questione finisca nel congelatore e ci resti a lungo. Sperando che non vada a male.

lunedì 22 agosto 2011

CRIMINI DI GUERRA IN KOSOVO: HARADINAJ DI NUOVO A PROCESSO

Ramush Haradinaj
L'ex premier kosovaro ed ex comandante dell'Uck (Esercito di liberazione del Kosovo), Ramush Haradinaj, e due suoi “compagni d'arme” sono tornati nuovamente davanti al Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia che li deve giudicare una seconda volta per i crimini di guerra che avrebbero commesso nel corso della guerra del 1998-1999. Ramush Haradinaj (43 anni) e Idris Balaj (39 anni), ex comandante del corpo speciale delle "Aquile nere" dell'Uck, devono rispondere di sei capi d'accusa che comprendono omicidio, crudeltà e tortura commessi principalmente al centro di detenzione dell'Uck di Jablanica. I due sono accusati di aver ucciso, torturato e percosso civili serbi, oppositori politici oltre a presunti collaborazionisti dei serbi. Il terzo accusato, Lahi Brahimaj (41 anni), altro ex comandante dell'Uck, deve invece essere giudicato per quattro capi d'accusa. I tre uomini compaiono nuovamente di fronte ai giudici perché la corte d'appello, nel luglio del 2010, aveva disposto un nuovo giudizio su alcuni capi d'accusa perché i testimoni erano stati gravemente intimiditi “compromettendo l'equità del processo” di primo grado, svoltosi tra il 2007 e il 2008. La ripetizione, seppure parziale, di un processo è una novità nella storia del tribunale internazionale. Nerma Jelacic, portavoce della corte, ha spiegato che “l'obiettivo è di dare l'occasione all'accusa di leggere gli elementi di prova che non ha potuto presentare in modo adeguato”.

Haradinaj è il più alto dirigente kosovaro sotto processo davanti al Tribunale internazionale ed è considerato un eroe dagli albanesi del Kosovo. In primo grado era stato chiamato a rispondere di 37 capi d'accusa riguardanti crimini contro l'umanità e crimini di guerra, tra cui torture, omicidi e stupri commessi durante la guerra. La richiesta dell'accusa era stata di 25 anni di prigione per tutti e tre gli imputati, ma nell'aprile 2008, Haradinaj e Balaj erano stati assolti, mentre Brahimaj, giudicato colpevole di torture, era stato condannato a sei anni. I giudici di secondo grado hanno però dato ragione al procuratore, che aveva affermato di “non aver avuto abbastanza tempo per ottenere la deposizione di due testimoni chiave”. Una ventina di testimoni si erano rifiutati di testimoniare in aula perché, secondo la corte d'appello, i giudici di primo grado non avevano preso “misure sufficienti per impedire l'intimidazione dei testimoni” e non hanno consentito all'accusa tempi supplementari per convincere due testimoni che, secondo la procura, “possedevano le prove dirette della colpevolezza degli accusati”, a deporre in aula. Secondo i giudici dell'appello, rifiutandosi di concedere più tempo, il tribunale di prima istanza ha commesso “un errore” che ha “compromesso l'equità del processo” e “comportato un errore giudiziario”, obbligando a ripetere in parte il processo.

PROCESSO MLADIC: VERSO UN FUTURO MIGLIORE PER LA SERBIA?

Il processo contro Ratko Mladic, arrestato lo scorso 26 maggio nel nord della Serbia dopo quasi sedici anni di latitanza, potrebbe essere diviso in due: un procedimento riguarderebbe il solo genocidio di Srebrenica, mentre l'altro i restanti capi di accusa per crimini di guerra e contro l'umanità: è la richiesta avanzata martedì della scorsa settimana dal procuratore del Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia, Serge Brammertz. In attesa di vedere come andrà (che si tratterà comunque di procedimento lungo e complesso nessuno lo mette in dubbio), è interessare ricordare i risultati piuttosto interessanti del Gallup Balkan Monitor, risalente al luglio dell'anno scorso, circa l'opinione pubblica serba per quanto riguarda il caso. Un anno fa, quando la cattura degli ultimi due ricercati dalla giustizia internazionale, Ratko Mladic e Goran Hadzic, sembrava ancora lontana, la maggioranza relativa dei serbi (46%) riteneva che valesse la pena estradare al Tpi tutti i sospetti criminali di guerra al fine di preservare la pace e favorire lo sviluppo, anche se ciò era in contrasto con il desiderio di alcune o molte persone. Sulla figura di Mladic, invece, le opinioni erano più articolate: solo il 19% degli intervistati aveva risposto di ritenerlo un criminale di guerra, mentre esattamente il doppio (38%) lo giudicava un buon patriota. Poco meno di un quarto (23%) non concordava con nessuno di questi due giudizi e 1/5 non sapeva o non voleva rispondere alla domanda. Interrogati sul perché Mladić non fosse stato ancora catturato, il 10% affermava di pensare che si nascondesse in Serbia, ma che non fosse stato individuato, il 17% si diceva convinto che si trovasse all'estero, mentre la percentuale maggiore, il 35% degli intervistati, esprimeva la convinzione che le autorità sapessero dove si trovava, ma non volessero catturarlo.

Nonostante la reazione tutto sommato positiva seguita alla cattura di Mladic e di Hadzic, in un nota pubblicata il 5 luglio scorso sul sito del Gallup Balkan Monitor (Processo Mladić: verso un futuro migliore per la Serbia?), ci si chiede giustamente se sia stato davvero superato “l'ultimo ostacolo sul cammino della Serbia verso l'UE”, come ha dichiarato il procuratore per crimini di guerra serbo, Bruno Vekaric, all'agenzia di stampa Beta. Lo status internazionale non ancora definito del Kosovo, con un terzo degli Stati membri dell'Unione europea che non ne riconoscono l'indipendenza, potrebbe rappresentare un altro ostacolo sul cammino della Serbia verso l'integrazione nell'UE. I colloqui “tecnici” attualmente in corso tra Belgrado e Pristina, secondo il Gallup Balkan Monitor, segnalano che un importante passo avanti in materia amministrativa è stato raggiunto e suggeriscono che ci potrebbe essere qualche novità nella situazione di stallo attorno alla questione del Kosovo. Tuttavia, aggiungo io, la recente grave crisi scoppiata al confine che minacciava di precipitare in maniera pericolosa senza l'intervento della Kfor, mostra che la tensione è sempre altissima, che la brace cova sotto la cenere e che ci vuole molto poco per far nuovamente divampare l'incendio. L'opinione pubblica sulla controversia del Kosovo, pubblicato nel Focus on Kosovo's independence del Gallup Balkan Monitor nel luglio 2010, mostrato che le inconciliabili posizioni diffuse tra la gente, renderà difficile per i politici trovare un compromesso. Gli ultimi risultati, segnala sempre il Gallup Balkan Monitor, confermano questa valutazione: due terzi degli intervistati in Serbia sono convinti che la Serbia “mai” riconoscere il Kosovo, e solo meno del 4% degli albanesi del Kosovo sarebbe d'accordo su un compromesso territoriale come la cessione alla Serbia delle aree a maggioranza serba del Kosovo, o lo scambio con quelle a maggioranza albanese della Serbia.

venerdì 19 agosto 2011

LA GUERRA DIMENTICATA NEL GIARDINO NERO DI MONTAGNA

Voglio segnalarvi un prodotto della "concorrenza": un bel reportage di Anna Mazzone, andato in onda oggi a Radio 3 Mondo e dedicato al Nagorno Karabakh. Questo territorio conteso è stato teatro 17 anni fa di una guerra non ancora conclusa: un conflitto dimenticato, in uno stato che non esiste, la cui popolazione vive appesa al fragile filo di un "cessate il fuoco" sempre più minacciato. Da una parte l'Armenia, dall'altra l'Azerbaijan. Cristiani da una parte, islamici dall'altra, ma il conflitto non è religioso: è soprattutto una questione di terra. Negli ultimi tempi il governo azero, arricchitosi grazie al pertrolio, ha aumentato le spese militari e le minacce. I karabakhi vorrebbero l'invio di truppe internazionali, da schierare sulla linea di confine, ma la comunità internazionale per ora sta a guardare e l'Unione Europea preferisce non prendere posizione. Il "Gruppo di Minsk", di cui fa parte anche l'Italia, non ha prodotto niente di concreto. Sul conflitto pesa anche il contenzioso tra la Turchia, legata storicamente e culturalmente all'Azerbaijan, e l'Armenia a proposito del genocidio.
Il reportage propone un viaggio nel "Giardino nero di montagna" - questo il significato del nome Nagorno Karabakh - per conoscere i luoghi e le voci di questo conflitto invisibile, almeno ai nostri occhi.

Il reportage può essere ascoltato sulla pagina di Radio 3 Mondo

giovedì 18 agosto 2011

TRA LA SERBIA E L'INTEGRAZIONE EUROPEA C'E' IL KOSOVO

Di Marina Szikora [*]
La questione del Kosovo in connessione con le tensioni al nord del paese non cessa di essere al centro dell'attenzione di Belgrado. Nikola Jovanović, uno dei fondatori del Centro per la nuova politica e capo redattore del giornale specializzato che porta il titolo "Le sfide delle integrazioni europee" afferma in questi giorni che l'apertura dei negoziati politici sullo status speciale del nord del Kosovo non pregiudica lo status definitivo del Kosovo. Jovanović crede che la questione del nord del Kosovo sicuramente verra' all'ordine del giorno nel dialogo tra Belgrado e Priština. La Serbia non sfugge da questo argomento ma ritiene che sarebbe buono che i negoziati politici sul nord del Kosovo inizino dopo che siano prese alcune decisioni chiave relative al futuro europeo della Serbia, ha detto Jovanović per la televisione B92. Questo esperto politico ritiene che in tal modo, cioe' separando i due processi, i colloqui relativi al Kosovo settentrionale verrebbero condotti in una atmosfera piu' calma e non attraverso una pressione indiretta collegata con il cammino europeo della Serbia. "Sapevamo definitivamente che il Kosovo e' un fattore che influenza in modo importante l'ambiente in cui l'Ue prende le decisioni sulla Serbia. Pero' negli ultimi tempi alcuni stati membri dell'Ue collegano direttamente la questione delle integrazioni europee della Serbia con la questione Kosovo. Penso innanzitutto ai due grandi stati membri, Gran Bretagna e Germania che con la loro dichiarazione congiunta hanno in effetti mostrato di collegare direttamente questi due processi" ha detto Jovanović. Ha valutato che questo molto probabilmente sara' controproducente sia per quanto riguarda il processo di integrazione europea, che per il dialogo tra Belgrado e Priština.

In una intervista al quotidiano di Belgrado 'Blic' il presidente del principale partito di opposizione serba Tomislav Nikolić osserva pero' che il dilemma Unione Europea o Kosovo non e' ancora stato pronunciato esplicitamente ma e' chiaro, dice Nikolić, che esso pende in aria. E' solo questione di tempo quando questa scelta verra' messa davanti alla Serbia. Un giorno, afferma il presidente del Partito progressivo serbo Nikolić, "ci attendera' la parola 'oppure', vale a dire "il Kosovo o l'Ue" e allora sulla questione non deveno decidere i politici bensi' i cittadini della Serbia. Va detto che Nikolić ha recentemente proposto di indire il referendum se davanti alla Serbia verra' posto l'ultimatum: Kosovo o Ue. Attualmente, Nikolić ritiene che bisogna condurre fino alla fine la politica che dice "l'Ue ma anche il Kosovo" e spiega che secondo la Costituzione serba si deve parlare sia del Kosovo che dell'Ue. Il Kosovo perche' e' scritto nella Costituzione e l'Ue perche' il Parlamento ha preso la decisione che la Serbia deve fare il tutto possibile a fin di diventare membro dell'Ue. Per quanto riguarda l'accordo sui posti di confine che le autorita' serbe avrebbero raggiunto con la Kfor, Nikolić dice che purtroppo le autorita' serbe parlano di una specie di accordo mentre quello che lui ha avuto dai rappresentanti serbi del Kosovo settentrionale e' un foglio secondo il quale e' assolutamente negato il trasporto di merce tranne quella che e' destinata alla Chiesa ortodossa serba e la merce per la quale l'organizzazione umanitaria mondiale ha dato l'approvazione che e' necessaria per il Kosovo. Il leader dell'opposizione serba e' dell'opinione che sulla questione del destino del Kosovo deve negoziare il presidente del Governo oppure ne deve avere l'incarico il capo dello stato di farlo al posto del premier e aggiunge che sin dall'inizio si doveva parlare dello status del Kosovo e non di francobolli, telecomunicazioni, timbri doganali. Questo serve solo a rafforzare lo stato albanese la cui capitale e' Priština, afferma Nikolić.

[*] Corrispondente di Radio Radicale. Il testo è tratto dalla corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi a Radio Radicale

BOSNIA: L'UE RIORGANIZZA PRESENZA E RUOLO

Di Marina Szikora [*]
Secondo le ultime informazioni, dal mese prossimo, l'Unione Europea dovrebbe avere una voce unica in Bosnia Erzegovina e secondo gli analisti politici, questo potrebbe essere un cambiamento importante relativo alla politica europea sulla Bosnia che finora era inconsistente e quindi meno efficace. Come informa Alenko Zornia, corrispondente croato in Bosnia, il diplomatico danese Peter Sorensen, dal primo settembre riunira' la rappresentanza europea nel paese. Sorensen e' stato nominato come nuovo rappresentante della delegazione dell'UE e dallo scorso mese il Consiglio per gli affari esteri dell'Ue e' diventato anche formale in Bosnia. Sorensen e' stato nominato anche rappresentante speciale dell'UE (EUSR) per la Bosnia e questo incarico dovrebbe durare per i prossimi quattro anni. Finora, il ruolo del rappresentante speciale era ricoperto dall'austriaco Valentin Inzko che parallelamente conduce l'Ufficio dell'alto rappresentante internazionale (OHR).

Da settembre quindi, l'EUSR e l'OHR saranno separati e cio' vuol dire che sono state precisate le competenze degli attori internazionali chiave in Bosnia. Secondo questo piano, l'ufficio della rappresentanza europea attraverso il suo rappresentante si occupera' di questioni relative al cammino della Bosnia verso le integrazioni europee, mentre l'Ufficio dell'Alto rappresentante, in cui attraverso il Consiglio per l'implementazione della pace (PIC) la parola decisiva hanno gli americani, avra' l'incarico di occuparsi dell'attuazione dell'Accordo di Dayton. Ufficialmente, Valentin Inzko consegnera' il mandato al rappresentante speciale dell'UE il prossimo 31 agosto. Sorensen avra' a sua disposizione anche le misure restrittive, spiega il corrispondente croato di Vjesnik. Queste misure potranno essere intraprese contro le persone o organizzazioni che metterebbero a rischio la sovranita', l'integrita' territoriale, l'ordinamento costituzionale e la soggettivita' internazionale della Bosnia Erzegovina che potrebbero essere una seria minaccia alla sicurezza e all'accordo di Dayton. "Una struttura rafforzata dell'UE portera' ad un impegno piu' targato dell'avanzamento della Bosnia verso le integrazioni nell'Ue", ha detto Valentin Inzko commentando l'annunciato consegna di mandato al rappresentante dell'UE. Si osserva anche maggiore ottimismo tra i cittadini della Bosnia Erzegovina. Secondo un sondaggio, il 93,5 % degli intervistati ha risposto positivamente alla domanda se il nuovo capo della rappresentanza dell'UE riuscira' ad influenzare i politici locali affinche' la situazione possa essere finalmente sbloccata.

Secondo le informazioni finora avute, il neo rappresentante europeo Sorensen in Bosnia dovrebbe essere alla diretta dipendenza dell'Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza, Catherine Ashton. La scelta del diplomatico danese e' dovuta alla sua lunga esperienza - oltre un decennio di lavoro svolto nei Balcani occidentali - e si attende quindi che Sorensen svolgera' un ruolo molto importante quando si tratta dell'impegno dell'Ue relativo al controllo e all'aiuto nel processo delle riforme indispensabili per il paese. Sorensen dovrebbe lavorare in stretta collaborazione con le autorita' locali. Evidentemente l'UE, questi i commenti, con una sua piu' intensa partecipazione vorrebbe assicurare il ruolo chiave dell'Europa in questo paese di forte instabilita' politica ed economica. Secondo molti, si tratta della piu' seria crisi politica negli ultimi dieci anni, tenendo conto che la Bosnia, dopo le elezioni del 3 ottobre dell'anno scorso, manca ancora di un governo e non ha quindi una maggioranza parlamentare che possa sostenere il nuovo Esecutivo, come anche della maggioranza di due terzi necessaria per le riforme costituzionali. Va sottolineato che il neo rappresentante dell'UE potra' disporre anche misure restrittive. Quanto ai commenti della stampa di Sarajevo, la decisione dell'UE precisa anche che gli ambasciatori europei avranno l'obbligo di aiutare Sorensen nell'attuazione della politica europea unitaria, cosa che finora non e' avvenuta.

In un comunicato a seguito della riunione del Consiglio amministrativo del Consiglio per l'implementazione della pace, si legge che la mancata formazione del nuovo governo a livello statale provoca seri danni agli interessi del paese ed ai suoi cittadini. Cio' ostacola la Bosnia Erzegovina nell'adempimento di importanti obblighi internazionali. Questa e' anche la ragione del rallentamento dell'avanzamento del Paese nel processo di integrazione europea, si afferma nel comunicato. Una tale situazione manda messaggi negativi ai potenziali investitori stranieri, mette a rischio l'ottenimento di maggiori fondi finanziari dall'esteroe, conclude il comunicato del PIC, provoca una delusione generale dell'opinione pubblica nei processi politici.

[*] Corrispondente di Radio Radicale. Il testo è tratto dalla corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 18 agosto a Radio Radicale

BALCANI: IL RITORNO DELLA GERMANIA

La cancelliera tedesca Angela Merkel
Di Marina Szikora [*]
Il tema che in questi e nei prossimi giorni sarà all'attenzione in Europa sudorientale e non solo è il ritorno della Germania nei Balcani. Così almeno i media croati interpretano le visite, prima del ministro degli esteri Guido Westerwelle nei Balcani con tappe a Zagabria, Podgorica e Priština e dal prossimo 22 agosto la visita ufficiale della cancelliere tedesca Angela Merkel a Zagabria e Belgrado. Il principale messaggio, si suppone, dovrebbe essere quello del ritorno della Germania nei Balcani. Prima tappa di entrambe le visite e' stata e sara' dunque la Croazia come una zona stabile e senza seri problemi irrisolti da dove si possono mandare messaggi positivi ai paesi vicini. In un commento, l'editorialista croato Davor Gjenero del quotidiano di Zagabria 'Vjesnik', sottolinea che la capitale del Montenegro, Podgorica non e' il luogo da dove, per motivi di infelici circostanze, si potrebbero mandare messaggi di ottimismo. Fino a poco fa, il Montenegro sembrava il nuovo paese dell'ex Jugoslavia che poteva facilmente soddisfare i criteri richiesti come condizione per ottenere la data dell'inizio dei negoziati di adesione all'Ue.

Il problema chiave del Montenegro, ricorda l'editorialista di Vjesnik, "resta la corruzione e il governo del premier Igor Lukšić deve ancora dimostrare se e' in grado e pronto per un passo che e' paragonabile a quello che la Croazia ha compiuto negli ultimi due anni". Ma la questione della giustizia e dei diritti fondamentali non e' la questione che blocca attualmente la decisione sulla data dell'inizio dei negoziati di adesione per il Montenegro. La condizione da adempiere e' la riforma del sistema elettorale. Ad occhio si direbbe che si tratta di un compito semplice. Pero' con il modello della costituzione montenegrina il problema e' che per una tale riforma e' necessaria una maggioranza di due terzi in parlamento. Con una tale richiesta, le organizzazioni politiche proserbe, scrive Gjenero, hanno una posizione di veto e in questo caso l'hanno anche utilizzata. I partiti serbi in compenso chiedono che la lingua serba, oltre a quella montenegrina, sia riconosciuta come lingua ufficiale e si chiede anche di tollerare la doppia cittadinanza. Mentre la richiesta relativa alla lingua, spiega il giornalista croato, ha un significato simbolico, la doppia cittadinanza influenzerebbe in modo significativo la struttura del corpo elettorale in Montenegro e in tal modo, a lungo termine, anche la prospettiva del futuro panorama parlamentare.

E' chiaro che la politica europea si aspetta dall'amministrazione di Podgorica di oltrepassare questo blocco con un compromesso. Ogni tipo di inasprimento delle relazioni tra Belgrado e Podgorica porterebbe ad un approfondimento delle divisioni sociali tradizionali in Montenegro e in tal modo diminuitrbbe i potenziali di integrazione del paese, avverte Vjesnik. La Croazia potrebbe servire come buon esempio quando si tratta di condizioni da adempiere. La questione del confine tra Croazia e Montenegro non e' identica come quella con la Slovenia e la soluzione proposta da parte del governo croato potrebbe essere altrettanto un buon esempio alla politica proeuropea del Montenegro. Siccome uno degli interessi prioritari della politica estera croata e' la europeizzazione del vicinato sudorientale, la decisione della cancelliere tedesca di impegnarsi nel prossimo periodo piu' intensamente nella regione balcanica, secondo i media croati, e' un grande pregio per la Croazia.

Nei giorni scorsi a Belgrado, il ministro degli esteri tedesco Westerwlle ha chiaramente illustrato le precondizioni per il sostegno del suo paese alla europeizzazione della Serbia. Le dichiarazioni della Germania sono esplicite quando si tratta del consolidamento delle relazioni tra Belgrado e Priština. Anche se nessuno chiede direttamente alla Serbia di riconoscere in un tempo breve l'indipendenza del Kosovo si attende invece che Belgrado e Priština stabiliscano relazioni pragmatiche, avviino la collaborazione economica e assicurino la libera circolazione delle persone, delle merci e del capitale. Il messaggio alle due parti e' chiaro, vale a dire che non saranno tollerati i cambiamenti di confine e che all'interno dei confini internazionalmente riconosciuti siano garantiti i diritti a tutte le minoranze. Ovviamente, resta da vedere quali saranno i messaggi concreti che Angela Merkel pronuncera' il 22 agosto a Zagabira e quali saranno le sue prossime tape nel piccolo tour balcanico.

[*] Corrispondente di Radio Radicale. Il testo è tratto dalla corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 18 agosto a Radio Radicale

PASSAGGIO IN ONDA

La puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 18 agosto a Radio Radicale

Sommario della puntata

La rinovata iniziativa della Germania nei Balcani: dopo la visita del ministro degli Esteri, Guido Westerwelle, a Zagabria, Pristina e Podgorica, c'è attesa per il minitour della cancelliera Angela Merkel che dal 22 sarà a Zagabria, Belgrado.

La Serbia attende con ansia l'arrivo della Merkel: il timore è che, chiuso felicemente il capitolo della collaborazione con il Tribunale internazionale, il nuovo scoglio sul cammino verso l'Unione Europea si chiami riconoscimento dell'indipendenza del Kosovo.

La Macedonia ha celebrato il decennale degli accordi di Ohrid che nel 2001 posero fine alla guerra tra albanesi e macedoni, l'ultimo dei conflitti che hanno segnato la dossoluzione della Jugoslavia: più o meno simili i giudizi positivi sugli accordi, diverso le valutazioni sulla situazione odierna nel paese..

Alla vigilia del viaggio del premier Erdogan in Somalia, uno sguardo alla politica estera della Turchia, dall'Africa alla Siria: la sanguinaria repressione della rivolta popolare suscita gravi preoccupazioni ad Ankara che però si dice contraria ad un intervento internazionale..

L'Unione Europea sembra intenzionata a riorganizzare la sua presenza in Bosnia Erzegovina nel tentativo di far uscire il paese dallo stallo politico che si trascina da troppo tempo, bloccando le riforme e lo sviluppo economico già alla prese con la crisi globale.

L'Albania, dopo aver archiviato le elezioni amministrative e soprattutto la controversa e sfiancante vicenda dell'elezione del sindaco di Tirana, deve mettere ora mano alla riforma della legge elettorale: a parole sono tutti d'accordo, ma l'iter si prevede tutt'altro che facile.

La trasmissione è stata realizzata con la collaborazione dei corrispondenti, Marina Szikora e Artur Nura, ed è riascoltabile direttamente qui



oppure sul sito di Radio Radicale nella sezione delle Rubriche insieme a tutte le puntate precedenti.

lunedì 15 agosto 2011

"IO SONO EUROPEO", CONTRO TUTTI I MURI, CINQUANT'ANNI DOPO BERLINO

Cinquant'anni fa, nella notte tra il 12 ed il 13 agosto 1961, la Ddr - la Repubblica Democratica Tedesca – iniziava la costruzione del “muro di Berlino”. La mattina di quel 13 agosto migliaia di berlinesi si ritrovarono a guardare, impotenti e attoniti, quello che stava accadendo davanti ai loro occhi. Molti tentarono di sottrarsi a quella gabbia che gli si stava chiudendo attorno e si buttarono all'ovest prima che la barriera si chiudesse definitivamente. Intere famiglie vennero sfrattate dalle case che si trovavano lungo il confine, altre furono restarono separate: affetti, legami, rapporti di lavoro, furono tagliati in due come le strade e le case. A niente valsero le proteste e le richieste di intervento. Le potenze occidentali che occupavano la Germania dopo la fine della guerra mondiale non avevano nessuna intenzione di aggravare le tensioni con l'Urss: se la Germania comunista voleva impedire la fuga dei suoi cittadini (fino a quel momento erano già stati 2 milioni e mezzo, il 20% della popolazione) che lo facesse e amen. Così, prima con i reticolati di filo spinato, poi con i mattoni, poi ancora con il cemento armato, i reticolati e i fossati, i cavalli di frisia, le torrette di sorveglianza, il Muro per quasi trent'anni ha diviso in due la Germania e l'Europa. E di fronte al muro, il 23 giugno 1963, John Kennedy pronunciò il discorso con la celebre frase: “Io sono berlinese”.



La costruzione del “muro di Berlino” è un momento cruciale nella storia della Germania e dell'Europa del '900. Lungo 43 chilometri, con 14 mila guardie armate, 302 torrette di guardia, 20 bunker e 259 corridoi per cani, il “muro” segnò e cambiò la vita di migliaia di persone. Fino al '61, ogni giorno 12 mila berlinesi dell'ovest si erano recati all'est a lavorare, mentre 53 mila erano gli abitanti orientali facevano il contrario. Con il tempo la divisione divenne anche economica: 100 marchi della Ddr valevano 9 di quelli della Germania federale. Nei quasi tre decenni della divisione, la popolazione di Berlino Ovest (più o meno due milioni di persone) fu un po' meno del doppio di quella dell'Est. Le persone che riuscirono a fuggire all'ovest furono 5043 (tra i quali 574 militari). Tanti i mezzi utilizzati, più o meno fantasiosi o disperati, dalle auto col doppio fondo, alle mongolfiere, ai tunnel nel sottosuolo: di questi ne furono scavati 70, uno dei quali, lungo 130 metri, sbucava in un panificio e permise la fuga di 57 persone. Non tutti ebbero però la stessa fortuna: la Stasi, la polizia segreta del regime comunista che aveva un suo agente ogni 150 abitanti, riuscì a bloccare oltre 3200 persone che tentavano di scappare. I morti accertati furono 136, ma secondo altre stime sarebbero circa 240 (un po' di più i feriti). La prima vittima fu Ida Siekmann che cadde dalla finestra di un palazzo sulla linea di confine, a Bernauerstrasse, il 22 agosto '61. Due giorni dopo, il primo ucciso: Guenter Liftin, un sarto 24enne, raggiunto da un proiettile alla nuca mentre tentava di fuggire a nuoto all'altezza del porto di Humboldt. Il caso più tragicamente famoso è quello di Peter Fechter, un muratore che venne colpito dai “Grepo”, i poliziotti di frontiera, il 17 agosto del 1962 a poca distanza dal “Check-point Charlie”, e che fu lasciato morire dissanguato sotto gli occhi dei berlinesi e dei media, mentre alle guardie americane veniva ordinato di non intervenire.

Il corpo senza vita di Peter Fechter, a ridosso del Muro
Il Muro cessò di esistere una notte di autunno del 1989. Meno di tre mesi prima, il 23 agosto, l'Ungheria aveva aperto il confine con l'Austria e in poche ore 13 mila tedeschi dell'est che erano in vacanza scapparono. Il crollo dei regimi dell'est Europa, partito proprio da Budapest nel gennaio di quell'anno, aveva raggiunto anche la Ddr e il 9 novembre, il semplice annuncio che i cittadini tedesco-orientali avrebbero potuto recarsi all'ovest si trasformò in uno tsunami umano che travolse pacificamente quasi mezzo secolo di dittatura comunista. E se oggi la data di inizio della costruzione del muro sembra essere quasi dimenticata dentro i libri di storia, altrettanto lontana appare anche quella della sua caduta, in quella notte in cui crollò il simbolo più aspro e più tragico della “cortina di ferro” che aveva diviso l'Europa dalla fine della seconda guerra mondiale. Una notte di festa incontenibile, in cui sembrò che la storia finisse e che tutto fosse diventato possibile. Tuttavia, come ha scritto lo scrittore Peter Schneider (autore de "Il saltatore del muro", ed. Sugarco) sulla Domenica di Repubblica del 7 agosto, "il Muro era la costruzione più assurda del mondo cui nessuno riusciva a sottrarre lo sguardo, l'antagonista tedesco della Statua della libertà, ma al tempo stesso niente si sapeva su quello che la costruzione aveva fatto alle persone che vivevano nella sua ombra". Forse è per questo che, nota sempre Schneider, nonostante oggi non esista più, la sua ombra non è stata cancellata del tutto.

Una placca commemorativa ricorda dove passava il Muro
(Foto Thomas Peter / Reuters)
Dunque, il "Muro di Berlino" non c'è più, abbattuto quasi ventidue anni fa dalla forza del cambiamento che ha cambiando la metà orientale dell'Europa. Purtroppo, però, di muri in Europa ce ne sono ancora. Concreti, come quello che a Cipro corre lungo la "linea verde", che non esistono fisicamente, ma sono comunque molto reali come in Kosovo, a Mitrovica e lungo il fiume Ibar, o immateriali, costruiti nella mente di tante persone, come in Bosnia. Questi ultimi sono i più pericolosi e i più difficili da abbattere. Di fronte a tutte queste barriere, a questi confini – sia quelli fisici, sia quelli mentali – oggi dovrebbero andare tutti coloro che, nonostante tutto, ancora credono nell'unità dell'Europa, nel progetto di unione europea che fu concepito a Ventotene prima della fine della seconda guerra mondiale. Dovremmo andarci tutti davanti a questi muri e, parafrasando John Kennedy, gridare: “Io sono europeo”. [RS]

giovedì 11 agosto 2011

LA BOSNIA SENZA GOVERNO RISCHIA UNA GRAVE CRISI ECONOMICA

Di Marina Szikora [*] - In una intervista al quotidiano di Sarajevo 'Dnevni avaz', l'alto rappresentante per la BiH Valentin Inzko ha affermato che il fatto che la BiH non ha un governo da oltre nove mesi dalle elezioni, ha un impatto negativo sulla situazione economica del paese, poiche', ad esempio, il blocco ha rinviato l'approvazione delle misure che sono la precondizione per ottenere i mezzi del Fondo monetario internazione e dell'Ue. La crisi politica in BiH ha influenzato negativamente al reiting di credito della BiH mentre gli investimenti stranieri diretti mostrano un "calo precipitoso" ha detto Inzko. L' alto rappresentante avverte che basta con la retorica e che i politici devono tornare al loro lavoro affinche' anche questo paese possa tornare a lavorare. Inzko ha indicato che c'e' molta gente in BiH che lotta per l'esistenza. E' dallo scorso ottobre che loro aspettano non soltanto un nuovo governo bensi' un governo capace di incamminare il paese avanti e attuare le necessarie riforme affinche' siano migliorate le loro vite. Inzko si chiede fino a quando possiamo ignorare questa difficile situazione in cui si trova mezzo milione di disoccupati o centinaie migliaia di pensionati cha da mese in mese lottano per la mera esistenza. L'alto rappresentante per la BiH afferma fermamente che bisogna smettere con gli interessi partitici e che e' necessaria una svolta, nuovi lider di partito che metteranno l'interesse dei cittadini al primo posto.

Le ultime dichiarazioni del presidente dell'entita' a maggioranza serba Milorad Dodik relative al fatto che la BiH non e' uno stato, Valentin Inzko ha qualificato come "informazioni false". Il suo mandato, ha ribadito Inzko, e' quello di appoggiare l'Accordo di pace di Dayton ed e' sua intenzione di continuare a farlo. Per complicare ulteriormente la difficile e tesa situazione politica in BiH, giunge l'annuncio del presidente della RS Milorad Dodik relativa all'apertura di una rappresentanza di questa entita' a Sarajevo perche' nella capitale della BiH e presso l'Ufficio dell'alto rappresentante, secondo Dodik, vi siedono i principali violatori dell'Accordo di Dayton. E' chiaro che questa nuova provocazione dell'entita' serba nella Federazione BiH, l'altra entita' a maggioranza musulmano croata e' stata accolta con molta irritazione. Secondo Damir Hadžić, il vicepresidente del Partito socialdemocratico della RS, il partito di opposizione, questo e' solo il proseguimento di una politica che minaccia la BiH. Si tratta di un nuovo gioco politico, afferma Hadžić, che rappresenta una aspra violazione dell'accordo di Dayton e una provocazione verso la politica interna ed internazionale. Secondo il rappresentante del SDP, le forze pro bosgnacche sapranno rispondere ad una tale "dottrina politica". Alija Behmen, sindaco di Sarajevo, ha qualifica Milorad Dodik come una presona "fuori tempo e fuori luogo".

[*] Corrispondente di Radio Radicale. Il testo è tratto dalla corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi e ascoltabile qui

JOSIPOVIC: UN GIORNO CROATI E SERBI CELEBREREANNO INSIEME IL GIORNO DELLA VITTORIA


Ivo Josipovic
Di Marina Szikora [*]
"Credo che arrivera' il giorno in cui i croati ed i serbi a Knin celebreranno la vittoria della Croazia, quando insieme depositeremo le corone sul monumento in memoria a tutte le vittime innocenti della guerra, croati e serbi che siano. Sicuramente ci vorra' ancora del tempo affinche' questo avvenga, ma avvera'". Con queste parole, il presidente croato Ivo Josipović in una intervista al quotidiano croato 'Jutarnji list' ha parlato della Giornata della Vittoria del 5 agosto, in cui ogni anno la Croazia celebra il ricordo dell'operazione militare croata 'Tempesta' che nel 1995 libero' una gran parte della Croazia sotto occupazione dei serbi ribelli della Krajina. La vicenda che per i cittadini croati rappresenta una memoria d'orgoglio nazionale, al tempo stesso e' una memoria delle vittime civili serbe morte nel corso e dopo l'operazione Tempesta. I due ex generali croati, Ante Gotovina e Mladen Markač sono stati condannati in un processo di primo grado ad altissime pene carcerarie dal Tpi dell'Aja per aver commesso crimini di guerra. Come ha scritto 'Jutarnji list' in occasione della festa nazionale croata celebrata lo scorso 5 agosto, "il fatto e' che la giornata della liberazione di Knin, la giornata che i croati celebrano come   una delle feste nazionali piu' importanti, tra molti serbi croati suscita emozioni dolorose  e spesso molto amare".

La Tempesta e' per la maggior parte dei croati e cittadini della Croazia una giornata storica, il giorno in cui la Croazia ha restituito il suo territorio, l'autorispetto e ha eliminato l'occupazione. La Tempesta ha aperto le porte alla liberta' e alla democrazia, allo sviluppo della Croazia in un paese di standard europei, ha ricordato nell'intervista il presidente Josipović. Dobbiamo comprendere i serbi che piangono i loro parenti e amici. Loro sono tristi come i croati sono tristi per le loro vittime. Commemoreremo insieme la Tempesta nel momento in cui i serbi accetteranno la verita' politica e storica delle ragioni della guerra e della Tempesta, quando entrambe le parti comprenderanno il dolore degli altri, quando ugualmente condanneranno tutti i crimini, ha sottolineato Ivo Josipović. Il presidente croato e' convinto che la riconciliazione dei croati e serbi e' possibile e che questo e' un presupposto dello sviluppo, ma ha rilevato che la maggioranza dei croati e serbi in Croazia non ha bisogno di speciali riconciliazioni. La guerra, ha ricordato il capo dello stato croato, ha lasciato molti traumi difficili ed e' comprensibile che questa gente accetta difficilmente la riconciliazione globale. Tuttavia, le cose vanno avanti. La riconciliazione tra Croazia e Serbia, ha sottolineato Josipović, e' un processo che da' risultati visibili. Basta vedere quanta gente attraversa la forntiera, si reca in viaggi turistici, fa commercio. Vi e' anche la collaborazione delle polizie e delle procure di stato dei due paesi nella lotta contro la criminalita' organizzata, dice Josipović.

Alla domanda come e' possibile cambiare i profondi contrasti tra croati e serbi relativi all'interpretazione della Tempesta, il presidente croato risponde che sono necessari la persistenza nei colloqui, comprensione reciproca, rispetto di tutte le vittime, condanna di tutti i crimini. Naturalmente anche l'attuazione in pratica di tutte le leggi che salvaguardano la posizione delle minoranze nazionali. Bisogna poter essere croato politico, quindi un cittadino  della Croazia responsabile e al tempo stesso serbo di nazionalita'. "Oserei dire che gia' oggi i serbi croati, o almeno un numero maggiore di essi, lo e' di gia'. Nello stesso modo, i croati devono imaparare che l'esistenza delle tradizioni e delle culture di minoranze serbe, bosgnacche, italiane, ungheresi o altre in Croazia non minacciano l'identita' nazionale croata di nessuno" ha detto il presidente Josipović. Ma ci vorra' ancora del tempo affinche' l'impegno instancabile del presidente croato diventi una realta' veramente vivente. Nemmeno quest'anno il ricordo croato della Tempesta non e' passato liscio nei confronti della Serbia. A provocare nuovi contrasti ci ha contribuito questa volta la premier croata Jadranka Kosor la quale nel suo intervento alla ceremonia centrale a Knin, ha salutato e ringraziato i generali croati Ante Gotovina e Mladen Markač per essere stati al comando dell'azione militare croata.

Non e' mancata subito la reazione del presidente serbo Boris Tadić che ha fermamente condannato tali dichiarazioni ribadendo che la Tempesta ha portato alle sofferenze di vittime innocenti e all'esodo di oltre 200.000 serbi della Krajina. Tadić ha sottolineato di ritenere molto importante che tutti gli accusati di crimini di guerra, compresi i generali croati condannati in una sentenza di primo grado, si trovino all'Aja. Il presidente serbo ha detto che le dichiarazioni di Jadranka Kosor non contribuiscono allo sviluppo delle relazioni di buon vicinato tra Serbia e Croazia che si impegnano ad alzare la loro collaborazione ad un livello piu' alto dopo "conflitti difficili" negli anni novanta sul territorio dell'ex Jugoslavia e che hanno "lasciato un gran numero di morti, dispersi e scacciati dalle loro case". Secondo Tadić, non si possono glorificare criminali di guerra e ha sottolineato che "i rappresentanti della Serbia democratica, la quale collabora con il Tribunale dell'Aja e ha estradato 46 imputati di crimini di guerra, non lo hanno fatto mai". Nella sua risposta, la premier croata ha detto di aver salutato i generali croati perche' "e' stato pericoloso" rimanere in silenzio davanti alle richieste del presidente della Serbia Tadić di non festeggiare la Tempesta. Un comunicato dell'Ufficio della premier croata sottolinea che la Tempesta e' stata un'azione legittima e giusta che ha sconfitto la politica di agressione di Slobodan Milošević. Oltre che liberare il territorio occupato della Croazia, la Tempesta rappresenta la vittoria contro il tirrano ed ha aperto ai vicini la via verso la democrazia.

[*] Corrispondente di Radio Radicale. Il testo è tratto dalla corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi

Aggiornamento: questo post è stato selezionato come articolo del giorno di oggi - gioved' 11 agosto - sulla prima pagina dell'edizione italiana di Paperblog

NORD KOSOVO: LA SITUAZIONE E' CALMA, MA RESTANO LE TENSIONI


Mitrovica: il ponte sul fiume Ibar
(Nikontokio/Flickr)
Di Marina Szikora [*]
Al nord del Kosovo, la situazione continua ad essere calma, soprettutto dopo la notizia del raggiungimento di un accordo tra la Serbia e la Kfor. Ma i serbi kosovari non abbandonano le barricate. Lunedi' il presidente del comune di Kosovska Mitrovica, Krstimir Pantić ha informato i suoi concittadini dopo i colloqui a Belgrado con il presidente della Serbia Boris Tadić di aver ottenuto garanzie che la Serbia proteggera' i serbi in Kosovo mentre il loro dovere e' quello di restare calmi e uniti. Il presidente del comune di Kosovska Mitrovica ha informato inoltre che il consigliere del comandante della Kfor si e' scusato al popolo serbo per tutto quello che era sucesso negli ultimi giorni. In tal modo, ha detto Pantić, la Kfor ha riconosciuto di aver commesso un errore mettendosi dalla parte degli albanesi kosovari. Ha aggiunto di essere convinto che nel futuro tutte le questioni verranno risolte attraverso i negoziati tre il governo serbo e la delegazione degli albanesi del Kosovo. A Boris Tadić, ha spiegato Pantić, e' stato illustrato che le barricate a Rudar sono il simbolo della resistenza alle istituzioni kosovare.

Martedi', tuttavia, dopo soli dieci minuti viene sospesa la riunione dei consiglieri di quattro comuni del Kosovo settentrionale convocata a Leposavići in cui si e' dovuto discutere dell'accordo raggiunto tra il governo serbo e la Kfor. Il capo del team negoziale di Belgrado nel dialogo con Priština, Borislav Stefanović ha dichiarato comunque di essere certo che l'accordo alla fine sara' realizzato nonostante il fallimento della riunione di Leposavići. "Bisogna avere comprensione per la sfiducia dei serbi kosovari, molte volte sono stati ingannati dalla comunita' internazionale, ma sono certo che attraverseremo questo processo insieme e che l'accordo verra' realizzato" ha detto Stefanović per l'agenzia di stampa serba Beta. Si e' detto convinto che le barricate saranno tolte. Stefanović ha informato che per i serbi non e' conveniente la parte dell'accordo temporaneo con la Kfor relativa al traffico limitato della merce, per quanto riguarda i cambion di 3,5 tonellate. Al tempo stesso, ha spiegato, l'accordo ha portato pace e garanzie che non ci saranno attacchi contro i serbi nonche' implementazioni delle istituzioni kosovare. Va sottolineato che l'accordo con la Kfor, che i rappresentanti del governo della Serbia hanno raggiunto lo scorso venerdi' precisa che il controllo alle forntiere amministrative Jarinje e Brnjak almeno fino al 15 settembre saranno sotto il controllo della Kfor.

Intanto, i ministri degli esteri di Gran Bretagna e della Germania, William Hague e Guido Westerwelle hanno avvertito Belgrado e Priština che le loro possibilita' di adesione all'Ue potrebbero essere a rischio e che mancheranno alla loro "occasione storica" se non verranno eliminate le tensioni etniche sulla linea amministrativa. La Serbia e il Kosovo devono trovare una soluzione dipolomatica "che rispetterebbe i confini del Kosovo, migliorerebbe la vita di tutti e avvierebbe questi due paesi verso la via di adesione all'Ue" si legge in un comunicato congiunto dei due capi di diplomazia pubblicato sul quotidiano tedesco Frankfurter Algemeine Zeitung. Va detto che da quando e' stato raggiunto l'accordo tra la Serbia e la Kfor, le notti alle barricate di Rudar, Zupča e Leposavići sono pacifiche, ma secondo i media serbi la situazione continua ad essere incerta e tesa. Mentre i serbi kosovari continuano ad esser alle barricate sulle vie che conducono verso i confini di Jarinja e Brnjak al nord del Kosovo, i loro rappresentanti politici tengono consultazioni se e in quale forma verra' accettato l'Accordo che la Serbia ha raggiunto con la Kfor. In tutte le direzioni, tranne a Rudar dove e' impossibile togliere velocemente le barricate, i veicoli della Kfor che trasportano cibo e acqua, passano indisturbati e non ci sono stati nuovi incidenti.

[*] Corrispondente di Radio Radicale. Il testo è tratto dalla corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi e disponibile qui

PASSAGGIO IN ONDA

La puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda l'11 agosto a Radio Radicale

Gli argomenti della trasmissione

Kosovo: la situazione nel nord dopo le tensioni delle ultime settimane e gli accordi tra Kfor e parti in conflitto; gli ammonimenti dell'UE; la visita di oggi a Pristina del ministro degli Esteri tedesco

Bosnia: la crisi politica si ripercuote sulla situazione economica, gli investimenti esteri languono; l'allarme dell'Alto rappresentante internazionale Valentin Inzko

Cipro: la situazione politica dopo la crisi di governo e i rischi di crisi finanziaria, mentre l'UE preme per l'accelereazione dei negoziati per la riunificazione

Turchia: dopo l'accordo tra Erdogan e i militari sui vertici delle forze armate sta nascendo la "seconda repubblica"?

Croazia: a pochi mese dalle pesanti condanne degli ex-generali Gotovina e Markac, considerati eroi dell'"Operazione Tempesta", e a poche settimane dall'arresto dell'ex leader serbo-croato Goran Hadzic, il presidente Ivo Josipovic celebra la festa della vittoria nella guerra del 1991-1995 e parla di riconciliazione nei Balcani

Corruzione e democrazia: l'intervista della rivista serba Ekonom a Matteo Mecacci, deputato radicale del Pd e presidente della Commissione diritti umani dell'Osce.

In apertura e in chiusura una riflessione sul futuro dell'unità europea a cinquant'anni dalla costruzione del muro di Berlino.  Dal kennediano "Io sono berlinese" a "Io sono europeo".

La trasmissione è stata realizzata con la collaborazione di Marina Szikora ed è ascoltabile direttamente qui



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