giovedì 27 novembre 2014

HURRIYET: ANKARA USI IL VIAGGIO DEL PAPA PER MIGLIORARE L'IMMAGINE DELL'ISLAM

Domani papa Francesco sarà in Turchia per un viaggio ufficiale che durerà tre giorni. "Migliorare l'immagine dell'Islam" agli occhi dell'Occidente e "condannare lo Stato islamico in modo inequivocabile" sono gli obiettivi che la Turchia dovrebbe raggiungere in occasione della visita del pontefice secondo quanto ha scritto martedì la giornalista Barcin Yinanc in un editoriale sul quotidiano turco Hurriyet. Yinanc nota come sia significativo che uno dei primi viaggi del papa fuori dall'Italia (il sesto dall'inizio del suo pontificato nel 2013) abbia come meta proprio la Turchia. Io aggiungerei anche, come ulteriore motivo di importanza, che il Paese della Mezzaluna è stato scelto per il secondo viaggio in Europa dopo che il primo ebbe come meta l'Albania. Dopo i Balcani, citati nel discorso del papa davanti al Parlamento europeo l'altro ieri a Strasburgo, la Turchia.

Barcin Yinanc ricorda che il primo a invitare il Pontefice in Turchia è stato il patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo, nel quadro della distensione dei rapporti con Roma cominciata da qualche anno e fortemente voluta proprio da Bergoglio. Ovviamente il papa non va in Turchia solo per migliorare i rapporti tra le due chiese cristiane, scrive Yinanc: gli sviluppi regionali e la posizione della Turchia danno al Paese una grande importanza. L'emergere dello cosiddetto Stato islamico ha dato "un secondo duro colpo all'immagine dell'Islam dopo gli attacchi dell'11settembre", creando risentimento nei cristiani, che accusano la comunità musulmana di non aver preso una posizione compatta e forte contro l'Is, ma anche nei musulmani che in Occidente si vedono assimilati ai terroristi.

"Proprio su questo la Turchia dovrebbe intervenire", scrive Yinanc ricordando che fu Ankara ad avvertire l'Occidente che le politiche settarie dell'ex premier iracheno Nuri al-Maliki rischiavano di spingere i sunniti nelle braccia degli estremisti e che occorreva intervenire in Siria prima che il paese diventasse il quartier generale dei terroristi. Invece "è finita che la Turchia viene criticata perché avrebbe chiuso un occhio sul passaggio attraverso il suo territorio degli estremisti diretti in Siria dando l'impressione che fosse nell'interesse di Ankara, perché combattono contro il regime di Bashar al-Assad".

mercoledì 26 novembre 2014

UCRAINA E UE: IL DIBATTITO ONLINE DI OSSERVATORIO BALCANI E CAUCASO


La politica europea di vicinato è stata sviluppata a partire dal 2004 con l'obiettivo di rafforzare la prosperità, la stabilità e la sicurezza per l'Unione europea e i suoi vicini. Nell'ultimo anno si è assistito ad una drammatica escalation del conflitto in Ucraina. Possono essere attribuite responsabilità alla Politica di vicinato per aver contribuito al conflitto? Se sì, quali?

Sul tema posto da Osservatorio Balcani e Caucaso si confrontano due parlamentari europei: Jacek Saryusz-Wolski, del Partito Popolare Europeo, e Helmut Scholzdel gruppo della Sinistra Unitaria Europea. Ai lettori la possibilità di commentare i loro interventi sia sul sito che sui social network dell'Osservatorio. Cinque giorni dopo l'inizio del dibattito Paolo Bergamaschi, funzionario del Parlamento europeo, interverrà come moderatore per riassumere le diverse posizioni. Dopo un'altra settimana i due ospiti posteranno le loro conclusioni, rispondendo ad alcune delle eventuali domande poste dal pubblico.
Il dibattito è iniziato il 25 novembre e termina il 5 dicembre


Il dibattito online non è pre-moderato. I commenti dei lettori vengono pubblicati direttamente sulla pagina del dibattito. Tuttavia, i moderatori di OBC si riservano la facoltà di rimuovere ex-post commenti ritenuti estranei ai temi trattati nell’articolo (off topic), o contenuti volgari, offensivi e violenti

QUESTA SETTIMANA SU "RASSEGNA EST"


L’accelerata delle capitali 
Il Pil delle grandi città del lato est dell’Ue nel periodo 2004-2011. Varsavia, Bucarest, Sofia e Bratislava le più scattanti. Praga l’unica che ha perso punti. Tre nostri grafici, con relativi commenti.

Terzetto russo 
Tre conseguenze della crisi ucraina e della stagnazione economica, anche alimentata dalle sanzioni. Il rublo crolla e l’inflazione sale. Subisce una battuta d’arresto il turismo dalla Russia, asset importante del mercato mondiale. E intanto il Cremlino guarda con rinnovato interesse ai rapporti con la Cina.

2014-2019
Sono online le previsioni sulle economie dell’Est, da qui alla fine del decennio. Numeri del Fondo monetario internazionale, rielaborati sotto forma di grafici da Rassegna Est. E in più, tutto il resto della nostra banca dati, dai bandi pubblici alla competitività, passando per il fisco. Uno strumento per chi investe a Est, ma anche per capire la progressione di questa regione.  

Il Berlusconi di Praga 
L’oligarca Andrej Babis, volto nuovo della politica ceca, viene spesso associato al Cavaliere. Ma il paragone regge? Ne abbiamo scritto sul Venerdì.

La Maidan un anno dopo e la strana lotta per Donetsk Il 21 novembre 2013 iniziavano le proteste a Kiev. Si sono evolute in guerra. Il punto sulla più grave crisi internazionale degli ultimi anni. A Donetsk, intanto, si combatte duramente per l’aeroporto, malgrado la struttura non abbia più valore strategico. Perché?  

Un rigassificatore contro Mosca
La Lituania guida la rincorsa dei Baltici verso una maggiore indipendenza energetica dalla Russia. Protagonista il porto di Klaipeda. 

Stari Most Una giornata a Mostar, sotto il vecchio ponte ottomano. Dal nostro archivio fotografico. 

SESELJ TORNA IN SERBIA: TORNA ANCHE IL PASSATO?

Le dichiarazioni del capo ultranazionalista sotto processo all'Aja provoca dure reazioni in Croazia

Di Marina Szikora
Il presidente croato Ivo Josipovic ha condannato aspramente le ultimissime dichiarazioni bizzarre del leader degli ultranazionalisti radicali serbi, Vojislav Seselj in occasione dell'anniversario della tragica caduta di Vukovar di 23 anni fa. Il recentemente rilasciato imputato dell'Aja, Seselj si e' infatti congratulato con i “cetnici serbi” in occasione “della giornata della liberazione della Vukovar serba”. Ne ha dato notizia l'agenzia di stampa serba, Tanjug. Sul suo Twitter, Josipovic ha valutato queste congratulazioni come una provocazione vergognosa e ha rilevato che Seselj deve essere riconsegnato all'Aja. L'agenzia di stampa croata Hina, scrive il quotidiano serbo 'Vecernje novosti' ha informato che Seselj ha mandato un messaggio a tutti i media croati in cui ha detto che “nella giornata di oggi, 23 anni fa, i cetnici serbi dopo tre mesi di lotte eroiche hanno liberato la citta' di Vukovar dalle formazioni paramilitari ustasce”. “La Vukovar serba fu la prima citta' serba liberata, la quale senza lotta, grazie all'aiuto del regime di Belgrado fu riconsegnata allo stato ustascia croato” ha detto Seselj riferendosi al passato degli anni novanta. Nel suo messaggio e' stato detto ancora che “Vojislav Seselj e il suo partito non rinunceranno a nessun millimetro dello stato serbo e faranno il tutto possibile affinche' “la Republika della Krajina Serba e la Vukovar serba diventino nuovamente parte integrale della Grande Serbia”. Il presidente croato nel suo messaggio pubblico attraverso la televisione di stato HTV ha fatto sapere di aver scritto al presidente del Tribunale dell'Aja che giudica i crimini commessi in ex Jugoslavia su quanto accade dal rilascio di Sesselj dal carcere dell'Aja. Le notizie sulla lettera di Josipovic a Meron sono state riportate anche dai media serbi, senza pero' ulteriori commenti. In questa lettera, Josipovic ha avvertito che vi e' la possibilita' del rafforzamento delle attivita' politiche di Seselj e il pericolo che la sua retorica di odio minacci gravemente la pace e la stabilita' in Europa Sudorientale.

Il testo è la trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 24 novembre a Radio Radicale

SARA' IOHANNIS LA NUOVA SPERANZA PER LA ROMANIA?

Di Marina Szikora
“La nuova speranza per la Romania”, cosi' la Deutsche Welle tedesca sulle recenti elezioni in Romania, ovvero sulla vittoria dello sfidante del premier socialdemocratico, Victor Ponta. La sconfitta di Ponta e la grande sorpresa della vittoria di Klaus Iohannis e', secondo il media tedesco, una sorpresa di dimensioni storiche. Per la prima volta dalla caduta del comunismo di 25 anni fa, i rumeni hanno dimostrato una solidarieta' extra partito. I cittadini semplici e la generazione 2.0 ormai matura che si informano e non permettono di essere manipolati dai media, rileva la DW, sono riusciti a convincere i loro genitori e i loro nonni che il candidato Ponta, similmente come il premier Ponta, e' una vergogna per il loro paese. Non gli hanno aiutato nemmeno le promesse elettorali vuote, una campagna sporca come mai prima delle sue truppe fedeli, menzogne e offese, scrive la Deutsche Welle. E' stato Ponta a far diventare Iohannis presidente grazie ai suoi tentativi estremamente antidemocratici di creare un abisso tra i rumeni. Proprio il suo slogan nazionale – populista che il rumeno ortodosso sia “un buon rumeno” gli e' stato di contraccolpo, precisa la Deutsche Welle e rileva che se Ponta avesse ancora un minimo di educazione, allora dovrebbe presentare le dimissioni.

Klaus Iohannis ha dimostrato in modo impressionante che anche un politico protestante di radici tedesche puo' essere un buon rumeno e di sicuro gli e' stato di aiuto anche il suo pragmatismo. Eletto ben quattro volte consecutive a sindaco di Sibiu (in tedesco Hermannstadt), Iohannis ha dimostrato all'intero paese, e non soltanto ai cittadini della sua citta' natale in Transilvania, che sta pensando seriamente quando parla di una “Romania del lavoro ben eseguito”. Pero' Klaus Iohannis e' anche un uomo di piccoli gesti, precisa la Deutsche Welle e indica il fatto che ad una conferenza stampa, alla domanda del giornalista se conosce il testo dell'inno rumeno, ha cantato la prima strofa senza alcun errore. Con questo ha colpito in pieno, proprio tutti quei elettori che necessitavano di una ultima prova per dimostrare che sia proprio lui l'uomo a cui dare la loro fiducia. Infine, ci sono state congratulazioni con i rumeni della diaspora. Circa 400.000 elettori, tre volte di piu' rispetto al primo turno del 2 novembre, hanno votato con l'oltre 40 per cento delle preferenze a favore di Iohannis. E questo anche nonostante il fatto che un percorso normale del voto non e' stato possibile in tutti i seggi. Adesso spetta a Klaus Iohannis a dimostrare di aver meritato la fiducia dei suoi elettori e che al tempo stesso, come presidente di tutti i rumeni possa occuparsi dell'equilibrio e della riconciliazione, conclude la Deutshe Welle tedesca.

Il testo è la trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 24 novembre a Radio Radicale

"QUI TIRANA": LA CORRISPONDENZA DI ARTUR NURA

Gli argomenti della corrispondenza di Artur Nura per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda a Radio Radicale il 23 novembre(*)


Albania
Prosegue lo scontro tra la maggioranza di centro-snostra, che sostiene il governo di Edi Rama, e l'opposizione di centro-destra guidata dal leader del Partito democratico e sindaco di Tirana Lulzim Basha. Intanto l'esecutivo incassa l'approvazione della legge finanziaria in Parlamento.

Kosovo
A quasi 6 mesi dalle elezioni anticipate dell'8 giugno, dopo settimane di trattative, con il rischio di tornare di nuovo alle urne, il Pdk del premier uscente Hashim Thaci e la Ldk di Isa Mustafa sembrano aver trovato l'accordo per dare vita ad un nuovo governo.

(*)Per un cambio di programmazione dovuto ad uno speciale sulle elezioni regionali di Emilia Romagna e in Calabria la trasmissione è andata in onda lunedì 24 novembre.

martedì 25 novembre 2014

PASSAGGIO IN ONDA

E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est del 23 novembre 2014(*).
La trasmissione e' ascoltabile direttamente qui di seguito oppure sul sito di Radio Radicale.



Sommario della puntata

Romania: le analisi e i commenti in patria e all'estero sul risultato delle elezioni presidenziali e sulla vittoria di Klaus Iohannis che ha smentito tutti i pronostici e i sondaggi.

Serbia: continua a far discutere il ritorno di Vojislav Seselj, scarcerato per motivi di salute dal Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia dove è sotto processo, le cui dichiarazioni hanno provocato dure reazioni in Croazia

Kosovo: a oltre cinque mesi dalle elezioni anticipate dello scorso giugno è stato raggiunto un accordo tra il Pdk del premier uscente Hashim Thaqi e la Ldk di Isa Mustafa per la formazione del nuovo governo. 

Albania: in Parlamento la maggioranza di centro-sinistra che sostiene il governo di Edi Rama approva la legge finanziaria, mentre continua la dura contrapposizione con l'opposizione guidata dal sindaco di Tirana e leader del Partito democratico Lulzim Basha.

L'ultima parte della trasmissione è dedicata alla Bosnia Erzegovina e a I bastardi di Sarajevo, il nuovo libro di Luca Leone che dopo molti saggi ha scelto il romanzoper raccontare la realtà di un Paese in balia della corruzione e senza senza speranza di futuro. 

La trasmissione, realizzata con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura, è ascoltabile direttamente qui



(*) A causa di un cambio di programmazione, per dare spazio ad uno speciale sulle elezioni regionali di Emilia Romagna e Calabria, la puntata è andata lunedì 24 novembre

sabato 22 novembre 2014

SLOVENIA: DESIDERIO BALCANICO

di Stefano Lusa, Capodistria 20 novembre 2014
Pubblicato da Osservatorio Balcani e Caucaso

Dal solito gruppo di ubriaconi, che occupa la panchina sotto la cattedrale di Lubiana, qualcuno si alza e va a chiedere ai passanti qualche moneta “per comprare un panino”, ma a tutti è chiaro che l’elemosina servirà per un’altra bottiglia di vino; di fianco una banda d’ottoni suona musiche balcaniche. Una folta comitiva di turisti italiani, attratta dai musicisti, fotografa divertita i “trubači” che sembrano appena usciti da un film di Kusturica. Qualcuno si gira e dedica uno scatto anche alla statua di France Prešeren. Il sommo poeta, simbolo dell’identità nazionale slovena, guarda quanto accade nella sua piazza e probabilmente pensa che quella scena è un po’ una metafora di quanto sta succedendo nel paese.

Retromarcia
L’infatuazione per il centroeuropa e per l’occidente, che aveva caratterizzato la Slovenia, dagli anni ottanta sino all’ingresso nell’Unione europea, sembra finita. Nell’aria aleggia uno strano desiderio di una nuova sintesi balcanica. Dalle radio sono tornati a risuonare vecchi e nuovi successi della scena musicale del resto dell’ex Jugoslavia. Severina, la “ragazza di campagna”, nota in regione per le sue canzoni ed anche per un video hard amatoriale, spopola in Slovenia con i suoi concerti pop folk, lo stesso accade anche a Ceca, l’esponente più becera - considerati anche i suoi legami familiari - del turbo folk serbo. Giovanotti e vistose ragazze, girano su belle macchine con i finestrini abbassati. Dalle loro autoradio, più che i grandi successi del panorama internazionale, risuonano ritmi balcanici, le tediose melodie delle klape dalmate o polchette slovene in versione pop, piene di doppi sensi.

Quella che a lungo era stata la Svizzera dei Balcani è in crisi. Il paese, una volta acciuffata l’Europa, è sembrato voler volgerle le spalle per riguardare a oriente, verso quelle spiagge dell’ex federazione che gli sloveni continuano ad affollare fedelmente ogni estate. I condizionamenti ed i pregiudizi sui Balcani, per i giovani nati dopo l’indipendenza, paiono non avere più senso, anzi. L’idea stereotipata dell’irruenza e della spontaneità balcanica sembra essere la risposta da contrapporre ai canoni di riservatezza e compostezza con cui i loro genitori hanno cercato di educare i figli.

Nel paese regna da tempo un clima di depressione profonda. Dopo anni di sviluppo, gli sloveni sono convinti che il loro tenore di vita sia calato e che le prospettive per il futuro siano anche peggiori. Nessun conforto sembra offrire la constatazione che tecnicamente non si è più in recessione. Nella realtà dei fatti le aziende continuano a fallire, mentre governo e sindacati proseguono una oramai costante discussione sui tagli nel settore pubblico. La classe politica, intanto, brancola nel buio e, sin dall’ingresso nell’Unione europea, sta dimostrando di avere poche idee, ma alquanto confuse sul da farsi.

Ex conquistatori
Tra le certezze slovene sgretolata soprattutto la convinzione di essere, almeno in quest’area, i primi della classe. Le aziende di Lubiana erano state leader incontrastate nella federazione jugoslava. I loro prodotti erano apprezzati e rappresentavano un sinonimo di qualità. Negli anni che seguirono l’indipendenza molte imprese si mossero su questi mercati, dove probabilmente la loro azione sarebbe stata anche più efficace se su di essa non avesse pesato l’annosa polemica legata ai depositi in valuta nelle filiali di Zagabria e Sarajevo della Ljubljanska banka.

Il simbolo della penetrazione ad oriente della Slovenia indipendente è stata sicuramente la Mercator. La grande catena di supermercati aveva aperto avveniristici centri commerciali nelle grandi città dell’ex federazione socialista ed aveva tentato di spingersi anche più in là. I suoi negozi, riforniti di ogni ben di Dio, sembravano essere delle vere e proprie ambasciate che propagandavano ad est la storia del successo sloveno. Era il progetto di Zoran Janković, l'attuale sindaco di Lubiana, che prima di darsi alla politica, era stato un lungimirante manager; frettolosamente defenestrato al tempo del primo governo Janša, quando la Mercator era in piena crescita.

Oggi l'azienda non è più quella di una volta. I grandi sogni di nuovi mercati sono finiti e con essi anche le prospettive per le aziende agroalimetari del paese di avere una capillare rete attraverso cui diffondere i propri prodotti ed il trade mark sloveno all'estero. Del resto l'azienda è stata venduta. Ad acquisirla non un una grande catena commerciale occidentale, ma una azienda croata, che era sempre stata una sua diretta concorrente. La difficile scalata era stata osteggiata per un po', ma alla fine Zagabria ha vinto, pagando anche meno di quello che avrebbero accettato di sborsare inizialmente. Non è il primo colpo dei croati in Slovenia. Alcuni anni fa era stato venduto un altro simbolo dell'industria alimentare, il colosso Droga Kolinska; mentre è di pochi giorni fa la notizia che un'altra azienda croata ha acquisito una serie di alberghi a Portorose, un tempo considerata la Montecarlo dei Balcani, tra cui il Metropol, lo storico albergo in cui era ubicato uno dei Casinò più rinomati di questo pezzo d'Europa.

Addio Figovec
Finiti i sogni di mirabolanti progetti per continuare a giocare un ruolo importante nei Balcani ora sembrano i Balcani giocare un ruolo sempre più importante in Slovenia. Del resto il paese sta mutando. A Lubiana sta per sparire, o per meglio dire cambiare radicalmente, una delle più antiche trattorie, il Figovec, considerata alla stregua di una vera e propria istituzione nazionale. Tra i suoi clienti fissi, ad onor del vero più per bere che per mangiare, anche il poeta France Prešeren frequentatore assiduo del locale come una fitta schiera di personaggi di primo piano del mondo culturale nazionale. La sua offerta con cibi tradizionali, rimasta praticamente immutata per secoli, sembra non tirare più. La nuova proprietà ci farà un ristorante indiano. Si chiamerà Curry Life Figovec (sic!).

giovedì 20 novembre 2014

"I BASTARDI DI SARAJEVO": INTERVISTA A LUCA LEONE

"I bastardi di Sarajevo" (Infinito Edizioni) è l'ultima fatica editoriale di Luca Leone, giornalista, scrittore ed editore. Il suo primo romanzo, dopo tanti saggi, per raccontare la realtà di Sarajevo e della Bosnia di oggi: un Paese e la sua capitale prede della corruzione politica interna e internazionale, in cui èsempre più difficile avere speranze per il futuro.
  

Ascolta qui l'intervista a Luca Leone





I BASTARDI DI SARAJEVO
Una città in balìa della corruzione, un Paese senza speranze di futuro, il fantasma del passato che torna dall’Italia
Prefazione di Riccardo Noury. Introduzione di Silvio Ziliotto. Postfazione di Eldina Pleho

Leggi la prefazione

Acquistabile in libreria o direttamente sul sito di Infinito Edizioni

mercoledì 19 novembre 2014

ROSE BIANCHE PER LE CROCI DI VUKOVAR

Vukovar: il memoriale di Ovcara
Anche quest'anno la Croazia si è fermata per commemorare la caduta di Vukovar, la “città martire” che fu conquistata dall'esercito federale jugoslavo (in realtà ormai solo serbo) il 18 novembre del 1991 dopo tre mesi di assedio martellante e dove le milizie paramilitari serbe si abbandonarono a violenze di ogni tipo contro i difensori della città e la popolazione civile superstite. Alla normale emozione che accompagna ogni anno in Croazia la commemorazione, quest'anno si aggiunge il clima politico piuttosto teso in vista delle ormai imminenti elezioni presidenziali (non ancora ufficialmente fissate ma previste per la fine di dicembre o più probabilmente per gennaio) e delle elezioni parlamentari del 2015.
La crisi economica continua a farsi sentire e l'opposizione di centro-destra, guidata dal Hdz, al momento in testa nei sondaggi, cerca in tutti modi di sfruttare la situazione per mettere in difficoltà il governo socialdemocratico di Zoran Milanovic, messo sotto pressione da Bruxelles che spinge sui tagli e sulle riforme, e il presidente Ivo Josipovic, che ha già manifestato per tempo la sua decisione di candidarsi per un secondo mandato.
A questo si aggiunge la questione dei veterani della guerra che da alcune settimane protestano (alcuni con lo sciopero della fame, mentre un altro ha tentato di darsi fuoco) chiedendo le dimissioni del ministro competente, a sua volta reduce di Vukovar, prigioniero in un campo di concentramento serbo dove fu torturato, e del suo vice, Bojan Glavasevic, figlio del giornalista che fu ucciso nel massacro di Ovcara il cui nome e' un simbolo della guerra, che si è trovato al centro di una polemica strumentale per alcune sue dichiarazioni riprese fuori contesto da alcuni organi di stampa. Il tutto è più o meno coinciso con l'arresto di Milan Bandic, sindaco di Zagabria e uno dei più potenti politici croati.
Infine, la scorsa settimana, il rientro a Belgrado di Vojislav Seselj, leader ultranazionalista sotto processo davanti al Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia con l'accusa di omicidio, atti inumani, persecuzioni per motivi politici, razziali e religiosi, sterminio e attacchi contro civili nei territori di Croazia e Bosnia. Seselj è stata posto in libertà condizionata per motivi di salute dopo oltre 11 anni di detenzione preventiva. Una decisione, quella del Tpi, che ha provocato reazioni fortemente negative in Croazia.

Qui di seguito la trascrizione della corrispondenza di Marina Szikora sulla commemorazione della caduta di Vukovar andata in onda ieri nel corso del notiziario serale di Radio Radicale.

Rose bianche per le croci di Vukovar
di Marina Szikora
Come ogni anno, dalla fine della guerra di occupazione degli anni novanta, la Croazia commemora la caduta della citta' simbolica di questa guerra, la citta' martire, Vukovar. Una vicenda questa che e' stata tra le peggiori della guerra contro la Croazia, una vicenda e una citta' che riguardano anche l'impegno ormai storico dei radicali transnazionali di Emma Bonino e Marco Pannella per il riconoscimento delle ex repubbliche jugoslave. Ma forse come mai prima dalla fine di queste guerre, che rendono l'intera regione ancora cosi' vulnerabile, pero' desiderosa di impegnarsi a superare il male del passato e garantire la stabilita' odierna di tutta l'area, forse come mai prima, la commemorazione della caduta di Vukovar e dei massacri di Ovcara, sentono oggi di fallita giustizia internazionale. E come si suol dire in questi giorni in Croazia e non solo, le vittime di Vukovar, Ovcara, Osijek, Dubrovnik e molte altre, sono morte ancora una volta con la decisione inspiegabile del Tribunale dell'Aja che giudica i crimini commessi in ex Jugoslavia di rilasciare il criminale di guerra, l'ultranazionalista radicale serbo, Vojislav Seselj. Una decisione questa dei giudici dell'Aja, dovuta, come la si giustifica, alla salute precaria dell'imputato. Ma invece delle cure adeguate in Serbia, Seselj torna a Belgrado con il suono delle fanfare di vittoria tra i suoi numerosi seguaci. Una vittoria di Piro, l'hanno commentata alcuni, ma per la Croazia una facenda vergognosa che ha permesso ad un progetto folle di tornare in piazza e per le strade della Serbia. Il progetto della Grande Serbia, cosi' spesso invocato da Seselj, durante la guerra, ma anche nei lunghi anni della sua permanenza all'Aja, oltre 11 anni, in un processo senza fine e da lui stesso disprezzato.

martedì 18 novembre 2014

VUKOVAR E L'IMBROGLIO ETNICO

Ventitre anni fa cadeva la città croata di Vukovar dopo quasi tre mesi di pesante assedio da parte dell'esercito ancora ufficialmente federale jugoslavo ma di fatto serbo, e delle milizie paramilitari - le "Aquile bianche" e le "Tigri" del Comandante Arkan - che nei giorni seguenti si resero responsabili di una feroce pulizia etnica. Tutt'oggi Vukovar è considerata dai croati "città martire" della guerra e il suo nome appare sempre nel triste rosario delle località teatro dei crimini contro l'umanità compiuti durante le guerre jugoslave degli anni '90. Tuttavia, quella etnica è solo una delle chiavi per comprendere la natura dei conflitti che accompagnarono la dissoluzione della Jugoslavia. I popoli balcanici erano divisi, certo, ma quanto ha pesato la propaganda nazionalista, la manipolazione della storia e l'uso distorto delle mitologie nel far esplodere in maniera tragica la ormai irreversibile crisi del sistema titino? Quella etnica è stata certamente una componente, ma non ne è stata la causa che va ricercata, invece, nei giochi di potere e negli interessi di politici senza scrupoli, dentro e fuori i Balcani.

In occasione dell'anniversario della caduta di Vukovar, come utile elemento di riflessione, riporto qui di seguito l'articolo di Matteo Zola pubblicato due anni fa su Eastjournal,net

Quando i serbi sparavano sui serbi. Vukovar e l’imbroglio etnico
di Matteo Zola - 17 ottobre 2012
Quello di Vukovar non fu un assedio, fu un sacrificio rituale, un urbicidio. Fu il trionfo dell’inganno, il giro di valzer del gran ballo in maschera dove demoni e lupi danzavano sulle macerie della Jugoslavia. La storia ci racconta che Vukovar, città che in quel 1991 di guerra era al 44% croata e al 37% serba (il resto si divideva in sedici nazionalità minori, tra cui la tedesca, la magiara e l’italiana), fu assediata dalle truppe dell’Armata Popolare (l’esercito jugoslavo, nda) che presto lasciò il campo ai paramilitari serbi di Arkan e Seselj, le famigerate Tigri e Aquile bianche. L’esito fu un eccidio e un esodo dei croati dalla “loro” città mentre, il 17 novembre 1991, i serbi entravano tra le macerie di Vukovar. Poi, all’alba del 4 agosto 1995, la città veniva “riconquistata” dai croati che, a loro volta, si abbandoneranno alla pulizia etnica nei confronti della popolazione serba. Una doppia pulizia etnica che ha, di fatto, consacrato la chiave di lettura “razziale” del conflitto jugoslavo. Certo i crimini ci sono stati, ambo le parti, ma la chiave di lettura etnica convince poco. Vediamo perché.

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COSA C'E' SU RASSEGNA EST




Articoli, grafici e analisi usciti nell'ultima settimana su Rassegna Est 
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La sorpresa delle urne

Alle presidenziali romene vince Klaus Iohannis, che batte a sorpresa il premier in carica Victor Ponta. Un voto “contro”, malgrado il buon andamento dell'economia. Ne abbiamo scritto dopo e prima che le urne si chiudessero.

Skoda, Dacia e le altre La casata automobilistica ceca e quella romena, rilevate da Volkswagen e Renault, hanno avuto un grande successo negli ultimi anni. Non così i modelli Lada, di produzione russa. 
Una panoramica sui marchi dell'Est.

La nuova guerra fredda? È scoppiata dieci anni fa
Ucraina spaccata, Caucaso a brandelli, grande gioco in Asia centrale. La competizione tra Russia e Occidente è partita in sordina, dieci anni fa. Ma già allora tutto era chiaro. Riproponiamo un nostro vecchio articolo, uscito nel 2004 sulCorriere del Ticino.

Banca dati Previsioni di crescita 2014-2019, indici di competitività, export e import, bandi pubblici, presenza italiana, fisco. Tutto quello che c'è da sapere sulle economie dell'Est, per capirne l'evoluzione. Un servizio per le aziende, ma non solo. 


Croazia e Ungheria: scontro all'ultimo barile
Zagabria rivuole il controllo di Ina, la compagnia petrolifera passata agli ungheresi di Mol. Scontro energetico, politico e strategico. Ne scriviamo su Osservatorio Balcani e Caucaso.

Quando l'export è tecno
Un grafico sul peso dei prodotti ICT sul totale delle esportazioni nei dieci paesi dell'Est dove l'Italia è più presente. La parte del leone spetta all'Europa centrale.

La marcia dei venticinque anni
Il Fondo monetario internazionale dedica una ricarca alle transizioni a Est. Bilancio positivo. La sintesi del rapporto.

Serbia contro Albania. Oppure no
Droni, Kosovo, background di rapporti tesi. Ma tra Belgrado e Tirana, senza clamori mediatici, si sta costruendo anche una solida relazione economica. Limes ha ripreso il nostro articolo.

L'Ostalgia al potere
Il made e il bord in Ddr che si sono affermati nella Germania riunificata. Articolo pubblicato da Europa.

IL RITORNO DI SESELJ

Seselj e Arkan all'epoca delle guerre jugoslave
Vojislav Šešelj, leader ultranazionalista del Partito radicale serbo (Srs), sotto processo per crimini di guerra e crimini contro l'umanità commessi durante le guerre jugoslave degli anni '90, è tornato a Belgrado il 12 novembre scorso dopo che il Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia ne ha ordinato la libertà provvisoria per motivi di salute e per permettergli di essere curato in Serbia. Šešelj, che ha 60 anni, era detenuto nel carcere internazionale di Scheveningen (L'Aja) dal 2003 mentre le sentenza del processo che lo vede imputato è attesa non prima del prossimo anno.

I medici serbi che lo hanno in cura hanno dichiarato che è ammalato di tumore al colon che si sarebbe diffuso anche al fegato. Secondo quanto stabilito dai giudici del Tpi, Šešelj non dovrà interferire con le vittime o i testimoni coinvolti nel processo a suo carico e dovrà far rientro al tribunale quando richiesto. E' però innegabile che il suo ritorno in libertà (seppure condizionata) mentre il processo non è ancora giunto a conclusione a 11 anni da suo inizio, rappresenta, come nel caso di Slobodan Milosevic, morto in carcere, una sconfitta per il Tpi e per la giustizia internazionale.

È probabile che Šešelj cercherà ora di rilanciare il Srs, rimasto ormai fuori del parlamento e pesantemente ridimensionato a favore del Partito serbo del progresso (Sns) dell'attuale presidente Tomislav Nikolic, ex braccio destro di Seselj, e del premier Aleksandar Vucic. Il tentativo potrebbe anche ottenere qualche successo, considerando che due anni di governo del Sns ha deluso una parte degli elettori nazionalisti, ma molti esponenti del Srs si sono nel frattempo piazzati in posti chiave, mentre quelli rimasti fedeli a Šešelj sono fuori dal sistema.

Centinaia di suoi sostenitori si sono recati all'aeroporto in cui è atterrato il volo proveniente da Amsterdam e hanno poi manifestato nel centro di Belgrado in favore di Seselj.

Vedi la fotostoria pubblicata da TPortal,hr

RADIO FREE EUROPE TRASMETTE ANCORA

Un reportage di Matteo Tacconi del 2009 da Praga sulla storica emittente della "Guerra fredda"


Solidarność e Lech Wałeşa, l’Ostpolitik di Willi Brandt, la compattezza granitica della Nato, il processo d’integrazione europeo, Karol Wojtyla, la perestrojka e la glasnost di Mikhail Gorbaciov, l’incessante contributo politico e ideale dell’America. La carrellata degli attori e dei fattori che hanno portato alla caduta del Muro di Berlino è ricca. Ma nell’almanacco dei protagonisti della vittoria dell’Ovest sull’Est va inclusa anche Radio Free Europe. Ecco perché.

Siamo a Praga, la capitale della Repubblica ceca. È da qui che Radio Free Europe/Radio Liberty (nel 1976 ci fu la fusione tra le due emittenti) continua a essere operativa. Già, perché se è vero che la Cortina di ferro si è squagliata ormai da vent’anni e l’Urss è rovinosamente capitolata da diciotto, facendo venire meno la missione storica per cui le radio, prima distintamente poi insieme, sono state conosciute e apprezzate, è altrettanto evidente che ci sono altre cortine da sfondare, altri Paesi dove diffondere sulle onde medie un messaggio di libertà e democrazia. Nell’Asia centrale e nel versante settentrionale del Caucaso la sorveglianza dei governanti sui “sudditi” è infatti serrata, come una volta nell’Est. In Russia, l’era Putin ha riportato indietro le lancette della storia. Insomma, Radio Free Europe/Radio Liberty serve ancora.

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lunedì 17 novembre 2014

ROMANIA: IL NUOVO PRESIDENTE E' IOHANNIS. SCONFITTO PONTA (E I SONDAGGISTI)

Klaus Iohannis, sindaco di Sibiu ed esponente della minoranza tedesca, è il nuovo presidente della Romania. Una vittoria a sorpresa che smentisce i sondaggi che anche alla vigilia del voto davano per vincente il premier socialdemocratico Victor Ponta. Da notare che il 55% dei voti per Iohannis sono più o meno la percentuale che le rilevazioni attribuivano a Ponta che, da parte sua, ha invece incrementato appena i voti del primo turno (dal 40 al 45%). Una vittoria storica per il leader liberale che in solo due settimane è riuscito a recuperare uno svantaggio enorme e ad infliggere a Ponta un distacco pari al vantaggio che quest'ultimo aveva sul neo presidente dopo il primo turno.

I primi commenti attribuiscono la disastrosa performance di Ponta alla pessima gestione del voto dei romeni all'estero. La comunità romena che vive fuori dai confini del Paese, infatti, ha votato in maggioranza per Iohannis e anche in Romania la solidarietà per gli emigrati a cui era stato in pratica negato il voto nel primo turno ha avuto un peso non secondario: migliaia di persone sono scese in piazza anche ieri per chiedere che venisse prolungato il termine di voto per l'estero, dove moltissimi romeni sono stati in coda ore per esprimere il proprio voto (con momenti di tensione e tafferugli a Parigi e a Torino). Il totale dei votanti della diaspora (360 mila), che conta più di tre milioni di persone, è stato più del doppio del primo turno quando erano andati alle urne in 150 mila. L'affluenza più alta è stata registrata in Italia, in Spagna, Moldova, Gran Bretagna, Germania e Francia.

LA VISITA DI RAMA A BELGRADO. TRA ALBANIA E SERBIA C'E' DI MEZZO IL KOSOVO?

Il fuori programma delle sue dichiarazioni sul Kosovo ha rischiato di far fallire la storica visita a Belgrado, ma nonostante la tensione le relazioni bilaterali non sono a rischio.

Edi Rama e Aleksandar Vucic
Di Marina Szikora
Le parole del premier albanese Edi Rama a Belgrado appena pronunciate hanno suscitato la smorfia del premier serbo Aleksandar Vucic e la sua durissima replica. “L'indipendenza del Kosovo e' una realta' e prima la Serbia lo accettera', piu' velocemente la regione andra' avanti”, cosi' il premier albanese, forse in modo inaspettato, ma dall'altra parte, come ha osservato il corrispondente croato da Belgrado, nessuno poteva essere cosi' ingenuo di non immaginare che Edi Rama avrebbe utilizzato proprio questa occasione per ribadire la sua posizione e per non far dimenticare a nessuno la solidarieta' degli albanesi, quale che sia il paese al quale appartengono. Per Vucic, almeno di come potevano registrarlo le telecamere, e' stata una brutta sorpresa e qualcosa che, come aveva detto, non e' stato annunciato in nessuno degli talking point di questa visita che si annunciava storica. E sull'inevitabile tema della recente partita che si e' conclusa con il ben noto incidente con la bandiera e le violenze sullo stadio di Belgrado, Rama ha detto: “Non siamo nemici, i nostri nemici comuni sono la poverta', mancanza di prospettiva per i giovani e un grande debito pubblico”. L'invito al suo omologo serbo, di visitare l'anno prossimo l'Albania non e' mancato e per gli albanesi della valle di Presevo, Rama ha detto che possono essere il ponte di collaborazione tra la Serbia e l'Albania.

Rama si e' presentato come un avvocato dell'indipendenza kosovara e Vucic lo ha qualificato come una provocazione. I due premier non dovrebbero discutere “del” Kosovo, bensi' “con” il Kosovo, e' dell'opinione Dragoslav Dedovic, corrispondente della Deutsche Welle sezione serba. Nel suo commento il giornalista si chiede che cosa c'e' di storico nell'incontro Vucic-Rama? E risponde che una dimensione storica vi e' soltanto nel ritardo di quasi un intero secolo. Loro due sono i primi rappresentanti democraticamente eletti di due popoli che si sono decisi ad un incontro bilaterale, Belgrado e Tirana si trovano a due ore di volo da Bruxelles o da Berlino, ma le lontananze politiche ed emotive di queste destinazioni si misurano con anni di luce. Una stretta di mano cordiale con qualcuno che vedi come un nemico solido e un po' di presunzione balcanica e' meglio che nulla, afferma il giornalista della DW e aggiunge che meglio prima che mai. Questo incontro non risolevera' pero' i problemi accumulati, afferma. Pristina sembra essere piena di sex appeal anche se si tratta del piu' povero paese in Europa. Sia Belgrado che Tirana ripetono la stessa formula che Bruxelles ascolta volentieri: rispettiamo i confini immutabili! Con il fatto che la Serbia ritiene di confinare con l'Albania mentre l'Albania ritiene di confinare con il Kosovo, scrive la Deutsche Welle.

SESELJ TORNA A BELGRADO PER SCONFIGGERE I DUE 'CANCRI' NIKOLIC E VUCIC

Vojislav Seselj
Di Marina Szikora
In coincidenza, più o meno, con la partenza da Belgrado del premier albanese Edi Rama, protagonista di uno scontro con il suo omologo serbo Alksandar Vucic a proposito del Kosovo, ecco l'arrivo di un'altra grana pesante per la leadership serba: il ritorno, dopo 11 anni di carcere, di Vojislav Seselj, leader dell'estremo radicalismo nazionalista serbo, sotto processo davanti al Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia. Il quotidiano serbo 'Politika' in vista dell'arrivo di Seselj a Belgrado si e' chiesto chi e' che attende Seselj? E scrive che Seselj alla fine ritorna in paese: molto piu' tardi di quanto i suoi fedeli ma poi ridimensionati seguaci politici lo avevano sperato, e comunque prima di quanto se lo aspettavano quelli che lo avevano scortato e salutato in partenza da Belgrado. Il giornale ricorda che i resti dei resti del partito politico serbo che una volta era il piu' potente e maggior organizzato partito negli ultimi anni, alludendo all'ultranazionalista Partito Radicale Serbo, spesso gridavano con manifesti annunciando un rientro trionfale del loro leader dall'Aja. Spesso sembravano tragicomici con sempre la stessa iconografia e con sempre gli stessi preannunci, scrive 'Politika', ma osserva che Seselj non soltanto non attendeva la Serbia, ma ad attenderlo hanno rinunciato nel frattempo anche alcuni dei suoi piu' stretti collaboratori, alludendo proprio alle massime cariche dell'attuale stato serbo. E secondo il giornale di Belgrado, il ritorno di Seselj adesso e' comunque una specie di ritorno da vincitore anche se forse “ferito a morte”. Non bisogna dimenticare che Seselj non ha mai riconosciuto il Tribunale dell'Aja e le sue regole, non ha mai inoltrato la domanda di essere liberato prima del tempo, come nemmeno accettato “le garanzie” e le condizioni delle autorita' serbe. Alla fine hanno dovuto rilasciarlo senza ancora una sentenza.


"QUI TIRANA": LA CORRISPONDENZA DI ARTUR NURA

Gli argomenti della corrispondenza di Artur Nura per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda a Radio Radicale il 16 novembre


Albania
La visita del premier Edi Rama a Belgrado, i commenti, le polemiche politiche, le analisi degli esperti sullo stato delle relazioni con la Serbia

Kosovo
I giornali kosovari continuano a parlare del presunto scandalo e dell'inchiesta sulla missione civile europea Eulex dopo le dichiarazioni dell'ex procuratrice Maria Bamieh.

PASSAGGIO IN ONDA

E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 16 novembre 2014.
La trasmissione e' ascoltabile direttamente qui di seguito oppure sul sito di Radio Radicale.



Sommario della puntata

Albania: la storica visita del premier Edi Rama a Belgrado, la polemica con il premier serbo Aleksandar Vucic sulla questione del Kosovo, i commenti dei politici e degli analisti, il comportamento dei media serbi, le conseguenze sulle relazioni bilaterali.

Crimini di guerra: il ritorno a Belgrado per motivi di salute di Vojslav Seselj, il leader ultranazionalista serbo sotto processo al Tribunale internazionale per l'ex jugoslavia.

Kosovo: gli ultimi sviluppi dell'inchiesta sulla missione civile europea Eulex riportati sui media kosovari.

In trasmissione si parla anche della Romania in attesa dei risultati del secondo turno delle presidenziali di oggi, e della Turchia dove sembra poter ripartire il negoziato con i curdi dopo il raffreddamento delle ultime settimane a causa del conflitto contro lo Stato islamico.

La trasmissione, realizzata con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura, è ascoltabile direttamente qui

martedì 11 novembre 2014

1989-2014: VENTICINQUE ANNI FA LA CADUTA DEL MURO DI BERLINO

Uno speciale di Radio Radicale per ricordare i giorni della caduta del muro di Berlino e gli eventi di quell'anno straordinario che cambiò la storia e la geografia politica europea e ai quali si intrecciò l'iniziativa politica del Partito Radicale che, divenuto "transnazionale", in aprile tenne il suo 35° Congresso a Budapest, quando ancora esisteva la "cortina di ferro". Con interventi di Emma Bonino, Marco Pannella, Marino Busdachin, Antonio Stango, una sintesi della relazione tenuta a Budapest da Sergio Stanzani, allora segretario del PR, e documenti sonori dell'epoca.


Venticinque anni fa, poco prima delle 7 di sera del 9 novembre 1989, il portavoce del Partito comunista della Repubblica democratica tedesca, Guenter Schabowski, durante una conferenza stampa convocata poco prima, annunciava ai giornalisti della stampa internazionale a Berlino Est che i cittadini della Germania orientale avrebbero potuto recarsi all'estero senza più bisogno di permessi speciali. Poco tempo prima le autorità della Ddr avevano annunciato un provvedimento simile, anche in risposta alle manifestazioni popolari sempre più imponenti che da Lipsia a Dresda alla stessa Berlino, chiedevano riforme e libertà di movimento, ma la cosa era rimasta lettera morta.

Il corrispondente dell'agenzia Ansa da Berlino, Riccardo Ehrman, lo fece notare piuttosto seccamente e chiese se questa volta le nuove disposizioni sarebbero entrate in vigore da subito. Ma Schabowski non aveva istruzioni precise e, non aveva avuto il tempo di leggere con attenzione le carte che gli erano state passate e di prepararsi una risposta. Così, colto di sorpresa, rispose con un certo imbarazzo: “Sofort. Da subito”.

In pochi minuti la notizia fece il giro del mondo, ripresa da tutte le emittenti internazionali, compresa la televisione della Germania ovest, regolarmente seguita nella Ddr. I cittadini di Berlino est cominciarono allora ad affluire check-point. Nelle ore successive, quando anche la televisione di stato della Germania est manderà in onda le dichiarazioni di Schabowsky, diventeranno decine di migliaia: una folla sempre più imponente che chiedeva di poter finalmente andare liberamente all'ovest, come era stato annunciato.

Le guardie di frontiera - i “Vopos”- rimasero disorientate e chiesero inutilmente istruzioni, ma la situazione rimaneva confusa. Prima venne detto loro di lasciar passare solo le persone in possesso del passaporto. Poi di respingerle al momento in cui sarebbero tornate per rientrare a casa. Col passare del tempo la folla aumentò, così come le file di Trabant in attesa di andare all'ovest. La tensione crebbe e la situazione rischiò di sfuggire di mano. Gli agenti della “Volkspolizei” non sapendo bene cosa fare e cercavano di tenere calma la folla che si sentiva sempre più presa in giro per l'ennesima volta.

Alle 22.30, l'ufficiale responsabile del varco sulla Bornholmerstrasse, Harald Jaeger, dopo essersi consultato con i suoi sottoposti, decise che non si poteva più attendere oltre e ordinò di aprire le sbarre. Di lì a poco lo stesso avverrà in tutti gli altri check-point. La frontiera più chiusa d'Europa si apriva: dopo 28 anni il “muro di Berlino” non esisteva più abbattuto sull'onda delle pressione popolare, ma anche di scelte politiche prese non solo in Germania.

Per oltre un quarto di secolo, anche se fisicamente non ne faceva parte, il “Muro di Berlino”, che separava la parte occidentale della città, appartenente alla Germania Ovest (la Repubblica federale tedesca, legata agli Stati Uniti), da quella orientale, capitale della Germania Est, la Repubblica democratica tedesca, la Ddr, strettamente legata ll'Unione Sovietica, era stato il simbolo e la rappresentazione più cruda della “cortina di ferro” che dal Baltico all'Adriatico tagliava l'Europa in due entità appartenenti a due sistemi politici, ideologici ed economici in conflitto fra di loro (la “guerra fredda”).

Questo Speciale, grazie a materiali sonori tratti dall'archivio di Radio Radicale e ad altre registrazioni dell'epoca, vuole ricordare quel formidabile 1989 e con esso l'iniziativa politica dei Radicali che, prima che cadesse il muro di Berlino e prima che si aprisse la “cortina di ferro”, in quello stesso anno andarono a Budapest a tenere il 35° congresso del loro partito diventato “transnazionale” e che, mentre da anni lottavano per l'affermazione della democrazia e dei diritti umani nell'Europa dell'est, denunciavano il rischio che le democrazie liberali dell'Occidente diventassero democrazie “reali”, autoritarie e burocratiche,  così come nei Paesi dell'est il socialismo era divenuto “socialismo reale”.

Ascolta lo Speciale sul sito di Radio Radicale

lunedì 10 novembre 2014

25 ANNI DOPO LA CADUTA DEL MURO CI SONO ANCORA DUE GERMANIE?

Di Marina Szikora
Un quarto del secolo dopo la caduta del Muro di Berlino, il che ha portato all'unificazione un anno dopo, ultimamente e a volte, fa pensare che le due Germanie esistono ancora. Ma non la Germania dell'Est e dell'Ovest, bensi' la Germania interna ed esterna. Cosi' in questi giorni il giornale irlandese 'The Irish Times'. Il giornale scrive che queste due Germanie non esistono su nessuna mappa, bensi' nelle menti della gente. Il primo paese e' quello che vedono i tedeschi: un paese prospero – piu' povero rispetto alla Germania Occidentale, piu' ricco rispetto alla Germania dell'Est – che realizza i risultati e vende gli automobili. Le ombre storiche indietreggiano in questa Germania, mentre la generazione presuntuosa dell'”unificazione', nata intorno al 1989/1990 rigetta le vecchie differenze dei loro genitori tra l'est e l'ovest, scrive il giornale irlandese e aggiunge che vi e' pero' anche un'altra Germania. Quella che esiste nella mente dei suoi vicini europei. Dieci anni fa, questa Germania veniva considerata il malato dell'Europa. Adesso la macchina mediatica sul malato ha cambiato rotta, e la Germania e' un potente egemone “über-efficace” in Europa. Sembra particolarmente grande a quei paesi dell'Ue le cui economie come anche la loro certezza negli ultimi anni sono inciampate. Queste due Germanie, scrive 'The Irisch Times', quella interna e quella esterna, cosi' come percepita dai suoi vicini, sono parte di un quadro piu' grande. Invece di essere osservate come complementari, queste due Germanie sono lasciate ad una reciproca abrasione in maniera sbagliata. Il dibattito dopo la crisi, se il continente si puo' aspettare un' Europa tedesca oppure una Germania europea, trascorre inosservato per la maggior parte della gente, ma diventa invece entusiasmante per l'elite politica e mediatica europea, osserva il giornale irlandese. Negli ultimi anni i leader tedeschi venivano lusingati per la loro importanza in Europa e da loro si aspettava molto. Cosi' essi si sentono sicuri a causa della forza tedesca nella attuale Europa la quale pero' e' ancora vulnerabile per i suoi punti deboli nel futuro: il tick-tack della bomba demografica, il progresso che si basa sul trasferimento incerto alle fonti energetiche rinnovabili e l'infrastruttura troppo affaticata della Germania occidentale. Questi tedeschi presuntuosi ma ancora vulnerabili vedono rosso quando devono affrontare le idee altrui: che Berlino puo' e deve dare un sacco di soldi per risolvere i problemi finanziari europei, osserva “The Irish Times”.

CROAZIA: LE PREVISIONI ECONOMICHE NEGATIVE DELLA COMMISSIONE EUROPEA

Di Marina Szikora
Con il titolo “La Croazia, il nuovissimo stato membro non trova un facile approccio alla prosperita'” la Reuters britannica descrive l'attuale situazione del 28-esimo stato membro dell'Ue. Mentre a mezzogiorno e' impressionante il mercato centrale nella capitale pittoresca croata con i suoi colori, suoni e profumi, scrive il giornalista della Reuters, nel pomeriggio, quando i mercanti richiudono le loro bancarelle, il piu' giovane stato membro dell'Ue dimostra anche l'altro lato: i poveri iniziano a raccogliere la frutta e la verdura gettata per terra. “Lo vedo sempre di piu'” afferma una fruttivendola e aggiunge che e' ancora piu' triste il fatto che non si tratta soltanto di pensionati che lo fanno e i senzatetto, adesso lo fanno anche le persone giovani”. La Croazia non ha goduto nulla del grande boom che potevano godere i paesi della classe 2004-10, maggiormente ex paesi comunistici e paesi dell'Europa dell'Est i quali aderirono all'Ue dieci anni fa quando ancora l'economia mondiale fioriva, scrive la Reuters e aggiunge che la Croazia ha mancato a questo punto di partenza soprattutto a causa di un potere autoritario che aveva afferrato Zagabria poco prima dell'inizio delle guerre le quali portarono poi alla dissoluzione della Jugoslavia. Nel frattempo la Croazia ha riguadagnato il credito democratico, ma ha dovuto combattere per cambiare i mercati perduti e ha dovuto rinunciare ai suoi cantieri navali sovvenzionati per poter soddisfare i criteri dell' adesione all'Ue. La poverta' non e' inconsueta nelle vicinanze balcaniche della Croazia, osserva la Reuters, oppure nelle tasche dei ricchi paesi Occidentali dell'Ue sei anni dopo l'inizio della crisi finanziaria globale.

QUI TIRANA: LA CORRISPONDENZA DI ARTUR NURA

Gli argomenti della corrispondenza di Artur Nura per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda a Radio Radicale il 9 novembre


Albania
Il parlamento discute la legge finanziaria e il bilancio dello stato per il 2015 mentre rimangono le tensioni tra maggioranza di centro-sinistra e opposizione.
Il procuratore generale albanese Adriatik Llalla e il procuratore nazionale antimafia italiano Franco Roberti hanno sottoscritto un accordo di cooperazione per la lotta alla criminalità organizzata.

Kosovo
L'Unione Europea indaga su alcuni funzionari della missione civile europea Eulex; intanto sembra raggiunto l'accordo per la formazione del nuovo governo dopo le elezioni anticipate di giugno.


PASSAGGIO IN ONDA

E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 9 novembre 2014.
La trasmissione e' ascoltabile direttamente qui di seguito oppure sul sito di Radio Radicale.



Sommario della trasmissione


Kosovo: l'indagine su alcuni funzionari della missione civile europea Eulex e le possibili soluzioni dello stallo politico che impedisce la formazione di un nuovo governo dopo le elezioni anticipate dello scorso giugno.

Croazia: la difficile situazione della crisi economica e le valutazioni negative da parte dell'Unione Europea a due mesi dalle elezioni presidenziali (non ancora fissate ufficialmente).

Albania: la legge finanziaria in discussione in parlamento e l'accordo di cooperazione con l'Italia per la lotta alla criminalità organizzata.

L'apertura del programma è dedicata al 25° anniversario della caduta del Muro di Berlino e ad alcune analisi sulla realtà della Germania riunificata di oggi.

La trasmissione, realizzata con la collaborazione dei corrispondenti Marina Szikora e Artur Nura, è ascoltabile direttamente qui






venerdì 7 novembre 2014

"CERCAVAMO LA PACE": UN BILANCIO DEL PROGETTO

Intervista a Luisa Chiodi, direttrice di Osservatorio Balcani e Caucaso


Alla vigilia della Conferenza conclusiva, che si terrà il 14 novembre presso l'Università di Trento, tracciamo un bilancio del progetto promosso da Osservatorio Balcani e Caucaso insieme ad altre organizzazioni per raccogliere e analizzare la storia dell'impegno civile dei tanti italiani che durante le guerre jugoslave degli anni '90 parteciparono a iniziative di aiuto e solidarietà verso le popolazioni vittime dei conflitti.
La conferenza sarà l'occasione per ragionare sulla minore reattività delle società civili europee ai conflitti attuali e sulla possibilità che i cittadini possano ancora incidere sulle scelte di politica internazionale.

Ascolta qui l'intervista



Leggi qui il programma della conferenza

Tutti i materiali del progetto sono qui




martedì 4 novembre 2014

ROMANIA: PRIMO TURNO PRESIDENZIALI CONFERMA VITTORIA DI PONTA

Ma l'esito del ballottaggio del 16 novembre non è scontato

I risultati finali del primo turno delle elezioni presidenziali romene confermano le previsioni della vigilia: col 40,33 per cento dei voti, il leader socialdemocratico e attuale premier Victor Ponta il 16 novembre sfiderà al ballottaggio il candidato del centrodestra, il liberale Klaus Iohannis, che ha ottenuto il 30,44. ”Sono fiero che tanti romeni abbiano creduto al mio progetto. Nelle prossime due settimane mi rivolgerò a tutti i romeni perché mi sento responsabile per tutti loro”, ha dichiarato Ponta dopo i primi exit poll invitando Iohannis ad un confronto pubblico.

Il programma elettorale del premier punta sullo sviluppo di settori chiave come agricoltura, industria, infrastrutture ed energia e sul rafforzamento dello stato sociale e dei servizi pubblici promuovendo l’uguaglianza sociale, la riduzione del divario fra persone abbienti e classi disagiate e favorendo il dialogo sociale. Iohannis, da parte sua, ha sostenuto che "i risultati dimostrano che sta avvenendo un cambiamento” proponendosi come “l'unico candidato rimasto in corsa che è disposto a garantire l'indipendenza della giustizia e dello stato di diritto".

Anche se tra i due candidati la differenza è di quasi dieci punti, l'esito del ballottaggio non è però scontato e molto dipenderà dalle decisioni dei tre candidati “minori”: l’indipendente Monica Macovei (4,65%), la candidata e leader del Partito movimento popolare Elena Udrea (5,17%) e l’indipendente Calin Popescu Tariceanu, attuale presidente del Senato (5,83%). Qualche settimana fa, Ponta aveva annunciato che Tariceanu è uno dei candidati alla carica di primo ministro, ma a situazione resta comunque instabile.

E' difficile che Monica Macovei decida di appoggiare Ponta viste le ultime dichiarazioni e il suo passato politico, mentre Elena Udrea, sostenuta dal presidente della Repubblica Traian Basescu,
deve però fare i conti con l'opposizione interna del suo partito che, visto il magro risultato, le chiede di farsi da parte e spinge per un accordo con Iohannis. Inoltre, l'alto livello di astensione (secondo l’Ufficio elettorale centrale ha votato solo il 53,1 % degli aventi diritto) e il gran numero di candidati al primo turno (erano ben 14) lascia un notevole numero di voti in “libera uscita” che potrebbero avere un certo peso sull’esito finale.

lunedì 3 novembre 2014

BOSNIA: DOPO LE ELEZONI QUALI PROSPETTIVE PER UN PAESE DA TROPPO TEMPO BLOCCATO

Tonino Picula
Di Marina Szikora
“La madre di tutte le ragioni di stagnazione in Bosnia Erzegovina sono i suoi politici”: cosi' l'europarlamentare socialdemocratico croato, Tonino Picula e lo riporta in questi giorni il quotidiano della di Sarajevo 'Oslobodjenje'. In una intervista all'agenzia turca Andolija, scrive 'Oslobodjenje', Picula ha sottolineato che l'Ue valutara' il futuro potere in Bosnia, il quale si formera' dopo queste ultime elezioni, in base al loro lavoro e impegno relativo agli obblighi ed impegni attesi da parte di Bruxelles. Picula rileva che l'Ue si aspetta innanzitutto che il governo implementi la sentenza della Corte europea per i diritti umani nel caso Sjedic-Finci, osservando che per questo e' necessaria la modifica della Costituzione. Aggiunge che l'Unione Europea, oltre agli obblighi espressi finora, non chiedera' nulla di nuovo alla Bosnia. L'europarlamentare croato ha sottolineato che vi e' un set di criteri e una chiara mappa di cammino. In questo senso, esiste l'obbligo di implementare la sentenza Sejdic-Finci nel tessuto costituzionale, vale a dire l'obbligo di modifica della Costituzione della Bosnia. Quindi, gli obblighi esistono, ma non si aggiunge niente di nuovo, adesso si aspetta la realizzazione dell'imposto da parte dei politici del paese. “E' importante questo primo passo e spero che molto presto lo vedremo compiuto dopo la formazione del governo” ha detto Picula. Ha osservato inoltre che la valutazione sulle vicende nella regione durante l'ultimo anno e' stata presentata nel miglior dei modi nel rapporto annuale della Commissione europea e ha sottolineato in particolare il fatto che la Bosnia insieme al Kosovo si trova proprio in fondo alla scala. “Nove stati si trovano nella sala di attesa, purtroppo la Bosnia oltre al Kosovo si trova agli ultimi posti. Non si tratta di una valutazione approssimativa, essa e' argomentata”, spiega Picula e aggiunge che la Croazia continuera' ad impegnarsi per l'ingresso dei paesi della regione nell'Ue. Si tratta dell'interesse nazionale prioritario della Croazia, precisa l'europarlamentare croato. La Croazia in questo momento confina con tre stati che si trovano a vari livelli di negoziati con Bruxelles: Serbia, Montenegro e Bosnia. La fine della transizione croata non e' stato il 1 luglio 2013 quando la Croazia ha aderito all'Unione Europea ma lo sara' invece il giorno in cui anche l'ultimo paese vicino entrera' a far parte dell'UE, ha detto Picula il quale viene qualificato come il politico croato di grande esperienza.

Tonino Picula ammette comunque che la politica dell'allargamento gia' da tempo non e' la priorita' dell'Ue e aggiunge che molti cittadini dei paesi membri ritengono che i nuovi stati membri porterebbero alla crisi economica e sociale. Per quanto riguarda le ragioni di un tale ragionamento, Picula e' dell'opinione che si tratta da una parte della paura dei cittadini dei vecchi paesi membri che l'allargamento abbia portato all'incertezza sociale relativa ai posti di lavoro e al calo della qualita' dei servizi pubblici. Sotto pressione da parte dei partiti populistici della destra, i cittadini hanno accettato che le cause stanno nel fatto dell'allargamento del 2004 e 2007. Ma l'eurodeputato socialdemocratico croato e' convinto che si tratta di un ragionamento che non ha fondamenta. La responsabilita' non e' dell'allargamento, afferma Picula, perche' l'allargamento e' una delle politiche di maggior successo dell'Ue dalla sua istituzione. Picula sottolinea che tutti i paesi dei Balcani aderiranno all'Ue dopo il 2020. “Io penso che ci sara' nuovamente un 'big bang', vale a dire un grande allargamento. Lo potremmo localizzare dal punto di vista del tempo soltanto dopo il 2020 perche' credo che i prossimi cinque anni nei paesi della regione verranno utilizzati per effettuare delle serie riforme affinche' i paesi dell'Ue si possano convincere che sia arrivato il tempo per un nuovo allargamento” ha detto Picula. Infine, il membro del Parlamento Europeo, gia' ministro degli esteri croato, ha rilevato che l'Europa sara' al suo completo soltanto con l'adesione della Turchia. “Si tratta di qualcosa che e' inevitabilita' storica. Ma quando cio' accadra' dipende da tutta una serie di fattori. La Turchia deve convincere l'Europa, come del resto ogni altro stato, qual'e' il suo valore aggiuntivo, perche' l'Ue e' molto piu' forte, piu' stabile e piu' prospera con la Turchia che senza di lei” ha concluso Tonino Picula.

Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 2 novembre a Radio Radicale

BOSNIA ERZEGOVINA: I RISULTATI DELLE ELEZIONI

Di Marina Szikora
La Commissione elettorale centrale della Bosnia Erzegovina ha reso pubblici il 27 ottobre i risultati delle elezioni politiche svoltesi lo scorso 12 ottobre in questo paese. Secondo questi risultati, scrivono i media bosniaci, i membri della Presidenza tripartita a rotazione saranno il bosgnacco Bakir Izetbegovic, il croato Dragan Covic e il serbo Mladen Ivanic. Bakir Izetbegovic, candidato del Partito democratico dell'azione e' stato rieletto in quanto membro bosgnacco della Presidenza. Il membro croato, Dragan Covic e' il candidato dell'HDZ BiH. Mladen Ivic e' il membro serbo della presidenza tripartita, candidato dell'Alleanza per il cambiamento il quale ha sconfitto la candidata del partito di Milorad Dodik, presidente della Republika Srpska e uomo forte di questa entita' a maggioranza serba della Bosnia Erzegovina. Il presidente della Commissione elettorale centrale ha ricordato che dal giorno della pubblicazione dei risultati inizia il termine di tre giorni in cui si possono presentare le richieste per ricontare le schede elettorali.

Come informa Radio Free Europe (sezione ceca), la Bosnia dopo i risultati ufficiali definitivi iniziera' il processo della formazione del governo. Quale che sia quello che avra' il mandato per formare il nuovo esecutivo, uno dei primi compiti sara' l'eliminazione dello stato di fermo per quanto riguarda l'avvicinamento all'Unione Europea, informa la Radio Europa libera. Per questo motivo, dalle numerose organizzazioni, soprattutto dalla societa' civile, arrivano messaggi che non si puo' permettere l'isolamento della Bosnia Erzegovina in quanto parte dei Balcani Occidentali perche' i suoi leader non riescono a soddisfare le condizioni per ottenere uno status di paese candidato. Un tale appello e' arrivato settimana scorsa durante una conferenza internazionale svoltasi a Sarajevo e organizzata da parte dell'Unione Paneuropea della Bosnia Erzegovina. La domanda che si pone e' se il nuovo potere sara' in grado di tirar fuori finalmente la Bosnia dall'isolamento che e' una vera minaccia per il paese.

Miodrag Zivanovic, prominente professore universitario di Banja Luka, afferma che “le appena terminate elezioni ihanno dimostrato che l'intera societa' bosniaca e' tornata almeno 25 anni indietro”. Dall'altra parte, il professor Zivanovic afferma che questa e' anche una nuova chance oppure si e' creato uno spazio vuoto per un impegno maggiore e piu' intenso delle istituzioni quali l'Unione Paneuropea della Bosnia e istituzioni simili, poiche' le autorita' evidentemente, e si tratta di una anomalia strutturale, non saranno in grado di fare alcunche' dalla loro posizione. Il professore del diritto costituzionale, Kasim Trnka afferma che la Bosnia da cinque anni ignora la sentenza della Corte per i diritti umani europea e discute su qualcosa che si deve realizzare. Dal nuovo potere, e' dell'opinione Trnka non si puo' aspettare molto perche' l'attuazione della sentenza entra nella sostanza dei cambiamenti costituzionali. Secondo lui, si potrebbe chiedere aiuto dalla stessa Ue ma anche dai membri dell'ex Gruppo di contatto per la pace in Bosnia a fin di attuare finalmente la sentenza. Se cio' non accadra' in breve tempo, allora non e' soltanto che la Bosnia non avra' lo status di candidato ma la situazione politica si deteriorera'.

Molto spesso il processo di integrazione, non soltanto in Bosnia Erzegovina, viene percepito troppo semplicemente e si definisce come soddisfazione delle condizioni poste oppure l'adeguamento delle leggi nazionali con quelle europee. Pero' questo processo e' molto piu' complesso, afferma il professor Mile Lasic dell'Universita' di Mostar e afferma che bisogna cambiare le politiche, gli statisti, europeizzare l'amministrazione pubblica quindi cambiare infine i codici culturali e politici a fin di poter muoversi in ambienti del tutto nuovi. Soltanto le protesa oppure una forte mediazione dell'Ue potrebbe convincere i nostri 'war-lords' di comprendere piu' seriamente la fiducia che e' stata data loro, afferma questo professore universitario di Mostar. Infine, la Radio Europa libera pone la domanda su chi dovrebbe cambiare – l'Ue verso la Bosnia oppure la Bosnia verso le condizioni che le sono state poste? E qui, un'altra volta la risposta viene data da parte del presidente della delegazione Ue per la Bosnia Erzegovina e per il Kosovo, Tonino Picula: “Non bisogna aspettarsi che l'Ue cambi – bisogna cambiare la Bosnia. Non ci sono alibi. E soprattutto con l'arrivo della Croazia ai confini Ue, in particolare  dopo che la Serbia ha iniziato i negoziati di adesione e quando il Montenegro avanza, la Bosnia in qualche senso resta separata nel suo blocco. Non vi e' una stagnazione positiva, conclude Tonino Picula e afferma che qualche volta e' persino meglio compiere anche un passo indietro e poi riscuotere le cose e andare avanti piuttosto che essere contenti con la stagnazione. “Ma penso che la stagnazione in Bosnia Erzegovina dopo il 2014 non sia piu' possibile” e' convinto l'europarlamentare croato Tonino Picula.

Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 2 novembre a Radio Radicale