Le prospettive di integrazione europea della Serbia, la cooperazione regionale, la questione del Kosovo e i rapporti bilaterali saranno i temi al centro dei colloqui che la ministro Emma Bonino avrà oggi a Belgrado con le massime autorità serbe. Emma Bonino, infatti, incontrerà il presidente serbo Tomislav Nikolic, il premier Ivica Dacic, il ministro degli Esteri Ivan Mrkic e il primo Vicepremier e ministro della Difesa Aleksandar Vucic. Domani è in programma una visita a Pristina dove la ministro degli Esteri incontrerà il premier Hashim Thaci, il suo omologo Enver Hoxhaj, il ministro per l'Integrazione europea Vlora Citaku e i vertici della componente italiana delle missioni internazionali in Kosovo.
Qui di seguito la mia corrispondenza andata in onda questa mattina nel notiziario di Radio Radicale.
La visita a Belgrado e a Pristina del ministro degli Esteri, Emma Bonino, avviene in una fase cruciale del processo di avvicinamento della Serbia all’Europa e nel quadro più generale dell’integrazione europea dei Balcani occidentali. Il Consiglio Europeo che si terrà a fine giugno dovrebbe infatti indicare la data per l'apertura del negoziato di adesione della Serbia all'Ue in seguito alla storica intesa con il Kosovo raggiunta esattamente due mesi fa. Il 19 aprile scorso, infatti, con la mediazione dell'Unione Europea i due premier, Ivica Dacic e Hashim Thaci, hanno siglato un'intesa per la normalizzazione delle loro relazioni. Un'intesa che poi è stata perfezionata nel mese di maggio.
Non si tratta del riconoscimento reciproco. Su questo le distanze restano inalterate. La Serbia ha ribadito in ogni sede che non intende riconoscere la secessione di quella che continua a considerare una sua provincia sulla base della risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza dell'Onu, mentre Pristina da parte sua non intende rinunciare all'indipendenza proclamata unilateralmente nel febbraio del 2008 e da allora riconosciuta da un centinaio di Paesi tra cui 22 dei 27 che compongono l'Unione Europea, Italia compresa.
L'accordo di aprile è però ugualmente molto importante perché rende possibile la normalizzazione delle relazioni tra le due capitali che era esattamente la condizione posta da Bruxelles per cominciare a discutere l'Accordo di stabilizzazione e associazione con il Kosovo e soprattutto per aprire formalmente i negoziati di adesione con la Serbia, un risultato su cui l'attuale governo conservatore di Belgrado ha giocato buona parte della sua credibilità interna e internazionale.
Non è detto comunque che il Consiglio Europeo prenderà una decisione definitiva: le perplessità tra i 27 non mancano, a partire dalla Germania. La stampa serba, nei giorni scorsi, dando conto di queste diffidenze, sottolineava che le decisioni possono essere diverse: la fissazione di una data certa di apertura del negoziato di adesione, oppure l'indicazione di una data ma sottoposta ad alcune ulteriori condizioni, oppure ancora il solo avvio delle procedure tecniche per la successiva apertura formale del negoziato.
L'Italia non da oggi sostiene l'integrazione della Serbia, a maggior ragione dopo l'accordo di aprile con il Kosovo. Ricordiamo che il nostro Paese ha ottimi rapporti con Belgrado e, inoltre, vanta posizioni di primo piano nel settore commerciale e degli investimenti. Anche la Serbia sta affrontando le conseguenze della crisi globale e in più deve portare avanti un processo di modernizzazione e di internazionalizzazione della propria economia nel quale l’Italia gioca un ruolo di primo piano. In Serbia non ci sono solo importanti gruppi industriali come la Fiat o grandi gruppi finanziari come Unicredit, ma una miriade di piccole e medie imprese
L’Italia è il primo investitore straniero e il secondo partner commerciale della Serbia (se non si considera l’importazione di energia dalla Russia). Le aziende italiane presenti sono circa 500, con un giro d’affari pari a circa l'8% del pil. Per le aziende italiane, la Serbia rappresenta la base da cui proiettare la propria offerta verso i mercati globalizzati dell'Europa dell'est e oltre. Questo tanto per capire l'importanza strategica che i Balcani hanno per la nostra economia e di come a volte si parli molto di Cina dimenticandosi di realtà altrettanto importanti ad un passo da casa nostra.
Passaggio a Sud Est
la realtà politica dell'europa sud orientale dai balcani alla turchia
martedì 18 giugno 2013
giovedì 13 giugno 2013
LA SERBIA ASPETTA UNA DATA CONCRETA PER L'INIZIO DEI NEGOZIATI CON L'UE
Ma la Germania resta incerta e vuole prendere tempo
Di Marina Szikora
La data dell'inizio dei negoziati di adesione, o una data condizionata, oppure il segnale verde per i preparativi tecnici – sono tutte ipotesi che gli stati membri dell'Ue potrebbero concedere alla Serbia alla fine di questo mese, scrivono i media serbi. Tutti i paesi che negli ultimi dieci anni hanno aderito all'Ue avevano un cammino specifico, ma l'unica regola non scritta e' che il cammino verso l'Ue sta diventando sempre piu' difficile e piu' lungo. Lo afferma anche il portavoce del commissario all'allargamento, Peter Stano secondo il quale il cammino di ogni paese e' diverso: "esiste la decisione dell'inizio dei negoziati subito oppure si puo' decidere di iniziare con lo screening e l'intenzione poi che i negoziati inizino piu' tardi in una data concreta", spiega Stano. Lo screening significa paragonare la legislatura nazionale con gli standard europei e definire le riforme necessarie. Inoltre, per l'inizio dei negoziati e' indispensabile che la Commissione europea elabori una cornice di negoziati il che significa che i negoziati devono aspettare un certo periodo procedurale.
Bruxelles vuole fatti concreti dopo l'accordo di aprile
In questo momento Bruxelles non vuole speculare sulla risposta del Consiglio europeo alle aspettative dell'integrazione europea della Serbia. Si continua a parlare del successo nel dialogo con Priština, ma si aspettano anche prove concrete dell'implementazione dell'accordo di Bruxelles. Secondo fonti ufficiose, questi i commenti mediatici, i ministri europei che si riuniranno il prossimo 24 e 25 giugno a Lussemburgo non potranno prendere una decisione sulla Serbia prima del 27 giugno per quando e' atteso che si esprima definitivamente il parlamento tedesco in merito alla questione. Knut Flekennstein, deputato al Parlamento tedesco e membro del Partito Socialdemocratico, scrivono i quotidiani serbi 'Blic' e 'Danas', ritiene che se il Bundestag decidera' che alla Serbia bisogna dare soltanto una specie di 'luce verde' e non una data concreta, cio' potrebbe avere ripercussioni sulla credibilita' della Germania e sarebbe uno schiaffo all'Unione. Secondo un altro giornale, 'Politika', i negoziati inizierebbero a gennaio o febbraio 2014, ma a tal fine e' necessaria la piena attuazione dell'accordo tra Belgrado e Priština. Il capo uscente della delegazione dell'Ue in Serbia, Vincent Degert ha dichiarato che il Consiglio europeo a giugno non decidera' sulla data per la Serbia ma si esaminera' se Belgrado merita 'la luce verde' per l'apertura dei negoziati di adesione.
Il nervosismo di Dacic
A queste dichiarazioni ha replicato subito il premier della Serbia Ivica Dačić affermando che questa ipotesi per il suo paese non e' accettabile e che potrebbe mettere seriamente a repentaglio l'implementazione dell'accordo di Bruxelles. Dačić ha aggiunto di aspettarsi che Bruxelles rispetti i suoi obblighi nei confronti della Serbia. "Per quanto riguarda il segnale verde, noi non siamo poliziotti. Ci interessa una decisione positiva del Consiglio europeo, se non l'avremo, penso allora che siamo stati ingannati" ha detto Dačić aggiungendo che e' stato accordato: l'accordo di Bruxelles, l'implementazione di questo accordo e poi la decisone positiva sull'inizio dei negoziati con l'Ue.
Anche il presidente Tomislav Nikolić, incontrando lunedi' a Belgrado il premier polacco Donald Tusk, ha dichiarato che se l'Ue non incorraggera' la Serbia, sara' piu' difficile se non del tutto ostacolata l'implementazione dell'accordo raggiunto tra Belgrado e Priština. "Se l'Ue non ci incorraggera', verranno chiuse molte vie che abbiamo costruito pazientemente durante lo scorso anno e soprattutto il raggiungimento dell'unita' e riconciliazione dei popoli di tutta l'area" ha detto Nikolić. Il capo dello stato serbo ha sottolineato che adesso vi e' una occasione storica per realizzare l'amicizia permanente con il popolo tedesco e per migliorare e rafforzare notevolmente le relazioni tra i due popoli.
Ma la Germania resta incerta sull'apertura dei negoziati con Belgrado
Al Bundestag tedesco si e' discusso anche della questione Serbia e Kosovo. Il ministro degli esteri tedesco Guido Westerwelle nel suo intervento al Parlamento ha detto che la sua impressione e' che sia Belgrado che Priština vogliono un accordo e che, anche se bisogna essere cauti, si potrebbe dire che la leadership politica della Serbia ha preso una decisione strategica. "Essi vogliono la normalizzazione delle relazioni con Kosovo... dobbiamo dare a loro il nostro sostegno" ha detto il ministro tedesco aggiungendo che percio' e' stato ed e' corretto collegare la questione dell'inizio dei negoziati di adesione della Serbia con il problema della normalizzazione delle relazioni serbo-kosovare. "Il nostro messaggio e' del tutto chiaro: l'integrita' territoriale dei paesi dei Balcani Occidentali non deve essere messa in questione" ha detto Westerwelle indicando che con "un equilibrio dell'approccio politico e sostegno militare si puo' raggiungere molto" alludendo al ruolo della Kfor in quanto "colonna vertebrale" della sicurazza kosovara negli anni precedenti, di cui anche i soldati tedeschi fanno parte. Westerwelle ha precisato che la situazione in Kosovo, nel suo complesso e' pacifica e stabile. Incidenti sono ancora possibili poiche' si sa che si tratta parzialmente di criminalita' organizzata. Esiste una forma di estremismo... per questo e' importante restare attenti, ha rilevato il capo della diplomazia tedesca.
Di Marina Szikora
La data dell'inizio dei negoziati di adesione, o una data condizionata, oppure il segnale verde per i preparativi tecnici – sono tutte ipotesi che gli stati membri dell'Ue potrebbero concedere alla Serbia alla fine di questo mese, scrivono i media serbi. Tutti i paesi che negli ultimi dieci anni hanno aderito all'Ue avevano un cammino specifico, ma l'unica regola non scritta e' che il cammino verso l'Ue sta diventando sempre piu' difficile e piu' lungo. Lo afferma anche il portavoce del commissario all'allargamento, Peter Stano secondo il quale il cammino di ogni paese e' diverso: "esiste la decisione dell'inizio dei negoziati subito oppure si puo' decidere di iniziare con lo screening e l'intenzione poi che i negoziati inizino piu' tardi in una data concreta", spiega Stano. Lo screening significa paragonare la legislatura nazionale con gli standard europei e definire le riforme necessarie. Inoltre, per l'inizio dei negoziati e' indispensabile che la Commissione europea elabori una cornice di negoziati il che significa che i negoziati devono aspettare un certo periodo procedurale.
Bruxelles vuole fatti concreti dopo l'accordo di aprile
In questo momento Bruxelles non vuole speculare sulla risposta del Consiglio europeo alle aspettative dell'integrazione europea della Serbia. Si continua a parlare del successo nel dialogo con Priština, ma si aspettano anche prove concrete dell'implementazione dell'accordo di Bruxelles. Secondo fonti ufficiose, questi i commenti mediatici, i ministri europei che si riuniranno il prossimo 24 e 25 giugno a Lussemburgo non potranno prendere una decisione sulla Serbia prima del 27 giugno per quando e' atteso che si esprima definitivamente il parlamento tedesco in merito alla questione. Knut Flekennstein, deputato al Parlamento tedesco e membro del Partito Socialdemocratico, scrivono i quotidiani serbi 'Blic' e 'Danas', ritiene che se il Bundestag decidera' che alla Serbia bisogna dare soltanto una specie di 'luce verde' e non una data concreta, cio' potrebbe avere ripercussioni sulla credibilita' della Germania e sarebbe uno schiaffo all'Unione. Secondo un altro giornale, 'Politika', i negoziati inizierebbero a gennaio o febbraio 2014, ma a tal fine e' necessaria la piena attuazione dell'accordo tra Belgrado e Priština. Il capo uscente della delegazione dell'Ue in Serbia, Vincent Degert ha dichiarato che il Consiglio europeo a giugno non decidera' sulla data per la Serbia ma si esaminera' se Belgrado merita 'la luce verde' per l'apertura dei negoziati di adesione.
Il nervosismo di Dacic
A queste dichiarazioni ha replicato subito il premier della Serbia Ivica Dačić affermando che questa ipotesi per il suo paese non e' accettabile e che potrebbe mettere seriamente a repentaglio l'implementazione dell'accordo di Bruxelles. Dačić ha aggiunto di aspettarsi che Bruxelles rispetti i suoi obblighi nei confronti della Serbia. "Per quanto riguarda il segnale verde, noi non siamo poliziotti. Ci interessa una decisione positiva del Consiglio europeo, se non l'avremo, penso allora che siamo stati ingannati" ha detto Dačić aggiungendo che e' stato accordato: l'accordo di Bruxelles, l'implementazione di questo accordo e poi la decisone positiva sull'inizio dei negoziati con l'Ue.
Anche il presidente Tomislav Nikolić, incontrando lunedi' a Belgrado il premier polacco Donald Tusk, ha dichiarato che se l'Ue non incorraggera' la Serbia, sara' piu' difficile se non del tutto ostacolata l'implementazione dell'accordo raggiunto tra Belgrado e Priština. "Se l'Ue non ci incorraggera', verranno chiuse molte vie che abbiamo costruito pazientemente durante lo scorso anno e soprattutto il raggiungimento dell'unita' e riconciliazione dei popoli di tutta l'area" ha detto Nikolić. Il capo dello stato serbo ha sottolineato che adesso vi e' una occasione storica per realizzare l'amicizia permanente con il popolo tedesco e per migliorare e rafforzare notevolmente le relazioni tra i due popoli.
Ma la Germania resta incerta sull'apertura dei negoziati con Belgrado
Al Bundestag tedesco si e' discusso anche della questione Serbia e Kosovo. Il ministro degli esteri tedesco Guido Westerwelle nel suo intervento al Parlamento ha detto che la sua impressione e' che sia Belgrado che Priština vogliono un accordo e che, anche se bisogna essere cauti, si potrebbe dire che la leadership politica della Serbia ha preso una decisione strategica. "Essi vogliono la normalizzazione delle relazioni con Kosovo... dobbiamo dare a loro il nostro sostegno" ha detto il ministro tedesco aggiungendo che percio' e' stato ed e' corretto collegare la questione dell'inizio dei negoziati di adesione della Serbia con il problema della normalizzazione delle relazioni serbo-kosovare. "Il nostro messaggio e' del tutto chiaro: l'integrita' territoriale dei paesi dei Balcani Occidentali non deve essere messa in questione" ha detto Westerwelle indicando che con "un equilibrio dell'approccio politico e sostegno militare si puo' raggiungere molto" alludendo al ruolo della Kfor in quanto "colonna vertebrale" della sicurazza kosovara negli anni precedenti, di cui anche i soldati tedeschi fanno parte. Westerwelle ha precisato che la situazione in Kosovo, nel suo complesso e' pacifica e stabile. Incidenti sono ancora possibili poiche' si sa che si tratta parzialmente di criminalita' organizzata. Esiste una forma di estremismo... per questo e' importante restare attenti, ha rilevato il capo della diplomazia tedesca.
PASSAGGIO IN ONDA
E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est trasmessa da Radio Radicale oggi 13 giugno. La trasmissione è ascoltabile qui sotto oppure, insieme a quelle precedenti, sul sito di Radio Radicale.
Un'ampia parte della trasmissione è dedicata anche questa settimana alla Turchia dopo due settimane di proteste contro il premier Erdogan e gli avvenimenti degli ultimi giorni a Istanbul: l'intervento del ministro degli Esteri, Emma Bonino, alla Camera dei deputati, l'opinione di Daniel Cohn-Bendit, co-presidente dei Verdi al Parlamento europeo (intervista di David Carretta), l'analisi di Marco Pannella sulle relazioni Turchia-Unione Europea.
Il programma si occupa anche della chiusura della radiotelevisione pubblica greca Ert con un'intervista al corrispondente dall'Italia, Dimitri Deliolanes. La decisione presa da Nea Demokratia (il partito di cdentr-destra del premier Samaras all'insaputa del Pasok e di Sinistra democratica) sta suscitando proteste in Grecia e reazioni negative in tutta Europa e mette a rischio la tenuta della maggioranza di governo.
La trasmissione si apre con la ratifica del trattato di adesione della Croazia all'UE da parte della Germania: era l'ultima che ancora mancava e ora è tutto pronto, quindi, per l'ingresso ufficiale fissato il prossimo 1° luglio. Si prosegue con un nuovo aggiornamento dall'Albania sull'andamento della campagna elettorale la situazione politica interna in vista delle importanti elezioni parlamentari del prossimo 23 giugno. Si parla inoltre della Serbia che, dopo l'accordo con Pristina dello scorso aprile, attende ora l'indicazione della data ufficiale di apertura dei negoziati di adesione all'UE che dovrebbe arrivare dal Consiglio europeo di fine giugno. Bruxelles però sta ancora valutando la decisione (diverse la risposte possibili, data certa, data condizionata o semplice apertura delle procedure di preparazione all'apertura dei negoziati), mentre sul tema si registrano le incertezze della Germania. In Kosovo, invece, il parlamento ha approvato una risoluzione che chiede la reciprocità del rispetto dei diritti degli albanesi del sud della Serbia rispetto e dei serbi del nord Kosovo.
La registrazione integrale della trasmissione, realizzata con la collaborazione dei corrispondenti Marina Szikora e Artur Nura, è disponibile, insieme a tutte quelle precedenti, sul sito di Radio Radicale, oppure è ascoltabile direttamente qui
Un'ampia parte della trasmissione è dedicata anche questa settimana alla Turchia dopo due settimane di proteste contro il premier Erdogan e gli avvenimenti degli ultimi giorni a Istanbul: l'intervento del ministro degli Esteri, Emma Bonino, alla Camera dei deputati, l'opinione di Daniel Cohn-Bendit, co-presidente dei Verdi al Parlamento europeo (intervista di David Carretta), l'analisi di Marco Pannella sulle relazioni Turchia-Unione Europea.
Il programma si occupa anche della chiusura della radiotelevisione pubblica greca Ert con un'intervista al corrispondente dall'Italia, Dimitri Deliolanes. La decisione presa da Nea Demokratia (il partito di cdentr-destra del premier Samaras all'insaputa del Pasok e di Sinistra democratica) sta suscitando proteste in Grecia e reazioni negative in tutta Europa e mette a rischio la tenuta della maggioranza di governo.
La trasmissione si apre con la ratifica del trattato di adesione della Croazia all'UE da parte della Germania: era l'ultima che ancora mancava e ora è tutto pronto, quindi, per l'ingresso ufficiale fissato il prossimo 1° luglio. Si prosegue con un nuovo aggiornamento dall'Albania sull'andamento della campagna elettorale la situazione politica interna in vista delle importanti elezioni parlamentari del prossimo 23 giugno. Si parla inoltre della Serbia che, dopo l'accordo con Pristina dello scorso aprile, attende ora l'indicazione della data ufficiale di apertura dei negoziati di adesione all'UE che dovrebbe arrivare dal Consiglio europeo di fine giugno. Bruxelles però sta ancora valutando la decisione (diverse la risposte possibili, data certa, data condizionata o semplice apertura delle procedure di preparazione all'apertura dei negoziati), mentre sul tema si registrano le incertezze della Germania. In Kosovo, invece, il parlamento ha approvato una risoluzione che chiede la reciprocità del rispetto dei diritti degli albanesi del sud della Serbia rispetto e dei serbi del nord Kosovo.
La registrazione integrale della trasmissione, realizzata con la collaborazione dei corrispondenti Marina Szikora e Artur Nura, è disponibile, insieme a tutte quelle precedenti, sul sito di Radio Radicale, oppure è ascoltabile direttamente qui
mercoledì 12 giugno 2013
GRECIA: CHIUSA LA RADIOTELEVISIONE PUBBLICA
Con un improvvisa e inaspettata decisione unilaterale il governo di Atene ha chiuso la radiotelevisione pubblica ERT. Lo ha annunciato, con una dichiarazione letta davanti alle telecamere, il portavoce dell'esecutivo lasciando di sasso i cittadini ellenici e i quasi 2700 dipendenti dell'emittente.
In realtà non è stata nemmeno una decisione del governo, ma solo di Nea Demokratia, il partito di maggioranza relativa di centro-destra del premier Antonis Samaras, che ha agito senza consultare gli alleati. Gli altri due partiti che formano la coalizione di governo, Pasok e Sinistra democratica, hanno già presentato una mozione in parlamento destinata a raccolgiere il voto favorevole di tutta l'opposizione, tranne i neonazi di Alba Dorata.
Se Samars dovesse porre la fiducia in parlamento sul provvedimento sarebbe a rischio la tenuta del governo di larghe intese nato lo scorso anno dopo due tornate elettorali per poter gestire le pesanti misure economiche imposte dall'Ue e dal Fondo monetario internazionale per concedere i prestiti necessari a salvare il paese dal fallimento. Il commissario europeo all'Economia, Olli Rehn, ha già fatto sapere, però che Bruxelles non ha mai chiesto la chiusura della radiotv ststale.
La chiusura di ERT è stata motivata da ragioni economiche e dagli sprechi che avrebbero caratterizzato la gestione dell'ente radiotelevisivo di stato, i cui vertici, per altro, sono di nomina governativa. Il corrisipondente dall'Italia, Dimitri Deliolanes, nega però che questo sia vero e ricorda che il bilancio di ERT, per quanto di poco, è comunque in attivo, cioè l'emittente produce utili, e che i dipendenti hanno già sopportato tre riduzioni di stipendio oltre a molti licenziamenti.
Il governo ha annunciato che al posto di ERT entro l'estate nascerà una nuova struttura pubblica per radio, televisione e internet alla quale gli attuali (ex) dipendenti potranno inviare le loro domande di assunzione. Nel frattempo, mentre i giornalisti hanno organizzato una sorta di assemblea permanente su Internet con informazioni e notizie e molte emittenti hanno offerto spazi e canali per le trasmissioni, migliaia di persone sono scese in piazza ad Atene e a Salonicco.
Qui la mia intervista a Dimitri Deliolanes per Radio Radicale
martedì 11 giugno 2013
LA TURCHIA DEVE ENTRARE NELL'UE?
Candidata all'adesione all'Unione Europea dal 1999 e con i negoziati, in corso da quasi otto anni ma praticamente fermi da tempo, la Turchia, con i suoi quasi 80 milioni di abitanti, in stragrande maggioranza musulmani, ma anche in larga parte fieri della laicità della repubblica findata da Kemal Ataturk, resta per ora alla finestra, stretta tra la crisi del processo di allargamento dell'UE, l'esplicito scetticismo di alcuni paesi leader in UE (Germania e Francia in primis) e la tentazione di cercare altre prospettive geopolitiche.
La Turchia, dunque, deve enntrare nell'Unione europea oppure no?
Rispondi alla domanda e partecipa al dibattito in-line in corso in questi giorni sul sito di Osservatorio Balcani e Caucaso. Il confronto è aperto e da due contributi introduttivi: quello favorevole all'adesione di Joost Lagendijk, già parlamentare europeo per il Partito dei verdi olandesi, saggista ed editorialista per i quotidiani turchi Zaman e Today's Zaman, e quello contrario di Renate Sommer, parlamentare europea tedesca della Cdu che ha fatto parte, tra l'altro, della Delegazione EU-Turchia.
lunedì 10 giugno 2013
TURCHIA: ERDOGAN, "LA NOSTRA PAZIENZA HA UN LIMITE". SI PROFILA LA BATTAGLIA?
Un altro fine settimana è passato ma
non è chiaro cosa voglia fare il governo turco per risolvere la
situazione a Gezi Parki, l'area verde nel centro di Istanbul la cui
difesa da una colata di cemento è stato il detonatore delle proteste
divampate in tutta la Turchia contro l'autoritarismo del premier
Recep Tayyip Erdogan che ieri ha tenuto ben quattro discorsi per
ribadire, per l'ennesima volta, che “la nostra pazienza ha un
limite e sta per finire” tornando a definire “saccheggiatori”
la gente in piazza. Come intenda gestire la situazione, però, ancora
non è dato saperlo. Nel quarto intervento di ieri ha detto anche che
“verrà parlata una lingua comprensibile ai manifestanti”, il
che, visto quello che hanno fatto le forze dell'ordine in piazza in
questi giorni, non fa presagire nulla di buono. Qualcuno pensa, però,
che Erdogan, in realtà, pensi di prenderli per stanchezza,
aspettando che la protesta si indebolisca.
Intanto l'occupazione pacifica di Gezi
Park è ormai giunta all'ottavo giorno: le barricate sulla strade
verso piazza Taksim sono state tutte rinforzate, tranne una che i
manifestanti hanno tolto, come richiesto dalle autorità cittadine
per lasciare una via di accesso ai mezzi di soccorso. Se con il
governo i rapporti sono tesi, con il prefetto di Istanbul, invece,
c'è una specie di dialogo: “So che siete sotto gli alberi in
maniera pacifica vorrei essere lì con voi” ha twittato ieri il
prefetto. Gli scontri più violenti in questo fine settimana si sono
verificati infatti ad Ankara, mentre a Istanbul circolavano voci
incontrollate secondo le quali la polizia si stava preparando a
sgomberare piazza Taksim nella notte fra domenica e lunedì.
DACIC: CONTRASTARE IL NARCOTRAFFICO IN KOSOVO
Le Forze internazionali presenti in Kosovo, a cominciare da Eulex e
Unmik, hanno la responsabilita' di contrastare i traffici di
stupefacenti sempre piu' intensi in quella regione. Lo ha detto il
premier serbo, Ivica Dacic, secondo il quale il Kosovo
e' uno dei capisaldi della cosiddetta 'rotta balcanica' della droga
destinata ai mercati dell'Europa occidentale, in particolare di eroina
proveniente dall'Afghanistan. Intervenendo oggi a Mosca alla 30/ma
conferenza internazionale sulla lotta al traffico di stupefacenti, Dacic
- come riferito dai media a Belgrado - ha detto che il fenomeno del
traffico di droga riguarda tutti i Paesi balcanici, Serbia compresa, ma
che i gruppi criminali albanesi del Kosovo sono particolarmente forti e
presenti nei cartelli europei della droga. Per quanto riguarda il
Kosovo, Dacic ha detto che il governo serbo non puo' fare molto dal
momento che la polizia serba non e' presente in Kosovo sulla base della
risoluzione 1244 del consiglio di sicurezza dell'Onu. ''Spetta a Eulex e
Unmik contrastare il flusso di droga dal Kosovo''. I servizi russi,
americani, britannici e tedeschi - ha aggiunto Dacic - sanno bene che la
mafia albanese ha un ruolo di primo piano nelle organizzazioni
criminali attive nel traffico di droga in Europa.
(dal Notiziario Droghe dell'Aduc)
(dal Notiziario Droghe dell'Aduc)
EMMA BONINO: "LA TURCHIA SCELGA SE ESSERE DEMOCRAZIA MATURA O STATO AUTORITARIO"
Pannella a Radio Radicale: "Erdogan
poteva essere (e forse può ancora) quello che i democristiani
furono per la realizzazione dell’Unione europea"
Le dichiarazioni di Erdogan sono ''un
segno di debolezza, soprattutto laddove denuncia un complotto
internazionale''. Lo ha detto il ministro degli Esteri, Emma Bonino,
intervistata da Lucia Annunziata a "In mezz'ora" su Rai 3 e augurandosi che il
premier turco accetti l'appello alla moderazione che giunge dai paesi
amici e che il premier scelga di "dialogare con chi manifesta
pacificamente". Per Bonino,
che è definita "amica della Turchia", il Paese deve ora decidere se
puntare "ad una democrazia matura o insistere su uno stile di
governo che e' diventato molto autoritario in questi ultimi anni".
Alla domanda di Annunziata che le ha chiesto con chi andrebbe a
parlare se andasse oggi in Turchia, con il governo o con i
manifestanti, la titolare della Farnesina ha risposto: "Con
entrambi, ma certamente andrei a parlare con Erdogan", per
convincerlo ad ascoltare anche chi protesta pacificamente.
Qui il video integrale dell'intervista
di Lucia Annunziata a Emma Bonino
Sulle manifestazioni in Turchia contro
il governo è intervenuto anche Marco
Pannella che, parlando a Radio Radicale nel corso della conversazione settimanale domenicale condotta ieri da Valter Vecellio, ha dettodi avere avuto “un riflesso un pochino diverso” da quello di
Emma Bonino: “In questo momento, molto responsabilmente, [Emma] ha
detto cose più severe rispetto alle reazioni di Erdogan alle
proteste. Ma io tengo molto presente anche il resto, pur rispetto a
questo giudizio che condivido, cioè che Erdogan – disarmato dalla
sua scelta storica – si accontenti di essere islamico e basta”.
Il leader radicale ha parlato dellle colpe di noi europei rispetto alla Turchia: “Noi lo dicevamo, oggi è necessario
che la grande storia di Ataturk si democratizzi. In Erdogan, che
poteva essere e forse può ancora essere quello che i democristiani
furono, cioè il meglio della realizzazione dell’Unione europea dal
nostro punto di vista, cioè democratico-islamico… Ma aspettando
alle porte dell’Europa gli è mancato questo: se entro in Europa
non dovrò io difendermi da una minoranza che in nome della grandezza
di Ataturk ne esercita solo l’autoritarismo. Una Turchia che ha
avuto il coraggio e la grandezza di essere per la Nato nella sua
posizione, quando l’impero sovietico la circondava da tutte le
parti, con l’Europa che dice di no, dargli forse un altro pensiero
forte: allora dobbiamo scegliere il Medio oriente da una posizione di
minoranza per fare la democrazia islamica. Parlo di una cosa da
comprendere, da verificare”.
venerdì 7 giugno 2013
TURCHIA: ERDOGAN APRE ALLA PROTESTA. ANZI (FORSE) NO.
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| Bust It Away Photography / Tumblr |
Il Gezi Park di Istanbul non e' adatto
alla costruzione di un centro commerciale: lo ha detto il premier
turco Recep Tayyip Erdogan intervenendo a una conferenza dal titolo
''Ripensare le sfide globali: costruire un futuro comune per la
Turchia e la Ue''. ''Piantiamo gli alberi che faranno la differenza a
Gezi Park. Non e' possibile costruire un centro commerciale lì per
via dei metri quadri'' a disposizione, ha detto Erdogan rispondendo
indirettamente ai cittadini scesi in piazza per difendere il parco di
Istanbul da dove è partita la protesta che in poche ore è dilagata
in tutta la Turchia. Dopo otto giorni di manifestazioni e di
opposizione contro le violenze della polizia sembra, dunque, arrivare
una qualche apertura da parte di Erdogan, il quale, in un discorso
televisivo da Istanbul, parlando del suo governo, ha detto di essere
''aperto a tutti coloro che hanno richieste democratiche'', ma
ribadendo di essere “contro il terrorismo, la violenza, il
vandalismo e le azioni che minacciano gli altri''. Anche il premier,
dunque, di fronte all'estensione della protesta contro i suoi metodi
di governo, sembra mostrare una qualche disponibilità riconoscendo,
come ha fatto il presidente turco, Abdullah Gul, come legittime le
richieste avanzate dai manifestanti.
Il commissario Ue all'Allargamento
Stefan Fuele, parlando al convegno, davanti al premier
turco ha affermato che "le dimostrazioni pacifiche sono un
mezzo legittimo di espressione in una società democratica” e che
“l'uso eccessivo della forza da parte della polizia contro queste
dimostrazioni non trova spazio in una democrazia". Per questo
Fuele si è detto contento che anche il governo turco lo abbia
ammesso, ma “ora è importante non solo aprire un'inchiesta rapida
e trasparente, ma anche fare in modo che i responsabili rispondano di
ciò che hanno fatto". Il commissario europeo ha tenuto comunque
ad aggiungere che la protesta contro Erdogan non ferma il processo di
adesione della Turchia alla Ue: "Permettetemi di richiamare la
Turchia a non abbandonare i suoi valori di libertà e di rispetto dei
diritti umani e permettetemi di garantire, da parte nostra, che non
abbiamo l'intenzione di abbandonare il processo di adesione dalla
Turchia alla Ue", ha detto Fuele. Erdogan mostra di non gradire
le critiche internazionali sulla gestione della protesta da parte del
polizia e ha risposto piccato affermando che il suo esecutivo è
aperto alle "istanze democratiche", ma che "in
qualunque paese europeo, quando c'è una protesta violenta contro un
progetto di demolizione come questa, credetemi, la replica contro i
responsabili è più dura".
Bisognerà dunque vedere, nei prossimi
giorni, quale piega prenderà il governo turco di fronte alle
proteste popolari e alle critiche internazionali che arrivano ormai
da ogni parte. Anche perché, poco prima delle timide aperture di
oggi, i toni erano stati di tutt'altro segno. In un discorso dai toni
accesi, tenuto all'aeroporto davanti alle migliaia di sostenitori che
lo hanno accolto al suo rientro da un viaggio ufficiale in Maghreb,
Erdogan ha preteso "la fine immediata delle manifestazioni"
accennando a possibili nuova iniziative in caso i manifestanti
vogliano sfidarlo. In Turchia, come ha detto il ministro degli Esteri
italiano Emma Bonino, in un'intervista di Vittorio dell'Uvapubblicata sul Mattino mercoledì 5 giugno, non c’è una dittatura
quanto piuttosto una "dittatura della maggioranza" come la
definiva Alexis de Tocqueville: “Nessuno mette in dubbio la
legittimità democratica del premier Erdogan ottenuta in libere
elezioni democratiche, ma in molti non accettano un’agenda politica
imposta in assenza di pesi e contrappesi tipici di uno Stato di
diritto”. Secondo Emma Bonino quanto sta accadendo potrebbe
rappresentare una svolta nel rapporto tra il premier e la società
turca: “In gioco c’è la capacità della Turchia di diventare per
davvero una democrazia consolidata dove, per intenderci, le libere
elezioni sono solo una parte di un corpo più ampio di diritti e di
doveri. Occorrono apertura al pluralismo di ogni genere e trasparenza
nei processi decisionali. Se Erdogan continuerà ad ignorare tutto
questo il consenso democratico sarà sempre di più messo in
discussione”.
giovedì 6 giugno 2013
CRIMINI DI GUERRA: POLEMICHE PER LE ULTIME SENTENZE DEL TRIBUNALE INTERNAZIONALE
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| Foto: bljesak.info |
Giovedi' scorso il Tribunale dell'Aja
con una sentenza di primo grado ha assolto da tutti i capi di
imputazione l'ex capo dei servizi segreti serbi Jovica Stanišić e
l'ex comandante dell'Unita' per le operazioni speciali Franko
Simatović, accuasti di crimini di guerra in Croazia e Bosnia
Erzegovina. Il tribunale ha deciso la loro immediata liberazione dal
carcere di Scheveningen. Va precisato che la procura dell'Aja aveva
chiesto per Stanišić e Simatović l'ergastolo, ma i giudici, con un
voto a maggioranza, hanno stabilito che i due rappresentanti serbi
non erano intenzionati a contribuire alla presunta impresa criminale
congiunta il cui obiettivo era stata l'eliminazione dei nonserbi in
Croazia e Bosnia tra il 1991 e il 1995. Secondo l'atto di accusa ai
due rappresentanti serbi si imputava di aver aiutato l'apertura di un
centro per l'addestramento delle unita' paramilitari vicino alla
citta' di Knin, all'epoca roccaforte dei serbi ribelli in Croazia, e
poi di altri centri di addestramento in Croazia e in Bosnia
Erzegovina. Si e' trattato di finanziamenti, educazione, appoggio
logistico e altri tipi di sostegno alle forze serbe coinvolte nei
crimini compiuti in Croazia e in Bosnia. Tutte le agenzie di stampa
internazionale ne hanno dato notizia sottolineando che si tratta
dell'ultima di una serie di sentenze di assoluzione pronunciate dal
Tribunale internazionale che suscitano reazioni contrastanti tra i
popoli in Europa sudorientale.
Secondo la Reuters, questa assoluzione
significa che nessuno dei vertici dell'epoca di Belgrado è stato
condannato per i crimini commessi durante la guerra in Bosnia nella
quale, nei tre anni della sua durata, sono state uccise oltre 100.000
persone. Le sentenze da una parte hanno suscitato soddisfazione a
Belgrado: il premier serbo Ivica Dačiš ha sottolineato "la
grande importanza di questo verdetto per la Serbia", dall'altra
parte vi e' molta incredulita' in Bosnia. La presidente
dell'associazione delle madri di Srebrenica e Žepa, Munira Subašić,
ha detto che si tratta di "una sentenza politica"
inaccettabile. Secondo la BBC queste sentenze forse contribuiranno a
ristabilire la fiducia dei serbi nella neutralita' del Tribunale che
molti in Serbia ritengono operare soltanto a danno dei serbi.
Su queste sentenze si e' espressa anche
l'ex portavoce della procura dell'Aja, Florence Hartmann, secondo la
quale l'assoluzione di Stanišić e Simatović è un altro colpo
all'attendibilita' del Tribunale internazionale nella fase conclusiva
del suo lavoro. "Il tribunale dell'Aja ha confermato di voler
abolire dalla giustizia penale internazionale la responsabilita' di
comando, nonche' il concetto di collaborazione dei vertici militari e
civili nel caso di violenze sistematiche. Con questo vengono premiati
i cervelli del sistema che con una truffa sono riusciti a pianificare
ed organizzare violenze di massa", ha detto l'ex portavoce
dell'ex procuratore generale Carla del Ponte. Restano soltanto “un
sentimento di delusione" e un "amaro sentimento di inganno
perche' non c'e' ne' verita' ne' giustizia", ha detto Hartmann.
C'e' da aggiungere che a fine maggio, in una intervista rilasciata
all'agenzia di stampa serba Tanjug, l'ex portavoce della procura
dell'Aja aveva giudicato le sentenze di assoluzione nei processi ad
Ante Gotovina e Momčilo Perišić come mosse politiche affermando
che il Tpi ha rinunciato al suo compito operando al fine di "creare
un patrimonio giuridico che conviene alle grandi potenze perche' loro
stesse hanno simili situazioni in operazioni ed interventi in giro
per il mondo".
Queste ultime sentenze di assoluzione
sono state precedute dal verdetto, anche in questo caso in primo
grado, che condanna invece a lunghe pene detentive gli ex vertici
dell'autoproclamata repubblica croata dell'Herceg-Bosna: in tutto 111
anni di carcere per crimini contro gli abitanti musulmani. Le
sentenze arrivano nove anni dopo che i sei leader croato-bosniaci si
consegnarono volontariamente al Tribunale internazionale dell'Aja.
Secondo l'accusa esisteva una impresa criminale congiunta il cui
obiettivo era quello di stabilire un'entita' croata e riunirla al
resto del popolo croato. I sei condannati sono Jadranko Prlić, ex
premier della Herzeg Bosna, l'ex generale Slobodan Praljak, l'ex
ministro della difesa Bruno Stojić, l'ex generale Milivoj Petković,
l'ex comandante della polizia militare HVO, Valentin Ćorić, e l'ex
capo dell'ufficio per lo scambio di prigionieri, Berislav Pušić,
condannati a pene carcerarie che vanno da 25 a 10 anni. Si tratta
quindi di sei leader croati, tra politici e militari, accusati di
aver perseguitato, espulso o assassinato membri della comunita'
musulmana bosniaca in base a un piano mirante a fare della Bosnia una
parte dello Stato croato. Un piano studiato a tavolino, secondo la
sentenza del Tribunale, a capo del quale c'era l'allora presidente
croato Franjo Tuđman, intenzionato a fare della Bosnia un mini-Stato
croato. Secondo Michael Karnavas, l'avvocato di Jadranko Prlić, la
sentenza e' scioccante e rappresenta un atto di accusa contro la
Croazia. Adesso si spera nel processo di appello in cui si fara'
tutto quanto possibile per rovesciare il verdetto di primo grado.
In Bosnia Erzegovina le sentenze hanno
suscitato, com'è ovvio, reazioni diverse a seconda della provenienza
dalla comunità bosgnacca o da quella croata. "La Croazia ha
fatto degli errori, ma ha anche aiutato molto la BiH", ha
commentato la sentenza il premier croato Zoran Milanović, il quale
ritiene che la qualifica dell'impresa criminale congiunta al fine di
annettere la Herceg-Bosna alla Croazia non corrisponde alla realta'.
Milanović ha sottolineato di non potere parlare delle responsabilità
individuali degli imputati, ricordando che la stessa difesa aveva
ammesso che crimini sono stati commessi. Il presidente croato Ivo
Josipović non ha voluto commentare il verdetto poiche' si tratta
della sentenza di primo grado, ma ha rilevato che la Croazia e la
Bosnia Erzegovina devono guardare al futuro e continuare la
collaborazione di buon vicinato: "Quando ascolto una tale
sentenza, la prima cosa che mi viene in mente sono le vittime. Il mio
ricordo, il mio cordoglio vanno alle vittime e alle loro famiglie
come in altri casi di terribili crimini commessi in ex Jugoslavia",
ha detto Josipović.
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