giovedì 29 dicembre 2011

CROAZIA: IL NUOVO GOVERNO AL LAVORO

Zoran Milanović
di Marina Szikora [*]
Dopo che venerdi' scorso, 23 dicembre il Parlamento croato ha votato la fiducia al nuovo governo guidato dal leader socialdemocratico Zoran Milanović, martedi' il cosidetto governo natalizio ha iniziato la sua prima giornata di lavoro. Zoran Milanović e' cosi' il decimo premier croato dall'indipendenza della Croazia e la cosegna dei poteri e' stata fatta sempre venerdi': la premier uscente Jadranka Kosor ha consegnato il fascicolo del bilancio del suo governo al nuovo inquillino di Banski dvori, sede del governo croato in piazza San Marco di Zagabria. La fiducia al nuovo esecutivo di Milanović e ai suoi 22 membri hanno dato 89 parlamentari della coalizione vincente nonche' le minoranze nazionali, gli astenuti sono stati 12 mentre contro hanno votato 28 deputati dell'HDZ.
Nella sua prima intervista alla tv statale, Milanović ha detto di sapere che si aspetta molto dal nuovo governo. Negli ultimi mesi, ha detto, e' stato testimone di evidente disperazione e angoscia dei cittadini e ritiene che il governo deve adempiere le aspettative dei cittadini. Il neopremier ha annunciato anche la prima grande decisione – il bilancio. Verra' approvato al piu' presto, molto probabilmente a febbraio. La Croazia attualmente ha problemi. La gente non ne puo' piu' di promesse irreali. Ma tra quattro anni, Milanović vede la Croazia come un paese stabile, con un potere serio, con gli investitori che hanno fiducia, un turismo piu' forte, una struttura migliore e con meno degli attuali 300.000 disoccupati. L'amministrazione pubblica deve essere piu' efficace ed i criteri devono essere piu' severi, ritiene Zoran Milanović.
Nel momento in cui aveva presentato il suo governo chiedendone la fiducia, il nuovo premier ha detto che "il programma del Governo non e' soltanto un elenco di desideri e una shoping lista bensi' la vita per la Croazia". Ha promesso che svolgera' il suo lavoro seriamente e con responsabilita' sollevandosi dagli stretti interessi partitici. Milanović ha ammesso che il Paese si trova in una situazione molto difficile, ma non piu' difficile rispetto a quella di 20 anni fa. Si e' detto credulo che "il nostro futuro e' nell'Ue". Per quanto riguarda l'economia, ha sottolineato che bisogna cambiare del tutto la rotta. Bisognera' risparmiare perche' cosi' non si puo' piu' andare avanti. Bisognera' diminuire le spese pubbliche e quanto e' una questione cruciale. Ha indicato la necessita' della consolidazione fiscale, l'introduzione dell'ordine nelle finanze pubbliche: "Siamo noi che dobbiamo dare l'esempio. Da parte mia non sentirete mai questa dichiarazione ridicola 'Io sono onesto'. E' qualcosa che gli altri pensano su di voi, ma dovete tentare di esserne l'esempio. Senza grandi parole e senza pretenzioni" ha sottolineato il neo premier. Ha aggiunto che non ci possono essere tagli dolorosi: "Dovremo essere piu' razionali e piu' intelligenti nelle decisioni" ha detto il capo dei socialdemocratici.
[*] Il testo è tratto dalla corrispondenza andata in onda oggi a Radio Radicale

SLOVENIA. FATTE LE ELEZIONI RESTA DA FARE IL GOVERNO

La sede del governo sloveno
di Marina Szikora [*] A differenza della Croazia dove la formazione del novo governo e' andata liscia e secondo le aspettative, la vicina Slovenia dove i cittadini hanno votato lo stesso giorno come in Croazia, vale a dire il 4 dicembre, la situazione relativa al nuovo esecutivo e' ancora del tutto incerta ed aperta. Dopo la settimana di consultazioni del capo dello stato Danilo Tuerk con i partiti che sono entrati in parlamento, si e' dimostrato che il vincitore delle elezioni, il sindaco di Ljubljana, Zoran Janković non ha una maggioranza solida per ottenere la fiducia del parlamento. Le consultazioni del presidente Tuerk continueranno quindi anche la prossima settimana. Al momento, tutte le opzioni sono possibili: che il futuro premier sia come aspettato Zoran Janković, che torni in gara Janez Janša, gia' premier sloveno, che si vada ad eleggere un governo tecnico oppure, l'ultima delle opzioni, che gli sloveni tornino un'altra volta alle urne. Come scrive l'editorialista del quotidiano croato 'Vjesnik' Jurica Koerbler, "la Slovenia e' diventata un paese di sorprese politiche. Le previsioni su quello che accadra' domani sono semplicemente deplase'...Simili svolte, quasi durante la notte, praticamente non si sono viste in Europa negli ultimi anni". Va ricordato che a solo un giorno dal silenzio elettorale, i giornali sloveni scrivevano titoli in cui si diceva che si attende una vittoria netta della destra. Invece e' accaduto il contrario. A sorpresa ha vinto la sinistra e anche se non in maniera netta, ha trionfato Zoran Janković, praticamente il candidato dell'ultimo momento se si tiene presente che il sindaco di Ljubljana e' entrato nella corsa elettorale solo poco prima del voto. Poi, sempre come ce lo racconta il giornalista di 'Vjesnik', all'inizio della scorsa settimana i giornali sloveni hanno scritto."Pahor presidente del Parlamento e in coalizione con Janković". E' seguito un mercoledi' nero per Zoran Janković. Invece di appoggiare Pahor ha tentato una strada individuale e ha perso la presidenza del Parlamento. Le esitazioni tra Janković e Pahor sono andate a favore di Gregor Virant, l'esponente della destra aprendo cosi' le possibilita' di un ritorno della destra al potere, vale a dire al leader della destra, Janez Janša.

E il gioco quindi continua. Se pero' presto non accadranno cambiamenti e non si riuscira' a formare il nuovo governo, si afferma che la Slovenia potrebbe trovarsi in una situazione economica allarmante con la possiblita' del calo del reiting di interessi. Resta possibilie in questo caso anche l'ipotesi di un governo tecnico continuato dal premier dimissionario Borut Pahor nel caso i partiti politici non riescano a mettersi d'accordo. Ma non e' nemmeno da escludere che la Slovenia potrebbe tornare alle urne. Da aggiungere che Borut Pahor si trova per la seconda volta in ospedale per seri problemi di salute. Uscitone la prima volta si e' recato subito in parlamento per assistere alla elezione del presidente del Parlamento. Ma gli uomini di Janković non lo hanno sostenuto e hanno dato i loro voti a Maša Kociper. Dopo due giri di votazioni senza successo, nessuno ha ottenuto il necessario numero di voti. La delusione di Pahor e' stata evidente poiche' il suo possibile partner di coalizione gli ha votato le spalle. Proprio per questo, alla fine ha vinto facilmente Gregor Virant, un politico giovane ed istruito, molto sostenuto dall'opinione pubblica. Per un momento sembrava che potesse diventare il futuro premier. Ma poi e' venuto al scoperto che Virant aveva problemi con il pagamento di tasse e anche se aveva restituito il debito allo stato di un valore di oltre 10.000 euro, gli elettori hanno reagito penalizzandolo. Come d'un tratto aveva perso l'occasione di diventare premier, cosi' sempre improvvisamente e' stato eletto decimo presidente del Parlamento sloveno. In quanto esponente moderato della destra ha aperto la possibilita' a Janez Janša di tornare nella gara per l'incarico di premier.

Secondo le analisi di Jurica Koerbler, Zoran Janković si e' dimostrato innanzitutto inesperto. Una cosa e' essere a capo di una citta', altra cosa, afferma Koerble, e' codurre la politica nazionale. Una coalizione forte e' possibile ora soltanto con Borut Pahor. Janković e' riuscito in questi giorni difficili a raggiungere un accordo con i partner sociali per congelare i salari e le pensioni per i prossimi sei mesi. Per quanto riguarda un governo tecnico, l'ipotesi e' appoggiata dal neopresidente del Parlamento Virant ma molti in Slovenia ne sono comunque contrari. Poi ci sono anche i partiti piccoli che potrebbero essere l'ago sulla bilancia per la coalizione. Ma i cittadini sloveni sono stanchi da questi spettacoli politici: si vive sempre peggio, le aziende stanno affrontando difficolta' e ci sono sempre meno soldi.

[*] Trascrizione della corrispondenza andata in onda oggi a Radio Radicale

sabato 24 dicembre 2011

AUGURI SINCERI

Anche il 2011 è stato un anno complicato e faticoso. Spero che il prossimo vi porti tutto quello che desiderate. Si dice sempre così, è vero. E' facile e non costa nulla, ma se lo si pensa davvero è un dono prezioso. E magari si avvera. Per questo, anche in questo 24 dicembre freddo e nuvoloso, ovunque vi troviate, chiunque siate, qualsiasi cosa crediate vi auguro di tutto cuore

Buon Natale e felice anno nuovo


Merry Christmas and happy new year
Joyeux Noel et heureuse nouvelle année
Feliz Navidad y feliz ano nuevo
Frohe Weihnachten und glückliches neues Jahr
Gezuar Krishtlindjet e Vitin e Ri
Shnorhavor Amanor yev Surb Tznund
Shnorhavor Nor Daree yev Soorp Dzuhnoont
Cestit Bozic i Sretna Nova godina
Cestita Koleda! Stastliva Nova Godina
Sretan Bozic i Sretna Nova godina
Kirismes u ser sala we piroz be
Kirismes u sali nwetan le piroz be
Kalá hristoúgena ke kalí hroniá
Sreken Bozhik i srekna Nova godina
Awguri ghas-sena l-gdida
Craciun fericit si un an nou fericit
Hristos se rodi-Vaistinu se rodi-Srecna Nova Godina
Vesel bozic in Srecno novo leto
Mutlu Noeller Ve Yeni Yiliniz Kutlu Olsun

Passaggio a Sud Est si prende qualche giorno di riposo. Torneremo regolarmente on-line dai primi giorni del 2012. 
Nel frattempo potete ascoltarci su Radio Radicale sia il 29 dicembre che il 5 gennaio anche se in forma ridotta. Torneremo in onda nel nostro consueto formato a partire dal 12 gennaio.
A presto.

giovedì 22 dicembre 2011

GENOCIDIO ARMENO: PARIGI E ANKARA SULL'ORLO DELLA ROTTURA

E' crisi diplomatica tra Turchia e Francia: Ankara ha richiamato oggi il suo ambasciatore a Parigi dopo che l'Assemblea nazionale francese ha approvato una legge che punisce la negazione dei genocidi. Il provvedimento, presentato da una deputata dell'Ump, il partito del presidente Nicolas Sarkozy, con il sostegno del governo, prevede di "reprimere la contestazione o la grossolana minimizzazione" di qualsiasi genocidio con la condanna fino ad un anno di prigione e una multa di 45.000 euro. Nonostante non lo indichi esplicitamente, il riferimento obbligato, anche a causa delle posizioni più volte espresse dal presidente francese, è alla questione del genocidio armeno. Ciò ha suscitato nei giorni scorsi la dura reazione delle autorità di Ankara che hanno anche inviato due delegazioni a Parigi - una di parlamentari, l'altra di uomini d'affari - per tentare di bloccare l'iter del provvedimento. La vigilia del voto odierno è stata così segnata dalle minacce di rappresaglie diplomatiche e commerciali e dalle esortazioni dei vertici turchi, compreso un appello a Sarkozy del presidente turco Abdullah Gul che ha parlato di una legge "inaccettabile", mentre il ministro degli Esteri, Ahmet Davutoglu, ha affermato che Sarkozy aveva promesso la rinuncia al progetto direttamente al premier Erdogan. Quest'ultimo è stato a sua volta durissimo: “Quelli che vogliono vedere un genocidio dovrebbero indagare sulla propria sporca, sanguinosa storia. Se l'Assemblea nazionale francese vuole interessarsi della storia si deve anche preoccupare di fare luce su quanto avvenuto in Africa, Ruanda e Algeria”.

Ieri la portavoce del governo aveva dichiarato che la legge non è contro la Turchia e che Parigi intende mantenere le importanti relazioni che ha con Ankara. Oggi, però, prima del voto il governo francese ha indurito i toni e, per bocca del ministro per gli Affari europei, Jean Leonetti, ha definito quelle turche "minacce a vanvera" che la Francia non intende neppure prenderle sul serio. Parigi farebbe meglio però a essere un po' meno sprezzante visto che l'interscambio commerciale tra tra i due Paesi vale circa 12 miliardi di euro all'anno ed il migliaio di aziende transalpine che operano in Turchia rischiano di veder sfumare appalti ed affari in ambiti importanti come trasporti, armamenti e nucleare. Inoltre, la crisi arriva in un momento in cui l'appoggio di Ankara è indispensabile in dossier caldissimi come quello siriano e quello del nucleare iraniano, sui quali Parigi è esposta in primo piano. Ci sarebbe da interrogarsi, quindi, sul senso di un'iniziativa che, se condivisibile nello spirito e nel contenuto, appare quanto meno intempestiva e tale da giustificare il sospetto delle autorità turche che la legge nasconda in realtà solo la volontà di corteggiare la numerosa comunità armena residente in Francia in vista delle presidenziali del 2012. Un sospetto non infondato dato che già nel 2007, prima della sua elezione, Sarkozy aveva promesso l'adozione di un provvedimento del genere e che nell'ottobre scorso era tornato a definire “inaccettabile” la negazione del genocidio armeno.

LA BOSNIA SI STA DISGREGANDO: PAROLA DI MILORAD DODIK

Milorad Dodik
di Marina Szikora [*]
Nuove tensioni sulla scena politica interna in BiH e come molte volte prima, il protagonista e' ancora il presidente della Republika Srpska, l'entita' a maggioranza serba, Milorad Dodik. La sua ultimissima dichiarazione per il quotidiano di Belgrado 'Blic' fa scoppiare nuove scintille, non soltanto in Paese ma anche presso la comunita' internazionale. Settimana scorsa Dodik ha affermato per 'Blic' che la BiH si sta disgregando e che nessuno puo' aiutarla. Ha aggiunto che "la realta' parla di una BiH divisa dal punto di vista culturale, territoriale, politico e sportivo" e che l'unica a funzionare e' la moneta unica. Nell'intervista al quotidiano serbo, Dodik ha detto che l'Accordo di Dayton e' storico ma che esso non ha fermato soltanto la guerra bensi' ha istituito un nuovo sistema politico in BiH. Negli ultimi 16 anni, dalla firma di Dayton, la RS – ha osservato Dodik – ha passato un periodo dall'essere rinegata fino all'accettazione, mentre la comunita' internazionale e' andata dall'affermazione che l'Accordo di Dayton e' ottimo fino alle intenzioni oculte di modificarlo, sempre a danno della RS e per istituire la BiH come stato unitario.

Dodik rileva che "l'arroganza dei musulmani bosgnacchi nel senso politico e' cosi' evidente nei confronti dei serbi e croati che nessuno serio non crede nella possibilita' della sopravvivenza della BiH perche' l'accento della plitica musulmana in BiH e' quello di fare i conti con i croati e di farli sparire in senso politico come popolo costituente". Secondo il leader dei serbi bosniaci, la BiH "verra' divisa e sciolta naturalmente" e questo, e' dell'opinione Dodik, accadra' dipendentemente dalla costituzione, velocemente o forse anche lentamente. Il presidente della RS e' convinto pero' che la dissoluzione sara' pacifica e proprio perche' questo avvera' ritene che non c'e' nessun bisogno della formazione del Consiglio dei ministri, vale a dire del nuovo governo.

Subito sono arrivate le reazioni dall'Ufficio dell'Alto rappresentante internazionale per la BiH che rigetta questo tipo di speculazioni sulla dissoluzione del Paese. L'Ufficio dell'alto rappresentante ha invitato quindi Dodik di lavorare con altri leader politici sulla formazione del Consiglio dei ministri piuttosto di utilizzare la retorica irresponsabile e di far tornare la BiH alla regolarita' poiche' e' da 15 mesi che il paese manca di un nuovo esecutivo.

Nessun dubbio che le reazioni piu' aspre sono state quelle della comunita' islamica in BiH. Un comunicato e' stato difuso alle ambasciate dei paesi islamici in cui si propone di negare l'ospitalita' e che i politici come Milorad Dodik e quelli che lo sostengono siano proclamati persone non grate. Secondo la comunita' islamica bosgnacca i discorsi e le idee di Dodik difondono l'islamofobia e quelli che lo fanno e appoggiano, nell'interesse della pace mondiale e dell'umanesimo devono essere condannati ed isolati, si legge nel comunicato. Accusano particolarmente le dichiarazioni del presidente della RS perche' "tratta l'islam come un fattore compromittente e lo etichetta in modo spregievole". Avvertono che tali comportamenti conduranno la gente a difendersi dall'islam, perfino a fare i conti con l'islam e solleciteranno la societa' ad un odio generale e all'animosita' verso una religione globale. La comunita' islamica bosgnacca e' convinta che "una tale politica sta preparando un nuovo genocidio e persecuzioni di bosgnacchi perche' musulmani mantre tutti gli stati membri delle Nazioni Unite devono lottare contro il genocidio e tutto quello che lo possa provocare". Infine, la comunita' islamica in BiH esprime aspettative che i fattori politici rilevanti "riconoscano, condannino e fermino la poltica pericolosa, destruttiva e antiumana di Milorad Dodik" e aggiunge che e' particolarmente importante che questo sia percepito a Belgrado poiche' l'amicizia e il sostegno serbo a Milorad Dodik significa accogliere le sue dichiarazioni scioviniste e razziste e offendere l'islam ed i musulmani. Cosi' l'asprissimo comunicato della comunita' islamica in BiH.

In questo contesto, il quotidiano di Sarajevo 'Dnevni avaz' mette in evidenza la convocazione da parte del presidente della Serbia Boris Tadić di una riunione di rappresentanti serbi dai paesi della regione. Si tratta della riunione del Consiglio per i serbi nella regione balcanica e tra gli invitati ci sono il presidente della RS Milorad Dodik, il presidente del Partito indipendente democratico serbo della Croazia, Milorad Pupovac nonche' il presidente del Partito popolare socialista del Montenegro Srđan Milić. Dall'Uffiico del presidente Tadić e' stato spiegato che si tratta di una riunione regolare del Consiglio per la collaborazione con i serbi nella regione. Questo organo e' stato istituito nel dicembre 2009 a Belgrado e ha come compito "salvaguardare l'identita' dei serbi nella regione, in particolare la loro lingua". Il tema di questa riunione, come annunciato, sara' "lo sviluppo delle relazioni di buonvicinato" e "il miglioramento della posizione delle comunita' serbe".

[*] Corrispondente di Radio Radicale. Il testo è tratto dalla corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi

SERBIA: L'INTEGRAZIONE EUROPEA IN SECONDO PIANO?

di Marina Szikora [*]
I messaggi che in questo momento arrivano da Belgrado suggeriscono che la politica europea non e' piu' posizionata in alto sull'agenda dei politici in Serbia, e' la valutazione del relatore per la Serbia del PE, lo sloveno Jelko Kacin. Proprio quando la Croazia ha firmato il Trattato di adesione all'Ue, che e' un evento storico e la piu' grande sconfitta degli euroscettici nell'Ue, il prossimo paese, la Serbia, come se volesse evitare l'agenda europea, ha detto Kacin in una intervista alla Radio Europa libera. Secondo Kacin e' fuori luogo dare la colpa per il rinvio di status di candidato all'Ue in cui una stragrande maggioranza di stati membri appoggiano sinceramente e attivamente la Serbia oppure dare la colpa alla Germania. Kacin afferma che i cittadini della Serbia meritano di sentire la verita' per voce dei suoi piu' alti rappresentanti e ripete che l'Ue non ha chiesto alla Serbia di riconoscere il Kosovo. Secondo le parole dell'europarlamentare sloveno, il dibattito sulla risoluzione 1244, in occasione della presentazione di Priština alle riunioni internazionali significa "gettare inutilmente la sabbia negli occhi dell'opinione pubblica serba" e "una storia che non porta da nessuna parte". Kacin precisa in questo senso che in Serbia nessuno sa che in questo momento presso la CEFTA, che e' l'associazione di libero mercato dell'Europa centrale, il Kosovo tiene la presidenza e finora nessuna riunione, nessun evento non e' stato disdetto. Per quanto riguarda i condizionamenti alla candidatura serba per il prossimo marzo, Kacin ha detto che si chiede sempre la stessa cosa, vale a dire il dialogo con Priština inclusa l'implementazione di quanto e' stato accordato.

Il Partito liberaldemocratico di Čedomir Jovanović chiede invece una sessione parlamentare di urgenza per discutere le sfide della Serbia, una normale campagna elettorale e la formulazione di una politica che potra' ostacolare che i prossimi mesi siano "un finale della distruzione della societa'". Il presidente del Partito liberaldemocratico in un comunicato scritto ha valutato che a dieci giorni dalla decisione del Consiglio europeo, nei giorni in cui tutti i leader europei ancora una volta ripetono chiaramente quello che la Serbia dovrebbe fare per ottenere lo status di candidato, Boris Tadić e Ivica Dačić, che e' il ministro degli interni, hanno trasformato la politica in una competizione quotidiana di slogan e di ricerca di alibi per gli errori commessi. Secondo Jovanović l'opinione pubblica viene "costantemente avvelenata e confusa con illusioni sulle nuove linee rosse, tagli cesarei, revocazioni di Stalin e Churchill e storie del modello delle due Germanie". Il leader liberaldemocratico ha sottolineato che continua ad essere imposto "il falsificato che alla Serbia qualcuno dall'Europa ha consegnato nuove condizioni e che i leader serbi hanno difeso la sovranita' territoriale in Kosovo facendo riferimento alla Risoluzione 1244 che e' un atto di capitolazione della Serbia nella guerra contro il mondo in cui il Kosovo e' stato perso 12 anni fa". Jovanović avverte che la Serbia ha bisogno di una nuova politica verso il Kosovo e verso l'Ue ma anche della verita' che deve essere comunicata pubblicamente alla gente perche' si tratta dell'unica via di fare qualcosa per il paese.

Sulla questione Kosovo, il presidente della Serbia Boris Tadić propone in questi giorni l'esempio del modello irlandese e con esso spera ad un acceleramento del processo di adesione del Paese all'Ue. Tadić spiega questa sua opinione con il fatto che la Repubblica dell'Irlanda non riconosce la divisione dell'integrita' territoriale dell'isola e tuttavia e' membro dell'Ue. Rilasciando una intervista al quotidiano della macedonia 'Dnevnik', il presidente serbo ha menzionato anche altre soluzioni per le dispute territoriali in Europa, quali l'esempio del sud Tirolo. Ha rigettato la possibilita' della divisione del Kosovo e ha nuovamente invitato alla "soluzione sostenibile" per il Kosovo. "La Serbia non ha illusioni di poter restituire il Kosovo nell'ordinamento statale della Serbia cosi' come fu stato prima del 2000, ma la Serbia non rinuncia ai negoziati e alla ricerca di una soluzione sostenibile" ha detto Tadić.

La presidente del Consiglio di politica estera del Ministero degli esteri della Serbia Sonja Liht spiega che la decisione del Consiglio europeo sulla candidatura della Serbia non significa il rifiuto bensi' una candidatura condizionata. Il problema, secondo Sonja Licht, e' che la decisione presa a Bruxelles lo scorso 9 dicembre viene interpretata diversamente. Secondo le sue parole, e' indispensabile che l'aproccio statale sia flessibile e pronto a compromessi quando si tratta di integrazioni europee. La Licht si e' detta preoccupata che con le dimissioni del vicepresidente del governo incaricato per le integrazioni europee, Božidar Đelić alcuni progetti importanti in Serbia potrebbero avere problemi. Ha aggiunto che la Serbia ha anche seri problemi con gli asilanti e che l'aiuto dell'Ue in questo senso e' indispensabile.

[*] Corrispondente di Radio Radicale. Il testo è la trascrizione della corrispondenza per la puntata di oggi di Passaggio a Sud Est

CROAZIA: SI INSEDIANO IL NUOVO PARLAMENTO E IL NUOVO GOVERNO

di Marina Szikora [*]
Dopo le elezioni parlamentari in Croazia dello scorso 4 dicembre e la vittoria netta della coalizione dei quattro partiti di sinistra guidati dal Partito socialdemocratico, oggi giovedi' verra' insediato il nuovo Parlamento che dovra' confermare il governo di Zoran Milanović. Seguira' la prima sessione straordinaria del Sabor mentre invece la prima sessione regolare della settima legislatura croata si svolgera' a gennaio. Ma tra un mese, ai cittadini della Croazia spettera' un altro compito importante, quello di recarsi nuovamente alle urne per decidere sull'adesione del loro paese all'Ue. L'ultima e l'unica volta che i cittadini croati si sono recati ad un referendum e' stato nel 1991 quando hanno dovuto decidere sull'indipendenza dello stato croato.

Ospite della tradizionale trasmissione mensile della radio statale croata "un caffe' con il presidente" il capo dello stato croato Ivo Josipović ha annunciato che il referendum sull'adesione della Croazia all'Ue si svolgera' il prossimo 22 gennaio e ritiene che fino a quella data c'e' abbastanza tempo per mandare ai cittadini croati i messaggi importanti sull'adesione. La data verra' comunque decisa in Parlamento e per approvarla c'e' bisogno del due terzo di voti. Josipović ha concordato comunque che l'opinione pubblica non e' informata abbastanza sui pregi e difetti dell'ingresso nell'Ue e ha stabilito che tutte le forze devono essere indirizzate verso la conclusione del processo di adesione.

Il presidente croato ammette che ci sono mancanze legislative relative al referendum ma afferma anche che ora non c'e' tempo per alcune modifiche di legge. Ha sottolineato di non credere che ci sia qualcuno che possa pensare alla possibilita' di brogli dello stato al referendum. Per quanto riguarda la domanda referendaria, Josipović ha detto che essa deve essere semplice, tipo: "siete a favore che la Croazia diventi membro dell'Ue?". Il capo dello stato croato ha osservato che non bisogna ingannare i cittadini con dichiarazioni che l'adesione all'Ue risolvera' tutti i problemi ma ha rilevato che la membership e' una grande occasione per la Croazia: “Se si riuscira' a sfruttarla, dipende soltanto da noi”, ha detto Josipović.

[*] Corrispondente di Radio Radicale. Il testo è tratto dalla puntata di oggi di Passaggio a Sud Est

martedì 20 dicembre 2011

ELEZIONI IN SERBIA: IL 43% E' INDECISO

La prossima primavera, i cittadini serbi saranno chiamati alle urne per il rinnovo del Parlamento. Si dice che i nazionalisti siano favoriti e che il fronte europeista che ha nel presidente Boris Tadic il suo leader, uscirebbe sconfitto dal voto a causa dell'attuale crisi del Kosovo e del no del Consiglio europeo alla concessione dello status di Paese candidato all'adesione all'Ue. Eppure se si votasse oggi il 43% degli elettori non saprebbe a chi dare la propria preferenza. Lo dice un sondaggio pubblicato dal quotidiano Politika e condotto dall'agenzia Faktor Plus, tra il 10 ed il 18 dicembre. L'alta percentuale di incerti è definita "inusuale" dal direttore di Faktor Plus, Vladimir Pejic: “La gente non si fida dei partiti, c'è sempre un numero di persone indecise a ridosso della chiamata a elezioni, ma un tale livello non si registrava da tempo”.

Il campione (1200 persone in età di voto, rappresentative degli elettori) è stato interpellato anche in merito alla recente bocciatura da parte dell'Ue, della richiesta di candidatura all'adesione presentata da Belgrado, a causa della crisi aperta in Kosovo: il nuovo esame di Bruxelles è atteso tra febbraio e marzo prossimi: solo il 12% si dice ottimista in merito, mentre per il 40% la Serbia non otterrà la candidatura “in nessuna circostanza”. Il direttore di Faktor plus evidenzia sul tema un approccio di rassegnazione, quasi fatalista: “Gran parte considera in maniera realistica che la candidatura sia legata al rispetto di alcune condizioni, ma un'alta percentuale crede che (il paese) non riceverà lo status di candidato in nessun caso, riducendo la questione ad 'avremo la candidatura o non l'avremo'".

giovedì 15 dicembre 2011

DAL VERTICE EUROPEO NOTIZIE BUONE E CATTIVE PER I BALCANI

di Marina Szikora
Il testo è la trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi a Radio Radicale

Lo scorso venerdi', come ancora se ne discute, al vertice del Consiglio europeo di Bruxelles la crisi della zona euro ha raggiunto una crisi storica dell'Ue e nonostante dibattiti e tentativi di oltreppasarla, continua a mancare una soluzione definitiva. I paesi dell'Ue sono divisi in diversi gruppi con interessi, desideri e necessita' diverse. In quest'atmosfera, lo scorso 9 dicembre, sempre a Bruxelles, vi e' stata anche una notizia positiva che ad un certo punto potrebbe rappresentare una goccia di ottimismo che il tutto non e' ancora perso e che certi impegni e sforzi verso gli obblighi europei possono condurre alla conclusione di un cammino di successo. La bella notizia riguarda la Croazia e la cerimonia solenne della firma del Trattato di adesione della Croazia all'Ue alla cui hanno partecipato tutti i capi di stato o governo dei 27, tranne quello della Francia che ha preferito affidare il compito di mettere la firma sui due grandi libri al ministro per l'Europa. Un momento storico per la Croazia che ha dovuto passare un cammino lungo, faticoso e molto richiedente del processo di negoziati con l'Unione, durati oltre sei anni. Il documento firmato dai 27 a nome della Croazia e' stato firmato dal presidente Ivo Josipović e dalla premier uscente Jadranka Kosor e specifica la data del primo luglio 2013 in quanto data dell'ingresso di Zagabria a pieno titolo nell'Ue. Un momento quindi storico, ma vista la situazione globale dell'atmosfera europea, e' chiaro che in Croazia, che vive tempi di profondissima crisi economica e dell'incertezza verso il suo futuro, e' capibile che la buona notizia da Bruxelles non ha destato quell'entusiasmo che il successo europeo croato avrebbe dovuto destare.

Questa Croazia, dopo il voto del 4 dicembre ha deciso comunque per notevoli cambiamenti: con la vittoria netta della coalizione dei quattro partiti di sinistra guidati dal Partito socialdemcoratico del futuro premier Zoran Milanović i cittadini della Croazia hanno espresso il loro disaccordo e rifiuto nei confronti del potere dell'Unione democratica croata durato 8 anni e che ha visto il Paese coinvolto in numerosi scandali di corruzione e di abuso del potere, che innanzitutto cadono sulle spalle dell'ex premier Ivo Sanader ma anche di diversi altri nomi della piu' alta politica ed imprenditoria croata. Dopo che i risultati delle elezioni sono diventati del tutto definitivi, vale a dire che e' scaduto anche il termine per i ricorsi, ieri il Presidente Josipović ha affidato il mandato per la composizione del nuovo governo a Zoran Milanović il quale e' stato proposto dai vincitori elettorali, cioe' dai leader della coalizione vincente. Il governo di Zoran Milanović con il suo programma deve adesso ottenere il sostegno del Parlamento e il capo dello stato ha annunciato che la sessione costitutiva del Sabor croato verra' da lui convocata per la prossima settimana. Il futuro premier Milanović ha dichiarato che questo mandato e' un obbligo: "Ci aspetta un grande lavoro, dobbiamo tirare fuori la Croazia dalla crisi, e l'unico modo per uscire dalla crisi e' la crescita economica. Ci aspettano anche cambiamenti del sistema che negli ultimi anni ha fatto perdere la fiducia e questo e' il nostro secondo se forse non il piu' importante compito" ha detto Milanović. Ha aggiunto che la sua intenzione e' quella di far diventare la Croazia un paese piccolo ma sicuro nel quale e' molto importante che i politici si accordino sugli obiettivi fondamentali. Milanović ha promesso infine che lavorera' affinche' il maggior numero dei cittadini esca al referendum sull'adesione della Croazia all'Ue e voti per il 'Si'' perche' si tratta dell'interesse della Croazia.

La firma del trattato di adesione della Croazia all'Ue, nonostante tutto e' una buona notizia per l'Europa e per tutti quelli che hanno gli stessi obiettivi. Tuttavia, per la regione balcanica il destino, il futuro, l'orientamento, anche se si continua a dire che come primario e' quello delle integrazioni europee, sara' ancora una grande incertezza e una attesa senza traguardi concreti che sicuramente avra' implicazioni sullo scenario politico interno dei singoli paesi della regione. La Serbia i cui cittadini oggi sono sempre piu' delusi e richiedenti di sicurezza esistenziale, invece di ottenere lo status di candidato, cosa che ancora alcuni mesi fa si dava per scontata, come sappiamo ha dovuto subire il rinvio della decisione del Consiglio europeo fino a fine febbraio per poter poi, se tutto andra' come richiesto dall'Ue, ottenere lo status di candidato all'adesione a marzo del 2012. L'obbligo principale riguarda la soluzione della delicatissima questione Kosovo e il rispetto di quanto accordato nel dialogo che e' in corso tra Belgrado e Priština con l'intermediazione dell'Ue. Con la decisione che e' piuttosto una non decisione dell'Ue, c'e' il grave rischio che la forte delusione dei cittadini serbi porti verso il consolidamento delle forze politiche antieuropee e nazionaliste e che l'attuale potere di Boris Tadić che si afferma essere proeuropeo e che al suo centro ha come obiettivo l'integrazione europea, rischia di essere sconfitto dal suo principale oppositore, il nazionalista Tomislav Nikolić.

Infatti, la prima conseguenza di quanto e' stato deciso venerdi' scorso a Bruxelles, sono le dimissioni del vicepresidente del governo serbo, incaricato per le integrazioni europee, Božidar Đelić il quale ha giustificato la sua decisione con l'insuccesso di Belgrado rispetto a quello che si aspettava. In piu', Tomislav Nikolić, presidente del Partito serbo del progresso, il partito che Nikolić ha fondato dopo essersi allontanato dall'ultranazionalista Partito radicale serbo di Vojislav Šešelj, che attualmente e' sotto processo al Tribunale dell'Aja, addossa la colpa dell'insuccesso europeo al presidente Tadić e dice che la sua delusione relativa alla decisione di Bruxelles non e' indirizzata all'Ue ne' ai cittadini della Serbia ma che la massima colpa va sul conto del presidente della Serbia. Per Nikolić il rinvio dell'attribuzione dello status di candidato in effetti e' un rifiuto e secondo la sua opinione "le conseguenze le sentiranno i cittadini della Serbia mentre il governo continuera' a lavorare sotto il controllo del presidente Tadić". Nikolić afferma inoltre che non accetterebbe mai che il Kosovo abbia i suoi rappresentanti ufficiali nei forum regionali perche' "rispetta la Costituzione della Serbia".

Trovandosi a Trieste, il presidente serbo Boris Tadić, ai giornalisti italiani ha detto di sperare che la Serbia a marzo otterra' lo status di candidato ma se anche allora la decisone sara' rimandata, non rinuncera' comunque dal suo orientamento strategico proeuropeo. Rispondendo alle domande sul collegamento della via europea della Serbia e il problema con il Kosovo, Tadić ha rilevato che Belgrado e' aperta alla ricerca della soluzione per il Kosovo che possa accontentare entrambe le parti ma che non si puo' andare sotto il limite che mette a repenataglio l'integrita' territoriale della Serbia. "Potete immaginare qualche parte dell'Italia che proclami l'indipendenza e dopo questa parte venga riconosciuta da alcuni stati? Questo provocherebbe subito una instabilita' interna. Il Kosovo e' la culla del nostro paese ed e' molto importante per la nostra identita' poiche' li' ci sono i nostri monasteri medievali e questa questione naturalmente desta in Serbia di volta in volta delle scosse" ha detto Tadić aggiungendo che Belgrado cerca soluzioni che saranno sostenibili e accettabili per tutte e due le parti. Ha ribadito che la Serbia non riconoscera' l'indipendenza del Kosovo ma che in questa cornice e' possibile trovare la soluzione per le quattro questioni chiave: come proteggere la popolazione serba al sud del fiume Ibar, come salvaguardare il patrimonio statale e privato serbo nonche' i luoghi sacri della cultura e religione serba e trovare uno status speciale per i serbi al nord del Kosovo. Domandato se la decisione del Consiglio Ue di rinviare la decisione sullo status di candidato rafforzera' in Serbia le forze della destra, il presidente serbo ha detto di capire le preoccupazioni dell'Ue che e' stufa di conflitti e non vuole che la Serbia ne diventi membro importando un conflitto irrisolto. "Ma sono convinto che con la politica proeuropea anche alle prossime elezioni ripeteremo i risultati dell'ottobre 2000 quando abbiamo sconfitto le forze politiche nazionaliste che avevano tentato di allontanarci dall'Ue" ha risposto Tadić.

Sul sito della 'Deutsche Welle' che si occupa di sviluppi politici in Europa sudorientale, in particolare in ex Jugoslavia, un articolo firmato da Ivica Petrović di Belgrado racconta che la delusione e in qualche senso la rabbia sono soltanto alcune delle emozioni presso l'opinione pubblica serba dopo la decisione del Consiglio europeo. Una moltitudine di reazioni emotive e meno emotive hanno invaso i media serbi in cui i politici adesso cercano, ognuno a modo suo, di consolare in qualche modo l'opinione pubblica a causa delle notizie negative arrivate da Bruxelles. Tuttavi, scrive l'articolo, ci sono ancora abbastanza voci che avvertono che questa non e' la fine delle integrazioni europee della Serbia e che la Serbia continuera' questo processo. Jelena Milić, direttrice del Centro per gli studi euroatlantici di Belgrado, osserva che "la palla ora e' nel cortile di Belgrado, o piu' precisamente nel cortile del Partito democratico" e ritiene che in questo senso, anche il piano Ahtisaari come anche la proposta di Carl Bilt e' il massimo che la Serbia ed i serbi al nord del Kosovo potrebbero ottenere nelle date condizioni. "Penso che non c'e' molto spazio per includere i serbia al nord del Kosovo come terza parte. Penso che questo fa parte ancora delle competenze e degli accordi tra Belgrado e Priština e la comunita' internazionale. La Serbia deve capire che quanto adesso le viene offerto e che altrettanto sara' difficile realizzare, puo' scapparci se ci dimostriamo testardi e irrazionali" e' dell'opinione questa osservatrice della politica serba.

lunedì 12 dicembre 2011

CONGRESSO RADICALE: APPROVATO EMENDAMENTO SUI BALCANI

Dall’8 all’11 dicembre si è svolta a Roma la seconda sessione del 39° congresso del Partito Radicale Transnazionale (Nrptt, Nonviolent Radical Party transnational and transparty). Al termine dei lavori sono stati eletti i nuovi organi dirigenti (nuovo segretario generale è Demba Traoré, avvocato, ex deputato, dirigente del secondo maggior partito del Mali, da anni impegnato per il rispetto e la promozione dei diritti umani) ed è stata approvata una mozione generale che riassume i contenuti del dibattito e indica temi e ambiti d'azione dei radicali transnazionali.
Al testo iniziale è stato aggiunto un emendamento (a prima firma Marina Sikora, Tonino Picula, Ermelinda Meksi, Artur Nura, Bujar Dugolli) accolto dalla presidenza, che riguarda i Balcani.
Qui di seguito il testo dell'emendamento.

RISOLUZIONE GENERALE
Il 39° Congresso del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito, riunito a Roma dall’8 all’11 dicembre 2011
[...]
Ribadisce
Che le guerre e le violenze nei Balcani hanno lasciato profonde conseguenze politiche, economiche e psicologiche che ancora a lungo influenzeranno le relazioni in questa parte d’Europa.
Purtroppo i paesi balcanici sono pian piano usciti dal focus dell’Unione Europea. Ma l’annunciato ingresso dei Balcani nell’UE significherebbe trovare soluzioni alle dispute tra i paesi balcanici all’interno delle istituzioni europee.

LETTERA DEL PRESIDENTE JOSIPOVIĆ AL CONGRESSO DEL PARTITO RADICALE TRANSNAZIONALE

Cari Emma e Marco, cari amici radicali, egregi signori Ministri e rappresentanti politici dall'Europa e dal mondo,

anche in questa occasione saluto questa vostra distinta sede, il 39° congresso del Partito Radicale Nonviolento, transnazionale e transpartito. Ancora una volta, come di consueto in tutti questi anni, avete riunito i rappresentanti politici, organizzazioni nongovernative e cittadini del mondo intero. Oltre cento partecipanti non italiani sono la migliore dimostrazione della vastità delle vostre attività e del lavoro instancabile che sempre sono stati al servizio dei diritti umani e dei valori fondamentali, per il diritto e per la giustizia.

Sono passati anche venti anni dalla vostra singolare iniziativa nonviolenta contro la guerra di aggressione in Croazia e per il suo riconoscimento internazionale. Il ricordo di quei giorni rimarrà segnato per sempre nella memoria storica della Croazia.

Il vostro Congresso si svolge nel momento in cui la Croazia vive un altro successo storico: la firma dell'Accordo di adesione all'Unione Europea. Un momento di orgoglio e di conclusione con successo di un lavoro estremamente richiedente che spetta anche ad altri Paesi della regione per i quali vogliamo essere un segnale di indicazione e con i quali vogliamo costruire l'indispensabile: riconciliazione e relazioni di buon vicinato come unica garanzia di pace, stabilità e progresso, non soltanto nella regione balcanica ma anche in tutta l'Europa.

Per questa ragione e' molto importante anche il vostro contributo alla realizzazione di una storia europea di successo, come sostenitori sinceri del processo di allargamento, necessario per realizzare un' Europa come quella ideata dai suoi fondatori.

La Croazia nel suo cammino verso l'Ue è cresciuta come partner che si sviluppa con successo, che rispetta i diritti umani ed i valori europei, ma è altrettanto consapevole che il lavoro sulle riforme non è per niente finito e che ci restano ancora molte sfide. E noi abbiamo bisogno anche di quelle riforme che oltrepassano le richieste dell'Ue.

Per la Croazia, il momento dell'adesione è un successo storico, ma siamo consapevoli che la profonda crisi che colpisce questa stessa Europa, alla quale giustamente apparteniamo, chiama ad una particolare responsabilità e ci da l'occasione per contribuire anche noi alla realizzazione di obbiettivi comuni: sia per quelli che già ne fanno parte che per quelli si trovano ancora sulla via verso l'integrazione.

Siamo pronti ad aiutare soprattutto loro, con l'obbligo che le nostre relazioni bilaterali non siano mai un ostacolo per il raggiungimento dell'obbiettivo europeo.

Cari amici,

Vi auguro ancora una volta tanto successo nel vostro lavoro e l'ispirazione per realizzare le idee e le iniziative iniziate ma anche quelle nuove per il bene di ogni singola persona quale che sia il suo orientamento o la sua appartenenza, sempre a favore della democrazia e della giustizia internazionale.

Vostro
Ivo Josipović
Presidente della Repubblica di Croazia

venerdì 9 dicembre 2011

SERBIA: LETTERA DI CEDOMIR JOVANOVIC A EMMA BONINO E AL CONGRESSO RADICALE

Letter of Cedomir Jovanovic, President of Ldp (Liberalno Demokratska Partija) to Emma Bonino and the 39 congress of the Nonviolent Radical Party transnational and transparty

Cedomir Jovanovic
Dear Emma,

Thank you very much for your kind invitation to attend the second session of the 39th Congress of the Nonviolent Radical Party, Transnational and Transparty.

You know how much I admire and support the views and global campaigns of the Radical Party, such as the Universal Moratorium of the Death Penalty and a worldwide ban on Female Genital Mutilation. I also share your conviction, triggered by the events of the Arab Spring, that wider, international and global legal frameworks and jurisdictions must be established or put to use to protect and promote the Human Rights that continue to be violated at the national level even by so-called democratic regimes. In general, my views have always aspired to projects of a transnational and transparty nature that focuses in its work on the affirmation of national and international Rule of Law.

As much as it would be an honor and a privilege to attend your Congress in Rome, urgent and critical duties here in Serbia regrettably prevent me from doing so.

Allow me, in brief, to say a few words on the situation in Serbia and the Liberal Democratic Party’s efforts to bring about a “turnabout” in practically all the policies of the current government. On December 9, Serbia may or may not be granted the status of candidate nation by the Council of the European Union. The erroneous and shortsighted policies of the present government, especially as regards Kosovo, have brought Serbia to the brink of all its EU integration efforts since now there is a real possibility of not being granted even the candidate nations status (a date on the beginning of negotiations for EU accession is presently out of the question). This is all due to the misconceived and misguided actions of the Serbian government which has stubbornly insisted on a “double track policy”, namely pursuing (insincerely, if I may add) EU integration policy, side by side with a nationalistic policy towards Kosovo, regional relations and Euro-Atlantic integration, that has its roots all the way back to the Milosevic era and beyond (xenophobic and anti-European attitudes have been a mainstay of Serbia for the last 200 years). These two policies are incompatible and really present an oxymoron (as in the government, but also many opposition parties’, slogan: “Both Europe and Kosovo”).

In response to this double bind, we have formulated a new policy of “Turnabout”, asking for an about face in all the mainstay government policies towards EU integration itself, the Kosovo policy, regional policy (especially towards Bosnia, Montenegro and Croatia), implementation of EU approved legislation, the fight against corruption, etc. The Manifesto “Turnabout”, an English translation of which please find enclosed, has due to wide public acclaim and support, turned into a movement with three national parties signing (apart from LDP, the Serbian Renewal Movement of Vuk Draskovic and the Socialdemocratic Union of Zarko Korac), together with several ethnic minorities parties, the entire Serbian civil sector and NGO scene, as well as many prominent individuals from public life: authors, professors, artists and the technical intelligentsia. Let me stress that this is not an electoral coalition but a growing movement. At the same time, it has doubled our ratings.

The wave of this movement, whose expanding scope cannot as yet be determined, requires that I focus all my energy on present events in Serbia. So, once again, allow me to express my deepest regrets for not being able to attend your Congress whose topics I find so interesting. I hope that in the future, time will allow us to discuss the advanced policies of the Radical Party, Transnational and Transparty.

Warm Regards,
Cedomir Jovanović

giovedì 8 dicembre 2011

I CITTADINI CROATI SCELGONO IL CAMBIAMENTO

Zoran Milanovic, vincitore delle
elezioni e futuro premier della Croazia
di Marina Szikora [*]
La Croazia ha deciso: e' arrivato il tempo di cambiamenti. L'esito delle elezioni parlamentari per la settima legislatura del Sabor croato e' stato del tutto aspettato e atteso, la cosiddetta coalizione Kukuriku guidata dal Partito socialdemocratico ha vinto con una maggioranza netta, l'HDZ e' precipitata profondamente, mentre la piu' grande sorpresa di questa elezioni sono stati i laburisti ma anche il partito HDSSB fondato da Branimir Glavaš che attualmente sta scontando una pena carceraria a causa di gravi crimini di guerra commessi contro i serbi civili ad Osijek e nella Slavonia. Da martedi' i risultati sono anche ufficiali e secondo le informazioni della Commissione elettorale statale non sono diversi rispetto a quelli precedenti. La coalizione dei quattro partiti di sinistra (Partito socialdemocratico, Partito popolare croato – liberali democratici, Sabor democratico istriano e Partito croato dei pensionati) hanno vinto con 80 seggi e in piu' un seggio della minoranza ceca e slovacca poiche' il candidato eletto e' del HNS. L'Unione democratica croata, che e' stato il partito governativo ha ottenuto 44 mandati piu' altri tre della diaspora, HDSSB e Laburisti sei, la Lista indipendente di Ivan Grubišić due seggi e un mandato hanno vinto il Partito croato dei contadini e il Partito croato puro del diritto di Ruža Tomašić, il partito di destra. Le minoranze nazionali hanno ottenuto otto seggi: tre per la minoranza serba, uno per quella ungherese, uno per la minoranza italiana (Furio Radin), un seggio per la minoranza austriaca, bulgara, tedesca, polacca, rom, rumena, russina, russa, turca, ucraina ed ebrea, infine un mandato anche per il rappresentante della minoranza albanese, bosgnacca, montenegrina, macedone e slovena.

Dopo che a mezzanotte tra domenica e lunedi' sono stati resi pubblici i primi risultati non ufficiali, e' seguito l'intervento del capo dello stato Ivo Josipović, un discorso misurato in cui il presidente croato si e' congratulato con i vincitori ma anche con tutti i partecipanti alla corsa elettorale. Ha sottolineato che al nuovo governo spetta mettersi al lavoro e affrontare molti problemi accumulati. Alle ore 0.35 il primo discorso del futuro premier Zoran Milanović il quale ha detto: "Il mio messaggio agli opponenti politici, e a quelli che lo rimarrano dopo queste elezioni, e' che voglio che ci lavoriamo insieme per la Croazia nel Sabor, quanto questo sia possibile. La politica e' un lavoro conflittuale, ma non deve essere anche un lavoro in cui si combatte e offende. Si tratta di interessi diversi, di punti di vista diversi, di memorie diverse del passato famigliare e anche di frustrazioni. Capiamo tutto cio', vediamo e rispettiamo, ma nel prendere le decisioni per la Croazia – decideremo a nome della Croazia. Non ci saranno piu' alibi e scuse che e' una malattia vecchia croata. Per i nostri successi e per i nostri errori siamo responsablili da soli. Mettiamoci al lavoro! Possiamo anche sbagliare, ma non possiamo fermarci e deludere tutta questa gente che ci ha dato fiducia e che si aspetta molto da noi. A quelli che ci hanno votato – ringraziamo di cuore, a quelli che non ci hanno dato sostegno diciamo che ogni giorno terremo conto che saremo anche il loro buon governo!".

Il leader socialdemocratico ha aggiunto che la loro politica "sara' giusta per salari onesti e per i lavoratori onesti! Noi siamo partiti della sinistra, partiti liberali! Nel nostro cuore ci sono valori progressivi, ma rispettiamo la tradizione. Faremo il tutto affinche' la Croazia sia un posto buono e giusto per vivere, affinche' in Croazia si possa vivere bene!". Per quanto rigurda le relazioni nella regione balcanica, Milanović rileva che "verso i vicini svilupperemo rapporti di amicizia. Con quelli che sono nell'Ue in un modo, ma verso quelli che ancora non lo sono – aiuteremo loro sinceramente affinche' domani ne possano diventare parte poiche' si tratta dell'interesse croato. Di interesse per la stabilita', apertura e prosperita'". Il presidente del SDP ha rilevato che inviteranno alla collaborazione tutti quelli che pensano sinceramente e hanno idee, che ritengono di poter contribuire ma lo faranno in modo del tutto trasparente e non di nascosto. "I tempi di metodi diversi sono finiti per sempre" ha detto Milanović. Secondo le informazioni mediatiche il presidente Josipović potrebbe gia' venerdi' conferire il mandato a Zoran Milanović per la formazione del nuovo governo e sempre secondo queste informazioni il nuovo governo potrebbe ottenere la fiducia del Parlamento e prestare giuramento entro Natale. Il presidente del Partito socialdemocratico sara' cosi' il decimo premier croato dal 1990 e guidera' il 12-esimo governo della Croazia.

Zoran Milanović ha 45 anni, laureato in legge. Ha iniziato la carriera nel 1993 presso il Ministero degli esteri. Nell'anno successivo ha trascorso 45 giorni nella missione di pace nel Nagorno Karabach. Dal 1996 al 1999 lavora come consigliere alla missione croata presso l'Ue e la Nato a Bruxelles. Dal 1999 torna a Zagabria e nello stesso anno diventa membro del SDP che nel 2000 vince le elezioni parlamentari. Nel 2003, in vista della sconfitta del SDP alle elezioni successive, Milanović diventa vice ministro degli esteri. Con SDP in opposizione inizia la sua ascesa politica e nel 2004 viene eletto nel Comitato centrale del suo partito. Con le dimissioni del leader socialdemocratico Ivica Račan, poco prima della sua morte, inizia la corsa per il suo successore. Nel testo delle sue dimissioni, Račan ha chiamato i membri del suo partito a trovare nuove forze e molti in queste parole hanno concepito che il lider socialdemocratico aveva pensato proprio a Zoran Milanović. Il 2 giugno 2007 Milanović viene eletto come secondo presidente del SDP. All'epoca, i socialdemcoratici, con la scomparsa del loro leader, come una specie di memoria post mortem, ma anche con l'elezione del suo nuovo presidente, il partito ha avuto il suo massimo di popolarita'. Ma alle elezioni del novembre 2007 con pochissima differenza viene sconfitto dall'HDZ che resta al potere fino a queste elezioni.

E mentre tutto e' concentrato su quello che saranno i futuri ministri ed i primi passi del neogoverno, per Zagabria venerdi' 9 dicembre sara' una giornata particolare poiche' a Bruxelles, i due rappresentanti del paese, il capo dello stato Ivo Josipović e la premier uscente Jadranka Kosor firmeranno l'Accordo di adesione all'Ue. Dovra' seguire poi la ratifica del trattato in ciascun paese membro dell'Unione perche' la Croazia possa diventare il 28-esimo paese dell'Ue il primo luglio 2013.

[*] Corrispondente di Radio Radicale. Il testo è la trascrizione di una parte della corrispondenza per la puntata di oggi di Passaggio a Sud Est

LA SVOLTA ELETTORALE IN SLOVENIA

Zoran Jancovic vincitore delle elezioni
in Slovenia (Foto Getty Images)
di Marina Szikora [*]
Domenica scorsa, un'atro paese si e' recato alle urne. In Slovenia, una svolta inaspettata ha portato alla vittoria il sindaco di Ljubljana Zoran Janković. In un certo senso sono stati ingannati tutti i sondaggi che da tempo davano la precedenza a Janez Janša, gia' premier sloveno. Con il voto anticipato di domenica 4 dicembre, il sindaco della capitale Ljubljana Zoran Janković ha trionfato con il suo partito Slovenia positiva, votato dal 28,5 percento degli elettori, mentre il Partito socialdemocratico di Janez Janša ha ottenuto 26,3 percento. Al terzo posto il premier dimissionario Borut Pahor con 10,5 percento seguito da Gregor Virant con 8,4 percento. Le prime reazioni del vincitore sono state le sue dichiarazioni che la Slovenia ha avuto il governo di Pahor, prima quello di Janša, mentre adesso ci sara' "una Slovenia democratica". Janković ha rilevato che i cittadini vogliono un paese sociale e solidale, che vogliono "una Slovenia nuova e il bene si ricambia con il bene" promettendo anche che il nuovo governo sara' formato entro la fine dell'anno.

La campagna elettorale di Janković, questi i commenti, e' stata una campagna concentrata soltanto sul programma, senza trattare gli scandali, solo con proposte di quello che sarebbe migliore per la Slovenia. Cosi' le elezioni anticipate slovene, nella fase finale si sono trasformate in un vero dramma e con il suo esito e' stato sorpreso lo stesso vincitore Janković. La corsa si e' conclusa comunque in una maniera corretta perche' alla fine Janša si e' presentato davanti ai giornalisti e si e' congratulato con il vincitore. "Il risultato non e' quello che desideravamo. Nemmeno tale da giustificare la partecipazione dei cittadini al voto" ha sottolinato Janša non escludendo pero' nuove elezioni anticipate poiche' sara' diffiicle formare un governo solido. Ha promesso comunque che aiutera' a risolvere i problemi, quale che sia il destino del suo partito, al governo o in opposizione. Domenica sera, Janković era disponibile a parlare di tutto tranne delle coalizioni. Ma i suoi collaboratori non hanno escluso la possibilita' di formare una coalizione con Borut Pahor e Karlo Erjavec. Secondo il quarto posizionato, Gregor Virant tutte le opzioni sono aperte ed e' certo che ci saranno giorni tesi e caldi prima che la Slovenia ottenga il nuovo governo. E' curioso anche sottolineare che il maggior successo di Janković e' il fatto che soltanto in alcune settimane e' riuscito a fondare un partito e ottenere quasi 300.000 voti. Soddisfatto si e' detto anche l'ex premier Borut Pahor che infine non e' stato sconfitto in maniera pesante come si annunciava. Secondo Pahor, gli elettori alla fine hanno capito in quali difficili condizioni aveva guidato il governo.

Il vincitore e la nuova stella politica slovena Zoran Janković e' nato in Serbia e ha 58 anni. Di padre serbo e madre slovena, si e' laureato in economia a Ljubljana. Nel 2006 come candidato indipendente ha vinto il primo turno delle elezioni per il sindaco di Ljubljana. Di lui si dice di essere "il capitalista con un cuore di sinistra". Si dice anche che la sua decisione di partecipare nella corsa elettorale all'ultimo momento e' dovuta al primo presidente sloveno Milan Kučan che lo aveva sostenuto tutto il tempo.

[*] Corrispondente di Radio Radicale. Il testo è tratto dalla corrispondenza per la puntata di oggi di Passaggio a Sud Est

L'ALBANIA DI OGGI TRA MONARCHIA E REPUBBLICA

La politica albanese di fronte alla morte dell'erede al trono Leka Zogu e a quella del leader repubblicano Sabri Godo
Di Artur Nura [*]
Il 30 novembre scorso è morto il pretendente al trono albanese, Leka Zogu I. Il 3 dicembre e’ morto il Presidente dell’Assemblea di Partito Repubblicano e anche fondatore dello stesso partito repubblicano Sabri Godo. Per il pretendente al trono nato in effetti il 5 aprile 1939 due giorni prima dell’occupazione Italiana dell’Albania, alcuni voci hanno detto che fosse morto prima, ma la sua morte non era stata resa pubblica affinché passasse il 28 novembre che e’ il giorno festivo dell’indipendenza dell’Albania dall’Impero Ottomano. Per Leka Zogu il I, ufficialmente si deve essere usato il termine "pretendente al trono" ma durante il Consiglio dei Ministri, il premier della repubblica d’Albania, Sali Berisha lo ha definito "Il re degli albanesi". Certamente e' uno di quei momenti in qui si scopre che per equilibri politici si puo’ fare di tutto. Forse anche per motivi di potere! Il premier in quella riunione ha fatto sapere che la Repubblica manterra’ un giorno di lutto, istituendo anche una commissione per gestire i funerali di stato, dove a capo c’era il vice premier Haxhinasto rappresentante di un partito della sinistra Albanese. Ed e’ cosi che si e’ stato fatto, pero dopo un giorno intero di lutto nazionale, con la morte del primo Repubblicano Albanese Sabri Godo, il governo ha dovuto aggiungere anche altre due ore di lutto nazionale.

Princ Leka I, l’unico figlio dell’ex Re d’Albania, Ahmet Bej Zogu I,  doveva lasciare l’Albania, soltanto due giorno dopo essere nato, il 7 aprile 1939 passando la vita, tra la speranza di un ritorno in Albania. Mentre, suo padre Ahmet Bej Zogu I, e’ stato l'uomo che effettivamente ha costruito un vero stato unitario dell’Albania, invece Princ Leka I non ha potuto fare molto politicamente per il suo regno mai goduto. Il padre del Leka Zogu (Ahmet Zogu) fu proclamato re nel 1928, quando l'assemblea costituente decise di convertire la repubblica in monarchia. Naturalmente tutto ciò avvenne dopo accurati studi e ricerche fatti dagli storici dei tempi, sulle vere radici di nobiltà della stessa famiglia. Durante la repubblica, prima della proclamazione, Ahmet Zogu era primo ministro. L'esperienza del re Zog durò meno di 11 anni, perché il 7 aprile 1939 gli italiani occuparono l'Albania, e la corona venne consegnato il 16 aprile dello stesso mese a Vittorio Emanuele III. Leka Zogu I ha fatto il suo primo tentativo di ritorno in Albania nel 1993, dopo la caduta del comunismo Albanese. Pero, in quel tempo l’allora Presidente della Repubblica Sali Berisha lo ha respinto, formalmente perché sul passaporto rilasciato dal governo albanese in esilio era riportata la definizione "Re dell'Albania" esattamente così come è stato chiamato da Berisha dopo la morte. Nel '97, Sali Berisha, messo alle difficolta della sua politica, dopo il crollo delle piramidi finanziarie, ammise il referendum, dove ciascuno doveva esprimere la scelta tra la repubblica o la monarchia. Infatti, Il referendum sulla Monarchia fallì ad essere rispettato, e il pretendente al trono tentò una specie di rivolta, “guadagnandosi” così 3 anni di condanna in contumacia, per poi ritornare definitivamente nel 2002, dopo la proposta della maggioranza dei parlamentari ed un consenso politico tra la destra e la sinistra.

Sabri Godo era l'esempio opposto del Princ leka I e la sua famiglia reale. Sabri Godo era nato in una famiglia “antizoghista”, nipote dell'ex ministro degli Interni Ethem Toto, assassinato dal regime del Re Ahmet Zog I. La sua carriera era iniziato all’eta di 14 anni quando ha dovuto combattere contro l’occupazione fascista per un anno e mezzo, ovunque in Albania e anche in Kosovo e in Bosnia. Dopo la liberazione dell’Albania, Sabri Godo ha sposato la figlia di una famiglia rivale del comunismo e poi, uno suo zio è stato colpito dal regime comunista di Enver Hoxha. La sua vita ha dovuto fare un percorso ricco di esperienze diverse qualli hanno fatto di lui un buon scrittore. Nella sua carriera pubblicistica almeno due libri hanno lasciato tracce profonde nella letteratura e nella storia dell'Albania: "Ali Pasha Tepelena" e "Skanderbeg". Godo tornò alla politica nel mese di febbraio 1991 fondando il partito repubblicano e dopo molti anni di politica intensa e con l’avanzare dell’eta’, ha accettato essere per molti anni "presidente onorario" dello stesso partito repubblicano. Nella sua carriera politica è stato uno dei protagonisti più influenti di questi 20 anni del pluralismo politico. Nella sua vita politica, la posizione più importante è stata quella di presidente della Commissione Parlamentare degli affari esteri. Ma secondo diversi opinionisti di spicco, Sabri Godo ha prodotto una figura influente che poche persone, anche se ministri, primi ministri e presidenti non l'hanno avuto.

Al riguardo del pretendente del trono il Premier Sali Berisha gli ha concesso i funerali di stato, anzi si è espresso anche sul referendum, considerando la questione "non ancora chiusa". Ma, questo Governo di Berisha ha concesso i funerali di stato anche al Presidente d’onore del piccolo partito Repubblicano Sabri Godo che certamente se fosse vivo forse contradirebbe l’idea di considerare la questione del referendum sulla Monarchia o meno in Albania. Certamente tutto questo messa in  scena politica di Tirana potrebbe avere fini Elettorali. Il 2013 , l’anno in cui dovranno essere tenute le elezione prossime politiche, pare ancora lontano e Sali Berisha vuole dimostrarsi sicuro di vincere.  Il caso vuole che la dinastia dei Zog venga proprio dalla zona di Nord dove si possono ancora raccogliere consensi o perlomeno non perdere ciò che si hanno i partiti del centro destra principalmente il PD di Sali Berisha. Questo potrebbe essere anche la causa per cui il Partito Socialista di Edi Rama non ha partecipato al funerale del pretendente del trono Leka Zogu I, ma sul funerale del Repubblicano Sabri Godo, un partiti di alleanza governativa, hanno partecipato tutti sia della destra che della sinistra.

Il Parlamento d`Albania, con l`inizio della seduta plenaria di questo lunedì 5 dicembre, ha rispettato un minuto di silenzio per ricordare la morte di Sabri Godo, all’età di 82 anni, dopo una grave malattia. Su proposta del Ministro dell’Ambiente e leader del Partito Repubblicano Fatmir Mediu, i deputati hanno ricordato la morte dell’ex deputato Sabri Godo tutti i deputati presenti hanno fatto rispettare il suo ricordo. In pi’, tra la politica di Tirana, particolarmente tra Il PD di Sali Berisha e il PS di Edi Rama c’e’ un aria di cooperazione modesta da complimentare. La Commissione della Riforma Elettorale ha svolto gia la prima riunione, dando così ufficialmente inizio al lavoro per l`elaborazione della riforma elettorale. La commissione ha un termine di tre mesi per la realizzazione di questo processo e tutte le parti hanno espresso fiducia nei confronti dell’incontro su questo punto. In piu, nel senno del parlamento si sono approvati le leggi che avevano bisogno del consenso dei voti sia della maggioranza che dell’opposizione quali sono leggi che richiedono una maggioranza qualificata in Parlamento. Forse siamo nella strada giusta politica europea anche a Tirana (e non sono mancati i complimenti di Bruxelles), ma e’ ancora tutto da vedere.

[*] Corrispondente di Radio Radicale. Il testo è una trascrizione di una parte della corrispondenza per la puntata di oggi di Passaggio a Sud Est

mercoledì 7 dicembre 2011

CROAZIA: LETTERA DI EMMA BONINO E MARCO PANNELLA AL FUTURO PREMIER MILANOVIĆ

Marco Pannella e Emma Bonino
Caro futuro premier Milanović, cari amici della coalizione Kukuriku,

apprendendo la notizia della vostra netta vittoria, vogliamo augurare al nuovo governo che sarà alla vostra guida molto successo e lavoro di prosperità. Seppur in condizioni estremamente difficili, quando anche l'Europa sta affrontando una delle sue crisi più gravi e profonde, siamo fiduciosi che il vostro buon governamento, pronto al massimo impegno, con responsabilità e trasparenza, cosi' come promesso e atteso dai propri cittadini, possa assicurare progresso e vita migliore nella vostra ma anche nostra Croazia.

Proprio con alcuni di voi, nostri compagni di lunga strada ma anche di quella più recente, abbiamo incardinato battaglie importanti e l'amicizia e l'impegno comune vanno a pari passo sin dai tempi più difficili di un paese sotto guerra di aggressione fino all'apprestamento del giorno storico che marcherà l'ingresso della Croazia a pieno titolo nell'Ue. E' stato un percorso molto lungo e faticoso alla cui buonuscita hanno contribuito e contribuiscono tutti, ma vogliamo augurare proprio a voi vincitori odierni l'approdo all'Europa che oggi più che mai necessita anche di contributi come quello vostro. Vogliamo insieme a voi costruire l'indispensabile e quello di cui noi tutti siamo più bisognosi: l'Europa dei suoi fondatori, la Patria europea, fonte di speranza, progresso, stabilità e vera democrazia.

Buon lavoro e sappiate che noi ci siamo, con voi, come allora, cosi' anche in tutte le sfide che ci aspettano.

Un abbraccio!
Emma Bonino e Marco Pannella
7 dicembre 2011

lunedì 5 dicembre 2011

LA CROAZIA HA DECISO: E' TEMPO DI CAMBIARE

Di Marina Szikora [*]
La Croazia ha deciso: e' arrivato il tempo per cambiamenti. L'esito delle elezioni parlamentari per la settima legislatura del Sabor croato e' stato del tutto aspettato e atteso, la cosidetta coalizione Cuccuricu guidata dal Partito socialdemocratico e con altri tre partiti della sinistra ha vinto con una maggioranza netta, l'HDZ e' precipitata profondamente, mentre la piu' grande sorpresa di queste elezioni sono stati i laburisti ma anche il partito HDSSB fondato da Branimir Glavaš che attualmente sta scontando una pena carceraria a causa di crimini di guerra commessi contro i serbi civili ad Osijek e nella Slavonia. La coalizione di sinistra avra', secondo i risultati finora, 80 seggi, alla HDZ restano 47, per i laburisti 6 mandati, all'HDSSB 4. Una sconfitta pesante anche del Partito croato dei contadini, ex partner della coalizione governativa che ha ottenuto solo un mandato, mentre il Partito croato del diritto, il partito di destra non ha superato la soglia elettorale.
Dopo che a mezzanotte la Commissione elettorale statale (DIP) ha comunicato i primi risultati non ufficiali, e' seguito l'intervento del capo dello stato Ivo Josipović. Un discorso misurato in cui il presidente croato si e' congratulato con i vincitori ma anche con tutti i partecipanti alla corsa elettorale. Ha sottolineato che al nuovo governo spetta mettersi al lavoro e affrontare molti problemi accumulati.

Quindi, il primo discorso del nuovo futuro premier croato, il presidente del SDP, Zoran Milanović. Alle 0.35, in maniera decisa, rivolgendosi a tutti quelli che hanno partecipato alla festa dei vincitori nel complesso del Museo dell'arte contemporanea, ha detto "Il mio messaggio agli oponenti politici, e a quelli che lo rimarrano dopo queste elezioni, e' che voglio che ci lavoriamo insieme per la Croazia nel Sabor, quanto questo sia possibile. La politica e' un lavoro conflittuale, ma non deve essere anche un lavoro in cui si combatte e offende. Si tratta di interessi diversi, di punti di vista diversi, di memorie diverse del passato famigliare e anche frustrazioni. Capiamo tutto cio', vediamo e rispettiamo, ma nel prendere le decisioni per la Croazia – decideremo a nome della Croazia. Non ci saranno piu' alibi ne' scuse che e' una malattia vecchia croata. Per i nostri successi e per i nostri errori siamo responsablili da soli. Mettiamoci al lavoro! Possiamo anche sbagliare, ma non possiamo fermarci e deludere tutta questa gente che ci ha dato fiducia e che si aspetta molto da noi. A quelli che ci hanno votato – ringraziamo dal cuore, a quelli che non ci hanno dato sostegno diciamo che ogni giorno terremo conto che saremo anche il loro buon governo!" ha detto Milanović nel suo discorso da vincitore aprendo la festa della coalizione.

Il leader socialdemocratico ha aggiunto che la loro politica "sara' giusta per salari onesti e per i lavoratori onesti! Noi siamo partiti della sinistra, partiti liberali! Nel nostro cuore ci sono valori progressivi, ma rispettiamo la tradizione. Faremo il tutto affinche' la Croazia sia un posto buono e giusto per vivere, affinche' in Croazia si possa vivere bene!". "Non lo dico soltanto come un semplice manifesto politico ma perche' ci crediamo veramente" dice Milanović. Per quanto rigurda le relazioni nella regione balcanica, Milanović rileva che "verso i vicini svilupperemo rapporti di amicizia. Con quelli che sono nell'Ue in un modo, ma verso quelli che ancora non lo sono – aiuteremo loro sinceramente affinche' domani ne possano diventare parte poiche' si tratta dell'interesse croato. Di interesse per la stabilita', apertura e prosperita'". Il presidente del SDP ha sottolineato che "la politica e' grande, ma non e' assoluta, molti non hanno votato per noi e questo ci deve esssere da avvertimento...Inviteremo sinceramente alla collaborazione tutti quelli che pensano sinceramente e hanno idee, che ritengono di poter contribuire e lo faremo in modo del tutto trasparente e non di nascosto. I tempi di metodi diversi sono finiti per sempre".

Prima del discorso del futuro premier, i cittadini croati hanno avuto la possibilita' di seguire in diretta l'intervento della premier uscente Jadranka Kosor. Senza una minima parola di congratulazioni ai grandi vincitori, la Kosor ha parlato di "peggiori elezioni finora" elezioni in cui, secondo la presidente del HDZ non e' stata possibile per loro una corsa alla pari e che i media sin dall'inizio hanno proclamato conclusa. "Nella lotta in condizioni impossibili, contro tutti – abbiamo raggiunto un buon risultato" si e' consolata Jadranka Kosor aggiungendo che non sono alla fine soddisfatti, "ma il piu' importante e' che non sono riusciti ad umiliare l'HDZ e gettarla in ginocchio" e ha concluso che sin da questo momento iniziano a lavorare per la vittoria alle prossime elezioni".
[*] Corrispondente di Radio Radicale

ELEZIONI: CROAZIA E SLOVENIA AL CENTRO-SINISTRA

Tutto come previsto (o quasi): in Croazia vince il centro-sinistra, in Slovenia, invece... anche.

In Croazia la coalizione di quattro forze di centro-sinistra guidata dal Partito socialdemocratico (Sdp) del candidato premier, Zoran Milanovic, ha conquistato 79 dei 151 seggi di cui si compone il parlamento croato, mentre la coalizione che sosteneva la premier uscente Jadranka Kosor si è fermata a soli 47 seggi, inclusi i tre riservati alla diaspora. L'Unione democratica croata (Hdz), partito di riferimento del centro-destra, fondato da Franjo Tudjman e rimasto al potere quasi ininterrottamente dall'indipendenza del 1991, fatta eccezione per il breve periodo 2000-2003, si trova così relegata all'opposizione. La pesante sconfitta del Hdz era, del resto, ampiamente prevista da tutti i sondaggi visti gli scandali che, alla vigilia del voto, hanno visto coinvolti alti dirigenti del partito, a partire dall'ex premier, Ivo Sanader, al centro di un vasto intreccio di affari politico-finanziari per i quali è attualmente sotto processo.

Anche se la Croazia “ha votato per il cambiamento”, come titola oggi il quotidiano Jutarnij List, molti osservatori sono concordi che quello di ieri può essere considerato più un voto contro il centro-destra che a favore del centro-sinistra. E forse proprio perché consapevole di questa situazione il quarantacinquenne leader del Sdp e futuro premier, Zoran Milanovic, nel discorso della vittoria ha parlato di una “grande sfida”, di un lavoro che “è solo all'inizio” e ha voluto tendere la mano a quelli che ha definito “avversari” politici e non “nemici”. In effetti il nuovo governo deve affrontare in fretta i gravi problemi legati alla crisi economica che il Paese sta fronteggiando, con una disoccupazione che colpisce il 17% della popolazione attiva e una recessione che nell'ultimo biennio ha raggiunto il 7,2%, anche se quest'anno il Pil dovrebbe registrare una piccola ripresa dello 0,5%.

In tale quadro, Zagabria, si appresta a siglare venerdì prossimo il Trattato di adesione all'Ue, dopo la conclusione dei negoziati e il via libera delle istituzioni europee (ultimo in ordine di tempo il Parlamento europeo, qualche giorno fa). A meno di rovesci politici imprevisti sarà dunque il socialdemocratico Milanovic ad avere l'onore di portare la Croazia a tagliare il nastro dell'adesione all'Ue fissata per luglio 2013. Sarà forse per questo che la sconfitta Kosor non si è congratulata con il vincitore?

Se in Croazia l'esito del voto ha confermato analisi, previsioni e sondaggi della vigilia, la sorpresa arriva dalla Slovenia. I dati ufficiali delle elezioni anticipate svoltesi ieri in coincidenza con quelle croate, hanno infatti confermato quanto era sorprendentemente emerso dagli exit poll: Slovenia Positiva, il partito di centro-sinistra del popolarissimo (e assai ricco) Zoran Jankovic, creato appena due mesi fa in vista del voto, ha battuto, seppure di poco, il Partito democratico sloveno (Sds, di centro-destra) dell'ex premier Janez Jansa. Al terzo posto i socialdemocratici (Sd) del premier uscente, Borut Pahor che riportano, come previsto, una sconfitta che però è diventata una vera e propria disfatta precipitando dal 30,45% registrato appena tre anni fa al 10,48% di oggi.

sabato 3 dicembre 2011

ELEZIONI IN CROAZIA: LA VITTORIA DEI SOCIALDEMOCRATICI SEMBRA SCONTATA

Dopo una campagna elettorale durata appena due settimane, la più breve dall'indipendenza del 1991, la Croazia vota domani per eleggere il parlamento e di conseguenza scegliere il governo che, a meno di sorprese, la porterà nel luglio 2013 diventare il 28esimo Stato dell'Ue. Anche se il 9 dicembre sarà l'attuale premier Jadranka Kosor a firmare a Bruxelles il trattato di adesione, dopo l'ultimo e definitivo via libera dato giovedì a larga maggioranza dal Parlamento europeo, ben difficilmente sarà ancora in carica quando il suo Paese taglierà lo storico traguardo dell'adesione. Stando ai sondaggi, infatti, l'Unione democratica croata (Hdz), il partito fondato dal padre-padrone della patria, il nazionalista Franjo Tudjman, poi trasformato in un partito di centro destra da Ivo Sanader, ora in carcere per gravi accuse di corruzione, infine affidato alla Kosor, si ritroverà all'opposizione, travolto dagli scandali dopo aver guidato la Croazia per 17 dei 20 anni di indipendenza dalla Jugoslavia. La vittoria andrà ai socialdemocratici e nulla sembra poter ribaltare le previsioni dopo che, nelle ultime settimane, alcuni dei maggiori dirigenti dell'Hdz sono finiti indagati per finanziamenti illeciti, mentre parallelamente cominciava il processo a carico di Sanader, il più importante politico nazionale mai finito alla sbarra.

“Le inchieste contro l'Hdz sono il tratto distintivo di queste elezioni. Sono senza precedenti. Niente di simile è mai accaduto prima”, spiega l'esperto di comunicazione, Damir Jugo, al portale Balkaninsight e molti analisti concordano che con il ciclone giudiziario in corso, il centro-destra uscirà a pezzi dal voto. Un esito talmente scontato che ha prodotto una campagna elettorale piuttosto dimessa, nonostante le questioni poste dalla crisi economica che non ha risparmiato la Croazia. Del resto, entrambi gli schieramenti “sanno che la campagna elettorale è irrilevante, poiché la coalizione (di centro sinistra) è vincente”, dice un altro analista, Zarko Puhovski. Nonostante un quadro del genere, stando al sondaggio pubblicato da Vecernji list, il 76% dei circa 3,5 milioni di croati aventi diritto al voto - il 10% dei quali residenti all'estero, soprattutto in Bosnia - si recherà sicuramente alle urne. La vittoria del centro-sinistra, però, come ammette lo stesso probabile futuro premier Milanovic, più che sui programmi sarà “sulla fiducia”. Non precisamente una dichiarazione di forza.

venerdì 2 dicembre 2011

TELEKOM SERBIA: SU REPUBBLICA.IT L'ORDINANZA DI ARCHIVIAZIONE, MA NON I RADICALI (ITALIANI)

Dichiarazione di Giulio Manfredi (Direzione nazionale Radicali Italiani, autore del libro “Telekom Serbia: Presidente Ciampi, nulla da dichiarare? Diario ragionato del caso dal 1994 al 2003”, Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri)

Su Repubblica.It è disponibile l'ordinanza di archiviazione del Tribunale di Torino del 9 maggio 2005 sull'affaire Telekom Serbia. “La Repubblica” ebbe il merito di portare all'attenzione dell'opinione pubblica italiana l'affaire Telekom Serbia nel febbraio 2001, quasi cinque anni dopo il trasferimento di 456 milioni di euro di Telecom Italia (allora azienda pubblica, controllata dal Tesoro) nei conti correnti di Slobodan Milosevic (10 giugno 1997). Oggi “La Repubblica” ha il merito di mettere online, a oltre sei anni dalla sua emanazione, l'ordinanza di archiviazione dei giudici torinesi. Finora l'unico sito in tutta Italia a mettere a disposizione quest'importantissimo documento è stato quello dell'Associazione Radicale Adelaide Aglietta.

L'ordinanza torinese è importante perchè c'è scritto nero su bianco quello che i radicali denunciarono, da soli, nel 1997, facendo presentare dal loro unico rappresentante in Parlamento, il compianto senatore Piero Milio, un'interrogazione (n. 4-06641): “…Si è così accertato in primo luogo che l’intero prezzo pagato per Telekom Serbia giunse nella disponibilità del Governo serbo …Il risultato di questa parte dell’indagine spiega anche il motivo per il quale l’opposizione interna a Milosevic era contraria alla vendita di Telekom Serbia; e conferma altresì le dichiarazioni dell’Ambasciatore Bascone (che aveva portato a conoscenza del Ministro degli esteri Dini e del sottosegretario Fassino l’esistenza dell’affare e la contrarietà ad esso di ambienti politici serbi avversi a Milosevic). E’ infatti evidente che la disponibilità di cospicue risorse economiche da parte di quest’ultimo e l’utilizzazione di esse per scopi sociali e di sostegno all’economia si risolveva in un rafforzamento della sua posizione e in una probabile vittoria nelle elezioni che si sarebbero tenute di lì a poco, cosa che infatti poi avvenne …” (pag. 24 e 25 dell'ordinanza).

Al danno si aggiunge la beffa: l'ordinanza dedica una decina di pagine alla vicenda che coinvolge l'on. Italo Bocchino, membro della commissione di inchiesta Telekom Serbia: “…Ciò che costituisce una singolare emergenza messa in luce dalle indagini riguarda la destinazione di una parte delle risorse di Vitali (uno dei due “facilitatori” dell’affaire, ndr), a loro volta, come è stato reiteratamente chiarito, provenienti dall’affare Telekom Serbia. In effetti, Bassini (Loris, titolare di una società finanziaria di San Marino, la Fin Broker S.A., a cui il Vitali aveva affidato la gestione di 22 miliardi di lire, fra cui i compensi percepiti per l’affaire Telekom Serbia, ndr) erogò, nel corso del 2001, 1,8 miliardi di lire ad una società, Goodtime Sas, di cui socia accomandataria era Gabriella Buontempo, moglie dell’on. Italo Bocchino, successivamente componente della commissione d’inchiesta Telekom Serbia; e 2,4 miliardi di lire alla società Edizioni di Roma, di cui socio e Presidente del Consiglio di Amministrazione era lo stesso on. Bocchino…” (pag. 30 dell'ordinanza).

Il proibizionismo sulla conoscenza da parte dei cittadini italiani degli atti inerenti l'affaire Telekom Serbia è stato oggi incrinato. Continua invece implacabile il proibizionismo de “La Repubblica” su quello che i radicali fecero, dal 1997 in poi, per denunciare un'operazione vergognosa politicamente e disastrosa economicamente: nel 2002, per ogni 100 euro investito in Telekom Serbia, Tronchetti Provera ne riporterà a casa 43.

giovedì 1 dicembre 2011

LA VISITA DI EMMA BONINO A BELGRADO

Reportage di Marina Szikora per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi a Radio Radicale

Nell'ambito dei viaggi e appuntamenti politici dei leader del Partito radicale nonviolento, transnazionale e transpartito in vista del prossimo Congresso che si terrà dall'8 all’11 dicembre, Emma Bonino ha visitato Belgrado. Un’occasione importante per conoscere' l'attuale situazione difficile della Serbia, in cui va sottolineato, siamo già nell'atmosfera preelettorale. Belgrado in questo momento guarda al prossimo appuntamento dei vertici europei che sull'agenda del Consiglio fissato per il 9 dicembre dovrebbe avere anche la decisione se la Serbia avrà ufficialmente lo status di candidato all'adesione. Allo stato attuale, questa decisione è in grande forse e la notizia negativa da Bruxelles potrebbe ulteriormente destabilizzare la scena politica interna della Serbia. L'ostacolo serio per l'approvazione dello status è la posizione ferma della Serbia verso il Kosovo e il proseguimento delle tensioni al nord, dove la maggioranza serba non riconoscendo le istituzioni kosovare e trovandone appoggio a Belgrado, da mesi innalza barricate ai confini amministrativi.

L’incontro di Emma Bonino con Čedomir Jovanović
In questo quadro politico, la leader radicale Emma Bonino ha incontrato Čedomir Jovanović, presidente del Partito liberaldemocratico e promotore dell'iniziativa, vale a dire del manifesto chiamato 'Svolta' con il quale Jovanović è riuscito a trovare sostegno di altri politici, quali ad esempio Vuk Drašković, presidente del Movimento per il rinnovamento serbo (SPO), intellettuali, personalità del mondo culturale, rappresentanti di organizzazioni nongovernative e che chiede alle autorità della Serbia di cambiare definitivamente la politica ufficiale serba nei confronti del Kosovo. Il leader liberaldemocratico è conosciuto da lungo tempo come l'unica vera voce nel mondo politico serbo che riconosce la necessità della svolta nei confronti del Kosovo e chiede apertamente al presidente serbo Boris Tadić di fare un gesto serio verso i cittadini della Serbia ammettendo che il Kosovo è stato perso ancora dal regime di Slobodan Milosević e che la situazione odierna ne è solo la conseguenza di questa politica di gravi errori. Jovanović vede il cammino europeo come priorità assoluta di Belgrado, appoggia la necessità di un dialogo serio con Priština a fin di stabilire relazioni di progresso e buon vicinato per garantire pace, stabilità e democrazia nella regione balcanica e tutto ciò seguendo quanto definito dal piano di Marty Ahtisaari che offre la soluzione migliore per i serbi in Kosovo. Nel suo colloquio con Emma Bonino, Jovanović si è detto preoccupato dell'esito a Bruxelles il prossimo 9 dicembre avvertendo che la risposta negativa da parte dell'Ue relativa allo status di candidato della Serbia sarebbe una minaccia seria alla stabilità dell’attuale governo pro europeo e porterebbe quasi sicuramente alle elezioni anticipate in cui, secondo le valutazioni, l'opposizione guidata da Tomislav Nikolić, presidente del Partito serbo del progresso (SNS) ha grandi possibilità di vincere. Va sottolineato che Tomislav Nikolić già il vice dell'ultranazionalista Partito radicale serbo guidato dall'imputato dell'Aja Vojislav Šešelj, staccandosi da questo partito ha fondato lo SNS, attualmente il maggiore partito di opposizione che ha buone possibilità di vincere le prossime elezioni.

L’incontro di Emma Bonino con Nataša Kandić
Tra gli incontri di Emma Bonino anche quello con Nataša Kandić, prestigiosa rappresentante della società civile serba, direttrice del Fondo del diritto umanitario e promotore dell'iniziativa per RECOM che vuole l'istituzione di una commissione regionale per far luce sulla verità delle guerre degli anni novanta in ex Jugoslavia e per stabilire i dati di tutte le vittime: croate, bosniache, kosovare e serbe. E' seguito poi un incontro con un altro nome molto conosciuto in Serbia sempre nell'ambito delle organizzazioni per i diritti umani - Sonja Licht, direttrice del Fondo per l'eccellenza politica e attualmente presidente della Commissione per la politica estera del presidente Boris Tadić. A fine della sua permanenza a Belgrado, Emma Bonino ha incontrato il presidente della Serbia Boris Tadić. Anche questa è stata l'occasione per approfondire la complicata situazione politica in Serbia nel contesto europeo e in relazione della questione Kosovo. Va sottolineato che il presidente Tadić anche se convinto che il cammino della Serbia deve essere quello europeo non rinuncia alla ferma posizione serba che rifiuta il riconoscimento dell'indipendenza unilaterale di Priština. Tadić ha assicurato il contributo serbo a fin di trovare soluzioni nei ripresi colloqui tra Belgrado e Priština. Il prossimo appuntamento dovrebbe essere questa settimana. Al tempo stesso il presidente serbo si è detto deluso dell'incomprensione da parte dell'Europa della situazione nei Balcani. Emma Bonino, accompagnata dall'ambasciatore italiano a Belgrado, Armando Varricchio, ha sottolineato che l'Ue vuole la Serbia nel suo ambito ma che il ruolo della Serbia è altrettanto indispensabile nella regione. Ha puntato sull'importanza delle iniziative coraggiose dei due presidenti, quello croato Ivo Josipović e del presidente serbo Tadić di cui siamo stati testimoni da quando Ivo Josipović ha assunto l'incarico di capo dello stato croato e ha indicato il particolare valore del proseguimento e approfondimento di tali iniziative che sono l'unico modo per garantire pace e stabilità nella regione ma al tempo stesso in Europa nel suo complesso.

Anche Vuk Drašković appoggia la “Svolta” sul Kosovo
Come detto, il manifesto promosso da Čedo Jovanović e dai liberaldemocratici ha trovato sostegno anche di alcuni altri politici, come ad esempio Vuk Drašković. In difesa dell'iniziativa, Drašković afferma che 'la Svolta' non significa rinunciare al Kosovo bensì accettare la realtà di costruire una politica che proteggerà in modo efficace i diritti dei serbi in Kosovo. Questa politica deve altrettanto salvaguardare il patrimonio culturale e storico nonché spirituale, dice il leader del SPO in una intervista al giornale serbo 'Pres'. Per attuare una tale politica, spiega Drašković, il più grande ostacolo è il preambolo della Costituzione che spinge inevitabilmente la Serbia nella guerra. E' necessaria – è dell'opinione Drašković – la sua modifica poiché vi è uno squilibrio tra la realtà in Kosovo e il preambolo costituzionale. Il politico serbo precisa che la Costituzione serba afferma che il Kosovo è una regione all'interno della Serbia e che bisogna salvaguardare la sovranità su questa regione. Ma la realtà in Kosovo è tale che non vi è nessuna autorità dello stato serbo. Questo deve essere risolto, rileva Vuk Drašković e ritiene che bisogni dire al popolo della Serbia che per accordare la realtà con il Kosovo e la Costituzione bisognerebbe istituire in Kosovo la sovranità della Serbia. Ciò è possibile soltanto con la guerra premesso che la guerra sia vinta. Siccome questa guerra sarebbe tragica sia per lo stato che per l'intero popolo, resta solo l'unica soluzione ragionevole, vale a dire che anche se non riconoscendo l'indipendenza del Kosovo con questo Kosovo siano stabiliti i migliori rapporti economici, commerciali, culturali e altro. In più che sia dedicata massima attenzione alla salvaguardia del popolo serbo in Kosovo e del patrimonio culturale, precisa Drašković. Secondo la sua opinione, anche il nord del Kosovo nel dialogo tra Belgrado e Priština, con la mediazione dell'Ue, sicuramente potrebbe vincere un tasso speciale di autonomia come quello del Sud Tirolo. Drašković spiega che la sua alleanza con Čedomir Jovanović potrebbe essere anche una linea di coalizione elettorale che potrebbe essere un movimento popolare per non spegnere le luci europee in Serbia e che alle prossime elezioni non avvenga un'altra svolta – quella verso gli anni novanta. Drašković precisa altrettanto di essere in buoni rapporti con il Partito democratico di Boris Tadić, che lo SPO è parte della coalizione governativa "Per la Serbia europea" ma che sarà tragico se non si avrà lo status di candidato. "E' impossibile spiegare al popolo che la coalizione che porta questo nome abbia portato il paese fino alla chiusura delle porte verso l'Ue" conclude il presidente dello SPO.

Le nuove tensioni nel nord del Kosovo e le ripercussioni sulla candidatura serba
Il nuovo incidente tra i serbi locali alle barricate sulla via verso il posto di confine Brnjak verso la Serbia, nel villaggio Jagnjenici è accaduto nel momento in cui le forze della KFOR hanno deciso di togliere le barricate e due soldati della KFOR sono stati feriti da armi da fuoco. Il presidente Boris Tadić ha lanciato un appello in cui ha chiesto alla KFOR, EULEX e ai rappresentanti politici dei serbi di calmare immediatamente la situazione e la garanzia della libera circolazione esclusivamente attraverso il dialogo e senza ricorrere alle violenze. Il capo dello stato serbo ha avvertito che l'escalazione del conflitto mette a repentaglio 'gli interessi vitali della Serbia' e diminuisce la possibilità di una soluzione di compromesso e sostenibile in Kosovo.
L'escalation del conflitto al nord del Kosovo diminuisce le possibilità della Serbia in vista della decisione del 9 dicembre, scrive il quotidiano 'Večernje novosti' e aggiunge che è sempre più reale che la decisione verrà spostata per marzo o aprile prossimi. Secondo il giornale serbo attualmente non ci sono molte probabilità per dare il segnale verde alla candidatura, ma è anche più probabile che non prevalga la posizione dura della Germania che sostiene un categorico 'no' alla candidatura di adesione di Belgrado. Quali saranno le posizioni della Serbia per il giorno di attesa si saprà già praticamente il prossimo 5 dicembre quando si riuniranno i capi di diplomazia dei stati membri dell'Ue. "Un gran numero di paesi appoggia la nostra candidatura, ma alcuni stati hanno posto la condizione che sia raggiunto un avanzamento aggiuntivo nei colloqui con Priština, nonché che sia attuato quanto finora accordato" ha detto da Bruxelles Božidar Đelić, vicepremier serbo incaricato per le integrazioni europee dopo il suo incontro con i rappresentanti permanenti degli stati membri. Dal governo serbo affermano che i ministri nei prossimi giorni continueranno l'offensiva diplomatica in Europa per assicurare il consenso di tutti i 27 paesi membri dell'Ue alla candidatura serba.