giovedì 27 febbraio 2014

PUSIĆ E VUČIĆ: IL PASSATO QUESTIONE DELLA CORTE, LA COLLABORAZIONE COMPITO DEL PRESENTE E DEL FUTURO

Le accuse reciproche tra Croazia e Serbia sui crimini di guerra stanno per arrivare davanti alla Corte internazionale di giustizia dell'Onu

Di Marina Szikora
La Serbia e la Croazia, attraverso le reciproche cause per genocidio davanti alla Corte Internazionale di Giustizia delle Nazioni Unite all’Aja risolveranno i problemi del passato, mentre la politica attuale e le relazioni tra Zagabria e Belgrado guarderanno al presente el futuro. Questa la valutazione comune della vicepresidente del governo croato e ministro degli Esteri e affari europei, Vesna Pusić, e del vicepremier uscente serbo Aleksandar Vučić a seguito del loro incontro lunedi’ a Belgrado.”Quali che siano gli sviluppi all’Aja, concordiamo che si tratta di risolvere i problemi del passato, mentre il nostro lavoro e’ quello di prenderci cura del presente e della vita della gente adesso e nel futuro”, ha sottolineato Vesna Pusić alla conferenza stampa congiunta. Aleksandar Vučić da parte sua ha rilevato che entrambi i paesi si impegneranno comunemente e faranno tutto il possibile affinche’ i problemi del passato non “avvelenino le relazioni bilaterali e il fatto che le vicende del passato si vedano in modi diversi”, la Croazia in un modo, la Serbia nel modo del tutto diverso.

Quello di lunedi’ è stato il terzo incontro tra Pusić e Vučić nell’arco di 11 mesi e si è tenuto ad una settimana della prima udienza nella cause per genocidio mosse, l'uno contro l'altro, dai due Paesi davanti alla Corte di Giustizia dell’Aja. La ministro Pusić ha ricordato che “ci sono stati la volonta’ e gli sforzi” affinche’ i problemi dei procedimenti si risolvessero in un modo diverso ma “purtroppo questo non si e’ riuscito a fare, le precondizioni non sono state adempiute”. Una delle condizioni chiave per la Croazia e’ la questione delle persone scomparse e qui non ci sono stati passi avanti. Pusić ha valutato che le quattro settimane di illustrazione delle prove davanti alla Corte dell’Aja non saranno per niente piacevoli, ma le autorita’ sia di Belgrado che di Zagabria non devono permettere che quest’atmosfera si trasferisca sulle attuali relazioni tra i due Stati.

Anche Vučić concorda che le argomentazioni “non devono alzare le tensioni e le passioni” tra i cittadini dei due Paesi. Confermando che non e’ stato raggiunto un accordo sul ritiro delle accuse perche’ “secondo la Croazia le condizioni non sono adempiute” mentre la Serbia afferma di “aver fatto il tutto possibile e che altri dati non ha potuto trovare e consegnare”, Vučić ha sottolineato che per le generazioni giovani “e’ sbagliato entrare nel processo davanti alla Corte Internazionale di Giustizia poiche’ esse non hanno una catarsi da attraversare”. Le due parti concordano di avere la responsabilita’ per la stabilita’ dei loro Paesi ma anche dell’intera regione poiche’ entrambi hanno scelto la via europea e le riforme. Vučić ha informato che a questo incontro la Serbia ha consegnato alla Croazia 38.439 registrazioni aeree che dovrebbero servire per la legalizzazione degli edifici costruiti illegalmente in Croazia. Pusić ha spiegato che la Croazia apprezza molto questo gesto di Belgrado poiche’ servira’ ad aiutare a risolvere oltre 800.000 richieste di legalizzazione.

Il vicepremier serbo ha ammesso che la parte serba non ha rispettato una delle precedenti promesse che riguarda la stampa dei libri in lingua materna per gli allievi della comunita’ croata in Serbia. A tal proposito ha promesso di impegnarsi personalmente affinche’ questo problema sia risolto al piu’ presto possibile. In compenso, Vučić ha chiesto alla sua ospite croata maggiore collaborazione per quanto riguarda la sistemazione dei profughi serbi e il rispetto dei diritti dei serbi al cirillico in Croazia. Vesna Pusić ha ribadito che nel contesto del processo di integrazione europea della Serbia, Zagabria avra’ le stesse posizioni: pieno sostegno nel processo ma anche richiesta di implementare e rispettare gli standard europei. “Tutto quello che non e’ parte del processo di integrazione europea verrà risolto bilateralmente“, ha rilevato Pusić.

Alla conferenza stampa congiunta, inevitabile e’ stata la domanda della posizione croata e serbia relativa alla situazione in Bosnia Erzegovina. Pusić e Vučić hanno sottolineato che per entrambi i Paesi e’ importante la pace nella regione. Secondo la ministro Pusić la questione di una terza entita’ in Bosnia Erzegovina, vale a dire quella croata separata da quella bosgnacca, non e’ all’ordine del giorno della politica croata, ma e’ invece un modello di stabilizzazione della situazione in Bosnia Erzegovina. La Croazia ne e’ responsabile anche in quanto membro dell’Unione Europea, ha rilevato Pusić.

Testo tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 27 febbraio a Radio Radicale

CROAZIA: I PARTITI DI GOVERNO ALLA PROVA DELLE ELEZIONI EUROPEE

Di Marina Szikora
“Il Partito Socialdemocratico resta il cuore dei buoni cambiamenti. Andiamo verso una nuova vittoria. Non tradite la fiducia della gente di cui ancora godiamo. Questi sono i tempi delle frustrazioni, dell’odio, delle parole aspre che spesso sono ad un passo dal golpe o dalla piazza. Noi ci meritiamo ancora la fiducia della gente e la fiducia resta la parola chiave“. Questo il messaggio del premier socialdemocratico croato Zoran Milanović alla convenzione del suo partito svoltasi sabato scorso a Zagabria. Parole che dovrebbero essere ancora convincenti in un clima di profonda delusione e grave crisi economica in cui si trova il Paese da meno tempo membro dell’UE. Parole queste che dovrebbero difendere l’attuale governo giunto alla meta’ del suo mandato e che avra’ una grande prova della fiducia dei cittadini al prossimo appuntamento elettorale che sara’ quello delle elezioni per il Parlamento Europeo a fine maggio.

Il principale messaggio del premier alla convenzione e’ che l’SDP con i suoi partner di coalizione e’ riuscito a proteggere la coesione sociale in Croazia, mentre gli altri, e per “altri”, anche se non nominati, si intende il maggiore partito di opposizione, l’HDZ, dichiarano di essere pronti per il grande rovesciamento. “Non spaventatevi dai racconti di una rivoluzione liberale”, ha detto Milanović promettendo che l’SDP resta fedele ai valori civici e sociali. Con i partner di coalizione, ha osservato il premier croato, si e’ realizzata una collaborazione buona, attiva e trasparente, i disaccordi sono a livello di errori statistici. A confermarlo e’ stata la vicepremier e ministro degli Esteri, presidente del Partito popolare croato – Liberali democratici, Vesna Pusić, che ha qualificato questo governo come il migliore finora a guida della Croazia.

Come detto, la prima grande prova per sentire chiaramente la voce dei cittadini della Croazia saranno le prossime elezioni europee. E non sara’ facile. Entrambi i maggiori partiti, l’SDP e l’ HDZ, secondo i sondaggi, negli ultimi mesi si trovano quasi alla pari nelle intenzioni di voto: l’SDP gode attualmente di un sostegno attorno al 23 per cento mentre l’HDZ è tra il 20 e il 21 per cento. L’HDZ si dice convinta che in caso di vittoria sarebbe allora l’occasione giusta e buona per richiedere le elezioni anticipate. Per i partiti, sia quelli che governano che quelli dell’opposizione, sara’ comunque battaglia dura, ma per i cittadini la preoccupazione principale e’ come fronteggiare  l’esaurimento dovuto alla troppo lunga crisi economica di cui non si intravede ancora la via d’uscita e nella politica ci credono ben poco.

Testo tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 27 febbraio a Radio Radicale

UNA SOLUZIONE EUROPEA PER LA BOSNIA ERZEGOVINA

Di Marina Szikora
Dopo il fallimento del tentativo di raggiungere una soluzione per l’implementazione della sentenza “Sejdić-Finci” della Corte europea per i diritti dell’uomo, condizione chiave per sbloccare il percorso di integrazione europea della Bosnia Erzegovina, durante il suo incontro con i rappresentanti politici del Paese, il commissario europeo all’Allagramento, Stefan Fuele, ha lasciato il compito irrisolto alle istituzioni locali. La sentenza della Cedu riguarda la modifica della Costituzione che concede a coloro che non dichiarano alcuna appartenenza etnica o appartengono a una minoranza etnica diversa da uno dei tre “popoli costituenti” (bosgnacchi, croati e serbi), la possibilita’ di costituirsi in gruppo indipendente nel parlamento. Tuttavia, la Commissione Europea continua a ribadire che non e’ finito il suo impegno per il benessere del Paese e dei suoi cittadini.

Il portavoce del commissario Fuele, Peter Stano, afferma che senza l’implementazione della sentenza “Sejdić-Finci” la BiH non puo’ avanzare sulla via europea perche’ senza adempiere questa condizione non puo’ presentare una richiesta credibile per l’adesione all’Unione come nemmeno attuare l’Accordo di stabilizzazione e associazione. L’Asa e’ a sua volta importante per mettere in moto l’intero processo politico ed economico tra il potenziale candidato e l’Unione Europea, ha precisato Stano. E’ il primo importante passo sulla via verso l’Ue ed esso, nel caso della Bosnia Erzegovina, non puo’ accadere senza l’applicazione della sentenza della Cedu, ovvero finche’ il paese viola i suoi obblighi internazionali, ha detto il portavoce Stano.

Bruxelles si dice preoccupata poiche’ il processo di integrazione europea della Bosnia Erzegovina sta diventando sempre piu’ lento e complicato. Pero’ la Commissione, queste almeno le informazioni, attualmente sta esaminando tre iniziative per la Bosnia. La prima sarebbe focalizzata su una migliore governabilita’ dell’economia del Paese: questa iniziativa dovrebbe essere presentata tra breve a Londra e in questo senso, la Commissione intende aiutare la Bosnia a preparare un programma nazionale delle riforme economiche in risposta ad un mercato di lavoro che non funziona, per un migliore coordinamento della politica economica e fiscale nonche’ per migliori condizioni agli affari. La seconda iniziativa della Commissione sarebbe la formazione di un comune gruppo di lavoro UE-Bosnia al fine di accelerare l’implementazione dei progetti che l’Unione finanzia nel Paese: l’obiettivo sarebbe quello di risolvere in modo piu’ veloce e visibile i problemi economici e sociali in Bosnia. Infine, la terza iniziativa riguarda l’ampliamento dell’attuale dialogo strutturale nel settore della giustizia: questa volta l’iniziativa sarebbe focalizzata sulla lotta alla corruzione.

Testo tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 27 febbraio a Radio Radicale

"QUI TIRANA": LA CORRISPONDENZA DI ARTUR NURA

Gli argomenti della corrispondenza di Artur Nura andata per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi a Radio Radicale.

Albania
Le manifestazioni dell'opposizione contro il governo presieduto dal leader socialista Edi Rama. Il centro-destra minaccia il boicottaggio dei lavori parlamentari come nella precedente legislatura avevano fatto i socialisti contro il governo di Sali Berisha.

Kosovo
L'elezione del sindaco di Mitrovica Nord e il rischio di un nuovo scontro politico tra Belgrado e Pristina sul voto dei serbi del Kosovo alle elezioni serbe del prossimo 16 marzo.

Macedonia
Alle prossime elezioni presidenziali il presidente uscente Georgi Ivanov potrebbe ripresentarsi per un secondo mandato. Gli altri possibili candidati per le elezioni del 13 aprile.


PASSAGGIO IN ONDA

E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 27 febbraio 2014.
La trasmissione e' ascoltabile direttamente qui oppure sul sito di Radio Radicale.



Sommario della trasmissione


Macedonia/Fyrom: le prossime elezioni presidenziali del 13 aprile, la ricandidatura del presidente uscente Giorgi Ivanov e gli altri possibili sfidanti.

Albania: il duro scontro tra il governo di centro-sinistra di Edi Rama e l'opposizione di centro-destra e il rischio di una nuova paralisi dell'attività parlamentare come già avvenuto, a parti invertite, nella precedente legislatura.

Kosovo: dopo l'elezione dell sindaco di Mitrovica Nord, avvenuto senza problemi al quarto tentativo, si delinea un nuovo scontro tra Belgrado e Pristina sulla partecipazione dei serbi del Kosovo alle elezioni serbe del 16 marzo.

Croazia: il passato e il futuro delle relazioni con la Serbia nella visita del ministro degli Esteri croato Vesna Pusic a Belgrado e in vista dell'udienza del 3 marzo davanti alla Corte internazionale di giustizia; le prossime elezioni di maggio per il Parlamento europeo.

Bosnia Erzegovina: alla ricerca di una soluzione europea per evitare il blocco del processo di integrazione europea a causa del caso Seidic-Finci.

L'apertura è dedicata al nuovo governo italiano, ai riferimenti (scarsi) alla politica estera nel discorso programmatico del presidente del Consiglio Matteo Renzi e la mancata conferma di Emma Bonino al ministero degli Esteri.

Nel corso della trasmissione anche lo spazio di informazioni economiche sull'Europa centro e sud orientale realizzato in collaborazione con il portale RassegnaEst.com.

La trasmissione, con le corrispondenze di Marina Szikora e Artur Nura è ascoltabile direttamente qui



domenica 23 febbraio 2014

RENZI, IL PD E LA VIGLIACCHERIA DI SCARICARE EMMA BONINO

"Ci sono almeno tre forti ragioni per essere molto delusi dalla scelta di non confermare Emma Bonino agli Esteri. Una è che Bonino è uno dei politici più onesti e competenti sugli Esteri che ci sono in Italia, e azzerare il suo lavoro è una vera sciocchezza, così come lo è smettere di approfittare della sua capacità e impegno. La seconda è che c’è un solo ministero in cui esperienza e rispettabilità sono decisivi e prevalenti sul rinnovamento, e non un alibi vuoto come per altri ruoli; e un solo ministero in cui l’Italia non abbia bisogno di approcci innovativi e sovversivi rispetto a passati fallimentari: ed è il ministero degli Esteri. Lo dico con stima per Federica Mogherini, che penso capace di molto: ma se si pensa al semestre europeo, all’Ucraina, ai marinai in India – per dirne solo tre – scegliere tra Bonino e Mogherini è come scegliere tra un fiammifero e un garofano quando si deve accendere un fuoco. La terza ragione è quella meno concreta e più sgradevole: ed è che anche Matteo Renzi si sia inserito – lo sta facendo sempre più spesso – in un deprecabile solco della politica italiana e della politica di sinistra. Ovvero dare peso al potere contrattuale degli apparati politici piuttosto che alle qualità individuali: e ottenere che ne faccia le spese Emma Bonino, che non conta niente, non la protegge nessuno e non serve a ottenere niente. In questo caso, dovendo Renzi mostrare rinnovamento rispetto al governo Letta non ha però rimpiazzato tre ministri alfaniani; né ha rimpiazzato tre ministri del PD, che pure si dimostrano così indispensabili da essere stati rimescolati in ministeri a piacere (e di uno dei quali a suo tempo aveva opinioni condensate nella definizione di “vicedisastro”). Ha invece scaricato quel che era facile scaricare, e che il PD va scaricando da anni in mille diverse repliche: una tradizione. Una vigliaccheria, in senso tecnico.
(Colmo di paradosso: quello che ha combinato il disastro Shalabayeva resta ministro, dopo che Renzi ne aveva suggerito le dimissioni; quella che ha riportato Shalabayeva viene scaricata)."


Luca Sofri, "Andiamo avanti tranquillamente", www.wittgenstein.it, 21 febbraio 2014

venerdì 21 febbraio 2014

BONINO: LE DECISIONI DELL'UNIONE EUROPEA SULL'UCRAINA

L'intervento del ministro degli Esteri Emma Bonino questa mattina al notiziario di Radio Radicale sulla crisi in Ucraina e le decisioni del consiglio d'emergenza dei ministri degli Esteri dell'Unione Europea che si è tenuto ieri a Bruxelles.



giovedì 20 febbraio 2014

BOSNIA: UNA CRISI SENZA VIA D’USCITA?

Gli inviati di UE e USA a Sarajevo cercano di far ripartire il processo di integrazione europea

Di Marina Szikora
Le proteste in Bosnia-Erzegovina proseguono, anche se in modo molto meno chiassoso. La settimana scorsa, intellettuali e attivisti di diversi Paesi hanno mandato una lettera aperta di sostegno alle richieste dei cittadini che stanno protestando. Si tratta di scrittori, docenti universitari, economisti, filosofi e attivisti sia di paesi dell’Ue che dell’Europa sudorientale ma anche dell’oltre oceano. L’appello e’ stato pubblicato in contemporanea sul “New York Times”, sul britannico “Guardian”, sul webmagazine croato “Tportal”e, in Italia, sul “Manifesto”. A differenza di questo sostegno ai manifestanti della Federacija (l'entità croato-bosgnacca), nella Republika Srpska, l’entita’ a maggioranza serba, vi sono state delle “contro-manifestazioni” a sostegno del governo. A Bijeljina i manifestanti hanno perfino inneggiato all’ex generale serbo-bosniaco Ratko Mladić, attualemente sotto processo all’Aja in quanto uno dei principali criminali di guerra degli anni novanta. Secondo il presidente della RS, Milorad Dodik, le proteste sono un fenomeno dei musulmani bosniaci il cui vero obiettivo e’ quello di destabilizzare la RS. Questa tesi per molti nell’entita’ a maggioranza serba trova terra fertile e nonostante la poverta’ prevale ancora l’orgoglio nazionale. Mancare a questo sentimento significa essere considerati dei traditori, ma in realta’ i sintomi della crisi economica sono piu’ che presenti anche nella RS e altrettanto evidente sono la svendita del patrimonio pubblico e la disoccupazione.

A Sarajevo, intanto, sono quasi quotidiane le riunioni del ‘plenum dei cittadini’ nelle quali si cerca di articolare le richieste dei manifestanti, ma esse per ora sono sostanzialmente richieste di dimissioni delle autorità e di istituzione di nuovi governi cantonali formati da tecnici. Parallelamente la polizia della Federacija continua ad indagare sull'origine delle violenze di piazza giudicate del tutto ben organizzate. Secondo il capo della polizia della Federazione di Bosnia-Erzegovina, Dragan Lukač, e’ certo che tra la moltitudine di persone che hanno preso parte alle proteste ci fossero in maggioranza quelli che sono insoddisfatti della loro condizione economica, ma non sono loro, afferma Lukač, ad aver commesso reati. “Si tratta di una struttura del tutto diversa che e’ stata inserita tra la massa dei manifestanti, non per manifestare bensi’ con un obiettivo ben preciso di provocare incidenti”, ha precisato il capo della polizia bosniaca.

In missione ufficiale questa settimana in Bosnia-Erzegovina si e’ recato anche il commissario europeo all’Allargamento e alla politica di vicinato, Stefan Fuele. Al centro dei suoi incontri con i vertici del Paese ci sono le proteste e gli episodi di violenze, ma anche il problema che maggiormente sta al cuore a Bruxelles e la cui mancata soluzione ha del tutto bloccato il processo di integrazioni della Bosnia Erzegovina. Si tratta della ricerca di una soluzione che permetta l’allineamento del Paese alla sentenza Sejdić-Finci della Corte europea dei diritti umani. Come ribadito da Fuele, cio’ eliminera’ la discriminazione e significhera’ che la Bosnia-Erzegovina rispetta i suoi impegni. Con questo si potra’ procedure all’entrata in vigore dell’Accordo di stabilizzazione e associazione e alla finalizzazione del meccanismo di coordinamento per le questioni europee. Tutto cio’ portera’ alle circostanze di poter presentare una candidatura credibile per l’adesione all’Ue, ha sottolineato Fuele.

Va detto che questa volta, la missione in Bosnia-Erzegovina non e’ stata soltanto quella dell’UE ma affiancata anche dalla rappresentanza americana. Infatti, agli incontri con i leader dei partiti politici della Bosnia-Erzegovina oltre al commissario europeo Fuele vi ha partecipato anche il sottosegretario americano per le questioni europee ed euroasiatiche, Hoyt Brian Yee. Il diplomatico americano ha in precedenza incontrato separatamente i tre membri della presidenza tripartita bosniaca. Gli interlocutori hanno concordato che e’ legittima l’insoddisfazione dei cittadini a causa della grave situazione socio-economica nonche’ della lentezza del sistema giudiziario quando si tratta di processi relativi alla criminalita’ economica e alla corruzione, e’ stato comunicato dall’Ufficio dell’attuale presidente a rotazione Željko Komšić. Il rappresentante americano ha sottolineato che il suo Paese appoggia il diritto dei cittadini ad esprimere le loro frustrazioni ed aspettative, ma al tempo stesso condannano ogni tipo di violenze. Ha aggiunto che gli Stati Uniti nonche’ l’intera comunita’ internazionale riterranno responsabili quei leader politici i quali tenteranno di utilizzare le proteste dei cittadini per promuovere interessi personali e per sollecitare le tensioni etniche.

Quello piu’ importante pero’, la riunione maratona durata quasi dieci ore in cui hanno partecipato i presidenti dei maggiori partiti politici, Zlatko Lagumdžija, Milorad Dodik, Fahrudin Radončić, Mladen Bosić, Bakir Izetbegović, Dragan Čović e Martin Raguž con Fuele e Hoyt Brian Yee si e’ conclusa senza successo e senza il raggiungimento della soluzione relativa al caso Sejdić Finci. Come spiegato da Fahrudin Radončić, un tale esito blocca seriamente la via europea della Bosnia-Erzegovina e i suoi cittadini questo non lo hanno meritato. Radončić e’ dell’opinione che ci sara’ ancora una occasione per risolvere una questione strategica cosi’ grande e che richiede da tutti grande tolleranza e compromesso. “Non abbiamo utilizzato l’enorme sforzo del commissario Fuele. Cruciale in tutto questo e’ stata la mancanza di volonta’ politica di tutti noi” ha precisato Martin Raguž, il rappresentante croato. Per precisare, la decisione della Corte europea con la sentenza Sejdić-Finci ha stabilito la necessita’ da parte della BiH di apportare modifiche alla propria Costituzione nel senso di una maggiore tutela dei diritti di rappresentanza politica delle minoranze ma anche dei popoli costituenti e soprattutto una modifica dell’attuale legge elettorale.

Il commissario europeo Štefan Fuele ha qualificato questa riunione come deludente e ha sottolineato che il suo impegno per risolvere la questione della sentenza della Corte europea per i diritti umani con questo si e’ conclusa. Adesso e’ giunto il momento che le istituzioni della Bosnia-Erzegovina si facciano carico di questa iniziativa. In questo momento, la Bosnia viola i suoi obblighi internazionali ed e’ vergognoso per i politici che il loro paese si trova in una tale situazione, ha detto Fuele. “Questo non e’ stato un mio fallimento! Questo e’ un fallimento dei politici bosniaci. Essi non sono riusciti ad utilizzare la capacita’ ed i servizi che l’UE ha messo a loro disposizione” ha sottolineato il commissario europeo all’Allargamento. Tuttavia, ha precisato Fuele, la fine del suo impegno non significa che le istituzioni dell’Ue hanno rinunciato ad occuparsi della Bosnia-Erzegovina e ha annunciato l’impegno del Consiglio europeo e del Consiglio per gli affari esteri dell’UE. Quanto alle proteste dei cittadini, Fuele ha rilevato che va bene che i cittadini bosniaci hanno preso dignitosamente l’iniziativa nelle loro mani facendo richieste ragionevoli al potere. Il sistema politico deve essere piu’ responsabile verso i cittadini e le loro richieste che riguardano le condizioni per un aumento di posti di lavoro e un sistema giudiziario piu’ efficace. “Mi appello ai politici di non ignorare la voce dei cittadini” ha concluso il rappresentante dell’UE.

Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 20 febbraio a Radio Radicale.

SERBIA: LA POLITICA ORMAI TUTTA NEL SEGNO DELLA CAMPAGNA ELETTORALE

Bruxelles invita a non interrompere il dialogo tra Belgrado e Pristina

Di Marina Szikora
In Serbia ormai e’ piena campagna elettorale. Si presentano le liste, si tengono i comizi elettorali e ci sono anche i primi sondaggi. Uno dei principali aspiranti all’incarico di futuro premier, Aleksandar Vučić, presidente del Partito serbo del progresso afferma che i cittadini della Serbia tra meno di un anno vedranno che il loro paese e’ su una via molto migliore e vicino all’uscita dalla crisi. Vučić ha detto pero’ che non mentira’ a nessuno che sara’ facile, ma si e’ detto convinto che tutti insieme possono lottare per una Serbia normale e decente in cui ogni uomo avra’ la possibilita’ di lavoro. Il vice premier uscente ha rilevato che la lotta alla corruzione e criminalita’ organizzata continuera’, che in questa lotta non ci sono differenze e riguardera’ anche quelli delle file del suo come anche di ogni altro partito. Secondo Vučić e’ molto importante che alle elezioni anticipate del prossimo 16 marzo i cittadini della Serbia si esprimano se vogliono andare coraggiosamente avanti nelle riforme o meno e ha promesso che se il suo partito avra’ la fiducia dei cittadini, si impegnera’ a fin di risanare l’economia serba e istituire uno stato stabile e di diritto.

Quanto ad un sondaggio effettuato dalla TV B92, oltre la meta’ dei cittadini della Serbia, vale a dire il 55,4 per cento ritiene che il migliore sarebbe un governo formato dal Partito serbo del progresso e dal Partito socialista serbo, del premier uscente Ivica Dačić. Il 29 per cento ritiene invece che il migliore sarebbe un governo formato dai progressisti e dalle minoranze mentre ogni decimo intervistato vorrebbe un governo formato dal Partito serbo del progresso in coalizione con il Partito democratico che finora e’ stato il maggiore partito di opposizione. Oltre ai partiti menzionati, sempre secondo questo sondaggio, la soglia elettorale in questo momento la passerebbe ancora il Partito demcoratico serbo di Vojislav Koštunica mentre al limite, con il 4,7 per cento si trovano i Liberaldemocratici di Čedomir Jovanović. C’e’ da notare pero’ che questo sondaggio e’ stato effettuato entro il 9 febbraio e per questo non include il Nuovo partito democratico, il neo partito di Boris Tadić, dimessosi recentemente dal Partito democratico perche’ questo partito e’ stato fondato dopo il sondaggio.

UE: il dialogo tra Belgrado e Priština deve continuare
Nel dialogo tra Belgrado e Priština e’ stato raggiunto un progresso storico relativo alla normalizzazione delle relazioni tra le due parti e adesso e’ di importanza cruciale che questo dialogo prosegua con lo stesso impegno. Lo ha detto l’alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza Catherine Ashton al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ad una riunione in cui si e’ parlato della collaborazione tra le Nazioni Unite e le organizzazioni regionali e subregionali. L’alto rappresentante dell’Ue che ha svolto e svolge un ruono di mediatore in questo dialogo, ha rilevato che gli stessi premier, Dačić e Thaci hanno illustrato al Consiglio di Sicurezza, nei loro interventi settimana scorsa, quanto sia importante e positivo il lavoro svolto per i loro cittadini, per la stabilita’ dei Balcani Occidentali e per il suo futuro europeo. Ha aggiunto che il dialogo tra Belgrado e Priština e’ stato un processo con risultati concreti che hanno cambiato la vita quotidiana della gente in questa regione.

Secondo Catherine Ashton, il primo accordo sui principi della normalizzazione delle relazioni tra le due parti raggiunto nell’aprile dell’anno scorso e’ stata una svolta nelle loro relazioni. L’attuazione di questo accordo ha incluso le elezioni locali in Kosovo svoltesi con successo e per la prima volta al nord del Kosovo, ha detto Ashton, si e’ trattato anche delle integrazioni di tutte le strutture di sicurezza e giudiziarie nella cornice giuridica del Kosovo.  Grazie a questo avanzamento, ha ricordato Ashton, l’Ue ha potuto rispondere con l’inizio dei negoziati di adesione della Serbia all’Ue e con i negoziati sull’Accordo di stabilizzazione e associazione con il Kosovo. Il dialogo nel futuro sara’ sempre piu’ parte del processo di integrazione nell’Ue di entrambe le parti, ha sottolineato l’alto rappresentante dell’Ue concludendo che tranne essere di chiara utilita’ per le due parti in questione, si spera che questo dialogo possa e debba essere una ispirazione per cambiamenti positivi e una motivazione anche in altre parti dei Balcani Occidentali, in particolare per quanto riguarda le attuali vicende in Bosnia ed Erzegovina.

Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda a Radio Radicale il 20 febbraio

"QUI TIRANA": LA CORRISPONDENZA DI ARTUR NURA

Gli argomenti della corrispondenza di Artur Nura per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi a Radio Radicale.

Kosovo
L'intervento della presidente Atifete Jahjaga in occasione del sesto anniversario della proclamazione dell'indipendenza e la possibilità di convocazione delle elezioni parlamentari anticipate annunciata proprio nella ricorrenza dell'indipendenza.

Albania
La situazione politica, lo scontro in atto tra maggioranza e opposizione e le manifestazioni annunciate dal centro-destra contro il governo di Edi Rama.

Macedonia
Sempre più probabile le elezioni parlamentari anticipate in coincidenza con le presidenziali di aprile.

La puntata di Passaggio a Sud Est è ascoltabile sul sito di Radio Radicale

PASSAGGIO IN ONDA

E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 20 febbraio 2014.
La trasmissione e' ascoltabile direttamente qui oppure sul sito di Radio Radicale.



Sommario della trasmissione


L'apertura dalla puntata è dedicata alla gravissima situazione in Ucraina con alcune analisi utili per comprendere la situazione, gli interessi in campo e come si è arrivati alle violenze di questi giorni.

Anche questa puntata dedica spazio ad un approfondimento sulla Bosnia Erzegovina: la crisi politica in atto sembra non avere vie d'uscita, mentre i cittadini continuano a mobilitarsi contro un sistema politico bloccato e corrotto figlio delle divisioni sanciti dagli accordi di pace di Dayton.

Albania: la situazione politica, lo scontro tra maggioranza ed opposizione, le iniziative del centro-destra contro il governo di Edi Rama.

Macedonia: ormai praticamente certe le elezioni parlamentari anticipate che si terranno insieme a quelle presidenziali già fissate per il 13 aprile.

Serbia: con la presentazione delle liste e le prime manifestazioni politiche è partita la campagna elettorale per le elezioni parlamentari anticipate del 16 marzo.

Kosovo: mentre Pristina celebra il sesto anniversario dell'indipendenza l'UE raccomanda di proseguire il dialogo con Belgrado, ma intanto si profilano elezioni anticipate.

Da questa puntata in ogni trasmissione ci sarà uno spazio fisso di informazioni economiche sull'Europa centro e sud orientale realizzato in collaborazione con il portale RassegnaEst.com.

La trasmissione, con le corrispondenze di Marina Szikora e Artur Nura è ascoltabile direttamente qui



venerdì 14 febbraio 2014

LA TURCHIA HA IL MAGGIOR NUMERO DI GIORNALISTI IN CARCERE


Per il secondo anno consecutivo la Turchia conquista il poco invidiabile del più alto numero di giornalisti in carcere al mondo: sono ben 40. Una cifra che pone il Paese della Mezzaluna davanti a Cina e Iran. Questo almeno secondo l'ultimo rapporto del Committee to Protect journalist che segnala inoltre come le autorità abbiano continuato a ostacolare e censurare le voci critiche e cita il sindacato dei giornalisti turchi, secondo il quale almeno 22 giornalisti sono stati licenziati e 37 sono stati costretti a lasciare per la loro copertura delle proteste di Gezi Park a giugno.

“Gli arresti di giornalisti, la confusione tra critica e terrorismo e l'accesa retorica anti media del governo, che ha incoraggiato i magistrati a perseguire i critici, hanno rovinato il curriculum della Turchia in tema di libertà di stampa e frustrato le sue ambizioni di porsi come un leader e un modello democratico per la regione”, afferma il Cpj, che sottolinea come “le manovre sul personale in relazione a Gezi Park hanno rappresentato il culmine di anni di politica repressiva da parte del governo di Recep Tayyip Erdogan”, mentre l'atteso pacchetto di riforme annunciato a fine settembre scorso “non ha portato una riforma significativa delle leggi contro la stampa”.

Prima del rapporto del Cpj, Reporters Without Borders ha annunciato il suo World Press Freedom Index nel quale la Turchia si è classificata 154esima su 180 paesi per libertà di stampa, dietro paesi che vino una situazione molto difficile come il Libano, o sono teatro di conflitti come l'Afghanistan o l'Iraq. Per il rapporto di Rwb, Ankara si piazza comunque davanti a Paesi come Egitto (159esimo), Azerbaigian (160esimo), Iran (173esimo), Somalia (176esima), Cina (175esima)
e Turkmenistan (178esimo).


giovedì 13 febbraio 2014

OGGI E' IL GIORNO DELLA RADIO



World Radio Day 2014

13 February is World Radio Day — a day to celebrate radio as a medium; to improve international cooperation between broadcasters; and to encourage major networks and community radio alike to promote access to information, freedom of expression and gender equality over the airwaves.
As radio continues to evolve in the digital age, it remains the medium that reaches the widest audience worldwide. It is essential to furthering UNESCO’s commitment to promote gender equality and women’s empowerment.
Through World Radio Day celebrations around the world, UNESCO will promote gender equality by:
We invite all countries to celebrate World Radio Day by planning activities in partnership with regional, national and international broadcasters, non-governmental organizations, the media and the public.
On 13 February, let’s celebrate women in radio and those who support them!
- See more at: http://www.unesco.org/new/en/world-radio-day#sthash.oFAoVcRj.dpuf
World Radio Day 2014

13 February is World Radio Day — a day to celebrate radio as a medium; to improve international cooperation between broadcasters; and to encourage major networks and community radio alike to promote access to information, freedom of expression and gender equality over the airwaves.

As radio continues to evolve in the digital age, it remains the medium that reaches the widest audience worldwide. It is essential to furthering UNESCO’s commitment to promote gender equality and women’s empowerment.

Through World Radio Day celebrations around the world, UNESCO will promote gender equality by:
  • Sensitizing radio station owners, executives, journalists, and governments to develop gender-related policies and strategies for radio
  • Eliminating stereotypes and promoting multidimensional portrayal in radio
  • Building radio skills for youth radio production, with a focus on young women as producers, hosts, reporters
  • Promoting Safety of women radio journalists
We invite all countries to celebrate World Radio Day by planning activities in partnership with regional, national and international broadcasters, non-governmental organizations, the media and the public.

On 13 February, let’s celebrate women in radio and those who support them!

World Radio Day 2014

13 February is World Radio Day — a day to celebrate radio as a medium; to improve international cooperation between broadcasters; and to encourage major networks and community radio alike to promote access to information, freedom of expression and gender equality over the airwaves.
As radio continues to evolve in the digital age, it remains the medium that reaches the widest audience worldwide. It is essential to furthering UNESCO’s commitment to promote gender equality and women’s empowerment.
Through World Radio Day celebrations around the world, UNESCO will promote gender equality by:
We invite all countries to celebrate World Radio Day by planning activities in partnership with regional, national and international broadcasters, non-governmental organizations, the media and the public.
On 13 February, let’s celebrate women in radio and those who support them!
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BOSNIA ERZEGOVINA: IL POPOLO CONTRO IL POTERE CORROTTO

Le proteste spontanee scoppiate in questi giorni - ma solo nella entità croato-bosgnacca - mettono in discussione l'assetto istituzionale e le divisioni frutto degli accordi di pace di Dayton e soprattutto una classe politica che quell'assetto e quelle divisioni hanno sfruttato per arricchirsi e costruire un sistema di potere corrotto e incapace di risolvere la crisi del Paese. 
Qui di seguito la corrispondenza di Marina Szikora per l'approfondimento per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 13 febbraio a Radio Radicale.

Sarajevo, febbraio 2014: "Vogliamo i nomi dei milardari"
L'attacco del popolo contro il potere corrotto, e' stato solo uno dei titoli dei quotidiani della Bosnia Erzegovina a seguito di quello che oramai da giorni e' la situazione interna. Quando nelle nostre trasmissioni abbiamo parlato di questo Paese, e' stato quasi sempre nel contesto dell'aggravante situazione politica, disaccordi tra i governativi ed in generale tra i politici locali la cui incapacita' e poca voglia di fare non hanno acconsentito la realizzazione delle indispensabili riforme a fin di condurre il Paese verso le integrazioni europee. Oggi la crisi politica si e' trasformata in una profonda crisi sociale, la catastrofica situazione economica ha portato decine di migliaia di gente in piazza. I manifestanti hanno incendiato palazzi istituzionali, edifici e automobili nelle principali citta' della BiH, a partire dalla capitale Sarajevo, poi Tuzla da dove le protesta sono iniziate, e poi ancora Zenica, Bihać, Mostar e diverse altre.

Il presidente del governo locale di Tuzla, Sead Čaušević in seguito agli eventi nella sua citta' ha subito presentato le dimissioni, di seguito ad oggi ancora tre premier locali si sono dimessi come anche il completo governo del cantone di Zenica e Doboj. A Sarajevo sono state oltre cento le persone ferite, incendiato anche il palazzo del governo di Sarajevo nonche' quello della presidenza tripartita della BiH. Sono state attaccate diverse truppe di giornalisti. Simili scenari si sono visti anche a Mostar, tra i diversi edifici incendiati vi e' stato anche quello in cui si trovano le matricole dei cittadini di Mostar. Distrutta inoltre la sede del governo locale di Zenica. La gente che ha deciso di scendere in piazza e partecipare alle manifestazioni sono tutte persone alle cui spalle c'e' un peso enorme dell'incertezza esistenziale, un anno intero senza stipendio e senza assicurazione sanitaria, addirittura 14 anni senza un solo giorno di contributi versati, oppure 15 anni con 25 euro al mese, queste solo alcune delle loro storie.

I tumulti sono iniziati a Tuzla dove a manifestare in prima fila ci sono stati operai di diverse aziende locali che oggi dopo sospette privatizzazioni sono sull'orlo del fallimento mentre a suo tempo, in passato si e' trattato di fabbriche prestigiose che davano lavoro a migliaia di persone. C'e' da dire che l'uomo che su Facebbock ha promosso l'iniziativa delle protesta, Aldin Širanović ha precisato che la sua intenzione non era quella di provocare disordini „bensi' un processo democratico garantito dalla Costituzione“... „Sono contrario agli incendiamenti. Mi dispiace che si e' arrivati a questo e che il potere non ha reagito in tempo“ ha detto Širanović  e ha aggiunto che quello che si chiede sono le dimissioni dell'attuale potere della Federazione e la formazione di un governo transitorio nominato dal popolo. L'attuale presidente a rotazione della Bosnia Erzegovina, Željko Komšić ha ammesso che la colpa e' del governo ma che dall'anarchia non arriva nulla di buono.

Tutto sommato, una situazione in tutta la Federazione BiH che non si e' vista sin dal dopoguerra. Il culmine delle frustrazioni e della rabbia dei manifestanti e' indirizzato contro le amministrazioni cantonali, contro le sospette privatizzazioni che hanno arricchito il potere ma messo in ginocchio i lavoratori ed il popolo, non si e' fatto nulla per risolvere i problemi esistenziali e slavare i posti di lavoro. La crisi sociale si sentiva nell'aria da tempo ed era anche annunciato che sarebbe esploso in una vera rivolta popolare in un Paese che dopo le ferite dell'atroce guerra degli anni novanta, del tutto devastato, non ha raggiunto nemmeno il livello di sviluppo che aveva prima della guerra.
Enver Kazaz, analista politico bosniaco, commentando la situazione nel Paese per il quotidiano di Sarajevo 'Dnevni avaz' ha valutato che tutti i governi cantonali dovrebbero presentare le dimissioni e che in BiH si dovrebbe indire le elezioni anticipate.

Qui non si tratta di rivoluzione sociale bensi' del fatto che dopo 20 anni nei cittadini e' esplosa una rabbia sociale accumulata ed e' moto difficile valutare in questo momento fino a dove essa puo' portare, e' dell'opinione questo analista politico. Aggiunge che lo stato e' in un caos totale, il sistema sta precipitando e c'e' da preoccuparsi che la violenza del sistema puo' causare ancora peggiori violenze. La partecipazione dei giovani in queste protesta, scondo il professore Kazaz parla anche di un altro fenomeno. Si tratta di generazioni che hanno perso completamente la speranza e il cui futuro praticamente e' stato preso dall'attuale potere.

Per il ministro della sicurezza, e presidente dell'Alleanza per un futuro migliore della Bosnia Erzegovina, Fahrudin Radončić „questo e' il risultato di 17 anni di un potere corotto, 17 anni di una privatizzazione distrutta, 17 anni di grandi imprese distrutte e divorate dagli oligarchi partitocratici e come conseguenza abbiamo un'immagine politica terribile e centinaia di migliaia di posti di lavoro persi e l'accumulazione dell'insoddisfazione popolare che prima o poi doveva succedere“. In una intervista televisiva il ministro Radočić ha precisato che qui si tratta di figli i cui genitori non hanno nemmeno per il pane, figli che per sette-otto anni attendono lavoro e che devono pagare il pizzo agli agenti statali per ottenere un posto di lavoro per se stessi e per i loro famigliari. Radončić ha rilevato che la BiH si trova al primo posto in Europa per quanto riguarda una corruzione sistematica, il 55 per cento della popolazione e' disoccupato e il 75 per cento dei figli, gente giovane ivi compresi anche quelli che sono scesi in piazza, non vedono una prospettiva di vita in BiH.

Le immagini che si sono potute vedere in questi giorni a molti hanno fatto ricordare quelle delle vicende tragiche di una guerra atroce e sanguinosa conclusasi con un accordo di pace che pero' non e' riuscito a portare il Paese sulla giusta via. E' stato istituito un sistema di potere altamente decentralizzato, dividendo la Bosnia in due entita' autonome riunite sotto un potere centrale molto debole. La Federazione di Bosnia Erzegovina, l'entita' bosgnacca e croata dove sono esplosi i disordini, e' divisa in 10 cantoni di cui ciascuno ha il suo premier e il gabinetto dei ministri. Un sistema estremamente costoso che alimenta i partiti politici di cui nessuno vuole rinunciare al potere. I bosgnacchi chiedono una maggiore centralizzazione, la linea dura dei croati insiste invece sulla formazione della terza entita', vale a dire quella croata, mentre nell'altra entita' a maggioranza serba, il lider dei serbi bosniaci, Milorad Dodik afferma che la BiH non ha nessun futuro. Da una parte quindi tutto concentrato sulla politica etnica, dall'altra parte una pessima situazione economica che ha condotto i cittadini sull'orlo dell'esistenza. In piu', il fallimento costante di formare una costituzione secondo la quale sarebbe possibile che le minoranze possano partecipare nelle alte posizioni delle istituzioni statali, quali la Presidenza, hanno bloccato il cammino della BiH verso le integrazioni europee.

Per la Croazia la Bosnia Erzegovina e' una questione europea che richiede soluzioni europee
Come segno di seria preoccupazione e per indicare quanto sia necessario dare una prospettiva europea al Paese in crisi, domenica scorsa a Mostar si e' recato il premier croato Zoran Milanović. Milanović ha sottolineato di essere venuto a dare sostegno per calmare la situazione nel paese e alzare le passioni verso un altro tema, quello del cammini europeo della BiH.“ Questo forse non sarebbe accaduto se l'Ue avesse una politica piu' chiara e consistente quando si tratta della Bosnia Erzegovina“, ha detto Milanović a Mostar, l'unica zona mista, sede di due nazionalita', quella croata e quella bosgnacca altrettanto colpita dagli incidenti e disordini. Milanović ha aggiunto che questo Paese non ha possibilita' se non inizia un processo veloce di adattamento agli standard europei e ha annunciato il suo impegno per un piu' accelerato avvicinamento del Paese all'Ue.

BOSNIA: LA SERBIA APPOGGIA LA STABILITA' DELLA REPUBLIKA SRPSKA

Dodik fa la voce grossa per timore che le proteste possano estendersi e minacciare anche il suo sistema di potere

Di Marina Szikora
Anche la Serbia si dice preoccupata di quello che in questi giorni accade in Bosnia Erzegovina. Il legame tra Belgrado e la Republika Srpska, l'entita' a maggioranza serba della Bosnia, non e' mai stato trascurato, anzi a piu' riprese e in occasioni diverse e' stata ribadita la necessita' di salvaguardare e rafforzare questo legame. A seguito delle vicende nella Federazione di Bosnia Erzegovina (l'entità croato-bosgnacca), il vicepremier serbo uscente, Aleksandar Vučić ha riunito a Belgrado il presidente della Republika Srpska, Milorad Dodik, e il leader del Partito Democratico Serbo, all'opposizione in RS, Mladen Bosić. Da qui il messaggio che la Serbia in quanto uno dei firmatari e garante dell'Accordo di Dayton e' interessata a proteggere la stabilita' della regione e si impegna per la soluzione dei conflitti politici in modo pacifico e democratico. La stabilita' politica, economica e sociale della RS e' una questione chiave per Belgrado che questa stabilita' continuera' ad appoggiare con tutte le forze.

Dopo il suo incontro con Dodik e Bosić a Belgrado, Vučić ha rilevato che e' interesse della Serbia salvaguardare anche un buon futuro della RS. Secondo i due maggiori rappresentanti serbi nella RS, Dodik e Bosić, le protesta nella Federazione, “sono calcolate per destabilizzare la Republika Srpska” e affermano che le forze di polizia della RS “vieteranno l'ingresso organizzato dei manifestanti della Federazione nella RS”. Il leader della RS, Milorad Dodik ha ammonito che la RS non accettera' nessun intervento da parte della comunita' internazionale che vada oltre la Costituzione e le procedure normali. Valutando che la Bosnia Erzegovina e' bloccata, Dodik ha affermato che per questa situazione una gran parte di colpa e di responsabilita' cade sulle spalle della comunita' internazionale e ha accusato l'alto rappresentante per la Bosnia di non aver mai adoperato seriamente l'accordo di Dayton ma di averlo invece violato a danno della RS. Staremo a vedere se questa sara' una primavera nel segno delle manifestazioni in BiH.

Le notizie si susseguono di ora in ora. Nel momento della registrazione di questa mia corrispondenza migliaie di manifestanti a Sarajevo, davanti alla sede del governo della Federazione chiedono le dimissioni del premier della Federazione, Nermin Nikšić, esponente del Partito socialdemocratico e di tutto l'esecutivo. Portano cartelli e striscioni su cui si leggono richieste per l'abolizione dei cantoni, la riduzione del 50% degli stipendi dei parlamentari e l'aumento delle pensioni.

Il premier uscente della Serbia, Ivica Dačić, dagli Stati Uniti, da Washington ha affermato che per la Serbia e' molto importante che essa sia politicamente stabile e che questa e' la priorita' statale nonche' quella di ottenere una posizione internazionale migliore possibile. Le vicende in BiH sono soltanto la conferma che pace e stabilita' nei Balcani sono una categoria relativa e che ci vuole poco perche' si arrivi alla destabilizzazione, ha osservato Dačić rilevando al tempo stesso che proprio per questo e' importante salvaguardare la stabilita' politica in Serbia ma anche nella Republika Srpska.
Quanto all'immagine internazionale della Serbia, il premier uscente ha sottolineato che le relazioni con Russia e Cina sono molto amichevoli, sono in corso i negoziati di adesione all'Ue e vi e' un corso molto positivo per quanto riguarda le relazioni con gli Stati Uniti.

In occasione di una sua permanenza negli Stati Uniti, il premier uscente della Serbia ha rilevato che da tutti gli interlocutori ha avuto conferma che la Serbia ha fatto praticamente quello che aveva promesso, vale a dire svolto un ruolo costruttivo nel dialogo con Priština a Bruxelles e che avrebbe fatto il tutto possibile per quanto riguarda le riforme interne e lo sviluppo delle relazioni bilaterali con gli Stati Uniti. Sul dialogo con Priština, Dačić ha ribadito che la Serbia e' a favore del proseguimento del dialogo ma ha indicato anche che Priština sta abusando di questo dialogo utilizzandolo per affermare l'indipendenza. Dačić ha rilevato che bisogna garantire la piena sicurezza ed eliminare casi come quello recente in cui e' stato arrestato Oliver Ivanović ed alcuni altri rappresentanti serbi in Kosovo. Restano le questioni aperte da risolvere: la giustizia ma anche l'istituzione delle Comunita' dei comuni serbi in Kosovo, ha precisato Dačić.

Questo testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 13 febbraio a Radio Radicale

PASSAGGIO IN ONDA

E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 13 febbraio 2014.
La trasmissione e' ascoltabile direttamente qui oppure sul sito di Radio Radicale.



Sommario della trasmissione


Grecia: l'Unione Europea di Alexis Tsipras e le sue proposte per far uscire dalla crisi economica i Paesi del sud Europa; sintesi della conferenza stampa del leader di Syriza svoltasi a Roma il 7 febbraio.
Albania: la situazione politica interna e il confronto/scontro tra maggioranza di centro-sinistra e opposizione, le relazioni con l'Italia e l'UE al centro della visita a Tirana del vicepresidente del Parlamento europea Gianni Pittella.
Kosovo: le proteste studentesche all'università di Pristina, con le dimissioni del rettore, e altri movimenti sembrano preannunciare importanti cambiamenti politici, mentre si parla di elezioni anticipate.
Bosnia Erzegovina: le sommosse popolari degli scorsi giorni a Sarajevo, Tuzla, Zenica, Bihac e altre localita della Federacija (l'enità croato-bosgnacca) indicano che la crisi è prima di tutto del sistema disegnato dagli accordi di pace di Dayton.

In chiusura una presentazione del nuovo portale RassegnaEst.com, da pochi giorni online, rivolto soprattutto alle imprese che investono o vogliono investire nell'Europa centro e sud orientale.

La trasmissione, realizzata con la collaborazione dei corrispondenti Marina Szikora e Artur Nura, è ascoltabile direttamente qui



mercoledì 12 febbraio 2014

martedì 11 febbraio 2014

LA CRISI DEL SISTEMA BOSNIA

Scende il livello della protesta in Bosnia dopo i tre giorni di violente manifestazioni dello scorso fine settimana. Ma la tensione resta elevata perché le richieste dei dimostranti rimangono tutte lì, pronte a far da combustibile al malcontento. Forse si è parlato un po' troppo presto di “primavera bosniaca”, ma i movimenti nel paese e nella regione potrebbero anche trovare un minimo comun denominatore su cui costruire un fronte comune. Sui muri di Tuzla i dimostranti hanno scritto: “Morte al nazionalismo”. Solidarietà è arrivata loro anche da Belgrado. Forse, per la prima volta, si profila un possibile superamento delle divisioni etniche e nazionaliste che le classi politiche oggi sotto accusa hanno sfruttato per ingabbiare la società e guadagnare consenso. Un consenso ormai in caduta libera. E mentre spunta l'ipotesi dell'invio di nuovi rinforzi militari internazionali, l'Europa si trova di fronte alla crisi del sistema bosniaco costruito sugli accordi di pace di Dayton: una crisi non solo economica, ma, appunto, di sistema.

Qui di seguito l'articolo di Andrea Rossini pubblicato oggi su Osservatorio Balcani e Caucaso.

Bosnia Erzegovina, il giorno dopo
Andrea Rossini – Osservatorio Balcani e Caucaso, 11 febbraio 2014

In Bosnia Erzegovina (BiH) le mobilitazioni sono continuate in tutto il fine settimana e nella giornata di ieri, nonostante le dimissioni dei primi ministri dei cantoni di Tuzla, Sarajevo, Mostar e Bihać, del responsabile della sicurezza nella capitale, Himzo Selimović, e il rilascio della maggior parte dei dimostranti arrestati nei giorni scorsi. La rivolta innescata dai lavoratori di alcune fabbriche privatizzate di Tuzla, che venerdì è culminata in una giornata di scontri con la polizia e nella distruzione di edifici governativi in alcune delle maggiori città del paese, si è però trasformata nei giorni scorsi in una serie di sit-in e di presìdi pacifici di fronte alle principali sedi delle istituzioni. L'atmosfera sembra essere quella di una calma densa di aspettative. Nessuno azzarda previsioni su quali sviluppi potrebbe avere l'esplosione di rabbia manifestatasi la scorsa settimana.
Le proteste, con la parziale eccezione di Tuzla, appaiono ancora disorganizzate o organizzate in maniera del tutto informale, tramite i social media o il passaparola. Le mobilitazioni principali continuano a riguardare le città della Federazione di Bosnia Erzegovina, una delle due entità in cui è diviso il paese, e non la Republika Srpska. Le richieste dei dimostranti, nonostante alcune differenze legate alle situazioni locali, sono quelle di un ricambio della classe politica (dimissioni), costituzione di un governo tecnico, e rilascio degli arrestati. Il manifesto degli operai e cittadini del cantone di Tuzla chiede ai dimostranti di non abbandonare le strade ma di mantenere l'ordine pubblico, collaborando con polizia e protezione civile (la polizia a Tuzla in alcuni casi si è schierata con i dimostranti), di annullare i contratti di privatizzazione delle 5 ditte la cui situazione ha dato origine alle proteste (Dita, Polihem, Poliolhem, Gumara e Konjuh) e di “restituire le fabbriche ai lavoratori riavviando la produzione dove possibile”.

Mondo hooligan
Il presidente della Federazione di Bosnia Erzergovina, Živko Budimir, ha detto che “i politici hanno inteso la voce della gente forte e chiaro”, ma ha respinto la richiesta di dimettersi e dichiarato che la violenza deve cessare. Sulla stessa linea le dichiarazioni di Bakir Izetbegović, uno dei tre presidenti della BiH, e di Zlatko Lagumdžija, ministro degli Esteri. Secondo quest'ultimo, leader del Partito socialdemocratico, “il comprensibile malessere della popolazione è stato manipolato da gruppi che hanno l'obiettivo di distruggere [il paese].”
La maggior parte della classe politica sembra in generale concorde nell'indicare gruppi di hooligan come responsabili di quanto avvenuto nei giorni scorsi e nel tentare di unire la popolazione nella condanna della violenza, e quindi delle proteste. Alcuni hanno persino paragonato i manifestanti di venerdì a Sarajevo con gli aggressori della città negli anni della guerra. La distruzione dell'archivio storico conservato nell'edificio della Presidenza, in particolare, raggiunto dalle fiamme durante gli incidenti di venerdì, ha creato sgomento in una città che ha subito la distruzione della Biblioteca durante la guerra degli anni '90. In una situazione ancora torbida, segnata dalla frenetica ricerca di un capro espiatorio, sui social media si è però affacciata la notizia secondo cui in realtà l'archivio sarebbe intatto. Lo sostengono diversi rappresentanti della società civile sarajevese tra cui Damir Imamović, amatissimo interprete di sevdah, e la regista Jasmila Žbanić, che hanno riportato le dichiarazioni dei lavoratori dell'archivio che contrastano con la versione ufficiale.
Aldin Arnautović, sul portale di informazione BIRN, ha messo in rilievo come il paragone con gli anni '90 equivalga di fatto a preparare il terreno per il linciaggio dei dimostranti. Allo stesso modo ha commentato su Radio Sarajevo anche Mile Stoijć, noto giornalista locale, sostenendo che “gli hooligan si trovano nelle strutture del potere”, mentre coloro che hanno partecipato agli scontri rappresentano la generazione “di quelli che sono nati durante la guerra, in povertà e senza speranza, cresciuti in un ambiente sciovinista, di odio, xenofobia e di miseria materiale e spirituale, e che oggi cercano di portare l’attenzione sulla propria esistenza in questo modo, perché non hanno altri mezzi.”

La regione
Le dichiarazioni dell'Alto Rappresentante della comunità internazionale in Bosnia Erzegovina Valentin Inzko, secondo cui “se la situazione peggiorasse dovremmo ricorrere all'invio di truppe dell'Unione europea”, non hanno certamente contribuito a disinnescare la tensione. Anche perché il quadro regionale è – se possibile – ancora più torbido di quello interno.
Domenica il vice premier serbo, Aleksandar Vučić, si è incontrato con i leader serbo bosniaci Milorad Dodik e Mladen Bosić, per discutere gli sviluppi della crisi in Bosnia Erzegovina. Milorad Dodik, presidente della Republika Srpska (RS), l'entità bosniaca a maggioranza serba, ha dichiarato che l'obiettivo delle proteste è “destabilizzare la RS per provocare l'intervento della comunità internazionale nelle vicende del paese”, e che “il caos nella Federazione […] mostra che la BiH non può sopravvivere alle sfide interne e che non funziona.”
Il primo ministro della Croazia, Zoran Milanović, si è invece recato a Mostar, dichiarando di voler “calmare la situazione”. La visita è stata criticata da Željko Komšić, uno dei tre presidenti della Bosnia Erzegovina, secondo cui il premier croato sarebbe dovuto andare a Sarajevo. Interrogato sul perché non si fosse recato nella capitale, Milanović ha risposto ai giornalisti che “Mostar è più vicina” alla Croazia.
Nella cittadina dell'Erzegovina oggi a maggioranza croata, le sirene della divisione etnica non sembrano per il momento attecchire. Nei giorni scorsi i dimostranti, oltre all'edificio del governo, hanno attaccato in maniera bipartisan sia la sede del partito croato HDZ che del bosniaco musulmano SDA. Un giovane mostarino, Teo Grančić, ha scritto un articolo che sta avendo molto successo in rete spiegando che le proteste di Mostar “non le hanno fatte i musulmani, né gli hooligan, né gli anarchici, né gente pagata per farlo. Le ha fatte il popolo.”

Morte al nazionalismo
Sui muri di Tuzla, nei primi giorni delle proteste, gli operai hanno scritto “Dimissioni! Morte al nazionalismo!” Per il momento, nessuno è riuscito a mettere il cappello etnico ai dimostranti. Al contrario, solidarietà ai manifestanti bosniaci è arrivata anche da Belgrado, dove ieri si è svolta una manifestazione cui hanno partecipato alcune centinaia di persone, convocate semplicemente su Facebook da un gruppo denominato “Sostegno dalla Serbia alla gente di Tuzla”. Nella convocazione si scrive che “la migliore solidarietà che possiamo mostrare è organizzarci anche noi contro il saccheggio delle risorse della gente che continua da ormai 20 anni, attraverso guerre e privatizzazioni.”
Il sindacato di polizia serbo ha preso sul serio l'iniziativa, dichiarando di temere che simili dimostrazioni possano verificarsi anche lì. “E' logico che uno scenario simile si possa verificare anche in Serbia, dove [come in BiH] c'è una massa di disoccupati, di occupati senza salario, la corruzione ad ogni livello e cittadini manipolati politicamente”, hanno scritto domenica i poliziotti in una dichiarazione riportata dal portale BIRN.

Crisi di sistema
Quella della Bosnia Erzegovina, però, non è solamente la versione balcanica della crisi che da anni stiamo vivendo in tutta Europa. Quella bosniaca è una crisi di sistema. Il sistema di Dayton, che è servito a fermare la guerra, non funziona più. Lo stesso Richard Holbrooke, suo artefice, nel primo decennale degli accordi confidò che non avrebbe mai pensato sarebbero durati così a lungo. Una costituzione che è in contrasto con la Convenzione Europea per i Diritti dell'Uomo, che antepone i diritti dei gruppi etnici a quelli dei singoli cittadini, non può funzionare per un paese europeo. Per questo lo stesso percorso di integrazione europea della Bosnia Erzegovina è divenuto un labirinto.
L'Unione europea lo ha di fatto sospeso congelando 47 milioni di euro di fondi di pre adesione (IPA) nel 2013, e rimandando indefinitamente i preparativi per la concessione di un nuovo pacchetto di fondi. Le élite politiche bosniaco erzegovesi, tuttavia, non hanno alcun incentivo per cambiare un sistema che garantisce la loro sopravvivenza. Lo stesso meccanismo elettorale è articolato in modo da perpetuare la divisione ad ogni livello delle istituzioni. Nell'indifferenza europea e internazionale, ai bosniaci non resta che l'espressione dello sdegno, e della rabbia.
Lo scrittore di Sarajevo Aleksandar Hemon, da anni residente a Chicago, ha però messo in guardia sui rischi dell'attuale situazione. Intervenendo sul portale Radiosarajevo, ha scritto che “la rabbia è ormai in metastasi, ed è difficile pensare a come tutto questo si potrà riportare alla calma. In Bosnia Erzegovina non ci sono strutture per trasformare questa rabbia in forza politica o in una qualche forma positiva. Si diffonde come il fuoco nel bosco. Se cade una goccia di sangue, non c'è ritorno.”

domenica 9 febbraio 2014

TRENT'ANNI FA A SARAJEVO I GIOCHI OLIMPICI DELLA JUGOSLAVIA

Il logo ufficiale delle Olimpiadi di Sarajevo
Trent'anni fa, si svolse a Sarajevo la XIV edizione dei Giochi Olimpici Invernali. C'era aria di festa quel 8 febbraio nella captale della Bosnia Erzegovina, quando la fiamma olimpica fu accesa nello stadio Kosevo. E c'era anche tanta neve. Fu la prima olimpiade invernale tenutasi in un paese comunista. Fu un primato per numero di partecipanti con quasi 1300 atleti arrivati da quarantanove paesi che furono visti da due miliardi di telespettatori. Per la prima volta i disabili gareggiarono nello slalom gigante, seppure come sport dimostrativo. E per la prima volta la Jugoslavia conquistò una medaglia ai Giochi invernali. Quando nel 1977 Sarajevo si candidò a ospitare le Olimpiadi invernali, pochi erano disposti a credere che il sogno si sarebbe trasformato in realtà. Meno di dieci anni dopo quel sogno si trasformò in un incubo: quello della guerra e del più lungo assedio della storia bellica moderna. Le strutture olimpiche, simbolo della storia e della vita in comune dei popoli jugoslavi, furono tra i primi bersagli dei bombardamenti. Per molti, le Olimpiadi di Sarajevo furono l'ultimo episodio di vita della Jugoslavia, forse l'ultima illusione: dietro la facciata covavano le tensioni ed erano già all'opera le forze che avrebbero condotto alle guerre degli anni '90. Forse anche per questo, il ricordo di quei Giochi è rimasto nella memoria di tanti nella ex Jugoslavia. A Sarajevo i simboli delle Olimpiadi sono ancora tra i souvenir più venduti ai turisti e i segnali stradali indicano ancora “la montagna olimpica”. Anche se oggi i serbi sciano sul monte Jahorina e i bosniaci sul Bjelašnica.

Mentre a Sochi sono cominciate le Olimpiadi invernali, riporto qui di seguito il pezzo molto bello pubblicato su Osservatorio Balcani e Caucaso in cui Azra Nuhefendic racconta quei giorni di trent'anni fa quando Sarajevo, imbiancata dalla neve, per un paio di settimane si sentì al centro del mondo e non per le notizie di bombardamenti e massacri.

8 febbraio 1984: la fiamma olimpica brilla su Sarajevo

Sarajevo 1984, i Giochi Olimpici della Jugoslavia
di Azra Nuhefendić – OsservatorioBalcani e Caucaso, 31 gennaio 2014

Un metro di neve e venti gradi sotto zero! Nessuno ci faceva caso in Bosnia. Si pulivano le strade principali, si scavava un sentiero nella neve per collegare la casa o il portone con la strada, e la nostra vita procedeva come al solito.
Talvolta già all’inizio di ottobre nevicava. Si andava al ristorante per una cena e quando si usciva, nelle ore piccole, ci aspettava la prima neve. Tap-tap, sulle punte delle scarpe leggere ed eleganti, cercavi di passare per la strada imbiancata, senza scivolare o cadere. La neve rimaneva fino ad aprile, qualche volta anche di più. Capitava che sulle montagne intorno a Sarajevo nevicasse in piena estate. I giornali locali riportavano la notizia, ma nessuno si stupiva.
Poteva succedere che, in primavera, uno se ne andasse tutto tranquillo per i boschi sul monte Bjelašnica, a sud-ovest di Sarajevo, in un clima normale, e che dopo dieci minuti si trovasse nel mezzo di una tormenta di neve. Anche quelli che conoscevano la montagna, talvolta rischiavano di perdersi o rimanere sotto la neve, come ad esempio era successo a undici giovani bravi sciatori che, negli anni Sessanta, persero la vita durante una tempesta imprevedibile sul monte Bjelašnica.

Nevica?
La neve da noi, insomma, non è mai stata un problema. Ne avevamo sempre in abbondanza. Ma all’inizio del febbraio 1984 la sua inspiegabile assenza ci tormentava. Circa quattro milioni di bosniaci ed erzegovesi scrutavano il cielo aspettando la neve, ci svegliavamo di notte per controllare se avesse cominciato, la prima domanda di mattina al risveglio era: “Nevica?” Accusavamo i meteorologi di aver sbagliato i calcoli e chi era religioso pregava affinché nevicasse. Invano. Per ogni eventualità erano pronti anche i cannoni per fare la neve artificiale, ma la precauzione ci pareva esagerata. Nei cento anni precedenti ai XIV Giochi Olimpici, a Sarajevo e dintorni era sempre caduta la neve.
Il giorno prima dell’inizio dei Giochi a Sarajevo, il 7 febbraio 1984, il tempo era primaverile. Non si vedeva neanche un fiocco di neve.
Mi veniva da piangere, mi sembrava una vera e propria ingiustizia. Molti altri si sentivano come me.
Tutto era già pronto un anno prima che cominciassero i Giochi: era stato costruito il nuovo villaggio olimpico, nuovi alberghi erano stati aperti ed erano stati ristrutturati i vecchi, era stata recuperata e sistemata la parte antica ottomana della città, la Baščaršija, che era in rovina, e rischiava di essere distrutta per costruirne una “più bella e più antica”. Le principali strade della città erano state rifatte e allargate, le facciate dei palazzi dipinte, le rotaie dei tram elettrici cambiate, la stazione centrale restaurata, sui monti intorno a Sarajevo: Jahorina, Bjelašnica, Igman, e Trebević, erano state costruite tutte le strutture necessarie per i Giochi olimpici invernali.

A Sarajevo sono tutti così
Alcune migliaia di giovani di tutta la Bosnia ogni giorno si esercitavano nel provare la coreografia per la cerimonia di apertura e di chiusura delle Olimpiadi. In merito a questo, il principale quotidiano giapponese “Yomiuri Shimbun” chiedeva con un titolo su tutta la prima pagina: “Dove hanno trovato tutte quelle bellissime ragazze e quei ragazzi alti?”, e poi con il sottotitolo ribatteva: “A Sarajevo sono tutti così”. Per evitare il rischio che qualcuno mancasse a causa dell’influenza, tutti si erano immunizzati con vaccini potenti “quelli per i cavalli”, mi dice scherzando Vanja. Lei e Svjetlana, due bosniache, triestine adottive, avevano partecipato ai Giochi. Oggi, trent’anni dopo, ancora belle e alte, con nostalgia si ricordano dei tempi delle Olimpiadi di Sarajevo.
Nella fase preparativa per le Olimpiadi, più della neve ci preoccupava la nebbia. Anche quella, a Sarajevo e dintorni, è sempre presente. Per far funzionare l’aeroporto locale sotto la nebbia fitta, i nostri ingegneri avevano preparato delle sostanze chimiche che, all’occorrenza, potevano - proprio come diceva un’antica canzone bosniaca “duni vjetre, malo sa Neretve, pa rastjeraj maglu po Mostaru” - far sparire la nebbia. Tutto era pronto e perfetto, migliaia di sportivi, giornalisti e decine di migliaia di ospiti erano già in città. Mancava solo la neve.
Volevo partecipare in qualche modo a quell’evento, rendermi utile… Sarei stata contenta se avessi potuto spalare la neve, tenere un palo, indicare la via per il WC, qualsiasi cosa. Mandai la richiesta per fare la volontaria a varie commissioni, ma non mi presero. Ci lavoravano già trentamila persone, di cui la metà erano volontari, da tutta la Jugoslavia. Nella costruzione delle strutture olimpiche sui monti partecipavano i giovani volontari organizzati nelle brigate di lavoro (radne brigade). E nei giorni delle Olimpiadi quattrocento camerieri di tutta la Jugoslavia erano a Sarajevo per servire gli ospiti.


Il centro del mondo
La sera prima dell’inizio dei giochi non potevo starmene in casa mentre, pensavo, la storia raggiungeva la mia città. Sarajevo splendeva, le strade erano affollate, i negozi, i ristoranti e i bar erano aperti tutta la notte, pieni di gente. Migliaia di persone giravano su e giù, si parlava ad alta voce, quelli che non riuscivano a comunicare in una lingua straniera facevano amicizia a gesti, si facevano le foto, si rideva, così, senza motivo, solo perché noi sarajevesi eravamo raccolti là, insieme agli ospiti, per un evento grande, bello, importante. Ci pareva di essere nel centro del mondo.
In una tale atmosfera cominciò a nevicare. Ancora oggi ricordo di preciso dov’ero: in via Vase Miskina, oggi Ferhadija, là dove inizia la parte antica della città, la Baščaršija. C’era gente che saltava dalla gioia, altri si tenevano per mano e ballavano, qualcuno urlava. Io ridevo in modo incontrollabile, tenevo le braccia aperte, giravo intorno a me stessa con la faccia rivolta in alto. Volevo sentire i fiocchi di neve sul mio viso.
Credo che quella volta, molti capi comunisti (che da noi obbligatoriamente erano atei) avessero ringraziato Dio.
Nevicava sul serio, tutta la notte. Cadeva una neve bellissima, secca, quella che non si scioglie subito ma rimane a terra. I fiocchi di neve erano grandi ed eleganti come farfalle. All’inizio la neve scendeva piano e timidamente, poi sempre più forte e fitta. Pareva che qualcuno lassù avesse aperto un sacco e non riuscisse più a controllare la velocità con la quale quel sacco si svuotava.
Prima eravamo preoccupati perché mancava la neve, poi la situazione si invertì. In poche ore c’era più di un metro di neve. Bisognava livellare con urgenza le piste sciistiche. Il presidente della Federazione internazionale per lo sci, Marc Hodler, preoccupato, aveva chiesto al presidente del Comitato Olimpico bosniaco, Branko Mikulić, come pensava di risolvere il problema. “Ci vogliono mille persone per spianare le piste, dove le trovate a quest’ora?”, chiedeva Holder. Secondo i testimoni, Branko Mikulić aveva risposto: “Potrebbero bastare, secondo lei, cinquemila?”.

Una fiaba
Per radio i cittadini furono invitati a correre in aiuto. In migliaia avevano risposto e avevano lavorato tutta la notte, compresi i soldati dell’Armata Popolare Jugoslava. La mattina dopo, le piste erano perfette e tutta la città pulita e ordinata. “Eravamo così entusiasti, acchiappavamo i fiocchi di neve ancora prima che cadessero per terra”, si ricorda trent’anni dopo il signor Meho S., un tassista di Sarajevo.
Erano momenti magici, sembrava di vivere in una fiaba. Infatti, i XIV Giochi Olimpici invernali di Sarajevo, nel 1984, per molti aspetti potevano considerarsi un miracolo.
Nel 1977 un tale era stato preso in giro perché aveva proposto Sarajevo per ospitare i Giochi olimpici invernali. Nessuno ci credeva. Una volta i giochi olimpici venivano organizzati dai paesi ricchi e occidentali. Fu, e lo è ancora, un evento di grande prestigio, costoso, una sorta di vetrina, dove l’organizzatore fa vedere al mondo il meglio di sé, e nello stesso tempo un biglietto da visita per la scena internazionale. Sarajevo, per vincere, doveva prima convincere gli scettici a casa propria. La candidatura doveva essere approvata dal partito comunista e dal governo della repubblica di Bosnia Erzegovina, e poi approvata e sostenuta dal governo Federale.
Altre repubbliche della Jugoslavia consideravano la Bosnia un “tamni vilajet” (un mondo tenebroso, retrogrado), una sorta di cugino povero che merita simpatia e aiuto, ma niente di più. Di conseguenza, la prima reazione delle altre repubbliche fu una forte incredulità. Infine, l’approvazione a casa fu ottenuta. A livello internazionale, Sarajevo si trovò a competere con Sapporo, in Giappone, e con la congiunta candidatura di due città svedesi, Falun e Göteborg.
Dopo aver fatto l’ultima visita a Sarajevo per verificare la sua capacità per un evento internazionale di tale importanza, Marc Hodler, aveva riferito al Comitato olimpico: “La Bosnia Erzegovina è un paese che si sta sviluppando in fretta, la gente vive libera e felice”.
Prima della votazione, la giornalista inglese Pet Bedford scrisse: “Se scegliete Sapporo, i giapponesi vi organizzeranno un aereo per visitare Tokio; se optate per Falun e Göteborg, gli svedesi vi faranno vedere i fiordi e gli iceberg. Ma se la vostra scelta ricadrà sulla Jugoslavia e Sarajevo, troverete gente amichevole, di gran cuore, e meravigliose montagne”.


L'Olimpiade comunista
I XIV Giochi Olimpici Invernali di Sarajevo si tennero dall’8 al 19 febbraio del 1984. Fu un evento con parecchi record e senza precedenti. Fu la prima olimpiade invernale tenutasi in un paese comunista. Fu un primato per il numero di partecipanti pervenuti da quarantanove paesi, con 1.272 atleti (274 donne, 998 uomini), che competevano in trentanove discipline, seguiti da 7.393 giornalisti e visti da due miliardi di telespettatori. Gli organizzatori avevano venduto 250 mila biglietti, complessivamente avevano guadagnato 47 milioni di dollari. Grazie ai Giochi furono creati 9.500 nuovi posti di lavoro.
Per la prima volta, come sport dimostrativo, alle Olimpiadi invernali i disabili gareggiarono nello slalom gigante, e per la prima volta nella storia delle Olimpiadi, la coppia di pattinatori artistici sul giaccio, Jayne Torvill e Christopher Dean, dall’Inghilterra, ricevette il massimo del punteggio.
Le Olimpiadi invernali di Sarajevo lanciarono inoltre una delle icone sportive più grandi del tardo ventesimo secolo, la pattinatrice della Germania Est (che all’epoca esisteva come paese indipendente) Katarina Witt, che vinse la medaglia d'oro.
Per la prima volta la Jugoslavia conquistò una medaglia nelle Olimpiadi invernali. Lo sciatore sloveno Jure Franko, infatti, vinse l’argento nello slalom gigante, portando l’intera nazione in trance. Durante la premiazione, di fronte al centro sportivo-culturale “Skenderija”, decine di migliaia di persone urlavano: “Volimo Jureka, više od bureka” (Ci piace di più Jurek che il burek, cioè il piatto preferito nazionale).
“Erano tempi diversi, e anche i valori erano diversi. Ci avevano promesso, nel caso vincessimo, di regalarci un videoregistratore. Ed io ragionavo: se corro bene nel secondo turno, porterò a casa un videoregistratore”, ricorda Jure Franko.
Juan Antonio Samaranch intervenne alle Olimpiadi di Sarajevo per la prima volta in veste di presidente del Comitato olimpico internazionale. Nel suo discorso in occasione della chiusura dei Giochi, Samaranch disse: “Il movimento olimpico si è arricchito. Per la prima volta i giochi olimpici sono stati organizzati da un popolo”. Quella volta tra la città e il dignitario nacque un’amicizia che durò vent’anni, fino alla morte di Samaranch.

La fine della storia
Nei primi mesi della guerra, nel 1992, molti edifici olimpici furono distrutti, bersagliati apposta, come tutto quello che documentava la storia e la vita comune dei bosniaci e degli erzegovesi. Il centro sportivo “Zetra”, con la magnifica sala del ghiaccio, che era stata il palcoscenico del pattinaggio e della cerimonia di chiusura delle Olimpiadi, fu bombardata e incendiata, rimasero solo le sue fondamenta. Il centro “Skenderia”, il museo olimpico, gli alberghi sulle montagne… tutto demolito.
Già nell’aprile 1992, sul monte Jahorina, i serbi si erano appostati con i kalashnikov alla partenza dello skilift, per farsi pagare il biglietto. Il monte Trebević, così vicino, tanto che lo consideravamo la montagna del nostro cortile, non è più lo stesso per i sarajevesi. Dopo la guerra, molti non ci sono più tornati. Là era stata costruita la pista di bob, minata durante la guerra. Oggi è abbandonata, vi si aggirano solo alcuni coraggiosi per raccogliere le pallottole vuote e venderle agli artigiani che le utilizzano per fare i souvenir.
I villaggi olimpici, Mojmilo e Dobrinja, erano stati progettati per diventare i nuovi quartieri della città. È una bella zona, larga, vicino all’aeroporto dove, dopo i giochi, furono distribuiti 2.750 appartamenti moderni a chi non li aveva.
All’inizio della guerra, nell’aprile 1992, il quartiere di Dobrinja fu pesantemente bombardato. I serbi cercarono di occuparlo, invano. Rimase per tutta la durata della guerra assediato e isolato dal resto di Sarajevo, subì una sorta di assedio nell’assedio. Gli abitanti, gente mista di tutte le etnie e religioni, hanno lottato, e la loro è una storia di coraggio e resistenza esemplare. Oggi per Dobrinja passa la linea invisibile della Sarajevo divisa.
Nel 1994 a Lillehammer, in Norvegia, si tennero i XVII giochi invernali. Samaranch aveva interrotto la sua presenza là ed era tornato a Sarajevo, per mostrare la sua solidarietà verso la città e i cittadini. Con il suo arrivo nella Sarajevo assediata, Samaranch aveva mostrato il coraggio e la grinta che all’epoca mancava a tanti politici.
“Con aria di sfida, come se non vi fosse alcun pericolo dalle colline, ma visibilmente scosso, Samaranch stava fermo sulle rovine del centro sportivo “Zetra” dove, dieci anni prima, aveva dichiarato chiuse le Olimpiadi invernali. Per noi era il segnale che non saremmo morti, che non eravamo stati né abbandonati né dimenticati. Gli eravamo così grati... La gente veniva a salutarlo, a toccarlo”, si ricorda il direttore del Museo Olimpico di Sarajevo, Edo Numankadić.
In quell’occasione Samaranch aveva promesso che avrebbe fatto di tutto per ricostruire il centro olimpico “Zetra”. La sua promessa fu mantenuta e, nel 1999, il centro “Zetra” fu ricostruito e aperto.


Trent'anni dopo
In questi giorni a Sarajevo si stanno preparando le celebrazioni per i trenta anni delle Olimpiadi invernali (1984 – 2014). I festeggiamenti si organizzano anche nel mondo, dove - dopo la guerra - sono finiti un milione di bosniaci. A Melbourne, in Australia, gli organizzatori invitano i connazionali “a rivivere i giochi invernali, per stare insieme e accendere, per un attimo, la fiamma dentro di noi”.
I simboli delle Olimpiadi, trent’anni dopo, sono ancora presenti a Sarajevo. La mascotte “vučko” (il lupacchiotto) oggi è il souvenir più venduto ai turisti, e la sua immagine scolorita si può vedere ancora sulle facciate di diversi edifici. I segnali stradali indicano “la montagna olimpica”, la gente ne parla volentieri e sospirando, molti si ricordano dei tempi quando “eravamo felici e uniti”.
Ma oggi i serbi sciano sul monte Jahorina, mentre i bosniaci su Bjelašnica.