martedì 10 febbraio 2015

QUALCHE RIFLESSIONE PER IL GIORNO DEL RICORDO

Il Giorno del ricordo fu istituito nel 2004 per ricordare le vittime delle foibe e l'esodo della popolazione italiana dall'Istria e dalla Dalmazia dopo la fine della seconda guerra mondiale. Quei momenti tragici, dopo essere stati per tanto tempo rimossi dalla memoria storica del nostro Paese, sono stati infine ripresi e troppo spesso strumentalizzati da chi prefersice non vedere le pagine scomode.
La pulizia etnica di cui furono vittime gli italiani (indipendentemente dal fatto che fossero fascisti o no), non va taciuta, ma va anche inquadrata nella contesto della politica che il Fascismo attuò nell'Italia orientale fin dai primi anni '20 e poi dell'occupazione nazi-fascista durante la guerra. Non si tratta di giustificare o di soppesare il numero dei morti di una parte e dell'altra, ma di sforzarsi di comprenderne fino in fondo quanto avvenuto senza aver paura della ricerca della verità.
E la verità è fatta sì dalle foibe che hanno inghiottito tanti italiani, ma anche dalle molte pagine di discrimazione, sopraffazione e violenza compiute sotto le insegne di quello stesso tricolore di cui amano fasciarsi in queste ore coloro che sfruttano, per la propria propaganda, una giornata che invece richiederebbe silenzio e rispetto.
Per dare il giusto onore alle vittime (tutte, non solo a quelle della propria parte), il 10 febbraio dovrebbe prima di tutto servire a capire tutto quello che accadde, senza rimuovere ciò che ci da fastidio. Che non significa cercare un'impossibile memoria "condivisa", ma accettare che esista una pluralità delle memorie, ognuna con la propria dignità, ognuna meritevole di considerazione.
Purtroppo, ancora una volta, al di là di poche lodevoli eccezioni, mi pare che l'occasione sia stata persa. [RS]

Per cercare di andare oltre la pur doverosa commemorazione delle vittime di quelle tragiche vicende segnalo l'intervista alla sociologa e saggista Melita Richter, nata a Zagabria e residente a Trieste, studiosa della realtà balcanica e della questione del "confine orientale", che realizzai per Radio Radicale in occasione della Giornata del ricordo di cinque anni fa: un'interessante, utile e sempre molto attuale riflessione sulle memorie individuali e sulla necessità di ascoltare e condividere anche le storie "degli altri".



venerdì 6 febbraio 2015

DEBITO GRECO: I NODI DELLA QUESTIONE

A due settimane dalla vittoria elettorale che ha portato Syriza al governo in Grecia, con i primi passi compiuti dal neo premier Alexis Tsipras e dal suo ministro dell’Economia, Yanis Varoufakis, si sono delineati con precisione le questioni che oppongono Atene alle istituzioni europee e agli altri partner comunitari. Un utile promemoria compilato dall’agenzia Askanews li mette in fila con ordine e permette di aver chiari i termini della questione.

Primo problema: il "prestito ponte". Atene lo chiede per poter fronteggiare le esigenze di finanziamento fino a quando si potrà chiudere un accordo complessivo: il mese di maggio, secondo quanto ha dichiarato Varoufakis. Il problema è che la Banca centrale europea ha fatto chiaramente capire di non pensarci nemmeno. Dall’Eurotower di Francoforte hanno fatto sapere, informalmente, che Draghi ha spiegato al ministro greco che alla Bce è vietato il finanziamento dei debiti pubblici. L'idea di costruire il "prestito ponte" emettendo titoli di Stato a breve scadenza da far comprare alla Bce sembra dunque impraticabile e occorre trovare in fretta un'altra strada visto che il 28 febbraio scade il programma di sostegno europeo.

Il secondo problema è la Troika. L'organismo formato da Banca centrale europea, Commissione europea e Fondo monetario internazionale, e che finora ha avuto un ruolo centrale in questa vicenda, è il principale bersaglio di Syriza e dei movimenti politici che contestano le politiche economiche dell'UE e di tutti i governi dell’area Euro. Ora che è arrivata al governo sull’onda di un vasto consenso popolare, Syriza deve rispettare le sue promesse elettorali rifiutando di trattare con la Troika. L'Unione Europea su questo non è pregiudizialmente ostile, ma una riforma dell'organismo richiede tempi lunghi che la Grecia non si può permettere. Dunque, o Atene ammorbidisce le sue richieste oppure sarà difficile anche solo avviare una discussione.

La terza questione riguarda la necessità di trovare dei punti su cui trattare o quanto meno un terreno comune su cui avviare il negoziato. Il taglio netto e consistente del debito greco, su cui insiste il nuovo esecutivo di Atene, è una prospettiva che le istituzioni europee e i maggiori partner, che sono ormai creditori diretti della Grecia, non possono accettare in questi termini. I Paesi creditori possono accettare una proroga delle scadenze dei pagamenti e di rivedere i tassi di interesse, ma non certo la riduzione richiesta dai greci. Anche qui, a meno di un ammorbidimento delle posizioni da una parte o dall'altra, è difficile capire come si possa trovare un compromesso.

C'è poi il problema che la questione va ben oltre l'ambito dell'unione monetaria. Gli investitori che hanno accettato di scommettere sul recente ritorno sul mercato della Grecia dopo anni, si sono trovati in mano titoli di Stato triennali con un valore diminuito di circa un terzo rispetto a quello di acquisto. Penalizzarli ulteriormente rischia di far cadere la reputazione della Grecia così in basso da impedirle per molti anni di finanziarsi sul mercato e allungherebbe il tempo necessario per ricorrere agli aiuti dell'Unione.

Infine c'è il problema del rapporto con il Fondo monetario internazionale. Se da una parte il Fmi ha fatto
qualche autocritica sulle politiche imposte alla Grecia, ora non può non pretendere la restituzione di quanto erogato e dunque potrebbe mostrarsi più intransigente anche degli stessi tedeschi. Un diverso trattamento per la Grecia costiutirebbe infatti un precedente dalle conseguenze imprevedibili per tutti i programmi di aiuto presenti e futuri con altri Paesi. Le dichiarazioni di Cristine Lagarde nei giorni delle elezioni greche sono state eloquenti a questo proposito, così come la netta smentita che da New York è arrivata alle affermazioni di Varoufakis sull'avvio di negoziati.

L'11 febbraio è prevista un riunione straordinaria dei Paesi dell'area Euro sulla situazione della Grecia. Lo ha annunciato la portavoce del presidente dell'Eurogruppo Dijsselbloem. La data limite per trovare un'intesa resta il 28 febbraio, quando scade il programma di assistenza finanziaria.

[Fonte Agenzia Askanews]

giovedì 5 febbraio 2015

LA LIBERTA' DI STAMPA DOPO CHARLIE HEBDO

Il 28 gennaio si è svolto al Parlamento europeo il seminario di conclusione di "Safety Net For European Journalists", progetto europeo promosso da Osservatorio Balcani e Caucaso dedicato alla libertà di stampa nell'Unione europea, nel sud est europeo e in Turchia


La questione della libertà di espressione ha occupato il dibattito pubblico europeo con fragore e drammaticità dopo il grave attentato alla redazione del settimanale francese Charlie Hebdo. Se ne è discusso anche durante il seminario “Je suis Charlie. Media Freedom in the EU and South Eastern Europe" tenutosi a Bruxelles lo scorso 28 gennaio, organizzato da Osservatorio Balcani e Caucaso e promosso da Ulrike Lunacek, vicepresidente del Parlamento europeo.

Il seminario ha inoltre presentato i risultati del progetto "Safety Net for European Journalists" cofinanziato dall’Unione europea, a cui OBC e un'estesa rete di partner a livello internazionale ha lavorato per tutto il 2014.

Di fronte a una platea composta di eurodeputati, esperti di settore, giornalisti di paesi dell'Ue e del sudest europeo - ha aperto i lavori l'eurodeputata slovena Tanja Fajon: “L'attentato di Parigi è stato uno shock ma dobbiamo prenderci il tempo per riflettere, senza adottare misure affrettate, la lotta al terrorismo non deve portare alla limitazione delle libertà di espressione. La via è lavorare fianco a fianco in Europa su solidarietà, educazione, integrazione, esprimendo la ricchezza della nostra diversità e della nostra cultura”.

Sul ruolo dei media quale pilastro imprescindibile di una società democratica, si è espressa anche la vicepresidente Ulrike Lunacek, nel suo messaggio alla platea: “La scelta di misure da 'Grande Fratello' darebbe una sensazione sbagliata di sicurezza. Gli interessi forti, politici ed economici, non vogliono media indipendenti e spingono verso la censura o l'autocensura. Ecco perché si deve continuare a promuovere e sostenere libertà di espressione e di critica, l'indipendenza dei media e il giornalismo investigativo, quali essenza di democrazia”. Ha poi indicato alcuni ambiti su cui è necessario a suo avviso lavorare: rafforzare le legislature sui media in linea con gli standard dell'Ue e sviluppare professionalità e valori deontologici tra i giornalisti.

Undici paesi monitorati, 400 approfondimenti in 9 lingue, 100 giornalisti incontrati, 550 violazioni alla libertà di stampa documentate sulla piattaforma Ushaidi.com, un manuale per giornalisti minacciati, tre policy paper. E' da quanto fatto durante Safety Net che Luisa Chiodi, direttrice scientifica di OBC, è partita per chiarire quanto sia urgente lavorare ogni giorno su questo tema: "In tutti gli 11 paesi coinvolti abbiamo evidenziato l'esistenza di comuni ostacoli alla libera informazione. Tra i bisogni espressi dai giornalisti minacciati vi è ad esempio la mancanza di assistenza legale ma un aspetto rilevante è il bisogno di ricevere solidarietà dai colleghi e dall'opinione pubblica ”. "Dopo Parigi il tema della libertà di stampa sembra interessare tutti - ha concluso Luisa Chiodi – ma garantire la libertà di stampa necessita di una forte alleanza tra istituzioni e società coinvolte, a livello locale come internazionale.”

Per approfondire, si veda lo studio “Building a Safety Net for European Journalists”, a cura di Dr. Eugenia Siapera - School of Communications, Dublin City University. Uno studio, realizzato nell'ambito del progetto, che mette in luce i bisogni dei giornalisti, gli ostacoli che affrontano e i rischi connessi all'esercizio della professione.

Il progetto "Safety Net for European Journalists . A Transnational Support Network for Media Freedom in Italy and South-east Europe" è stato co-finanziato dall'Unione Europea. Osservatorio Balcani e Caucaso ha dedicato un intero anno alla libertà di stampa in Italia, sud-est Europa e Turchia, insieme a SEEMO - South East Europe Media Organisation, Ossigeno Informazione, la Professoressa Eugenia Siapera (Dublin City University) e un'ampia rete di media partner in 11 paesi europei.

Osservatorio Balcani e Caucaso E' un think tank che si occupa di sud-est Europa, Turchia e Caucaso ed esplora le trasformazioni sociali, politiche e culturali di sei paesi membri dell'Unione Europea (UE), di sette paesi che partecipano al processo di Allargamento europeo e di buona parte dell'Europa post-sovietica coinvolta nella politica europea di Vicinato.

mercoledì 4 febbraio 2015

QUESTA SETTIMANA SU "RASSEGNA EST"


Notiziario politico-economico sui paesi dell'Europa centrale, balcanica e post-sovietica. 
I fatti e i numeri.   

Kosovo, battaglia underground
Il governo ha cercato di privatizzare le miniere di Trepca. Contese con la Serbia, sono un simbolo del conflitto tra i due paesi. Proteste in piazza. 



Dov'era Dio ad Auschwitz?
Parla padre Manfred Desealers, sacerdote cattolico. L’unico tedesco che vive a Oswiecim, la città polacca dove i nazisti costruirono la fabbrica di morte. Il secondo dei nostri articoli dedicati al settantesimo anniversario della liberazione di Auschwitz. 



Banca dati
Previsioni di crescita, tasse, indici di competitività, rapporti con l'Italia, import, export, bandi pubblici: tutto quello che c'è da sapere per chi investe a Est. 



Ucraina, una proxy war
La guerra per procura tra Russia e Usa rischia di far collassare del tutto l’ex repubblica sovietica, chiudendo gli spazi negoziali. 



Il peso dell'agricoltura
Il settore primario nei paesi dell’Est dove l’internazionalizzazione italiana è più forte. Incidenza su Pil e occupazione. Commento e grafico. 



Putin, l'economia e il consenso
Crolla il rublo, cala il prezzo del petrolio, scende il Pil. La Russia vacilla. Lo zar resisterà al comando? 

martedì 3 febbraio 2015

CROAZIA E SERBIA NON SONO COLPEVOLI DI GENOCIDIO

La Corte Internazionale di Giustizia ha emesso oggi la sentenza sulle accuse incrociate per i crimini commessi durante la guerra del 1991-1995

Né Belgrado né Zagabria sono responsabili di genocidio per le violenze commesse durante le guerre della ex Jugoslavia. Lo ha deciso oggi la Corte internazionale di giustizia all'Aja, che era stata chiamata a pronunciarsi sulle accuse incrociate presentate dalla Croazia contro la Serbia nel 1999 e dalla Serbia contro la Croazia nel 2010. I giudici internazionali hanno stabilito che nessuna delle due parti è riuscita provare che i crimini commessi durante il conflitto avessero il fine di compiere un genocidio.

Il 2 luglio del 1999 il governo croato dell'epoca accusò l'allora Repubblica Federale di Jugoslavia (Serbia e Montenegro) di violazione della Convenzione ONU del 1948 sul genocidio in riferimento alle operazioni di pulizia etnica commesse nel 1991 a Vukovar dagli occupanti serbi durante il conflitto scoppiato dopo che Zagabria aveva dichiarato l'indipendenza dalla Jugoslavia. La Croazia chiedeva anche un risarcimento per i danni "a persone e cose oltre che all'economia croata e all'ambiente". Nel 2010, la Serbia presentò a sua volta un ricorso sostenendo che 6500 serbi morirono e altre decine di migliaia furono costretti a fuggire nel 1995 a causa dell'operazione militare con cui Zagabria riconquistò la Krajina dove i serbi avevano autoproclamato uno stato indipendente.

La Croazia ha espresso la sua insoddisfazione per la sentenza di oggi, anche se il primo ministro Zoran Milanovic ha garantito che Zagabria la accetterà in maniera civile: “Noi dobbiamo accettare la decisione [...], è definitiva e non c'è possibilità di fare appello".

Secondo il ministro egli Esteri serbo Ivica Dacic, invece, la sentenza di oggi “sarà forse uno degli avvenimenti più importanti per le le relazioni bilaterali con la Croazia" e "segnerà probabilmente la fine di un processo durato 15, 20 anni” mettendo fine “alla lotta tra due Paesi per dimostrare che è stato il peggiore criminale". Secondo Dacic "è forse un'opportunità di lasciarci il passato alle spalle e di guardare al futuro".

Sulla stessa lunghezza d'onda il presidente serbo Tomislav Nikolic che ha affermato di volere una "pace durevole" nei Balcani: "Io spero che nell'avvenire la Serbia e la Croazia abbiano la forza di risolvere assieme quello che ostacola la possibilità d'instaurare un periodo di pace durevole e di prosperità nella nostra regione", ha detto Nikolic, parlando accanto al premier serbo Alksandar Vucic.

Fino ad ora mai un paese è stato condannato per genocidio sulla base della Convenzione del 1948. Nel 2007, quando la Corte internazionale si pronunciò sul massacro di Srebrenica compiuto ai danni dei musulmani di Bosnia dai militari serbo-bosniaci nel luglio 2005, i giudici stabilirono che la Serbia non era imputabile del genocidio, ma solo di non aver agito per impedirlo.

IL PAPA A SARAJEVO: UNO SCRITTO DI ALEXANDER LANGER DEL 1994

Papa Francesco ha annunciato a sorpresa che il prossimo 6 giugno si recherà in visita a Sarajevo, la capitale della Bosnia-Erzegovina, che da simbolo dell'incrocio tra culture e religioni diverse è diventata il teatro della difficile convivenza tra le etnie che si sono combattute nella guerra del 1992-1995. Si tratta della secondo viaggio europeo di papa Bergoglio (oltre alla visita alle istituzioni europee a Strasburgo) dopo che anche il primo, lo scorso anno, ha riguardato non casualmente un Paese balcanico: l'Albania. "Vi chiedo fin d'ora di pregare affinché la mia visita a quelle care popolazioni sia di incoraggiamento per i fedeli cattolici, susciti fermenti di bene e contribuisca al consolidamento della fraternità e della pace", ha detto il papa domenica all'Angelus in piazza San Pietro.

Prima di Bergoglio, papa Wojtyla compì una visita pastorale a Sarajevo il 12 e il 13 aprile del 1997. In uno dei molti tra discorsi e omelie che pronunciò nella sua breve visita, Giovanni Paolo II disse che "le tensioni, che possono crearsi fra gli individui e le etnie come eredità del passato e come conseguenza della vicinanza e della diversità", avrebbero dovuto "trovare nei valori della religione motivi di moderazione e di freno, anzi di intesa in vista di una costruttiva cooperazione". Non pare che in Bosnia Erzegovina questo sia ancora accaduto, ma forse, più che per causa delle religioni, per colpa dei politici locali che continuano a sfruttare le appartenenza etniche per scopi elettorali condannando il Paese ad una perenne impasse.

Papa Wojtyla avrebbe dovuto recarsi a Sarajevo già nel 1994, quando ancora il conflitto era in corso. A quella visita, che poi non si realizzò, lavorò con discrezione anche Alexander Langer. Qui di seguito il testo che scrisse in quella occasione (ringrazio Edi Rabini per la segnalazione), così com'è riportato sul sito della Fondazione.

Alexander Langer sulla mancata visita del Papa a Sarajevo
"Non per pusillanimità Wojtyla ha rinunciato a Sarajevo - ci riprovi come pellegrino ecumenico!"
No, non lo si può ritenere pusillanime per aver disdetto la visita a Sarajevo. Il Papa ha rinunciato, in questo momento, ad un gesto storico, sicuramente non per paure personali.
Giovanni Paolo II aveva scelto di fare quello che tutte le grandi istituzioni internazionali avrebbero dovuto fare da tempo: andare a Sarajevo, non lasciare sola la città accerchiata, riconoscere e valorizzare l'unità pluri-religiosa e pluri-culturale della Bosnia Herzegovina, oggi massacrata da una feroce spartizione ed epurazione etnica. Un gesto tanto più significativo, in quanto da parte di molte gerarchie cattoliche troppi incoraggiamenti erano venuti alla voglia di "stare per conto proprio" e di "disfarsi degli altri, con i quali è impossibile convivere".
Spero che il Papa non si lasci scoraggiare da questa disdetta, e che porti avanti con profetica determinazione quello che comunque si annunciava come il gesto umano, europeo e politico più alto e pregnante che si potesse compiere. Ma perchè non "alzare il livello", rendendo ancor più significativo - e forse anche meno attaccabile - la sua azione, trasformando con tutta umiltà e pazienza il suo viaggio "apostolico" in una visita "ecumenica", da preparare e da compiersi insieme ad esponenti religiosi di fede cristiana ortodossa, di fede musulmana, di fede israelita, di altre confessioni cristiane (evangeliche e riformate) europee?
Oltre all'esplicita proposta che in questo senso ha manifestato il Patriarca Alessio di Mosca, vi era già stato un precedente: nel novembre 1991 una missione inter-religiosa, iniziata dal presidente delle comunità israelitiche francesi Jean Kahn, aveva riunito ecclesiastici cattolici, protestanti, musulmani in un viaggio a Belgrado ed a Zagabria. Si è svolto pure un incontro inter-religioso nell'ottobre 1993 a Sarajevo, in presenza del cardinale Etchegaray e del vescovo Monterisi, del Reis islamico di Sarajevo Efendi Mustafa Ceric, di esponenti ortodossi ed israeliti (al quale ho avuto l'onore di essere invitato, come esponente del Parlamento europeo e del Forum di Verona per la riconciliazione nell'ex-Jugoslavia). E non dimentichiamo la preziosa disponibilià già manifestata a proposito dal rabbino Elio Toaff.
Spero che il Papa voglia considerare l'opzione ecumenica, per dare al tempo stesso soddisfazione a chi lo attende con ansia, e per rendere più fruttuoso e permanente l'impatto della sua visita. Se infatti nell'ex-Jugoslavia le religioni, da bandiere di guerra quali attualmente vengono impugnate, si trasformassero in elementi per ricostruire ponti di convivenza e di tolleranza, qualche speranza di uscire dal tremendo conflitto potrebbe rinascere.
Bruxelles, 8.9.1994 Alexander Langer

lunedì 2 febbraio 2015

LA TURCHIA DOPO LA VITTORIA DEI CURDI A KOBANE

Intervista a Marta Ottaviani
Collaboratrice de La Stampa e di Avvenire

Ankara, la questione curda e lo stato della trattativa con il Pkk dopo la vittoria dei combattenti curdi a Kobane che, dopo oltre quattro mesi di assedio, anche grazie al sostegno della coalizione internazionale guidata dagli Usa, sono riusciti a sconfiggere l'Isis.

LA VITTORIA DI ALEXIS TSIPRAS VISTA DALLA CROAZIA

Di Marina Szikora
La vittoria del partito dell'estrema sinistra Syriza alle elezioni anticipate greche e' un evento storico sia per la Grecia che per l'Europa, scrive in un commento, subito dopo l'esito del voto, uno dei piu' noti giornalisti e analisti di politica estera croato e precisa che alla vittoria netta di Syriza ha aiutato il sistema elettorale greco. Pero', piaccia o non piaccia, la vittoria di Syrize e' un buon segnale sia per la Grecia che per l'Europa, prosegue questo commento e rileva che per la prima volta, alle elezioni ha vinto il partito che ha contrastato apertamente la dittatura di Bruxelles e di Berlino. Quando nel 2012 il socialista Francois Hollande ha vinto alle elezioni presidenziali francesi, la sua prima visita di stato e' stata quella in Germania, ricorda l'autore, Damir Matkovic e aggiunge che i messaggi elettorali e post elettorali di Alexis Tsipras fanno presumere pero' che ne' la Germania ne' l'Ue non potranno ignorare le richieste e proposte greche. Nelle prime reazioni la Germania ha rigettato ogni idea di nuovi negoziati. Anche se la cancelliera Angela Merkel e' il sostenitore piu' duro del pieno adempimento degli obblighi greci, persino a prezzo di una ripresa piu' lenta dell'economia greca, non e' da trascurare il fatto che nel febbraio 1953 con l'Accordo di Londra gli alleati avevano cancellato la meta' dei debiti tedeschi. Era chiaro che la Germania distrutta dalla guerra non poteva riprendersi sotto un debito cosi' pesante. La Germania aveva ottenuto un'altra agevolazione: il debito veniva pagato soltanto con i soldi dell'esportazione delle merci e dei servizi. In altre parole, se i creditori volevano i loro soldi, dovevano importare di piu' dalla Germania. All'epoca, tra i creditori che cosi' generosamente avevano alleggerito il debito tedesco, c'era anche la Grecia, ricorda l'analista politico croato.

Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 1 febbraio a Radio Radicale

"QUI TIRANA": LA CORRISPONDENZA DI ARTUR NURA

Gli argomenti della corrispondenza di Artur Nura per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda a Radio Radicale il 25 gennaio


Le reazioni e i commenti in Albania e in Macedonia/Fyrom dopo la vittoria di Syriza alle elezioni del 25 gennaio in Grecia e la formazione del nuovo governo guidato da Alexis Tsipras

La situazione politica in Kosovo: le manifestazioni di piazza e le iniziative dell'opposizione contro il governo sulla questione del complesso minerario di Trepce e contro il ministro della minoranza serba Aleksandar Jablanovic e le sue dure dichiarazioni sugli albanesi che hanno impedito ad un gruppo di pellegrini serbi di raggiungere un santuario in occasione del Natale ortodosso.

domenica 1 febbraio 2015

PASSAGGIO IN ONDA

E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est del 1 febbraio 2015.
La trasmissione e' ascoltabile direttamente qui di seguito oppure sul sito di Radio Radicale.



Sommario della puntata

La puntata odierna propone un'ampia pagina dedicata alle elezioni del 25 gennaio in Grecia che hanno prodotto la grande affermazione di Syriza e la formazione di un nuovo governo guidato da Alexis Tsipras: le reazioni, i commenti e le analisi nei Paesi della regione, in particolare in Albania, Croazia, Macedonia/Fyrom e Serbia.

Il secondo argomento riguarda la Turchia e alle conseguenze dopo la vittoria dei combattenti curdi a Kobane che dopo oltre quattro mesi di assedio, anche grazie al supporto della coalizione internazionale guidata dagli Usa, sono riusciti a sconfiggere l'Isis, con un'intervista a Marta Ottaviani, collaboratrice de La Stampa e di Avvenire.

Infine il Kosovo: l'opposizione è scesa in piazza contro il governo a Prisitina e in altre località (con scontri e molti feriti) sulla questione del complesso minerario di Trepce e anche contro le dichiarazioni di un ministro rappresentante della minoranza serba sugli albanesi che avevano impedito ad un gruppo di serbi di raggiungere un santuario in occasione del Natale ortodosso.

L'apertura è dedicata all'appello di Emma Bonino alla unità dei laici di tutto il mondo contro l'intolleranza, diffuso attraverso un'intervista al settimanale L'Espresso.

La trasmissione, realizzata con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura, è ascoltabile direttamente qui