giovedì 27 ottobre 2011

IL PROBLEMA NON E' IL KOSOVO, MA BELGRADO

“Ha costruito le barricate in Kosovo come fece 20 anni fa in Croazia”, accusa il leader liberaldemocratico Cedomir Jovanovic che aggiunge: “Il problema è anche il presidente Tadic che dobbiamo aiutare”.

Cedomir Jovanovic
di Marina Szikora [*]
Alla riunione del Comitato generale del Partito liberaldemocratico tenutasi settimana scorsa a Belgrado, il suo presidente e leader Čedomir Jovanović ha accusato il potere di Belgrado per "aver costruito le barricate in Kosovo, come lo fece 20 anni fa anche in Croazia" e di essere impotente a proporre la soluzione del problema in quest'area. "Il problema non e' il Kosovo, il problema e' Belgrado. Il problema e' anche il nostro presidente che dobbiamo aiutare" ha detto Jovanović. Ha valutato che i quattro autoproclamati presidenti dei comuni al nord del Kosovo stanno provocando il presidente serbo. "I serbi al nord del Kosovo sono ostaggi dell'impotenza di Belgrado perche' il potere non ha la forza di proporre soluzioni" ha affermato il leader liberaldemocratico indicando che la soluzione del problema del nord del Kosovo e' l'attuazione del piano di Marty Ahtisaari. Jovanović ha criticato anche il patriarca Irinej esortandolo ad abbandonare la politica perche', ha rilevato Jovanović, commette costantemente errori. "Quando parlera' dello spargere del sacro sangue, che ci chieda se noi ne siamo d'accordo" ha detto Jovanović. Il presidente dei liberaldemocratici ha invitato il presidente della Serbia Boris Tadić "a liberare i media" poiche', secondo le sue parole, non si puo' tollerare la campagna antieuropea dei media statali. Jovanović ritiene che la Serbia necessita' di una nuova Costituzione e di riforme politiche ed economiche senza compromessi. Va detto che a questa riunione del Comitato generale di LDP hanno partecipato anche i presidenti del Movimento di rinnovamento serbo, Vuk Drašković, del Partito sociademocratico della Serbia, Rasim Ljajić e dell'Unione socialdemocratica, Žarko Korač.

Secondo le informazioni del quotidiano di Belgrado 'Blic' questi partiti starebbero negoziando sulla possibile coalizione elettorale. A favore di questo supposizioni parlerebbe anche il fatto che alla riunione del Partito liberaldemocratico davanti ai nomi dei presidenti dei quattro partiti ospiti c'era la scritta "Svolta". Le supposizioni di 'Blic', al momento, sono state smentite dallo stesso Jovanović. Intanto, LDP chiede una sessione del Parlamento serbo in cui si discuterebbe della situazione al nord del Kosovo. L'iniziativa dei liberaldemocratici viene appoggiata dal Movimento del rinnovemento serbo e il deputato di questo partito, Aleksandar Jugović afferma che la richiesta della LDP e' giustificata poiche' non e' normale che la politica statale sia condotta dai quattro presidenti dei comuni al nord del Kosovo. Secondo le sue parole, a questa riunione parlamentare si prenderebbe la decisione di togliere le barricate e di accettare la parte del piano di Marty Ahtisaari che non riguarda lo status in quanto base per i prossimi negoziati tra Belgrado e Priština con la mediazione dall'Ue. "Non esiste la maggioranza in questo parlamento che sia pronta a prendere una tale decisione proeuropea e statale" ha detto Jugović valutando che una veloce decisione e un messaggio alla gente al nord del Kosovo potrebbe creare una situazione in cui la Serbia affronterebbe in modo molto piu' adeguato l'attuale stato dei fatti.

Belgrado vuole tornare ai negoziati con Priština
"Belgrado vuole il ritorno ai negoziati perche' senza i negoziati non possiamo arrivare a dei risultati, risolvere i problemi della gente e proteggere gli interessi vitali nazionali" ha detto lunedi' il presidente serbo Boris Tadić ai giornalisti visitando la Fiera dei libri di Belgrado. Tadić ha detto che il suo colloquio con i rappresentatni dei serbi al nord del Kosovo domenica scorsa e' stato aperto e costruttivo. "Ho detto loro com'e' la situazione politica reale ed i potenziali della Serbia per quanto riguarda la difesa degli interessi in Kosovo ed i principi ai quali noi daremo fede nel prossimo periodo e ai quali non rinunceremo" ha detto il presidente serbo. Secondo le sue parole, la Serbia non e' responsabile per la sospensione del dialogo con Priština e sono in corso i colloqui per far tornare il nord del Kosovo ad un processo normale. "Tutti quelli che pensano che noi dobbiamo chiuderci nella nostra casa, non comunicare e non negoziare, mentre noi invece abbiamo un problema mondiale, che e' internazionalizzato, commettono errori metodologici" ha detto Tadić. Sempre lunedi', durante i suoi colloqui con il procuratore generale del team speciale di inchiesta dell'Ue John Clinton Williamson, il presidente della Serbia ha chiesto nuovamente un'inchiesta indipendente sul traffico di organi in Kosovo. Il procuratore Williamson, che si trova a capo del team dell'Ue per le indagini nell'inchiesta relativa al presunto traffico di organi umani in Kosovo, e' stato nominato lo scorso agosto e lunedi' ha visitato Belgrado dopo aver trascorso tre giorni a Priština. Da Belgrado, Williamson si e' recato anche a Tirana.

[*] Corrispondente di Radio Radicale. Il testo è tratto dalla corrispondenza per la puntata di oggi Passaggio a Sud Est.

IL PRESIDENTE CROATO JOSIPOVIĆ PRONTO AD UN ACCORDO CON LA SERBIA PER FAVORIRE LA PACIFICAZIONE

di Marina Szikora [*]
Oggi, il Parlamento croato si riunisce per l'ultima volta per concludere questa legislatura, dopo di che il capo dello stato potrà indire le elezioni. La data, si da ormai per scontato, dovrebbe essere quella del 4 dicembre, ma siamo già abbondantemente in campagna elettorale. Uno degli argomenti al centro dell'attenzione sulla scena politica croata e' l'appena approvata legge sulla nullità degli atti giuridici della Serbia relativi alla guerra patriottica. Lunedì, ospite del consueto “Caffè con il presidente”, la trasmissione mensile alla radio statale croata, il capo dello stato Ivo Josipović ha dichiarato di essere pronto a farsi carico dell'iniziativa per concludere un accordo bilaterale tra Croazia e Serbia, il quale, sia per ostacolare futuri persecuzioni infondate dei veterani croati, sia per far proseguire la collaborazione nei processi per crimini di guerra, che ritiene una soluzione preferibile e più utile per gli interessi croati rispetto all'appena approvata legge sulla nullità.

“Sono pronto a intraprendere questa iniziativa e mi appello al governo croato che lo si faccia insieme”, ha detto Josipović valutando che la legge sulla nullità è un danno per la Croazia perché non impedisce che i difensori croati vengano perseguiti su basi infondate. Va detto che il Parlamento croato, una settimana fa aveva approvato la contestata legge sulla nullità con un numero di voti maggiore di quelli di cui dispone la coalizione governativa. Al momento del voto però, l'opposizione era assente dall'aula. Alle critiche del presidente Josipović, la premier Jadranka Kosor ha replicato che la legge rispetta la costituzione e che protegge i veterani croati da processi infondate.

Il capo dello stato croato da parte sua ha annunciato che chiederà alla Corte costituzionale la valutazione sulla costituzionalità di una tale legge interpretandola come una protezione legale irreale dei difensori croati dalle accuse infondate. Josipović ha aggiunto che eventuali futuri atti di accusa saranno rischiosi sia per la Croazia che per i suoi cittadini accusati perché nel momento in cui passeranno il confine statale rischieranno di essere arrestati. Viene messa in questione, ha sottolineato Josipović, anche la buona collaborazione finora degli organi statali croati e serbi nei casi penali. Per quanto riguarda gli aspetti formali-giuridici, ha aggiunto il Presidente, la legge non è stata votata da 77 deputati, che è la maggioranza indispensabile per approvare una legge organica, come ritengo sia questa, perché introduce delle innovazioni nel nostro sistema legale, quali le competenze del ministro della giustizia a decidere sull'adeguamento di certi atti con l'ordinamento giuridico croato.

"Tutto questo si può fare solo in un modo, vale a dire raggiungendo con i paesi vicini, con la Serbia, un accordo in base al quale gli imputati vengano processati nel paese di residenza e che siano accordati i meccanismi di scambio di prove" ha detto Ivo Josipović ritenendo che dopo l'approvazione della legge in questione si avrà un blocco nei rapporti con la Serbia poiché "sono del tutto irreali le aspettative che, se noi ci comportiamo in questo modo, la Serbia non risponderà". Il presidente croato ha avvertito che non bisogna trascurare nemmeno il problema politico aggiuntivo che si vede nelle valutazioni dell'Ue la quale si chiede se una tale legge significa la rinuncia ad una politica in favore dello stato di diritto.

Per quanto riguarda la data delle prossime elezioni in Croazia, Josipović ha detto che il 4 dicembre, proposto dalla premier e dalla coalizione governativa per lui è una data accettabile e ha annunciato come possibile la sua decisione di indire le elezioni già domani, venerdì quando si attende che il Parlamento prenderà la decisione del scioglimento. Alla trasmissione della radio statale, interrogato come vede la Croazia nei prossimi quattro anni, il presidente ha risposto che "sarà di lotta perché bisogna lottare per una economia migliore e per una vita di qualità. Bisognerà essere pazienti ed avere la forza di raggiungere il progresso".

Tornando alla contestata nuova legge croata, il segretario di stato presso il ministero della giustizia serbo, Slobodan Homen, commentando la legge sulla nullità degli atti giuridici della Serbia relativi al periodo della Guerra per la Patria ha detto di valutarla come una parte della campagna politica prima delle elezioni in Croazia. Ha stabilito anche che la legge non è basata sul diritto internazionale. Secondo Homen, scrivono i media serbi, l'approvazione di una tale legge contribuisce a compromettere anni di sforzi e accordi effettuati per un più efficace perseguimento dei criminali di guerra. Homen è dell'opinione che questa legge non contribuisce alla riconciliazione con i Paesi vicini e ad affrontare il passato bensì aiuta i criminali a sfuggire alla responsabilità penale. "Non voglio entrare nei rapporti sulla scena politica croata, ma spero che nel futuro nuove forze politiche rivedano questo provvedimento e approvino una soluzione legislativa secondo i principi della giustizia e gli standard europei", ha detto il responsabile del ministero della giustizia serbo.

[*] Corrispondente di Radio Radicale. Il testo è tratto dalla corrispondenza per la puntata di oggi Passaggio a Sud Est.

mercoledì 26 ottobre 2011

LA SITUAZIONE IN TURCHIA DOPO IL TERREMOTO

Segnalo un'intervista ad Alberto Tetta, corrispondente di Osservatorio Balcani e Caucaso, dalle zone sud-orientali della Turchia colpite dal terremoto del 23 ottobre. Il collegamento è stato realizzato nel tardo pomeriggio di mercoledì 26 ottobre da Van.
I ritardi e la disorganizzazione dei soccorsi, le difficoltà del governo e le possibile ripercussioni politiche del sisma, il conflitto con i guerriglieri curdi che, dopo gli attacchi del Pkk della scorsa settimana e le reazioni dell'esercito turco, per ora non si ferma.
L'intervista è ascoltabile alla pagina delle Interviste oppure suo sito di Radio Radicale.

lunedì 24 ottobre 2011

E' MORTO ANTONIO CASSESE

Due giorni fa è morto il professor Antonio Cassese, uno dei massimi esperti di diritto internazionale penale e di diritti umani, primo presidente del Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia, oltre che presidente del Comitato europeo per la prevenzione della tortura e della Commissione d'inchiesta dell'ONU sui crimini in Darfur. Giurista, docente di diritto internazionale, saggista, è stato cofondatore e condirettore dell'European Journal of International Law e del Journal of International Criminal Justice, e ha scritto per il Messaggero, la Stampa e la Repubblica. Il 10 ottobre scorso si era dimesso per motivi di salute dalla carica di presidente del Tribunale speciale per il Libano. Il presidente della Repubblica Napolitano lo ha definito “un maestro di cultura giuridica e un esempio di impegno civile al servizio della causa della giustizia, della democrazia e dei diritti umani".
Emma Bonino, Marco Pannella e Sergio Stanzani, a nome del Partito Radicale Nonvolento, Transnazionale e Transpartito e di Non c'è Pace senza Giustizia, in una dichiarazione ricordano il professor Cassese come il “giurista militante col quale oltre 20 anni fa avviammo quel lavoro che di lì' a poco, nel mezzo della guerra jugoslava e del genocidio ruandese, avrebbe portato il Consiglio di Sicurezza a creare i Tribunali ad hoc per la ex Jugoslavia e il Ruanda, e le Nazioni unite ad accelerare la stesura finale dello statuto della Corte penale internazionale”. Per i radicali Cassese univa le sue internazionalmente riconosciute doti giuridiche alla sensibilità di chi capisce che occorra “militare politicamente” per dare impulso alle riforme necessarie associandosi a mobilitazioni come quelle che i radicali transnazionali lanciarono fin dai primi anni '90 per rispondere “con la forza della legge alla legge della forza e dell'impunità” che vigevano grazie all'inanità della comunità internazionale.

Nell'archivio di Radio Radicale è possibile trovare molti interventi del professor Cassese in convegni e dibattiti e diverse interviste tra le quali ne segnalo due mie

Sulla dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo
alla luce del diritto internazionale, del diritto di autodeterminazione dei popoli e della risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza dell'Onu

Sulla morte di Slobodan Milosevic
avvenuta l'11 marzo 2006 in una cella del carcere internazionale di Scheveninghen

venerdì 21 ottobre 2011

KOSOVO: E' DI NUOVO ALTA TENSIONE

Situazione sempre tesa nel Nord del Kosovo, anche se si tenta di trovare un compromesso per risolvere la questione dei blocchi stradali che da settimane ostacolano la circolazione nelle zone settentrionali dove la popolazione serba non intende riconoscere l'autorità di Pristina. Il comandante della Kfor, il generale tedesco Erhard Drews, si è detto pronto ad incontrare i rappresentanti dei serbi del Nord, con l'obiettivo di trovare una via d'uscita. Uguale disponibilità ad un accordo è stata manifestata da Radenko Nedeljkovic, uno dei leader serbi. La situazione però è piuttosto complicata, perché i serbi, in cambio della rimozione delle barricate, chiedono che Pristina ritiri i doganieri e i poliziotti inviati ai valichi di confine di Jarinje e Brnjak (i cosiddetti gates 1 e 31), decisione che è all'origine della crisi scoppiata alla fine di luglio e sulla quale le autorità kosovare non intendono assolutamente retrocedere.

L'altro ieri i serbi del nord del Kosovo avevano ignorato la scadenza dell'ultimatum imposto dalla Nato mantenendo i sedici blocchi stradali. Un convoglio di militari francesi della Kfor ha cercato di smantellare le barricate nel villaggio di Jagnjenica, lungo la strada che conduce al valico di Brnjak, nel comune di Zubin Potok. I soldati Nato, in assetto antisommossa, hanno fatto uso di lacrimogeni per disperdere le diverse centinaia di persone che presidiavano il posto di blocco: il bilancio alla fine contata 30 feriti: 22 civili, tre dei quali in maniera piuttosto grave, e otto militari. Ieri, alle prime luci dell'alba, la Nato ha iniziato a smantellare i blocchi stradali. Sia la Kfor, che la missione civile europea Eulex, hanno parlato di successo dell'operazione, ricevendo da Bruxelles il sostegno di Maja Kocijancic, portavoce dell'Alto rappresentante per la politica estera dell'Ue, Catherine Ashton. Anche il premier kosvaro, Hashim Thaci, ha approvato l'intervento militare esortando “i cittadini del Nord alla pace e alla collaborazione”.

Nelle stesse ore il presidente della Repubblica serbo, Boris Tadic, si è rivolto alla Kfor e alla missione civile europea Eulex, invitandoli ad “astenersi dall'uso della forza contro la popolazione”, un appello ribadito anche dal ministro serbo per il Kosovo e Metohia, Goran Bogdanovic, e da quello degli Esteri, Vuk Jeremic. Tadic ha invitato i leader serbi locali a prendere iniziative “che riguardino solo gli interessi vitali dei cittadini (...) non quelli dei loro capi partito che strumentalizzano politicamente la questione in vista delle future elezioni”. La situazione del nord Kosovo sta avendo ripercussioni forti anche a Belgrado, con i partiti nazionalisti dell'opposizione - i radicali del Srs (il partito ultranazionalista di Seselj), i conservatori del Sns di Nikolic (ex numero due del Srs), e il Dss dell'ex premier Kostunica – che hanno abbandonato i lavori parlamentari per protestare contro il rifiuto della maggioranza di inserire nell'agenda dei lavori la questione del Kosovo.

I sindaci dei quattro comuni coinvolti nelle proteste - Kosovska Mitrovica, Leposavic, Zubin Potok e Zvecan - sembrano intenzionati a mantenere la linea dura, anzi ad inasprirla con la richiesta di espulsione di Eulex dai territori a nord del fiume Ibar. A Gracanica, enclave serba alle porte di Pristina, migliaia di persone hanno manifestato la loro solidarietà ai connazionali del nord, mentre nei pressi di Pec, una disputa verbale per questioni legate alla proprietà contesa di una fattoria è purtroppo finita in tragedia con un serbo è stato ucciso e due suoi connazionali feriti dai colpi di arma da fuoco sparati da un albanese. Un atto che il governo di Belgrado, in una nota, ritiene avere un “esplicito obiettivo di pulizia etnica” attribuendolo alle “sintomatiche ripercussioni” della situazione del nord sul resto della popolazione serba kosovara. Sull'episodio, va detto, è intervenuto anche il governo di Pristina che ha condannato il gesto, giudicato “inaccettabile e punibile”, ed esprimendo le condoglianze alla famiglia della vittima.

La situazione, dunque, al momento in cui scrivo questo post, stando a quanto leggo sulle agenzie, è di relativa calma, ma la tensione resta altissima. Appelli alla calma nel nord del Kosovo sono venuti di nuovo oggi sia dalle autorità serbe, sia da quelle kosovare albanesi preoccupate da nuovi scontri che rischiano di far precipitare la situazione in maniera incontrollata con esiti drammatici e sanguinosi, come nelle tragiche giornate del marzo del 2004. [RS]

ALBANIA: IL PRESIDENTE NON VUOLE L'IMPORTAZIONE DI RIFIUTI

Di Artur Nura
Il presidente albanese, Bamir Topi, ha rinviato al parlamento il progetto di legge relativo all'importazione dei rifiuti, perché venga esaminato nuovamente, giudicandolo incompatibile con la Costituzione. Topi, come si legge in una dichiarazione sulla pagina ufficiale della Presidenza, contesta in particolare un articolo della legge, che si traduce in concreto nell'importazione dei rifiuti dall'estero. Il provvedimento è stata votato lo scorso mese dalla maggioranza di centro-destra tra le contestazioni dell'opposizione e della società civile.
Il presidente sottolinea che l'intera legge, invece di concentrarsi sulla previsione di misure e procedure per la gestione ambientale dei rifiuti in Albania, che costituisce ancora un problema grave e ancora irrisolto, va a creare la possibilità di importare dei rifiuti da altri Paesi, andando in contrasto con l'obiettivo dichiarato della minimizzazione dei rifiuti e la riduzione del loro impatto negativo attraverso la gestione integrata.
“Rimango del parere che la legge ha bisogno di miglioramenti nelle sopracitate direzioni, ma ritengo e giudico che ogni variante offerta, deve essere coerente con gli obiettivi fissati dalla Costituzione, tale che le istituzioni e la società albanese devono rispettare la nostra vita e le future generazioni”, dice ancora la nota.
Il Parlamento ha approvato con 69 voti a favore e 5 contrari il progetto di legge sulla gestione dei rifiuti urbani, senza quindi i voti dell'opposizione. Il ministero dell'Ambiente, tramite questa legge prevede l'importazione di rifiuti affinché vengano riciclati in Albania
Il viceministro dell’Ambiente, Taulant Bimo, tramite una conferenza stampa ha dichiarato che il rifiuto del decretare una simile legge da parte del Presidente trova soltanto una motivazione politica e per niente costituzionale. Secondo il viceministro, tale azione politica da parte del presidente non fa altro che lasciare in forza l legge del 2003 approvata dall'allora maggioranza della sinistra che certamente non proibisce l’importazione di rifiuti pericolosi dall’estero. Ora bisognerà vedere cosa farà il governo, visto che la maggioranza di centro-destra che sostiene il premier Sali Berisha ha tutti i numeri in parlamento.

[*]  Corrispondente di Radio Radicale

giovedì 20 ottobre 2011

LA SERBIA AL BIVIO: FUTURO EUROPEO O RITORNO AL PASSATO?

di Marina Szikora [*]
"Possiamo essere molto soddisfatti con la raccomandazione della Commissione europea" sono state le prime parole del vicepresidente del governo serbo incaricato per le integrazioni europee, Božidar Đelić dopo la presentazion del rapporto sulla Serbia. Đelić ha aggiunto che questo e' il miglior possibile esito considerando la crisi in Europa e le tensioni al nord del Kosovo. In una intervista al quotidiano 'Blic' il vicepresidente del governo serbo ha sottolineato che la Serbia ha l'opportunita' storica di diventare paese candidato entro la fine dell'anno e di iniziare i negoziati per l'ingresso nell'Ue prima della fine dell'anno prossimo, tutto in base alla costituzione serba e la politica statale relativa al Kosovo poiche' le condizioni menzionate nel rapporto della Commissione esistono di gia' e dal punto di vista dello status sono neutrali. Đelić ha rilevato che gli evidenti tentativi di Priština e di una parte della comunita' internazionale di collocare la Serbia in un bivio cieco ponendo condizioni impossibili non hanno avuto successo. Se ci sono sorprese, spiega Đelić, lo e' il fatto che la Commissione ha confermato di tener fede all'integrita' perche' non e' nessun segreto che vi sono state pressioni mai viste prima. La Commissione europea, e' dell'opinione il vicepresidente del governo serbo, e' riuscita a mantenere l'oggettivita' e l'integrita' anche sull'esempio della Serbia. Questa, secondo Đelić, e forse la piu' grande sorpresa.

Contrariamente alle dichiarazioni governative, i rappresentanti delle organizzazioni nongovernative serbe sono dell'opinione che l'elite politica in Serbia sta rinunciando alla via europea e invitano ad una specie di 'rivolta' contro il rinnovamento del passato. Avvertono che l'ottenimento dello status di candidato, senza la data dell'inizio di negoziati significa molto poco per la costruzione della Serbia democratica. Secono i rappresentanti delle organizzazioni nongovernative, soltanto con l'ottenimento della data dell'inizio dei negoziati sarebbe assicurato un rapporto responsabile dello stato verso gli obblighi relativi allo stato di diritto, integrazioni europee ma anche verso i propri cittadini. La direttrice del Fondo per il diritto umanitario, Nataša Kandić, afferma che con l'apertura dei negoziati si apre la questione dei capitoli e tra questi il piu' importante e' quello relativo alla giustizia e al rispetto dei diritti umani. L'ex premier della Serbia Zoran Živković concorda che sulla via verso l'Ue una delle questioni chiave e' quella della data dell'inizio dei negoziati di adesione poiche' solo allora il potere locale sara' messo sotto controllo. La professoressa di diritto Vesna Rakić-Vodinelić ritiene che in Serbia e' all'opera il rinnovamento del passato e non l'impegno per il futuro europeo. Il regista serbo Lazar Stojanović, noto per il suo oprimersi all'ex regime di Slobodan Milošević valuta che la politica estera serba in effetti ha fatto diventare la Serbia un fattore di instabilita' nella regione. Secondo i rappresentanti della Serbia civica, con l'apertura dei negoziati di adesione si aprirebbero le questioni relative ai politici corrotti, alla giustizia dipendente dalla politica, ai media corrotti, alla pace e stablilita' nella regione, libero mercato, rispetto dei confini , riconoscimento delle vittime e condanna dei crimini di guerra. Verrebbe vietata la difusione dell'odio etnico, religioso, raziale e di sesso. Secondo questi rappresentanti, sono questi i veri problemi dei cittadini e dello stato serbo e non lo status del Kosovo.

Nel frattempo e' scaduto l'ultimatum ai serbi kosovari di togliere le barricate alle frontiere al nord del Kosovo. Va sottolineato, per quanto rigurada il problema Kosovo, che l'Ue non ha nessun rapporto contrattuale con il Kosovo. Per far cio', la decisione dell'Ue deve essere unanime. Per questa ragione non esiste nemmeno l'Accordo di stabilizzazione e associazione dell'Ue con il Kosovo. Si prospetta adesso, come unica ipotesi possibile – l'eventuale prossima liberalizzazione dei visti. La domanda cruciale e' quella se l'Ue ha la conoscenza precisa su quello che succede veramente in Kosovo? Come problema fondamentale, per quanto riguarda l'approcio dell'Ue verso il Kosovo, vi e' la mancanza di una politica estera comune per quanto riguarda questo paese o regione, visto che nemmeno tutti gli stati membri dell'Ue hanno riconosciuto l'indipendenza di Priština. In questo contesto e' anche chiaro che la separazione del Kosovo e' un processo irreversibile ma che la Serbia si appresta anche alle elezioni politiche il che fa si' che la questione del Kosovo, soprattutto il suo status, faranno inevitabilmente parte della retorica elettorale.

In Kosovo, va altrettanto sottolineato, non esiste un piano di ripresa economica. Un paese che conta 2 milioni di abitanti, oggi e' dotato perfino di 19 ministeri. Corruzione e burocrazia sono soltanto due dei problemi cruciali contro i quali si combatte una lotta del tutto innefficace. Il paese che maggiormente spinge sulla soluzione del problema Kosovo e' la Germania. Ma sono sempre maggiori le critiche in questo paese che Berlino non ha una strategia ne' per il Kosovo ne' per l'intera Europa sudorientale e non si capisce il perche' dell'interesse tedesco verso la soluzione del Kosovo. Il giornale tedesco 'Tageszeitung' scrive che "Il Kosovo e' un paese strano, senza una sua valuta e senza un numero di prefisso, senza domena Internet e sin dall'intervento della Nato nel 1999 non e' riuscito a raggiungere un equilibrio per cui prevale l'impressione che sia precipitato nelle mani dei cartelli criminali". Il quotidiano aggiunge che il mondo non e' unanime sulla questione se questo e' uno stato o meno: 81 pease dice di si', 112 dicono di no e afferma che il mondo e' diviso sulla questione se questo paese e' condotto da uno o due governi o perfino se si tratta di governi oppure di un cartello criminale. Al centro della soluzione e del futuro dialogo tra Belgrado e Priština, resta indubbiamente l'eliminazione delle istituzioni parallele serbe in Kosovo. L'ultimatum per togliere le barricate e' scaduto martedi' ma e' gia' evidente che questa scadenza non potra' essere rispettata in tempo determinato. I rappresentanti serbi in Kosovo sono convinti che la Nato non avra' la forza di attaccare il popolo senza armi e sottolineano addirittura che continueranno ad opporsi in modo nonviolento, gandhiano, protestando contro la polizia ed i doganieri kosovari ai confini con la Serbia.

[*] Corrispondente di Radio Radicale. Il testo è tratto dalla corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi e ascoltabile qui.

MONTENEGRO: IL CAMMINO VERSO L'UE INIZIA DALLA QUESTIONE PIU' DIFFICILE

La Commissione europea raccomanda che i negoziati inizino dal capitolo giustizia e diritti fondamentali

di Marina Szikora [*]
Al Montenegro spetta ancora molto lavoro da fare dopo che la Commissione europea ha raccomandato l'apertura del processo di negoziati di adesione all'Ue. Uno di questi lavori e' in particolar modo la lotta contro la criminalita' e corruzione. Dopo la presentazione del rapporto della Commissione europea, le prime razioni a Podgorica hanno enfatizzato che la questione delle integrazioni europee non e' piu' questione di un misuramento di forze in Montenegro o della volonta' politica delle strutture bensi' si tratta di un lavoro comune nel quale devono impegnarsi tutti insieme con l'Ue.
Tutti concordano che non c'e tempo per i festeggiamenti e come rileva il presidente del Consiglio nazionale per le integrazioni europee, Nebojša Medojević per il Montenegro il lavoro sta appena iniziando. "Bisogna iniziare a risolvere quei problemi che maggiormente premono il Montenegro e che ci ostacolano nel progresso. Cio' riguarda i risultati nella lotta contro la criminalita' organizzata e corruzione, le prove concrete che siamo pronti a comportarci in maniera europeo" dice Medojević.
Secondo gli ultimi sondaggi dell'opinione pubblica, oltre la meta' dei cittadini del Montenegro ritengono che a causa dell'inizio dei negoziati l'Europa aumentera' la pressione sul governo di affrontare con piu' fermezza le incriminazioni e gli arresti dei "pesci grossi" che sono responsabili per la corruzione e criminalita' organizzata mentre un terzo degli intervistati non credono che ci sara' questo tipo di pressione.
Va sottolineato che la Commissione europea ha raccomandato che i negoziati con il Montenegro inizino dal capitolo 23 che riguarda lo stato di diritto. Cosi' il Montenegro sara' il primo paese ad iniziare i negoziati partendo dalla questione piu' difficile che e' quello della giustizia e diritti fondamentali. Il governo di Podgorica non ha ancora deciso se nel team per i negoziati saranno inclusi anche i rappresentanti delle organizzazioni non governative ed esperti come lo e' stato nel caso della Croazia.

[*] Corrispondente di Radio Radicale. Il testo è tratto dalla corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi e ascoltabile qui.

mercoledì 19 ottobre 2011

IL PKK ATTACCA LA TURCHIA: RISCHIO DI ESCALATION E FINE DELLE APERTURE?

In Turchia era prevista la prima riunione della commissione che deve elaborare la nuova Costituzione, che dovrebbe uniformarsi alle richieste dell'Unione Europea ed estendere le garanzie democratiche anche per le minoranze, prefigurando la possibilità di avviare finalmente verso una conclusione civile la “questione curda”. Invece è tornata la confusione e la paura del terrorismo separatista. I guerriglieri del Pkk sono infatti tornati a colpire, provocando una trentina di morti: militari, soprattutto, ma anche alcuni civili. Un attacco di dimensioni tali che non si vedevano da molti anni e con un bilancio così pesante fa farne il quarto in assoluto nella triste classifica degli atti terroristici più sanguinosi. La reazione del governo non si è fatta attendere: l'aviazione turca ha compiuto bombardamenti in territorio nord iracheno, mentre un contingente di truppe scelte (da 600 a 1000 uomini, secondo la stampa) ha passato il confine via terra provocando molti morti fra i guerriglieri.

Il premier Recep Tayyip Erdogan ha giurato di non abbassare la guardia: “Voglio che tutti lo capiscano bene, amici e nemici della Turchia: la Turchia non cederà mai a nessun attacco, non farà mai un passo indietro e non sacrificherà mai neppure la minima parte del suo territorio”. Erdogan ha parlato di “forze oscure” di cui il Pkk è strumento, e ha invitato i turchi a non cedere alle provocazioni: “Se qualcuno non riesce a controllare la rabbia davanti a questo doloroso incidente, i terroristi raggiungeranno il loro obiettivo, ma noi manterremo la calma. Sappiamo che la lotta al terrorismo è lunga, sappiamo che l'antidoto al terrore sono i diritti umani e la democrazia”, ha concluso il premier che ha anche fatto appello all'opposizione perché collabori in questo momento. La minoranza però non ha raccolto l'invito. Kemal Kilicdaroglu, capo del Chp, il Partito repubblicano del popolo, principale formazione dell'opposizione, ha parlato di “incapacità del governo di fronteggiare la situazione” chiedendone le dimissioni. Il segretario del Bdp, il partito curdo, Nurettin Demirtas, ha dichiarato: “Questo fuoco colpisce tutti noi, è ora di dire basta ai morti, ma la guerra contro il Pkk deve finire”.

L'orientamento del governo sembra però essere opposto. Il presidente Abdullah Gul ha parlato apertamente di “vendetta” dicendo che la Turchia “ricorrerà a ogni mezzo per fermare questa situazione”, mentre il premier ha annunciato che le operazioni oltre confine andranno avanti “fino a quando sarà necessario”. Così facendo, però, la Turchia si espone al rischio di essere colpita ancora “più forte”, almeno stando a quanto dichiarato da Ahmed Denis, portavoce del Pkk. Il presidente della regione autonoma del Kurdistan iracheno, Massoud Barzani, ha telefonato a Erdogan per esprimergli la sua solidarietà e per affermare che gli attacchi dei separatisti curdi del Pkk mirano a mettere in crisi le relazioni fraterne tra curdi e turchi.

Gli Stati Uniti, per bocca del presidente Obama, hanno condannato con forza “l'oltraggioso attentato terrorista”. Il presidente ha offerto, “a nome del popolo americano”, le sue condoglianze alle famiglie delle vittime e a tutto il popolo turco, garantendo che gli Usa “continueranno la forte cooperazione [...] per sconfiggere la minaccia terrorista del Pkk e per portare pace, stabilità e prosperità a tutto il popolo della Turchia sudorientale”. Solidarietà ad Ankara nella lotta al terrorismo è stata espressa anche dal segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, secondo il quale “non c'è giustificazione per questi atti di violenza”. Anche l'Unione Europea “sta al fianco della Turchia nella sua determinazione per combattere il terrorismo”, come ha detto l'Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza, Catherine Ashton, che ha condannato “nei termini più duri” i “vergognosi attacchi del Pkk”. Proprio a Bruxelles, si è però rivolto il ministro per i rapporti con l'Europa, Egemen Bagis, dichiarando che “l'Unione Europea non può più rimanere inerte davanti a così tanti morti”.

La situazione è tesa e delicata e c'è il rischio di un'escalation militare: il Pkk, dopo un periodo di calma, a partire dalla scorsa estate ha inasprito gli attacchi. Il governo, e lo ha fatto vedere in queste ore, non intende restare inerte. Ma oltre che ad una ripresa del conflitto su vasta scala, Erdogan rischia anche di vedere sconfitta la politica di “doppio binario” portata avanti in questi anni: riforme democratiche e progressivo riconoscimento dei diritti dei curdi da una parte, tolleranza zero e pugno di ferro contro la lotta armata dall'altra. Se così fosse la Turchia rischierebbe di dover fronteggiare un pericoloso e sanguinoso fronte interno, proprio quando deve affrontare la delicatissima situazione del Medio Oriente proprio mentre sta costruendo il suo ruolo di potenza regionale. Con il rischio di trovarsi sostanzialmente sola, al di là delle dichiarazioni di circostanza. [RS]

martedì 18 ottobre 2011

MAFIA, POLITICA E FINANZA NEI BALCANI

Alta finanza, mafie e politica sullo sfondo dell'area balcanica ed ex jugoslava. E' lo scenario nel quale si intreccia una trama che lega banche, criminalità organizzata e politici corrotti, che affonda le sue radici nei conflitti degli anni '90 e attraversa la vecchia e la nuova Europa, ruotando in particolare attorno alla Croazia e a parte della sua classe politica, coinvolgendo la Carinzia di Jorg Haider e l'uomo forte della Baviera, il democristiano Edmund Stoiber. E' una realtà complessa e intricata, che diversi giornalisti, in particolare Demagoj Margertic, sfidando censure, minacce e in alcuni casi pagando con la vita (come nel caso di Ivo Pukanic e Niko Franjic) hanno cercato di mettere insieme, rivelando intrecci e coperture. In Italia questa storia fatta di cento storie legate tra loro, è stata raccontata in un'inchiesta pubblicata su Narcomafie e che ho segnalato in un post precedente.
Gli autori sono Gaetano Veninata e Matteo Zola, giornalisti e blogger, che ho intervistato per Radio Radicale.

L'intervista la potete ascoltare direttamente qui



Gaetano Veninata e Matteo Zola curano, con altri, il blog Eastjournal.net

lunedì 17 ottobre 2011

RICONCILIAZIONE NEI BALCANI: LA IGMAN INITIATIVE RINNOVA L'IMPEGNO

Ma l'Unione Europea non deve rallentare il processo di allargamento


I presidenti partecipanti alla 22esima sessione della Igman Initiative
di Marina Szikora [*]
Lo scorso venerdi' a Belgrado si e' riunita per la ventiduesima volta la cosiddetta Iniziativa Igman, questa volta sul tema "Prospettive europee, collaborazione e stabilita' della regione". L'iniziativa Igman, e' una rete di organizzazioni non governative, fondata nel 2000 con l'obiettivo di contribuire alla piu' accelerata normalizzazione delle relazioni tra i paesi firmatari del Accordo di pace di Dayton che ha posto fine alla guerra in Bosnia Erzegovina nel 1995. Il nome e' dato come segno di memoria alla primavera del 1995 quando 38 intellettuali e attivisti antimilitaristi della Serbia e Montenegro, dopo 48 ore di viaggio attraverso l'Ungheria e la Croazia, attraversando il monte Igman e un tunnel improvvisato, entrarono nella Sarajevo sotto l'assedio dell'esercito della Republica Srpska.

La riunione di venerdi' scorso ha visto incontrarsi i presidenti della regione, della Serbia, Croazia, Montenegro e della Bosnia che a fine riunione hanno firmato una dichiarazione congiunta in cui invitano l'Ue, nonostante la crisi, di "non perdere di vista l'importanza del processo di allargamento" come strumento per stabilizzare la pace. Nella dichiarazione dei presidenti Boris Tadić, Ivo Josipović, Filip Vujanović e Željko Komšić, alla cui firma ha assistito anche il commissario all'allargamento Štefan Feule, si afferma che la prospettiva dell'adesione all'Ue e' il motore e il garante della pace e stabilita' della regione e dell'Europa sudorientale. "Restiamo fermamente impegnati per la soluzione delle questioni aperte attraverso il dialogo ed i negoziati nello spirito di buon vicinato e sulle basi del diritto internazionale" si legge nel documento dei quattro presidenti. Essi confermano la "piena determinazione che ciascuno dei paesi nelle relazioni reciproche lavorino in modo tale da aiutare ad altri di adempiere tutte le condizioni per la piena adesione all'Ue".

Nella dichiarazione c'e' scritto anche che la solidarieta' e sostegno reciproco sono i principi fondamentali sui quali i quattro stati vogliono costrurie il comune futuro europeo. Concordano che il processo di riconciliazione iniziato deve continuare. In questo senso il ruolo decisivo ha la stretta collaborazione delle giustizie dei singoli paesi e cio' non soltanto per quanto riguarda le persecuzioni e le punizioni dei crimini di guerra bensi' di tutte le forme della criminalita' organizzata. I presidenti sottolineano di essere consapevoli della profonda crisi economica in Europa e nel mondo, concordano che con l'apertura economica tra i loro paesi e l'eliminazione di ogni tipo di ostacolo alla collaborazione economica di ogni singolo paese e di tutti insieme tutti diventeranno piu' resistenti e capaci della ripresa economica. I firmatari del documento hanno espresso soddisfazione perche' la Croazia ha terminato con successo i negoziati di adesione, le aspettative della Serbia di ottenere lo status di candidato entro la fine dell'anno e la data dell'inizio dei negoziati, il Montenegro la data dell'inizio dei negoziati e che la BiH consegni l'applicazione Ue per lo status di candidato altrettanto a fine anno.

Alla riunione dell'Iniziativa Igman, a soli due giorni dalla presentazione del rapporto della Commissione europea sull'avanzamento dei paesi candidati e quelli che lo vogliono diventarlo, il presidente croato Ivo Josipović ha detto che per progredire la collaborazione tra Croazia ed i suoi vicini bisogna fare ancora molto e che insieme al commissario europeo Stefan Feule e con i colleghi serbo, montenegrino e quello della Bosnia Erzegovina ha ribadito l'impegno per il rafforzamento delle relazioni e della collaborazione nonche' un lavoro comune sulla riconciliazione tra i loro paesi. I paesi della regione, ha rilevato Josipović, nel loro commino verso l'Ue, hanno la responsabilita' innanzitutto verso i loro cittadini, di dire loro la verita' sulle riforme difficili e sulle decisioni che bisogna prendere, che nel senso economico puo' essere ancora peggio ma che tutto cio' potra' essere superato. "Abbiamo anche la responsabilita' verso i nostri vicini, di non esportare la crisi, di non creare nemici e di non mancare ai nostri obblighi" ha detto il capo dello stato croato. La verita', ha detto, non e' facile e non e' semplice, ma e' un partenariato indispensabile. E' indispensabile non soltanto quando si tratta di questioni 'scottanti' della storia, bensi' anche quando si tratta della soluzione delle questioni di persone disperse, profughi, di secessione, patrimonio e responsabilita' per crimini di guerra, ha detto Josipović e ha aggiunto che "tutto quello che possiamo, dobbiamo risolvere da soli, senza indugi e senza compromessi". Ha ripetuto che i vicini della Croazia possono contare con l'appoggio della Croazia anche dopo il suo ingresso nell'Unione.

Secondo il commissario Ue all'allargamento Stefan Feule, la collaborazione regionale e la politica di buon vicinato sono gli elementi chiave della politica dell'allargamento dell'Ue e questi principi, ha sottolineato Feule, sono stati approvati nella strategia dell'allargamento dell'Unione per il 2011. "I principi fondamentali del progetto europeo sono la riconciliazione permanente tra i suoi stati membri" ha detto l'eurocommissario aggiungendo che una riconciliazione permanente non e' possibile senza affrontare il passato e cercare la verita'. Fuele ha sottolinato che nella regione balcanica, per quanto riguarda la riconciliazione, e' stato fatto molto negli ultimi anni. Salutando la volonta' dei partecipanti a questa riunione di impegnarsi per il ritorno dei profughi, Feule ha detto che la Commissione europea offrira' appoggio finanziario al progetto comune a tal proposito ed aiutera' l'organizzazione della conferenza di donatori prevista per la primavera del 2012. Per quanto riguarda la collaborazione efficace e costruttiva, il commissario all'allargamento ha sottolineato in particolare l'importanza del dialogo tra Belgrado e Priština.

Il presidente della Serbia Boris Tadić da parte sua ha detto che il comune obiettivo strategico dell'adesione della Serbia, Croazia, Montenegro e BiH all'Ue si puo' raggiungere esclusivmante rafforzando la collaborazione e risolvendo tutte le questioni aperte in modo democratico, attraverso il dialogo fondato sulla reciproca fiducia. Ma le questioni aperte che pesano sulle relazioni bilaterali dei singoli paesi non possono e non devono, secondo le parole di Tadić, essere utilizzate in modo tale da causare danni al loro processo di eurointegrazione. "Ritengo che la riconciliazione tra gli stati ed i popoli in questa parte d'Europa sono uno dei processi e delle sfide piu' importanti che oggi stiamo affrontando. Per questa ragione e' indispensabile che i paesi della regione senza riserve condannino i crimini di guerra ed i loro perpetratori" ha detto Tadić.
Il presidente della Presidenza tripartita della BiH, il croato Željko Komšić ha detto che ne' per la BiH ne' per l'intera regione non c'e' alternativa all'ingresso nell'Ue e ha salutato il ruolo della societa' civile nel processo di collaborazione e riconciliazione. Komšić ha sottolineato che la BiH non ha una posizione unica relativa al "ritmo e la metodologia" dell'adesione all'Ue e che ci sono problemi nell'adattamento dell'amministrazione del Paese. Il capo dello stato monentegrino, Filip Vujanović ha rilevato l'importanza della stabilita' regionale in quanto condizione per le integrazioni eruopee di tutta la regione.

[*] Corrispondente di Radio Radicale. Il testo fa parte della corrispondenza per la prossima puntata di Passaggio a Sud Est (in onda il 20 ottobre 2011).

venerdì 14 ottobre 2011

CROAZIA: L'EX PREMIER SANADER A PROCESSO

L'ex premier croato Ivo Sanader
Il prossimo 28 ottobre si aprirà a Zagabria il processo per corruzione contro l'ex premier croato Ivo Sanader, accusato di aver accettato fondi neri da una banca austriaca durante la guerra della prima metà degli anni Novanta. Sanader era stato incriminato ad agosto con l'accusa di aver intascato all'inizio degli anni Novanta, quando era viceministro degli Esteri, una tangente di 480 mila euro per aver negoziato un prestito della banca austriaca Hypo Alpe Adria al governo croato, mentre il Paese era impegnato nel conflitto contro la Serbia. L'ex premier è sotto accusa anche per una vicenda che riguarda la compagnia petrolifera ungherese MOL e quella nazionale croata INA e il suo nome compare, inoltre, in varie inchieste per corruzione.

Sanader, che oggi ha 58 anni, è stato premier dal 2003 al 2009, quando improvvisamente diede le dimissioni e si ritirò dalla vita politica senza spiegarne chiaramente il motivo: di ragioni ce ne potevano però essere molte, tra cui alcuni affari poco chiari in cui Sanader sembrava coinvolto. Arrestato a inizio dicembre 2010 in Austria, sulla base di una mandato spiccato nel suo paese, estradato lo scorso luglio, oggi ha ribadito la sua innocenza davanti al giudice del tribunale regionale di Zagabria, Ivan Turudic, che ha istruito il procedimento, respingendo ogni addebito. Il processo all'ex premier sarà il primo sulle ricchezze accumulate illegalmente nel corso della guerra.

Intanto la Croazia si prepara alle elezioni legislative che si terranno il prossimo 4 dicembre: una tornata elettorale che si preannuncia in salita per l'Unione democratica croata (HDZ), l'ex partito di Sanader oggi guidato dall'attuale premier Jadranka Kosor, mentre l'opposizione di centrosinistra è data in vantaggio nei sondaggi. La lotta alla corruzione è stata proprio una delle condizioni su cui più ha insistito l'Ue prima chiudere positivamente i negoziati che porteranno la Croazia a diventare il 28° membro dell'Unione presumibilmente a metà del 2013.

Sulla vicenda Hypo Alpe Adria, e più in generale la questione della collusione tra politica e criminalità organizzata nell'Europa sud orientale, che toccano anche l'ex premier croato Sanader, vi ricordo l'inchiesta di Gaetano VeninataMatteo Zola per Narcomafie di cui ho già parlato in un post precedente.

GRECIA: LA CRISI ECONOMICA FA MANGIARE MENO E MEGLIO

Il mercato centrale di Atene
(Foto Kevin Nugent /Flickr)
Nove greci su 10 hanno modificato le proprie abitudini alimentari da quando la crisi economica ha cominciato ad intaccare pesantemente i redditi familiari. Un greco su quattro ammette poi di poter acquistare solo gli alimenti strettamente necessari. Lo rivela un sondaggio sulle abitudini alimentari della gente condotto il mese scorso da Kepka, un associazione per la difesa dei consumatori, che ha intervistato un campione di 1260 persone e i cui risultati sono stati confrontati con un'analoga ricerca effettuata 5 anni fa. Dall'indagine risulta che il 20% degli intervistati ha indicato la crisi economica come fattore principale del cambiamento delle abitudini alimentari: cinque anni fa solo il 2,6% rispose che la spesa era influenzata dalla disponibilità economica.

Nell'acquisto di generi alimentari la salute resta comunque al primo posto delle preoccupazioni: quasi il 42% degli intervistati dichiara, infatti, di avere sempre in mente un'alimentazione sana quando acquistano cibi. Dal sondaggio, in effetti, emerge che i consumi di latte, pane, frutta e verdure sono cresciuti sino a raggiungere un livello quasi quotidiano, mentre numerosi intervistati dichiarano di aver drasticamente ridotto il consumo di carne di maiale, bibite gassate e patatine fritte. Se non fosse che un tale risultato andrebbe ottenuto attraverso la corretta informazione ed educazione alimentare, verrebbe da dire che non tutti i mali vengono per nuocere. L'Italia finirà come la Grecia?

mercoledì 12 ottobre 2011

LA SERBIA PROSEGUE IL CAMMINO VERSO L'EUROPA: LE TAPPE PRECEDENTI

La Commissione europea ha dato parere positivo a concedere alla Serbia lo status di Paese candidato all'adesione all'UE. La fissazione della data di apertura dei negoziati resta però legata a concreti progressi verso la soluzione della questione chiave: il Kosovo. Per Belgrado è un successo parziale, dunque, ma pur sempre un successo, anche perché alla vigilia della pubblicazione del rapporto c'era la concreta possibilità, dopo le recenti tensioni nel nord del Kosovo ed il divieto del Pride 2011, che l'esecutivo Ue dicesse no su tutta la linea.
L'ultima parola spetta ora al Consiglio europeo di dicembre, ma è chiaro che il via libera della Commissione è un ottimo viatico e da qui a fine anno si potrebbe anche riuscire a trovare il modo per far ripartire i colloqui tra Belgrado e Pristina e far progredire la questione del Kosovo come chiesto da Bruxelles.
In attesa di vedere cosa succederà nelle prossime settimane è interessante, allora, ripercorrere le puntate precedenti che hanno portato fino ad oggi. Qui di seguito il testo della corrispondenza di Marina Szikora per la puntata di Passaggio a Sud Est di domani (13 ottobre) già disponbile sul sito di Radio Radicale o alla nostra pagina Passaggio in Onda.

Per ripercorrere le tappe del cammino di avvicinamento di Belgrado all'Ue va sottolineato che i negoziati tra l'Ue e la Serbia relativi alla presentazione ufficiale delle candidatura, avvenuta nel dicembre 2009, sono durati quattro anni con un anno di sospensione dovuta all'insoddisfacente collaborazione della Serbia con il Tribunale dell'Aja. L'inizio dei negoziati per presentare la candidatura, ricorda in questi giorni un testo del mittente B92 e' stato reso pubblico il 10 ottobre 2005, ad una cerimonia nel palazzo dell'ex stato comune Serbia e Montenegro dall'allora commissario europeo per l'allargamento Olli Rehn, dal presidente della Serbia e Montenegro Svetozar Marović e dai premier dei due stati membri della comunità Serbia Montenegro, Vojislav Koštunica e Milo Đukanović nonché dall'ambasciatore britannico David Gowen, a nome dell'allora presidenza europea.

I negoziati sulla candidatura sono iniziati in pratica il 7 novembre 2005 a Belgrado. Sono proseguiti poi nell'aprile 2006, sempre a Belgrado dopo che la Commissione europea aveva valutato che è stato raggiunto l'avanzamento della Serbia e Montenegro con il Tribunale internazionale dell'Aja. La continuazione dei negoziati è stata condizionata poi con la piena collaborazione di Belgrado con l'Aja. Un mese dopo, vale a dire il 3 maggio 2006, la Commissione europea aveva deciso di sospendere i negoziati per la candidatura della Serbia e Montenegro, una decisione appoggiata dai capi di diplomazia dell'Ue poiché è stato valutato che Belgrado non soddisfa l'indispensabile collaborazione con il Tribunale dell'Aja perché non erano arrestati ed estradati i super ricercati imputati della giustizia internazionale. Nel giugno di quell'anno il Montenegro aveva proclamato la sua indipendenza e Podgorica aveva proseguito il processo di associazione separatamente dalla Serbia ottenendo a fine del 2010 lo status di candidato all'adesione.

A causa della sospensione dei negoziati di associazione tra l'Ue e la Serbia alcuni partiti di opposizione serbi avevano chiesto le dimissioni dell' allora premier Vojislav Koštunica e del suo governo. Ma si dimise soltanto il vicepresidente del governo Miroljub Labus. Nel frattempo, il governo serbo, nel luglio 2006 approvò il cosiddetto Piano di azione per concludere la collaborazione con il Tribunale dell'Aja. Il dialogo tra Bruxelles e Belgrado fu sospeso per circa un anno e fu ripreso nel maggio 2007, dopo l'arresto e l'estradizione all'Aja di Zdravko Tolimir, ex comandante dell'esercito serbo e stretto collaboratore di Ratko Mladić. I negoziati ripresi dopo la valutazione positiva dell'allora procuratore generale dell'Aja Carla del Ponte durarono tre mesi. Il 10 settebre 2007, una delegazione serba e quella dell'Ue avevano concordato a Bruxelles il testo dell'Accordo di stabilizzazione e associazione, che venne firmato nel novembre 2007 ma la sua ratifica fu ostacolata dall'Olanda e dal Belgio a causa della mancata piena collaborazione con il Tribunale dell'Aja.

L'Ue aveva offerto alla Serbia nel 2008 un accordo politico sul rafforzamento della collaborazione commerciale, economica ed educativa nonché la liberalizzazione del regime di visti per i cittadini serbi che viaggiano nell'Ue. Infine, l'Accordo di stabilizzazione e associazione è stato firmato a Lussemburgo il 29 aprile 2008. Un'altra volta, l'attuazione di questo accordo e' stata condizionata dalla piena collaborazione con il Tribunale dell'Aja. Il 14 ottobre 2009 la Commissione europea ha invitato l'Ue di attuare l'accordo temporaneo commerciale con la Serbia valutando che le autorità di Belgrado avevano dimostrato la loro prontezza di avvicinamento all'Ue e di avere una sostenibile collaborazione con la giustizia internazionale. Il 19 dicembre dello stesso anno sono stati aboliti i visti per i cittadini serbi che viaggiano nei paesi della zona Schengen dell'Ue. Il 7 dicembre Bruxelles ha messo in vigore l'Accordo temporaneo commerciale che prevede una graduale liberalizzazione commerciale. L'accordo è entrato in vigore ufficialmente il 1 febbraio 2010.

Infine, dopo questo lungo cammino, il presidente della Serbia Boris Tadić ha consegnato a Stoccolma il 22 dicembre 2009, all'allora presidenza svedese, la richiesta ufficiale della Serbia per l'adesione all'Ue. I ministri degli esteri dell'Ue avevano deciso il 14 giugno 2010 a Lussemburgo di proporre ai parlamenti degli Stati membri dell'Ue la ratifica dell'Accordo Ue con la Serbia sulla stabilizzazione e associazione. Dei 27 stati membri, fino ad oggi, 20 paesi hanno ratificato questo accordo. Il 25 ottobre 2010 il Consiglio dei ministri dell'Ue ha chiesto alla Commissione europea di elaborare il parere sulla prontezza della Serbia ad ottenere lo status di candidato all'adesione in modo tale che ogni passo successivo di Belgrado verso l'ingresso nell'Ue sarà seguito dall'approvazione unanime del Consiglio dei ministri sulla piena collaborazione della Serbia con il Tribunale dell'Aja. Nel novembre 2010 il commissario europeo per l'allargamento Stefan Feule ha consegnato al premier serbo Mirko Cvetković il questionario della richiesta di adesione della Serbia all'Ue. Le risposte sono state consegnate il 31 gennaio di quest'anno. Nel frattempo, le autorità serbe hanno arrestato ed estradato all'Aja i due ultimi super ricercati, Ratko Mladić e Goran Hadžić.

Secondo il quotidiano serbo 'Ekspres' le grandi potenze mondiali starebbero appoggiando l'indipendenza del Kosovo e presumibilmente avrebbero intrapreso delle azioni per ostacolare lo status di candidato all'adesione della Serbia finché non saranno ritirate le istituzioni parallele serbe al nord del Kosovo. Sempre secondo queste informazioni, sarebbero in corso i preparativi per una riunione alla quale i rappresentanti degli Stati Uniti e dell'Ue dovrebbero accordarsi sui passi concreti da intraprendere per superare la situazione delicata al nord del Kosovo.

L'ambasciatore britannico in Serbia Michael Devenport, scrive la DW, ha valutato che è reale aspettarsi che l'Ue darà un parere positivo e raccomandazioni per attribuire lo status di candidato alla Serbia. Secondo l'ambasciatore britannico questo sarebbe giusto perché il Paese avrebbe raggiunto un grande avanzamento, incluso quello in alcuni settori molto difficili, quali la collaborazione con il Tpi dell'Aja e l'arresto e l'estradizione degli ultimi super ricercati. La Gran Bretagna, ha sottolineato Devenport, vuole vedere "uno slancio positivo e un impegno sincero della Serbia nel dialogo con il Kosovo".

Secondo le informazioni, il presidente francese Nikola Serkozy insiste che nessuno dei paesi inizi i negoziati con l'Ue finché non saranno concluse le elezioni presidenziali il prossimo maggio. Per la Germania, la condizione perché Belgrado ottenga lo status di candidato sarebbe la rinuncia alla corte di Sremska Mitrovica mentre la condizione per ottenere la data dell'inizio di negoziati dovrebbe essere la rinuncia ai comuni del Kosovo settentrionale. Belgrado ritiene che questa e' la prima volta che gli stati membri dell'Ue interferiscono in questo modo sul parere della Commissione europea. In difesa della Serbia c'è la Svezia che per voce del ministro degli esteri Carl Bildt sostiene che "il Kosovo non è un ostacolo sul cammino della Serbia verso l'Ue e che Belgrado non è responsabile per i problemi al nord del Kosovo. Le autorità di Belgrado hanno una influenza molto limitata sulle vicende in quella zona", afferma Bildt.

Nel rapporto si chiede che la Serbia dimostri "un approccio più costruttivo" verso il Kosovo, la cui indipendenza Belgrado continua a non riconoscere. La Germania ha già fatto sapere chiaramente di ritenere la normalizzazione delle relazioni con il Kosovo una delle condizioni quando a fine anno si dovrà decidere sullo status dei paesi candidati. Secondo AFP, nelle circostanze della crisi economica mondiale che continua in Europa, il sostegno alle integrazioni europee è calato nel maggior numero dei paesi balcanici occidentali anche se, generalmente, le alternative non ci sono.

Secondo l'opinione di Ognjen Pribićević dell'Istituto delle scienze sociali la candidatura della Serbia rappresenta una conferma degli sforzi che, nonostante tutte le critiche, Belgrado aveva fatto negli ultimi 10 anni. Una conferma delle riforme compiute finora che e' importante dal punto di vista morale. Pribićević afferma che cio' conferma che la Serbia appartiene al popolo europeo e si trova sulla via verso l'adesione all'Ue. Ma tutto questo, osserva l'analista serbo, è molto meno rispetto alle aspettative dal 2000. Il fatto che non vi e' una data dell'inizio dei negoziati di adesione rappresenta la conferma delle aspettative tradite. Pribićević ammette che ci sono stati fallimenti in alcune mosse riformatrici, praticamente in tutte le sfere della società. Ma la data non ci sarà a causa del Kosovo e a causa della situazione e della crisi nella stessa Ue, conclude l'analista politico serbo.

Un altro esperto, Vladan Marjanović ritiene che i cittadini della Serbia si "raffredderanno" per quanto riguarda l'ingresso del loro paese all'Ue. Lui è dell'opinione che a causa di tutta una serie di ostacoli e riserve verso l'avvicinamento della Serbia all'Ue il fatto della candidatura verrà accolto con indifferenza dall'opinione pubblica serba. Ma secondo Marjanović non vi è nemmeno molta volontà da parte di Bruxelles. "Sarà piuttosto per una ragione simbolica che un entusiasmo sincero e il desiderio che la Serbia un giorno faccia parte della loro compagnia" afferma Marjanović.

In generale, dopo il migliore della classe che sarebbe la Croazia per la quale questo è l'ultimo rapporto prima dell'ingresso nell'Ue che dovrebbe succedere nel luglio 2013, affermano gli analisti dei Balcani Occidentali, passeranno diversi anni prima che al blocco europeo aderiscano altri paesi della regione balcanica.

TURCHIA, UE: NESSUN PROGRESSO VERSO L'ADESIONE

La questione di Cipro è il maggior ostacolo, ma i negoziati devono continuare perché la Turchia resta un paese chiave

I negoziati di adesione tra la Turchia e l'Unione europea non hanno fatto progressi in nessun settore nell'ultimo anno. E' quanto sottolinea “con rammarico” il rapporto sull'allargamento della Commissione europea, nel quale l'esecutivo si dice “preoccupato per le recenti tensioni nelle relazioni tra Turchia e Cipro”. Per questo, esorta Bruxelles, “deve essere sviluppata una nuova agenda positiva nelle relazioni tra la Turchia e l'Ue per permettere una relazione più costruttiva basata su passi concreti nelle aree di interesse comune”. I rapporti tra Ankara e Nicosia suscitano, infatti, preoccupazione a Bruxelles soprattutto dopo le nuove tensioni create dalle trivellazioni di gas avviate da Cipro al largo dell'isola e contestate dalla Turchia che ha a sua volta avviato prospezioni nei fondali del Mediterraneo orientale.

Quattro cose devono essere chiare, secondo Fuele: l'esecutivo di Bruxelles ribadisce “il diritto sovrano di tutti i Paesi membri ad avviare negoziati bilaterali in linea con l'acquis dell'Ue e con il diritto internazionale”. In secondo luogo, ha proseguito, “ricordiamo alla Turchia la necessità di astenersi da ogni genere di minaccia o di azione che potrebbe avere conseguenze negative sulle relazioni di buon vicinato”. Come terzo punto Fuele ha sottolineato “l'urgenza che Ankara rispetti l'attuazione del Protocollo aggiuntivo all'accordo di associazione (in base al quale dovrebbe aprire porti ed aeroporti alle merci cipriote), facendo progressi verso la normalizzazione dei rapporti con Cipro”. Infine, la cosa più importante: Fuele ha ribadito “il forte sostegno dell'Ue ai colloqui per un accordo complessivo” sulla riunificazione di Cipro e in questa prospettiva, ha concluso, “è essenziale che tutte le parti esercitino moderazione e facciano del loro meglio per assicurare un clima positivo che faciliti la conclusione del processo”.

Detto questo il commissario europeo all'Allargamento ha riconosciuto che “con la sua economia dinamica ed il suo importante ruolo regionale, la Turchia continua ad essere un Paese chiave per l'Ue” e ha ribadito la convinzione che “il processo di adesione resta lo strumento più efficace per inquadrare le relazioni” con Ankara. Il mancato avanzamento dei negoziati, ha detto il commissario europeo, provoca infatti “frustrazioni in entrambe le parti”, ma tutto questo “non deve però renderci ciechi dinanzi all'importanza dei nostri rapporti”. Dunque, “è ora di lavorare per un'agenda positiva rinnovata, per costruire insieme sulla base dei nostri comuni interessi strategici”, un'agenda che, ha spiegato Fuele, includerà il sostegno alle riforme politiche, il dialogo sulla politica estera, l'allineamento con l'acquis comunitario, progressi sulla questione dei visti ed il rafforzamento delle relazioni economiche. [RS]

SERBIA, COMMISSIONE EUROPEA: OK ALLO STATUS DI PAESE CANDIDATO

Ma resta centrale la questione del Kosovo. Anche per il Kosovo.

La Commissione europea ha concesso lo status di candidato all'Unione Europea alla Serbia. E' quanto si legge nel rapporto annuale sull'allargamento reso noto oggi, come previsto, a Bruxelles. Il rapporto dell'esecutivo comunitario, come si prevedeva nei giorni scorsi, collega però l'indicazione di una data per l'apertura ufficiale dei negoziati a ulteriori sviluppo sul capitolo delle relazioni tra Belgrado e Pristina.
Preso atto con favore dei progressi compiuti da Belgrado sul terreno delle riforme, della cooperazione con il Tribunale internazionale per la ex Jugoslavia e della riconciliazione nazionale, il commissario all'Allargamento, Stefan Fuele, ha spiegato che il parere favorevole sulla concessione dello status di Paese candidato alla Serbia prevede che “Belgrado si impegni di nuovo nel dialogo con il Kosovo e proceda velocemente ad attuare in buona fede gli accordi raggiunti finora”. Fuele raccomanda che “i negoziati di adesione siano aperti non appena la Serbia avrà fatto ulteriori progressi nel rispetto di quella che noi identifichiamo come la priorità chiave: altri passi verso la normalizzazione delle relazioni con il Kosovo, in linea con le condizioni poste dal processo di Associazione e stabilizzazione”. Il commissario ha tenuto a precisare che “questa è la sola priorità che abbiamo indicato ed è un tributo agli sforzi sulle riforme cui abbiamo assistito in Serbia nell'ultimo anno nel settore della giustizia, dello stato di diritto ed in altre aree legate ai criteri di Copenaghen”.
Sul Kosovo, del resto, “Belgrado desidera giungere ad una soluzione che possa essere accettabile per tutti”, come ha dichiarato il presidente serbo, Boris Tadic, incontrando i giornalisti al termine del suo colloquio con il nostro ministro degli Esteri Franco Frattini, in visita nella capitale serba. “Siamo aperti [al dialogo con Pristina] perché siamo stati noi ad aprirlo” ha detto Tadic, precisando che la Serbia non vuole “che siano premiati atti unilaterali da qualunque parte possano arrivare”. E tuttavia, ha aggiunto il presidente, “la Serbia ha i suoi principi a cui non vuole rinunciare, l'integrità territoriale e l'indivisibilità del suo territorio”, per cui “si può arrivare ad una soluzione politica solo se anche Pristina lo desidera".
La quale Pristina dovrà mostrare essa stessa un atteggiamento disponibile sulle relazioni con Belgrado. Certo, per ora resta lontana non solo la concessione dello status di Paese candidato, anche la firma dell'Accordo di stabilizzazione e associazione, primo passo formale sul cammino verso la piena integrazione nell'Unione. La Commissione osserva che Pristina “ha continuato i suoi sforzi per allineare la sua legislazione agli standard europei, ma restano difficoltà per quanto riguarda la sua attuazione”. L'esecutivo UE sottolinea, non a caso, che “le divergenze sul suo status rimangono un ostacolo allo sviluppo di relazioni negoziali tra l'Ue ed il Kosovo". Prima o poi anche a Pristina dovranno prendere atto che il (lungo) cammino verso Bruxelles passa dal Kosovo non solo per la Serbia ma anche per il Kosovo stesso. [RS]

lunedì 10 ottobre 2011

L'ASSEMBLEA PARLAMENTARE OSCE A DUBROVNIK

Dal 7 al 10 ottobre a Dubrovnik, in Croazia, si è svolta la decima sessione autunnale dell'Assemblea parlamentare dell'Osce con la presenza di più di 200 parlamentari, in rappresentanza dei 50 stati dell'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa e degli stati partner dell'area mediterranea.
La sessione ha incluso una conferenza sullo sviluppo regionale dell'Europa sud orientale, un forum su libertà, sicurezza e giustizia nella regione mediterranea e incontri sul ruolo dell'Osce nella soluzione dei conflitti.
La conferenza sull'Europa sud orientale ha affrontato in particolare la questione dell'integrazione euro-atlantica e della promozione della stabilità della regione.

Sui contenuti e i risultati del meeting di Dubrovnik vi segnalo l'intervista di Andrea Billau di Radio Radicale a Matteo Mecacci, deputato radicale eletto nel Pd, presidente della Commissione Diritti umani dell'Assemblea parlamentare dell'Osce.



Nell'intervista si parla anche delle violenze contro i rom esplose recentemente in Bulgaria e sulle quali lo stesso Mecacci ha rivolto un appello alla calma e al rispetto dei diritti umani.

RAGAZZI DI STADIO

Se non siete tifosi di calcio, oppure se non siete appassionati delle serie minori del campionato, esauriti i commenti su Serbia-Italia, oggi al bar e al lavoro non avete (quasi) niente da dire, visto che questo fine settimana la serie A non ha giocato. Vi propongo quindi una riflessione sul calcio degli altri, in questo caso quello che si gioca nei Paesi della ex-Jugoslavia, in particolare in Bosnia Erzegovina. Non perché voglia convertirvi al culto di “Eupalla” o perché voglia riempire il vuoto di questo lunedì mattina, ma perché il calcio va sempre seguito con attenzione se lo si prende come fenomeno sociale e politico e non solo dal punto di vista sportivo.

Vi segnalo, dunque, l'interessante articolo di Michele Biava, pubblicato il 4 ottobre sul sito di Osservatorio Balcani e Caucaso, in cui si parla dell'incontro del 24 settembre tra lo Željezničar, storica squadra sarajevese profondamente radicata nel quartiere di Grbavica, che era ospite del Borac di Banja Luka, capitale della Republika Srpska, primo nel suo girone. La partita è stata caratterizzata all'inizio da un grande fair play in campo, ma al 28' del primo tempo il goal del Željo ha scatenato l’invasione di campo degli ultras del Borac che sono partiti all'attacco della tifoseria avversaria con sassi e fumogeni. Al 33' la partita è stata sospesa per ragioni di sicurezza e mentre la polizia cercava di arginare le violenze e faceva evacuare tifosi e giocatori del Željo, lo scontro si propagava sulla rete, con lo stesso livello di violenza ma senza le forze dell'ordine a cercare di arginare gli scontri.

La vicenda, nota Biava, sembra confermare i più triti stereotipi balcanici: una partita che si gioca tra una squadra e una tifoseria a maggioranza “bosgnacca” (lo Željo) e una squadra e una tifoseria “serba” (il Borac), arbitrata da un “croato” è ovvio che finisca a botte. Pochi giorni dopo, mercoledì 28 settembre, l’incontro tra Velež e Zrinjski, le due squadre di Mostar (o, se preferite, le squadre delle due Mostar) finisce più o meno nello stesso modo e offre materiale per un’altra brutta e scontata storiella. Biava invece invita, opportunamente, ad analizzare i fatti un po’ più in profondità e, pur senza “balcanizzare” la notizia, ricorda l'incontro del 13 maggio 1990 a Zagabria tra Dinamo e Zvezda e ciò che poi accadde nei Balcani nei dieci anni successivi. Non per evocare sempre i fantasmi del passato, ma per tenerli a mente e cercare di comprendere il presente, perché se in Bosnia come altrove, il calcio purtroppo riesce molto spesso a dare spazio alle peggiori espressioni di una società, a volte serve a rendere evidenti malesseri nascosti e segnali che occorre cogliere per tempo.

“A nulla serve chiacchierare di riconciliazione se poi si sentono riecheggiare negli stadi slogan come 'ubij turke'”, ovvero “uccidi i turchi”, cioè i “musulmani” del Željo. La violenza dei giovani e giovanissimi tifosi ex-jugoslavi, spiega Biava, “non origina esclusivamente dalla rivalità calcistica, [ma] affonda le sue radici in un disagio profondo, rabbia di una generazione nata negli anni '90, condizionata dal conflitto ('92-'95) in un modo sconosciuto ai reduci, ai sopravvissuti e a chi pretende di studiarne i comportamenti”. Si tratta di giovani che non solo non hanno ricordi diretti della guerra, ma non hanno nemmeno ricordi diretti del “prima”; sono il prodotto di una società che non ha fatto i conti con il passato recente, di un sistema e una classe politica che devono la propria sopravvivenza alle categorie di nazionalità e appartenenza religiosa “riesumate dopo la morte di Tito, cucinate sul fuoco vivo di quattro anni di assedi, stupri, massacri e spostamenti di popolazione, riscaldate e servite a scuola secondo i diversi programmi di istruzione in vigore dopo gli accordi di Dayton”. Il tutto nel quadro di una crisi economica perenne che colpisce tutti.

Conclude Biava: “Non basta pensare a come rendere sicure le prossime partite, non basta arrestare i tifosi. E’ ora di interrogarsi su come rispondere alla frustrazione dei ragazzini sbarbati che ogni giorno vanno a sbattere contro una tribuna avversaria. E al futuro di un Paese intero che è anche nelle loro mani”.

Bosnia: stadi violenti - Il post di Michele Biava su Osservatorio balcani e Caucaso


sabato 8 ottobre 2011

SALUTI DA SARAJEVO

Oggi è sabato, il fine settimana promette di essere all'insegna del bel tempo (anche se il clima è decisamente più fresco) e quindi lascio da parte le questioni più strettamente politiche per segnalarvi un libro. Non è un saggio di analisi geopolitica e nemmeno un romanzo legato a temi storici: è una guida dedicata ad un città, alla sua storia, alla sua realtà e al suo futuro. Una guida dedicata a Sarajevo, una delle più belle città europee: e dico belle nel senso più ampio della parola. Se non l'avete ancora vista andateci, giratela a piedi, annusatela, toccate le sue pietre, guardatele, quelle vecchie e quelle nuove. Magari arrivateci da Belgrado dopo aver trascorso 8 lente ore di treno e aver attraversato un pezzo di ex Jugoslavia, cioè di storia europea, cioè di storia nostra.

Il libro che vi voglio segnalare è appena uscito da poco in libreria e si intitola SALUTI DA SARAJEVO, ha 132 pagine e costa € 14,50. Lo ha scritto Luca Leone e ha una prefazione di Eldina Pleho e un'introduzione di Kanita Ita Focak. E' pubblicato da Infinito Edizioni. Si presenta come l'unica guida, a colori, su Sarajevo e sulla sua storia.
Spiega il comunicato dell'editore: Saluti da Sarajevo è un omaggio a una città stupenda, straziata fin nel profondo dell’anima dalla barbarie della guerra ma, ciò nonostante, ineguagliabile per la sua capacità di accogliere e di stupire. Saluti da Sarajevo narra 4.500 anni di storia della città e ne racconta gli scorci e l’essenza attraverso splendide immagini a colori e consigli di percorsi di visita, concentrandosi sulla sua urbanità incredibile, sulla sua innata e insopprimibile tolleranza e laicità.
Seguendo la scelta fatta con Bosnia Express – ovvero avviare una nuova fase di narrazione sulla Bosnia Erzegovina, che non si occupi più solo del passato e in particolare della guerra ma che invece si concentri sul presente e sulle prospettive future – l’autore di Saluti da Sarajevo racconta con immagini a colori di alta qualità e testi la Capitale bosniaca di oggi, descrivendone scorci, percorsi, storia, sviluppo, contraddizioni, e disegnando un libro a metà strada tra il reportage giornalistico, il diario di viaggio e la guida sia per neofiti che per conoscitori della città.
Saluti da Sarajevo, progetto unico nel suo genere, porta il lettore a confrontarsi con una Sarajevo inattesa, nuova, a tratti altera ma sempre accogliente, concentrandosi sui suoi quartieri e luoghi più importanti e unici, che raccontano una storia e mille storie affascinanti e uniche, come unica sa, può e deve essere Sarajevo.

“Nessuno può raccontare Sarajevo meglio di coloro che ne comprendono l’essenza. L’autore di questo libro è uno di loro, una persona che cerca di imparare la lezione che Sarajevo vuole tramandare all’umanità, una lezione che pensavamo di avere già imparato... Benvenuti a Sarajevo, una città non perfetta ma che vi può raccontare una storia che vi renderà molto più vicini alla perfezione che tutti desideriamo”. (Eldina Pleho)

“A sedici-diciassette anni ho conosciuto il mio futuro marito. Lui, nato sarajevese da un’antica famiglia, mi portava nei posti più belli e dall’alto mi faceva vedere la sua città, mi raccontava le storie degli abitanti, delle sue vie, delle case. Mi raccontava la bellezza delle tradizioni portate da queste parti da vari popoli... E non so più se mi sono innamorata prima di lui o della sua città”. (Kanita Ita Focak)

Leggi la prefazione al libro di Eldina Pleho

Val sito di Infinito Edizioni

venerdì 7 ottobre 2011

TURCHIA/UE: L'ADESIONE RESTA LONTANA

Zaman ha pubblicato la bozza del rapporto
della Commissione Europea

Il 12 ottobre prossimo la Commissione Europea renderà noto il suo rapporto annuale sullo stato di avanzamento dell’integrazione dei Paesi che hanno in corso il processo di adesione. Da giorni circolano bozze e indiscrezioni sul contenuto dei vari dossier, il più importante dei quali (e anche il più complesso) è certamente quello che riguarda la Turchia, l’unico Paese che al momento ha in corso negoziati ufficiali (l’altro è la Croazia, ma il caso è molto diverso, dato che Zagabria i negoziati li ha chiusi ed entrerà nell’Ue con tutta probabilità nel 2013).

Per quanto riguarda il giudizio di Bruxelles sulla Turchia “rubo” la notizia a Marta Ottaviani che qualche giorno fa sul suo blog riprendeva il quotidiano Zaman che ha pubblicato una bozza del rapporto sui progressi di Ankara che non presenta novità rilevanti rispetto a quelli pubblicati gli scorsi anni. In altre parole, la Turchia ha fatto nuovi passi in avanti, ma non ancora sufficienti e il lavoro deve proseguire. In pratica, cito sempre la sintesi di Marta Ottaviani, il rapporto apprezza lo sforzo riformatore del governo Erdogan e lo esorta a elaborare la nuova Costituzione in accordo con le altre forze politiche. Bruxelles riconosce inoltre che le elezioni dello scorso giugno si sono tenute in modo "libero e corretto".

Per ciò che concerne le criticità, esse riguardano i diritti umani e la libertà di espressione: fra i punti più delicati ci sono le preoccupazioni europee sui procedimenti penali contro i presunti golpisti di Ergenekon e del piano “Balyoz”, considerate due opportunità per fare luce sule minacce alla democrazia turca, anche se il rapporto pare esprima preoccupazione per  le restrizioni all’accesso alle prove citate nell'atto di accusa opposte alle difese senza che venisse fornita una spiegazione per questa decisione.

Per quanto riguarda la tutela delle minoranze, il rapporto sottolinea che sono stati fatti dei passi avanti, ma che il cammino verso un pieno riconoscimento dei loro diritti fondamentali deve continuare. Sempre critica, poi, la posizione sulla libertà di espressione e di stampa e sul trattamento dei minori in carcere. Nel primo caso Bruxelles invita la Turchia ad uniformare la propria legislazione alle normative europee, mentre nel secondo sono evidenzia le forti carenze soprattutto per quanto riguarda il trattamento in carcere e le misure preventive che favoriscano l'istruzione e l'educazione.

In attesa del testo ufficiale, chi vuole leggere la bozza la trova in inglese sul sito di Zaman a questo link:
http://medya.todayszaman.com/todayszaman/pdf/2011/2011-EU-progress-report.pdf

giovedì 6 ottobre 2011

LA BOSNIA ANCORA SENZA GOVERNO UN ANNO DOPO LE ELEZIONI

Di Marina Szikora [*]
Ad un anno dalle elezioni politiche in BiH dello scorso 3 ottobre questo paese non ha ancora un nuovo governo. Secondo gli analisti, la BiH, allo stato attuale, si trova nella piu' grave crisi politica dopo Dayton. In vista delle elezioni, il leader dei socialdemocratici della BiH Zlatko Lagumdžija aveva promesso "uno stato per l'uomo" e di fare i conti con l'ex elite governativa togliendole il patrimonio saccheggiato, ricorda un articolo della Deutsche Welle'. Invece di cacciare via i politici corrotti, il leader dei socialdemocratici della BiH ha preferito farne parte e l'ex quintetto governativo oggi si e' trasformato in un sestetto, sottolinea DW. Il candidato del Partito dell'azione democratica (SDA), il maggiore partito bosgnacco, Bakir Izetbegović aveva promesso la ripresa economica e maggiori pensioni – sicurezza, stabilita', ambiente d'affari ed occupazione. Simili promesse, ricorada DW, aveva promesso anche l'Alleanza dei socialdemoratici indipendenti (SNSD), che e' il maggiore partito serbo della RS e questo per voce del membro della presidenza tripartita della BiH Nebojša Radmanović.

Il direttore del Centro per la politica umana di Doboj, Momir Dejanović, ospite di una trasmissione televisiva della FTV, ha ricordato che "i partiti della Federazione BiH avevano promesso le pensioni di un valore del 50 percento rispetto allo stipendio medio mentre oggi le pensioni sono del 40 percento" e ha aggiunto che nella RS il valore delle pensioni rappresenta una "vergogna nazionale". I due maggiori partiti croati, le due HDZ avevano promesso di risolvere la posizione di disuguaglianza dei croati nella BiH. Oggi i due partiti croati non partecipano nel governo federale e a causa delle divergenze tra i partiti, nei tre cantoni federali il governo non e' stato ancora formato. Dopo un anno intero dalle elezioni i cittadini sono delusi. Gli uni dicono che la BiH e' ferma il che rappresenta un grande passo indietro ripetto ad altri paesi della regione. Gli altri invece affermano che la BiH "e' andata in rovina".

Gli appelli delle organizzazioni nongovernative, tra cui anche la proposta che risale a quattro anni fa del Centro per le iniziative civili, di stabilire un termine entro il quale dovrebbe essere formato il governo e l'istituzione delle elezioni anticipate, attendono la riforma costituzionale. Secono l'analista di questa organizzazione, Ivica Ćavar, la BiH si trova adesso in una situazione molto difficile. "Oltre mezzo milione di disoccupati, non c'e' il Consiglio dei ministri ne' il bilancio statale mentre vi e' un ritardo nel processo delle integrazioni europee" avverte Ćavar. L'opposizione in BiH e' quasi innesistente. Si afferma che il presidente della RS Milorad Dodik e il leader socialdemocratico Zlatko Lagumdžija hanno comprato con le promesse di partecipazione nel potere i loro feroci opponenti e di aver eliminato dagli accordi politici i partiti minori. Secondo Denis Grac, il leader del Nostro partito e' arrivato il tempo per le elezioni anticipate. "Finche' la politica viene condotta esclusivamente secondo i principi etnici, questo paese non raggiungera' mai un progresso fondamentale. Siccome nemmeno un anno dalle elezioni generali non e' stata rispettata la volonta' dei cittadini, mi appello all'alto rappresentante di utilizzare le sue competenze e di imporre la riforma del Sistema elettorale affinche' sia resa possibile l'indizione delle elezioni parlamentari anticipate" ha detto Grac.

In questi giorni, l'alto rappresentante della comunita' internazionale Valentin Inzko nel corso della sua visita in Montenegro, ha affermato che i cittadini della BiH, i vicini di questo paese e la comunita' internazionale appoggiano l'Accordo di pace di Dayton e che ogni tentativo di mettere a repentaglio questo accordo fallira'. Secondo le parole del diplomatico austriaco che si trova a capo dell'amministrazione internazionale in BiH, dopo che il suo ufficio e' stato separato da quello del rappresentante speciale dell'Ue (EUSR), l'OHR assicurera' piu' fortemente il pieno rispetto e l'attuazione dell'accordo di Dayton. Inzko si e' appellato ai politici della BiH di seguire l'esempio del Montenegro che ha posto l'adesione all'Ue nel primo piano della sua politica. "Penso che la prima lezione e' quella di focalizzarsi sui potenziali di concordare piuttosto che essere in disaccordo che e' la chiave per superare gli ostacoli poltici" ha detto Inzko.

[*] Corrispondente di Radio Radicale. Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi.

KOSOVO: LE TENSIONI BLOCCANO I COLLOQUI BELGRADO-PRIŠTINA

Di Marina Szikora [*]
Le tensioni della settimana scorsa alla frontiere con la Serbia nel nord del Kosovo, hanno riacceso diverse polemiche. Dopo le dichiarazioni dell'Ue sulla responsabilita' di Belgrado per la sospensione del dialogo con Priština che non si e' svolto, come previsto, settimana scorsa, e dopo le affermazioni dei ministri degli esteri tedesco e francese nonche' dei rappresentanti della KFOR e dell'Eulex, che dietro i disordini a Jarinje ci sono "gli estremisti serbi", il quotidiano di belgrado 'Danas' ha valutato come evidente che la parte piu' influente della comunita' internazionale giudichera' la Serbia colpevole di tutto quello negativo che succedera' in conessione con il Kosovo. 'Danas' prosegue che la convinzione delle autorita' serbe e della maggior parte dell'opinione pubblica in Serbia che si tratti di ingiustizia, sara' poco importante. Tuttavia, affermano gli interlocutori di 'Danas', "Belgrado non si puo' permettere il lusso di peggiorare le relazioni con l'Occidente".

L'analista politico Ognjen Pribićević, ex ambasciatore serbo in Germania, afferma che la sospensione del dialogo tra Belgrado e Priština e' una mossa della parte serba a seguito delle vicende al nord del Kosovo. "Questo passo non e' sostenibile a lungo termine poiche' noi come paese non abbiamo le capacita' ne' politiche ne' economiche ne' militari per condurre una politica diversa rispetto a quella attuale, vale a dire la politica del cammino verso l'Ue e il tentativo di salvare con un compromesso quello che si puo' salvare quando si tratta della questione Kosovo" ha detto Pribićević aggiungendo che Belgrado adesso sta' pagando il prezzo degli anni novanta e purtroppo lo sta' pagando l'attuale governo che secondo l'ex ambasciatore serbo e' il governo piu' europeo mai esistito. Ha ricordato inoltre che mancano soltanto sei mesi alle prossime elezioni.

Pribićević valuta che la Serbia sara' sempre colpevole per gli eventi in Kosovo. Quando si tratta del Kosovo, la Serbia ha contro di se non soltanto gli albanesi kosovari bensi' anche gli Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Germania, avverte Pribićević e aggiunge che questi paesi hanno deciso di consolidare l'indipendenza del Kosovo nei confini amminsitrativi. L'ex diplomatico serbo afferma che la situazione delle tensioni alzate in Kosovo e' per di piu' insostenibile perche' questi paesi sono intenzionati a portare a termine tutto quello che avevano immaginato e conclude che un conflitto diplomatico e politico con questi stati porterebbe la Serbia "ad un peggioramento drastico della situazione, il congedo dallo status di candidato all'Ue e il ritorno all'isolamento".

Da Bruxelles e' stato confermato che giovedi' e venerdi' il mediatore dell'Ue nel dialogo tra Belgrado e Priština, Robert Kuper sara' in visita a Belgrado. Il rappresentante dell'Ue dovrebbe tenere colloqui con il capo del team di negoziati serbo Borislav Stefanović e con il ministro per il Kosovo Goran Bogdanović, in piano anche l'incontro con il ministro degli interni serbo Ivica Dačić. L'obiettivo principale, secondo le informazioni della Tanjug serba, dovrebbe essere il riavvio del dialogo tra Belgrado e Priština, ma Kuper sarebbe disposto anche a parlare delle tensioni al nord del Kosovo che con l'ultimo scontro tra i serbi ed i rappresentanti della Kfor al confine amminsitrativo Jarinje, causando sette feriti tra i serbi e quattro tra i soldati, sono state la causa della decisione di Belgrado di sospendere la partecipazione nel dialogo con Priština.

[*] Corrispondente di Radio Radicale. La trascrizione è tratta dalla puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi.