martedì 27 gennaio 2015

27 GENNAIO: LA MEMORIA EBRAICA PER TUTTE LE VITTIME DEL MONDO E DELLA STORIA


Oggi si celebra il Giorno della Memoria. La data è quella in cui, nel 1945, l'Armata Rossa entrò nel campo di sterminio nazista di Auschwitz. Sono passati esattamente settant'anni. Oggi si ricorda lo sterminio e si onora la memoria dei milioni di ebrei e, insieme a loro, degli slavi, dei rom e sinti, dei prigionieri, dei dissidenti politici, dei disabili, degli omosessuali, di tutti coloro che furono messi a morte in maniera pianificata e sistematica e implacabile perché "subumani", "inferiori", “indesiderabili” non meritevoli di vivere. La Shoah è la pagina più abominevole e indicibile della storia dell'umanità. Non è l'unica, purtroppo, ma è unica nel modo con cui l'annientamento fu teorizzato, organizzato e realizzato dal Nazismo e dai suoi alleati: il culmine di una storia secolare di persecuzioni, pregiudizi e discriminazioni.

Lo scorso anno, il rabbino capo della Comunità ebraica di Roma Riccardo Di Segni, in un articolo sul quotidiano Il Tempo, ammoniva che l’ostilità antiebraica non si è esaurita con la Shoà, ma "continua in questo Paese oggi e si esprime in tante forme". Per questo, continuava Di Segni, "è necessario che la società vigili e ricordi, che denunci, che non ceda, che non minimizzi, che non assolva e che non si autoassolva", perché "non c'è bisogno di essere ebreo per essere oggetto di ostilità e di odio, basta essere in qualche modo solo un po’ diverso". E' per questo che l’insegnamento che deriva da quella tragedia non riguarda solo gli ebrei e fatti di 70 anni fa, ma "è un discorso attuale in una società che cambia e che si fa fatica e seguire nelle sue evoluzioni tumultuose e nei germi anche micidiali che può covare al suo interno".

Primo Levi, in un'intervista della Rai degli anni '70, ad un certo punto diceva: "Pochissimi oggi riescono a ricostruire, a ricollegare quel filo conduttore che lega le squadre di azione fasciste degli anni Venti in Italia [...] con i campi di concentramento in Germania - e in Italia, perché non sono mancati nemmeno in Italia, questo non molti lo sanno - e il fascismo di oggi, altrettanto violento, a cui manca soltanto il potere per ridiventare quello che era, cioè, la consacrazione del privilegio e della disuguaglianza [...] Il lager, Auschwitz, era la realizzazione del fascismo, era il fascismo integrato, completato, aveva quello che in Italia mancava, cioè il suo coronamento [...] Io, purtroppo, devo dirlo, lo so questo, non è che lo pensi, lo so: so che si possono fare dappertutto [...] Dove un fascismo - non è detto che sia identico a quello - cioè un nuovo verbo, come quello che amano i nuovi fascisti in Italia, cioè non siamo tutti uguali, non tutti abbiamo gli stessi diritti, alcuni hanno diritti e altri no. Dove questo verbo attecchisce alla fine c'è il lager: questo io lo so con precisione".



Claudio Magris, nel discorso pronunciato al Quirinale in occasione della celebrazione del 27 gennaio 2009, spiegò come memoria significhi rapporto con la propria identità e consapevolezza non fanatica di quest'ultima: "La memoria è anche una garanzia di libertà; non a caso le dittature cercano di cancellare la memoria storica, di alterarla o distruggerla del tutto. Le tirannidi la deformano, i nazionalismi la falsificano e la violentano, il totalitarismo soft di tanti mezzi di comunicazione la cancella, con una insidiosa violenza che scava paurosi abissi fra le generazioni. La memoria ebraica può parlare a nome di tutte le vittime del mondo e della storia. La memoria guarda avanti; si porta con sé il passato, ma per salvarlo, come si raccolgono i feriti e i caduti rimasti indietro".

Memoria, dunque, non semplice ricordo e rituale celebrazione; memoria come coscienza di sé, della propria storia e del proprio futuro; memoria viva come strumento di conoscenza perché, come disse Primo Levi, "se comprendere è impossibile, conoscere è necessario".

venerdì 23 gennaio 2015

LIBERTA' DI STAMPA, DIRITTO ALL'INFORMAZIONE E SICUREZZA DEI GIORNALISTI IN EUROPA

Intervista a Luka Zanoni

Che cosa limita la libertà di stampa, l'indipendenza e la sicurezza dei giornalisti? E come si può difendere il diritto all'informazione dei cittadini? Sono le domande attorno alle quali si arricolerà un sminario pubblico nell'ambito in programma mercoledì 28 gennaio al Parlamento europeo a Bruxelles che fa parte e conclude un ampio progetto europeo a cui Osservatorio Balcani e Caucaso ha lavorato durante tutto il 2014 dal titolo "Safety Net for European Journalists".

Luka Zanoni, direttore della testata giornalistica di OBC, in questa intervista a Radio Radicale presenta il seminario del 28 gennaio e traccia un primo bilancio del progetto europeo.




martedì 20 gennaio 2015

LE GRECIA, L'EUROPA E LA DEMOCRAZIA

Ecco perché un radicale liberista si augura la vittoria di Tsipras
di Marco Cappato, Consigliere del Gruppo Radi­cale fede­ra­li­sta euro­peo al Comune di Milano, tesoriere dell'Associazione Luca Coscioni
Il Manifesto - 20 gennaio 2015

L'eventuale suc­cesso di Tsi­pras sarebbe (a titolo per­so­na­lis­simo) una buona noti­zia anche per me, radi­cale e libe­ri­sta, per­ché segna­le­rebbe l’esigenza di demo­cra­tiz­za­zione fede­ra­li­sta della poli­tica eco­no­mica euro­pea e rap­pre­sen­te­rebbe una spe­ranza per­sino per obiet­tivi anti­sta­ta­li­sti e libe­rali estra­nei a Tsipras.

Prima il metodo: la “gover­nance” eco­no­mica euro­pea non è “governo” per­ché è il risul­tato di una selva di trat­tati tec­ni­ca­mente com­pli­ca­tis­simi cre­sciuti attorno al fiscal com­pact e sot­tratti ad un pro­cesso democratico. Non vale obiet­tare che la respon­sa­bi­lità è comun­que di governi demo­cra­tici, per­ché il fil­tro della governance è opaco e tec­ni­ci­stico al punto da non tol­le­rare inte­ra­zione con l’opinione pub­blica. Una vit­to­ria di Tsipras impe­di­rebbe ai pro­ta­go­ni­sti della gover­nance euro­pea di ope­rare pre­scin­dendo dall’opinione pub­blica di un paese euro­peo che rac­co­glie ampi riscon­tri anche in altri paesi. I Greci pos­sono avere torto, ma l’ostilità con­tro Bru­xel­les e Ber­lino è pro­blema euro­peo prima che greco. La demo­cra­tiz­za­zione fede­ra­li­sta delle politi­che eco­no­mi­che euro­pee è obiet­tivo non più rin­via­bile, e il sem­plice fatto che Tsi­pras sia favo­rito sta obbligando l’Unione euro­pea (e la Ger­ma­nia nell’Ue) a trat­tare la que­stione più seria­mente, a par­tire dalle trattative sull’acquisto di titoli di Stato da parte della Banca cen­trale europea.

Se vince Tsi­pras, infatti, la linea Dra­ghi esce raf­for­zata nella richie­sta di riforme isti­tu­zio­nali nella dire­zione fede­ra­li­sta, per tra­sfor­mare l’acquisto di debito pub­blico da misura d’emergenza a solu­zione strut­tu­rale di governo euro­peo dei debiti sovrani; si raf­forza la pro­po­sta di Michel Rocard che la Banca cen­trale euro­pea possa pre­stare diret­ta­mente a tasso zero ai paesi in avanzo pri­ma­rio, atti­vando il ciclo vir­tuoso della diminuzione del costo del debito.

Solo così esi­ste una spe­ranza di arri­vare a ridurre gra­dual­mente debiti con­si­stenti, magari riu­scendo, parados­sal­mente, ad evi­tare ciò che Tsi­pras pro­pone: la ristrut­tu­ra­zione dei debiti nazio­nali, che potrebbe comunque essere neces­sa­ria in paesi come l’Italia, come lo è stata per la Gre­cia (ma la Ger­ma­nia è riu­scita a scaricare il costo sul fondo mone­ta­rio inter­na­zio­nale invece che sulla ban­che tede­sche) o come lo fu nel ’53 per la Ger­ma­nia, quando la comu­nità inter­na­zio­nale evitò di ripe­tere l’errore dell’umiliazione del debito che dopo la prima guerra mon­diale spianò la strada al nazismo.

Pas­sando dal metodo al merito, la spe­ranza “libe­ri­sta” in Tsi­pras è cer­ta­mente meno scon­tata, ma è fon­data. Fin­ché un paese come il nostro è sof­fo­cato dagli 80 miliardi di inte­ressi sul debito pub­blico, l’ostacolo a politi­che libe­rali è immenso per­ché l’effetto delle riforme fini­rebbe inghiot­tito dal pozzo senza fondo del debito e degli inte­ressi, come acca­duto per le riforme delle pen­sioni o per le pri­va­tiz­za­zioni. Schiac­ciati dal debito, non rimane spa­zio per ricen­trare la spesa dall’assistenzialismo al wel­fare, per disin­ve­stire da aziende par­te­ci­pate inef­fi­cienti e inve­stire nella con­ver­sione eco­lo­gica e con­tro il dis­se­sto idro­geo­lo­gico. La popo­la­rità di una rivo­lu­zione libe­rale, ancora neces­sa­ria, era forte negli anni ’90 ma, dopo il boi­cot­tag­gio anti-costituzionale dei refe­ren­dum radi­cali, è oggi inde­bo­lita sia da 20 anni di pro­messe non man­te­nute da parte di chi ha usato i ves­silli libe­rali per sven­dere pri­vi­legi mono­po­li­stici, sia dalla sen­sa­zione che ogni “sacri­fi­cio” sia vano di fronte ai vin­coli di debito e defi­cit. Non è un caso se due eco­no­mi­sti libe­ri­sti come Ale­sina e Gia­vazzi pro­pon­gono di pas­sare per lo sfon­da­mento del vin­colo del 3% del rap­porto tra defi­cit e debito pub­blico per rea­liz­zare riforme pur molto diverse o oppo­ste da quelle di Tsipras.

Cono­scendo gli epi­goni ita­liani di Tsi­pras, dove la “sua” lista è ser­vita da scia­luppa di sal­va­tag­gio per gli spez­zoni della sini­stra con­ser­va­trice ita­liota, c’è cer­ta­mente il rischio che sia usato o si lasci usare per riproporre solu­zioni sta­ta­li­ste, cor­po­ra­ti­vi­ste e di difesa di ciò che rimane dell’iniquo wel­fare dei garan­titi (che sono sem­pre di meno) con­tro gli ultimi (che sono sem­pre di più). Il rischio c’è, ma è meglio cor­rerlo, per­ché l’alternativa è la cer­tezza depres­siva e anti­de­mo­cra­tica della “gover­nance” euro­pea. Una boc­cata di ossi­geno fede­ra­li­sta euro­peo, e magari per­sino libe­rale, può essere una delle con­se­guenze della even­tuale vit­to­ria di Tsi­pras.

SERBIA: IL PREMIER VUCIC CONTRO I GIORNALISTI FICCANASO

Il premier serbo Aleksandar Vucic non ha gradito l'inchiesta di quei ficcanaso del Balkan Investigative Reporting Network che hanno pubblicato un'inchiesta sull'affare con cui la società di Stato serba dell’energia, Elektroprivreda Srbije, avrebbe affidato, con un aggravio dei costi, alla Energotehnika–Juzna Backa, un consorzio locale senza esperienza, l’appalto per la ricostruzione della miniera di carbone di Tamnava, danneggiata dalle alluvioni del maggio 2014, che rifornisce di combustibile la centrale TENT che a sua volta fornisce energia a metà del paese. 
Il consorzio della Juzna Backa, secondo Birn, sarebbe collegato a Nikola Petrović, direttore della compagnia statale della rete elettrica Elektromreze Srbije, vicino proprio al premier Vučić, il quale, non solo ha accusato Birn di aver scritto falsità, ma ha anche accusato direttamente l’Unione Europea e il suo capo delegazione a Belgrado, Michael Davenport, di finanziare organizzazioni giornalistiche come BIRN per diffamare il suo governo. Birn naturalmente respinge le accuse e conferma punto per punto la sua ricostruzione.
Non è la prima volta che Vučić mostra qualche fastidio per le critiche. Nel giugno dello scorso anno, per esempio, se la prese con l’Osce accusandola di mentire dopo che essa aveva criticato il suo governo per aver cercato di limitare le critiche online alla sua gestione delle alluvioni. 

Qui di seguito l'articolo di Davide Denti per Eastjournal.net

SERBIA: Il senso di Vučić per la libertà di stampa
di Davide Denti - Eastjournal.net, 19 gennaio 2015

“Dite a quei bugiardi che hanno mentito ancora. E’ tutto ciò che ho da dire”. Così il premier serbo Aleksandar Vučić, venerdì 9 gennaio, parlando in maniera non proprio lusinghiera del Balkan Investigative Reporting Network (BIRN), il network balcanico di giornalismo d’inchiesta basato a Sarajevo, che durante la settimana passata aveva denunciato la corruzione in base alla quale il monopolio statale serbo dell’energia, Elektroprivreda Srbije (EPS), avrebbe affidato ad un consorzio locale senza esperienza, la Energotehnika – Juzna Backa, l’appalto per la ricostruzione della miniera di carbone di Tamnava (regione di Obrenovac), con un forte aggravio dei costi. Il consorzio della Juzna Backa, secondo BIRN, era collegato a Nikola Petrović, direttore della compagnia statale della rete elettrica Elektromreze Srbije, vicino proprio al premier Vučić. La miniera di Tamnava, danneggiata dalle alluvioni dello scorso maggio, rifornisce di combustibile la centrale TENT, che dà energia a metà del paese.

Vučić ha anche accusato direttamente l’Unione Europea e il suo capo delegazione a Belgrado, Michael Davenport, di finanziare direttamente organizzazioni giornalistiche come BIRN per diffamare il governo. “E’ importante che la gente sappia. Hanno ricevuto i soldi da Davenport e dall’UE per parlare contro il governo serbo”.

Vučić l’ha quindi buttata sul nazionalismo economico, sostenendo che BIRN avrebbe fatto lobbying perché il contratto di ricostruzione della miniera fosse affidato ad aziende straniere. “Quelli che hanno vinto i vostri [dell'UE] appalti seguendo strette procedure hanno cercato di forzare il governo della Serbia ad accettare un’offerta di una società occidentale che era più costosa di 23 milioni di euro rispetto all’offerta di una compagnia serba”, ha affermato.

QUESTA SETTIMANA SU "RASSEGNA EST"


Notiziario politico-economico sui paesi dell'Europa centrale, balcanica e post-sovietica. 
I fatti e i numeri.   
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Turkish Stream
Putin annuncia la rivoluzione nelle forniture di gas all'Europa. Non passeranno più dall'Ucraina, ma dalla Turchia. Strategia possibile, ma certamente complicata da attuare. E potrebbe far parte di una valzer negoziale che tiene conto anche della situazione in Ucraina.  

Balcani, l'amico cinese
Pechino investe pesantemente nel sudest europeo. Su energia e infrastrutture, prima di tutto. Il sogno di una nuova via della seta. 

Quarantacinque anni fa lo studente boemo si auto-immolava. Cosa è rimasto di quel gesto? Poco, purtroppo. 

Banca dati Previsioni di crescita, fisco, competitività, lavoro. Tutte le economie dell'Est, voce per voce.   

La presidentessa
Il nostro commento sull'esito delle presidenziali croate e sulla situazione economica a Zagabria. 

L'Ucraina tra illusioni e realtà
Un 2014 difficilissimo, un 2015 denso di incognite. ll punto su passato recente e futuro prossimo a Kiev. 

Renzi, l'Albania e i sindacati
Tirana alle imprese italiane: "Investite da noi, non abbiamo sindacati". Ma è un falso vantaggio, perché le associazioni dei lavoratori servono. 

lunedì 19 gennaio 2015

CROAZIA: META' DEGLI ELETTORI HANNO ELETTO LA PRIMA PRESIDENTE DONNA

Domenica 11 gennaio i cittadini croati hanno eletto il loro quarto presidente dall'indipendenza del 1991: Kolinda Grabar-Kitarovic, candidata dell'HDZ, principale partito del centro-destra attualmente all'oposizione, smentendo tutti i sondaggi della vigilia ha sconfitto il presidente uscente Ivo Josipovic.
46 anni, già ministro degli Esteri nel governo di Ivo Sanader, Grabar-Kitarovic è diventata per una manciata di voti (50,5% contro 49,5%) la prima donna eletta presidente in Croazia e la prima esponente dell'HDZ a diventare capo dello stato, se si eccettua il “padre della patria” Franjo Tudjman. 
Nonostante sessantamila schede nulle e l'esigua differenza con la sua sfidante, il presidente uscente ha subito riconosciuto la sconfitta e ha incontrato la neoeletta per concordare il passaggio dei poteri facendo sapere che fino alla fine del suo mandato, il prossimo 18 febbraio, non firmera' nessun atto importante. 
Lo staff dell'ormai ex presidente ha fatto sapere inoltre che Josipovic intende riprendere il suo lavoro come professore di diritto penale all'universita' di Zagabria, come aveva dichiarato dopo la sua elezione. Molti nel suo entourage e moltissimi sostenitori sperano pero' che Josipovic non lasci la politica attiva e che diventi il punto di riferimento della sinistra croata continuando la realizzazione del suo programma politico.

Qui di seguito la trascrizione della corrispondenza di Marina Szikora per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 18 gennaio a Radio Radicale, con un ampio panorama dei commenti e delle analisi apparsi in questa settimana sulla stampa di vari Paesi della regione.

C'e' molto da dire e ci sara' molto da analizzare per quanto riguarda l'esito di queste seste elezioni presidenziali in Croazia, quelle sicuramente piu' incerte e movimentate dall'indipendenza del Paese e che hanno rappresentato una sconfitta amara e sicuramente inaspettata per il presidente uscente Ivo Josipovic, per ben cinque anni il politico piu' popolare e apprezzato in Croazia. Una sconfitta sorprendente e dolorosa visto che Josipovic, fin dal momento in cui assunse l'incarico di capo dello stato, in tutti i sondaggi e' stato sempre nettamente al primo posto come popolarita' e come gradimento nel Paese, e fino all'ultimo è stato in testa ai sondaggi di questa competizione elettorale. Ma con l'avvicinarsi del momento decisivo, il ballottaggio dell'11 gennaio, il suo vantaggio rispetto alla sfidante Kolinda Grabar Kitarovic è diventava sempre piu' sottile e minima, fino a tramutrasi in una sconfitta.

Adesso ci vorra' del tempo per fare il punto della situazione, per capire che cosa e' veramente successo, che cosa e' andato storto, il perche' di questa sconfitta e di questo risultato. Alcuni mesi fa, erano pochi ad aspettarsi che la Croazia avrebbe avuto per la prima volta una donna come Presidente. Kolinda Grabar Kitarovic, che verra' insediata il prossimo 18 febbraio quando formalmente finirà il mandato di Ivo Josipovic, si associa alla lista delle donne di spicco nella politica croata. Ricordiamolo, l'attuale governo socialdemocratico di Zoran Milanovic ha prerso il posto di quello precedente dell'HDZ con l'ex premier Jadranka Kosor, arrivata a capo del governo dopo le dimissioni di Ivo Sanader, l'ex premier e leader dell'HDZ, attualmente in carcere per gravi crimini di corruzione e abuso di ufficio.

Nessun dubbio che questo esito elettorale ha scatenato subito reazioni della stampa e dei media anche internazionali.

"QUI TIRANA": LA CORRISPONDENZA DI ARTUR NURA

Gli argomenti della corrispondenza di Artur Nura per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda a Radio Radicale il 18 gennaio


Albania
Il governo di Edi Rama chiede la collaborazione delle principali autorità religiose del Paese per favorire la convivenza religiosa; la collaborazione bilaterale con l'Italia per contrastare il terrorismo fondamentalista.

Kosovo
La visita del premier serbo Alksandar Vucic nel nord del Paese e le contestazioni da parte di alcuni giovani kosovari; le iniziative del governo di Pristina per la gestione ed il controllo dell'importante complesso minerario di Trepce.

domenica 18 gennaio 2015

PASSAGGIO IN ONDA

E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est del 18 gennaio 2015.
La trasmissione e' ascoltabile direttamente qui di seguito oppure sul sito di Radio Radicale.



Sommario della puntata

L'apertura della puntata odierna è dedicata al semestre di presidenza italiana del Consiglio dell'Unione Europea: con Davide Denti, vicedirettore di Eastjournal.net, esperto di questioni dell'Europa centro e sud orinetale, tracciamo un bilancio in particolare dal punto di vista della politica di allargamento e dell'integrazione dei Balcani occidentali e della Turchia.

A seguire un ampia pagina con analisi e commenti sulle elezioni presidenziali in Croazia che hanno visto l'inattesa vittoria della candidata del centro-destra Kolinda Grabar-Kitarovic, prima donna e prima esponente dell'Hdz a conquistare la più alta carica dello stato, e la sconfitta del presidente uscente Ivo Josipovic che sembra aver pagato più che altro la sfiducia degli elettori nell'attuale governo di centro-sinistra.

Gli altri argomenti della trasmissione

Albania: la promozione della convivenza religiosa, il contrasto del fondamentalismo e la cooperazione con l'Italia nella lotta al terrorismo.

Kosovo: la visita del premier serbo Aleksandar Vucic nel nord e le contestazioni da parte di alcuni kosovari albanesi e le iniziative del governo di Pristina per il controllo e la gestione dell'importante complesso minerario di Trepce.

La puntata, realizzata con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura, è ascoltabile direttamente qui:

sabato 17 gennaio 2015

ALLARGAMENTO UE: IL MAGRO BILANCIO DEL SEMESTRE ITALIANO

Intervista a Davide Denti, vicedirettore di Eastjournal.net

Il 13 gennaio si è chiuso definitivamente il semestre italiano di presidenza del Consiglio dell’Unione europea. Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, a Strasburgo, nel suo discorso davanti al Parlamento europeo, ha sottolineato l'importanza dell'integrazione europea dei Balcani, citando espressamente Albania, Serbia e Montenegro. Il 2014 avrebbe potuto essere un anno favorevole all'avanzamento del processo di integrazione della regione: la presidenza di turno è toccata, infatti, prima alla Grecia e poi all'Italia, due paesi tradizionalmente amici dei Balcani. Inoltre, c'erano stati in precedenza fatti positivi: nel 2013 l’accordo sulla normalizzazione delle relazioni tra Serbia e Kosovo e l'ingresso della Croazia nell'UE; nel 2014 l'avvio dei negoziati di adesione con la Serbia, lo status di Paese candidato dell'Albania, l'Accordo di stabilizzazione e associazione con il Kosovo (che non dovrà passare per la ratifica dei 28 Paesi membri).

Per quanto riguarda la politica d’allargamento, il bilancio del semestre italiano rimane invece assai magro. L’unico passo avanti formale è stata l’apertura di quattro nuovi capitoli negoziali con il Montenegro e il lancio della macro-regione adriatico-ionica, iniziativa importante ma che convolge 4 Paesi membri UE (Italia, Grecia, Croazia e Slovenia) e 4 Paesi candidati (Albania, Bosnia, Montenegro e Serbia), ma non potrà contare su risorse e un bilancio aggiuntivo rispetto ai vari fondi UE e bilaterali ed esclude Kosovo e Macedonia per via dei veti della Grecia e della Serbia. Ma proprio la Grecia si è mostrata ben poco interessata al proprio ruolo storico, mentre le tante scadenze elettorali, dalle elezioni europee a quelle in Bosnia, Serbia e Kosovo, hanno ulteriormente fatto perdere tempo. Così il 2014 è stato un anno sprecato e la presidenza italiana non è riuscita a portare a casa quasi nulla.

Questo in estrema sintesi il contenuto dell'analisi di Davide Denti pubblicata su Eastjournal.net

Ascolta qui l'intervista per Radio Radicale



Allargamento UE, il magro bilancio della presidenza italiana del Consiglio UE
di Davide Denti - Eastjournal.net, 14 gennaio 2015

Da SARAJEVO - Il 13 gennaio, con il passaggio di consegne alla Lettonia, si è chiuso definitivamente il semestre italiano di presidenza del Consiglio dell’Unione europea. E anche per quanto riguarda la politica d’allargamento, il bilancio del semestre rimane magro. L’unico passo avanti formale dei paesi dei Balcani occidentali verso l’integrazione europea è stata l’apertura di quattro nuovi capitoli negoziali con il Montenegro, oltre al lancio della strategia macroregionale adriatico-ionica. Ferme al palo Serbia e Albania, i maggiori paesi della regione, così come Macedonia, Kosovo e Bosnia ed Erzegovina.

venerdì 16 gennaio 2015

TURCHIA: CUMHURIYET PUBBLICA ALCUNE PAGINE DELL'ULTIMO NUMERO DI CHARLIE HEBDO

Il quotidiano fondato dal padre della Turchia moderna Kemal Atatürk nel 1924, ha sfidato apertamente il regime di Recep Tayyip Erdoğan diffondendo una parte del numero speciale di Charlie Hebdo realizzato dopo la strage del 7 gennaio. Insieme all'italiano “Fatto Quotidiano” è la sola pubblicazione non francese che lo ha fatto, uscendo nelle edicole con una tiratura di 100 mila copie contro le abituali 60.000 (e in alcuni quartieri di Istanbul è andato esaurito fin dal mattino).

La decisione non è stata presa a cuor leggero e il dibattito è stato acceso all'interno della redazione. Alla fine, come ha spiegato il direttore del giornale Utku Çakırözer su Twitter, è stato di non pubblicare la prima pagina di Charlie con l'illustrazione sul profeta. Ma non tutti hanno approvato la scelta: due editorialisti, Hikmet Çetinkaya e Ceyda Karan, l'hanno perciò inserita come immagine nei loro pezzi.

Anche la stampa del numero non è stata semplice: martedì notte alcuni poliziotti hanno effettuato una perquisizione all'interno della tipografia del giornale che ha provocato un ritardo di un'ora nella pubblicazione, mentre al mattino altri poliziotti stazionavano davanti agli uffici del quotidiano. Un impiegato di Cumhuriyet, sotto garanzia di anonimato, ha dichiarato a Hürriyet che al quotidiano sarebbero arrivate “diverse centinaia di minacce di morte”.