lunedì 30 maggio 2011

BELGRADO: NAZIONALISTI IN PIAZZA PER L'EROE MLADIC

Qui di seguito il testo della corrispondenza di Marina Szikora per l'edizione serale del notiziario di Radio Radicale di domenica 29 maggio (ore 20,30)


3000 poliziotti in questo momento stanno sorvegliando il centro di Belgrado dove davanti al Parlamento serbo dalle ore 19 e' in corso una manifestazione contro l'arresto e l'estradizione di Ratko Mladić organizzata dall'ultra nazionalista Partito radicale serbo (SRS) di Vojislav Šešelj che attualmente si trova sotto processo al Tpi dell'Aja per presunto coinvolgimento nei crimini di guerra in ex Jugoslavia. Secondo le informazioni della tv di stato RTS, davanti al Parlamento di Belgrado si trovano in questo momento circa 10.000 persone ma sembra che tutto si svolgera' senza gravi disordini, comunque non si prevede la ripetizione degli scenari come quando e' stata proclamata l'indipendenza del Kosovo o dopo la cattura di Radovan Karadžić. Gli organizzatori hanno fatto sapere che il loro obiettivo non e' quello di provocare incidenti nella capitale e che tutti quelli che avrebbero tali intenzioni non sono benvenuti. All'inizio della manifestazione ha parlato il vice presidente del SRS Dragan Todorović ed e' stata letta la lettera di Vojislav Šešelj da parte di suo figlio. E' annunciato che intervera' anche il figlio di Mladić, Darko, e sul palco c'e' la moglie di Mladić.

Dalla prigione della Corte speciale di Belgrado dove si trova attualmente in attesa dell'estradizione, Ratko Mladić ha mandato ieri un messaggio ai cittadini per via del suo legale appellandosi all'opinione pubblica di non provocare disordini ed incidenti e di non spargere sangue per le strade di Belgrado a causa del suo arresto. I manifestanti portano bandiere di partito e foto di Ratko Mladić, Radovan Karadžić e Vojislav Šešelj, dagli autoparlanti si sentono canzoni in sostegno ai due imputati dell'Aja e sono visibili anche simboli di cetnici. Tra i manifestanti c'e' anche il leader dell'organizzazione nazionalista Obraz, Mladen Obradović, condannato nel 2010 ad una pena carceraria per aver organizzato disordini contro il gay pride. Va detto inoltre che l'altro partito di destra, il nuovo partito di Tomislav Nikolić formatosi dalla scissione dal partito di Šešelj non partecipa a questa manifestazione e il partito non ha rilasciato nessuna dichiarazione sull'arresto di Mladić tranne un commento in cui si afferma che l'arresto deriva dal fatto che bisogna soddisfare gli obblighi verso la giustizia internazionale.

Secondo le ultime informazioni Mladić potrebbe essere estradato all'Aja gia' lunedi' o martedi'. Comunque vada e quali che siano le informazioni che si susseguono di ora in ora, Ratko Mladić continua ad essere pero' un' icona in Serbia. Almeno questo lo dimostrano i sondaggi effettuati in questi giorni a seguito della sua cattura lo scorso giovedi'. Il 51% dei cittadini intervistati ritiene che l'ex generale serbo bosniaco e' un eroe. Per la Serbia Mladić e' stato la condizione dell'integrazione europea ma anche un enorme peso. Dopo il suo arresto, il 45 percento dei cittadini in Serbia pensa che questo e' nell'interesse del loro paese, mentre il 36 percento lo ritiene come un danno. Per quanto riguarda i giovani della Serbia, la loro opinione e' che l'arresto dell'imputato dell'Aja ha uno sfondo politicamente strumentalizzato. Il presidente della Serbia Boris Tadić nega fermamente le affermazioni che i servizi segreti serbi sapevano da anni dove si trovava Mladić e che non volevano catturarlo. Sembra invece che i cittadini la pensino proprio diversamente: il 56 percento dei serbi intervistati ritiene che sono stati proprio i servizi segreti ad aiutare Mladić nella sua latitanza.

Anche se lo si continua a descrivere come un uomo assai invecchiato di precaria salute e grave stato psichico, l'imputato dell'Aja ha finora avuto diverse richieste, perfino molto strane e quasi tutte gli sono state acconsentite. Cosi' si e' rifiutato della visita medica carceraria e ha chiesto di essere esaminato dalla presidente del Parlamento serbo, Slavica Đukić-Dejanović che di professione e' neuropsichiatra. E questo gli e' stato acconsentito. Đukić-Deanović non ha pero' voluto rilasciare dichiarazioni sullo stato di salute di Mladić giustificandolo come segreto professionale. Mladić ha chiesto anche le fragole, un televisore, libri specifici e pure questi desideri gli sono stati soddisfatti. Ora si e' in attesta della risposta alla sua richiesta di visitare la tomba della figlia che si e' suicidata nel 1994 con la pistola del padre. Quanto alle dichiarazioni odierne dell'avvocato di Mladić, il suo cliente oggi starebbe peggio dal punto di vista psichico rispetto ad ieri. Il legale ha annunciato che chiedera' domani il permesso affinche' Mladić sia visitato da un team di medici indipendenti per stabilire le sue vere condizioni di salute. Ha espresso perplessita' per quanto riguarda i medici del Tribunale dell'Aja ricordando che cinque imputati serbi sono morti nel carcere di Scheveningen.

Secondo le informazioni, Mladić sarebbe arrivato in Serbia nel marzo 1997 quando in BiH era diventato troppo pericoloso per lui e il regime di Slobodan Milošević gli garantiva sicurezza in Serbia. All'epoca sarebbe stato protetto da 47 uomini che si alternarono come scudo umano. Sono le informazioni date dal presidente del Consiglio per la collaborazione con il Tribunale dell'Aja, Rasim Ljajić il quale racconta anche che Mladić viveva cosi' fino all'estradizione di Milošević all'Aja nel 2001. Si trovava negli edifici militari fino al 2003 e dopo in diversi appartamenti a Belgrado. Alla fine, la sua scorta di protezione si e' ridimensionata a sole due persone. E' scomparso definitivamente nel 2006 quando ha avuto l'informazione che lo stato e' sotto grande pressione e che sarebbe possibile la sua cattura. A differenza di Karadžić che aveva cambiato del tutto la sua identita' e svolgeva una vita pubblica, Mladić viveva negli ultimi anni come un vero asceta e praticamente non usciva dalla sua stanza.

Il quotidiano di Balgrado 'Alo' nell'edizione di oggi scrive che l'arresto di Mladić a Lazarevo e' stato un gioco preparato dalle autorita' serbe e dai servizi segreti in collaborazione con un paese est europeo dove il latitante si nascondeva. Secondo le fonti di questo giornale, Mladić avrebbe accordato con le autorita' serbe di consegnarsi a patto che la sua famiglia riceva una parte dei soldi previsti come premio a colui che desse informazioni utili per la sua cattura. Sempre secondo queste informazioni, Mladić sarebbe stato trasferito da questo paese est europeo dove si nascondeva a Lazarevo solo alcuni giorni prima del suo arresto ufficiale. Si dice anche che Mladić e' stato avvisato dell'ora precisa dell'arrivo della polizia e che aspettava preparato avendo con se il passaporto e il libretto miliatare. Quanto alle informazioni del principale giornale bosniaco 'Dnevni avaz', l'ex generale serbo bosniaco viveva gli ultimi 16 anni a Belgrado, piu' precisamente nella zona di nuova Belgrado e sarebbe stato trasferito a Lazarevo soltanto due giorni prima della cattura. Dnevni avaz scrive che Mladić si incontrava regolarmente con la moglie e con il figlio.

Sempre per 'Dnevni avaz', in una intervista, Rasim Ljajić che e' anche ministro di lavoro e politica sociale nonche' presidente del Partito socialdemocratico della Serbia ha detto che Mladić e' stato il catalizzatore della radicalizzazione sulla scena politica interna in Serbia ma anche un vero ostacolo alla riconciliazione nella regione, soprattutto tra Serbia e BiH. Ljajić sottolinea che i partiti governativi hanno deciso di intraprendere questo passo consapevoli di poter perdere le prossime elezioni. Ha aggiunto che le autorita' serbe sapevano che la maggioranza dei cittadini e' contraria alla sua estradizione all'Aja. Lo hanno dimostrato tutti i sondaggi incluso quell'ultimo di dieci giorni fa, ha detto Ljajić, secondo il quale il 51 percento dei cittadini della Serbia e' contro l'estradizione mentre il 34 percento ne e' a favore. La cosa peggiore, ha concluso Ljajić, e' che di tutto questo i punti li guadagneranno le organizzazioni serbe di estrema destra.


AGGIORNAMENTO / SCONTRI AL TERMINE DELLA MANIFESTAZIONE
Scontri fra polizia e ultranazionalisti serbi hanno turbato la manifestazione a sostegno di Ratko Mladic e contro il suo arresto avvenuto giovedì scorso dopo 16 anni di latitanza. Tra canti patriottici, sventolio di bandiere e immagini dell'ex generale, i manifestanti hanno scandito slogan in onore di Mladic e contro il presidente Boris Tadic definito uno "sporco traditore degli interessi della Serbia". Al termine del comizio, secondo quanto hanno riportato le agenzie, alcune centinaia di estremisti si sono scontrati con gli agenti antisommossa presenti in modo massiccio e fatti oggetto di lanci di sassi, bottiglie e altri oggetti. E' intervenuta anche la polizia a cavallo. In nottata il ministro dell'Interno, Ivica Dacic, ha parlato di un bilancio di 111 arresti e di una trentina di feriti, 21 dei quali tra i poliziotti. La situazione è successivamente tornata alla calma e sotto il controllo delle forze dell'ordine.

domenica 29 maggio 2011

PASSAGGIO SPECIALE: CATTURATO MLADIC!

 
Uno Speciale di Passaggio a Sud Est dedicato alla cattura di Ratko Mladic per capire, attraverso opinioni, analisi e tesimonianze, il significato dell'arresto e dell'estradizione all'Aja dell'ex generale serbo-bosniaco accusato di crimini di guerra, crimini contro l'umanità e genocidio, le emozioni che suscitato, i suoi risvolti e i retroscena, i possibili sviluppi della vicenda processuale e le conseguenze che potrà avere nello scenario più complessivo dei Balcani e nel processo di trasformazione in atto, pur con tante contraddizioni e difficoltà, nell'area post-jugoslava.

La registrazione integrale della trasmissione è disponibile qui


La trasmissione propone le interviste a Emma Bonino, Adriano Sofri, Luka Zanoni, Luca Leone, Elvira Mujic

Emma Bonino ha seguito da vicino il crollo della Jugoslavia e la tragedia dei conflitti degli anni '90. Da militante e dirigente radicale a partecipato alle iniziative per l'istituzione del Tribunale internazionale e per l'incriminazione di Slobodan Milosevic. Nel 1995, come Commissaria europea agli aiuti umanitari fu tra i primi a rendersi conto e a denunciare al mondo quanto era avvenuto a Srebrenica.


Adriano Sofri ha seguito in prima persona i conflitti che hanno accompagnato il crollo della Jugoslavia. Si recò più volte a Sarajevo durante l'assedio e sostenne la necessità dell'intervento armato internazionale per fermare i massacri entrando in polemica con un certo pacifismo. In questi giorni in cui si discute dei modi, degli scopi e delle conseguenze degli interventi occidentali, ha scritto che le vicissitudini della Jugoslavia e la voragine di Srebrenica mostrano all'opposto che cosa succede quando si omettono intervento e soccorso.



Luka Zanoni
Direttore della testata giornalistica di Osservatorio Balcani e Caucaso. OBC, nato del giugno 1999, all'indomani della fine della guerra del Kosovo, per rispondere alla domanda di conoscenza e dibattito di persone, associazioni ed istituzioni che da anni operavano per la pace e la convivenza nel sud-est europeo, rappresenta una delle fonti più informate e autorevoli non solo a livello itakliano sull'Europa sud orientale.


Luca Leone
Giornalista ed editore della Infinito Edizioni, è autore di molti scritti sulla realtà del'area ex jugoslava e sulla sua storia recente. Tra i suoi libri, da segnalare in particolare "Srebrenica, i giorni della vergogna" e il recente "Bosnia Express", uno sguardo impietoso ma anche carico di affetto verso l'attuale realtà della Bosnia Erzegovina.


Elvira Mujcic
Aveva 15 anni quando lasciò Srebrenica per sfuggire alla guerra. Il padre, invece, fu vittima del genocidio compiuto dai militari serbo-bosniaci al comando di Ratko Mladic e i suoi resti non sono mai più stati trovati. Sulla sua tragica esperienza, che l'ha portata a vivere in Italia, attraverso la Croazia, ha scritto "A di là del caos. Cosa rimane dopo Srebrenica" (Infinito Edizioni).



Nello Speciale si parla infine anche di giustizia internazionale e del lavoro del Tribunale per la ex Jugoslavia, oltre che della complessità di un procedimento come quello a carico di Mladic, con un'intervista a Nicolò Figà Talamanca, segretario generale di Non C'è Pace Senza Giustizia.



Nella trasmissione è intervenuto a sorpresa anche Marco Pannella per annunciare l'intenzione di lanciare un'iniziativa internazionale per proporre il conferimento del premio Nobel per la pace al presidente serbo Boris Tadic e al presidente croato Ivo Josipovic per i loro sforzi e i loro atti concreti per la pacificazione e la riconciliazione nei Balcani.


Altre interviste e commenti sull'arresto di Ratko Mladic sono disponibili sul sito di Radio Radicale 

venerdì 27 maggio 2011

L'INFERNO NON E' FINITO

“L'inferno non e' finito. Sono stati troppo lunghi 16 anni trascorsi aspettando il suo arresto. Resta da catturare Goran Hadzic, solo allora forse ci sara' un po' di pace''. Azra Ibrahimovic, responsabile della 'Casa del sorriso' Cesvi di Srebrenica, otto persone della sua famiglia vittime delle atrocità delle truppe al comando di Ratko Mladic, commenta così all'agenzia Adnkronos la cattura dell'ex generale.

Qui di seguito la testimonianza di Azra Ibrahimovic come riportata dall'Adnkronos.

“Nel 1992, quando e' iniziata la guerra avevo tredici anni. Siamo stati catturati dalle forze serbe insieme alla mia famiglia e cacciati da casa. Fino al '95 siamo stati tra Tuzla, a nord est della Bosnia e Sarajevo, dove ho vissuto anche il dramma dell'assedio. E' lì che abbiamo saputo del genocidio di Srebrenica. Tra quei poveri morti c'erano otto miei parenti, tra cui diversi cugini. Li aspettavamo, ma non ci hanno mai raggiunto. Solo dopo alcuni anni si sono trovati i loro resti nelle fosse comuni. Era una famiglia di otto persone: massacrati dalle truppe di Mladic e abbandonati nelle fosse comuni. E' stata una carnecifina, la più dura dopo la seconda guerra mondiale. E per quelle violenze non ci può essere perdono”.

“Anche tanti amici di Srebrenica mi hanno raccontato atrocita' e storie agghiaccianti in molti casi non ci sono sopravvissuti per testimoniare le violenze che hanno compiuto. Le truppe di Mladic hanno torturato migliaia di persone. Ora ci aspetta un lunghissimo processo al tribunale dell'Aja. Sarà trasmesso in diretta e migliaia di persone in Bosnia e in Serbia lo seguiranno. Si riapriranno vecchie ferite, soprattutto se vedremo Mladic negare il genocidio''.

“Oggi le persone erano scettiche alla notizia dell'arresto di Mladic. Si pensava fosse stato un altro tentativo di catturarlo andato a vuoto. Poi, quando in tv è apparso Boris Tadic, a Srebrenica la gente ha tirato un sospiro di sollievo. E' giusto che lo si porti in tribunale, la conferma del suo arresto è stata una liberazione. La mia gente lotta per la sopravvivenza, c'è tanta povertà, ma per le famiglie che hanno perso i loro cari, anche questa è una vittoria. Perché il fuggitivo ora è dietro le sbarre”.

“L'arresto di Mladic è stato comunque un sollievo: almeno lo sappiamo in galera e forse potrà esserci giustizia. Ci sono stati 200mila morti durante il periodo della guerra, le ferite sono troppo profonde. Quando lo vedremo alla sbarra sar° il momento per dire che si può iniziare di nuovo, cercando di ricostruire i rapporti umani spezzati durante il conflitto”.

“Sono una persona realista e so che non potrei mai incontrarlo. Se potessi vederlo solo per pochi istanti, guarderei Mladic negli occhi. E basta. A uno così non si può rivolgere neanche la parola”.

GENERAL MLADIC ARRESTED: TRIUMPH OF JUSTICE OVER VIOLENCE

Statement by Alison Smith
Legal Counsel of No Peace Without Justice

“No Peace Without Justice and the Nonviolent Radical Party, Transnational and Transparty herald today’s arrest of General Ratko Mladić as a victory for justice and a critical step in the healing of the former Yugoslavia. Nearly sixteen years ago, Bosnian Serb forces under the command of General Ratko Mladić executed more than 8,000 Muslim men and boys and forced another 25,000 women, children and elderly people to leave their homes. The massacre was found to constitute genocide by the International Criminal Tribunal for the former Yugoslavia (ICTY) in 2004, a finding reaffirmed by the International Court of Justice in 2007.

“NPWJ and the NRPTT have consistently called for the ICTY’s doors to remain open until General Mladić could be brought before it and answer to the charges against him. To do otherwise would have been an affront to the memory of the thousands of victims still awaiting justice for the crimes committed at Srebrenica in July 1995. We applaud the resolve of everyone who has worked hard to see this day come and who have employed political and diplomatic means to ensure Serbia’s cooperation with the ICTY, including the ICTY Prosecutor, States and members of civil society in the former Yugoslavia and around the world. Today their determination has paid off.

“This is just the beginning: there needs to be continued and concerted efforts to facilitate the full and fair trial of General Mladić at the ICTY, including ensuring proper support and funding up to and including any eventual appeals. There must also be proper support and funding to enable the ICTY to conduct outreach with victims and affected communities in Bosnia, Serbia and elsewhere, to enable them to understand and follow proceedings and see, for themselves, justice being done.

“General Mladić’s arrest is first and foremost a victory for Belgrade, which has finally chosen to commit itself to the rule of law and to justice, to assume its responsibilities vis-a-vis its own citizens and the international community, and to anchor itself ever more firmly to the European Union. It is a crucial demonstration of Serbia’s redefinition as a European country and is an ultimate landmark in Serbia’s rejoining of the community of democratic nations.

“NPWJ and the NRPTT hope and believe that the trial of General Mladić will enable the ICTY to fulfil its core objective and demonstrate that violence can no longer be allowed to triumph over justice. The memory of victims both of Srebrenica and of countless other acts of violence around the world demand no less.”

MLADIC SARA' ESTRADATO: COMINCIA LA BATTAGLIA LEGALE

Ratko Mladic dopo l'arresto
Il tribunale di Belgrado ha deciso che Ratko Mladic e' in grado di sostenere un processo e puo' essere estradato al Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia per rispondere dell'accusa di crimini di guerra compiuti durante il conflitto in Bosnia e in particolare per le sue responsabilita' nel massacro di Srebrenica, qualificato dalla giustizia internazionale come gemocidio. Il giudice dell'Alta corte di Belgrado, Maja Kovacevic-Tomic, ha dichiarato che esistono le condizioni per il trasferimento all'Aja del 69enne ex comandante delle forze serbo-bosniache che ha ora tre giorni di tempo per presentare appello.

Mladic è stato catturato ieri in Vojvodina dopo 16 anni di latitanza vissuti quasi interamente alla luce del sole. Fino alla caduta di Slobodan Milosevic, ha infatti vissuto tranquillo a Belgrado, frequentando ristoranti, andando a sciare e assistendo a partite di calcio allo stadio, circondato da una rete di protezione che gli garantiva di non essere arrestato. Nell'ottobre 2000, con la caduta di Milosevic ed il suo trasferimento all'Aja nel giugno 2001, Ratko Mladic entrò in clandestinità e le cose per lui si fecero più difficili, ma almeno fino ad un anno fa, la rete protettiva ha funzionato.

Il governo del premier democratico Zoran Djindjic avrebbe tentato, invano, di convincerlo alla resa, ma grazie alla complicità dei suoi ex compagni d'arme e alla copertura più o meno esplicita di elementi dell'esercito e dei servizi di sicurezza e agli appoggi di cui godeva negli ambienti politici, Mladic continuò a sfuggire alle ricerche. Acora nel 2009, una sua ex guardia del corpo dichiarva ai giudici che Mladic per un periodo si era nascosto in caserme militari, anche a Belgrado. Secondo voci di stampa insistenti, la morte di alcuni soldati delle forze speciali in alcune caserme sarebbe legata alla scoperta accidentale del nascondiglio di Mladic.

Mladic ha potuto contare in questi anni anche sull'appoggio e sulla protezione offertagli da alcuni membri della chiesa ortodossa e si ritiene sia stato ospitato in qualche monastero. Del resto, solo due settimane fa il metropolita Amphilohje, autorevole esponente del sinodo serbo, nel corso di un dibattito ha dichiarato di avere nascosto Radovan Karadzic durante la sua latitanza e che se avesse potuto avrebbe fatto lo stesso con Ratko Mladic. Il quale avrebbe usufruito anche dell'assistenza di medici e di qualche primario dell'ospedale militare di Belgrado.

Tutto questo fino a ieri, quando Mladic è stato finalmente arrestato a Lazarevo, una località a 80 chilometri da Belgrado, dove viveva nella casa del cugino Branislav. Una fonte anonima al quotidiano belgradese Blic ha detto che al momento dell'arresto era solo, circondato solo dai cugini: nessuno dei suoi soldati era con lui e non ha opposto resistenza. Secondo un vicino di casa intervistato da Vecernje Novosti, quando le forze speciali serbe sono arrivate era in pigiama e non ha fatto uso delle due pistole che pure erano in suo possesso. Le immagini pubblicate oggi dalla stampa serba mostrano un uomo invecchiato e dimagrito, con gli occhi smarriti sotto un berretto di tela blu, una figura molto lontana da quella del generale fiero e impettito che arringava i suoi fedeli e passava in rassegna le sue truppe facendosi beffe delle accuse sul suo conto.

Ora comincia il braccio di ferro con la giustizia internazionale. Prima mossa tattica: ieri sera l'interrogatorio è stato interrotto a causa delle sue condizioni di salute. Il figlio Darko, prima dell'udienza, aveva dichiarato che il padre e' innocente e che non e' in condizioni di salute tali da sopportare il trasferimento a Belgrado. I legali di Mladic, hanno già preannunciato un appello e sostengono che il loro cliente debba essere ricoverato in ospedale invece che estradato. La strategia della difesa, c'è da giurarlo, seguirà il copione già visto con Milosevic e Karadzic: non entrare nel merito delle accuse e attaccare la legittimità del Tribunale internazionale con l'obiettivo di allungare a dismisura i tempi di un procedimento che per sua natura già si annuncia lungo e complesso.

ARRESTO DI RATKO MLADIC: NUOVE REAZIONI E COMMENTI

Qui di seguito il testo della corrispondenza di Marina Szikora per l'edizione del mattino di oggi del notiziario di Radio Radicale

Sostenitori di Ratko Mladic in piazza a Belgrado
Dopo la clamorosa notizia dell'arresto del super ricercato dell'Aja Ratko Mladić, accusato di genocidio e dei piu' gravi crimini contro l'umanita', l'imputato e' stato consegnato alla Corte speciale serba. L'interrogatorio iniziato ieri sera e' stato pero' interrotto a causa dello stato precario psicofisico di Mladić. Il proseguimento dell'inchiesta e' previsto per la giornata odierna. L'avvocato di Mladić afferma che il suo cliente non ha potuto nemmeno pronunciare una intera parola, che parla e si muove con difficolta' e che e' arrivato in procura con un sacchetto pieno di medicinali. Secondo le sue parole, Mladić avrebbe ripetuto diverse volte durante l'interrogatorio di non riconoscere il Tribunale dell'Aja. Ha ammesso anche di aver avuto con se nel momento dell'arresto due pistole ma che non ha voluto sparare. Invece secondo il vice procuratore serbo per i crimini di guerra, Bruno Vekarić l'imputato sarebbe stato molto comunicativo ma alla domanda perche' allora e' stato sospeso l'interrogatorio, Vekarić ha detto di non voler entrare nei detagli.

A Lazarevo, la cittadina di Vojvodina, al nord della capitale dove e' stato trovato Mladić ieri sera sono iniziate le protesta degli abitanti. Le protesta condotte dal parocco e dal presidente del comune. I manifestanti portavano la bandiera serba e si sentivano canzoni di cetnici. La gente riunita si e' scagliata contro la giornalista della TV Prima. Anche alla truppe del mittente B92 sono stati rotti i fili per la trasmissione in diretta. La situazione sarebbe tesa e una decina di poliziotti starebbe proteggendo la casa in cui Mladić si nascondeva prima della cattura. Gli abitanti di Lazarevo affermano addrittura di voler firmare una petizione per far cambiare il nome del loro paese in Mladićevo. Va detto anche che organizzazioni dell'estrema destra ieri sera a Novi Sad avevano manifestato a causa dell'arresto di Mladić. Tra i manifestanti anche i membri dell'organizzazione Obraz. Durante la manifestazione e' stato scandito "Mladić eroe", "Non vi diamo Mladić, vi daremo Tadić" e i manifestanti portando bandiere serbe e le foto di Mladić si sono riuniti davanti alla sede del governo regionale di Novi Sad.

Ieri, trovandosi in Croazia, a Briuni, alla riunione dei procuratori regionali, il procuratore capo dell'Aja Serge Brammertz ha detto che la Procura sta esaminando la possibilita' di allargare l'atto di accusa contro Mladić. Il suo Ufficio ha presentato alcuni mesi fa un emendamento per l'allargamento dell'atto di accusa e si attende ora che Mladić sia trasferito all'Aja per esaminare questa ipotesi, ha detto Brammertz alla domanda dei giornalisti se vi esiste la possibilita' di allargare l'atto di accusa a fin di includervi anche i crimini che l'ex generale serbo bosniaco aveva commesso in Croazia. Brammertz ha confermato di aver mandato due settimana fa un rapporto negativo sulla collaborazione della Serbia con la Procura dell'Aja ma ha ammesso che e' stato compiuto un lavoro importante anche se tardi. Il ministro del governo serbo, Rasim Ljajić ha precisato che l'imputato non avra' l'aiuto che avevano ricevuto quelli che si sono consegnati volontariamente ma che anche Mladić avra' il diritto ad avere tutta la documentazione del governo serbo che potra' servire alla difesa poiche' questo e' un obbligo secondo la legge serba.

Per quanto riguarda le responsabilita' 'del macellaio dei Balcani' come spesso hanno chiamato Mladić, l'inizio dell'aggressione a Sarajevo, scrive il quotidiano bosniaco 'Dnevni avaz', e' stato segnalato dalle sue parole e dalle immagini che fecero il giro del mondo. Poco dopo l'occupazione della citta' e l'assedio piu' lungo della storia, durato 1.425 giorni, iniziarono i bombardamenti sistematici e gli attacchi contro i civili. Quelli che rimasero a vivere sotto l'assedio delle forze di Mladić si ricordano del terrore, dei massacri mentre si facevano le fila per l'acuqua e il pane, il bombardamento degli ospedali. L'ossessione era quella, ideata dal suo comandante, il leader serbo bosniaco Radovan Karadžić: "di essere tutti serbi in uno stato unico" diceva all'epoca Mladić.

Quali che siano le reazioni in Serbia, e va sottolineato che le autorita' serbe, in primis il capo dello stato Boris Tadić continuano ad affermare che non permetteranno che nessuno provochi instabilita' politica a causa dell'arresto di Mladić in Serbia, e' chiaro che con questa vicenda la Serbia e i suoi cittadini hanno una occasione storica importantissima: affrontare decisamente il passato che e' solo l'inizio di una vera maturita' democratica e prontezza per la sua integrazione europea. Ma ancora piu' importante, per un contributo concreto all'indispensabile riconciliazione nei Balcani.

giovedì 26 maggio 2011

L'ARRESTO DI MLADIC: REAZIONI E COMMENTI


Il testo della corrispondenza di Marina Szikora per l'edizione serale del notiziario di Radio Radicale di giovedì 26 maggio

Ratko Mladic arriva al tribunale di Belgrado giovedì 26 maggio
Ormai i particolari della notizia del giorno sono conosciuti: stamattina alle sei, l'Agenzia di informazione di sicurezza serba, BIA ha arrestato il famigerato imputato dell'Aja Ratko Mladić, l'ex generale serbo bosniaco spesso chiamato come il carnefice della sanguinosa guerra nei Balcani. Mladić e' stato arrestato a Lazarevo vicino a Zrenjanin in Serbia e aveva usato documenti falsi sotto il nome di Milorad Komadić. Va detto che dalle ore 18 nel centro di Lazarevo e' iniziata una manifestazione di protesta dei cittadini che secondo le informazioni dei media serbi minaccia di trasformarsi in un serio incidente. Va aggiunto anche che le protesta si stanno svolgendo anche nella capitale serba Belgrado.

La notizia della localizzazione di Mladić con grandi probabilita' di arresto trapelavano ancora dalle ore notturne ma la notizia e' diventata ufficiale alla conferenza stampa del presidente della Serbia Boris Tadić alle ore 13. "Ritengo che con questo abbiamo terminato oggi un periodo difficile della storia, abbiamo tolto il fango dalla Serbia e dal popolo serbo ovunque esso vive. Le unita' della BIA in coordinamento con il Consiglio per la sicurezza nazionale hanno fatto si' che questo paese diventi piu' sicuro ed e' stato garantito che la credibilita' della Serbi e' innalzata ad un livello piu' alto" ha detto fermamente Tadić.

Il presidente serbo si e' congratulato con tutti i rappresentanti del team che ancora dalla formazione dell'attuale governo avevano lavorato intensamente sulla cattura degli imputati dell'Aja. Tadić ha detto che l'arresto di Mladić significa l'apertura alla Serbia di tutte le porte per ottenere lo status di candidato di adesione all'Ue e per l'inizio di negoziati di adesione. Con questo, ha aggiunto il presidente serbo, il rapporto del procuratore dell'Aja Serge Brammertz che e' gia' stato inviato – cade nell'acqua. Non c'e' piu' dubbio, ha detto, che la Serbia arrestera' anche Goran Hadžić, l'atro super ricercato dell'Aja. Tadić ha avvertito che qualsiasi persona che osera' provocare instabilita' politica in Serbia verra' processato e giuridicamente perseguitato.

E' chiaro che ci sono anche quelli politici che la pensano contrariamente del capo dello stato. Il principale oppositore, Tomislav Nikolić, presidente del Partito serbo del progresso si e' detto completamente sorpreso dell'arresto di Mladić. Il leader del partito di destra nato dalla scissione dell'ultranazionalista Partito radicale serbo di Vojislav Šešelj ha detto che domani il suo partito si riunira' per rilasciare un comunicato e che sia arrivato il tempo non per le reazioni di partito bensi' del popolo e del paese. Si tratta di un uomo, ha detto Nikolić, ricercato dal Tpi dell'Aja per crimini di guerra," ma in Serbia non sono riusciti a presentarcelo come un criminale". Secondo Nikolić si tratta di un'azione preparata da lungo tempo ed e' dell'opinione che il presidente della Serbia molto probabilmente ha voluto "rallegrare la nazione" con un altro lavoro compiuto. Nikolić si chiede se la Serbia forse sapeva tutto il tempo dove si trovava Mladić e che cosa e' stato decisivo affinche' proprio oggi venisse arrestato. Nikolić sicuramente non sara' l'unico a porsi questa domanda. Gia' molte analisi e commenti partono da questo pressuposto, come anche dal fatto che solo qualche giorno fa Brammertz si e' detto insoddisfatto della collaborazione di Belgrado con l'Aja e richiedendo l'arresto dei due super ricercati.

Molte volte si e' detto anche che la vera riconciliazione nella regione cosi' frantumata e danneggiata dalla guerra degli anni novanta non ci potra' essere finche' Ratko Mladić e Goran Hadžić non verranno portati davanti alla giustizia internazionale.

Le prime reazioni dei politici in Croazia si potrebbero descrivere innanzittutto con una sola parola: - Finalmente! Va ricordato che le responsabilita' criminali di Mladić iniziarono proprio in Croazia, nella zona di Knin, Šibenik e Kijevo, tutti sotto forti attacchi delle forze serbe sotto il comando di Ratko Mladić. La notizia del suo arresto al presidente croato Ivo Josipović e' arrivata a Tallinn durante la sua visita ufficiale in Estonia. "L'arresto di Ratko Mladić e' una buona notizia non soltanto per la Croazia bensi' per l'intera regione, per l'Europa e per tutta l'umanita' ha detto Josipović e ha aggiunto che questo arresto e' al tempo stesso un grande e importante passo avanti per la Serbia rispetto alle sue ambizioni relative alle integrazioni europee. "E' una buona notizia nel contesto del raggiungimento della giustizia finale e sicuramente una buona notizia per la stabilita' e pace nell'Europa sudorientale" ha detto la premier croata Jadranka Kosor e ha aggiunto che e' certo che la Croazia in quanto vittima dell'agressione si aspetta l'arresto e l'estradizione anche di Goran Hadžić.

Ma la notizia e' particolarmente seguita in BiH perche' e li' che Mladić ha compiuto il piu' atroce crimine di guerra e genocidio dalla seconda guerra mondiale essendo il principale responsabile del massacro di Srebrenica in cui furono brutalmente uccisi oltre 8000 ragazzi e uomini musulmani. Per le madri di Srebrenica e' una notizia salutata ma arrivata comunque con tanti anni di ritardo: 16 anni dal genocidio di Srebrenica. La presidente dell'associazione Madri dell'enclave Srebrenica e Žepa, Munira Subašić ha dichiarato di essere felice per l'arresto di Mladić ma si e' detta anche convinta che si tratta di una specie di commercio politico. "La Serbia ha capito che non puo' entrare in Europa con Mladić e finalmente lo ha consegnato" ha detto Subašić aggiungendo che in fin dei conti forse il piu' importante e' che Mladić verra' a sapere come si sente uno quando gli viene tolta la liberta'.

La cattura di Mladić nella RS e' stata accolta con astenzione e con dichiarazioni attente dei rappresentanti dell'entita' serba in BiH. Il presidente della RS Milorad Dodik in una dichiarazione scritta ha detto che l'arresto rappresenta l'adempimento degli obblighi internazionali dell'accordo di Dayton che avevano accolto tutti i paesi confinanti. Ha affermato che le autorita' della RS non difenderanno mai qualcuno che aveva commesso crimini di guerra, nonostante la nazionalita' o fede. Ha espresso speranza che Mladić avra' un processo giusto.

Ultime notizie dicono che l'ex generale serbo bosniaco si trova adesso sotto l'interrogatorio davanti alla Corte speciale. Secondo le autorita' serbe e' gia' iniziata la procedura di estradizione che potrebbe durare anche una settimana. Quello che si dice di certo e' che Mladić non verra' trasferito all'Aja nelle prossime ore. Sempre secondo le informazioni, Mladić avrebbe un aspetto molto esausto, invecchiato, senza capelli ma riconoscibile. Nel momento dell'arresto aveva con se due pistole ma non ha non ha fatto nulla per opporsi alla cattura e ha subito detto di essere Ratko Mladić.

ARRESTO MLADIC. EMMA BONINO: TRIONFO DELLA GIUSTIZIA SULLA VIOLENZA


Dichiarazione di Emma Bonino, fondatrice di "Non c'è Pace Senza Giustizia" e vicepresidente del Senato sull'arresto di Ratko Mladic.

Come Non c'è Pace Senza Giustizia e Partito Radicale Nonviolento consideriamo l'arresto del generale Ratko Mladić avvenuto oggi [1], il segno tangibile del prevalere della giustizia sulla violenza e sull'impunità, oltre che un passo avanti cruciale nel processo di normalizzazione della ex-Jugoslavia. Durante tutti questi anni di latitanza di Mladić, abbiamo sempre sostenuto la necessità che il Tribunale Penale Internazionale per l'ex-Jugoslavia rimanesse in funzione finché il generale non fosse stato tradotto all'Aja per rispondere delle accuse a suo carico.

Agire altrimenti sarebbe stato un affronto non solo alla memoria delle migliaia di vittime della strage di Srebrenica del luglio 1995, ma di tutte quelle che nel mondo hanno perso la vita per atti di violenza ispirati dall'odio etnico. La determinazione di quanti hanno lavorato per veder arrivare questo giorno, che hanno fatto sì che la Serbia cooperasse con le strutture del Tribunale e con gli altri Stati della ex Repubblica Federale, è stata finalmente ripagata.

Questo però è solo l'inizio. Adesso occorre mettere il Tribunale Penale nelle condizioni anche finanziarie di celebrare il processo, di far fronte agli eventuali ricorsi e di fare tutto il necessario affinché le vittime, in Bosnia come in Serbia o altrove, possano seguire gli sviluppi in sede giudiziaria e avere la percezione che la giustizia sta facendo il suo corso.

L'arresto di Mladić è il segno della nuova Serbia europea che si affaccia al mondo, un successo che spezza la catena d'impunità che la teneva ancorata ad un passato di violenze sanguinose, permettendole di procedere verso il suo meritato futuro di Paese democratico.

Con Non c'è Pace Senza Giustizia e il Partito Radicale Nonviolento siamo convinti che il processo del generale Mladić dimostrerà che la violenza non può più prevalere oltre sulla giustizia.

DON'T FORGET...

11 luglio 1995. Ratko Mladic entra a Srebrenica, nella "serba Srebrenica". E' fiero, raggiante, orgoglioso di avere riconquistato la città alla "nazione serba". "Ricordando la rivolta contro i turchi, sono venuto a vendicarmi dei musulmani", dice alla telecamera per celebrare questo giorno sacro di gloria.
Guardatelo bene nel video. E' solo questione di ore e la sua "vendetta" colpirà uomini, donne e bambini.

BORIS TADIC ANNUNCIA L'ARRESTO DI RATKO MLADIC

L'annuncio ufficiale della cattura di Ratko Mladic fatto dal presidente serbo Boris Tadic

RATKO MLADIC E' STATO ARRESTATO

Ratko Mladic è stato arrestato. La polizia serba lo ha catturato in una località della Vojvodina ad un'ottantina di chilometri a nord-est di Belgrado. La notizie è stata confermata dal presidente serbo Boris Tadic. "La cattura di Mladic - ha detto - è il risultato della piena cooperazione delle forze di sicurezza serbe e del lavoro di ogni persona coinvolta in questa fase. Oggi chiudiamo un capitolo della nostra storia che riporterà riconciliazione nella regione. Adesso si apriranno le porte dell'Europa. Ora la Serbia arresterà anche Goran Hadzic l'ultimo criminale di guerra ancora fuggiasco" ha quindi concluso Tadic, annunciando l'apertura di un'inchiesta per scoprire chi abbia aiutato e coperto Mladic durante la latitanza.
Mladic, che si nascondeva sotto il falso nome di Milorad Komadic, sarebbe stato arrestato la scorsa notte durante un'operazione segreta della polizia serba e potrebbe già essere in viaggio verso il Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia dell'Aja dove dovrà rispondere dell'accusa di crimini di guerra e crimini contro l'umanità, principalmente per il genocidio di Srebrenica.
Nell'aprile del 2010 il settimanale di Sarajevo, Slobodna Bosna, aveva riportato la notizia che Mladic si nascondeva in una fattoria non lontano da Zrenjanin, città della Voivodina: secondo una fonte citata dal settimanale, non era la prima volta che Mladic veniva segnalato nella regione, dove poteva contare su una rete di aiuti. L'arresto arriva il giorno dopo la pubblicazione di indiscrezioni sul rapporto del procuratore del tribunale internazionale nel quale Serge Brammertz definirebbe "non sufficienti" gli sforzi del governo serbo per la cattura e la consegna dei criminali di guerra ancora latitanti, Hadzic e Mladic.



Aggiornamento (17.30)

Ratko Mladic è ancora in Serbia, la procedura per la sua estradizione al Tribunale internazionale è in corso e potrebbe durare fino a una settimana. Lo ha detto il viceprocuratore serbo per i crimini di guerra Bruno Vekaric, smentendo le notizie che davano Mladic già in viaggio verso l'Aja. "Dev'essere interrogato dal giudice inquirente della procura per i crimini di guerra, che gli presenterà i capi d'accusa e deve decidere se vi sono le condizioni per una sua estradizione", ha detto Vekaric.

mercoledì 25 maggio 2011

LA TV SERBA SI SCUSA PER LE BUGIE DEGLI ANNI '90

Scuse ufficiali rivolte a "tutti quei cittadini serbi e dei paesi confinanti che sono stati oggetto di offese, calunnie o altro contenuto che potrebbe oggi essere definito come istigazione all’odio, e che sono stati trasmessi all’interno dei programmi dell’emittente pubblica durante gli anni ’90". E' un passaggio del comunicato ufficiale del nuovo consiglio d’amministrazione della televisione pubblica serba comparso lunedì 23 maggio sul sito dell’emittente. L'iniziativa, insieme alle scontate reazioni negative degli ultranazionalisti turboserbi, ha suscitato anche le critiche di chi la ritiene insufficiente, debole e tardiva. Si tratta, però, di un passo importante per almeno due motivi: perché si tratta di un gesto non richiesto e perché arriva in un momento molto delicato e difficile per la politica e la società serba.
Qui di seguito il pezzo pubblicato oggi da EaSTJournal


Serbia: la tv di stato chiede scusa al paese per le menzogne degli anni ’90

di Filip Stefanović

Lunedì 23 maggio è comparso sul sito della televisione pubblica serba, RTS (Radio-Televizija Srbije), un comunicato del nuovo consiglio d’amministrazione dell’emittente. Nel corso del mandato quinquennale assegnato, è l’annuncio, il direttivo si focalizzerà sulla diffusione dei “principi dello stato di diritto, della giustizia sociale, democrazia cittadina, dei diritti e delle libertà degli individui e delle minoranze e della vicinanza ai valori e principi europei”. La parte più interessante, però, arriva in fondo.

Sottolineando come, secondo la legge sulla radiodiffusione, l’obbligo della televisione di stato sia quello di produrre e mettere in onda contenuti di interesse pubblico, che supportino i valori democratici di una società moderna ed il pluralismo etnico, politico e religioso dei suoi contenuti, il nuovo consiglio d’amministrazione si scusa ufficialmente “con tutti quei cittadini serbi e dei paesi confinanti che sono stati oggetto di offese, calunnie o altro contenuto che potrebbe oggi essere definito come istigazione all’odio, e che sono stati trasmessi all’interno dei programmi dell’emittente pubblica durante gli anni ’90″. Dice infatti apertamente il comunicato: “Durante i tristi eventi degli anni novanta, la RTS ha più volte offeso coi suoi contenuti i sentimenti, l’integrità morale e la dignità dei cittadini serbi, di intellettuali umanitari, di membri dell’opposizione politica, di giornalisti critici, di singole minoranze all’interno della Serbia, minoranze religiose, come anche singoli popoli e stati confinanti”.

Le reazioni critiche a questa dichiarazione inattesa non si sono fatte attendere. Tolta quella parte scontata di cittadinanza che non ritiene la Serbia né la sua televisione colpevoli di alcunché, ci sono le reazioni opposte, di chi considera le scuse, per quanto positive, un gesto insufficiente, debole e tardivo. Tra questi ultimi vale la pena citare la NUNS (Unione indipendente dei giornalisti della Serbia), la comunità islamica in Serbia e i liberaldemocratici dell’LDP (il partito più progressista dell’asfittico panorama politico serbo).

È indubbiamente riduttivo parlare di mera “istigazione all’odio”, in quanto il ruolo dei media nelle guerre jugoslave è stato ben più centrale, una vera, efficacissima arma del regime di Milošević nella costruzione di una nuova identità nazionale, attraverso il linciaggio mediatico, ma anche il pieno monopolio della verità, spesso e volentieri utilizzato nella fabbricazione di notizie false e costruzione di prove inesistenti che convincessero i serbi di essere vittime innocenti, da un lato delle ostili e sanguinarie popolazioni confinanti, dall’altro della macchina del fango dell’occidente: una politica così efficace da essere ancora oggi una delle eredità più pesanti e constatabili nella società serba, la quale mantiene una visione profondamente distorta delle dinamiche di quegli anni. Ci pare però ingiusto non plaudire a questo gesto, quanto controproducente sminuirlo: proprio perché la situazione odierna in Serbia è difficile e precaria, la politica debole ed il riaffiorare di sentimenti nazionalisti più forte che mai, mentre l’opinione pubblica dissidente viene zittita e minacciata ogni giorno, tanto più ammissioni non richieste di questo tipo da parte di uno dei soggetti più evocativi della storia e politica serba di quegli anni appaiono sincere e coraggiose.

L'articolo è stato pubblicato originariamente su EaSTJournal

ELEZIONI A CIPRO: UN VOTO CONTRO IL PRESIDENTE E I NEGOZIATI CON I TURCHI

Il partito di centro-destra Adunata Democratica (all'opposizione) ha vinto le elezioni a Cipro con il 34.27% dei voti battendo sia il partito comunista guidato dal capo dello Stato, Demetris Christofias (32.67%), sia l'altra formazione di centro-destra il partito democratico (15.77%)). Il partito socialdemocratico si è fermato al 9%. L'attuale coalizione di governo tra comunisti e democratici supera il 48% dei voti ma il partito democratico potrebbe ora assumere il ruolo di “ago della bilancia” e non è da sottovalutare il ruolo dei socialdemocratici che facevano parte della maggioranza ma ne sono poi usciti per divergenze con la linea del presidente Christofias sul negoziato con i turco-ciprioti. Il risultato delle consultazioni non avrà comunque effetto immediato sulla presidenza Christofias e non dovrebbe influenzare nemmeno i colloqui per la riunificazione dell’isola. Il Partito democratico e i socialdemocratici però alle prossime elezioni presidenziali, potrebbero non appoggiare Christofias. Secondo gli analisti, infatti, la vittoria dell'Adunanza democratica nasce da un voto di protesta contro il partito del presidente Christofias e contro il partito democratico. Il presidente é accusato di aver fatto troppe concessioni ai turco-ciprioti nei negoziati e di non aver fatto abbastanza per tagliare la crescente spesa pubblica, né per ridurre la disoccupazione che a marzo ha superato il 7%. Il partito democratico da parte sua scarica la responsabilità del calo di voti subito proprio all’alleanza con il partito comunista e alle scelte sbagliate di Christofias sia nei negoziati sia di fronte alla crisi economica.

Su Cipro e queste elezioni segnalo gli articoli pubblicati su EaSTJournal

(http://www.cyprusmewsreport.com/)

domenica 22 maggio 2011

LA DOMENICA SPORTIVA

Domenica. Per molti giorno di riposo. Altri, invece, lavorano. Io, per esempio, sono di turno in redazione. Ma domenica è sempre domenica e quindi c'è anche spazio per qualche pensiero un po' più leggero.
Oggi, in Italia, è l'ultima domenica di campionato. Ha vinto il Milan e va beh... Ma anche nell'Europa sud orientale i rispettivi tornei sono ormai agli sgoccioli e molti hanno già assegnato il rispettivo titolo.

Ecco qui l'elenco dei vincitori degli "scudetti" dei vari campionati

Albania - Skenderbeg
Armenia - Pyunik
Bosnia Erzegovina - Borac Banja Luka
Bulgaria - Litex Lovech
Cipro - Apoel Nicosia
Croazia - Dinamo Zagabria
Grecia - Olympiacos
Macedonia - Skendija
Moldova - Dacia Chisinau
Montenegro - da assegnare
Romania - Otelul Galati
Serbia - Partizan Belgrado
Slovenia - Maribor
Turchia - Fenerbahce

Aleee oh oh.......

sabato 21 maggio 2011

ALTA TENSIONE IN ALBANIA

L'Albania rischia la "guerra civile"? E' la domanda che si pongono vari analisti politici osservando quello che sta accadendo dopo le elezioni amministrative dell'8 maggio. Il riconteggio dei voti per il sindaco di Tirana starebbe ribaltando il primo risultato e assegnando la vittoria all'ex ministro dell'Interno, Lulzim Basha, rispetto al sindaco uscente, il leader socialista Edi Rama. Il partito socialista grida alla truffa e chiama i cittadini a scendere in strada per difendere la democrazia.
Qui di seguito vi propongo l'articolo di Marjola Rukaj pubblicato ieri sul sito di Osservatorio Balcani e Caucaso.

Tirana, mercoledì 18 maggio 2011 (Foto Tanjug)

Post-elezioni: Albania ad alta tensione
di Marjola Rukai

Come nel peggiore degli scenari, due settimane dalle elezioni dello scorso 8 maggio, Tirana non ha ancora un sindaco e il conflitto tra i due aspiranti alla guida della capitale ha assunto dimensioni politiche a livello nazionale. Domenica scorsa, (14 maggio) mentre la commissione elettorale di una delle zone di Tirana procedeva con enorme lentezza allo scrutinio degli ultimi voti, tutto il Paese seguiva sulle televisioni nazionali la diretta del conteggio di ogni singolo voto. Tra Edi Rama e Lulzim Basha vi è stato un testa a testa strettissimo, mai verificatosi in precedenza nel Paese balcanico. Al termine dello scrutinio era in vantaggio il leader del Partito Socialista, Edi Rama, di soli 10 voti, rispetto al suo rivale del PD Lulzim Basha.

Due sindaci per Tirana
Secondo la legge elettorale albanese vince il candidato che ottiene la metà più uno dei voti. Seguendo tale logica, nonostante il vantaggio risicato di Edi Rama, non vi sarebbero dubbi sul vincitore. Quella domenica però, dopo la fine dello scrutinio, in seguito a un processo elettorale senza incidenti, svoltosi in maniera molto civile da parte dei cittadini, il risultato ufficiale stentava a venir pronunciato da parte della Commissione elettorale centrale.
Inizialmente in pochi si sono preoccupati: serviva un po' di tempo per fare i conti e ufficializzare il tutto. Intanto sugli schermi albanesi si è visto un Edi Rama trionfante, che ringraziava in attesa del risultato ufficiale. In seguito anche il premier Berisha, ha fatto la sua apparizione, pronunciando affermazioni contraddittorie. Per un verso dichiarando di “voler accettare il risultato ufficiale qualunque esso fosse” e per l'altro affermando che avrebbe accettato “il risultato ufficiale ammesso che si fossero presi in considerazione i voti contestati e verificato lo scarto causato da errore umano”.
In tal modo la dichiarazione del risultato ufficiale è stata posticipata a oltranza e la Commissione elettorale centrale ha iniziato a ricontare i voti considerati come invalidi, nelle urne segnalate come problematiche.
Il riesame dei voti contestati, trasmesso in diretta da diverse televisioni nazionali, ha dato avvio all'ennesima crisi postelettorale albanese. La Commissione centrale è costituita da 4 rappresentanti del PD di Sali Berisha e da 3 rappresentanti del PS di Rama. Diverse decisioni sono state prese dai sostenitori di Berisha, senza il consenso dei membri socialisti. Non sono mancati episodi di violenza tra i membri della Commissione stessa e altre persone presenti durante le sue sedute.

Democrazia e altri demoni
L'affluenza alle urne è stata di 249.184 elettori, i voti si contano a mano, il vantaggio di 10 voti può certamente rientrare nel margine dell'errore durante il conteggio ed è quindi normale che sulla vicenda sia in atto un acceso dibattito tra le forze in campo.
Molti analisti di Tirana, tra cui Mero Baze, Mentor Nazarko, e Artan Hoxha, sostengono però che diversi cittadini kosovari muniti di passaporto albanese si siano recati a Tirana a votare nonostante non fossero residenti: a favore del candidato del Partito Democratico di Berisha, il quale gode di forte sostegno in Kosovo. Il portavoce del Partito Socialista Erion Braçe ha dichiarato che sarebbero stati migliaia i kosovari ad essersi recati a Tirana per votare in favore al PD di Berisha. Inoltre la trasmissione Fiks Fare ha verificato e trasmesso su Top Channel l'inesistenza della residenza di decine di cittadini recatisi alle urne: una verifica rispetto agli indirizzi inseriti nelle liste elettorali portava a indirizzi inesistenti, garage o edifici dalle condizioni inabitabili. Il dibattito nel Paese quindi non verte esclusivamente sulla presunta violazione dei regolamenti della Commissione elettorale centrale ma su veri e propri brogli.
Non essendo possibile attualmente delineare un quadro chiaro su questi ultimi non resta che trarre alcuni elementi dai dati certi. A Tirana il primo dato politico è che i due candidati hanno ottenuto sostanzialmente pari voti, e non hanno quindi convinto sufficientemente l'elettorato. Che la democrazia albanese sia in difficoltà emerge anche dal fatto che nelle ultime elezioni amministrative spesso si ricandidavano gli stessi sindaci dopo più di 2 o 3 mandati. Lo stesso Edi Rama si è candidato per la quarta volta di seguito. La maggior parte dei sindaci inaugura attualmente il terzo o il quarto mandato e nei comuni rurali vi sono numerosi casi di sindaci che governano da ben vent'anni, praticamente dal crollo del comunismo. Non ci si stupisce della scarsa affluenza alle urne, Tirana ha segnato lo scorso 8 maggio la minor affluenza mai registrata nella storia pluralista del Paese.
L'irremovibilità della classe politica e la conseguente sua delegittimazione sono probabilmente il maggior problema che caratterizza la scena politica albanese attualmente. Per risolvere il problema, nei social network gira già la voce di proporre un progetto di legge che limiti la detenzione del potere a qualsiasi livello a non più di due mandati. Ma nelle circostanze attuali difficilmente si troverebbero dei politici disposti a farsi portavoce di tale proposta.

Vicolo cieco
La Commissione elettorale centrale nel frattempo ha ricontato la metà dei voti validi, ed ha ricalcolato diverse decine di voti a vantaggio di Basha, che ha superato in questo modo il leader del PS Edi Rama. Il fatto che nelle urne vengano riscoperti numerosi voti validi, tanti da riuscire a ribaltare il risultato, ha fatto insospettire sia i membri socialisti della Commissione che il Partito socialista, che ha consegnato alla magistratura un esposto nei confronti del presidente della Commissione, Arben Ristani, per aver violato vari regolamenti della Commissione stessa.
Edi Rama ed altri leader socialisti, tra i quali Erjon Braçe e Gramoz Ruçi, hanno ripetutamente invitato la popolazione a ribellarsi e a mobilitarsi contro la manipolazione del voto e contro il governo Berisha. Diversi sono stati gli incidenti tra manifestanti e poliziotti antisommossa che hanno circondato la sede della Commissione elettorale centrale. E giovedì, in seguito all'appello di Rama, militanti del Partito socialista hanno bloccato alcune delle arterie principali del Paese.
La situazione ha raggiunto un tale livello di tensione che la maggior parte degli analisti albanesi non esita a utilizzare la parola “guerra civile”. Resta comunque difficile prevedere con esattezza quali siano le strategie d'azione dei due partiti principali. Gli stessi socialisti, che invitano la popolazione a manifestare, sembrano non avere le idee chiare sul da farsi. Appare confusa anche la comunità internazionale, che esattamente come lo scorso gennaio si rifiuta di prendere una posizione ben definita nel conflitto politico, invitando entrambe le parti al dialogo, e in particolar modo il PS a fare in modo che la Commissione elettorale proceda nell'attuazione dei suoi compiti istituzionali.
La crisi politica che si trascina dalle elezioni del giugno 2009, dopo la tregua alla vigilia delle amministrative, minaccia comunque di ritornare anche più violenta di prima. La popolazione teme un'escalation fatale, ma i militanti dei partiti, e i cittadini economicamente legati al potere sono numerosi, e decisi a difendere le proprie posizioni. La situazione non promette bene, e gli intellettuali indipendenti iniziano a parlare di responsabilità di chi incita alla violenza, ma dal Partito socialista arriva puntualmente la domanda: “Come agire altrimenti?”

venerdì 20 maggio 2011

ELEZIONI: L'ALBANIA FALLISCE L'ESAME

La comunità internazionale aveva chiesto una prova di maturità, ma l'Albania ha miseramente fallito l'esame. O meglio: la classe politica albanese, perché gli albanesi invece l'8 maggio avevano dimostrato di saper essere cittadini come tutti gli altri europei. Sta di fatto che a quasi due settimane dalle elezioni amministrative non si sa ancora chi è il sindaco di Tirana e lo scontro politico è ormai al calor bianco. La tensione è salita dopo la decisione della Commissione elettorale centrale di ricontare i voti per l'elezione del sindaco di Tirana. Il nuovo scrutinio ha portato in vantaggio il candidato del centro-destra, Lulzim Basha, rispetto al leader socialista Edi Rama, sindaco uscente, che aveva vinto il primo conteggio per soli dieci voti.

La decisione del riconteggio ha scatenato l'opposizione socialista guidata da Rama, che ha rivolto un appello alla "rivolta popolare" contro "il regime del premier (di centro destra), Sali Berisha". I sostenitori dell'opposizione sono scesi nelle piazze di quasi tutte le grandi città. A Tirana due poliziotti sono rimasti leggermente feriti negli scontri fra deputati socialisti, spalleggiati dai loro sostenitori, e le forze di polizia schierate davanti alla sede della Commissione. Proteste e blocchi stradali si sono verificati a Valona, Fier e Lushnja, manifestazioni anche a Durazzo, Kukes, Kavaja, Lezha (nord) e in altre località. "Non ci resta altro modo che proseguire le proteste, è l'unica via", ha spiegato il portavoce di Rama, Endri Fuga, all'agenzia TMNews. 

Rama, da parte sua, ha fatto appello al Presidente della Repubblica, Bamir Topi, e alla comunità internazionale e perché sia difeso il voto dei cittadini, ma non è esattamente ciò che l'Europa chiedeva alla classe politica albanese. A Bruxelles la preoccupazione è tale da indurre il presidente della Commissione europea, Josè Manule Barroso, ad annullare la sua visita a Tirana prevista per sabato prossimo. Dopo due anni di stallo dovuto allo scontro politico seguito alle elezioni del 2009 (il cui risultato è contestato dall'opposizione socialista che accusa il centro-destra di brogli), ciò che sta avvenendo è l'esatto contrario di ciò che si chiedeva alla politica albanese. E il pensiero va immediatamente allo scorso gennaio, quando gli scontri di piazza verificatisi durante le manifestazioni antigovernative a Tirana, provocarono quattro morti.

Se l'Albania cercava una strada per convincere l'Unione Europea a concedere finalmente lo status ufficiale di paese candidato all'adesione, richiesta già bocciata lo scorso novembre, di certo al momento ha preso una direzione completamente sbagliata.

Tirana: la manifestazione davanti alla sede della
Commissione elettorale centrale

giovedì 19 maggio 2011

BOSNIA: MILORAD DODIK ARCHIVIA IL REFERENDUM. E ORA?

L'incontro tra Catherine Ashton e
Milorad Dodik a Banja Luka
(Foto Reuters)
Di Marina Szikora [*]
L'improvviso arrivo dell'alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza Ue, Catherine Ashton venerdi' scorso a Banja Luka, capoluogo della Republika Srpska, l'entita' a maggioranza serba della BiH, e' stato convincente perche' il presidente della RS Milorad Dodik rinunciasse al tanto contestato referendum. E' stato lo stesso Dodik a dichiarare che il referendum adesso non e' necessario. Nella sua dichiarazione scritta con la quale si e' rivolto ai giornalisti, Dodik ha detto che "la RS e le sue istituzioni possono essere certe che l'Ue al suo piu' alto livello e' pronta ad impegnarsi e ad aprire il dialogo strutturale sulle questioni relative al lavoro e al funzionamento della giustizia in BiH". Dopo la riunione con Catherine Ashton, il presidente della RS ha detto di essere convinto di avere la credibilita' dell'interlocutrice la quale non solo ha accolto la preoccupazione in connessione con le questioni importanti relative al funzionamento della giustizia in BiH ma e' anche pronta ad investire la sua credibilita' in questo processo.

Ricordiamo che il referendum, che su decisione dell'Assemble della RS doveva essere organizzato prossimamente nell'entita' a maggioranza serba della BiH, rischiava di minacciare l'esistenza della corte e della procura statale in BiH. In piu', il refrendum si interpretava come un passo concreto verso la secessione della RS dalla BiH. Per Dodik le garanzie ottenute da parte dell'Ue e che tra breve prevedono l'inizio di colloqui su una seria riorganizzazione della giustizia in BiH, sono un passo importante e l'inizio del dialogo sulla giustizia in BiH. L'Ue ha salutato la decisione di Dodik di rinunciare al referendum. Subito dopo l'incontro con Dodik, Catherine Ashton ha incontrato anche il presidente del Partito socialdemocratico BiH Zlatko Lagumdžija, il membro bosgnacco della Presidenza BiH Bakir Izetbegović nonche' i consiglieri degli altri due membri della presidenza tripartita. L'Ue guarda comunque con preoccupazione la situazione in BiH, ha avvertito Ashton e ha sottolineato che vuole vedere i politici focalizzati sull'educazione, apertura di nuovi posti di lavoro e sull'economia.

"Restiamo dedicati al futuro europeo della BiH e sono qui per riconfermarlo" ha detto la Ashton. Bakir Izetbegović ha fatto sapere che ha informato l'alto rappresentante Ue sull'irrisolto problema cronico, quello dell'accumulazione di comportamenti e dichiarazioni antideyton e antistatali. Secondo Izetbegović vengono messe in questione le decisioni e l'autorita' dell'Alto rappresentante internazionale per la BiH, istituzioni fondate nel Parlamento della BiH, l'esistenza del genocidio a Srebrenica ecc. Per il presidente dello SDP BiH Zlatko Lagumdžija e' evidente che Dodik ha deciso a favore dell'Accordo di Dayton perche' ulteriori inasprimenti e introduzione del referendum significherebbero l'anullamento dell'Accordo di pace e la fine della presenza della comunita' internazionale in BiH. Tutto questo, e' dell'opinione Lagumdžija, dimostra che la formazione del potere era sospesa a causa di una politica avanturista che portava ad un eventuale ulteriore inasprimento con il referendum e verso un sicuro passo indietro. Secondo il presidente socialdemocratico ora seguira' una veloce formazione del governo in BiH.

Il nuovo governo, come dichiarato dal vice presidente del maggiore partito bosgnacco, il Partito dell'azione democratica, Asim Sarajlić, potrebbe essere funzionante nelle prossime settimane e si dice che ne dovrebbero far parte i 4 partiti firmatari della piattaforma ed i partiti della RS con a capo il partito di Milorad Dodik (SNSD). Recandosi questa settimana a Novi Sad, capoluogo della Voivodina, Dodik ha fatto sapere che una commissione con a capo il commissario all'allargamento Stefan Feule iniziera' a giungo a risolvere le questioni controverse relative alla giustizia in BiH. Si e' detto convinto che tali questioni verranno risolte cosi' come richiesto dalla RS. Intervenendo alla Facolta' di giurisprudenza di Novi Sad con una lezione intitolata "RS sulla buona via" il presidente della RS ha aggiunto che proprio il fatto che le richieste dell'entita' serba e gli standard dell'Ue coincidono hanno portato al rinvio del referendum. E' per questo che il referendum in questo momento non e' indispensabile, ha giustificato la sua decisione Dodik avvertendo pero' che dal referendum, in quanto una forma di espressione democratica e diritto legittimo della RS e del suo popolo, nessuno ha deciso di rinunciare. Dodik ha aggiunto che "la RS e' parte della BiH in cui la Srpska vive la sua vita speciale perche' possiede tutti gli elementi di statalita', tranne il riconoscimento ufficiale".

Di BiH ma in particolare di quello che sia necessario per la riconciliazione si e' espresso anche l'ex presidente croato Stjepan Mesić il quale ha dichiarato che per la futura collaborazione tra i paesi della regione e' particolarmente importante affrontare i terribili crimini che sono stati commessi su questo territorio. Per questi crimini devono rispondere quei rappresentanti del potere che li avevano ordinato, quelli che li avevano perpetrato e quelli che sapevano che i crimini venivano commessi ma non hanno fatto nulla per ostacolarli, ha affermato Mesić ad una riunione informale organizzata a Fruška gora, in Serbia, da parte delle organizzazioni nongovernative della cosidetta Iniziativa Igman. Soltanto allora ci sara' abbastanza spazio per una normale collaborazione nella regione, ha avvisato l'ex presidente della Croazia che parlando della salvaguardia dell'antifascismo nell'area ha detto che i fascisti ed i neofascisti pensano di poter cambiare la storia e che possono far diventare i perdenti vincitori e viceversa il che, ha sottolineato, e' impossibile. Mesić ha avvertito che i paesi nella regioni sono ancora deboli nell'opporsi al fascismo il che rappresenta un grande disturbo per i cittadini. Per quanto riguarda la BiH, Mesić ritiene che anche la Serbia dovrebbe seguire l'esempio della Croazia in modo tale di mandare un messagio chiaro ai serbi bosniaci che la loro politica deve essere risolta soltanto nella BiH, che la loro capitale e' Sarajevo e che la BiH sia compresa e vissuta come uno stato unico.

[*] Corrispondente di Radio Radicale. Il testo è tratto dalla corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est del 19 maggio

KOSOVO: IL CONSIGLIO DI SICUREZZA DISCUTE IL CASO DEL TRAFFICO DI ORGANI

Di Marina Szikora [*]
Si torna a parlare del caso di traffico di organi umani in Kosovo. Settimana scorsa, alla riunione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il ministro degli esteri serbo Vuk Jeremić ha dichiarato di non capire perche' ci sono opposizioni alle indagini relative alle accuse di traffico di organi umani in Kosovo sotto mandato del Consiglio di Sicurezza, a meno che non si debba nascondere qualcosa. Va detto che al precedente dibattito sempre dedicato alla situazione in Kosovo in seno al Consiglio di Sicurezza, gli ambasciatori degli stati membri del Consiglio hanno appoggiato le indagini sulle accuse contenenti nel rapporto del relatore del Consiglio d'Europa, Dick Marty, ma senza un consenso su chi dovrebbe condurre queste indagini. I paesi che avevano riconosciuto il Kosovo indipendente hanno valutato che le indagini dovrebbero essere condotte dalla missione Eulex, mentre gli altri stati membri del Consiglio di Sicurezza ritengono che il mandato dovrebbe essere affidato alle Nazioni Unite.

Secondo il ministro degli esteri della Serbia Jeremić le indagini dovrebbero svolgersi su mandato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e i rapporti in merito dovrebbero essere presentati a questo organo. Russia, Cina, India, Gabon, Nigeria e Brasile hanno appoggiato l'iniziativa della Serbia di formare un organo investigativo speciale sotto l'auspicio delle Nazioni Unite che tratterebbe il presunto traffico di organi di cui parla il rapporto di Dick Marty. Dall'altra parte, gli Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania e Francia si impegnano affinche' le indagini siano condotte dalla missione Ue in Kosovo, vale a dire Eulex, mentre il Portogallo ha dato pieno appoggio all'Eulex ma ha valutato che a causa della serieta' delle accuse nel rapporto Marty, bisogna restare aperti ad ogni futura azione necessaria per le indagini.

"Nessuna istituzione attuale sarebbe in grado di svolgere indagini complete o di assicurare la collaborazione di tutte le parti necessarie. Soltanto un meccanismo creato dal Consiglio di Sicurezza potrebbe farlo. Senno', potrebbero restare fuori portata di mano" ha detto Jeremić al Palazzo di Vetro. Il ministro degli esteri serbo ha ribadito che Belgrado non rinunciera' ne' si ritirera' finche' non verra' scoperta la piena verita' su quello che era accaduto. "E' il nostro solenne obbligo verso tutte le vittime di questi comportamenti orrendi e disumani e verso le loro famiglie" ha aggiunto Jeremić. Secondo il ministro serbo queste indagini sono parte integrale del processo di riconciliazione nonche' il presupposto per stabilire la pace permanente tra serbi e albanesi nei Balcani.

Di opinione contraria il ministro degli esteri kosovaro Enver Hodžaj intervenuto davanti al Consiglio di Sicurezza in veste di persona privata con la scritta UNMIK. Hodžaj ha detto che il governo del Kosovo ritiene che l'Eulex puo' condurre le indagini relative al rapporto Marty e ha rilevato che l'indipendenza del Kosovo negli ultimi tre anni ha portato pace, stabilita' e prosperita' nella regione, che dopo le elezioni e' stato formato un governo dinamico, multietnico in cui partecipano anche i rappresentanti serbi indicando che per la prima volta nella storia del Kosovo il vicepremier e tre ministri arrivano dalle fila della comunita' serba. Il ministro kosovaro ha avvertito che in alcune parti del paese le istituzioni serbe parallele continuano ad operare illegalmente. Valutando che al nord del Kosovo vi e' una situazione di paura, il ministro del Kosovo ha detto che elementi estremisti serbi non hanno permesso lo svolgimento delle elezioni in quella zona e che si oppongono all'istituzione dello stato di diritto.

Dall'altra parte, il ministro degli esteri serbo ha ricordato in questa occasione che sono in corso i colloqui tra Belgrado e Priština valutando che e' stato raggiunto un certo progresso. Jeremić ha rilevato la necessita' che le Nazioni Unite partecipino a queste riunioni a fin di assicurare un efficace scambio di informazioni sul dialogo. Parlando della situazione in Kosovo, Jeremić ha citato le parole del segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon che la situazione al sud del Kosovo e' deprimente e che le tensioni interne politiche sono state dominanti nel periodo di cui si parla nel rapporto. Lamberto Zanier, capo dell'UNMIK ha definito invece la situazione in Kosovo positiva soprattutto dopo la crisi politica che ha portato all'elezione di Atifeta Jahjage come presidente del Kosovo. Secondo Zanier, questa scelta ha permesso stabilita' che potrebbe portare all'avanzamento nel dialogo tra Belgrado e Priština. A proposito di questo dialogo il ministro Hodžaj ha sottolineato che il Kosovo vuole soluzioni creative per i problemi quali liberta' di circolazione, documenti e riconoscimento del Kosovo come territorio giuridico unico.

[*] Corrispondente di Radio Radicale. Il testo è tratto dalla corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est del 19 maggio

CROAZIA: SETTIMANA CRUCIALE PER L'ADESIONE ALL'UE

Di Marina Szikora [*]
Come informano i media croati, questa settimana e' cruciale per l'ingresso della Croazia nell'Ue. Quello che resta e' l'attesa e la speranza nel migliore. Gia' oggi, giovedi', alla riunione dei rappresentanti permanenti a Bruxelles, si dovrebbero avere le prime indicazioni se il Governo croato ha soddisfatto il suo compito, vale a dire se potranno esser conclusi i negoziati entro la fine di giugno. Lunedi' prossimo alla riunione ministeriale, se l'esito sara' quello aspettato, si potrebbe ottenere la data esatta dell'ingresso della Croazia nell'Ue. La presidenza ungherese dell'Ue ha convocato per il prossimo 21 giugno la conferenza intergovernativa sulla Croazia alla quale si dovrebbe concludere questo difficile processo di negoziati. Dopo sei lunghi anni, risulta che negli ultimi due mesi sono stati compiuti passi molto significativi. "Si tratta innanzitutto della valutazione politica in combinazione, si potrebbe dire, con le pressioni e le premiazioni nei confronti di Zagabria perche' Bruxelles in questo momento praticamente spinge verso l'adesione all'Ue" ha detto Tonino Picula, membro della presidenza del Partito socialdemocratico ed ex ministro degli esteri croato.

Si parla di un possibile epilogo finale proprio in occasione della celebrazione del ventesimo anniversario dell'indipendenza della Croazia il prossimo 25 giugno. Ma dalla Croazia arrivano anche notizie di un possibile monitoring aggiuntivo dopo la conclusione dei negoziati. "Il monitoring e' espressione di incredulita' vale a dire una prova che l'Ue non ha nessuna illusione sulle capacita' riformatorie di questo Governo" ha rilevato il deputato del maggiore partito di opposizione Tonino Picula, iscritto anche al PRNtt. Il partito governativo invece risponde alle critiche indicando che l'opposizione in effetti tende ad ostruire la conclusione dei negoziati. Secondo SDP e' chiaro che il tema viene utilizzato per scopi elettorali ma sono certi nel fallimento di una tale tattica. Il maggiore partito di opposizione ritiene inoltre che il referendum sull'adesione deve svolgersi dopo le prossime elezioni parlamentari e non prima o parallelamente.

Visitando in una delle citta' della regione Slavonia i tavolini delle scuole elementari e del Consiglio dei giovani che hanno iniziato la celebrazione della settimana europea della gioventu', il presidente croato Ivo Josipović ha detto di non credere ai recenti sondaggi secondo i quali il maggior numero di euroscettici sarebbero proprio i giovani. Il scetticismo dei giovani e' conseguenza della mancanza di informazione, e' dell'opinione Josipović e ha sottolineato che e' compito non soltanto dei vertici dello stato bensi' anche delle altre istituzioni a mostrare tutte le parti buone che sono sicuramente piu' numerose rispetto ai difetti dell'ingresso della Croazia nell'Ue. E' importante, ha detto il presidente croato che i giovani comprendano che l'Ue e' per loro una importante occasione, non soltanto a livello personale bensi' anche per l'intero Paese. Josipović ha aggiunto di non essere minimamente preoccupato sull'esito del referendum sull' adesione perche' ritiene che la maggioranza dei cittadini croati e' a favore dell'ingresso e si e' detto convinto che con l'avvicinamento del referendum questa percentuale sara' in aumento.

[*] Corrispondente di Radio radicale. Il testo è tratto dalla corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est del 19 maggio

PASSAGGIO IN ONDA

La puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 19 maggio a Radio Radicale

Sommario della puntata

Bosnia Erzegovina: la Republika Srpska rinuncia al referendum che avrebbe messo in crisi la tenuta istituzionale del paese, ma la crisi politica resta seria. Le proposte di Wolfgang Petritsch e di Christophe Solioz per uscire dall'interminabile transizione post-bellica.

Albania: sale la tensione politica mentre ritardano i dati ufficiali delle elezioni dell'8 maggio. A Tirana lo scontro più duro. L'Europa chiede moderazione.

Kosovo: all'Onu la relazione periodica del capo dell'Unmik, Lamberto Zannier, e la questione del presunto traffico di organi di prigionieri di guerra serbi (intervista di Stefano Vaccara al termine della seduta). Continuano i colloqui tra Belgrado e Pristina, mentre si torna a parlare di scambio di territori anche se entrambe le parti smentiscono.

Croazia: giorni cruciali per la fine dei negoziati di adesione all'Ue ed entro poche settimane potrebbe essere fissata la data di ingresso.

Domenica si vota nella repubblica di Cipro (la parte greco-cipriota dell'isola). Una scheda sulla situazione.

La trasmissione è stata realizzata con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura ed è riascoltabile direttamente qui



oppure sul sito di Radio Radicale nella sezione delle Rubriche dove potete trovare anche tutte le puntate precedenti.

mercoledì 18 maggio 2011

CIPRO AL VOTO

Foto da http://www.eastbordnet.org/
Domenica prossima si vota a Cipro, o meglio nella repubblica di Cipro, vale a dire la parte dell'isola riconosciuta dalla comunità internazionale. Cipro, infatti, è divisa in due dal 1974, da quando cioè le truppe della Turchia occuparono la parte settentrionale dell'isola (equivalente a poco meno del 40% del territorio). In quest'area, nel 1983, si costituì la “Repubblica Turca di Cipro Nord”, uno stato inesistente dal punto vista della legalità internazionale, riconosciuto soltanto dalla Turchia. Le vicissitudini che portarono all'occupazione turca della parte settentrionale dell'isola e alla sua divisione forzata sono come sempre in questi casi complesse e intricate e da entrambe le parti si attribuiscono torti e si rivendicano ragioni. E, come sempre in questi casi, la realtà non è mai bianca e nera, con i buoni tutti da una parte ed i cattivi tutti dall'altra.

In ogni caso, dal 2004 Cipro è nell’Unione Europea. Lo è nella sua interezza anche se nella parte occupata dalla Turchia il governo della repubblica di Cipro non può esercitare la sua sovranità. La questione di Cipro è divenuta, quindi, anche la chiave di volta per l’adesione della Turchia all’Ue. I negoziati tra Bruxelles ed Ankara, avviati nel 2005, sono al momento notevolmente rallentati – per non dire sostanzialmente fermi – a causa del fatto che molti dei 35 capitoli che compongono il processo di adesione non possono essere nemmeno aperti proprio per la mancanza di una qualche soluzione della questione cipriota. Il problema è ulteriormente complicato dal fatto che Ankara non applica gli accordi per l'unione doganale alla Repubblica di Cipro, cioè non permette l’ingresso nel proprio spazio marittimo e aereo di navi e velivoli provenienti dalla parte greco-cipriota, in risposta all'analogo veto opposto da Nicosia nei confronti di Cipro Nord.

Va adetto che l'Unione Europea nel 2004 si rese in pratica corresponsabile del fallimento del “piano Annan” per la riunificazione dell'isola che fu affossato dai greco-ciprioti. Il piano, voluto dall'allora segretario generale dell'Onu e frutto di non facili negoziati tra le due parti, fu sottoposto a referendum. Ma mentre i turco-ciprioti, anche grazie alla pressione di Bruxelles e in vista dell'adesione all'Ue, lo approvarono, le autorità greco-cipriote, al contrario, con un improvviso voltafaccia a pochi giorni dal voto, si espressero negativamente perché avrebbe portato alla nascita di una confederazione che avrebbe comportato l'ovvio riconoscimento dell'entità nata dall'occupazione turca.

Nonostante questo, e nonostante la Commissione europea stessa abbia ammesso di essere stata in pratica presa in giro da Nicosia, l'isola di Cipro è entrata formalmente nell'Unione il 1° maggio del 2004. Tutta l'isola, anche la parte nord che però di fatto ne resta esclusa. La richiesta turco-cipriota di stabilire relazioni commerciali dirette con l’Ue è stata respinta da Bruxelles. Nell’ottobre 2010 il Comitato del Parlamento Europeo per le questioni legali, con un voto ad ampia maggioranza, ha confermato che il commercio diretto tra Unione e Cipro Nord è in contrasto con la sovranità di Nicosia sull’intero territorio nazionale. Negli ultimi anni c'è stata anche una ripresa dei negoziati bilaterali, ma nonostante il sostegno dell'Onu e dell'Ue e le tante dichiarazioni di buona volontà, non si è fatto nessun concreto passo avanti e la situazione è di fatto ferma. In questa situazione che domenica prossima, 22 maggio, Cipro andrà al voto.

CITTADINI CONTRO LE MAFIE TRANSNAZIONALI

Voglio segnalare questo sito che si presenta come un "nuovo canale di comunicazione tra europa occidentale e orientale" e "un ponte tra realtà associative" e che intende "accendere, grazie ai cittadini, i riflettori dei media sulla criminalità organizzata transnazionale" a partire da due realtà europee molto diverse fra loro: l’Italia e la Romania" (passando da Bruxelles). Due realtà viste come "due angoli d’Europa allo specchio che relativamente alle problematiche sollevate interpellano direttamente le istituzioni europee": due paesi che da una parte sono legati da forti interessi economici e commerciali, ma che allo tempo stesso si conoscono poco.

Le principali aree tematiche in cui il progetto intende indagare e analizzare l’influenza della criminalità in Europa sono tre: l’immigrazione, gli investimenti in ambito energetico e quelli in ambito immobiliare. I promotori del progetto, che è stato promosso dall’Associazione Ilaria Alpi e da FLARE Network in collaborazione con Crji (romanian centre for investigative journalism) ed è sostenuto da "Europe for citizens" e dall'Unione Europea, ritengono impellente l’esigenza di informare i cittadini riguardo l’espansione e la presenza della criminalità organizzata ed il loro coinvolgimento nella creazione di flussi informativi in materia.

Il progetto Est al momento ha prodotto 9 brevi inchieste giornalistiche trasmesse da Rai News 24, che trovate sul sito, ed un workshop che si terrà a giugno 2011 sulla criminalità organizzata transnazionale nel contesto europeo.

Trovate tutto questo su www.estproject.eu