venerdì 29 ottobre 2010

PASSAGGIO SPECIALE

L'Unione Europea apre le porte alla Serbia

Lo Speciale di Passaggio a Sud Est andato in onda il 27 ottobre a Radio Radicale è dedicato alla decisione dei ministri degli Esteri dell'Ue che lunedì 25 hanno deciso di dare via libera al riconoscimento ufficiale della candidatura serba all'adesione. Una decisione importante che mantiene le promesse ripetute da Bruxelles e premia gli sforzi compiuti dal governo filo-europeista di Belgrado e dal presidente Boris Tadic. Il sì dei ministri degli esteri dei 27 è però condizionato alla piena collaborazione della Serbia con il Tribunale per la ex-Jugoslavia e alla cattura degli ultimi due ricercati dalla giustizia internazionale: Ratko Mladic e Goran Hadzic.
Ora la parola passa alla Commissione europea. Per il riconoscimento dello status di paese candidato ci vorranno ora diversi mesi e altro tempo passerà prima dell'avvio ufficiale del negoziato di adesione che richiederà a sua volta alcuni anni di duro lavoro da entrambe le parti. Un primo passo importante però è stato fatto e quella di lunedì 25 ottobre può essere considerata una data fondamentale, probabilmente storica, per la Serbia moderna e per il suo futuro. Una data che segna l'avvio di un processo che avrà conseguenze e ripercussioni positive per tutta l'area dei Balcani occidentali.

Lo Speciale di mercoledì 27 ottobre è stato realizzato con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura ed è riascoltabile direttamente qui



oppure al sito di Radio Radicale nella sezione delle Rubriche.

                         

mercoledì 27 ottobre 2010

L'UE APRE LE PORTE ALLA SERBIA


Lunedì scorso i ministri degli Esteri dell'Ue hanno dato parere favorevole al trasferimento alla Commissione europea della richiesta di candidatura della Serbia all'adesione. Ogni nuova tappa del processo di integrazione europea di Belgrado sarà però condizionata all'arresto dell'ex generale serbo bosniaco, Ratko Mladic e alla sua consegna al Tribunale internazionale per l'ex-Jugoslavia. La Serbia dunque non ha più attenuanti: o arresta Ratko Mladic, e l'altro super ricercato per crimini di guerra, Goran Hadizc, o il suo cammino verso l'UE rischia di bloccarsi nuovamente in futuro. "Non abbiamo ancora deciso di accordare alla Serbia lo status di Paese candidato all'Ue, ma la decisione di lunedì è importante simbolicamente" ha detto il commissario europeo all'Allargamento, Stefan Fuele. D'altra parte, dopo il gesto di buona volontà compiuto lo scorso settembre da Belgrado - che ha presentato insieme all'UE alle Nazioni Unite una risoluzione sul Kosovo che accantona la questione del riconoscimento dell'indipendenza della sua (ex)provincia aprendo a negoziati diretti con Pristina - era necessario da parte di Bruxelles "fare in modo che la Serbia registrasse un progresso in Europa", come ha dichiarato il ministro degli Esteri tedesco, Guido Westerwelle. Sul via libera dei ministri Ue pendeva, infatti, la minaccia di veto dell'Olanda, il paese più intransigente nel non voler fare concessioni a Belgrado fino a che non sarà risolta definitivamente la questione dei criminali di guerra ricercati dal Tribunale internazionale. Per evitare il veto olandese il via libera dei 27 ministri degli Esteri europei è quindi stata accompagnata da una dichiarazione in cui si afferma chiaramente che per ogni tappa successiva del processo di integrazione di Belgrado "l'UE dovrà constatare all'unanimità che vi è la piena cooperazione tra la Serbia e il Tribunale dell'Aia".

La decisione di lunedì è stata accolta con favore dalla maggioranza dei 27. Secondo il nostro ministero degli Esteri, "è il giusto segnale al momento giusto, sia per la Serbia che per l'intera regione balcanica", mentre per il ministro degli Esteri svedese, Carl Bildt, è stato fatto oggi "ciò che avremmo dovuto fare già sei mesi fa", anche se non si può escludere che "possa ancora riproporsi" un contrasto tra Ue e Serbia sulla mancata 'piena cooperazione' con il TPI. Ora la parola passa dunque alla Commissione europea che, grazie al voto favorevole di lunedì, entro "qualche settimana" invierà un questionario a Belgrado. Il parere definitivo della Commissione è attesa fra circa un anno e per allora, perché non correre il rischio che tutti si blocchi nuovamente, Ratko Mladic e Goran Hadzic dovranno essere nelle celle del carcere internazionale di Scheveningen. Per questo lunedì, in un'intervista all'International Herald Tribune, il presidente della Repubblica serbo, Boris Tadic, ha assicurato che "la Serbia soddisferà fino in fondo i suoi obblighi internazionali" e che la cattura di Mladic è solo questione di tempo. Intanto, però, secondo un sondaggio dell'International republican institute pubblicato ieri, il 51% dei cittadini serbi continua anon considerare utile all'interesse nazionale l'arresto e l'estradizione all'Aia di Ratko Mladic anche se il dato è comunque diminuito del 4% tra ottobre 2009 e agosto 2010. Nel periodo di tempo considerato, è lievemente aumentata, dal 34 al 36%, la percentuale di serbi che considera "nell'interesse dello stato", raggiungere la piena cooperazione con il Tribunale. Per il 38% dei serbi, assecondare il TPI è un "male necessario" e solo il 15% è, invece, pienamente d'accordo sull'arresto e l'estradizione di Mladic. Un dato in crescita del 2% nei dieci mesi analizzati mentre al contempo cala dal 37 al 35% la parte di opinione pubblica serba per cui "in nessun caso" Belgrado dovrebbe cooperare con il Tribunale.

Insomma, la Serbia è cambiata e sta cambiando e anche se resistono pulsioni nazionaliste e anti-europee, il paese in questi anni (soprattutto con la presidenza di Boris Tadic e dopo la vittoria dei filo europeisti alle elezioni politiche del 2008), ha varato pur tra mille difficoltà una serie di riforme importanti per entrare nell'UE. Quella di lunedì, quindi, è davvero una data importante. Addirittura storica, come ha scritto la scrittrice, giornalista e regista serba Jasmina Tesanovic in un articolo pubblicato ieri da La Stampa. "Anche se passeranno diversi anni prima che la Serbia diventi membro della UE anche ufficialmente, da oggi la vita di noi cittadini serbi cambierà radicalmente [...] Dopo l'esperienza ventennale di sanzioni, isolamento e crimine legalizzato la Serbia è alle porte dell'Unione, della fortezza della democrazia occidentale con i suoi standard di leggi sul razzismo, sul sitema giudiziario, monetario, sui diritti umani, sui crimini di guerra, ecc.". Per Jasmina Tesanovic è necessario che il suo paese tagli i fili visibili e invisibili con il suo passato criminale: "La UE con tutti i suoi problemi è l'ultima chance per la Serbia per far fronte al male interno decennale". Quella dei ministri degli Esteri dei 27 "è una decisione saggia, perché la Serbia è collocata in mezzo all'Europa: è più facile far diventare Serbia parte dell'Europa, che rischiare che tutta l'Europa diventi Serbia".

                                             

martedì 19 ottobre 2010

ANCORA SU ITALIA-SERBIA

Tra i tanti pezzi usciti in questi giorni sui fatti accaduti a Genova in occasione di Italia-Serbia segnalo il pezzo di Adriano Sofri pubblicato su Repubblica il 14 ottobre. E' sempre difficile sintetizzare la prosa ricca e argomentata: mi limito a riportare qualche passaggio rimandandovi alla lettura integrale dell'articolo.

Il bruto ributtante che "nascondeva la faccia e ostentava i tatuaggi" a cavalcioni della barriera di protezione del campo di Marassi, "stava anche tenendo una lezione sulle guerre nella ex Jugoslavia più efficace di cento libri", scrive Sofri e spiega: "Chi conoscesse appena un po' la storia si diceva che l'occasione fa l'eroe del popolo serbo, che neanche vent'anni fa un farabutto grottesco come quello, iniziato dalla criminalità comune, era stato promosso dagli spalti belgradesi della Stella Rossa al comando di una milizia di migliaia di tifosi tramutati di colpo in sicari, e aveva guidato stupri saccheggi e stragi e torture, a migliaia. Si chiamava Arkan quello [...] si chiama Ivan questo: il tempo deciderà di lui, se farne il campione buffonesco di un manipolo di squadristi della curva, o un nuovo 'eroe del popolo serbo'".
Secondo Adriano Sofri era questo precedente e fare la differenza tra la serata di Marassi e tante altre serate simili a cui il tifo calcistico ci ha dato l'occasione di assistere, "fra la tifoseria serbista e quelle nostre". "Una differenza abissale o piccola - scrive Sofri - a seconda che si impieghi o no un piccolo avverbio di tempo. Che si dica che la tifoseria belgradese si tramutò in una sanguinaria masnada genocida, e le nostre no. O si dica che le nostre non ancora".

In aggiunta e come premessa a ciò che scrive Sofri vi segnalo l'interessante articolo di Moris Gasparri apparso sul sito di Limes, in cui si spiega che se da una parte gli incidenti di Genova riaprono il dibattito sul legame fra calcio e violenza, sicuramente presente in Italia, in Serbia invece lo sport è uno strumento nella lotta per il potere.
Gasparri ricorda come "ci sono contesti in cui la violenza sportiva non può essere ricondotta solo ad un problema di ordine pubblico, ma sembra avere radici più profonde" e come questa "ulteriorità" vada compresa e spiegata, a partire da una distinzione di base. "Il calcio nelle democrazie mature non occupa lo stesso ruolo ricoperto nelle democrazie assenti o in quelle fragili, come quella serba". Se da una parte "grandi sociologi come Norbert Elias hanno mostrato come la nascita dello sport moderno abbia agito, nella sua dimensione agonistica, da meccanismo di sublimazione della violenza, in stretto parallelo con il processo di monopolizzazione statale della violenza, fondamento dei sistemi democratici", e l’Italia da questo punto di vista è un grande laboratorio, dall'altra parte "gli scontri e le violenze provocate dagli ultrà serbi ci conducono invece con prepotenza dentro ad un altro contesto, diametralmente opposto: nelle situazioni fortemente caotiche ed instabili e con istituzioni democratiche assenti o fragili, come nel caso della Serbia, il calcio diventa strumento in mano alle fazioni in lotta per il potere". Ne consegue che il tifo organizzato, da sublimazione rituale della violenza diventa "lo strumento della politica stessa, anche nelle sue forme più conflittuali". Ed è proprio quanto sta accadendo in Serbia, con gli ultras "al servizio delle strategie dei personaggi che si oppongono duramente all’ingresso di Belgrado nell’Unione Europea". Per cui, per quanto riguarda il futuro della Serbia, "se il calcio è davvero lo specchio della politica, sciogliere il nodo tra calcio e violenza significherà capire se avremo davvero nel prossimo futuro una Serbia nell’Unione Europea, o una Serbia sull’orlo di una perenne e caotica transizione".




                                      

LO SCARTO BALCANICO

"Gli ultrà, politicamente confusi e trasversali, non solo di destra estrema, certo non rappresentano la Serbia attuale nella sua interezza e nella sua resipiscente rinascita europeista. Costituiscono lo scarto balcanico, irrazionale e passionario, lasciato alla maggioranza dei serbi pensanti dal nazionalcomunista Miloševic, dal poeta pazzo Karadžic e dal criminale di Srebrenica Mladic, tuttora in contumacia protetta. Sono stati costoro i veri responsabili della perdita di tutto ciò che una nazione eroica come la Serbia, nerbo storico della defunta Jugoslavia, aveva conquistato a fianco degli alleati occidentali dopo il primo conflitto mondiale e riconsolidato, dopo il secondo, in un contesto federativo, con il comunista riformatore Tito".


E' quanto ha scritto Enzo Bettiza il 14 ottobre sulla Stampa a proposito degli incidenti provocati a Genova due giorni prima dagli estremisti serbi che hanno portato alla sospensione della partita Italia-Serbia. Nell'alluvione di commenti, analisi e approfondimenti che i media italiani - stampati, audio, video e on-line -ci hanno rovesciato addosso (non tutti informati e non sempre fondati) si segnalano come sempre le parole di Bettiza, uno che la realtà dell'est e del sud est europeo la conosce bene. Soprattutto, le righe finali, quelle che in parte ho riportato qui sopra.

Il testo integrale dell'articolo ("Lo scarto balcanico") lo trovate sul sito della Stampa

                                   

CROAZIA: IL RITORNO DI SANADER

Ivo Sanader
di Marina Szikora, corrispondente di Radio Radicale
Sono tempi molto burrascosi sulla scena politica interna croata. Siamo a solo pochi passi dall’ingresso del Paese all’Ue, quando ormai si da per scontato che la Croazia sara’ il prossimo 28-esimo membro dell’Ue. Ma siamo anche quotidianamente testimoni di scandali di corruzione che vedono incriminati diversi uomini di grande peso politico ma anche dirigenti di aziende importanti e questo perche’ una delle priorita’ del governo di Jadranka Kosor e’ diventata la lotta alla corruzione e criminalita’ organizzata “fino alla fine”. Ma il momento attualmente piu’ sconvolgete e’ quello che rivede al centro dell’attenzione pubblica e politica l’ex premier croato Ivo Sanader. Improvvisamente, da un giorno all’altro, ricordiamolo, Sanader lascio’ il primo luglio 2009 il suo incarico di premier e di presidente del maggior partito governativo, l’HDZ e si ritiro’ completamente dalla vita politica del Paese. Senza spiegazioni, lasciando tutti sorpresi e abbandonando il Paese in una sitazione di profonda crisi economica. Riapparse i primi di gennaio di quest’anno in un tentativo di fallita golpe contro il governo e contro il partito che aveva guidato sin dai tempi della morte del primo presidente croato, Franjo Tudjman. Oggi Sanader torna in una veste del tutto divesa: il 12 ottobre e’ stato chiamato a testimoniare davanti alla commissione parlamentare di inchiesta sul caso Ina – Mol, le principali aziende petrolifere, croata ed ungherese, di cui la ungherese Mol e’ diventata in modo dubbioso proprietario della maggioranza dell’Ina croata. Con una attenzione mediatica quasi mai vista prima, Sanader ha testimoniato davanti alla commissione parlamentare sulla privatizzazione dell’Ina affermando che tutti i vertici dell’HDZ, inclusa l’attuale premier Jadranka Kosor, sapevano tutto di questa privatizzazione contestata. Con queste affermazioni ha anche confermato le testimonianze dell’indagato ex vicepresidente del governo croato, Damir Polancec, tenuto per mesi in carcere per non influenzare le indagini in corso. Secondo le parole di Polancec, su tutto quello che lui intraprendeva informava regolarmente la presidenza dell’HDZ, quindi anche su tutte le fasi dei negoziati con la MOL ungherese. Prossima novita’ dopo le testimonianze di Sanader davanti alla commissione parlametare di inchiesta e’ l’attualissima notizia sulla richiesta ufficiale da parte dell’ex premier di riattivare il suo mandato parlamentare.

“Ogni giorno continuate a chiedermi se ho paura. Vi ho detto che non ho paura di niente e di nessuno e non chiedetemelo piu’” ha risposto la premier Jadranka Kosor alle ripetute domande dei giornalisti se teme il ritorno del fuggito Sanader. Tutte le sue mosse, afferma la presidente del Governo croato “hanno l’obiettivo di fermare le misure del governo per la ripresa economica e frenare il cammino della Croazia verso l’ingresso nell’Ue nonche’ impedire l’attuale lotta senza compromesso contro la corruzione”. Sulle speculazioni che riattivando il suo mandato parlamentare Sanader in effetti vuole evitare responsabilita’ penali, la risposta e’ che queste ipotesi sono invalide poiche’ il mandato parlamentare non puo’ rappresentare protezione per possibili indagini relative agli scandali in cui a piu’ riprese viene menzionato il suo nome. Il mandato parlamentare il Sabor croato puo’ abolirlo subito, a seguito di una richiesta della procura statale. Quali sono i veri motivi del ritorno di Sanader nel’aula parlamentare, restano per ora ancora sconosciuti. Ma per il maggior partito d’opposizione, il Partito socialdemocratico di Zoran Milanovic il Governo ha esaurito tutti i potenziali e la Croazia e’ ostaggio di conflitti interni dell’HDZ. Milanovic afferma che questo deve finire e aggiunge che l’opposizione sta valutando seriamente la possibilita’ che si vada a votare la fiducia al Governo. I socialdemocratici ritengono si tratti dell’ultimo scontro tra l’HDZ e Ivo Sanader. Adesso si prospetta che l’ex premier trovera’ in Parlameto i suoi vecchi amici e colleghi di partito che hanno ottenuto i loro seggi grazie al fatto che e’ stato proprio Sanader a metterli sulle liste vincenti. Come anche quasi tutti i ministri del governo sono stati nominati dall’ex premier, inclusa l’attuale presidente del governo. La notiza del possibile ritorno di Ivo Sanader in Parlamento e’ stata commentata anche da Nenad Stazic, un altro esponente socialdemocratico e una delle voci piu’ presenti nel parlamento croato. Secondo Stazic i conflitti all’interno dell’HDZ “hanno incatenato il Paese e non si va piu’ avanti”. Questa mossa di Sanader, ha detto, serve solo ad approfondire questo conflitto e riunendo un numero sufficiente di deputati del partito governativo puo’ bloccare il parlamento, il che vorrebbe dire che eventualmente non sara’ possibile votare la finanziaria per il prossimo anno. Cio’ significherebbe automaticamente una crisi di governo ed elezioni anticipate. Ma l’HDZ afferma di non avere nessuna paura di questo ritorno nei seggi parlamentari e che il partito non e’ stato mai cosi’ forte. Staremo a vedere, i prossimi giorni saranno sicuramente molto eccitanti sulla scena politica croata.

                                                

UE: L’OLANDA INSISTE A CONDIZIONARE LA CANDIDATURA ALL'ADESIONE DELLA SERBIA

di Marina Szikora (*)
I parlamentari olandesi mercoledi’ 13 ottobre hanno approvato all’unanimita’ la decisione secondo la quale l’Olanda chiede agli altri Stati membri dell’Ue di rinviare la decisione sull’accettamento della candidatura serba fino al prossimo rapporto del procuratore dell’Aja, Serge Brammertz sulla collaborazione della Serbia con il Tribunale, previsto per il prossimo dicembre. Secondo il vicepresidente del governo serbo incaricato per le integrazioni europee, Bozidar Djelic, questa notizia a prima vista negativa per la Serbia non significa pero’ che l’avanzamento della Serbia verso l’Ue sara’ fermato e conferma che la delegazione serba il prossimo 25 ottobre a Lussemburgo lottera’ a favore del suo impegno primario, quello di ‘scongelare’ la candidatura serba di adesione all’Ue.

Mercoledi’ quindi, i membri delle due commissioni del Parlamento olandese, quella per le questioni europee e quella per gli affari esteri, hanno impegnato il ministro degli esteri olandese di chiedere al Conisglio di ministri dell’Ue il rinvio della decisione a favore della candidatura serba, vale a dire il segnale verdi di inoltrare la candidatura alla Commissione europea. L’Olanda persiste sulla sua fermissima posizione che qualsiasi passo ulteriore della Serbia verso le integrazioni europee deve essere condizionato con il raggiungimento della piena collaborazione di Belgrado con il Tpi dell’Aja, vale a dire da una valutazione positiva del procuratore generale dell’Aja, Serge Brammertz. Senza i due ultimi super ricercati dell’Aja, Ratko Mladic e Goran Hadzic al banco degli imputati, l’obbligo della Serbia nei confronti della giustizia internazionale resta incompiuto. La richiesta dell’Olanda vera’ molto probabilmente presentanta a Lussemburgo il prossimo 25 ottobre dal nuovo capo della diplomazia olandese, Uri Rozental. Come informa il quotidiano serbo ‘Blic’, secondo la Costituzione olandese, anche se il ministro degli esteri non e’ vincolato dalla decisione dei parlamentari, e’ poco probabile che il capo della diplomazia olandese proceda diversamente da quanto richiesto dal Parlamento.

Non hanno avuto quindi un effetto convincete, almeno quando si tratta dell’opinione dei parlamentari olandesi, le parole di Hillary Clinton pronunciate questa settimana a Belgrado e il forte appoggio di Washington al cammino della Serbia verso l’Ue. Dopo le parole di grande apprezzamento su quanto raggiunto ultimamente dalla Serbia, Belgrado sperava ed i media speculavano sulla possibilita’ che il capo della diplomazia americana convincera’ l’Olanda di ammorbidire la sua ben nota rigida posizione. Ma secondo il vicepresidente del governo serbo, Bozidar Djelic, i parlamentari olandesi hanno solo confermato la loro posizione e questa decisione lascia comunque diverse possibilita’ alla Serbia. “La questione della piena collaborazione con il Tribunale dell’Aja non sara’ eliminata finche’ non la soddisferemo fino alla fine e la Serbia e’ pienamente dedicata a farlo. La collaborazione con il Tribunale e’ parte dei nostri obblighi verso l’Ue, parte dell’Accordo di stabilizzazione e associazione che abbiamo firmato, nonche’ parte della legislatura nazionale ed internazionale. Vedremo quale sara’ la decisione del Consiglio di ministri, in ogni caso noi lotteremo affinche’ la candidatura sia inviata alla Commissione il prossimo 25 ottobre, afferma Djelic che guidera’ a Lussemburgo la delegazione serba.

C’e’ da dire che i parlamenatari olandesi, prima del voto avevano ricevuto una lettera del ministro degli esteri uscente, Maxim Verheugen in cui ha ribadito che il governo olandese continua a ritenere che l’avvicinamento della Serbia all’Ue deve essere condizionato dalla piena collaborazione di Belgrado con il Tribunale dell’Aja ma consente la possibilita’ che alla candidatura della Serbia sia dato il segnale verde alla prossima riunione del Consiglio di ministri a Lussemburgo. Verheugen ha avvertito inoltre che il governo olandese deve appena decidere se sulla decisione relativa alla candidatura serba bisogna prendere in considerazione l’avanzamento sulla questione Kosovo, vale a dire l’atteso dialogo tra Belgrado e Pristina auspicato dalla risoluzione Onu sul Kosovo.

In attesa di quanto verra’ deciso a Lussemburgo, Predrag Simic, professore di scienze politiche ed ex ambasciatore serbo a Parigi afferma per ‘Blic’ che il blocco dell’avanzamanto della Serbia verso l’Ue incorraggerebbe le forze estremiste in Serbia che non condividono la posizone ufficiale del governo serbo fermamente convinto che “non vi e’ nessuna alternativa all’Ue” e destabilizzerebbe le condizioni politiche nel Paese. “Chiudere le prospettive europee, anche se solo temporaneamente, solleciterebbe le forze che stanno dietro ai disordini accaduti domenica scorsa alla partita di calcio della squadra serba a Genova. Vedremo che cosa accadra’ a Bruxelles e quale sara’ la decisone dopo la visita nella capitale europea del segretario di stato americano, Hillary Clinton” dice Predrag Simic. Il procuratore capo del Tpi dell’Aja, Serge Brammertz visitera’ a novembre la Serbia mentre il suo rapporto semestrale verra’ presentato al Consiglio di sicurezza dell’Onu ai primi di dicembre.

Il messaggio di Hillary Clinton pronunciato a Belgrado in cui la capo della diplomazia americana ha affermato che la Serbia non soltanto dovrebbe diventare membro dell’Ue bensi’ anche uno dei paesi leader, ha suscitato molta attenzione dei media e degli esperti politici di Belgrado, scrive la ‘Deutsche Welle’. Anche se a prima vista suona come un lapsus, poiche’ la Serbia non puo’ essere leader nella regione e tantomeno nell’Ue, si tratta comunque di un messaggio molto incorraggiante, affferma per la ‘Deutsche Welle’ Vladan Marjanovic, capo redattore del giornale diplomatico VIP: “In base a quello che ha detto Hillary Clinton, quando si tratta delle relazioni tra Serbia e Ue, possiamo suporre che la Serbia a Washington avra’ qualcuno che vuole aiutare e spingere un po’ le cose verso l’accettamento della candidatura di Belgrado all’adesione. Vale a dire, di sollecitare l’Olanda ad ammorbidire la sua tradizionale dura posizione”. Si vedra’ ben presto, gia’ nei prossimi giorni, ma secondo Marjanovic, c’e’ una opinione generale che gli olandesi, quando si tratta della politica estera, in gran parte seguono i consigli di Washington.

E mentre il segnale verde per lo scongelamento della candidatura di adesione della Serbia all’Ue sta’ nelle mani dell’Olanda che ascolta innanzitutto le valutazioni del procuratore generale dell’Aja Serge Brammertz, il procuratore serbo per i crimini di guerra Vladimir Vukcevic lascia nuove e ancora non udite dichiarazioni. Secondo Vukcevic, vi e’ il pericolo di trapelamento di informazioni relative alle azioni intraprese nella ricerca dell’imputato dell’Aja, Ratko Mladic. In una intervista al giornale serbo ‘Vreme’, Vukcevic ha detto che e’ certo che le informazioni trapelano e ha aggiunto che si fa di tutto per tagliare questi canali. Il procuratore serbo ha respinto categoricamente la possibilita’ che le informazioni escono dallo stesso team di azione, ha detto che Mladic e’ stato precisamente localizzato e che era solo una questione tecnica di come svolgere l’arresto. L’allora capo dei servizi di sicurezza, Rade Bulatovic, racconta Vukcevic, aveva arrestato Stanko Ristic uno dei principali sostenitori di Mladic che aiutava la sua fuga e questa mossa catastrofica aveva acconsentito a Mladic di rimanere latitante. E’ stato un puro ostruzionismo – ha affermato Vukcevic aggiungendo che quella e’ stata la maggiore possibilita’ per arrestare Mladic. Dopo ci sono stati degli indizi e dei sospetti sul luogo dove si trova l’ex generale serbo bosniaco ma mai piu’ una prova cosi’ forte. Il procuratore serbo per i crimini di guerra si dice sorpreso delle dichiarazioni del procuratore Brammertz nel Parlamento olandese il quale ha affermato che a livello operativo persistono ostacoli per l’arresto di Ratko Mladic e Goran Hadzic.

(*) Corrispondente di Radio Radicale. IL testo è la trascrizione della corrispondenza andata in onda nella puntata di Passaggio a Sud Est trasmessa da Radio Radicale il 16 ottobre.

                                          

lunedì 18 ottobre 2010

PASSAGGIO IN ONDA

La puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda sabato 16 ottobre a Radio Radicale

La puntata è dedicata quasi interamente alle recenti violenze a Genova per la partita Italia-Serbia e a Belgrado per il Gay Pride provocate da appartenenti ai gruppi ultranazionalisti violenti e razzisti dietro ai quali agisce un mondo oscuro fatto di politica, criminalità organizzata e apparati deviati dello stato: le reazioni in Serbia, in Albania e in Kosovo ai fatti di Genova ma anche un'analisi della situazione per capire chi sono, chi li finanzia e li usa, che peso hanno nella realtà serba con le interviste a Cecilia Ferrara e Matteo Tacconi.

A seguire, in conclusione, il nuovo tentativo dell'Olanda di bloccare il riconoscimento ufficiale alla Serbia dello status di paese candidato all'adesione all'Ue.

L'apertura è invece dedicata al decennale della morte di Antonio Russo assassinato in Georgia mentre per Radio Radicale documentava la realtà della guerra in Cecenia.

La puntata è stata realizzata con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura ed è ascoltabile direttamente qui



oppure al sito di Radio Radicale nella sezione delle Rubriche

                                               

sabato 16 ottobre 2010

DIECI ANNI FA L'ASSASSINIO DI ANTONIO RUSSO




"Dobbiamo ricordarci che l’informazione è un veicolo diretto all’utente, non un soliloquio da parte del giornalista. Bisogna tenere sempre presente che chi è dall’altra parte del microfono deve poter comprendere una realtà in cui non è presente".

Il 16 ottobre del 2000, dieci anni fa, Antonio Russo veniva assassinato in Georgia. Stava seguendo la guerra in Cecenia per Radio Radicale. I mandanti e gli esecutori non sono mai stati trovati, ma le modalità e le circostanze dell'omicidio dimostrano che Antonio fu ucciso a causa del suo lavoro, a causa delle sue corrispondenze e della documentazione che stava raccogliendo sulla realtà della guerra cecena e sulla "guerra sporca" condotta dalla truppe russe. Il suo corpo martoriato venne ritrovato lungo una strada di campagna ad una trentina di chilometri da Tbilisi. Le circostanze della sua morte non sono mai state chiarite. Il materiale documentario che aveva con sé non è mai stato ritrovato. Antonio aveva cominciato a trasmettere in Italia notizie scottanti sull'utilizzo di armi non convenzionali. Due giorni prima dela sua morte aveva parlato alla madre di una videocassetta contenente immagine delle torture e delle violenze dei reparti speciali russi ai danni della popolazione cecena. Antonio Russo era un giornalista per passione, uno che voleva andare a vedere le cose là dove succedono e raccontare quello che vedeva: in Ruanda, in Algeria, in Bosnia, in Kosovo, in Cecenia.

Antonio Russo: la sua storia a 10 anni dall'omicidio


Antonio Russo con i bambini del Kosovo
                          

venerdì 15 ottobre 2010

HILLARY CLINTON NEI BALCANI / 2

La visita ufficiale del segretario di Stato Usa in Serbia

Corrispondenza di Marina Szikora per lo Speciale di Passaggio a Sud Est andato in onda a Radio Radicale mercoledì 13 ottobre

Washington segue con molta attenzione la situazione plitica in BiH dopo le elezioni del 3 ottobre e anche se non intende interferire direttamente sugli accordi relativi alla coalizione postelettorale, rimarra’ ferma nella sua posizione di difendere l’integrita’ e la sovranita’ della BiH, ha scritto ‘Dnevni avaz’ in vista dell’arrivo di Hillary Clinton a Sarajevo. Secondo le informazioni della stampa bosniaca, gli Stati Uniti sarebbero preoccupati a causa della possibilita’ di un blocco a lungo termine nella formazione del nuovo governo a livello statale il che potrebbe essere una specie di introduzione nell’ulteriore destabilizzazione del Paese e un approfondimento degli attuali gravi problemi. Preoccupante in generale e’ la situazione in cui proseguno le dichiarazioni e l’orientamento politico del riconfermato premier della RS, Milorad Dodik sempre nella luce dell’annunciato referendum sulla secessione e il costante mettere in dubbio il futuro della BiH come stato unito, che secondo Washington non e’ piu’ soltanto una retorica di campagna elettorale. Un ulteriore motivo di preoccupazione sarebbe l’annuncio di una alleanza aperta tra Dodik e il presidente dell’HDZ BiH, Dragan Covic, un’altro dei politici vincenti di queste elezioni. Secondo ‘Dnevni avaz’ gli Stati Uniti comprendono le ragioni per cui i croati della BiH sarebbero insoddisfatti dell’elezioni nella Presidenza tripartita della BiH del candidato (Zeljko Komsic) che non ritengono essere loro rappresentante e sono dell’opinione che vi e’ la necessita’ di cambiare una tale situazione. Ma non vorrebbero vedere altrettanto una nuova situazione in cui Dodik e Covic congiuntamente, pero’ guidati da ben diversi motivi, ostacolano la formazione del governo statale.

«Gli Stati Uniti sono pronti ad aiutare l'integrazione euroatlantica della BiH ma e' un fatto ben chiaro che gli obblighi che stanno davanti al Paese devono essere soddisfatti». Questo il messaggio centrale di Hillary Clinton durante il suo incontro con i vertici della BiH, con la presidenza uscente composta da Haris Silajdzic, Nebojsa Radmanovic e Zeljko Komisic della quale gli ultimi due sono stati riconfermati alle recentissime elezioni. Hillary Clinton ha ribatido la necessita' delle indispensabili riforme, in particolare la soluzione della questione del patrimonio in BiH che e' la precondizione per una piena adesione del Paese alla Nato. Le riforme costituzionali sono la responsabilita' dei politici locali e devono essere il risultato di un consenso interno. Secondo l'esponente serbo della Presidenza tripartita, Nebojsa Radmanovic, bisognerebbe sfruttare l'europottimismo sul territorio affinche' la BiH possa ottenere lo status di candidato all'adesione e poi successivamente risolvere all'interno del paese le questioni irrisolte. Radmanovic ha aggiunto che, secondo la sua opinione, l'operato dell'Alto rappresentante per la BiH (OHR) e' da tempo controproducente, non promette progresso e perfino la posizione della Commissione europea, ha detto, e' che la chiusura dell'OHR e' la condizione chiave per l'avanzamento della BiH verso l'Ue. L'esponente croato della Presidenza della BiH, uno dei vincitori in assoluto delle elezioni, Zeljko Komsic ritiene importante che il futuro governo trovi la forza e prenda un accordo sulle questioni chiave in BiH. La situazione in Paese non va trascurata – sottolinea Komsic - soprattutto sul piano economico e sociale e bisogna rispondere alle speranze della gente il che e' collegato con gli obiettivi della politica estera. L'attuale presidente uscente della Presidenza tripartita, il rappresentante bosgnacco, Haris Silajdzic e' dell'opinione che la BiH merita particolare attenzione degli Stati Uniti poiche' rappresenta un modello unico di pluralismo che va protetto e affermato. Silajdzic ha detto che i cittadini sono desiderosi di pace, sicurezza e prosperita' e che l'integrazione della BiH nella Nato e nell'Ue e' un passo cruciale nella realizzazione di questi obiettivi.

Soltanto i popoli ed i leader della BiH possono far si' che il Paese realizzi il suo futuro europeo ed euroatlantico, ha sottolineato invece Hillary Clinton. «Per questo occorre un lavoro e una leadership diligente nonche' la volonta' di raggiungere un compromesso e la fermezza di attuare le difficili riforme» ha avvertito il segretario di stato americano. I cittadini devono riggettare le false promesse ed i programmi nazionalistici che servono solo a se stessi mentre un futuro di stabilita' e prosperita' non e' realizzabile riaccendendo vecchie ostilita'. Alla sua prima tappa del mini tour nei Balcani, Hillary Clinton ha sottolineato che il sostegno ai Balcani e' una pietra miliare della politica estera degli Stati Uniti, rilevando anche che l'America crede nel futuro della BiH. Rivolgendosi agli studenti e ai rappresentanti della societa' civile a Sarajevo, il segretario di stato americano ha ricordato che il funzionamento e l'efficacia del potere devono essere stabiliti con un consenso all'interno dello Stato e che questo obiettivo non e' realizzabile da forze esterne. Ha ribadito che gli Stati Uniti non appoggiano la secessione o qualsiasi minaccia di secessione in BiH e che solo una BiH unita puo' avere un futuro brillante. Il messaggio sia a Sarajevo, che a Belgrado come anche a Pristina e' quello di un rafforzamento delle istituzioni democratiche e della pace tra i vicini nonche' la creazione di condizioni per il progresso politico, economico e sociale permanente.

Per il controverso premier della RS, Milorad Dodik, la visita e i messaggi del segretario di stato americano, e' come afferma, una situazione nuova. Per il leader dei serbi bosniaci «la chiusura dell'OHR e' una delle questioni democratiche piu' importanti che bisogna realizzare perche' darebbe nuovo impulso all' accordo in BiH». Per questo motivo, nel corso di un breve incontro con Hillary Clinton in occasione dell'apertura del nuovo edificio dell'ambasciata statunitense a Sarajevo, Dodik ha chiesto a Washington di aiutare il rilassamento della situazione in BiH con la chiusura dell'OHR perche' – ha affermato Dodik – questo organo rappresenta un fattore destruttivo per ogni tipo di dialogo.

                                                              

HILLARY CLINTON NEI BALCANI / 1

La visita ufficiale del segretario di Stato Usa in Serbia

Corrispondenza di Marina Szikora per lo Speciale di Passaggio a Sud Est andato in onda a Radio Radicale mercoledì 13 ottobre

Da diversi giorni i media serbi scrivono sull’arrivo del segretario di stato americano, Hillary Clinton a Belgrado nell’ambito del suo mini tour nei Balcani. Molte sono state le previsioni ed i commenti ancora in vista di questa importante visita. Cosi’ il quotidiano di Balgrado ‘Blic’ ha annunciato un colloquio a porte chiuse tra Hillary Clinton e il presidente della Serbia Boris Tadic dedicato in primo luogo al formato e al contenuto del prossimo e tanto atteso dialogo tra Belgrado e Pristina nonche’ al sostegno americano veso lo scongelamento della candidatura serba di adesione all’Ue. Secondo il giornale serbo, l’amministrazione americana sarebbe soddisfatta della svolta nella politica estera compiuta dalla Serbia in riferimento alla risoluzione sul Kosovo all’Assemblea generale dell’Onu concordata con l’Ue e a tal proposito non si aspettano ulteriori pressioni da parte degli Stati Uniti nei confronti della Srebia. Sembra chiaro che nell’anno elettorale in Serbia, l’America non insistera’ ad un incontro diretto tra il presidente Tadic e il premier kosovaro Hashim Taci. La tattica della Serbia, quando si tratta della questione Kosovo, e’ quella di non arrivare nella situazione in cui si richiederebbe il riconoscimento da parte di Belgrado dell’indipendenza di Pristina prima del suo ingresso nell’Ue e di avere in questo senso l’appoggio della comunita’ internazionale. Secondo gli analisti serbi, la maggior parte del dialogo tra Belgrado e Pristina sara’ dedicata alla protezione delle enclavi serbe, dei beni culturali e spirituali nonche’ allo status del nord del Kosovo che secondo loro “deve essere risolto nel modo di rispettare la realta’ e il potere di fatto della Serbia in questa parte del Kosovo”.

«Un comune interesse di tutti noi sta' nella pace e nel progresso di questa regione e noi appoggiamo tutti i paesi della regione affinche' possano aderire al piu' presto nell'Ue. Nessun paese pero' non ha compiuto cosi' tanti sforzi come la Serbia per avvicinarsi all'Europa», ha valutato Hillary Clinton giungendo a Belgrado. Stando alle sue parole, le integrazioni europee richiedono una forte leadership, e il presidente Tadic lo ha assicurato. «Gli Stati Uniti apprezzano la Serbia. Non soltanto per la sua ecellente storia ma, molto piu' importante, per il suo enorme potenziale. Noi crediamo nel potenziale della Serbia. Gli americani di radici serbe hanno contribuito notevolmente allo sviluppo degli Stati Uniti. Noi siamo assolutamente convitni non solo che la Serbi puo' diventare membro dell'Ue ma anche leader in Europa» ha detto il capo della diplomazia americana lasciando con queste parole molta soddisfazione presso i vertici serbi. Con le sue parole, sottolineano i media serbi, Hillary Clinton ha dimostrato nella maniera piu’ concreta fino a che misura gli Stati Uniti appoggiano veramente l’ingresso della Serbia nell’Ue perche’ ha mandato un messaggio all’Olanda che proprio in questi giorni decide sullo scongelamento della candidatura serba all’adesione.

Nel plaudire i contributi positivi della Serbia, il segretario di stato americano non ha mancato di congratularsi con le forze di polizia nella protezione dei partecipanti del Gey Parade che ha suscitato grandi disordini nella capitale serba. Hillary Clinton ha rilevato pero’ che ci sono anche posizioni contrastanti tra Serbia e Stati Uniti, come quella sul Kosovo ma che la risoluzione dell’Assemblea generale dell’Onu e’ la base per il dialogo che puo’ portare al miglioramento. In riferimento al decennio dalla caduta del regime di Slobodan Milosevic, la Clinton ha sottolineato che si tratta di una vittoria fondamentale di una lunga lotta per la democrazia serba e ha espresso riconoscimento sia ai leader politici che ai cittadini e alle organizzazioni non-governative per l’avanzamento raggiunto.

“Il ruolo degli Stati Uniti e’ assolutamente inevitabile nella politica globale e regionale” ha detto Boris Tadic. In quanto questa visita e’ la seconda di una serie di visite bilaterali, iniziata con quella del vicepresidente americano Joseph Biden, Tadic ha precisato che la Serbia sta costruendo le relazioni con gli Stati Uniti su basi nuove dopo molti anni di incomprensioni e di caduta di livello di comunicazione. “Presentando la risoluzione con 27 paesi europei la Serbia ha dimostrato di essere propensa al dialogo e di volere che esso inizi al piu’ presto poiche’ solo attraverso il dialogo possiamo risolvere il conflitto che tra Serbia e Albania dura da oltre 150 anni” ha detto Tadic. Come ancora piu’ importante, il presidente serbo ha promesso al segretario di stato americano che la Serbia adempiera’ fino alla fine il suo obbligo nei confronti del Tribunale dell’Aja ma che insistera’ altrettanto sui processi contro quelli che avevano commesso crimini contro i serbi perche’ e’ una precodizione per la riconciliazione nella regione. La Serbia compiera’ il suo obbligo, ha assicurato Tadic, non perche’ richiesto dal Tribunale dell’Aja e dalla comunita’ internazionale, ma perche’ importante per se stessa. “La Serbia fa tutto affinche’ con l’arresto dei rimanenti due fuggitivi dell’Aja, Ratko Mladic e Goran Hadzic, si possa chiudere la pagina buia della storia degli anni 90” ha detto Tadic ai giornalisti. Quanto al dialogo con Pristina, Tadic ha rilevato che la Serbia vuole che alla soluzione del Kosovo si arrivi in modo pacifico e diplomatico aggiungendo che questo dialogo deve includere tutte le questioni relative alla vita in Kosovo ribadendo pero’ che Belgrado non riconoscera’ mai il Kosovo indipendente.

                                

CHI SONO GLI HOOLIGANS SERBI

I teppisti che hanno costretto a sospendere la partita Italia-Serbia sono gli stessi che hanno messo il centro di Belgrado a ferro e fuoco in occasione del Gay Pride. Gruppi ideologizzati molto violenti alle spalle dei quali c'è un magma di difficile decifrazione ma molto inquietante in cui agiscono organizzazioni politiche ultranazionaliste, servizi deviati e criminalità organizzata con los copo di indebolire il governo e destabilizzare il quadro politico per complicare l'integrazione internazionale del paese che metterebbe in discussione il loro potere e i loro traffici.

Sull'argomento ho intervistato Matteo Tacconi, giornalista freelance grande esperto di Balcani ed Europa centro-orientale, autore del blog Radio Europa Unita. La registrazione la trovate qui



Per capire chi sono i gruppi violenti che abbiamo visto in azione a Genova, al Gay Pride di Belgrado e in altre occasioni (l'indipendenza del Kosovo, l'arresto di Radovan Karadzic ma anche la caduta di Milosevic) da dove vengono, chi li sostiene, per conto di quali interessi agiscono, tuttedomande a cui non è facile dare una risposta), ho intervistato anche Cecilia Ferrara, giornalista freelance, corrispondente di Osservatorio Balcani e Caucaso. La registrazione la trovate qui



Se in Serbia sono purtroppo ancora in azione forze oscure che contrastano la modernizzazione del paese (strumentalizzando i gruppi violenti di hooligans ultranazionalisti), esistono però settori della società e della politica che vogliono finalmente lasciarsi alle spalle il passato, come dimostra il recente Gay Pride che, seppure con un corollario di gravi violenze, si è finalmente svolto sostenuto dalle autorità e protetto dalla polizia.

Le interviste a Cecilia Ferrara e Matteo Tacconi le ritrovate anche sul sito di Radio Radicale.

                                                                

giovedì 14 ottobre 2010

PASSAGGIO SPECIALE

Il tour balcanico di Hillary Clinton

Lo Speciale di Passaggio a Sud Est andato in onda mercoledì 13 ottobre a Radio Radicale è stato dedicato alla visita ufficiale compiuta da lunedì a mercoledì dal segretario di Stato Usa, Hillary Clinton che suona come una smentita di chi pensa che l’America abbia messo i Balcani in secondo piano nella sua agenda di politica internazionale. Meno di un anno mezzo dopo la visita del vicepresidente Joe Biden, la Clinton ha compiuto lo stesso viaggio recandosi a Sarajevo, Belgrado e Pristina. Le riforme in Bosnia, l'integrazione europea della Serbia e la questione del Kosovo sono stati i temi principali degli incontri che la Clinton ha avuto nelle tre capitali. Ci sono almento tre buoni motivi che sembrano spingere l'amministrazione Obama a seguire da vicino la situazione nei Balcani al punto di proporsi come partner nei futuri colloqui tra Serbia e Kosovo: non lasciare campo libero alla Russia nella regione, contrastare la penetrazione economica cinese e sostenere l'Ue che - dicono a Washington - ha ancora bisogno degli Usa per gestire il complicato scacchiere balcanico.

Lo Speciale, realizzato con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura è disponibile qui



oppure sul sito di Radio Radicale nella sezione delle Rubriche.

                             

mercoledì 13 ottobre 2010

NON CADERE NELLE PROVOCAZIONI

Qui di seguito il comunicato diffuso oggi da Osservatorio Balcani e Caucaso a proposito di quanto avvenuto ieri sera a Genova in occasione della partita Italia-Serbia

Italia-Serbia a Genova: non cadere nella provocazione

A seguito dei fatti avvenuti ieri sera a Genova in occasione della partita Italia-Serbia Osservatorio Balcani e Caucaso condanna la violenza ed invita la Comunità internazionale ad appoggiare la componente europeista dello Stato balcanico.

Le immagini relative alla violenza degli hooligans serbi, in occasione dell'incontro valevole per le qualificazioni agli Europei 2012 tra Italia e Serbia – e le violenze scatenatesi in occasione, due giorni prima, del Gay Pride a Belgrado - hanno occupato le prime pagine di tutti i quotidiani europei e fatto riemergere gli spettri dei tragici anni '90 che hanno funestato i Balcani.

E in effetti questi fatti di violenza hanno forti legami con il recente passato della Serbia, con la sua difficoltà a fare i conti con le responsabilità nelle guerre jugoslave, con una classe politica che non ha ancora affrontato un'estrema destra che del nazionalismo e della guerra ha fatto un vessillo.

Chi ha intrapreso con convinzione questa strada, il premier Zoran Djindjic, ha pagato questo coraggio con la propria vita, nel 2003. Ucciso proprio da chi voleva una Serbia instabile, da chi del binomio malavita-nazionalismo continuava ad ottenere enormi vantaggi, a scapito dei cittadini.

Nonostante gli sforzi più recenti del Presidente serbo Boris Tadic, convinto europeista, l'eredità degli anni '90 è evidentemente ancora difficile da superare. L'onda nera della Serbia, seppur non maggioritaria è organizzata, gode di appoggi politici e logistici e sta tentando, con 'escalation di questi giorni, di destabilizzare le istituzioni serbe.

Questo è il momento in cui, oltre a condannare incondizionatamente la violenza e dimostrare lo sdegno per i fatti avvenuti domenica scorsa a Belgrado, durante il Gay Pride, e ieri sera a Genova, occorre sostenere con ancora maggiore decisione rispetto al passato le forze democratiche e civili che in Serbia esistono e fortunatamente sono maggioritarie.

Osservatorio Balcani e Caucaso invita a non isolare nuovamente la Serbia, a non mettere in dubbio l'enorme conquista della liberalizzazione dei visti per l'Ue, e a sostenere quei passi, forse ancora timidi ma non scontati, fatti in questi anni: tra questi la condanna del Parlamento serbo dei fatti avvenuti a Srebrenica, la risoluzione congiunta Serbia-Ue sul Kosovo presentata ed approvata in seno all'Assemblea generale delle Nazioni Unite, la ripresa e il rafforzamento delle relazioni con la vicina Croazia. Molto resta da fare, non certo ripetere gli errori degli anni '90.

Per maggiori approfondimenti: http://www.balcanicaucaso.org/


                         

CALCIO, VIOLENZA POLITICA E COINCIDENZE


"Questo non c'entra niente con lo sport", è la frase di rito che ricorre quando si verificano gravi incidenti in occasione di una partita di calcio. Per quello che è successo ieri sera a Genova una volta tanto queste parole sono appropriate. La prima cosa che ho pensato quando ho avuto notizia di quello che stava succedendo attorno a Italia-Serbia è che, appunto, lo sport ed il calcio non c'entravano nulla: quella era politica. Non tutti l'hanno capito. O almeno non quelli che questa mattina animavano un inultile dibattito sull'emittente romana Radio Radio, specializzata in interminabili ed estenuanti dibattiti pre e post partite. Non è possibile applicare agli hooligans serbi in azione ieri sera dentro e fuori lo stadio di Marassi (e in tante altre occasioni) gli stessi schemi che impieghiamo per discutere del tifo violento di casa nostra. O almeno non solo quelli. Qui c'entra la politica e la criminalità in misura ben maggiore di quanto ricorra in Italia il tutto calato in una realtà (recente, ma non solo) che ha sue peculiairità storiche, culturali e sociali. Le violenze di ieri sera a Genova e quelle di domenica a Belgrado in occasione del marcia del Pride 2010, solo per citare le più recenti, non sono avvenute per caso. I teppisti che abbiamo visto in azione sono solo i manovali. Alle loro spalle c'è chi (circoli, ultranazionalisti, servizi deviati, criminalità organizzata, da soli e in collaborazione tra loro) sta tentando di mettere in difficoltà il governo serbo e il presidente Boris Tadic da tempo impegnati per traghettare la Serbia nell'Ue e per risolvere questioni importanti come quella del Kosovo e della collaborazione con il Tribunale internazionale dell'Aja (mancata cattura per ora di Ratko Mladic) da cui dipende l'integrazione internazionale di Belgrado.
Le violenze di queste ore arrivano dopo che dalle autorità serbe nelle scorse settimane sono arrivate (timide) aperture sul Kosovo e proprio mentre a Belgrado prima è passato il segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, e poi è arrivata una delegazione italiana di alto livello per il vertice intergovernativo. E l'Italia è uno dei maggiori sponsor dell'intergrazione europea della Serbia. E' solo una coincidenza dovuta al caso? Ed è un caso che gli ultras se la siano presa solo contro la loro squadra (cioè, ieri sera non ci sono stati scontri tra opposte tifoserie come nel caso di incidenti "normali)? Ed è un caso che questo accada mentre circolano voci sulla possibilità di elezioni anticipate in Serbia?

Lascio a chi è più esperto di me l'analisi approfondita e argomentata. A me intanto premeva sottolineare alcune "concidenze" su cui penso bisognerebbe riflettere.
Intanto, per capire chi sono i protagonisti della violenza politico-sportiva in Serbia e chi c'è dietro di loro vi segnalo (grazie a Matteo Tacconi) un articolo di Cecilia Ferrara apparso su Limes un po' di tempo fa ma sempre utile e per altri articoli interessanti vi rimando all'antologia sul blog di Matteo Tacconi.
Poi vi segnalo anche il pezzo di Matteo Zola sul blog EaST Journal su chi sono gli hooligans serbi
E, infine, la selezione di articoli di Osservatorio Balcani e Caucaso su calcio e violenza nei Balcani.


    

martedì 12 ottobre 2010

LA PRIMA VOLTA DI BELGRADO

"La rinascita di un paese tirato su a iniezioni di epica guerriera può anche passare attraverso un appuntamento che di eroico ha ben poco come la sfilata di un Gay Pride", scriveva ieri su La Stampa Giuseppe Zaccaria, uno che di Balcani e di Serbia se ne intende, segnalando che domenica "a Belgrado si è segnato un passaggio storico e quel che non era neppure immaginabile è accaduto". Notazione giusta, perché la notizia che è venuta dalla capitale serba e che ben poche cronache hanno colto, almeno qui da noi, non erano gli scontri violenti provocati dalle bande organizzate di hooligans ultranazionalisti, ma il fatto che la marcia del Pride finalmente c'è stata. "Mozemo zajedno", recitava lo striscione che apriva il corteo, "Insieme possiamo".

Belgrado, Pride 2010 (Foto di Cecilia Ferrara)

E infatti i mille del Pride 2010 ce l'hanno fatta anche se la consapevolezza è quella che molto c'è ancora da fare e da lottare per poter esprimere liberamente il proprio orientamento sessuale anche in Serbia. Per capirlo vi consiglio di leggere il pezzo "Gay pride a Belgrado, la prima volta" di Cecilia Ferrara, pubblicato ieri sul sito di Osservatorio Balcani e Caucaso, sul quale trovate anche una galleria di immagini scattate da Cecilia durante la marcia e gli incidenti.

Altra segnalazione è quella per Matteo Tacconi che sul suo blog, facendo qualche considerazione "a bocce ferme", ricorda che omofobia e machismo contaminano sia la Serbia, sia il resto del quadrante balcanico (basti ricordare ciò che accadde a Sarajevo in occasione del Gay Pride del 2008). "Questa ostilità nei confronti della diversità sessuale è dettata sì da tendenze intrinseche alle società balcaniche - scrive Tacconi - ma è in buona misura il frutto di quel processo, comune a molte “giovani patrie”, di costruzione dell’identità nazionale, fondato sull’opposizione a tutto ciò che è diverso. In altre parole, sul concetto di contro. Contro l’omosessualità, contro il cosmopolitismo, contro la tolleranza, contro il dialogo. Detto questo, un’altra precisazione: non tutta la società serba e non tutte le società balcaniche si fondano su questi valori. Di generalizzare non è affatto il caso. Ci sono anche diversi segmenti progressisti. Anche se, va detto, sono in minoranza. Ma si conquisteranno i loro spazi, nei tempi a venire. Questo è certo".

Come ha scritto Zaccaria, domenica a Belgrado quel che non era neppure immaginabile è accaduto.
                                                        

lunedì 11 ottobre 2010

GRECIA: ERGASTOLO PER IL POLIZIOTTO CHE UCCISE ALEX

Condanna per i due poliziotti responsabili dell'uccisione di Alexandros Grigoropoulos nel centro di Atene nel deocembre del 2008, che provocò un'ondata di proteste e violenti disordini nella capitale greca e in altre città del paese che andarono avanti per un paio di settimane. Il tribunale di Amfissa, località circa 200 chilometri a ovest di Atene, dove si è tenuto il processo per timore di nuovi disordini, oggi ha riconosciuto l'agente Epaminondas Korkoneas, 38 anni, colpevole dell'omicidio del quindicenne, mentre il suo collega Vassilis Saraliotis, 32 anni, è stato condannato per complicità. I dettagli della sentenza - si pèarla di ergastolo - sono attesi entro la giornata di oggi. Korkoneas aveva sostenuto di aver sparato in aria per avvertimento e che la morte del giovane sarebbe stata provocata dal rimbalzo di un proiettile.
Alexandros Grigoropoulos fu ucciso durante un pattugliamento notturno della polizia nel quartiere universitario di Exarchia, tradizionale roccaforte dei gruppi anarchici e antagonisti di Atene. La sua morte scateno' due settimane di massice manifestazioni di protesta nella capitale greca che provocarono gravi danni materiali. La protesta contribuì all'instabilità politica greca sull'onda della crisi economica.

Aggiornamento delle 16,49:
L'agente di polizia riconosciuto colpevole dell'uccisione di Alexandros Grigoropoulos è stato condannato all'ergastolo. Il tribunale ha stabilito che Epaminondas Korkoneas il 6 dicembre del 2008 ha sparato intenzionalmente contro Alex. Il suo collega Vassilis Saraliotis è stato condannato a 10 anni per complicità nell'omicidio. I legali dei due poliziotti hanno annunciato che presenteranno ricorso contro la sentenza.


Un'immagine degli scontri avvenuti ad Atene tra la fine del 2008
e i primi giorni del 2009 dopo la morte di Alex Grigoropoulos


domenica 10 ottobre 2010

PRIDE 2010 IN PIAZZA A BELGRADO NONOSTANTE GLI ULTRAS NAZIONALISTI

Pride senza pace a Belgrado: anche quest'anno la marcia dell'orgoglio glbt è stata il pretesto per disordini provocati da bande di estremisti ultranazionalisti che per alcune ore hanno trasformato il centro della capitale serba in un campo di battaglia. Però, a differenza degli anni passati, in cui il Pride non si era potuto svolgere, o dell'anno scorso, in cui gli organizzatori erano stati costretti a tenere la manifestazione al chiuso, quest'anno la marcia ha avuto luogo e, cosa anche questa non secondaria, è stata protetta della polizia. Fra i 5mila e i 6mila agenti in assetto antisommossa, parte dei quali a cavallo, appoggiati da elicotteri, sono infatti stati mobilitati per mantenere l'ordine dopo che dai gruppi estremisti dell'ultradestra nei giorni scorsi si erano moltiplicate le minacce contro i partecipanti alla marcia.

Il Pride, fortemente osteggiato dalla Chiesa ortodossa, contunua ad essere motivo di scontro politico in Serbia. Ieri, infatti, sempre a Belgrado, migliaia di persone hanno partecipato ad una marcia per chiedere che fosse cancellato. Dragan Markovic, leader del partito Serbia Unita che fa parte della coalizione di governo, aveva dichiarato che sarebbe rimasto a casa con il televisore spento per evitare di assistere alla "vergognosa parata". La "vergogna" invece ha avuto luogo anche se al margine della manifestazione purtroppo, centinaia di estremisti di destra, armati di mattoni, spranghe, bottiglie, coltelli e fumogeni, si sono violentemente scontrati con gli agenti antisommossa che hanno risposto con cariche, lanci di gas lacrimogeni e numerosi arresti. I feriti, soprattutto poliziotti, si contano a decine. Le notizie di agenzia segnalano inoltre che i teppisti hanno dato anche fuoco a parte della sede del Partito Democratico del presidente serbo Boris Tadic. Alla fine, stando alle cronache, il centro di Belgrado appariva come un campo di battaglia, con segnali stradali divelti, vetrine e finestre infrante, automobili danneggiate, cestini della spazzatura rovesciati.

Il ministro per le Minoranze e i Diritti umani, Svetozar Ciplic, che aveva annunciato la sua presenza al Pride, ha affermato che il fatto che la marcia dimostra che "la Serbia è una terra di gente libera". Per Belgrado, infatti, la riuscita senza incidenti del Pride 2010 era considerata anche un "test di democrazia" agli occhi dell'Unione europea. Il fatto che il Pride si sia potuto svolgere, anche se con un corollario di scontri con arresti e feriti, se volete è un progresso, soprattutto se si pensa che nel 2001 i poliziotti invece di garantire il diritto ad esprimere liberamente le proprie opinioni, avevano aspettato che gli hooligans ultranazionalisti massacrassero di botte un bel po' di partecipanti al Pride prima di decidersi a intervenire.

Immagini degli scontri tra polizia ed estremisti di destra nel centro di Belgrado (dal sito di B92)



Il tentativo di incendio della sede del Partito Democratico in via Krumska (dal sito di B92)




                                        

LA SERBIA IN CAMMINO VERSO L'UE DIECI ANNI DOPO MILOSEVIC

Il testo della corrispondenza di Marina Szikora per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 9 ottobre a Radio Radicale

In occasione del decennale delle manifestazioni di massa che costrinsero Slobodan Milosevic a lasciare il potere a Belgrado, un evento che ha aperto comunque un’altra prospettiva per la Serbia, sono stati organizzati diversi dibattiti pubblici e convegni dedicati agli eventi di dieci anni fa. Anche i media hanno segnato la ricorrenza , trasmettendo filmati e trasmissioni su quello che accadde dieci anni fa e che tutta la regione ma anche l’intera comunita’ internazionale hanno seguito con particolare attenzione. L’organizzatore delle manifestazioni alle quali il 5 ottobre 2000 hanno parteicpato alcune centinaia di migliaia di persone e in cui persero la vita due manifestanti mentre 65 sono stati i feriti, fu l’Opposizione democratica della Serbia (DOS) che riuniva all’epoca, 18 partiti. Le manifestazioni di protesta furono precedute dalle elezioni del 24 settembre 2000 alle quali si candidarono per la carica del presidente della Repubblica socialista Jugoslavia, Slobodan Milosevic e il candidato del DOS, Vojislav Kostunica che secondo i dati dell’opposizione, gia’ al primo turno vinse contro Milosevic. A causa della decisione della Commissione elettorale sulla ripetizione delle elezioni e a causa del rifiuto da parte di Milosevic di riconoscere la sconfitta, DOS organizzo’ la manifestazione centrale a Belgrado davanti all’allora Parlamento della Jugoslavia. I manifestanti ruppero il blocco di polizia ed entrarono nel palazzo del Parlamento incendiandolo e la stessa cosa succedette con l’edificio della televisione statale. Presto, ai manifestanti si riuniorono anche le forze di polizia e dopo i negoziati anche l’esercito. Slobodan Milosevic fu arrestato nell’aprile 2001 e fu estradato al Tribunale dell’Aja due mesi dopo. Il processo all’Aja fu un processo per accuse di genocidio in BiH, crimini di guerra e contro l’umanita’ in Croazia ed in Kosovo. Milosevic mori’ pero’ di infarto, nel carcere di Scheweningen, l’11 marzo 2006 senza che il processo arrivasse alla sua conclusione.

Il 5 ottobre viene quindi considerata una data importante della recente storia serba, ma a dieci anni dagli eventi di Balgrado, sicuramente non si tratta soltanto di ricordi sentimentali. L’euforia e’ svanita e adesso si alternano analisi critiche di quanto promesso e quanto in effetti ralizzato, scrive la ‘Deutsche Welle’. Il cosidetto ‘Contratto con il popolo’, che i leader della DOS avevano reso pubblico in vista degli eventi di ottobre del 2000, oggi sembrano soltanto come un lista di bei desideri. La riduzione dei ministeri, ostacolamento dell’ammassamento delle funzioni, pubblicazione di tutti i dossier segreti della polizia entro 100 giorni, formazione di una casa di revisione neutrale, rendere pubbliche le proprieta’ dei funzionari, sono soltanto alcune delle promesse non realizzate di questo Contratto. La Serbia e’ comunque in un piccolo progresso rispetto a dieci anni fa, afferma per la Deutsche Welle Cvijetin Milivojevic, direttore dell’agenzia “Pragma”. La gente vive meglio, l’abolizione dei visti rappresenta altrettanto una specie di aleggerimento psicologico, dice Milivojevic. Ma e’ ben lontano da quanto promesso dieci anni fa. Va ricordato, sottolinea Milivojevic, che le promesse del nuovo governo di DOS erano quelle che gia’ nel 2004 la Serbia diventerebbe membro dell’Ue. Oggi, nel 2010 il Paese non e’ nemmeno candidato ufficiale all’adesione. Quindi, molte delusioni, molte chance passate e molti treni persi. Mancano i cambiamenti, le riforme e uno sviluppo accelerato, avverte Milivojevic. Le promesse fatte alla gente non sono state soddisfatte, valuta il direttore dell’Iniziativa civica, Miljenko Dereta. Da una parte, nessuno era consapevole delle dimensioni di distruzione che il regime Milosevic aveva lasciato dietro di se, dall’altra parte c’era la paura politica in cui nessuno era pronto a riforme radicali, afferma Dereta.

I cittadini di Belgrado commentano con delusione il decennio dei cambiamenti di ottobre. Si aspettavano molto e secondo le reazioni hanno ottenuto poco: “Niente e’ stato adempiuto, abbiamo aspettato molto e non abbiamo ottenuto nulla. E’ perfino peggio di prima. Non c’e’ una sfera della societa’ che vada bene. La corruzione e’ enorme, il criminale sembra anche maggiore, cosi’ non c’ e’ nessun passo avanti”. “Non siamo soddisfatti del lavoro, non c’e’ lavoro, come promettevano non siamo contenti. I giovani non trovano lavoro, non funziona nulla, e’ tutto molto caro...” affermano i cittadini delusi. Se i cittadini della Serbia non sono soddisfatti, sicuramente ci sono quelli che possono dire che questi sono stati ottimi dieci anni, osserva Miljenko Dereta e allude a colloro che si trovano al potere da dieci anni. Indica alcuni ministri che hanno una incredibile continuita’ di potere, che secondo lui sono diventati una specie di mobili del Governo. In piu’ alcuni oligarchi che in questi tempi si sono arricchiti seriamente. Dereta ammette che nel corso degli ultimi anni, si e’ dimostrato anche che si e’ stati molto ingenui per quanto riguarda il processo di integrazioni europee. Si e’ creduto che vi basta la buona volonta’ e non si e’ compreso seriamente quali sono le richieste dell’Ue. Quando vi si aggiungono alcuni anni persi a causa di politici che si oppongono all’Ue, e’ chiaro perche’ non abbiamo raggiunto di piu’, conclude questo analista serbo.

La visita di Hillary Clinton a Belgrado
Il prossimo evento politico importante per la Serbia, nel mirino della stampa e dell’attenzione pubblica, e’ la visita settimana prossima del segretario di stato americano, Hillary Clinton a Belgrado. In vista del suo arrivo nella regione balcanica, Washington ribadisce che l’arresto dell’ex generale militare serbo bosniaco accusato di crimini di guerra e genocidio, Ratko Mladic “resta una priorita’ molto grande degli Stati Uniti”. Philliph Gordon, incaricato per l’Europa presso il Dipartimento di stato americano, ha affermato che “Vedere Mladic davanti ai suoi giudici resta una priorita’ molto grande degli Stati Uniti” e aggiunge che il tempo non lavora a suo agio e che “ha l’impressione che il governo serbo sta’ intraprendendo sforzi per trovare quell’uomo” accusato per il suo rulo nel massacro di oltre 8000 musulmani di Srebrenica.
Hillary Clinton iniziera’ la sua visita nei Balcani lunedi’ 11 ottobre facendo una prima tappa a Sarajevo. Il 12 ottobre sara’ a Belgrado e il giorno dopo a Pristina. Per la ‘Voice fo America’, il vicepresidente dell’Istituto per la pace di Washington, Daniel Server ha espresso speranza che Hillary Clinton iniziera’ il cammino verso la soluzione di due problemi principali nei Balcani: Kosovo e Bosnia Erzegovina. Secondo Server, in entrambi i luoghi esistono proposte di divisione del territorio, relativi al nord del Kosovo e alla Republika Srpska e quindi muovere le cose dal punto fermo significa richiedere da Belgrado di rinunciare alle sue ambizioni territoriali in Kosovo e in Bosnia se vuole diventare membro della Nato e dell’Ue, sottolinea Server e precisa che Belgrado sicuramente dichiarera’ di non avere ambizioni territoriali in BiH ma il presidente della Serbia, Boris Tadic “ha recentemente appoggiato apertamente il candidato della RS che ha ambizioni territoriali e che ha promesso il referendum sull’indipendenza della RS” ha detto Server allundendo al premier della RS Milorad Dodik. L’esperto dell’Isituto pe la pace di Washington e’ dell’opinione che la Serbia deve assumere una posizine chiara relativa a questa delicata situazione.

Quale sarà la posizione dell’Olanda sulla candidatura europea della Serbia?
Secondo le ultime informazioni, la richiesta di candidatura ufficiale all’adesione della Serbia si trovera’ davani al Consiglio dei ministri dell’Ue il prossimo 25 ottobre dove la decisione viene presa pero’ con consenso. Secondo il quotidiano serbo‘Blic’, Belgrado ora nutre speranza che proprio Hillary Clinton potesse influenzare l’Olanda per convinceral di dare il segnale verde per poter inoltrare definitivamente la candidatura serba all’indirizzo procedurale. Belgrado quindi e’ fiduciosa dei buoni rapporti tra Stati Uniti e Olanda e dell’iniziativa diplomatica del segretario di stato americano, Hillary Clinton e Belgrado cerchera’ di convicerla con argomenti che vanno a favore della cooperazione tra la Serbia e il Tribunale dell’Aja. ‘Blic’ scrive che durante la sua visita a Belgrado, i vertici serbi informeranno la Clinton sull’operato segreto di collaborazione di Belgrado con l’Aja. Con questi dati “non pubblici” su quello che la Serbia sta’ intraprendendo affinche’ i rimanenti fuggitivi accusati di crimini di guerra si trovino all’Aja e’ ben informato anche il procuratore capo dell’Aja Serge Brammertz, ma secondo affermazioni dalle fonti delle autorita’ serbe, “Brammertz non ha mostrato buona volonta’ per presentare alle autorita’ olandesi, nei limiti consentiti, che cosa sta’ intraprendendo la Serbia a proposito della piena collaborazione con il Tpi dell’Aja”. Al contrario, davanti alla Commissione per gli affari europei del Parlamento olandese, Brammertz ha detto che le pressioni ed i condizionamenti alla Serbia restano cruciali per l’arresto dei latitanti dell’Aja. Per di piu’, Brammertz ha affermato che i fuggitivi hanno una “rete di sostegno” e che sono alla portata delle autorita’ di Belgrado. Allo stato attuale, si valuta che l’Olanda che dovrebbe prendere una decisione mercoledi’ prossimo, 13 ottobre, votera’ contro la candidatura ufficiale della Serbia all’Ue. “L’Olanda prende decisioni autonomamente e non e’ possibile farne pressione. Noi prendiamo le decisioni e valutazioni autonomamente ed esse si baseranno su fatti oggettivi stabiliti dal signor Brammertz, poiche’ questo e’ il suo compito ed obbligo” ha detto il presidente dalla Commissione per gli affari europei del Parlamento olandese, Han ten Bruk.

                                                        

PASSAGGIO IN ONDA

Gli argomenti della puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda sabato 9 ottobre a Radio Radicale

La Serbia dieci anni dopo la caduta del regime di Slobodan Milosevic e il suo complicato processo di integrazione europea

La prossima visita del segretario di stato Usa Hillary Clinton nei Balcani

Kosovo, la situazione interna del nord del paese e le iniziative diplomatiche internazionali

La situazione economica dei Balcani occidentali in uno studio dell'agenzia Reuters

In arrivo la liberalizzazione dei visti Ue anche per Albania e Bosnia

Lucio Caracciolo, direttore di Limes, sul nuovo numero della rivista dedicato alla situazione politica interna della Turchia e alla sua politica estera "neo ottomana" (intervista di Giovanna Reanda di Radio Radicale).

La puntata è stata realizzata con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura ed è riascoltabile qui



oppure sul sito di Radio Radicale nella sezione delle Rubriche dove è disponibile anche per il podcast.

                                                              

sabato 9 ottobre 2010

QUALE BOSNIA DOPO LE ELEZIONI?

Nuove divisioni, incertezze e molte sfide
di Marina Szikora

Il testo è la trascrizione della corrispondenza per lo Speciale di Passaggio a Sud Est andato in onda il 6 ottobre a Radio Radicale e dedicato alle elezioni politiche e presidenziali svoltesi in Bosnia Erzegovina il 3 ottobre

Nuove divisioni e ancora maggiori incertezze, questo secondo molti che con attenzione hanno seguito il voto del 3 ottobre, e’ l’esito delle finora piu’ incerte elezioni in una BiH politicamente cosi’ instabile e di fronte a molte sfide che bisogna soddisfare per assicurare il processo di integrazione euroatlantica al Paese. Due forse le piu’ grandi sorprese di queste elezioni politiche: la vittoria con una enorme supremazia di voti del rappresentante croato alla Presidenza tripartita della BiH, l’esponente socialdemocratico, Zeljko Komsic e una sconfitta pesantissima del leader bosgnacco Haris Silajdzic il cui posto nella Presidenza verra’ affidato a Bakir Izetbegovic, figlio del defunto presidente degli anni di guerra della BiH, Alija Izetbegovic. Dopo ore di attesa per l’esito incerto dovuto all’incognita fino all’ultimo momento, i serbi bosniaci saranno nuovamente rappresentati da Nebojsa Radmanovic, esponente del riconfermato partito numero uno, lo SNSD, del pemier della Republika Srpska, Milorad Dodik.

Dopo pochi giorni dalla domenica del voto, ci sono forti incertezze se il nuovo potere potra’ veramente avviare le lungo attese e indispensabili riforme costituzionali. Le nuove autorita’ della BiH dopo lunghi anni di blocco causati dalle divergenze politiche e dai conflitti, dovrebbero infatti avviare finalmente le riforme a fin di cambiare l’attuale ordinamento dello stato, poiche’ come avvertono gli analisti ma anche i rappresentanti delle organizzazion internazionali e dell’Ue, l’attuale situazione non va per niente bene a nessuno e provoca ulteriormente nuove frustrazioni, sia dei cittadini che dei politici. C’e’ da dire che in Croazia gia’ da mesi si e’ sottolineata l’importanza di queste elezioni, tan’t e’ vero che sia il presidente croato Ivo Josipovic che la premier Jadranka Kosor hanno invitato tutti i cittadini della vicina BiH, ma soprattutto i Croati in quanto appartenenti ad uno dei tre popoli che costituiscono la BiH del dopo Dayton, a recarsi in maggior numero possibile alle urne per decidere cosi’ il futuro del loro Paese nei prossimi anni.

Anche i numerosi osservatori e i media stranieri che quotidianamente seguono la vita in BiH, sottolineano una evidente divisione etnica e politica e avvertono che la retorica elettorale che si e’ potuta sentire negli ultimi mesi ha solo confermato che il maggior numero di partiti politici ed i loro rappresentanti continuano ad essere fedeli alle parole aspre e alle dichiarazioni che continuano a dividere invece di collegare. I Serbi sono quelli che incitano alla secessioni (di cui l’esempio emblematico e’ il premier della RS, Milorad Dodik) mentre i Croati chiedono l’autonomia della regione, i Bosgnacchi invece vogliono un potere centrale piu’ forte e le loro irriconciliabili divergenze tengono da anni la BiH in una situazone di stallo politico ostacolando fortemente un maggiore avanzamento verso le integrazioni europee.

Di sicuro il triomfo maggiore e’ stato quello di Zeljko Komsic che per i prossimi quattro anni rappresentera’ il popolo croato nella Presidenza tripartita della BiH. Komsic non solo ha stravinto i suoi concorrenti ma anche gli altri candidati nella corsa per la presidenza che guida questo paese formato da due entita’, quella a maggioranza serba, la cosidetta Republika Srpska e la Federazione BiH a maggioranza croato musulmana. Va sottolineto pero’ che questa vittoria, affermano molto criticamente gli esponenti dell’opposizione croata in BiH, non rispecchia la vera appartenenza al popolo croato poiche’ l’elezione di Komsic viene considerata come una supremazia di voti ottenuti in effetti da parte dei musulmani. Come molte volte finora, Komsic ha consapevolmente evitato di nominare il popolo che veramente rappresenta nella Presidenza e perfino nella notte del trionfo elettorale ha provocato reazioni molto aspre dei croati in BiH. Nel partito HDZ BiH sono convinti che il rappresentante croato e’ stato eletto “con una maggioranza brutale” dai bosgnacchi. Il trionfo di Zeljko Komsic tra gli analisti ha aperto invece la questione del come e’ stato possibile, dopo che alle precedenti elezioni nel 2006 Komsic aveva ottenuto 120 mila voti, adesso perfino triplicare il numero di voti a suo favore.

Secondo le previsioni, il risultato definitivo di Komsic saranno 300.000 voti. Poiche’ tradizionalmente per questo candidato votano i musulmani, bosgnacchi e serbi del Partito socialdemocratico, e’ chiaro che questa volta a Komsic sono andati anche i voti di Haris Silajdic, il maggiore perdente che ha ottenuto solo 25% delle preferenze. Lo sconvolto presidente dell’HDZ BiH, Dragan Covic ha annunciato da subito una lotta dei croati della BiH per l’istituzione della terza entita’ e le probabili elezioni generali anticipate tra due anni. C’e’ da dire anche che vi e’ stato un numero enorme di schede non valide, l’oltre 70 mila e siccome si e’ svolta una corsa del tutto incerta per il candidato musulmano-bosgnacco alla Presidenza, lo sconfitto Fahrudin Radoncic e il suo partito chiamato Alleanza per il futuro migliore della BiH (SBB) non riconosce i risultati elettorali. Radoncic ha dichiarato che “Non e’ stato rubato lui, ma il popolo della BiH!”. Simile le reazioni dell’opposizione nella RS, dove viene contestata la vittoria di Nabojsa Radmanovic e dove viene accusato Milorad Dodik e il suo partito di brogli elettorali. Il presidente dell'Alleanza per il futuro migliore della BiH (SBB), Fahrudin Radoncic ha ringraziato tutti i suoi collaboratori per il sostegno che ha avuto negli ultimi mesi nonche' a tutti i citattadini della BiH che hanno votato per lui. Questa, chiamiamola 'stella nuova' sulla scena politica bosniaca, si dice assolutamente soddisfatta con i risultati considerandoli ottimi per quanto riguarda di solito i risultati dei nuovi partiti. «Lo ritengo un grande successo» ha detto Radoncic.

Secondo le analisi della 'Deutsche Welle', la piu' grande sorpresa e' stato il pessimo risultato del presidente del Partito per la BiH, l'esponente musulmano Haris Silajdzic ma anche l'incredibile secondo posto nella corsa per il membro bosgnacco alla Presidenza della BiH del presidente dello SBB di Fahrudin Radoncic. L'incerta gara nella RS tra Nebojsa Radmanovic del partito di Dodik e la coalizione «Insieme per la Srpska» di Mladen Ivanic – e' dell'opinione il professor Sacir Filandra – rappresenta in effetti un ottimo risultato di Mladen Ivanic ed e' bene che nella RS si avvertono cambiamenti. Secondo questo analista politico, ci sono indicazioni che presto, anche se non per questa volta, ci saranno notevoli cambiamenti sulla scena politica della RS. «La stella di Milorad Dodik e' in discesa da un anno e mezzo...e' del tutto prevedibile che in nuove circostanze politiche arrivano persone nuove di cui una e Mladen Ivanic» afferma Sacir Filandra. Gli analisti valutano che il numero di elettori che si e' recato questa volta alle urne in BiH, maggiore rispetto a quelle precedenti, dimostra che nel Paese ci saranno cambiamenti positivi e che sara' sicuramente interessante osservare il confronto tra le forze nel Parlamento statale e la composizione delle coalizioni che dovrebbe sbloccare l'avanzamento della BiH.

Chiamato a commentare l'esito elettorale all'indomani del voto, il presidente croato Ivo Josipovic ha detto che i risultati dimostrano che il piu' grande vincitore e' il Partito socialdemocratico della BiH. Questa e' la dimostrazione del cambiamento dell'umore nella BiH e contrasta l'affermazione che i croati in BiH non votano i candidati socialdemocratici. Zeljko Komsic ha ottenuto cosi' tanti voti ed e' chiaro che lo hanno votato anche i croati, ha concluso Josipovic. Congratulandosi con tutti i vincitori, il presidente croato che sottolineato che alla BiH spetta adesso molto lavoro da fare. «Vorrei che nelle riforme che aspettano il popolo croato essi siano a pari diritti e obblighi con gli atri due popoli» ha detto Josipovic esprimendo speranza che le relazioni tra BiH e Croazia saranno ancora migliori e che segue un periodo di cooperazione e amicizia. Il capo dello stato croato ha detto inoltre di non aspettarsi un inasprimento delle relazioni tra i due Paesi dovute alle dichiarazioni dei politici croati in BiH, quali quelle di Dragan Covic sulla necessita' di stabilire una unita' federale per il popolo croato in BiH. Penso che la procedura democratica chiarira' tutto – ha detto Josipovic – e ha constatato che tutte le idee politiche sono legittime. Non c'e' nessuna ragione di accusare o giustiziare qualcuno a causa delle sue proposte ed e' questione di consenso di tutti i tre popoli se accetteranno quanto proposto, ha rilevato Ivo Josipovic.

Le valutazioni che arrivano da Bruxelles sono ovviamente caute, ma la vittoria alla Presidenza tripartita del candidato del Partito per l'azione democratica, Bakir Izetbegovic viene considerata come l'arrivo di un politico pronto a compromessi a differenza del suo predecessore, Haris Silajdzic. La relatrice del PE per la BiH, Doris Pack per Deutsche Welle afferma che «la situazione politica puo' soltanto migliorare». Secondo la Pack, Izetbegovic e' pronto a considerare i veri problemi politici, vedere la realta' e almeno parlarne con i suoi partner. Penso che era evidente, mentre Silajdzic stava alla Presidenza della BiH, che aspirava a cose che non potevano realizzarsi. Abbiamo l'Accordo di Dayton che deve essere rispettato e migliorato. Dovete cogliere la realta', lavorare per la gente che oggi vive in una situazione difficile e cambiare questa situazione» ha avvertito Doris Pack.

                                                

PASSAGGIO SPECIALE

Le elezioni in Bosnia Erzegovina: commenti, analisi, prospettive

Lo Speciale di Passaggio a Sud Est andato in onda il 6 ottobre a Radio Radicale è stato dedicato alle elezioni politiche e presidenziali che si sono tenute in Bosnia Erzegovina domenica 3 ottobre, caratterizzate dal notevole successo dei nazionalisti nella Republika Srpska e dall'affermazione dei moderati nella Federazione croato-bosgnaca, ma soprattutto dall'alta astensione (un cittadino su due non è andato a votare) e dalla conferma delle divisioni etniche che permangono nel Paese.
L'esito del voto, i commenti e le reazioni in Bosnia e negli altri paesi nella regione balcanica e dell'ex-Jugoslavia, la regolarità del processo elettorale sono i temi trattati nella trasmissione realizzata con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura e con il commento del deputato radicale Matteo Mecacci, relatore su democrazia e diritti umani dell'assemblea parlamentare dell'Osce, che ha fatto parte della missione internazionale di monitoraggio del processo elettorale dell'Organizazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa.

La trasmissione è disponibile sul sito di Radio Radicale nella sezione delle Rubriche oppure direttamente qui