martedì 29 giugno 2010

L'EUROPA MUORE O RINASCE A SARAJEVO

Quindici anni fa, il 3 luglio del 1995, Alexander Langer poneva fine alla sua esistenza terrena. Aveva 49 anni. Non vide quello che una settimana dopo sarebbe accaduto a Srebrenica, ma aveva già visto e previsto abbastanza di quello che stava succedendo in quegli anni nella ex Jugoslavia. Da anni era impegnato, anche come parlamentare europeo, per una politica estera di pace, per relazioni più giuste tra Nord e Sud del mondo e tra Est e Ovest. Dopo la caduta del muro di Berlino si era battuto per contrastare i contrapposti nazionalismi che andavano via via emergendo, sostenendo la conciliazione interetnica nell’ex-Jugoslavia ormai avviata verso la disgregazione. Il suo impegno convinto per la pace non gli impedì tuttavia di prendere posizioni critiche verso un certo pacifismo neutralista ed equidistante che non sapeva o non voleva distinguere tra aggressori e aggrediti, tra vittime e carnefici. Il 26 giugno Langer si recò a Cannes, con altri parlamentari, per portare ai capi di stato e di governo europei un drammatico appello: "L'Europa muore o rinasce a Sarajevo". Pochi giorni dopo lasciava questa terra. Vorrei ricordarlo con un suo testo scritto in quei giorni preso dal sito della Fondazione che porta il suo nome.

L'Europa muore o rinasce a Sarajevo
25.6.1995, La terra vista dalla luna

Siamo andati a Cannes, dunque, a manifestare davanti ai capi di stato e di governo, per la Bosnia-Erzegovina. "Basta con la neutralità tra aggrediti ed aggressori, apriamo le porte dell'Unione europea alla Bosnia, bisogna arrivare ad un punto di svolta!" Non eravamo tantissimi - qualche migliaio appena -, e dall'Italia prevalevano i pannelliani. Il grosso dei militanti della solidarietà per l'ex Jugoslavia non avevano saputo e forse neanche voluto.

Dalla Spagna, invece, sono venuti in parecchi, dalla Catalogna soprattutto; dalla Francia molti comitati, pochi o pochissimi invece da Belgio, Olanda, Svezia, Gran Bretagna e Germania. Dei parlamentari europei molti avevano firmato - la maggioranza dei verdi e dei radicali, significativi democristiani e socialisti, qualche esponente della sinistra, diversi rappresentanti dei berlusconiani europei ("Forza Europa", ora integrati nei gaullisti), liberali e regionalisti. Tanti bei nomi tra i firmatari, dall'ex commissario ONU José Maria Mendiluce (socialista spagonolo) a Otto d'Asburgo, da Daniel Cohn-Bendit a Corrado Augias, Francisca Sauquillo, Michel Rocard, Arie Oostlander, Giorgio La Malfa, Pierre Carniti, Glenys Kinnock, Antonio Tajani, Catherine Lalumière, Bernard Kouchner. Solo una ventina viene poi effettivamente a Cannes, il 26 giugno 1995. Oltre cento rifugiati bosniaci che dall'Italia vogliono raggiungere Cannes, restano invece bloccati alla frontiera di Ventimiglia: "ecco, ancora una volta l'Europa non ci vuole", è l'amaro commento. Una manifestazione al confine rende almeno visibile il loro intento.

Dopo la manifestazione in piazza, ci riceve Jacques Chirac in persona, una dozzina di noi vengono ammessi a riunirsi con lui e con il ministro degli esteri Hervé de la Charette, mezz'ora prima dell'inizio del vertice: al nostro appello risponde che sì, liberare Sarajevo dall'assedio è una priorità, ma che non esistono buoni e cattivi, e che non bisogna fare la guerra. Ci guardiamo, la deputata verde belga Magda Aelvoet e io, entrambi pacifisti di vecchia data: che strano sentirsi praticamente tacciare di essere guerrafondai dal presidente neo-gollista che pochi giorni prima aveva annunciato la ripresa degli esperimenti nucleari francesi nel Pacifico!

Ed ecco quanto avevamo elaborato e firmato in tanti:

"Dopo tre anni tutti noi, umili o potenti, assistiamo al quotidiano ormai banalizzato di una guerra i cui bersagli sono donne, bambini, vecchi, deliberatamente presi di mira da cecchini irraggiungibili o colpiti da obici mortali che sparano dal nulla.

Ci volevano dunque tre anni e, soprattutto, una presa di ostaggi dei caschi blu, fatto senza precedenti nella storia della comunità internazionale, perché leadership politiche e media europei riconoscano che in questa guerra ci sono aggressori ed aggrediti, criminali e vittime.

Tre anni di una politica inutile di "neutralità" che ci ha privato di ogni credibilità presso i bosniaci e di ogni rispetto da parte degli aggressori.

Ormai siamo arrivati a un punto di non-ritorno.

O tiriamo le conseguenze che si impongono e rafforziamo la nostra presenza - mandato dei caschi blu, presa di posizione netta di fronte agli aggressori - e, in fin dei conti, rifiutiamo di essere complici della strategia di epurazione e di omogeneizzazione della popolazione della Bosnia, oppure cediamo al ricatto intollerabile delle forze serbo-bosniache, ritirandoci dalla Bosnia ed infliggendo così alle Nazioni Unite la loro più grande umiliazione proprio mentre si celebra il cinquantenario della fondazione dell'ONU.

Oggi più che mai in passato dobbiamo armarci di dignità e di valori. E soprattutto ripetere quel "mai più" che risuona in tutta Europa dalla fine della seconda guerra mondiale.

Oggi più che mai in passato dobbiamo difenderci, in Bosnia, contro coloro che spingono all'epurazione etnica e religiosa come ideale politico e lo impongono perpetrando crimini contro l'umanità.

Se la situazione attuale è il risultato delle politiche disordinate, rinunciatarie e contraddittorie dei nostri governi, l'Unione europea in quanto tale è rimasta muta, impotente, assente.

Bisogna che l'Europa testimoni e agisca!

Bisogna che grazie all'Europa l'integrità del territorio bosniaco e la sicurezza delle sue frontiere siano finalmente garantite. Ma ciò non è, non è più sufficiente. Per recuperare un credito assai largamente consumato, l'Unione europea deve oggi dar prova di un coraggio e un'immaginazione politica senza precedenti nella sua storia. L'Europa può farlo, l'Europa deve farlo. Lo deve tanto ai bosniaci quanto a se stessa. Perché ciò è condizione della sua rinascita.

Andiamo dunque in tanti a Cannes a manifestare ai capi di Stato e di governo che:

- le risoluzioni del Consiglio di sicurezza, in particolare quelle che garantiscono il libero accesso degli aiuti alle vittime, devono essere applicate;
- l'assedio a Sarajevo e alle altre città accerchiate deve essere levato e le zone di sicurezza effettivamente protette;
- i caschi blu non devono essere ritirati, il loro mandato non deve essere ristretto, al contrario la presenza internazionale in Bosnia fa rinforzata;
- di fronte ad una politica di sedicente neutralità, noi stiamo dalla parte degli aggrediti e delle vittime;
- nello spirito di solidarietà che deve animare l'Europa che noi vogliamo, la repubblica di Bosnia-Erzegovina, internazionalmente riconosciuta, venga invitata ad aderire pienamente ed immediatamente all'Unione europea.

L'Europa, infatti, muore o rinasce a Sarajevo."

Tuzla, maggio 1995


Esattamente un mese prima era stata bombardata la città di Tuzla: di una generazione si è fatta strage, oltre 70 giovani ammazzati durante il passeggio, centinaia di altri giovani feriti. Quattro giorni prima avevo congedato il sindaco (musulmano e riformista, cioè socialdemocratico) Selim Beslagic, dopo averlo accompagnato per diversi giorni - insieme al deputato Sejfudin Tokic, suo compagno di partito - a Strasburgo, a Bolzano e a Bologna. Il sindaco Beslagic e l'amministrazione "civica, non etnica" di Tuzla - come fieramente amano definirsi - sono considerati universalmente come riferimento di pace e di convivenza, di democrazia e di tolleranza. Bene: il giorno dopo il cannoneggiamento della sua città, Beslagic mi ha inviato per fax copia del suo messaggio al Consiglio di sicurezza dell'ONU, con la preghiera di diffonderlo al Parlamento europeo. "Voi state a guardare e non fate niente, mentre un nuovo fascismo ci sta bombardando: se non intervenite per fermarli, voi che potete, siete complici, è impossibile che non vi rendiate conto".

E se a Strasburgo, a Bolzano e a Bologna avevamo lavorato con gli ospiti per portare verso la sua realizzazione l'apertura di un'"ambasciata delle democrazie locali" a Tuzla (ne esiste già una a Osijek) e per progredire con altri progetti (acquedotto, parti di ricambio per fabbriche, impianto de-ionizzatore, scambi di giovani, ecc.), di colpo tutto questo perdeva non poco senso e speranza: a che poteva servire tutto ciò, se l'aggressione finiva per seminare l'odio etnico a Tuzla come a Mostar?

Si può fare qualcosa?

Certo, soluzioni facili non esistono. E guardarsi indietro serve a poco: non si troverà convergenza tra chi (come il sottoscritto) è convinto che l'Europa abbia fatto malissimo a favorire la disintegrazione della vecchia Jugoslavia e chi invece accoglieva con entusiasmo le proclamazioni di nuove indipendenze (anche da sinistra: il vocabolo magico "autodeterminazione nazionale" aveva un forte corso legale in molti ambienti democratici e di sinistra).

Così bisognerà trovare una linea di demarcazione che aiuti a scegliere chi e cosa sostenere, chi e cosa contrastare. Questa linea non separa di per sè i serbi dai croati o i cosiddetti musulmani da entrambi, ma potrebbe essere un'altra: è la distanza che separa le diverse politiche dell'esclusivismo etnico (epurazione, espulsioni, omogeneizzazione nazionale, ghettizzazione, discriminazione ed oppressione delle minoranze, integralismo etnico o religioso....) dalle politiche della convivenza, della democrazia, del diritto, della possibilità di essere diversi e far parte di un ordinamento comune, con pari dignità e pari diritti, e senza che trovarsi in minoranza debba essere una disgrazia cui sfuggire quanto prima attraverso la costituzione di un'entità in cui si sia maggioranza.

Nella direzione di quanto si può fare per ricostruire condizioni di convivenza possibile, vi sono alcuni passi necessari. Tutti includono, innanzitutto, che si lavori non "per", ma con gli ex jugoslavi, ed una proposta, una politica sarà tanto più credibile, quanto più riuscirà a convincere insieme dei democratici serbi e croati, bosniaci e macedoni, albanesi e sloveni, ungheresi ed istriani.

Bisognerà quindi considerare:

* Ristabilire il valore del diritto: non deve stupire l'insistenza di tanti cittadini dell'ex Jugoslavia sul Tribunale internazionale per i crimini contro l'umanità! La separazione delle responsabilità individuali dalle generalizzazioni etniche o politiche e la supremazia del diritto contro l'arbitrio (e quindi la possibile tutela dei deboli contro i forti) è di cruciale importanza. Come può altrimenti rinascere la fiducia in un ordinamento giusto? Quante volte nell'est europeo si chiede "quali sono le norme europee, quali sono gli standard europei?" per affrontare questo o quel problema! Si vuole una legge che non sia fatta ed imposta semplicemente dal più forte.

* La politica di pace più efficace è oggi l'offerta di integrazione: più che qualunque altra proposta o piano di pace, funziona il semplice invito "vieni con noi, unitevi a noi". La smania degli europei dell'est di entrare a far parte della NATO, si spiega facilmente come ricerca di sicurezza (e in fondo la NATO è riuscita a contenere contemporaneamente greci e turchi!). Se si vuole promuovere pace in una regione nella quale la precedente casa comune si è dissolta, l'offerta più credibile è quella di entrare sotto un tetto comune più ampio e meno condizionato dai rispettivi nemici preferiti. Ecco perchè a tutti i paesi successori dell'ex Jugoslavia bisogna aprire le porte dell'Europa, a condizione che scelgano la convivenza, al posto dell'esclusivismo etnico, lo Stato democratico invece che etnico. (Naturalmente questa prospettiva implica che si lavori forte alla costruzione della casa comune europea, e che l'Unione europea come tale evolva rapidamente in tal senso.)

* Offrire il massimo sostegno a chi decide di dialogare, a chi sa reintegrare: tutte le cosiddette trattative di pace hanno, in realtà, rafforzato i signori della guerra, legittimando la loro leadership, consolidando il loro potere, emarginando i loro avversari democratici. Niente o quasi nulla è stato fatto, invece, per sostenere le forze del dialogo, della reintegrazione, della ricerca di soluzioni comuni. Bisognerebbe definire dei veri e propri "premi o incentivi di reintegrazione" (bonus) e sanzioni all'esclusione etnica (malus); sostenere, p.es., quei comuni che permettono il rientro dei profughi o quei gruppi che organizzano iniziative pluri-etniche o pluri-confessionali o quei mezzi d'informazione che ospitano anche voci "degli altri", ecc. Anche il sostegno ai disertori del conflitto, a coloro che sottraggono la loro forza personale alla guerra (e per questo meriterebbero l'asilo politico), dovrebbe far parte di questa strategia. Bisogna che il dialogo paghi e porti riconoscimenti e sostegni, e che l'esclusione etnica invece si attiri sanzioni e conseguenze negative.

* Massimo sostegno quindi alle diverse reti organizzate che ricostruiscono legami: dai network di studenti e professori ai gemellaggi tra città, dai comitati per i diritti umani alle organizzazioni degli operatori dell'informazione. Molto potrebbe essere fatto anche tra l'emigrazione ex jugoslava.

* Il ruolo della prevenzione del conflitto: ci sono oggi situazioni di pre-guerra, dove l'esplosione violenta del conflitto può essere, forse, ancora evitata (Kosovo, Macedonia, Vojvodina...), ma dove occorre concentrare grande attenzione, forte presenza internazionale, intensa opera politica e civile. In questi casi si tratta di influenzare l'evoluzione delle cose in un senso o nell'altro, e nulla dovrebbe essere troppo complicato o troppo "costoso" per non essere tentato, visto che in ogni caso un conflitto armato comporterebbe costi umani, politici, economici e materiali assai più alti. Sostenere in queste regioni le forze della possibile convivenza e scoraggiare l'esclusivismo etnico, dovrebbe avere oggi un'alta priorità nell'opera di pace.

* Perché non organizzare almeno una parte del volontariato in corpo civile europeo di pace? Esistono oggi decine di migliaia di volontari della solidarietà con l'ex Jugoslavia, che in questi anni hanno accumulato conoscenze ed esperienza. Molti di loro sono frustrati dall'essere un po' come la Croce rossa che può solo assistere le vittime, senza fare nulla per fermare la guerra. Oggi c'è una forte domanda politica nel volontariato, molti non si accontentano della funzione di tampone che oggettivamente ricoprono. Perché non trasformare questa straordinaria esperienza in un "corpo europeo civile di pace", adeguatamente riconosciuto ed organizzato ed assunto da parte dell'Unione europea per svolgere - sotto una precisa responsablità politica - compiti civili di prevenzione, mitigazione e mediazione dei conflitti, attraverso opera di monitoraggio, dialogo, dispiegamento sul territorio, promozione di riconciliazione o almeno di ripresa di contatti o negoziati, ecc.? Il Parlamento europeo si è recentemente (18-5-1995) pronunciato in favore di una simile "corpo civile europeo di pace", e nulla potrebbe meglio assomigliargli che la ricca e diversificatissima esperienza del volontariato europeo per l'ex Jugoslavia, che in quasi tutti i paesi ha sviluppato straordinarie capacità, iniziative, competenza e generosità.

Ma....

Resta purtuttavia un "ma", ed è quel "ma" da cui prende avvio l'appello di Cannes. Se, infatti, non arriva qualche segnale chiaro che l'aggressione non paga e che a nessuno può essere lecito partire per le proprie conquiste territoriali e conseguenti omogeneizzazioni etniche, allora ogni altro sforzo civile si sgretola o si logora. A Sarajevo la parola Europa è ormai associata alla parola cetnik, e nulla nella politica europea lascia pensare che davvero si preferiscano stati democratici piuttosto che etnici.

Chi non vuole prendere atto di questa realtà, continua a mettere sullo stesso piano Karadzic e Izetbegovic (come fa omai il manifesto), e sventola il pur assai promettente inizio di dialogo tra moderati bosniaci e serbi moderati di Pale come dimostrazione che esiste un'alternativa a ciò che viene chiamata la militarizzazione del conflitto.

Sejfudin Tokic è uno dei promotori del dialogo di cui sopra. Tokic è il compagno politico di quel Selim Belsagic che ci ricorda che chi non fa niente contro "i fascisti che ci bombardano, è loro complice". Con che faccia continueremo a blaterare di ONU e OSCE come futura architettura di pace e di sicurezza, se poi i soldati dell'ONU diventano ostaggi ed il loro mandato consente loro solo la forza necessaria per proteggere se stessi ed i loro compagni?

lunedì 28 giugno 2010

PASSAGGIO IN ONDA

La puntata di Passaggio a Sud Est del 26 giugno a Radio Radicale

In questa puntata un'intervista con lo scrittore Predrag Matvejevic condannato per aver definito "talebani" gli intellettuali che fomentarono l'odio etnico nei Balcani:  a partire dalla sua vicenda personale, il grande intellettuale parla dello stato delle democrazie dell'est europeo (definite "democrature", miscuglio di democrazie e dittature), delle conseguenze lasciate dai conflitti etnici nei Balcani, della crisi dell'Unione Europea e della politica che quasi ovunque sembra ormai aver smarrito ogni legame con la cultura.
Gli altri argomenti della trasmissione: il summit di Istanbul del Processo di Cooperazione del Sud Est Europa; la risoluzione della Commssione Esteri del PE sul Kosovo; la Serbia ed il Kosovo in attesa della decisione della Corte internazionale di giustizia dell'Onu sulla legittimità dell'indipendenza di Pristina; l'Albania e la sua intricata crisi politica di fronte all'Europa; la Croazia festeggia l'anniversario dell'indipendenza mentre proseguono i negoziati per l'adesione all'UE; il premier greco Papandreou auspica una soluzione della disputa con la Macedonia sul nome dell'ex repubblica jugoslava.

La puntata è stata realizzata come sempre con la collaborazione dei corrispondenti Marina Szikora e Artur Nura ed è riascoltabile direttamente qui



oppure è disponibile per il podcast sul sito di Radio Radicale nella sezione delle Rubriche (dove è possibile riascoltare anche tutte le puntate precedenti compresi gli Speciali del mercoledì).

domenica 27 giugno 2010

IL KOSOVO TRA EUROPA, POSSIBILI NUOVI NEGOZIATI E IPOTESI DI PARTIZIONE

Mercoledì scorso, 23 giugno, la Commissione Esteri del Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione in cui si raccomanda il riconoscimento internazionale del Kosovo ai cinque Stati UE che non lo hanno ancora fatto: Cipro, Grecia, Spagna, Slovacchia, Romania "dovrebbero riconoscere la dichiarazione unilaterale indipendenza del Kosovo". Il documento, approvato con 45 voti favorevoli, 14 contrari e due astenuti, ribadisce che il futuro del Kosovo è europeo e auspica "il più presto possibile" l'avvio dei colloqui tecnici per la liberalizzazione dei visti per i cittadini kosovari. Secondo l'ufficio di Ulrike Lunacek, relatrice del Parlamento Ue per il Kosovo, il testo sarà dIscusso dal Parlamento Ue in seduta plenaria a Strasburgo tra il 5 e il 7 luglio prossimo: in caso di approvazione il testo diventerà a tutti gli effetti una risoluzione del PE.

Il documento non è affatto piaciuto a Belgrado: il presidente serbo Boris Tadic, in un secco commento, ha dichiarato che la risoluzione "aumenta le tensioni senza alcuna ragione". E intervenendo al summit del Processo di cooperazione del Sud Est Europa che ha riunito lo stesso giorno ad Istanbul i capi di stato di 13 paesi dell'area, ha invitato l'UE ha dire "chiaramente e senza scuse se è pronta ad accogliere nella sua ala l'intera regione [dei Balcani occidentali] e a contribuire concretamente al raggiungimento di questo obiettivo". Dopo il vertice UE-Balcani occidentali svoltosi il 2 giugno a Sarajevo, in cui Bruxelles ha ribadito che il futuro della regione è nell'UE "la Serbia si aspetta ora [...] che quel messaggio venga tradotto in azione", ha dichiarato Tadic nel suo intervento.

"L'indipendenza dichiarata unilateralmente è solo un altro tentativo di imporre una soluzione unilaterale e un simile risultato è insostenibile" ha dichiarato il presidente serbo ribadendo che Belgrado "non riconoscerà mai e in nessun caso, né esplicitamente, né implicitamente l'indipendenza autoproclamata del Kosovo". La Serbia ha ottenuto di recente l'avvio del processo di ratifica da parte dei 27 Paesi UE dell'Accordo di Stabilizzazione e Associazione, il primo passo formale per l'adesione, siglata mell'aprile 2008 ma da allora rimasta congelata a causa delle resistenze dell'Olanda che lamenta la insufficiente collaborazione delle autorità serbe con il Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia. La questione è l'avvio, da parte della Commissione Europea, della procedura per l'attribuzione alla Serbia dello status di Paese candidato all'adesione all'UE. E' in tale quadro che si discute se imporre o no alla Serbia il riconoscimento del Kosovo come condizione per l'adesione.

Lo stesso giorno della risoluzione approvata dalla Commissione Esteri del PE, l'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa (organismo diverso e indipendente dall'UE che comprende 47 stati europei, 33 dei quali hanno riconosciuto l'indipendenza di Pristina) ha approvato una risoluzione in cui si afferma la necessità "di stabilire contatti operativi con le autorità del Kosovo al fine di rafforzare il suo ruolo nella provincia, pur mantenendo il suo status neutrale" circa l'indipendenza. "Nonostante le divisione sulla questione Kosovo" il documento raccomanda che gli Stati membri del Consiglio d'Europa "dovrebbero essere uniti nel sostenere un maggiore coinvolgimento dell'Organizzazione in Kosovo, nel bene di tutti i cittadini che vi vivono". Inoltre invita Belgrado e Pristina di adottare un "approccio flessibile per facilitare la partecipazione dei loro rappresentanti ai meetings internazionali, indipendentemente dalla questione dello status".

Intanto, mentre si torna a parlare di possibile partizione del Kosovo, un'ipotesi che nessuno sostiene ufficialmente ma che periodicamente compare all'orizzonte, si apprende che i negoziati sullo status del Kosovo tra Belgrado e Pristina potrebbero iniziare in settembre immediatamente dopo la decisione della Corte internazionale di giustizia dell'ONU, attesa per il 22 luglio, chiamata a decidere sulla legittimità della proclamazione di indipendenza alla luce del diritto internazionale. Questo almeno è quanto ha scritto il quotidiano serbo Blic sulla base di non meglio indicate "fonti ben informate". Il pronunciamento della Corte, chiesto e ottenuto dalla Serbia dopo una battaglia diplomatica all'ONU, ha solo valore consultivo, ma avrà un grande peso politico e diplomatico. Non a caso Ramush Haradinaj, leader dell'Alleanza democratica del Kosovo (ex premier ed ex imputato al Tribunale internazionale) ha invitato le forze politiche kosovare a elaborare una piattaforma comune in vista di possibili nuovi colloqui con Belgrado.

venerdì 25 giugno 2010

PROFUMO DI DONNA IN POESIA

Una bella notizia.
Artur Nura, corrispondente di Radio Radicale e collaboratore di Passaggio a Sud Est fin dall'inizio ha vinto il premio del concorso di poesia della rivista albanese Psikostil. Entro breve, inoltre, sarà pubblicato "Profumo di donna", la sua prima raccolta di poesie in albanese e italiano. Al mio amico Artur le più sincere congratulazioni.

Per saperne di più leggete il sito Albania News

Qui invece trovate la pagina di Artur Nura sul sito Poetrypoem.com

Questo invece è il blog di Artur (in albanese)

mercoledì 23 giugno 2010

PASSAGGIO SPECIALE: IL RAPPORTO DEL PROCURATORE CAPO DEL TRIBUNALE PER L'EX JUGOSLAVIA

Lo Speciale di Passaggio a Sud Est in onda questa sera alle 23,30 a Radio Radicale è dedicato al rapporto semestrale del procuratore capo del Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia presentato la scorsa settimana alle Nazioni Unite ed al Consiglio dei ministri degli Esteri dell'Ue.

Venerdì 18 giugno il procuratore capo del Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia, Serge Brammertz, ha presentato il rapporto semestrale sull'attività del Tpi al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Lunedì 14 Brammertz si era presentato al Consiglio dei ministri degli esteri dell'Ue riunito a Lussemburgo. Il documento è sempre molto atteso per la sua incidenza sul processo di integrazione europea dei Paesi dell'ex Jugoslavia, in particolare per la Serbia e per la Croazia. In primo piano sempre la questione della cattura dell'ex generale serbo-bosniaco Ratko Mladic, accusato di genocidio per il massacro di Srebrenica.

La puntata dello Speciale di oggi è già disponibile on-line sul sito di Radio Radicale oppure direttamente qui




Il sito ufficiale del Tribunale penale internazionale per l'ex Jugoslavia

Il processo a Radovan Karadzic su Balkan Insight

lunedì 21 giugno 2010

TPI, RAPPORTO BRAMMERTZ: UN AIUTO AL CAMMINO EUROPEO DI CROAZIA E SERBIA

La sede del Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia
Di Marina Szikora (*)

Venerdi', 18 giugno, il presidente e il procuratore generale del Tpi dell'Aja, Patrick Robinson e Serge Brammertz, hanno presentato il loro rapporto semestrale al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, dedicato all'attuazione della strategia per la conclusione del lavoro del Tribunale, alla collaborazione con la Procura dei paesi di riferimento e ad altre questioni.

Va precisato che davanti al Tribunale dell'Aja sono in corso 16 processi con 38 imputati di cui nove casi con 18 accusati sono processi proprio in corso mentre 4 casi con 11 accusati sono quelli in appello. Secondo il rapporto di Robinson del 2009, tutti i processi dovrebbero concludersi nella prima meta' del 2011 e i casi di appello nel corso del 2013. Ad eccezione il porcesso contro l'ex leader politico dei serbi bosniaci Radovan Karadzic. Questo processo dovrebbe essere terminato verso la fine del 2012 mentre i ricorso in appello nel febbraio 2014. Nel mirino dell'attenzione pero' i due super ricercati dell'Aja, Ratko Mladic e Radovan Karadzic ancora in fuga. Il loro arresto potrebbe rinviare le scadenze per la conclusione del lavoro del Tribunale.

Serge Brammertz ha informato il Consiglio di sicurezza che la Croazia negli ultimi sei mesi generalmente ha risposto alle richeiste della Procura ma che la questione della scomparsa dei documenti importanti relativi all'operazione Tempesta rimane irrisolta. Nell'ottobre 2009, la Croazia ha istituito un gruppo di lavoro apposito per le indagini amministrative. Anche se e' stato raggiunto un generale progresso nella qualita' dei colloqui con le persone contattate, non e' stata data una piena spiegazione su dove si potrebbero trovare i documenti in questione, ha detto Brammertz. Il procuratore dell'Aja ha aggiunto che nelle ultime settimane ha avuto garanzie da parte del governo croato che le indagini amministrative verranno approfondite e ha espresso speranza che ci saranno risultati concreti.

Commentando le valutazioni di Brammertz, la premier croata, Jadranka Kosor si e' detta fiduciosa che dopo il rapporto e le reazioni positive dei membri del Consiglio di sicurezza seguiranno sviluppi positivi alla prossima conferenza intergovernativa che si svolgera' il 30 giugno. La recente valutazione relativamente positiva sulla collaborazione della Croazia con il Tribunale dell'Aja, illustrata da Brammertz lo scorso lunedi' alla riunione dei ministri degli esteri dei 27 a Lussemburgo, ha contribuito alla decisione dei ministri Ue di acconsentire l'apertura del capitolo 23 del processo di negoziati di adesione, relativo alla giustizia e diritti fondamentali.

Positivo ma critico dunque Brammertz per quanto riguarda la Croazia, mentre invece ha lodato la collaborzione della Serbia sottolineando che negli ultimi sei mesi Belgrado ha risposto con prontezza alle richieste della Procura e che attualmente non ci sono richeste aperte di aiuto. Brammertz ha puntato sul valore di prove dei diari militari di Ratko Mladic che le autorita' serbe avevano confiscato lo scorso febbraio e consegnato al Tpi dell'Aja. Il procuratore generale ha rilevato che la priorita' principale della Procura resta l'arresto degli ultimi due fuggitivi serbi, Mladic e Hadzic.

Sempre lunedi' 14 giugno a Lussemburgo i ministri degli esteri dei 27 dell'Ue hanno deciso di sbloccare la ratifica dell'Accordo di stabilizzazione e associazione (Asa) con la Serbia. La decisione e' stata presa a seguito della presentazione del rapporto del procuratore generale dell'Aja, Serge Brammertz. Dopo la riunione a Lussemburgo e dopo la valutazione alquanto positiva, Brammertz ha comunque sottolineato che bisogna fare di piu' per arrestare ed estradare i fuggitivi latitanti, pensando ovviamente all'ex generale serbo bosniaco Ratko Mladic e a Goran Hadzic. «Il loro arresto e' la massima priorita', 15 anni dopo il genocidio di Srebrenica e' arrivato il tempo di chiudere questo capitolo. Non c'e' alternativa all'arresto dei latitanti» ha detto Brammertz.

Va sottolineato che l'Olanda e' il paese dell'Ue che ha piu' a lungo bloccato la decisione relativa all'Asa con la Serbia e il ministro olandese Maxime Vehagen ha rilevato che la piena collaborazione con l'ICTY sara' la condizione per ogni passo verso l'Ue precisando che «sono rimasti ancora 147 di tali passi e ad ognuno di questi i paesi membri possono usare il loro diritto di veto. Non ci sara' ulteriore avanzamento verso l'Ue senza la piena collaborazione con il Tribunale» ha detto Verhagen.

La valutazione relativamente positiva di Brammertz non e' stata comunque sufficiente per la decisione ministeriale di dare il segnale verde alla Commissione europea di iniziare a preparare il parere sulla richiesta serba per la candidatura ufficiale all'adesione. Nelle conclusioni si dice che il Consiglio tornera' a questa questione successivamente.

Va ricordato che la Serbia, nell'aprile del 2008 ha firmato l'Asa con l'Ue. Ma a causa dell'insufficiente collaborazione con il Tpi dell'Aja, l'Ue ha subito congelato l'attuazione dell'Accordo temporaneo che viene firmato insieme all'Asa nonche' l'inizio del processo di ratifica del medesimo. Il primo passo avanti e' stato compiuto lo scorso anno quando nel dicembre 2009 l'Ue ha sbloccato l'attuazione dell'Accordo temporaneo mentre adesso ha dato il segnale verde per la ratifica del processo.

La buona notizia, almeno parzialmente, per Belgrado secondo il procuratore serbo per i crimini di guerra, Vladimir Vukcevic dimostra che «e' chiaro a tutti che Belgrado fa di tutto per arrestare i fuggitivi dell'Aja, Ratko Mladic e Goran Hadzic». Dal team di azione guidato da Vukcevic dichiarano di essere soddisfatti, scrive il quotidiano serbo 'Blic'. Quanto alle informazioni della TV di stato RTS, dopo il lincenziamento della nuora di Mladic dalla «Telekom» serba, il suo vicino amico e collega avrebbe fornito dei dati all'indagine che secondo fonti affidabili di questa casa mediatica – scrive Blic – avrebbero contribuito a svelare il ruolo di alcune persone nella latitanza di Mladic.

Il procuratore serbo Vukcevic non ha voluto commetare questi dati ma ha sottolienato che tutto e' sottoposto a controlli e perfino insinuazioni del genere. Dall'altra parte, la famiglia di Mladic cerca di sollevare un processo per proclamare l'ex generale serbo bosniaco accusato dei piu' gravi crimini di guerra e genocidio come persona morta. Secondo le dichiarazioni della famiglia di Mladic, in primo luogo di sua moglie, i lunghi anni di latitanza e considerando che Mladic e' gravemente malato di cuore, bastano per confermare che lui non e' piu' in vita.

(*) Il testo è la trascrizione di una parte della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 19 giugno a Radio Radicale

LA SCOMPARSA DI PIETRO MILIO: FU L'UNICO PARLAMENTARE A INTERPELLARE IL GOVERNO PRODI SU TELEKOM SERBIA

Sabato scorso è scomparso improvvisamente a Palermo l'avvocato Pietro Milio che negli anni '90 fu prima militante e poi deputato e senatore radicale. Proprio in quella veste, nel 1997 fu l'unico parlamentare a interrogare, senza esito, il governo Prodi sull'"affaire Telekom Serbia" e sui soldi dei cittadini italiani dati a Slobodan Milosevic nonostante l'embargo internazionale che in quel momento era in vigore contro Belgrado.

Giulio Manfredi, del Comitato nazionale di Radicali Italiani, che ha seguito, e continua a seguire, in prima persona con grande impegno tutta la vicenda in un comunicato ha voluto ricordare quella iniziativa parlamentare:

"Ricordo, innanzitutto, di Pietro Milio, le poche volte in cui ci siamo parlati, la squisita cortesia e la grande signorilità. Ricordo, inoltre, accanto alla sua opera indefessa per la vita del diritto, un merito particolare: l’aver presentato, il 25 giugno 1997, su mia sollecitazione, l’unica interrogazione sull’affaire Telekom Serbia a ridosso della conclusione di quel vergognoso accordo che comportò - in cambio dell’acquisto da parte di Telecom Italia (allora ancora controllata dal Ministero del Tesoro) del 29% di Telekom Serbia - il versamento di 456 milioni di euro dei cittadini italiani (più 328 milioni di euro dei cittadini greci) direttamente nei conti correnti di Slobodan Misolevic, di quel criminale di guerra contro cui solamente 22 mesi più tardi l’Italia sarebbe intervenuta militarmente.
L’interrogazione n. 4-06641 dell’allora senatore Pietro Milio, unico parlamentare radicale all’epoca, era diretta al Presidente del Consiglio dei Ministri, Romano Prodi, e al Ministro delle Poste e Telecomunicazioni, Antonio Maccanico. L’8 luglio 1997, il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Giorgio Bogi, inviò un telex al Ministro del Tesoro, Carlo Azeglio Ciampi, chiedendo di rispondere all’interrogazione di Milio. La risposta non è mai arrivata".

Per approfondimenti segnalo

il libro "Telekom Serbia – Presidente Ciampi, nulla da dichiarare", diario ragionato del caso dal 1994 al 2003, con postfazione di Marco Pannella, pubblicato da Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri nel 2003

e il ricco dossier radicale sulla vicenda disponibile sul sito della Associazione radicale "Adelaide Aglietta" di Torino

domenica 20 giugno 2010

PASSAGGIO IN ONDA

La puntata di Passaggio a Sud Est del 19 giugno a Radio Radicale

In apertura di trasmissione di parla di Turchia con un'ampia sintesi di un'intervista di Ada Pagliarulo a Nicola Mirenzi, giornalista freelance (collaboratore del Riformista, di Europa, Terra e della rivista Gli Altri), sui nuovi orientamenti della politica estera turca, sullo stato delle relazioni con Israele e sul ruolo del nuovo capo dell'intelligence Hakan Fidan, un civile legato politicamente al premier Erdogan e al ministro degli Esteri, Davutoglu.
Il programma prosegue con la relazione all'Onu del presidente e del procuratore capo del Tribunale internazionale per l'ex-Jugoslavia: il proseguimento dell'attività del Tpi, lo stato della collaborazione di Croazia e Serbia, la ricerca degli ultimi latitanti (Ratko Mladic e Goran Hadzic). E ancora: la situazione politica in Bosnia Erzegovina ed il processo di integrazione europea in vista delle elezioni di ottobre, lo scontro politico in atto in Albania tra maggioranza e opposizione che sta compromettendo il processo di integrazione nell'Ue, le divisioni etniche in Macedonia tra slavi e albanesi e la riforma della Costituzione in Croazia approvata a larghissima maggioranza dal parlamento.
Nell'ultima parte un'intervista a Luka Zanoni sul dibattito on-line organizzato da Osservatorio Balcani e Caucaso sul tema dell'integrazione europea dei Balcani occidentali.

La puntata è stata realizzata come sempre con la collaborazione dei corrispondenti Marina Szikora e Artur Nura ed è riascoltabile direttamente qui



oppure è disponibile per il podcast sul sito di Radio Radicale nella sezione delle Rubriche (dove è possibile riascoltare anche tutte le puntate precedenti compresi gli Speciali del mercoledì)

venerdì 18 giugno 2010

L'INTEGRAZIONE EUROPEA DEI BALCANI DIBATTITO ON-LINE SUL SITO DI OSSERVATORIO BALCANI E CAUCASO

Accelerare o rallentare il processo di integrazione dei Balcani occidentali nell'Unione Europea?


Dopo il vertice del 2 giugno a Sarajevo, Osservatorio Balcani e Caucaso, in occasione del suo decennale, ha organizzato un dibattito on-line sul tema dell'integrazione europea dei Balcani occidentali. La discussione è stata introdotta dagli interventi di Jens Woelk, professore di Diritto pubblico comparato presso la Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Trento e ricercatore presso l'Istituto per lo Studio del Federalismo e del Regionalismo dell'Accademia europea di Bolzano, e di Fabrizio Tassinari, direttore dell’Unità di Politica estera e Studi europei presso l’Istituto danese di studi internazionali, già docente presso il Dipartimento di Scienze politiche dell'Università di Copenhagen e ricercatore presso il Centro di Studi politici europei (CEPS) di Bruxelles.

Il dibattito è in pieno svolgimento ed è aperto al contributo di tutti: si può intervenire sia sul sito di Osservatorio sia sulla pagina Facebook. I lettori possono rispondere al sondaggio proposto sul tema, esprimendo le proprie opinioni, commentare gli interventi degli esperti e anche rivolgere domande direttamente a loro. Lunedì 21 giugno un discussant di Osservatorio interverrà con un commento tenendo conto delle posizioni dei due esperti e degli interventi dei lettori. Lunedì 28 giugno, infine, i due esperti concluderanno il dibattito rispondendo ad alcuni dei commenti e delle domande poste dal pubblico e dal discussant.


Su questa iniziativa e più in generale sul tema del dibattito, anche alla luce delle conclusioni del summit di Sarajevo, ho parlato con Luka Zanoni, direttore responsabile della testata giornalistica di Osservatorio Balcani e Caucaso, in un'intervista che potete trovare sul sito di Radio Radicale oppure ascoltare direttamente qui

LA TURCHIA NEI BALCANI E NELL'UE VISTA DALLA PARTE ALBANESE

Il testo che segue è tratto dalla corrispondenza di Artur Nura per lo Speciale di Passaggio a Sud Est andato in onda mercoledì 16 giugno a Radio Radicale e dedicato all'iniziativa politico-diplomatica della Turchia nei Balcani occiddentali. In particolare si analizza questa presenza nell'ambito della questione più generale dell'adesione della Turchia all'Ue, viste dal punto di vista degli albanesi, alla luce degli storici rapporti tra i due popoli.

Osservando in modo particolare i territori albanesi dei Balcani, il tema della Turchia nell'Ue ed il suo ruolo da protagonista nei Balcani, e’ un discorso popolare e che fa riempire ogni tanto vari spazi mediatici. C’e’ chi crede che la Turchia possa far molto in questo senso, e c’e’ chi si dice più pessimista su queste possibilita. Si, che si trova anche chi vede l'adesione della Turchia in UE come la realizzazione di un Europa laica dove possono convivere le due civiltà diverse in armonia. Pero, non mancano quelli che precisando che formalmente la religione musulmana del popolo Albanese e di circa 60-70% come quel del popolo Turco, in modo sbagliato fa si che Bruxelles tiene ancora per un po' lontani Paesi come la Turchia, l'Albania.

Questa parte dell’opinione fa aggiungere nella stessa lista anche Paesi come la Bosnia o persino lo stesso Kosovo, che potrebbero soffrire una certa discriminazione religiosa in questo caso dall’Europa. Pero, tra la gente comune, potresti trovare anche persone che vedono questa situazione in una percezione quale la possiamo definire “radicale”, cioe’ che gli Albanesi sono maggior parte musulmani e che nonostante che non abbiamo forti convinzioni sull'Islam, per l'Europa rimangono soltanto 'turchi' in un altro Stato. Per qualcun altro, l'ingresso di Ankara nell'Ue sarebbe "la prima testimonianza che i popoli con culture e religioni diversi potrebbero vivere benissimo insieme e in questo senso vedono anche il protagonismo politico e diplomatico della Turchia nei Balcani.

In effetti i rapporti tra i due Popoli quello Turco e quelo Albanese sono di vecchia data e cominciano nel Quattrocento con l'invasione ottomana dei Balcani. Un'invasione che durò per 5 secoli e che influenzò la cultura e l'identità degli Albanesi, oppure degli Arberesh, come si chiamavano gli albanesi di quei tempi. Di quegli anni di invasione è stato protagonista Gjergj Kastriota, l'eroe nazionale albanese più suggestivo che, strappato dai turchi dalle braccia della madre sin da piccolo e portato in Turchia, diventò un ottimo guerriero e stratega prendendo il titolo di "Skanderbeg", pero mai dimenticò la sua Patria e tornò ad organizzare la resistenza contro gli Ottomani. E come racconta la storia, Gjergj Kastriota per 25 anni riuscì a cacciare i turchi dai territori albanesi, ma dopo la sua morte tutto ritornò come prima e la sua stirpe si costrinse ad emigrare in Italia, dove formò la comunità degli Arberesh che ancora oggi si trova soprattutto in Calabria. Pero, a quesyo caso bisogna ricordare il fatto che prima di quella invasione, gli Arberesh erano cattolici e ortodossi; dopo, il 60-70% della popolazione era, ed è formalmente ora, musulmana. Nonostante i tempi cambino, i Turchi hanno visto sempre gli Albanesi come i loro "fratelli minori", un sentimento questo che in realtà non è per niente ricambiato per loro. Pero, personalmente penso che non la vedono nello stesso modo gli Albanesi al confronto loro.

Ovviamente per capire la fotografia complessa degli Albanesi al confronto delle religione, bisogna per forza, risalire nelle origine dei problemi. Infatti, Vaso Pasha, un grande poeta del rinascimento Albanese, ha scritto che “la religione degli Albanesi e’ L’albanismo” e questa filosofia e’ sempre stato il laico - motivo del nazionalismo Albanese a contrapporsi alle sempre tentativi di assimilazione di altri nazioni regionali che usavano la religione loro per motivi politici di espansione e questo vale tuttora anche ad oggi. In questo caso bisogna conludere precisando che lo stato Albanese sin dalla proclamazione, sembra quelle persone straordinari che lo hanno fondato, hanno scelto il modello europeo occidentale di stato, dunque il modello emancipato e liberale in cui la Chiesa, Moschea e la religione erano separati dallo stato e questa parte della storia e tuttora dinamica ad oggi, e l’Europa non la deve dimeticare.

LA TURCHIA E I BALCANI - 2

Il testo che segue è la trascrizione della corrispondenza di Marina Szikora per lo Speciale di Passaggio a Sud Est andato in onda mercoledì 16 giugno a Radio Radicale e dedicato alle iniziative politiche e diplomatiche della Turchia nei Balcani occidentali.

“Utilizzando abilmente la diplomazia, la posizione di un incrocio tra Oriente ed Occidente, la membership nella Nato, il potere economico e militare, la Turchia sotto il patroncinio del sostegno americano, conquista nuovamente la regione” cosi’ si puo leggere nell’edizione ‘on line’ del settimanale serbo ‘Akter’. In questo articolo intitolato “L’allargamento dell’impero turco” si afferma che la Turchia sta’ tornando nei Balcani in modo molto trasparente, in quanto difensore dei musulmani ma anche come una potenza economica. Da una parte, Ankara ricorda che nei Balcani vive una gran parte dei turchi di cui vuole prendersi cura. In questo senso, l’articolo fa presente alcuni momenti del recente passato in cui la Turchia ha svolto “un ruolo chiave nella riconciliazione tra i leader dei musulmani del Sangiaccato, Sulejman Ugljanin, presidente del Partito SDA del Sangiaccato e Rasim Ljajic, fino a poco fa presidente del Partito democratico del Sangiaccato e attualmente leader del Partito socialdemocratico della Serbia”. Ugualmente presente l’impegno di Ankara relativo all’approvazione della Dichiarazione di Srebrenica nel Parlamento serbo.

Nei conflitti in Kosovo degli anni 90, ricorda altrettanto l’articolo del settimanale serbo, Ancara si e’ messa dalla parte degli albanesi, i militari serbi hanno marciato con le truppe Nato, hanno riconosciuto l’indipendenza del Kosovo e stanno sollecitando altri di fare lo stesso. Al tempo stesso, la Turchia si impegna per le miglior possibili relazioni con la Serbia. Significativa e’ la dichiarazione dell’anno scorso del ministro degli esteri turco, Ahmet Davutouglu che “i secoli ottomani dei Balcani sono una storia di successo” e che adesso andrebbe rinnovata. Secono molti analitici dietro questa dichiarazione contestata, si nasconde l’idea del neosmanismo. La principale tesi di Davutoglu e’ che la Turchia in quanto erede dell’impero ottomano non puo’ “essere un episodista, bensi’ protagonista sulla scena internazionale”.

Il prominente professore ed analista politico serbo, Predrag Simic della Facolta’ di scienze politiche di Belgrado, ritiene che un tale atteggiamento della Turchia, soprattutto verso i Balcani occidentali non e’ sorprendente. I musulmani dei Balcani guardano alla Turchia come la Serbia guarda alla madre Russia, afferma Simic e sostiene che da qui nasce l’interessamento costante per i Balcani e le aspettative che Ancara sia un mediatore nella soluzione dei problemi di questa regione. Il sociologo di Banja Luka, Slobodan Nagradic sottolinea che i turchi stanno tornando nei Balcani occidentali con passi veloci e accelerati.

Misa Djurkovic, per il quotidiano serbo ‘Politika’, nella sua edizione del 10 giugno, scrive che uno dei momenti piu’ evidenti degli ultimi mesi e’ una crescente attivita’ bilatrale tra le autorita’ serbe e la Turchia. “Il presidente e il ministro degli esteri (serbi) incontrano piu’ spesso Guel e Davutoglu che qualsiasi altro leader del mondo. Questo miglioramento delle relazioni avviene perfino al prezzo del deterioramento dei rapporti con Banja Luka”, vale a dire con la Republika Srpska. La Turchia pare che stia tornando nei Balcani grazie al sostegno di tutte le grandi potenze interessate di quest’area, afferma ‘Politika’. Gli Stati Uniti cercavano da decenni di inserire la Turchia, il suo alleato piu’ importante, tra i paesi musulmani nell’Ue. Ma l’opposizione della Francia e della Germania e’ enorme e l’attuale crisi economica ha soltanto rafforzato i loro argomenti contro l’ingresso della Truchia nell’Ue. Secondo questa analisi, considerando il fatto che tranne la Croazia, la Germania non vuole piu’ nessuno nell’Unione, si e’ aperta la questione del futuro dell’intera regione balcanica.

“In qualche modo e’ venuto fuori che i Balcani occidentali sono lo strumento ideale affinche’ tutti gli interessati della questione siano soddisfatti con l’entrata della Turchia, oppure, come direbbero alcuni, lasciando l’intera area (tranne la Croazia e la Vojvodina) eredi dell’impero ottomano”. “Agli americani e agli europei e’ estremamente importante che proprio la moderata ed ancora secolare Turchia sia il leader e il protettore dei musulamni balcanici e non ad esempio Iran, Indonesia o qualche altro stato maggiormente radicale. Sembra che nemmeno la Russia sia contraria all’ingresso della Turchia nei Balcani, scrive ‘Politika’ e osserva che il nuovo orientamento turco si manifesta anche nell’evidente miglioramento delle relazioni con la Russia. Dopo il cambio del potere in Bulgaria, la Russia ha trasferito il percorso energetico del gasdotto di South stream sul territorio della Turchia.

Per quanto riguarda i rapporti con la Serbia, da notare che ad esempio le autorita’ di Belgrado hanno deciso di chiudere l’aerocompagnia JAT e di formare una nuova compagna con la Turkish airlines affidando il cielo serbo alla Turchia. Girano altrettanto voci che lo Stato serbo potrebbe trasformare i due aeroporti militari in quelli civili e affidarli al nuovo partner turco. Infine, il giornalista del quotidiano serbo conclude il suo articolo ponendo la questione se la Serbia ha alcuna altra scelta ed i mezzi ad opporsi all’ingresso turco. Da una parte vi e’ l’opinione che vuole esserne contraria in ogni caso chiedendosi perche’ si moriva cent’anni fa, l’altra opinione e’ quella di cambiare orientamento al piu’ presto e uscire il massimo possibile dalle circostanze sulle quali non si puo’ avere influenza.

Gli analisti dell’agenzia americana per le ricerce strategiche Stratford affermano di seguire con molta attenzione lo sviluppo della situazione nei Balcani occidentali, soprattutto per quanto riguarda l’aspetto della lotta per l’influenza degli altri Stati in questa regione. Marko Papic dell’agenzia, afferma che in BiH e’ evidente una maggiore influenza da parte di Ankara. Secondo Papic, la competizione tra le potenze per l’influenza nella regione potrebbe diventare pericolosa per i Balcani occidentali. L’esperto dell’agenzia Stratford aggiunge che “mentre la gara tra Turchia, Russia, Ue e Stati Uniti sta’ diventando sempre piu’ intensa nella regione balcanica, Serbi, BiH, Kosovo ed altri paesi potrebbero diventare un campo schacchi per le grandi potenze”. Questo, afferma Papic, non e’ nell’interesse dei Balcani”.

Giunto lunedi’ in una vista di due giorni a Sarajevo, il premier turco Recep Tayyip Erdogan e’ intervenuto presso l’Istituto bosgnacco ad un covegno intitolato “La via euroatlantica della BiH – la prospettiva turca”. “La Turchia deve sapere che la tranquillita’ dei Balcani e’ anche la sua tranquillita’ come anche che il dolore qui presente e’ anche il nostro” ha detto Erdogan sottolineando che per la Turchia e’ importante la prosperita’ dei Balcani e l’accordo regionale.

Dal podio di questo convegno che ha visto la partecipazione di alti rappresentanti politici, il premier turco ha lanciato un appello all’Ue e alla Nato dicendo: “Accogliete la BiH prima di noi nell’Ue. Non abbiamo nulla di contrario a questo tipo di sviluppo della situazione”. Erdogan ritiene che e’ stato ingiusto non accettare la MAP per la BiH e ha aggiunto che il Parlamento serbo, approvando la Risoluzione su Srebrenica, ha compiuto un passo importante e che la Turchia anche qui ha svolto un ruolo di aiuto. Al forum presso l’Istituto bosgnacco, hanno partecipato oltre agli alti rappresentanti locali guidati dall’attuale presidente di turno Haris Silajdzic e dal membro della presidenza tripartita Zeljko Komsic, anche alti rappresentanti turchi con a capo il ministro degli esteri turco Ahmet Davutoglu nonche’ una decina di ministri e parlamentari turchi.

LA TURCHIA E I BALCANI - 1

Qui di seguito il testo della prima parte della corrispondenza di Artur Nura per lo Speciale di Passaggio a Sud Est andato in onda mercoledì 16 giugno a Radio Radicale e dedicato all'inziativa politico-diplomatica della Turchia nei Balcani occidentali.

L’attenzione mediatica che da tempo sta cercando di dipingere i Balcani come il punto debole dell'Europa quale a dire il vero ha molti problemi interni politici ed economiche, ha fatto si a dare molto spazio al tentativo politico-diplomatico Turca sui Balcani. L'iniziativa politico-diplomatica della Turchia nei Balcani era evidente da tempo ma e’ stata riconosciuta ufficialmente soltanto tramite l'invito al vertice di Sarajevo: il caso merita dunque di essere annalizato com molta attenzione sia dal punto di vista giornalistico che politico.

Appunto a parlare del vertice europeo di Sarajevo, dobbiamo precisare che dal protocollo informale e ufficioso quell’incontro è conlusa senza portare nulla di concreto, tranne le visibili divisioni all'interno della stessa UE e successi formali. E’ capibile che la crisi economica, che da anni bussa alla porta europea causando il crollo finanziario della Grecia e lo stesso rischio in altri Paesi dell’Unione, ha creato anche un'atmosfera di  paura, spingendo così qualche Paese a pensare per sé stesso, invece che per la Unione all’interesso del se stesso. Secondo me, dall’altro canto, questa situazione complicata e questi segnali lanciati a denti stretti, non sono stati capiti bene da nessuno dei Paesi a cui è stata “promessa” l'Europa Unita, certamente perche’ loro sono stati troppo occupati ad adempiere i  loro compiti che ogni giorno Bruxelles chiede al loro confronto.

Un altro fattore che in teoria ha spinto in questa direzione sembra essere il ruolo delle istituzioni mediatiche e politiche dell’Europa stessa, quali hanno cercato di nascondere  i suoi punti deboli, rendendo protagonisti i Balcani come autori dei più atroci atti di criminalità organizzata, dipingendo l'immagine di vero pericolo per la sicurezza europea anche. Per esempio, di recente Deutche Welle ha pubblicato a grandi titoli un articolo titolato "Gli jugoslavi i più grandi criminali in Austria”, nel quale ha spiegato anche la struttura della rete transnazionale della criminalità organizzata costituita interamente da cittadini dei Paesi della ex Jugoslavia. Simile storie mediatiche in Europa si trovano in tante e sulle quali si trovano anche politici a sostenere ed interpretare in modo soltanto politico queste storie lasciando cosi nell'immaginario collettivo degli europei, i Balcani della crimilata organizzata e non soltanto.

E' chiaro che i paesi balcanici così restano sempre il “buco nero” conosciuto come patria di criminalità, e per di piu’ di fondamentalisti islamici, nonché per ogni genere di contrabbando. Dunque, possiamo dire che questa situazione e questi segnalazioni, ma non soltanto hanno fatto si che ad un secolo dopo la Turchia torna nei Balcani, riaffacciandosi ad una realtà geopolitica per molti versi simile a quella di cent’anni fa. Possiamo aggiungere che il panoramo dell’integrazione Europea dei balcani risulta che se la Croazia, prevedibilmente, entrerà tra breve nella Ue, portera’ in lista d’attesa Macedonia, Serbia, Montenegro, Bosnia Erzegovina, Albania e il Kosovo: tutti paesi che hanno fatto parte dell’impero ottomano.

I rappresentanti turchi formalmente hanno più volte negato che le loro iniziative diplomatiche abbiano una connotazione neo-ottomana e pan-islamica, aggiungendo che gli storici legami con la popolazione musulmana dei Balcani, potrebbero favorire la ricerca di una maggiore stabilità nella regione. In effetti, proprio in questi paesi, negli ultimi tempi, la Turchia svolge un’intensa attività diplomatica ed economica, e per certo culturale e religiosa. Dunque, al di là della retorica politica, la Turchia è impegnata soprattutto in iniziative concrete e pragmatiche al fine di contribuire ad una stabilizzazione della regione, certo approfitando anche dal mancato impegno dovuto dell’Europa stessa di cui tutti questi Paesi vogliono essere parte.

Ho precisato l’Europa, poiche non e’ ancora chiaro se l’iniziativa turca sia totalmente autonoma o se sia stata ispirata anche dagli Stati Uniti dell’America. Pero, la cosa certa e’ che negli incontri tra diplomatici turchi e balcanici dominano i discorsi sulle comuni tradizioni storiche e la volontà di stabilire nuove partnership strategiche. Concludendo questa parte generale della mia corripondenza, direi che resta il fatto che nei Balcani occidentali molti problemi geo-politici sono rimasti dolorosamente aperti anche dal mancato ruolo dell’Europa. E' chiaro che esprimere un giudizio sull’impatto della politica turca nella regione e’ prematuro, pero se l’Europa non prende le sue dovute responsabilita, per chi studia la storia dei Balcani, la Turchia di domani non sara’ soltanto parte della partita balcanica, ma avra’ avuto un ruolo importante da protagonista sul presente.

giovedì 17 giugno 2010

PASSAGGIO SPECIALE - MEZZALUNA SUI BALCANI

Lo Speciale di Passaggio a Sud Est andato in onda ieri sera alle 23,30 a Radio Radicale è stato dedicato all'iniziativa politico-diplomatica della Turchia nei Balcani.

Ad un secolo, più o meno, di distanza dalla estromissione dell'Impero ottomano dai Balcani in seguito alla guerra del 1912, la Turchia è tornata nella regione e vuole restarci da protagonista. Ovviamente, quella di oggi è una Turchia completamente diversa: è un paese sostanzialmente democratico e moderno, una realtà dinamica sia dal punto di vista economico che da quello demografico, è un importante membro della Nato con in corso i negoziati per l'adesione all'Ue. E' però sempre un paese di notevole peso, situato in un’area strategica, che da qualche tempo non fa più mistero di ambire ad un ruolo di potenza regionale, grazie alla politica estera molto dinamica e a tratti spregiudicata - che qualcuno ha definito "neo-ottomana" - portata avanti dal governo islamico-moderato di Recep Tayyp Erdogan e dal suo attivissimo ministro degli Esteri, Ahmet Davutoglu, ex-professore di relazioni internazionali in diverse Università, e padre della dottrina della cosiddetta "profondità strategica". E' lui il vero protagonista della politica turca nei Balcani e così come più volte ha illustrato quello che vorrebbe essere il nuovo ruolo della Turchia nella regione, soprattutto nelle zone dove vivono maggioranze musulmane, ha anche sempre negato che l'iniziativa diplomatica nei Balcani abbia una connotazione neo-ottomana o pan-islamica, preferendo piuttosto far presente come i legami storici con la popolazione musulmana della regione, specialmente in Bosnia, potrebbero aiutare la stabilità dell'area.

Se diversa è la Turchia che torna nei Balcani, la realtà geopolitica dei Balcani è invece abbastanza simile a quella di un secolo fa. Dissoltasi la Jugoslavia, la regione oggi è infatti formata da diversi piccoli Stati che dipendono, chi più chi meno, dalle potenze europee. Il dato nuovo è che la Turchia si trova oggi in compagnia del gruppo dei paesi dei Balcani occidentali che aspirano all’ingresso nell’Unione europea. A parte la Croazia, il cui ingresso nell'Ue è ormai sicuro, anche se non c'è per il momento una data certa, tutti gli altri - Macedonia, Serbia, Montenegro, Bosnia Erzegovina, Albania e Kosovo - sono in lista d'attesa. Da notare che sono tutti paesi che per secoli hanno fatto parte dell’impero ottomano ed è proprio a questi che negli ultimi mesi la Turchia ha rivolto le proprie attenzioni diplomatiche e politiche.

Il 16 ottobre del 2009 il ministro degli esteri turco Davutoglu ha partecipato al Convegno "Eredità ottomana e comunità musulmane nei Balcani di oggi" svoltosi Sarajevo parlando di storia, destino e futuro comune della Turchia e dei Balcani e in occasione delle sue altre visite nei Balcani il ministro turco ha evocato con analogo tono altri momenti della comune storia (va da sé che gli storici serbi e croati non condividono del tutto questa interpretazione del passato).
Dieci giorni dopo il convegno di Sarajevo, il èresidente turco Abdullah Gül, a Belgrado, ha dichiarato che "Serbia e Turchia sono paesi chiave nei Balcani", mentre il presidente serbo Boris Tadić, leader del fronte filo-europeo che governa il suo paese, ha parlato di una collaborazione strategica. Dopo la Serbia il Presidente Gül ha visitato anche altri paesi balcanici, ribadendo questa stessa impostazione politica.
A metà gennaio di quest'anno Davutoglu ha avuto un incontro con il suo omologo bosniaco, Sven Alkalaj, e con quello serbo Vuk Jeremic. Il 20 aprile successivo, a Belgrado ha incontrato nuovamente Jeremic ed il collega spagnolo Miguel Angel Moratinos, presidente di turno dell'Ue, per discutere del vertice Ue/Balcani occidentali che si è poi tenuto il 2 giugno a Sarajevo e al quale è stata invitata anche la Turchia. Come molti hanno fatto notare, il maggior successo del vertice è stato quello di riuscire a mettere attorno allo stesso tavolo tutti i rappresentanti dei paesi della regione, compresi Serbia e Kosovo. E sembra proprio che questo risultato si debba, oltre che all'Italia che ha proposto il compromesso della "formula Gymnich", anche alla Turchia a cui la Serbia aveva chiesto di intervenire nei confronti delle autorità kosovare per ottenere la loro partecipazione.
Prima della conferenza di Sarajevo, il 24 aprile a Istanbul si è svolta una "trilaterale" con i presidenti di Turchia, Bosnia Erzegovina e Serbia, alla quale hanno partecipato anche i ministri degli Esteri di tre paesi. Un vertice definito dalla stampa turca, forse con eccessiva enfasi, un "evento storico", conclusosi con una Dichiarazione in cui si afferma l'impegno comune per favorire la stabilizzazione e la pacificazione definitiva del Balcani.

L’impressione è che al centro dell’iniziativa diplomatica turca nei Balcani ci sia proprio la Bosnia Erzegovina. L'attivismo turco nei Balcani ha infatti preso slancio dopo il fallimento del vertice di Butmir (l’aeroporto di Sarajevo) organizzato da Ue e Usa il 9 ottobre del 2009 e che avrebbe dovuto cercare di sbloccare l'impasse istituzionale che paralizza le riforme in Bosnia preparando il superamento degli accordi di pace di Dayton che nel 1995 misero fine alla guerra. E' da notare anche che il ministro degli Esteri turco Davutoglu ha dichiarato che, durante il suo incontro con Clinton a Zurigo dedicato alla questione armena, avrebbe alla fine parlato molto più a lungo della Bosnia che dei rapporti con l'Armenia. Del resto proprio la Turchia a favorire la presentazione da parte della Bosnia Erzegovina del "Mambership action plan" per l'adesione alla Nato (il "Map" è il primo passo formale di un paese che intende aderire all'Alleanza).

Molti si chiedono se l’iniziativa turca nei Balcani sia totalmente autonoma o se sia stata ispirata dagli Stati Uniti. Di certo essa è vista positivamente sia a Washington che a Bruxelles, come dimostra l'invito a partecipare al vertice Ue/Balcani occidentali svoltosi il 2 giugno a Sarajevo. Ad Ankara questo ruolo non può che far piacere, non solo per le sue ambizioni di potenza regionale, ma anche perché può fargli guadagnare punti preziosi nel suo negoziato di adesione all'Unione europea. Un negoziato il cui esito positivo è tutt'altro che scontato, complici le resistenze di alcuni Paesi membri, le diffidenze delle opinioni pubbliche europee (sfruttate da politici e governanti contrari all'adesione della Turchia), la crisi economica e lo "stress da allargamento" di cui l'Ue soffre dopo le ultime adesioni del 2004 e 2007. Resta il fatto che nei Balcani occidentali molti problemi geo-politici restano dolorosamente aperti ed è quindi ancora presto per esprimere un giudizio sull’impatto che la politica turca potrà avere nella regione. Quel che è chiaro è che la Turchia è ormai parte della partita balcanica ed è intenzionata a giocarvi un ruolo da protagonista.

Lo Speciale di Passaggio a Sud Est, realizzato con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura, è disponibile per il podcast sul sito di Radio Radicale nella sezione delle Rubriche oppure è ascoltabile direttamente qui

martedì 15 giugno 2010

I BALCANI, L'EUROPA E IL RUOLO DELL'ITALIA

Durante il mio recente viaggio a Sarajevo per seguire il vertice Ue/balcani occidentali del 2 giugno per Radio Radicale, alla vigilia del summit ho avuto modo di intervistare l'ambasciatore Raimondo de Cardona, che rappresenta da poco più di un anno il nostro paese in Bosnia Erzegovina e con il quale ho parlato della situazione nel Paese e nel resto dei Balcani, del processo di integrazione euro-atlantica e del ruolo dell'Italia nella regione.

L'intervista all'ambasciatore De Cardona è disponibile qui




Di ritorno da Sarajevo, a Belgrado il 4 giugno ho intervistato l'ambasciatore italiano in Serbia, Armando Varricchio che proprio quel giorno festeggiava il suo primo anno nella capitale serba e con il quale ho fatto un bilancio del vertice di Sarajevo e più in generale delle relazioni bilaterali tra Italia e Serbia nel quadro del processo di integrazione euro-atlantica della regione.

L'intervista all'ambasciatore Varricchio è ascoltabile qui

INTEGRAZIONE EUROPEA DEI BALCANI: ACCELERARE O RALLENTARE?

Per il suo decennale Osservatorio Balcani e Caucaso lancia il suo primo dibattito on-line
L'evento è dedicato al tema dell'allargamento Ue ai Balcani occidentali


In questi anni Osservatorio Balcani e Caucaso ha parlato molto di Europa e continua a farlo. Nei prossimi giorni, alle firme dei corrispondenti e dei giornalisti di Osservatorio si potranno affiancare anche gli interventi dei lettori, in un dibattito on-line che durerà due settimane.

Oggi l'Unione sta attraversando una grave crisi. L'impasse non è più solo politica, come già era emerso negli anni scorsi con la "fatica da allargamento" e la difficoltà nel ridisegnare le regole comuni, ma anche conomica.

In questo contesto che fare con i Balcani? Meglio procedere in tempi rapidi e con grande convinzione politica verso l'inclusione di questi paesi, per garantirne la stabilità e scongiurare il rischio che stati vicini mettano a repentaglio la stabilità dell'Unione stessa? Oppure meglio rallentare il passo, distinguere tra paese e paese, non consentire l'adesione di nuovi membri finché sono troppo fragili e assicurare così più sostenibilità al processo di allargamento?

A partire dalle ore 12.00 di martedì 15 giugno, sulle pagine del portale http://www.balcanicaucaso.org/ e sulla pagina Facebook www.facebook.com/BalcaniCaucaso, due analisti si confronteranno sul tema: "Integrazione nell'Ue dei Balcani occidentali, accelerare o rallentare?".

I lettori potranno ribattere alle posizioni espresse, muovere critiche o sottolineare visioni simili.

Per partecipare:
http://www.balcanicaucaso.org/ita/Eventi-OBC/Dibattito-sul-processo-di-adesione-all-Ue-dei-Balcani-occidentali

lunedì 14 giugno 2010

DOVE VA LA TURCHIA?

Gli avvenimenti degli ultimi tempi hanno rilanciato il dibattito e le analisi sulla politica estera della Turchia e sulle mosse del ministro degli Esteri Ahmet Davutoglu, artefice della dottrina della "profondità strategica" a cui il governo di Recep Tayyp Erdogan ha progressivamente ispirato la propria azione internazionale. Sul tema, di enorme attualità dopo la tragica vicenda della Mavi Marmara e dopo il "no" di Ankara alle nuove sanzioni contro l'Iran votate la scorsa settimana dal Consiglio di sicurezza dell'Onu, è dedicata una lunga intervista per Radio Radicale che qualche giorno fa ho fatto a Marta Ottaviani, corrispondente da Istanbul per l'agenzia Apcom e collaboratrice della Stampa e dell'Avvenire. Un quadro della sempre complessa situazione della Turchia, delle scelte di politica internazionale e dei riflessi sulla situazione politica interna del Paese alla luce degli avvenimenti delle ultime settimane: lo scontro con Israele, il no alle sanzioni contro l'Iran, i rapporti con gli Usa, il mutamento sociale in atto, la riforma della Costituzione e le prossime elezioni politiche (forse anticipate).

L'intervista è disponibile qui sotto oppure direttamente su radioradicale.it

PASSAGGIO SPECIALE

L'integrazione europea dei Balcani occidentali e la crisi economica globale

Segnalo che lo Speciale di Passaggio a Sud Est andato in onda mercoledì 9 giugno a Radio Radicale era dedicato ancora una volta al processo di integrazione europea dei Balcani occidentali, ma alla luce dell'attuale crisi economica globale che ha travolto la Grecia e i cui effetti si fanno sentire pesantemente in tutta la regione, sia per la presenza greca nelle economie degli altri paesi balcanici, sia per le debolezze strutturali di queste economie. La trasmissione parte dalla difficile situazione dell'Ungheria che è un paese membro dell'Ue ma anche un grande sostenitore dell'integrazione dei Balcani a partire dalla Croazia che è l'unico paese candidato ad avere una ragionevole sicurezza sull'adesione all'Ue in tempi certi (2 o 3 anni al massimo). Si parla poi dell'Albania teatro da un anno di un durissimo scontro tra l'opposizione guidata del leader del Partito socialista, il sindaco di Tirana, Edi Rama, ed il governo di centro-destra del premier Sali Berisha, accusato di aver manomesso il voto delle politiche del giugno 2009. Uno scontro che sta provocando una paralisi politica e che si misura anche sul terreno dell'economia, della valutazione della crisi globale e delle misure messe in atto per affrontarla, e che mette sempre più a rischio il processo di adesione euro-atlantica del paese.

La trasmissione è stata realizzata come sempre con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura ed è riascoltabile sul sito di Radio Radicale, oppure direttamente qui sotto

domenica 13 giugno 2010

PASSAGGIO IN ONDA

La puntata di Passaggio a Sud Est in onda il 12 giugno alle 22,30 a Radio Radicale

La prima parte del programma è interamente dedicata alla Turchia e agli avvenimenti di queste ultime settimane: la politica estera di Ankara, a partire dallo schiaffo agli Usa con il "no" alle sanzioni Onu contro l'Iran, e la situazione politica interna, strettamente legata alle scelte di politica estera, una volta di più in fibrillazione in vista del referendum di settembre sulla riforma della Costituzione voluta dal premier Erdogan, su cui pesa il prossimo pronunciamento della Corte costituzionale, e la possibilità di elezioni anticipate. Su tutto questo e altro ancora la trasmissione propone una lunga intervista a Marta Ottaviani, corrispondente dell'agenzia Apcom da Istanbul e collaboratrice della Stampa e dell'Avvenire. La seconda parte del programma si occupa invece dei Balcani: il processo di integrazione europea della Croazia, dopo il rererendum in Slovenia che ha detto "sì" all'arbitrato internazionale per risolvere il contenzioso sui confini tra i due Paesi, e della Bosnia Erzegovina, che andrà alle urne il prossimo ottobre. Poi la situazione politica interna dell'Albania sempre alle prese con il duro scontro tra la maggioranza di centro-destra e l'opposizione guidata dal leadr del Partito socialista Edi Rama, sindaco della capitale Tirana. Infine il Kosovo in cui la missione civile europea Eulex vuole estendere il proprio mandato anche nel nord del Paese, mettendo sotto osservazione le strutture amministrative parallele create dalla maggioranza serba.

La trasmissione è stata realizzata come di consueto con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura ed è riascoltabile sul sito di Radio Radicale nella sezione delle Rubriche oppure direttamente qui sotto

sabato 12 giugno 2010

TURCHIA: A COSA MIRA LA POLITICA DI ERDOGAN IN MEDIO ORIENTE?

La Turchia lascia l'Occidente e guarda a est e all'Iran. E' il refrain che da mesi ascoltiamo e che è stato abbondatemente ripetuto in questi giorni, dopo l'assalto israeliano alla flottiglia pacifista in rotta verso Gaza e dopo il no di Ankara alle sanzioni contro Teheran volute da Washington per la questione del nucleare iraniano. Che la Turchia punti ad un ruolo di potenza regionale non è più un mistero per nessuno, così come è evidente che Recep Tayyip Erdogan miri a fare del suo paese il grande mediatore in Medio Oriente esercitando un ruolo che è stato dell'Egitto ma che il Cairo non  riesce più a esercitare. Questo però significa anche contendere lo spazio politico proprio all'Iran. Dunque si può anche dire che Erdogan sta sfidando il duo Hezbollah-Iran per la supremazia futura nel Medio Oriente musulmano. Lo sostiene Lorenzo Trombetta in articolo sul sito di Limes in cui spiega che l'assalto israeliano alla flottiglia pacifista ha fornito al premier turco l'assist per il vantaggio provvisorio in attesa di vedere come il fronte della "resistenza islamica" risponderà, cercando magari di rilanciare sul terreno.

L'articolo di Trombetta su Limes lo trovate qui

giovedì 10 giugno 2010

TRA TURCHIA ED OCCIDENTE C'E' DI MEZZO L'EUROPA... O GLI USA?

Il ministro degli Esteri turco, Ahmet Davutoglu, ha definito "sporca propaganda" le critiche di chi sostiene che Ankara stia modificando le linee strategiche della sua politica estera allontanandosi dall'Occidente e puntando a est. I crescenti attriti con Israele - di cui la tensione esplosa sull'onda del blitz militare contro la "flottiglia della pace" per Gaza è solo l'ultimo episodio - sono interpretati da molte parti proprio come prova della volontà turca di giocare un ruolo da potenza regionale nello scacchiere mediorientale in base alla dottrina della "profondità strategica" elaborata dallo stesso Davutoglu, mettendo in secodo piano la tradizionale linea euroatlantica della Turchia. Da questo punto di vista, il secco "no" alle sanzioni Onu contro Teheran - giustificato da Ankara con la preoccupazione che la decisione del Consiglio di sicurezza metterebbe a rischio i tentativi diplomatici portati avanti dalla Turchia e dal Brasile per risolvere la questione del nucleare iraniano - è uno schiaffo in faccia agli Usa, che pur di ottenere l'ok di Cina e Russia, hanno elaborato un testo annacquato che rischia di essere in sostanza poco efficace.

Secondo il segretario Usa alla Difesa, Bob Gates, l'irrigidimento della Turchia è colpa delle posizioni europee che hanno raffreddato le intenzioni di Ankara di aderire all'Unione Europea. Una valutazione non infondata se il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, nel corso di una lunga intervista pubblicata oggi dalla Frankfurter Allgemeine Zeitung, afferma che si dovrebbe "riflettere" su quali errori l'Europa ha commesso nei confronti della Turchia. E tra questi c'è stato anche quello di spingere "i turchi verso est invece di attirarli verso di noi". Il rischio, dice Frattini, é che "se diamo l'impressione ai turchi che non li vogliamo avere come membri della famiglia europea, si guarderanno intorno in vista di altre prospettive, quella di una potenza regionale, verso l'Iran, verso il Caucaso, la Siria e così via". E questo "non è nell'interesse dell'Europa". Secondo il nostro ministro è vero che la Turchia è diventata più nazionalista, più aperta agli islamisti, che segue una politica anti-israeliana e si avvicina all'Iran, ma "è pur vero che vi sono anche dinamiche politiche interne" e quindi "se l'Europa avesse tentato più attivamente di avvicinare la Turchia a sé, avremmo contribuito ad impedire tutto questo". Comunque, ha detto ancora Frattini alla Faz, "abbiamo ancora un po' di tempo" per rimediare, "ma dobbiamo dare più costanza al processo di adesione" della Turchia.

Romano Prodi, invece, non condivide le critiche degli Stati Uniti all'Unione Europea colpevole, come si legge in un articolo del Financial Times, di aver allontanato la Turchia dall'Occidente. Intervenendo da Bologna alla presentazione del sesto rapporto annuale sugli scenari strategici e l'economia elaborato dall'Osservatorio scenari strategici e di sicurezza di Nomisma, Prodi ha detto di giudicare sconvolgente il titolo del Financial Times e ritiene estremamente superificiale il giudizio del governo americano che di fatto imputa all'Europa il voltafaccia della Turchia. "Vedere gli americani dire che è colpa dell'Europa mentre non hanno saputo, voluto e potuto gestire la crisi mediorientale è un problema molto preoccupante perché mette in crisi le relazioni euro-atlantiche", ha detto l'ex premier ed ex presidente della Commissione europea, che ha anche ricordato di essere stato sempre favorevole all'ingresso della Turchia nell'Ue ma "nel lungo periodo", anche perché è un processo che "implica il sentimento popolare" e quindi per compierlo sono necessari "decine di anni". Prodi ha quindi invitato l'amministrazione Usa ad avere maggiore considerazione dell'Europa come partner inetenazionale e ha notato maliziosamente che "Obama non ha mai parlato di Europa in 36 suoi discorsi" e che "il giorno dell'anniversario della caduta del muro di Berlino era a Pechino".

LE PROSPETTIVE EUROPEE DELLA CROAZIA

Il futuro europeo della Croazia nelle mani della procura dell'Aja
Il procuratore generale dell'Aja, Serge Brammertz ha inviato il suo rapporto sulla collaborazione della Croazia con il Tpi agli Stati membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dove lo stesso rapporto, il prossimo 18 giungo verra' presentato ufficialmente dallo stesso Brammertz. Il contenuto del rapporto e' ancora segreto – scrivono i media croati – ma come spesso accade, pare che il testo sia gia' trapelato in pubblico. Secondo fonti diplomatiche, informa la stampa croata, Brammertz ha stabilito che «esiste progresso nella qualita' delle indagini retative ai diari di artiglieria dell'operazione Tempesta» ma non si stabilisce ancora dove sono finiti i documenti ricercati e bisogna quindi prosegire con le indagini. Sei giorni fa, Brammertz e' partito dopo diversi giorni di permanenza a Zagabria con la promessa che il gruppo di lavoro istituito dal governo croato, continuera' e allarghera' le sue attivita'. Secondo le informazioni, un'altra volta dal rapporto del procuratore generale dell'Aja, dipendera' se la Croazia riuscira' ad aprire il delicato capitolo 23 relativo alla Giustizia e diritti fondamentali. Si dice «mediamente ottimsita» il ministro della giustizia croato Ivan Simonovic e afferma che Zagabria ha finalmente meritato l'apertura di questo difficilissimo capitolo. Le stesse fonti diplomatiche affermano che per Brammertz e' stata decisiva la promessa che la Croazia anche dopo l'apertura del capitolo giustizia continuera' la collaborazione con l'Aja. Ufficiosamente si afferma che il procuratore dell'Aja avvrebbe avvertito nel suo documento che i diari di artiglieria non sono stati ritrovati, ma viene notato un generale progresso nella qualita' delle indagini relative alla questione.
Secondo Vesna Pusic, presidente della Commissione nazionale per i negoziati con l'Ue, «questo livello non e' soddisfacente per la chiusura del capitolo giustizia e diritti fondamentali, ma riconosce che e' sufficente per la sua apertura». Il maggior numero degli Stati membri dell'Ue considerano che non ci sono ragioni per rinviare l'apertura del delicato capitolo in quetione ma tutti gli sguardi sono comunque fissati sulla valutazione dei paesi che tengono maggiori riserve: Olanda e Gran Bretagna, nonche' Belgio. Se ci sara' un nuovo granello di lode alla ricerca croata dei documenti in questione, si spera che il capitolo 23 potrebbe essere aperto nell'ultima settimana di questo mese. Secondo valutazioni ottimiste, Zagabria potrebbe invece chiudere il capitolo verso la fine di quest'anno, ma se i negoziati non inizieranno a giugno o al massimo nei primi di luglio, la conclusione del processo di adesione verra' prolungata almeno ai primi del 2011.

La Spagna appoggia l'ingresso della Croazia
Si pronuncia invece con ottimismo il capo della diplomazia spagnola, Miguel Angel Moratinos, che a conclusione della conferenza ministeriale di Sarajevo, promossa dal suo paese, attuale presidenza dell'Ue, si e' recato a Zagabria. Mercoledi', il ministro degli esteri spagnolo ha affermato che la Croazia e' alle porte dell'Ue e che praticamente vi e' gia' dentro. La Spagna fa di tutto affinche' durante la sua presidenza la Croazia possa aprire tutti capitoli e che il processo di negoziati di adesione possa concludersi entro la fine del 2010 o al massimo all'inizio del 2011, ha detto Moratinos a Zagabria nel corso di una conferenza stampa insieme al suo collega croato, Gordan Jandrokovic, di seguito al suo incontro con la premier Jadranka Kosor. «Vorrei inviare ai cittadini croati un messaggio positivo di speranza che le porte dell'Ue sono aperte alla Croazia» ha detto Moratinos esprimendo soddisfazione per i colloqui tenuti con la premier Kosor e la prontezza che la presidente del governo croato ha espresso per la soluzione delle due questioni aperte – capitolo 23, Giustizia e diritti fondamentali e riforme dei cantieri navali. «E' molto importatne che la Croazia entri al piu' presto nell'Ue perche' secondo il Trattato di Lisbona questo significherebbe anche che il resto dei Balcani occidentali ha le stesse possibilita' nel futuro, dipendentemente dai propri raggiungimenti. Non dovreste aspettare nessuno perche' andate per la propria strada, avete adempiuto tutti i criteri e sarete voi ad aprire la via a tutti gli altri» ha detto il ministro spagnolo a Zagabria. Moratinos ha espresso anche soddisfazione per la recentissima conferenza regionale di Sarajevo affermando che si e' annunciata una molto buona prospettiva per tutti i Balcani occidentali. Per quanto riguarda risultati concreti provenuti dalla conferenza, il ministro degli esteri spagnolo ha precisato che si e' parlato dell'abolizione del regime di visti per Bosnia Erzegovina e Albania.

Questo testo è la trascrizione di una parte della corrispondenza di Marina Szikora per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda sabato 5 giugno a Radio Radicale

CITTADINANZA AI FIGLI DEGLI IMMIGRATI

Artur Nura mi ha segnalato il testo che segue e che trascrivo per contribuire a farlo circolare. Gli autori sono due giovani albanesi da tempo immigrati nel nostro Paese, Klodiana Cuka e Ismail Ademi. Entrambi sono impegnati in politica, ma pur da sponde contrapposte - la prima sta nel Pdl, il secondo nel Pd - sono accomunati dall'impegno a favore dei diritti dei cittadini non italiani immigrati e hanno deciso di scrivere una lettera alla politica italiana per chiedere che siano riviste lòe norme sulla cittadinanza. Non so se la politica italiana la leggerà, ma almeno cerchiamo nel nostro piccolo di non essere complici del silenzio. Se volete saperne di più su Klodiana e Ismail potete leggere questa intervista. Qui di seguito il testo della lettera.



LETTERA ALLA POLITICA ITALIANA

L’immigrazione ormai è di fatto un fenomeno radicato e strutturale in Italia e di conseguenza le politiche su questa materia devono essere di lungo respiro e contribuire a costruire una società socialmente coesa e forte. Abbiamo assistito in questi anni a politiche non sempre all’altezza della complessità del fenomeno, che hanno contribuito a creare un quadro sociale che spesso vede contrapposti italiani e immigrati e altrettanto spesso anche gli immigrati tra di loro.

Pensiamo che sia arrivato il momento di affrontare alcune questioni inerenti l’immigrazione regolare, che ad oggi conta oltre 4 milioni di persone nel nostro paese, al di fuori di qualsiasi impostazione di tipo ideologico. Proprio per dimostrare che questo è possibile oltre che doveroso, abbiamo deciso di sottoscrivere questa lettera, di comune accordo, anche se facciamo parte di due opposti schieramenti politici.

Siamo convinti che i tempi siano maturi per poter rivedere le norme sulla cittadinanza italiana, soprattutto nei confronti dei figli e figlie di immigrati nati o cresciuti in Italia .Un giovane che nasce o cresce in questo paese, studiando nelle sue scuole, i cui genitori soggiornano regolarmente in Italia da almeno 5 anni, e che si sente italiano a tutti gli effetti, perché non dovrebbe godere degli stessi diritti dei suoi coetanei con il passaporto italiano? Nessuno di noi vuole la cittadinanza facile oppure imposta! Ma non possiamo non riconoscere che l'accesso alla cittadinanza è condizione necessaria e indispensabile per l'Italia per non estraniarsi questi suoi giovani, sui quali essa investe centinaia di milioni di euro in spese per istruzione e sanità").

Riteniamo che chi vive e lavora regolarmente in questo paese da 8 o 9 anni, pagando le dovute tasse e ottemperando tutti i doveri di un comune cittadino, possa poter aspirare a partecipare attivamente alla vita politico-amministrativa del comune di residenza. In questo modo passeremmo dal vedere gli immigrati non come parte del problema, ma bensì come parte della sua soluzione. Citando Kennedy, pensiamo che sia arrivato il momento di chiedere ai migranti che cosa possono fare per l’Italia e smettere di domandarci per un attimo cosa l'Italia possa, debba o non debba fare per loro. Valorizzando gli immigrati regolari lungo-soggiornanti, responsabilizzandoli, dando loro diritti e doveri, si potrebbero contenere ed isolare gli esempi negativi, che pur esistono.

Spesso sentiamo dibattiti sul orientamento politico degli immigrati, e su un presunto radicale ed immediato spostamento degli equilibri elettorali, qualora gli immigrati regolari lungo-soggiornanti potessero partecipare alla vita amministrativa politica del proprio comune. Tuttavia studi recenti hanno confermato quello che già era noto a tutti coloro che come noi lavorano a stretto contatto con le comunità di immigrati, ovvero che gli orientamenti sono molto variegati e non riconducibili alle intere comunità. Molti voterebbero PDL, a tanti piace Berlusconi, alcuni sono orientati a sinistra, molti sono già iscritti alla Lega Nord, e si potrebbe proseguire riscontrando orientamenti che coprono tutto l’arco costituzionale delle forze politiche. Pertanto nessuno ha da temere immediati spostamenti elettorali decisamente favorevoli in un senso o sfavorevoli in un altro.

Pertanto risulta essere una priorità per questa classe politica quella di impegnarsi seriamente per risolvere alcuni nodi cruciali della questione immigrazione, senza cadere in tentazioni populiste dalla propaganda facile ,che portano consenso soltanto nell'immediato. Impegnarsi a risolvere le questioni legate all’immigrazione, guidati dal buon senso e anche dall’esempio di altri paesi europei, significa consegnare alla storia un’Italia più forte, dinamica e in grado di affrontare le sfide che la società globale pone.

Klodiana Cuka
già candidata PDL alle elezioni regionali 2010 in Puglia

Ismail Ademi
responsabile immigrazione PD Arezzo