domenica 4 aprile 2010

METTERSI IN VIAGGIO PER LA PACE

 Foto Zaprittsky/Flickr
"Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri". Non è necessario essere credenti per capire la portata rivoluzionaria di un precetto del genere. Nella Bibbia era già stato scritto "Amerai il prossimo tuo come te stesso". Gesù, o chiunque abbia pronunciato quelle parole, gli ha dato però un valore e ne ha tratto un'esigenza universali e, se vogliamo, in qualche modo gli ha dato un valore politico.

Mi è venuto di fare questa considerazione rileggendo l'articolo del direttore Gianni Riotta che apriva il numero del Domenicale del Sole 24 Ore del 14 marzo, L'America, la pace e quattro passi, dedicato all'ultimo libro di Charles Kupchan, ancora inedito negli Usa e intitolato How enemies become friends. Oggi è Pasqua, una festa di liberazione, di rinascita e di pace: il tema mi sembra quindi piuttosto adatto alla giornata.

E' possibile che avversari che si sono ferocemente massacrati in guerra, magari per secoli, deporre le armi e sedersi intorno ad un tavolo per trovare una forma di convivenze e magari di alleanza? Spiega Riotta che Kupchan – studioso della Georgetown University, membro del Council on Foreign Relations e già consigliere dl presidente Clinton –, dopo aver spiegato agli americani la nascita dell'Unione europea e l'avvento dell'euro, prova ora a capire come nasce e si radica la pace, perché giapponesi e americani non combattono più, così come hanno fatto gli europei, mentre tra israeliani e palestinesi è guerra continua.

"Abbiamo creduto a lungo», ha detto Kupchan a Riotta, "che per far pace occorra la democrazia", cosa che "è utile certo, ma non indispensabile". Ciò che serve per Kupchan, è invece "una strada a quattro corsie". Ovvero: "Si parte da un'offerta unilaterale, per vedere se il nemico accetta", come sta facendo per ora senza successo il presidente Obama con l'Iran, mentre Nixon e Kissinger ci riuscirono con la Cina. Dopo il primo passo ne occorre un secondo: "Moderazione reciproca: qualche primo, modesto, trattato commerciale, intese di cooperazione dove prima c'era rivalità". Kupchan guarda all'esempio degli europei che dopo il 1945, stanchi di guerre, inventarono la Comunità del carbone e dell'acciaio per condividere le risorse su cui avevano versato il sangue di intere generazioni.

E' a questo punto che, secondo Kupchan, arriva la fase dell'integrazione tra le società: "Le elites viaggiano e dialogano, gli artisti condividono scuole, le barriere economiche e politiche si rilassano". E pensiamo, scrive Riotta, agli artisti francesi e tedeschi che dopo essersi sparati addosso nella Prima guerra mondiale lavorano insieme in pittura e architettura, al filosofo austriaco Wittgenstein che va a studiare con l'ex nemico inglese Russell a Cambridge, ai primi viaggi di Calvino e Arbasino in America dopo la Liberazione, mentre Hollywood si trasferisce in massa a Cinecittà.

La vera "pace" per Kupchan arriva con "la generazione della nuova narrativa e identità": dai ragazzi dell'Erasmus e quelli della Fulbright che studiano in America, agli asiatici che lavorano e arricchiscono Silicon Valley. Poi arriva la mescolanza di usi e costumi: la musica, la pizza e il kebab, lo sport e i blue jeans, le cravatte italiane, i best seller di Dan Brown e Harry Potter. A questo punto la pace è fatta. Quarto passo.

Naturalmente Kupchan non è un illuso idealista e ha ben presente i casi della storia dove invece i tentativi di pacificazione sono falliti. E sul presente si mantiene cauto: "Sono agnostico, l'Europa ha paura del mondo globale, i paesi dell'Est son stati assorbiti troppo in fretta, la Turchia dimenticata. Siete delusi da Obama, dopo esservi troppo illusi. È stagione di prudenza, per tutti". Kupchan ha ben presente che nel mondo, oltre alle idee, contano anche forza e interessi e nota come la politica, negli Usa come qui in Europa, stia diventando uno sport brutale. Il che porta Riotta a concludere il suo articolo con la considerazione che i "quattro passi da nemici ad amici" indicati da Kupchan sarebbero necessari anche nei nostri paesi, Usa come Italia: "Deporre le armi, riconoscersi, dialogare, accettare valori comuni. Per cominciare dovremmo certo smettere di avvelenare i pozzi della verità, dell'informazione, come si fa in guerra".

Fin qui il pensiero di Kupchan nell'articolo di Riotta. E mi viene da pensare ai Balcani, ai Paesi dell'ex Jugoslavia. Il primo passo è stato fatto. Dopo i conflitti degli anni '90 le prime offerte unilaterali sono state corrisposte dagli ex nemici e si sta tentando il secondo passo, quello delle intese e dei trattati. Tenendo conto che non si deve partire da zero, ma trovare il modo di riallacciare i fili che sia a livello di elites sia a livello di popoli sono stati spezzati solo in un tempo relativamente recente. E che, cosa non meno importante, esiste una cornice che si chiama Unione europea. La strada quindi c'è, anche in Kosovo, anche in Bosnia: si tratta di aver il coraggio di fare quei quattro passi nella direzione giusta. Qualcuno si è incamminato, gli altri seguiranno e chi resterà fermo sarà perduto. E non sarà nemmeno un male.

Buona Pasqua.

5 commenti:

  1. democrazia.. che bella parola..
    come vorrei che tornasse !

    RispondiElimina
  2. Ehi... L'Italia sta messa male e l'ultima campagna elettorale lo ha dimostrato ampiamente, ma non stiamo messi come Cuba o la Bielorussia. Per lo meno non ancora.

    RispondiElimina
  3. ti sembra !
    io ero nelle strade a vedere una trasmissione clandestina e la cosa bella è che ci siamo trovati tra amici e abbiamo riso tanto e le censure se le possono.....................

    RispondiElimina
  4. ho ricevuto na mail troppo bella da parte di un'amica serba
    Ho letto con attenzione il tuo testo... Io sono Serba, adoro Nole, mi piace Cavic, 1e cose che questo ragazzo ha detto sono davvero per un certo verso raccapriccianti....però, a me dispiace per questo che dirò adesso, e spero non mi prendete male, ma io ritengo che la colpa per la situazione in Kosovo è assolutamente il frutto della politica sbagliata del governo serbo dagli anni 90 in su. Cosa effettivamente ha fatto Serbia, sia per la gente giù, sia per mantenere la pokraina serba? Nulla. Per anni non se n'è parlato. Nel '89 Milosevic lo usò per rinforzare il proprio potere, e non credo perché tenesse alla gente. Poi, non scappiamo dalle proprie responsabilità,anche i nostri soldati nel 99 fecero casino giù. Ho dei parenti che facevano parte dell'armia jugoslava, che senza vergogna hanno raccontato cosa facevano, e mostrato le cose rubate alle famiglie albanesi che espellevano dalle proprie case. Poi, quelli serbi che avevano i soldi sono venuti in Serbia vendendo le loro case proprio agli albanesi, e parlo del periodo del 89 in poi, quelli poveri erano rimasti in Kosovo. Non dimentico gli UCK, molti albanesi erano contrari e lo dico perché ho degli amici albanesi kosovari che hanno studiato con me. Entrambe le parti hanno fatto dei crimini, non è giusto dare la colpa solo agli albanesi o ai Serbi stessi, come fa questo ragazzo. Poi siamo arrivati all'indipendenza, ingiusta per uni,sbagliata per altri e siamo entrati in un vicolo cieco dell'odio reciproco, alle porte del 21 secolo dove bisognerebbe unire e non dividere la gente, quando una UE si sta per allargare, la stessa EU che ha fatto poco per fermare la guerra nei Balcani.... Kosovo era una volta la parte della Serbia, anche se mi duole ammetterlo,. ormai non lo è più, nonostante tutte belle parole del presidente Tadic... Vorrei sbagliare, vorrei che aveste ragione voi, ma ho paura che ormai non ci resta che accettare la situazione.

    RispondiElimina
  5. anzi.. fatevi che leggere tutto il post
    c'è da sganasciarsi dalle risate
    http://adrenola.blogspot.com/2009/04/
    ha-dellincredibile.html

    RispondiElimina