giovedì 30 settembre 2010

BOSNIA AL VOTO: UN'ANALISI DI LUCA LEONE

Fra pochi giorni i cittadini della la Bosnia Erzegovina si receheranno alle urne per quelle che probabilmente sono le più importanti elezioni della storia recente del paese. Nessuno si aspetta grandi novità da un voto che probabilmente conitnuerà a premiare le formazioni politiche nazionaliste. Alle "nuove" classi politiche nazionali e locali spetterà però il compito di far uscire il Paese da una grave crisi politico-istituzionale che da molto tempo sta impedendo le riforme, frenando lo sviluppo economico e bloccando il processo di integrazione europea.
In vista delle elezioni qui di seguito vi propongo un'analisi di Luca Leone, giornalista, scrittore e saggista, che da anni si occupa anche di Balcani del quale proprio in questi giorni esce il libro "Bosnia Express. Politica, religione, nazionalismo, mafia e povertà in quel che resta della Porta d’Oriente", pubblicato da Infinito Edizioni. Luca Leone è autore, tra l'altro di "Srebrenica. I giorni della vergogna" (Infinito Edizioni, 2005-2007).



Domenica 3 ottobre i cittadini bosniaci vanno al voto per eleggere i membri della presidenza dello Stato bosniaco, i deputati della Camera dei Rappresentanti del Parlamento bosniaco, il presidente e il vice presidente della Republika Srpska, i deputati dei parlamenti della Republika Srpska e della Federazione di Bosnia Erzegovima, ovvero la cosiddetta Entità a maggioranza croato-musulmana, e i rappresentanti dei dieci consigli cantonali della Federazione stessa (la Republika Srpska non è infatti suddivisa in unità amministrative inferiori).

Lo Stato-Frankestein creato dai chirurghi folli di Dayton nel 1995, insomma, è chiamato a rifarsi il look, ma probabilmente solo quello, visto che difficilmente il Parlamento e la presidenza che verranno sapranno e vorranno dare la tanto attesa svolta positiva che il Paese aspetta da tre lustri. Destino della Bosnia anche nel quadriennio a venire, così, è di continuare a sperperare tra il 60 e il 70 per cento del bilancio pubblico per far funzionare una macchina istituzionale che prevede la presenza contemporanea - per governare e amministrare una popolazione di poco più di quattro milioni di esseri umani che vivono su una superficie pari alla somma di quelle di Piemonte e Sicilia - di due Entità e un distretto autonomo, con 13 Costituzioni, 14 governi con i rispettivi primi ministri, oltre un centinaio di ministri (tra Stato, Entità, cantoni e distretto), diverse magistrature e persino diversi regimi in materia di passaporto, poiché mentre da subito la liberalizzazione dei visti tra Ue, Serbia e Croazia ha permesso a serbo-bosniaci e croato-bosniaci - tutti dotati di doppio passaporto - di viaggiare liberamente, invece meno di due milioni di musulmani-bosniaci sono stati rinchiusi in una gabbia di acciaio burocratico quasi fossero fiere prigioniere di uno zoo vecchio e scrostato. Un magma totale.

A rimarcare la situazione di oggettiva difficoltà del Paese - la cui economia è ormai controllata da agenzie internazionali e governi esteri sia occidentali che orientali - ci sono le cifre di una campagna elettorale in cui si sono confrontati ben 39 partiti, 11 coalizioni e 13 candidati indipendenti alla presidenza. I candidati complessivi per le poltrone disponibili a vario livello istituzionale sono 8.149, il 37 per cento dei quali donne. E tutti costoro non saranno votati solo dai bosniaci che vivono in patria ma anche, sulla carta, da circa 1,2 milioni di aventi diritto che la guerra ha sparpagliato in quasi cento Paesi di tutto il mondo.

Come finirà? Come sempre è difficile fare previsioni. È probabile che ancora una volta il partito di maggioranza relativa risulti quello dell'astensionismo, sintomo di un Paese che non nutre più alcuna fiducia nei politici e che non vede prospettive diverse dalla corruzione, dalla povertà, dal dimenticatoio in cui la Bosnia è stata precipitata. Tra coloro che andranno alle urne è probabile che i partiti maggiormente votati saranno ancora una volta quello nazionalista musulmano Sda (Partito dell'azione democratica, Stranka Demokratske Akcije), quello serbo Sds (Partito democratico serbo, Srpska Demokratska Stranka) e quello croato Hdz (Unione democratica croata di Bosnia Erzegovina, Hrvatska demokratska zajednica Bosne i Hercegovine), con i primi due destinati ad avere ancora una volta un predominio numerico sul terzo, determinato dal numero più alto di appartenenti alla comunità musulmana e a quella ortodossa. Tra gli indipendenti, è molto atteso Nasa Stranka, il partito fondato dal premio Oscar per la regia Danis Tanovic, da molti accusato di essere poco operativo, fumoso e intellettuale, nonostante abbia rappresentato una novità importante per gli stanchi e delusi bosniaci e alle amministrative del 2008 sia stato discretamente premiato.

C'è, tuttavia, una candidatura che potrebbe rappresentare una vera e propria rottura rispetto al passato. Una rottura non necessariamente salutare. È quella del miliardario musulmano Fahrudin Radoncic, il potentissimo proprietario del quotidiano Avaz oltre che di una televisione e di un impero nel settore immobiliare e alberghiero. Annoiato dalla sua attività e dal mero esercizio del suo sterminato potere per sostenere questo o quel candidato - musulmano - il signor Avaz è tentato dal cesarismo, evidentemente non fine a se stesso, e potrebbe "scendere in campo" per dare il colpo finale a un Paese che di tutto ha bisogno fuorché del suo novello Silvio Berlusconi. I pericoli legati a una esposizione politica personale di Radoncic sono enormi poiché si tratta di un populista in grado di far arrivare attraverso il giornale più letto e potente dell'intera Bosnia messaggi facili e promesse appetitose non solo alla maggioranza bosniaca ma all'intero Paese, e in particolare al popolo degli astensionisti e ai giovani, che agognano l'idea di un progetto politico alternativo che possa traghettare fuori dalla palude la Bosnia, approdando nel placido (ma assai melmoso) laghetto dell'Unione europea. Riuscirà Radoncic ad attrarre una tipologia di elettori non facile da trovare in Bosnia, ovvero i "trasversali". La grande novità di questa trasversalità sarebbe rappresentata da un messaggio chiaro inviato ai partiti nazionalisti, che lavorano instancabilmente per dividere il Paese e colpi di slogan carichi d'odio. Il populismo non è però meno pericoloso del nazionalismo.

Nessun dubbio, invece, sulla facile rielezione del nazionalista serbo-bosniaco Miroslav Dodik, miliardario primo ministro della Republika Srpska, l'uomo che periodicamente sventola il fantasma di una secessione che nessuno vuole, nell'area balcanica, a cominciare da quella Belgrado cui Dodik guarda ma che, a sua volta, ha accantonato il progetto di Grande Serbia per cullare quello molto più ambizioso e propositivo di entrare nell'Unione europea. È evidente che i grandi investitori stranieri - come l'italiana Fiat - che vanno a produrre a bassissimi costi del personale chiedano e pretendano stabilità e politica filo-europeista a Belgrado. E in Serbia alla secessione della Republika Srpska dalla Bosnia Erzegovina e a una successiva unificazione tra Belgrado e Banja Luka ormai pensano "seriamente" solo gli ubriachi di rakija durante le grigliate in riva ai fiumi.

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mercoledì 29 settembre 2010

LA MOLDAVIA DI NUOVO AL VOTO: ELEZIONI IL 28 NOVEMBRE


Il presidente ad interim della Moldavia Mihai Ghimpu ha firmato lo scioglimento del Parlamento e ha fissato per il 28 novembre le prossime elezioni politiche. Ghimpu ha spiegato che il Parlamento viene sciolto perché per due volte non è riuscito a eleggere un nuovo presidente. Il voto di novembre sarà il terzo da aprile 2009. Allora le elezioni furono vinte dai comunisti, si dovette però tornare alle urne nel luglio successivo sotto la pressione delle rivolte nate dalle accuse di brogli. La successiva tornata elettorale ha portato al governo una coalizione filo-europea, che però non dispone di una maggioranza parlamentare suficente per eleggere da sola il presidente della repubblica. Il referendum del 5 sulla proposta di riforma della legge costituzionale che avrebbe introdotto l'elezione diretta dell'elezione del capo dello stato non ha raggiunto il quorum.

In occasione della terza riunione del Gruppo d'azione europea per la Repubblica di Moldavia, domani arriva a Chisinau il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, che avrà anche colloqui bilaterali il primo ministro Vladimir Filat e il vicepremier e ministro degli Esteri, Iurie Leanca. Le discussioni saranno concentrate sulla situazione politica in Moldavia e sul processo di avvicinamento del paese all'Unione Europea, in particolare sui negoziati per l'accordo di associazione e per il processo di liberalizzazione dei visti. L'Italia segue ''con attenzione la delicata fase pre-elettorale'' in Moldavia e si augura che la ''situazione interna non indebolisca il processo di stabilizzazione politica ed economica del Paese'', ha detto il portavoce della Farnesina, Maurizio Massari, annunciando alla stampa la visita di Frattini a Chisinau.

Intanto, oggi e domani si tiene a Vienna un round di colloqui informali sulla questione della Transdnistria, la striscia di terra con 500 mila abitanti, allungata tra Moldavia e Ucraina teatro nel 1991 di un breve conflitto ma la cui indipendenza non è mai stata riconosciuta dalla Comunità internazionale, anche se di fatto è una realtà protetta da Mosca da quasi 20 anni. La Transdnistria preoccupa l'Ue sia come conflitto congelato alle sue porte, sia perché nel corso del tempo è diventata un territorio aperto a traffici illegali di ogni genere. I colloqui erano stati sospesi nel 2006, quando cui la Transdnistria votò un referendum sull'indipendenza che vide il 97% dei voti a favore, ed erano poi ripresi nel 2008 sotto l'egida russa. Lo scorso marzo l'Osce aveva segnalato che le parti intendevano riprendere i negoziati. Ai colloqui odireni partecipano rappresentanti della Moldavia, della stessa Transdnistria, di Russia, Ucraina e dell'Osce con gli Usa in veste di osservatori (i tratta del cosiddetto formato 5+2).

                                                                         

PASSAGGIO IN ONDA

Il sommario della puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 25 settembre a Radio Radicale

La "jugosfera" come spazio dove (ri)costruire l'integrazione tra i paesi ex-jugoslavi dopo i conflitti del recente passato

Le prospettive di integrazione europea dell'Europa sud orientale

L'integrazione europea della Serbia e il nodo della collaborazione con il Tribunale internazionale

Kosovo: l'Onu appoggia la ripresa dei colloqui tra Belgrado e Pristina mentre Pristina rifiuta qualunque ipotesi di status speciale per il nord del paese

La situazione politica in Albania

Le prospettive della trattativa sul nome della Macedonia

La trasmissione realizzata con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura è asoltabile direttamente qui



oppure è disponibile sul sito di Radio Radicale nella sezione della Rubriche

                                                               

CRIMINI DI GUERRA: ARRESTATO BRANIMIR GLAVAS

Branimir Glavas in divisa
nel 2007 (Foto Afp)
Branimir Glavas, ex-generale dell'esercito croato durante la guerra del 1991-95 ed ex-deputato di estrema destra, è stato arrestato ieri in Bosnia dove si era rifugiato nel 2009, dopo essere stato condannato per crimini di guerra nel suo paese, in particolare per aver torturato e ucciso almeno dieci civili serbi ad Osijek, nel 1991, durante il conflitto tra croati e separatisti serbi della Krajna. Era la prima volta in cui una corte croata riconosceva un proprio cittadino colpevole di crimini commessi a danno di serbi.
L'avvocato di Glavas, Ante Madunic, ha confermato che il suo assistito è stato arrestato nel villaggio di Drinovci, nella Bosnia meridionale, al confine con la Croazia. Glavas si è sempre dichiarato "vittima di un processo politico" e si era rifugiato in Bosnia, dove ha ottenuto la cittadinanza, nel luglio del 2009, pochi giorni prima della pronuncia della sentenza di appello da parte della Corte suprema croata che ha ridotto da dieci ad otto anni di detenzione la condanna di primo grado.
Una Corte bosniaca aveva riconosciuto la sentenza di colpevolezza emessa in Croazia a carico di Glavas e il recente accordo di cooperazione giudiziaria siglato tra Sarajevo e Zagabria ne ha permesso ora l'arresto. L'avvocato di Glavas (che ha continuato a svolgere la sua attività politica da Drinovci) ha preannunciato appello contro la sentenza bosniaca e ha spiegato che il suo assistito potrà, comunque, decidere se scontare la pena in Bosnia o in Croazia.

                                                

martedì 28 settembre 2010

QUALCHE CONSIDERAZIONE DOPO IL REFERENDUM IN TURCHIA


La vittoria del "sì" al referendum sulla riforma della Costituzione svoltosi il 12 settembre in Turchia, comunque la si voglia vedere, è stato prima di tutto un successo del premier Recep Tayyp Erdoğan e del suo partito Akp. La dimensione dellla vittoria (quasi il 58% di "sì" contro il 42% di "no", con un'affluenza alle urne di quasi il 74%) apre ora la strada ad una nuova probabile affermazione dell'Akp alle elezioni del luglio 2011. In effetti, l'Akp ha fatto campagna praticamente da solo in favore delle modifiche costituzionali e ora si prepara a incassarne da solo i benefici il prossimo anno, anche perché, all'opposizione, i nazionalisti del Mhp rischiano di restare esclusi dal prossimo parlamento, mentre il Chp, il Partiro repubblicano del popolo erede diretto del padre della patria Kemal Atatürk, appare in grave crisi e ancora non si sa se il nuovo leader Kemal Kılıçdaroğlu sarà in grado di risollevare il partito in tempo utile per una campagna elettorale che sta per cominciare e che avrà probabilmente nel proseguimento delle riforme uno dei principali motivi di scontro.

Naturalmente la misura della vittoria di Erdoğan ha vieppiù allarmato gli ambienti laici timorosi ora più che mai di una riforma che, a loro giudizio, minaccia l'indipendenza della magistratura e la separazione dei poteri, e spiana ancora di più la strada all'islamizzazione del paese. Ma come ha spiegato il professor Soli Ozel sull'Espresso, in realtà e contrariamente a ciò che molti, anche in occidente, hanno detto e scritto, il nodo della questione non è la possibilità che la Turchia diventi uno stato islamico governato dalla shari'a, ma il futuro della democrazia turca. L'Islam non c'entra: il vero oggetto del referendum riguardava la redistribuzione del potere e i cittadini turchi hanno chiesto di voltare pagina rispetto ad un passato in cui la politica è stata posta sotto tutela da parte di militari e magistratura. Ed è assai probabile che, piuttosto che la milizia islamica degli anni giovanili, la vittoria referendaria possa piuttosto risvegliare in Erdoğan le ambizioni presidenziali. Forte del successo, infatti, il premier a questo punto punterà ad ottenere un terzo mandato l'anno prossimo per poi evetualmente fare rotta sulla presidenza della repubblica nel 2012, magari dopo aver cambiato la legge elettorale in senso presidenzialista.

La riforma della Costituzione rientra nella lotta tra poteri in atto in Turchia da diversi anni. Può rafforzare la democrazia, ma il processo non va dato per scontato. La messa in discussione dei principi kemalisti può essere un passaggio importante verso una maggiore democratizzazione, ma può anche preludere ad un attacco ai fondamenti della repubblica laica. La questione quindi è vedere come le riforme saranno ora concretamente attuate e quali altre riforme saranno proposte dal governo. Non ci vorrà molto per capirlo e per capire se la Turchia sta andando verso un sistema democratico compiuto o verso una qualche forma di autoritarismo moderato. In questi mesi il paese ha sofferto una polarizzazione della politica sempre più marcata che non ha certo giovato alla ricerca di riforme condivise. Al contrario, le riforme hanno rappresentato un ulteriore motivo di scontro e di divisione tra le forze politiche e sociali. E' probabile che la contrapposizione aumenti con l'avvicinarsi delle elezioni. Se così sarà si profilano i due scenari indicati da Nathalie Tocci in un articolo pubblicato sulla rivista on-line Affari Internazionali.

Nel primo caso, un Erdoğan, sempre più sicuro di sé e forte del consenso della maggioranza dell'opinione pubblica, decide di continuare con le riforme in modo unilaterale con lo scopo di rafforzare il proprio potere e l'affermazione dei ceti che costituiscono la sua base sociale. In politica estera ciò potrebbe tradursi in una sempre maggiore indipendenza rispetto alle tradizionali alleanze con l'occidente e ad una definitiva rinuncia all'integrazione europea puntando sul ruolo di potenza regionale che deriva dalla collocazione geopolitica della Turchia. Nel secondo caso, invece, si apre un dialogo sul proseguimento delle riforme tra le forze politiche e sociali. Questo porterebbe ad una attenuazione delle tensioni interne e gioverebbe anche alla ricerca di soluzioni per la questione curda, per quella armena e per quella cipriota. Probabilmente nei prossimi mesi il pendolo oscillerà tra questi due estremi. La prevalenza dell'uno o dell'altro dipenderà prima di tutto dagli attori politici turchi, ma una saggia e lungimirante azione dell'UE potrebbe favorire il secondo, facendo uscire il negoziato per l'adesione di Ankara da quella morta gora che lo sta condannando ad una lenta agonia.

Emma Bonino, in un'intervista a Radio Radicale il 13 settembre, giudicava la vittoria dei "sì" al referendum "un grande passo in avanti, anche rispetto alle richieste di adattamento costituzionale fatte dall'Ue ad Ankara per il processo di integrazione che però nel frattampo, con l'alibi di Cipro usato soprattutto da Francia e Germania, si è arenato". Per questo, secondo Bonino, ora l'Europa deve riprendere, accelerando di molto, il processo di integrazione della Turchia. Insomma, la palla passa ai Ventisette, ma attenzione perché se è vero quello che ha scritto Şahin Alpay su Zaman, la vittoria del "sì" è un passo decisivo verso la transizione democratica e liberale del paese, ma l'ingresso nell'Ue non è più il motore di questo processo epocale. Alpay cita un recente intervento di Fadi Hakura, esperto di Turchia di Chatham House, in cui mette in discussione l’opinione diffusa seconda cui senza l’Europa "la Turchia sarebbe incapace di diventare una democrazia liberale". Secondo Hakura "mentre il processo di adesione all’Unione Europea è in agonia, la società turca sta vivendo una vera trasformazione e si sta avviando verso una vera democrazia, una società laica e un generale processo di rinnovamento socio-economico". Quindi, "l’Europa sbaglia a tenere in disparte quello che è un autentico faro di speranza e ispirazione per molti paesi, musulmani e non, capace di plasmare il proprio futuro facendo affidamento unicamente sulle proprie forze". In ogni caso per la Turchia, dipendere meno dall’Ue significherà in definitiva "affrancarsi dal mito che soltanto l’Europa può incoraggiare la sua liberalizzazione e, di conseguenza, quella dei paesi arabi mediorientali”.

                                                

lunedì 27 settembre 2010

KOSOVO: SI E' DIMESSO IL PRESIDENTE SEJDIU

Il presidente della Repubblica del Kosovo, Fatmir Sejdiu, si è dimesso oggi dalla sua carica. Secondo quanto riportano i media locali, la decisione segue una sentenza della Corte costituzionale che ha attribuito a Sejdiu una violazione della Costituzione kosovara, in quanto ricopriva al medesimo tempo la massima carica dello Stato e quella di presidente del suo Partito, la Lega democratica del Kosovo (Ldk) che fu del padre della patria Ibrahim Rugova.
Sejdiu nel corso di una conferenza stampa convocata per annunciare le dimissioni si è detto convinto che mantenere le funzioni di presidente dell'Ldk senza esercitarle non fosse contrario alla Costituzione: "La Corte ha un'opinione differente e io rispetto questa decisione", ha detto l'ormai ex-presidente.
Alla vigilia della sentenza il premier, Hashim Thaci, leader del Partito democratico del Kosovo, che guida la maggioranza di governo in coalizione con Ldk, aveva precisato che qualunque fosse stata la decisione della Corte non si sarebbe aperto nessun vuoto di potere e nessuna crisi istituzionale.
Spetta ora al Parlamento eleggere il nuovo presidente.

                   

venerdì 24 settembre 2010

BALCANI: DALLA JUGOSFERA ALL'UNIONE

Diciotto anni dopo il crollo Jugoslavia, a dieci anni dalla fine delle guerre che segnarono tragicamente e sanguinosamente quel crollo e a trenta dalla scomparsa del Maresciallo Tito, le ex repubbliche che componevano la creatura politica che lui aveva creato e incarnato per oltre tre decenni, sembrano alla ricerca di una collaborazione regionale, per ora soprattutto in campo economico. Così almeno, è emerso dal Southeast Management Forum, svoltosi recentemente a Bled, in Slovenia, dove uomini d'affari e manager provenienti dalle sei repubbliche ex jugoslave hanno discusso delle prospettive di quella che l'Economist ha definito la "Jugosfera" economica.
Di Jugosfera, in realtà, si parla da un certo tempo, facendo riferimento a quell'area unita da una storia e da una cultura comuni, i cui fili sono stati spezzati dalle guerre degli anni '90 ma nonostante tutto, non in maniera irreversibile, o almeno non dappertutto. Secondo Tim Judah "la gente già vive in una Jugosfera: bevono latte croato, guardano programmmi tv bosniaci e mangiano spuntini di un'azienda serba controllata da una compagnia slovena". E in effetti, le principali catene di supermercati - come la serba Delta, la slovena Mercator e la croata Konzum - hanno avviato piani di espansione nelle altre repubbliche. Tutto ciò fa pensare al mercato unico che dal 1992 ha costituito un cardine della costruzione dell'Unione Europea.
Anche se da qualche tempo si parla insistentemente anche di "jugonostalgia", in realtà non c'è voglia di tornare ai tempi della vecchia Jugoslavia, ma evidentemente, nonostante i conflitti, le radici comuni non sono state del tutto estirpate, grazie anche ad una lingua pressochè identica, sebbene trascritta con alfabeti diversi. A dividere in realtà è soprattutto la politica, il nazionalismo usiato in maniera spregiudicata soprattutto ad uso interno. Certo non aiuta la questione del Kosovo (anche se recentemente riaperta la possibilità di riaprire negoziati diretti tra le due parti), o le continuamente minacciate tentazioni secessioniste dei serbi di Bosnia (ma anche dei croati), o ancora il contenzioso confinario tra Croazia e Slovenia solo recentemente avviato a soluzione. Ma i segnali incoraggianti non mancano, come l'incontro dello scorso 9 settembre a Belgrado fra i responsabili delle ferrovie slovena, croata e serba, per cominciare a pensare ad un'azienda unica e semplificare i controlli doganali, con forti benefici di competitività. Alla fine del mese poi, in Montenegro i responsabili delle borse locali discuteranno della possibile creazione di una borsa regionale, anche nella prospettiva di attrarre nuovi investimenti internazionali in un mercato dalle dimensioni interessanti.
In fondo anche il processo di integrazione europea è nato su questioni economiche: mettere insieme nazioni che per secoli si erano massacrate. Anche per i Balcani occidentali questa potrebbe essere una strada percorribile con il vantaggio di avere già pronto il traguardo dell'Ue che con tutti i limiti e con tutti gli errori resta pur sempre una delle più gradi costruzioni politiche della storia.

                           

IL REFERENDUM IN TURCHIA: ANALISI E COMMENTI



La vittoria del 'sì' nel referendum sulla riforma della Costituzione svoltosi il 12 settembre in Turchia (quasi 58% di "sì" contro il 42% di "no", con un'affluenza alle urne di quasi il 74%) ha aperto la strada a un nuovo successo dell'Akp, il partito islamico-moderato del premier Recep Tayyip Erdogan, alle legislative del prossimo anno. E' l'analisi di molti esperti e giornalisti, turchi ma non solo, all'indomani del voto il cui risultato ha smentito le attese, nel senso che la vittoria del "sì" era prevista, ma in misura inferiore. In effetti, l'Akp ha fatto campagna praticamente da solo in favore della riforma e ora si prepara a incassarne da solo i benefici alle politiche del luglio 2011. Così, per esempio, il 13 settembre Semih Idiz in un commento sul quotidiano Milliyet in cui scriveva di "semaforo verde" per il governo Erdogan.

La misura della vittoria di Erdogan non ha tranquillizzato gli ambienti laici che temono ora più che mai l'islamizzazione della repubblica voluta da Kemal Ataturk con una riforma che, dicono, minaccia l'indipendenza della magistratura e la separazione dei poteri. In realtà, diversi osservatori, come per esempio Rusen Cakir del quotidiano popolare Vatan, pensano che la vittoria potrebbe piuttosto risvegliare le ambizioni presidenziali di Erdogan. Forte della sua vittoria referendaria, infatti, Erdogan a questo punto punterà ad ottenere un terzo mandato l'anno prossimo per poi puntare alle presidenza della repubblica nel 2012, magari dopo aver cambiato la legge elettorale (vi fa venire in mente qualcosa di simile dalle nostre parti?).

Che ora il premier non abbia più rivali è l'opinione di Soli Ozel, professore di relazioni internazionali e scienze politiche all'università Kadir Has di Istanbul, analista di cose turche molto noto e stimato in Occidente, che in un'intervista a Christian Rocca sul Sole 24 Ore del 14 settembre, dice che i dettagli della riforma voluta da Erdogan e approvata dal referendum "sono meno importanti della volontà ferma del paese di rompere la stretta di potere dell'establishment giudiziario e militare sul processo politico". L'Islam, dunque, non c'entra: il referendum riguardava la redistribuzione del potere ed è stato un tale successo per l'Akp che l'esito delle elezioni del 2011 è probabilmente segnato, tanto più che i nazionalisti del Mhp potrebbero non superare lo sbarramento per entrare in parlamento, mentre è improbabile che il partito kemalista Chp riesca a riprendersi in tempo dalla nuova sconfitta.

Che la riforma della costituzione rientri in quella lotta tra poteri in atto in Turchia non da ieri è l'opinione anche di Orsola Casagrande sul Manifesto del 14 settembre, ma se da una parte "è chiaro che l'idea di dare una spallata, per quanto lieve, alla costituzione dei generali golpisti sia piaciuta a molti", la realtà è che Erdogan ha altro in mente. Il premier "ha scelto la strategia della lumaca sapendo bene che un'islamizzazione aggressiva non avrebbe funzionato" e dovendo giocare bene la sue carte per fare il tris alle elezioni del prossimo anno, "cerca di dare un colpo al cerchio e uno alla botte", ma "ancora una volta i capri espiatori rischiano di essere i kurdi e la guerra".

Valeria Talbot, ricercatrice presso l'Ispi, in un "Commentary" pubblicato il 16 settembre scrive che il risultato referendario è prima di tutto un'ampia dimostrazione del sostegno popolare di cui gode Erdogan e, in secondo luogo, "il segnale di una volontà popolare di sdoganamento dell'eredità di un passato non più in linea con l'evoluzione socio-politica ed economica della Turchia nell'ultimo decennio e di una maggiore democratizzazione del paese". Certo, se il venir meno dei principi kemalisti da una parte sono un passaggio importante verso una maggiore democratizzazione, dall'altra vengono visti come un ulteriore smantellamento della repubblica laica. Per questo, l'attenzione interna ed internazionale è puntata sui prossimi passi di Erdogan. Usa e Ue hanno accolto con grande fgavore la vittoria del sì, ma "sebbene la riforma costituzionale vada nella direzione indicata dall'Ue, il cammino di Ankara verso Bruxelles è ancora lungo e cesellato di ostacoli".

E qui arriviamo alla questione dell'adesione della Turchia all'Ue. Emma Bonino, che da lungo tempo ne è una grande sostenitrice, in un'intervista a Radio Radicale il 13 settembre, ha dichiarato che "la vittoria dei sì in Turchia al referendum è un grande passo in avanti, anche rispetto alle richieste di adattamento costituzionale fatte dall'Ue ad Ankara per il processo di integrazione che però nel frattampo, con l'alibi di Cipro usato soprattutto da Francia e Germania, si è arenato". Per questo, adesso l'Europa deve riprenda, accelerando di molto, il processo di integrazione della Turchia nell'Unione europea''. Insomma, "ora la palla passa ai ventisette" come ha scritto Gian Paolo Accardo in un commento pubblicato lo stesso 13 settembre su Presseurop. eu, perché per paradoss, "l'europeizzazione della Turchia avviene a spese della laicità del paese, e il partito che incarna il processo di avvicinamento all'Unione è un partito religioso", uno dei motivi per cui il risultato del referendum nelle capitali europee è stato commentato con favore ma anche con prudenza.

Temal Isit, ambasciatore in pensione e commentatore del quotidiano Taraf, non ha dubbi sulla volontà europea di Ankara, ribadita anche dal ministro degli Esteri turco, Ahmet Davutoglu, che proprio a Bruxelles si è lamentato per la lentezza con cui procedono i negoziati di adesione. Isit ha spiegato a Marta Ottaviani dell'agenzia Apcom che è Bruxelles che "adesso deve dimostrare che oltre ad apprezzare i progressi, ha la volontà politica di fare entrare la Turchia nell'Unione" perché Erdogan con la grande vittoria al referendum "ha compiuto un passo storico verso l'Europa e consolidato il suo consenso interno" e qualsiasi cosa succeda il suo risultato lo ha già portato a casa. Attenzione, però, perché la vittoria del "sì" è un passo decisivo nella transizione democratica e liberale della Turchia, ma l'ingresso nell'Ue non è più il motore di questo processo epocale. Così almeno ha scritto Sahin Alpay su Zaman il 13 settembre. E forse non ha tutti i torti se, come spiega Alberto Negri sul Sole 24 Ore del 14 settembre, i veri vincitori del referendum sono "le Tigri dell'Anatolia, quella neo-borghesia musulmana di imprenditori, tradizionalista nei costumi, liberale in economia, che ha trovato la sua rappresentanza politica in Erdogan.

Insomma, le riforme costituzionali approvate con il referendum tengono la Turchia agganciata ai valori occidentali o la spingono verso l'islamizzazione? Per Fiamma Nirenstein (sul Giornale del 14 settembre) non ci sono dubbi: il referendum "segna la fine del kemalismo e da il benvenuto istituzionale non a una Turchia più laica e democratica, ma all'erdoganismo avanzante". Che poi il paese si sia conservato laico e filoccidentale anche con "azioni di prepotenza e violazioni dei diritti umani" poco male: "l'atteggiamento dei militari e dei giudici non è stato mai mosso da interessi personali, elettorali, economici". Parola di Nirenstein. Sul Giornale. E che Erdogan "per il suo bagaglio ideologico", non possa dare garanzie di laicità, è opinione anche di Zeffiro Ciuffoletti, che sul Quotidiano Nazionale del 15 settembre ammonisce che gli europei saranno obbligati ad affrontare "con la dovuta serietà una serie di questioni che riguardano, in primo luogo, i nostri valori e i nostri standards democratici".

Non la pensa così Hamit Bilici, analista di Today's Zaman e direttore generale dell'agenzia di stampa Cihan che ha seguito in modo capillare la campagna elettorale, secondo cui le riforme democratiche come quelle varate dal referendum portano la Turchia verso l'Unione europea, non verso l'Iran. ''Le politiche della Turchia nei confronti dell'Iran e il referendum sono due cose separate", ha detto Bilici all'agenzia AdnKronos spiegando che "se si riescono a introdurre riforme democratiche, la Turchia si avvicinera' all'Unione europea" e un Paese più democratico "contribuirà a facilitare relazioni migliori e più forti con l'Occidente, e a porre fine al dibattito su eventuali cambiamenti della politica estera turca''. Tanto più che Bilici è convinto che chi ha votato "no" più che ad una costituzione più democratica, è contrario al governo.

Ilter Turan, professore di scienze politiche all'Università Bilgi di Istanbul di cui è stato anche rettore, in una intervista all'AdnKronos esprime una posizione ancora diversa: "Non è detto che la riforma della costituzione avvicini il Paese all'Unione europea e sia un ulteriore passo verso la democrazia", perché ''tutto dipende da come il partito di governo, l'Akp, la applicherà''. Cioè, ''bisogna vedere come i nuovi provvedimenti che riguardano la Corte costituzionale e il Consiglio superiore della magistratura funzioneranno", ma in ongi caso ''non sarà necessario attendere molto'' per capire come il governo intende applicare le riforme. Turan dice di capire perche' l'opposizione è preoccupata, ma la rimprovera di aver commesso errori condividendo con il partito di Erdogan la responsabilità dell'estrema polarizzazione della politica turca. Una polarizzazione che aumenterà con l'avvicinarsi delle elezioni (una constatazione condivisa da Hamit Bilici che per questo propone di rinviarle per permettere di proseguire la riforma in maniera condivisa).

E l'Italia? Il nostro paese ha da sempre una posizione favorevole all''adesione della Turchia all'Ue, non modificata nonostante il cambio dei governi. Per il ministro degli esteri Franco Frattini, intervistato da Arturo Celletti sull'Avvenire del 19 settembre, a questo punto Ankara è ad un bivio: "Può imboccare la strada dell'Occidente o può prendere quella destinata a trasformarla in una potenza più amica dell'Iran che dell'Europa". Un Europa che, però, secondo Frattini ancora una volta ha sbagliato tutto. E lo stesso ministro, il 15 sul Corriere della Sera, scriveva che per risolvere il rapporto tra le nostre democrazie e l'Islam occorrerebbe una strategia europea basata su quattro elementi: primato e universalizzazione dei diritti, politica sull'immigrazione condivisa, lotta al terrorismo e, per l'appunto, apertura alla Turchia perché "è un esempio unico di islamismo moderato e di vocazione europea". Questi quattro aspetti "andrebbero armonizzati nel quadro di una strategia complessiva forte e consapevole".

Il fatto è che come scrive Antonio Puri Purini sul Corriere del 20 settembre "ci vogliono grandezza morale per rivolgersi al mondo musulmano come ad una civiltà e chiarire che cosa si pretende da loro, coraggio politico [...] per cogliere le implicazioni dell'adesione della Turchia all'Unione, sensibilità culturale per riproporre [...] un nuovo umanesimo che esprima autentica fierezza europea". Se invece prevarraà l'attuale basso profilo l'Europa non sarà capace di lanciare messaggi credibili e si nasconderà dietro politiche incapaci di autentica convivenza con il mondo musulmano. Da questo punto di vista, proprio per quello che la Turchia può rappresentare, il punto lo coglie Angelo Panebianco che sul Corriere della Sera del 14 settembre notava i negoziati per l'adesione della Turchia dovrebbero essere l'occasione per discutere seriamente di islam ed Europa. E' un test che ci riguarda da vicino, "per l'importanza geopolitica della Turchia, ma anche per ciò che potrà dirci sui futuri rapporti fra le democrazie europee e le comunità musulmane".

giovedì 23 settembre 2010

LA TURCHIA PROTAGONISTA ALL'ONU PREOCCUPA GLI USA

Turchia protagonista all'Onu: lo scrive il New York Times secondo il quale nessun paese ha usato meglio l'Assemblea generale dell'Onu per proiettare una nuova, ambiziosa immagine di sé. Con una serie di dichiarazioni, il presidente Abdullah Gul, che interviene oggi, ha difeso i legami di Ankara con Teheran dichiarando esplicitamente l'intenzione turca di diventare leader del mondo musulmano e ha snobbato un tentativo israeliano di ricucire le relazioni bilaterali compromesse dopo l'attacco del 31 maggio scorso contro "Freedom flotilla" in rotta verso Gaza che provocò la morte di nove attivisti di nazionalità turca, trovando però il tempo per incontrare il presidente iraniano Ahmadinejad.
Gul, in discorsi ed interviste, ha chiarito le ambizioni di Ankara di divenire una democrazia islamica, con un'economia in forte crescita, a cavallo tra Europa ed Oriente, e quindi in posizione vantaggiosa per affrontare i maggiori problemi internazionali, dall'Iran al conflitto mediorientale. Ma questo protagonismo turco crea delle difficoltà agli Usa, e secondo il NYT preoccupa l'amministrazione Obama che Teheran riesca a procurarsi finanziamenti per il suo programma nucleare presso le banche turche, senza contare che le tensioni Ankara-Tel Aviv potrebbero complicare gli sforzi di pace in Medio Oriente e mettere a rischio i colloqui di pace tra israeliani e palestinesi su cui Washington ha investito la sua credibilità internazionale.

Aggiornamento del 24 settembre
Il barometro delle relazioni turco-israeliane staziona sempre sul brutto tempo e per ora non si prevedono schiarite. Non solo il presidente turco Gul non ha incontrato il suo omologo israeliano al Palazzo di vetro perché non c'era tempo (che però è stato trovato per un faccia a faccia con Ahmadinejad), ma nel suo intervento davanti all'Assemblea generale ha detto che la Turchia sta ancora aspettando le scuse di Israele per il raid dello scorso maggio, "alla luce del diritto internazionale".
La Turchia ha inoltre accolto con soddisfazione il rapporto finale sul raid redatto dalla commissione d'inchiesta isttiuita dal Consiglio dei diritti dell'uomo dell'Onu, reso noto ieri sera a Ginevra, che accusa la Marina militare israeliana di gravi violazioni dei diritti umani e di aver fatto ricorso a una brutalità inaccettabile durante il blitz.

                                         

PASSAGGIO SPECIALE

Assemblea generale Onu: il sud est europeo al Palazzo di vetro

Lo Speciale di Passaggio a Sud Est andato in onda mercoledì 22 settembre a Radio Radicale è stato dedicato all'apertura a New York della 65a sessione dell'Assemblea generale dell'Onu alla quale partecipano alcuni dei leader dei paesi dei Balcani occidentali e dove la Turchia (presidente di turno del Consiglio di sicurezza) ribadisce il suo ruolo di potenza regionale creando inquietudine in Europa e negli Usa.

La trasmissione, realizzata con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura, è riascoltabile sul sito di Radio Radicale oppure direttamente qui



                            

PASSAGGIO IN ONDA

Il sommario della puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda sabato 18 settembre a Radio Radicale.

Il referendum costituzionale in Turchia e le sue conseguenze sulla situazione politica interna e le scelte internazionali del paese.

Il processo di integrazione europeo della Serbia e la prospettiva di nuovi negoziati diretti tra serbi e albanesi dopo la risoluzione congiunta Ue/Serbia sul Kosovo approvata dall'Assemblea generale dell'Onu.

Il negoziato per l'adesione della Croazia all'Ue alla prova dei capitoli più delicati.

La situazione politica interna dell'Albania.

Le possibili schiarite nella disputa tra Grecia e Macedonia sul nome dell'ex repubblica jugoslava.

Le prossime elezioni generali in Bosnia.

La trasmissione, realizzata con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura, è disponibile qui



oppure sul sito di Radio Radicale nella sezione delle Rubriche

                                               

mercoledì 22 settembre 2010

L'UE E IL CASO SERBIA

Il testo che segue è la trascrizione della corrispondenza di Marina Szikora per lo Speciale di Passaggio a Sud Est andato in onda il 15 settembre a Radio Radicale alla vigilia del vertice dei capi di stato e di governo dell'Ue e dopo la riunione dei ministri degli Esteri di lunedì 13.

Dopo il passo considerato una vera svolta nella ferma ed invariabile posizione della Serbia relativa al suo non riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo che e’ stata la recentissima approvazione della risoluzione congiunta Ue – Serbia sul Kosovo, lo scorso 9 settembre, concordata all’unanimita’ da tutti i 27 dell’Ue e da Belgrado, Bruxelles si dichiara pronta a premiare il passo avanti compiuto dalla Serbia. Lunedi’, i capi delle diplomazie dei 27 hanno esaminato la possibilita’ di dare un nuovo impulso al cammino della Serbia verso l’Ue. La Commissione europa, a tal proposito, potrebbe ricevere presto dagli stati membri dell’Ue la raccomandazione di dare il suo parere sulla prontezza della Serbia ad ottenere lo status ufficiale di candidato all’adesione. Una iniziativa questa portata avanti dalla Slovenia alla riunione lunedi’ dei ministri degli esteri Ue in preparazione del Consiglio che si terra’ giovedi’. Il ministro degli esteri del Belgio, attuale presidenza di turno dell’Ue, ha annunciato che la questione della candidatura di Belgrado si trovera’ all’ordine del giorno ad ottobre, alla riunione del Consiglio europeo per gli affari generali.

In riferimento all’accordo raggiunto tra l’Ue e la Serbia sulla risoluzione Kosovo che prevede un rinnovato dialogo tra Belgrado e Pristina, il ministro belga Steve Vanackere ha precisato che un gran numero di stati ha espresso desiderio di premiare il progresso di Belgrado relativo alla risoluzione. Il capo della diplomazia belga ha sottolineato che l’invio dell’applicazione serba alla Commissione europea e’ un frutto di lavoro che avevano compiuto non soltanto i 27 membri dell’Ue ma anche il presidente della Serbia, Boris Tadic negli sforzi di arrivare ad una risoluzione che sarebbe accettabile per tutti. Il ministro spagnolo Moratinos da parte sua, ha aggiunto che “il messaggio conveniente alla Serbia deve essere senza errori” a causa del sostegno che Belgrado ha dato alla risoluzione congiunta sul Kosovo alle Nazioni Unite.

Allo stato attuale pero’, un paese membro dell’Ue deve consultarsi uteriormente con il proprio parlamento. Si tratta dell’Olanda. Secondo le dichiarazioni della segretario di stato sloveno, Andrea Jerina, la posizione dell’Olanda e’ dovuta a mere ragioni tecniche poiche’ questo paese attualmente e’ governato da un governo transitorio e perche’ i negoziati sulla formazione del nuovo governo a seguito delle elezioni parlamentari dello scorso giugno sono ancora in corso. L’Olanda ha fatto sapere che il governo dimissionario dell’Aja non e’ pienamente operativo e quindi ha bisogno di consultazioni aggiuntive.

I Balcani occidentali saranno all’ordine del giorno dei capi di diplomazia UE nuovamente domani, giovedi’, in vista della riunione dei leader europei quando si parlera’ di questioni di politica estera cruciali. Secondo quanto annunciato, nelle conslusioni dei capi di stato o governo dell’Ue dovrebbe trovarsi anche le valutazioni sulle relazioni con i paesi dei Balcani occidentali. Quanto alle dichiarazioni dell’ambasciatore britannico in Serbia, Steven Wordsworth ci sarebbero segnali positivi per quanto riguarda il parere della Commissione europea sulla prontezza della Serbia di ottenere lo status di candidato all’adesione nell’Ue.  Alla riunione ministeriale Ue, il capo della diplomazia greca Dimitris Drucas ha dichiarato che l’Ue ed i suoi stati membri dovrebbero mandare un messaggio chiaro e diretto alla Serbia come sostegno al suo cammino europeo. Secondo Drucas l’orientamento della Serbia verso la prospettiva europea e’ cruciale per l’integrazione dei Balcani occidentali e ha apprezzato la posizione diplomatica di Belgrado.

Piena comprensione per la situazione all’interno dell’Ue arriva dal premier serbo Mirko Cvetkovic che si aspetta quindi passi concreti il prossimo mese. “Il fatto e’ che noi abbiamo l’appoggio di tutti i 27 dell’Ue. Il problema e’ solo un paese che ha un governo tecnico e si pone la questione se questo governo ha la capacita’ di prendere una tale decisione” ha detto Cvetkovic. Ma il cammino e’ ancora lunghissimo. Quando la candidatura verra’ finalmente inviata alla Commissione europea, saranno necessari da cinque a otto mesi per stabilire la posizione sulla prontezza della Serbia ad ottenere lo status di candidato all’adesione, spiega il capo della delegazione Ue a Belgrado, Vensan Degere. Che la Serbia deve avviarsi piu’ velocemente verso l’Ue e’ chiaro anche al ministro dell’economia serbo Mladjan Dinkic il quele si attende che dopo l’invio della candidatura alla Commissione europea essa verra’ confermata nel corso del 2011, scrive l’emittente serbo B92. Dicendosi certo che la Serbia nel corso del prossimo anno diventera’ candidato ufficiale dell’Ue, Dinkic ha detto che questa e’ una buona notizia per i cittadini della Serbia. “Abbiamo dovuto avere una posizione costruttiva quando avevamo concordato la risoluzione con l’Ue ma al tempo stesso non abbiamo mai rinunciato al Kosovo” ha avvertito Dinkic. Sempre sulla questione dell’integrazione della Serbia all’Ue, il commissario europeo all’allargamento Stefan Feule venerdi’ 17 settembre sara’ a Belgrado per incontrare le autorita’ serbe e per parlare di “questioni pratiche dell’integrazione” della Serbia nell’Ue.

C’e’ pero’ poco da illudersi che le cose andranno al loro meglio e con cambiamenti veloci e significativi. Belgrado e Pristina vedono infatti del tutto diversamente i prossimi colloqui. “La Serbia non riconoscera’ il Kosovo” ha dichiarato il presidente serbo Boris Tadic lunedi’ a Talin, dopo il suo incontro con il collega estone, Hendrik Ilves. Tadic ha precisato che la Serbia vuole aprire un dialogo con Pristina per risolvere il conflitto storico tra serbi ed albanesi nei Balcani. Il capo dello stato serbo lo ha definito come suo obbiettivo politico aggiungendo di sapere molto bene che un tale conflitto non e’ trasporatabile nell’Ue. Tadic ha avvertito pero’ di nutrire speranza che nessuno colleghera’ l’adesione con il riconoscimento dell’indipendenza kosovara. “Dobbiamo risolvere questo problema attraverso il dialogo con gli albanesi il che e’ una politica che riconosce gli interessi legittimi degli albanesi” ha detto il presidente Tadic. Secondo i media serbi, il prossimo dialogo tra Belgrado e Pristina non ha ancora una sua cornice ne’ si sa fino a quando durera’. I negoziati saranno condotti dall’Ue ma non ci sono ancora informazioni sui temi di colloqui. Dallo stesso annuncio di dialogo tra Belgrado e Pristina e’ rimasto poco chiaro che cosa potrebbe spingere le due parti contrastanti a negoziare.

Il ministro per il Kosovo e Metohija del Governo serbo, Goran Bogdanovic ha dichiarato di aspettarsi che il prossimo dialogo tra Belgrado e Pristina includera’ tutte le questioni aperte, quindi non soltanto quella relativa al nord bensi’ all’intero Kosovo. Dall’altra parte, il premier kosovaro Hasim Tachi afferma che la situazione tesa in Kosovska Mitrovica rappresenta un problema interno del Kosovo e che questo non puo’ essere il tema di negoziati. Taci aggiunge di essere in costante contatto con l’ufficio dell’alta rappresentante dell’Ue, Catherine Aschton proprio per definire i detagli dei futuri colloqui con la parte serba. Il dialogo verra’ coordinato dall’ufficio dell’alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’Ue e avra’ come obbiettivo il miglioramento della vita dei cittadini, precisa il premier kosovaro. Secondo la stampa di Pristina, scrivono i media serbi facendo riferimento alle dichiarazioni di diplomatici occidentali, il modello del Sud Tirolo potrebbe essere una possibilita’ per l’ordinamento del Kosovo settentrionale. Il presidente del Kosovo, Fatmir Sejdju da parte sua afferma che “tra i temi di cui si puo’ discutere sono la liberta’ di circolazione, lotta contro la criminalita’ organizzata, la questione del ritorno di profughi, il destino delle persone scomparse, cooperazione economica e regionale nonche’ altri temi importanti per la collaborazione dei due stati”. Del tutto contrari invece ai negoziati sono i rappresentanti del movimento “Autodeterminazione” il quale invita gli albanesi kosovari ad opporsi ai colloqui. Nel movimento affermano che non e’ giusto che alcuni leader politici del potere di Pristina decidano sul destino degli albanesi e del Kosovo.

A proposito del suo futuro europeo, Belgrado quindi dovra’ aspettare il prossimo mese a causa di ragioni tecniche olandesi. Questo almeno e’ la conclusione dopo la riunione dei ministri degli esteri Ue di lunedi’. Per il quotidiano serbo ‘Blic’ il vicepresidente del governo di Belgrado, Božidar Đelić afferma che la “Serbia potrebbe ottenere lo status di candidato il prossimo anno, mentre la data per l’inizio di negoziati di adesione potrebbe essere la meta’ del 2012”. Secondo Đelić cio’ non e’ stato possibile lunedi’ poiche’ ne’ il Belgio ne’ l’Olanda non hanno ancora formato i loro governi. In particolare l’Olanda non ha la capacita’ per una tale decisione. Il vicepresidente del governo serbo si dice fiducioso che i problemi tecnici verranno oltrepassati e che a fine ottobre il Consiglio di ministri Ue a Lussemburgo prendera’ una decisione positiva. Aggiunge che Belgrado e’ pronta per il prossimo passo, vale a dire rispondere alle domande del questionario della Commissione europea che si spera verra’ inviato presto.

                                                      

PASSAGGIO SPECIALE

L'Ue e l'integrazione del sud est europeo

Rilanciare il ruolo dell'Europa come attore strategico globale e fare il punto sulla costruzione di una governance economica. Sono questi i temi principali all'ordine del giorno del vertice dei capi di stato e di governo dell'Unione Europea del 16 settembre.

E proprio al summit di Bruxelles è dedicato lo Speciale di Passaggio a Sud Est andato in onda il 15 settembre a Radio Radicale.

Dal referendum sulle riforme costituzionali in Turchia, alla risoluzione congiunta Ue/Serbia sul Kosovo approvata il 9 settembre dell'Assemblea generale dell'Onu, alla liberalizzazione dei visti per i Paesi dei Balcani occidentali, l'Ue deve dare una prospettiva concreta al processo di integrazione del sud est europeo.

La trasmissione, realizzata con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura, è ascoltabile direttamente qui



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domenica 12 settembre 2010

LA TURCHIA VOTA SULLA COSTITUZIONE MA NON SOLO

Recep Tayyip Erdogan
Recep Tayyp Erdogan
Il referendum di oggi in Turchia non è soltanto una consultazione sulle riforme costituzionali volute dal premier Recep Tayyip Erdogan, ma anche un'altra puntata dello scontro in atto da anni tra l'establishment "kemalista" e la nuova classe dirigente anatolica emersa con l'Akp, il partito islamico-moderato al potere dal 2002, un sondaggio sulla popolarità dei militari come custodi della repubblica laica disegnata da Kemal Ataturk e un voto di fiducia sullo stesso Erdogan che, da militante dell'Islam politico a leader moderato, da sindaco di Istanbul a capo del governo, è stato il principale artefice di una svolta epocale della politica turca, sia sul piano interno che su quello internazionale.

In attesa di sapere quale sarà l'esito del voto, segnalo l'interessante articolo pubblicato da Matteo Tacconi sul quotidiano Europa e sul suo blog sulla figura di Erdogan e sul suo disegno di "compromesso storico" tra Islam e kemalismo, le due anime litigiose della Turchia moderna, non per islamizzare il paese ma per costringere i repubblicani ad accettare il diritto alla coesistenza tra kemalismo e islam.

Sull'uomo di Ankara, il "venditore di limonate che ha trasformato la Turchia", segnalo anche l'articolo di Annalisa Marroni pubblicato su L'Occidentale il 18 agosto scorso.

                                                 

CROAZIA: GIUSTIZIA E DIRITTI FONDAMENTALI PRIORITA’ DEI NEGOZIATI CON L'UE

di Marina Szikora (*)
Le ambizioni della Croazia di terminare entro la fine dell’anno i negoziati con la Commissione europea sul delicatissimo capitolo 23, Giustizia e diritti fondamentali e di firmare l’anno prossimo il Trattato di adesione per diventare cosi’ il 28-esimo membro dell’Ue, non e’ un’ambizione irrealizzabile, anche se ancora non si puo’ parlare di date concrete. Lo ha detto venerdi’ a Zagabria Viviane Reading, vicepresidente della Commissione europea e commissario per la giustizia dopo i suoi incontri con la premier croata Jadranaka Kosor e il presidente Ivo Josipovic. Secondo Viviane Reading, la Commissione europea osserva costantemente l’avanzamento della Croazia relativo all’adempimento delle misure necessarie mentre il tempo di questo progresso dipende del tutto dalle capacita’ del Paese. Il capitolo giustizia non e’ pero’ quello piu’ difficile poiche’, ha spiegato la Reading, la Commissione europea e’ preoccupata anche del delicato capitolo relativo ai cantieri navali ma ha aggiunto che una soluzione comune verra’ trovata. “L’Ue ha 500 milioni di abitanti e tutti devono essere certi che se devono cercare giustiza in uno dei paesi vicini, allora possono ralizzare gli stessi diritti come a casa loro. La Croazia ha raggiunto lo scorso mese un avanzamento per quanto riguarda il capitolo Giustizia e diritti fondamentali, ma noi non guarderemo soltanto il numero delle leggi e delle norme bensi’ la loro attuazione in pratica” ha rilevato la vicepresidente della Commissione europea partecipando a Zagabria ad una conferenza intitolata “Gli effetti della membership nell’Ue sulla giustizia” che ha visto riuniti circa 300 giudici e procuratori di diversi paesi.

Viviane Reading ha sottolineato che la Croazia deve fare ancora molto per soddisfare le misure del capitolo 23 e ha evidenziato in particolare la lotta alla corruzione rilevando che bisogna impegnarsi ulteriormente nella lotta contro la criminalita’ organizzata, processare i criminali di guerra, assicurare il ritorno dei profughi e promuovere i diritti umani e i diritti di minoranze. Sottolineando che la Commissione europa non accettera’ soluzioni parziali, la Reading ha molto inequocabilmente detto che il capitolo 23 non sara’ chiuso finche’ non saranno adempiute tutte le misure necessarie. In questo senso la corruzione e’ la questione chiave. La vicepresidente della Commissione europea ha salutato gli sforzi della premier Jadranka Kosor e il fatto che la corruzione e’ diventata una priorita’ del lavoro del suo Governo. L’Ufficio per la sopressione della corruzione e del crimine organizzato (Uskok) lavora benissimo, ma tutto cio’ deve essere ancora piu’ profondo, ha detto Viviane Reading e come esempio ha menzionato l’appalto pubblico che in Croazia lascia molto spazio aperto per la corruzione. Ha aggiunto inoltre che la lotta contro la corruzione non si conduce soltanto sul fronte della repressione rilevando quello che bisogna fare urgentemente: approvare leggi e migliorare l’accesso alle informazini, migliorare le regolamentazioni relative al conflitto di interessi, rendere piu’ trasparente il finanziamento dei partiti politici e la campagna elettorale nonche’ aumentare la trasparenza nell’amministrazione pubblica.

Molto critica e consistente, la commissaria per la giustizia, la persona piu’ importante per quanto riguarda il capitolo Giustizia, e’ stata sulla valutazione della questione del sistema giudiziario. Ha salutato il ridimensionamento dei processi irrisolti ma ha avvertito dell’enorme numero di circa 800.000 casi irrisolti, di cui perfino 100.000 sono piu’ vecchi di tre anni. “La giustizia che arriva tardi e’ quella che viene a mancare. Signora primo ministro, questo non lo dico soltanto a lei ma lo sottolineo ovunque” ha detto la vicepresidente della Commissione europea rivolgendosi alla premier Kosor indicando molti casi irrisolti, l’educazione dei giudici che dovranno attuare regole europee, la realizzazione delle reti delle corti, l’abuso dell’imunita’ giudiziaria ecc. Replicando, la premier croata ha detto che molto lavoro e’ stato fatto e come prova di una sempre piu’ efficace lotta alla corrzuione ha rilevato che l’anno scorso c’erano perfino 138 piu’ sentenze per azioni di corruzione rispetto all’anno precedente concludendo che l’adesione della Croazia all’Ue e’ in effetti un ritorno a casa.

Altrettanto presente a Zagabria il vicepresidente del Governo ungherese e ministro di giustizia, Tibor Navracsics, rappresentando il paese che dal prossimo primo gennaio terra’ la presidenza all’Ue. Navracsics ha espresso sostegno alla Croazia nel suo cammino verso l’Ue e ha ricordato che l’Ungheria aveva soddisfatto criteri molto severi imposti da Bruxelles. Ha sottolineato che quello era un cammino difficile ma ne e’ valsa la pena di intraprenderlo.
(*) Corrispondente di Radio Radicale

                                                             

KOSOVO: SI APRE LA VIA VERSO IL DIALOGO?

Una panoramica delle reazioni e dei commenti di parte serba (ma non solo) dopo l'approvazione della risoluzione Serbia/Ue sul Kosovo da parte dell'Assemblea generale dell'Onu nella corrispondenza di Marina Szikora per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda ieri 11 settembre a Radio Radicale.

“Belgrado e’ pronta per nuovi negoziati” cosi’ almento dal titolo di uno dei piu’ difusi quotidiani serbi ‘Blic’ all’indomani dell’approvazione ad acclamazione all’Assemblea generale delle Nazioni Unite di una risoluzione congiuta della Serbia e di tutti i 27 paesi dell’Ue sul Kosovo. Secondo i media serbi, con questo passo, Belgrado esce da due lunghi anni di una fase di “contenzioso congelato” con l’Ue e con gli Stati Uniti in cui l’unica cosa su cui si concordava e’ che non si era d’accordo. La risoluzione proposta dalla Serbia e fino all’ultimo momento negoziata con l’Ue, e’ stata presentata dal ministro degli esteri serbo, Vuk Jeremic il quale in un intervento molto breve ha sottolineato che “la Serbia non accetta e non accettera’ mai l’autoproclamata indipendenza del Kosovo” e che “non si stanchera’” di questa sua posizione. Jaremic ha aggiunto di essere fiducioso che l’approvazione della risoluzione protera’ al necessario dialogo.

C’e’ da ricordare che la modifica dell’iniziale proposta di risoluzione presentata dalla Serbia un mese fa e’ dovuta al timore di una contrastante risoluzione albanese. Con quanto approvato, spiegano a ‘Blic’ fonti vicine al Governo serbo, “viene rimosso il pericolo di una formulazione inadeguata per la Serbia e si apre lo spazio per colloqui su temi che hanno una importanza nazionale per la Serbia”. L’interpretazione di Belgrado e’ che l’accordo raggiunto con l’Ue e grazie all’impegno dell’Ue rende possible il proseguimento di relazioni di partenariato con l’Ue anche quando si tratta dell’integrazione europa, du cui si attende ora un proseguimento accelerato.

Sembra praticamente un svolta, rispetto a quanto si e’ ultimamente scritto nei media serbi di un innasprimento delle relazioni tra Belgrado e l’Occidente, vale a dire una ferma presa di posizione sul Kosovo dell’attuale leadership serba guidata dal capo dello stato, Boris Tadic per timore di una possibile minaccia da parte dell’oposizione nazionalista e antieuropea di cui le principali voci risultavano essere quelle di Tomislav Nikolic e dell’ex premier serbo Vojislav Kostunica.

Ma quello che la Belgrado ufficiale afferma essere un passo decisamente positivo che significa l’apertura verso il dialogo con Pristina e buone prospettive europee, per molti in Paese non rappresenta un risultato vincente. Cosi’ Oliver Ivanovic, segretario di stato del Ministero per il Kosovo e Metohija avverte che la possibilita’ di veloci avanzamenti e seri colloqui tra Belgrado e Pristina e’ ostacolata dal fatto che il prossimo anno sara’ l’anno elettorale in Kosovo e questo, secondo Ivanovic, non e’ una buona occasione per soluzioni costruttive. Ivanovic aggiunge che bisogna vedere innanzitutto quali saranno le reazioni sulla risoluzione nei paesi della regione, in particolare quelle della Macedonia e della BiH che sono particolarmente sensibili ad ogni cambiamento di relazioni tra Belgrado e Pristina.

Il Partito serbo del progresso (SNS) di Tomislav Nikolic ha valutato che l’approvazione della risoluzione accordata tra la Serbia e l’Ue rappresenta una grave sconfitta perche’ si ha riunciato in maniera severa e incostituente dalla protezione della sovranita statale in Kosovo.

Il presidente del Partito liberal-democratico serbo (LDP), Cedomir Jovanovic ha affermato invece che accettando la proposta dell’Ue sulla risoluzione Kosovo e’ stato compiuto finalmente un primo passo di rinunciamento a quella politica sbagliata con la quale la Serbia si e’ trovata sull’orlo di perdere definitivamente la prospettiva europea. “Per la Serbia e per i suoi cittadini sarebbe stato molto meglio se l’accordo con Bruxelles e Washington fosse stato compiuto prima di presentare il testo iniziale della risoluzione, cosi’ come aveva chiesto l’LDP” ha ricordato Jovanovic in un comunicato scritto e ha aggiunto che subito bisogna impegnarsi a creare una politica nuova, un partenariato forte con Bruxelles e Washington ed impegnarsi altrettanto per la stabilizzazione nella regione. Al tempo stesso, Jovanovic si e’ espresso molto criticamente contro la politica condotta dal ministro degli esteri serbo Vuk Jeremic chiedendo le sue dimissioni. Il leader liberal-democratico serbo ha sottolineato che con una politica nuova si dovrebbe raggiungere la credibilita’ e la possibilita’ ad avere garanzie per i Serbi in Kosovo e la salvaguardia dei loro diritti individuali e colettivi.

Pieno sostegno al presidente della Serbia Boris Tadic arriva anche dal leader del Movimento serbo per il rinnovamento (SPO), Vuk Draskovic perche’, come ha detto, ha preso una “decisione corraggiosa” sulla risoluzione Kosovo. Secondo Vuk Draskovic, gia’ ministro degli esteri serbo, Tadic ha dimostrato prontezza e capacita’ per una politica strategica che portera’ la Serbia fino all’ingresso nell’Ue e nel mondo democratico per il quale ci sono state cosi’ tante vittime e sofferenze.”Si e’ interrotta la continuita’ di quella politica sbagliata di conflitti e di non collaborazione con i paesi leader dell’Europa e del mondo. Una decisione diversa avrebbe portato la Serbia laddove fu condotta da Slobodan Milosevic e una tale via non poteva essere scelta da un presidente democratico” ha detto Vuk Draskovic.

“Nessuno vule che la Serbia rimanga sconfitta e instabile. Ci e’ chiaro che alle autorita’ della Serbia dobbiamo dare qualcosa che potra’ essere presentato come un successo davanti agli elettori” affermano per il quotidiano ‘Blic’ fonti vicine all’Ufficio dell’alto rappresentante Ue per la politica estera e di sicurezza, Catherine Ashton. Allo stato attuale, informano i media serbi, nel momento in cui Belgrado e Pristina, dopo oltre un decennio di ostilita’, finalmente si siederanno al tavolo per raggiungere un accordo e questo con l’aiuto dell’Ue, la Serbia non prendera’ parte in questi colloqui come una parte sconfitta ma godra’ del sostegno di Bruxelles e di Washington. Alle autorita’ serbe, Bruxelles offre un dialogo sullo status speciale per il nord del Kosovo e per le enclavi al sud, nonche’ un accelerato processo di integrazione europea, affermano i media serbi.

Secondo l’ambasciatore britannico a Belgrado, Steven Wordsworth, la richiesta della Serbia di candidarsi ufficialmente per l’ingresso nell’Ue, potrebbe essere inviata alla Commissione europea entro la fine dell’anno se verra’ raggiunto un avanzamento sulla questione Kosovo. Ancora durante la sua visita a Belgrado, il ministro degli esteri tedesco Guido Westerwelle, aveva spiegato che forse gia’ a novembre i ministri Ue potrebbero considerare la richeista della Serbia il che non sarebbe possibile se Belgrado non avesse rinunciato all’idea di mettere in contrasto l’Ue sul Kosovo, vale a dire ostacolare una posizione unica dell’Unione portando se stassa ad un contenzioso con la maggioranza dell’Ue.

Secondo la stampa serba, i sondaggi dell’opinione pubblica dimostrano che i cittadini della Serbia sono ben consapevoli della realta’ e che i temi economici sono molto piu’ importanti del Kosovo. Non la pensa pero’ cosi’ il presidente del Partito democratico della Serbia ed ex premeir Vojislav Kostunica. Secondo Kostunica la decisone della leadership serba di accettare la risoluzione modificata rappresenta “un grande danno e una vergogna per la Serba e il potere dello stato e’ sulla via ad entrare nella storia come il primo ed unico che fa di tutto per perdere realmente il Kosovo”. Oltre due anni, soprattutto dal momento dell’accettamento della missione Eulex, ha affermato Kostunica, le autorita’ serbe sono un alleato nascosto nel processo di creazione di uno stato falso. “La Serbia nella sua storia aveva perso le guerre in Kosovo, ma non aveva mai perso il Kosovo” ha ricordato amareggiato Kostunica.

Una offerta di aiuto per il dialogo tra Belgrado e Pristina viene offerto anche dal segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon il quale saluta l’approvazione della risoluzione e l’impegno dell’Ue a promuovere il dialogo tra Serbia e Kosovo. Ban Ki-moon ha puntato sull’importanza di questo dialogo tra le due parti come un fattore che promuove pace, sicurezza e stabilita’ nel contesto della prospettiva europa della regione e ha ripetuto che le Nazioni Unite sono pronte a dare il loro contributo in questi sforzi con la collaborazione insieme all’Ue.

                                           

PASSAGGIO IN ONDA

La puntata di Passaggio a Sud Est del 11 settembre a Radio Radicale

La prima parte del programma è dedicata alla Turchia e al referendum del 12 settembre sulle riforme costituzionali volute dal premier Erdogan. Una fotografia della situazione politica del paese alla vigilia del voto, con un'intervista a Marta Ottaviani, corrispondente dell'agenzia Apcom e collaboratrice della Stampa e di Avvenire, e i perché del "no" dell'opposizione alla riforma con una sintesi dell'intervista di Ada Pagliarulo a Didem Engin, imprenditrice ed esponente del Chp.

La seconda parte del programma è dedicata principalmente al Kosovo, dopo l'approvazione della mozione Serbia/Ue all'Assemblea generale dell'Onu che riapre la strada a negoziati diretti tra serbi e albanesi mettendo da parte per ora la questione dello status internazionale del paese.

In conclusione il punto sui negoziati di adesione all'Ue della Croazia, in particolare la priorità della chiusura entro l'anno del delicatissimo "capitolo 23" su giustizia e diritti fondamentali, e un aggiornamento sulla sempre difficile situazione politica in Albania dove lo scontro tra maggioranza di centro-destra e opposizione di sinistra che si trascina da più di un anno si sposta ora anche nelle procure ma dove la riapertura del parlamento sembra rilanciare anche le possibilità di dialogo.

La puntata, realizzata con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura, è disponibile come quelle precedenti sul sito di Radio Radicale oppure e ascoltabile direttamente qui



                                                       

sabato 11 settembre 2010

TURCHIA ALLE URNE PER IL REFERENDUM SULLA COSTITUZIONE

Foto AA da
http://www.hurryetdailynews.com/
Domani i cittadini turchi sono chiamati alle urne per il referendum sulle riforme costituzionali volute dal premier Recep Tayyip Erdogan. E' un voto importante perché se le riforme saranno approvate (come sembrerebbe dai sondaggi della vigilia che comunque mantengono una buona dose di incertezza) verranno modificati in maniera piuttosto rilevante gli equilibri tra potere politico, potere giudiziario e militari che hanno retto la Turchia dal colpo di stato militare del 1980 ad oggi.
La data del 12 settembre scelta per il voto è proprio quella del golpe di cui la Costituzione in vigore è il prodotto. Senza contare che il referendum si tiene in un periodo in cui il governo di Erdogan non fa più mistero delle sue ambizioni di potenza regionale, legata all'Occidente sì ma anche alla ricerca di un ruolo di primo piano in Medio Oriente ed in Asia centrale, all'insegna di quella dottrina della "profondità strategica" elaborata dall'attuale ministro degli Esteri, Ahmet Davutoglu.
La consultazione di domani si è trasformata via via in un esame per la politica di Erdogan: il successo o meno della consultazione (e l'entità della vittoria o della sconfitta) peseranno sul suo futuro politico e influenzeranno la situazione della Turchia nei prossimi mesi in vista anche delle elezioni politiche del prossimo anno che a seguito di un'eventuale vittoria del "no" potrebbero anche essere anticipate.

Sulla situazione in Turchia alla vigilia del voto segnalo una mia intervista per Radio Radicale a Marta Ottaviani, corrispondente dell'agenzia Apcom e collaboratrice della Stampa e del Foglio



Il partito islamico-moderato Akp al governo presenta il voto come un'occasione unica per uniformarsi agli standard europei (con Bruxelles che ha ribadito il suo sostegno alla riforma). Per l'opposizione di ispirazione kemalista, invece, è una mossa per liberarsi del controllo della magistratura e dei militari (custodi della laicità della repubblica voluta da Atatuk e da sempre in rapporti difficili con l'esecutivo di Erdogan), aprendo la strada all'introduzione di leggi di ispirazione religiosa.
La campagna referendaria si è svolta in pieno Ramadan e in un clima rovente e non solo dal punto di vista meteorologico. Non è passato giorno senza attacchi personali fra gli esponenti dei principali partiti, soprattutto fra il premier Erdogan e il nuovo leader dell'opposizione, Kemal Kilicdaroglu, che ha tra l'altro accusato il primo ministro di lavorare a un accordo segreto con i guerriglieri curdi del Pkk pur di assicurarsi i voti dei curdi (il cui partito Bdp ha per altro mantenuto un atteggiamento ambiguo). L'Akp ha detto che in caso di vittoria schiacciante è pronta a riscrivere completamente la Costituzione e che comunque andrà avanti con le riforme anche in caso di una (prevedibile) vittoria di stretta misura.
Erdogan ha incassato appoggi che hanno avuto una notevole risonanza, come quello dello scrittore premio Nobel Orhan Pamuk che pur prendendo le distanze dall'Akp, ha fatto sapere che voterà a favore delle riforme. Una posizione condivisa da quasi tutte le sigle sindacali e da alcune federazioni minori di imprenditori.
Il mondo economico e finanziario attende con preoccupazione l'esito del voto di domani: secondo gli analisti turchi i mercati potrebbero essere penalizzati da un'eventuale vittoria del "no" perchè questa avvicinerebbe la prospettiva di elezioni anticipate, con un inevitabile carico di incertezza in un periodo in cui la crisi economica globale non è ancora superata e prosegue l'instabilità dei mercati. Ha fatto dunque notizia l'astensione della Confindustria turca, la cui presidente, Umit Boyner, non ha preso posizione limitandosi a dire che i suoi iscritti voteranno secondo coscienza, suscitando una dura reazione da parte del premier poi attenuata.

Sul voto di domani segnalo anche l'intervista di Ada Pagliarulo per Radio Radicale a Didem Engin, giovane imprenditrice, esponente del Chp (Partito Repubblicano del Popolo, il partito fondato da Kemal Ataturk attualmente all'opposizione)



Nell'intervista si parla delle ragioni dell'opposizione del Chp alle modifiche costituzionali introdotte dalla maggioranza che sostiene il premier Erdogan perché sono state apportate senza ascoltare il Paese, perché rappresentano un attentato all'indipendenza della magistratura e perché la consultazione chiama i cittadini ad esprimersi simultaneamente su troppe materie, disomogenee fra loro. Nell'intervista si parla anche del cambio di rotta che intende dare al partito del Chp il nuovo leader Kilicdaroglu, della rivitalizzazione dei valori della socialdemocrazia turca che non può solo limitarsi alla difesa della laicità kemalista e dell'ingresso della Turchia nell'Ue.

Queste e altre interviste sull'attuale situazione in Turchia sono disponibli sul sito di Radio Radicale

                                         

venerdì 10 settembre 2010

KOSOVO: ALL'ONU FORSE L'INIZIO DI UNA STORIA DIVERSA

"Il dialogo è un fattore di pace, di sicurezza e stabilità nella regione" e dovrebbe "promuovere la cooperazione e il progresso nel cammino verso l'Unione europea e il miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni". Questo è un po' il nocciolo della risoluzione che l'Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato nella notte, senza voto ma per acclamazione, e con la quale "accoglie con favore la disponibilità dell'Unione Europea a facilitare un processo di dialogo" tra Serbia e Kosovo. Il documento sostiene l'intenzione dell'Unione Europea di sostenere i colloqui tra Belgrado e Pristina su questioni che riguardano le condizioni di vita sia della popolazione serba che di quella albanese kosovara e apre la strada ai primi negoziati diretti tra le due parti dopo la dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo nel 2008. Le frizioni delle scorse settimane tra Ue e Serbia, sorte all'indomani del parere della Corte internazionale di giustizia che giudicava l'indipendenza di Pristina non in contrasto con il diritto internazionale a causa della decisione di Belgrado di depositare al Palazzo di vetro una bozza di risoluzione sul Kosovo senza un accordo preventivo con Bruxelles, sono state dunque superate anche se i problemi non sono mancati fino all'ultimo.

L'Assemblea generale si è riunita, infatti, con più di due ore di ritardo a causa dell'opposizione dei rappresentanti serbi alla presenza dei rappresentanti del Kosovo che al momento non ha un seggio all'Onu. Dopo lunghe trattative il ministro degli Esteri serbo ha accettato la presenza dei dirigenti di Pristina come ''ospiti'' di Italia, Francia, Gran Bretagna, Germania e Usa e l'Assemblea ha potuto dare via libera alla risoluzione di compromesso con cui Belgrado accetta di dialogare con Pristina senza chiedere come condizione preliminare di riaprire i negoziati sullo status della sua (ex) provincia. Con questa decisione, ampiamente auspicata e sostenuta dai paesi europei tra cui l'Italia, Belgrado ha rimosso un ostacolo che rischiava seriamente di bloccare il processo di integrazione europea che proprio di recente aveva cominciato a mettersi in moto. Insomma, se per Enrico IV di Francia Parigi valeva una messa, per il presidente serbo Boris Tadic l'Europa può valere un compromesso.

Il 22 luglio, la Corte internazionale di giustizia dell'Onu, a cui si era rivolta la stessa Serbia, aveva stabilito (con un parere non giuridicamente vincolante, ma politicamente piuttosto pesante) che la dichiarazione unilaterale di indipendenza degli albanesi del Kosovo non aveva violato il diritto internazionale. Incassata la sconfitta, Belgrado si era allora rivolta alle Nazioni Unite presentando una bozza risoluzione secondo la quale una secessione unilaterale non è ammissibile e chiedendo "una soluzione accettabile per tutti, riguardo a tutte le problematiche principali", tra cui anche lo status del Kosovo, ribadendo per l'ennesima volta di non avere alcuna intenzione di accettare l'indipendenza del Kosovo. Nonostante gli attriti, dopo una lunga trattativa a cui hanno preso parte direttamente anche il presidente serbo, Boris Tadic, e la rappresentante dell'Unione per gli Affari esteri, Catherine Ashton, la Serbia ha accettato di rivedere la bozza della risoluzione e si è arrivati al testo di compromesso poi passato all'Assemblea generale che fa cadere la condanna per la dichiarazione d'indipendenza del Kosovo, accetta il parere della Corte dell'Aia e accoglie positivamente la prontezza dell'Ue "per facilitare un processo di dialogo tra le parti".

Soddisfazione e apprezzamento per l'approvazione della risoluzione sono venute un po' da tutte le parti. Il ministro degli esteri serbo, Vuk Jeremic, ha dichiarato che la risoluzione può contribuire ad un accordo generale di pace tra serbi e albanesi del Kosovo, ha sottolineato la disponibilità di Belgrado al dialogo pur ripetendo che la Serbia non intende riconoscere l'indipendenza della sua provincia. Del resto anche il presidente serbo ha tenuto a ribadire che la risoluzione non significa in alcun modo il riconoscimento dell'indipendenza. Il governo kosovaro, da parte sua, con un comunicato ha accolto con favore la decisione della Serbia di accettare il nuovo progetto di risoluzione preparato dall'Ue. Pristina ha spiegato il suo giudizio positivo con il fatto che la risoluzione "scarta qualunque possibilità di negoziare sullo status politico del Kosovo" ed è "completamente conforme alla realtà del Kosovo e della regione".

I 27 Paesi dell'Ue - cinque dei quali non hanno riconosciuto l'indipendenza kosovara - sono per altro concordi nel giudicare positivamente la risoluzione che del resto non mette in discussione la posizione dei Paesi membri che non hanno riconosciuto l'indipendenza del Kosovo. Per l'Italia "l'adozione della risoluzione dimostra ancora una volta che la prospettiva europea resta un fattore di primaria importanza per aiutare il superamento delle crisi regionali in Europa", mentre per Parigi il dialogo è necessario per la normalizzazione dei rapporti tra Belgrado e Pristina, l’accelerazione del processo di integrazione europea ed il miglioramento dello standard di vita di tutti i cittadini. Anche la Spagna, che pure non riconosce l'indipendenza del Kosovo, ha espresso soddisfazione per l’accordo raggiunto tra Serbia e Ue sul testo della risoluzione. Valutazioni positive sono venute ovviamente da Washington, ma anche da Mosca grande sponsor della posizione serba.

Tutto è bene quel che finisce bene, dunque? Di certo non è finito niente, ma qualcosa di positivo è successo, smentendo i tanti profeti di sventura che anche all'indomani del parere del Icj si erano esercitati nelle più fosche previsioni sul futuro dei Balcani. Credo che sulla questione del Kosovo si possa cominciare a scrivere una pagina nuova, una storia diversa.
Sono troppo ingenuo e ottimista? Non so. La mia impressione è che, dopo la sconfitta di luglio all'Aja con la risoluzione approvata all'Assemblea generale dell'Onu, Belgrado abbia segnato un punto a suo favore. Anzi, quattro:
1 - mantiene la sua posizione contraria al riconoscimento dell'indipendenza di Pristina ma fa in modo che essa non pregiudichi il dialogo
2 - viene incontro alle richieste di Bruxelles contribuendo a ridurre un pericoloso ostacolo al processo di integrazione europea
3 - mostra un atteggiamento pragmatico e interessato prima di tutto alle condizioni di vita e al rispetto dei diritti della popolazione serba del Kosovo
4 - impedisce alle autorità kosovare di nascondersi dietro facili alibi obbligandole a misurarsi sul terreno delle cose concrete.

Forse stiamo assistendo ad una svolta davvero significativa e positiva per il futuro dell'ex Jugoslavia. L'Unione Europea ha il dovere di non perdere questa occasione e non deludere le aspettative agendo in coerenza con quanto affermato all'inizio di giugno al vertice di Sarajevo. Ma anche le classi politiche locali hanno un'enorme, vorrei dire storica, responsabilità. I prossimi mesi e anni ci diranno se ne saranno state all'altezza.

                                         

giovedì 9 settembre 2010

PASSAGGIO SPECIALE

Europa delle patrie o patria europea? Ovvero: (piccole) patrie balcaniche o Balcani europei?

Alla vigilia della discussione della risoluzione sul Kosovo presentata dalla Serbia all'Assemblea generale dell'Onu (dopo il parere con cui la Corte internazionale di giustizia il 22 luglio ha dichiarato l'indipendenza kosovara non in contrasto con il diritto internazionale) lo Speciale di Passaggio a Sud Est andato in onda ieri, mercoledì 8 settembre alle 23,30 a Radio Radicale, è tornato sul tema del futuro dell'Unione Europea, sul processo di allargamento e sull'integrazione dei Balcani occidentali a partire dalla discussione svoltasi nell'ambito del Consiglio generale del Partito Radicale Transnazionale svoltosi a Barcellona lo scorso fine settimana al quale hanno preso parte anche alcuni esponenti politici dei Balcani.

La trasmissione è stata realizzata come sempre con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura ed è disponibile sul sito di Radio Radicale nella sezione delle Rubriche oppure è riascoltabile direttamente qui




                                      

mercoledì 8 settembre 2010

JOSIP BROZ, DOBAR SKROZ

A chi di voi soffre di "jugonostalgia" segnalo gli articoli di Matteo Tacconi raccolti sul suo blog: una panoramica sul mito della Jugoslavia e su quello di Tito, personaggio abile e controverso che in modo efficace ma con metodi totalitari riuscì a tenere insieme una creatura artificiale come la Jugoslavia e a darle dignità e prestigio sul piano internazionale. Come dice Matteo, non fu la migliore delle patrie possibili, ma dopotutto neanche la peggiore. Negli altri Paesi dell'est Europa - questo lo dico io - fu certamente peggio: l'importante è non confondere la realtà con la mitologia.


                        

martedì 7 settembre 2010

MA COSA C'ENTRIAMO NOI CON LA MOLDAVIA?

Moldavia? Cos'è? Un fiume o uno stato? E dove si trova? E poi, si chiama Moldavia o Moldova?
Andiamo con ordine. Cominciamo dal referendum costituzionale voluto dalla coalizione di governo filo-europeista per cercare di sbloccare lo stallo politico in cui il paese si trova da più d'un anno: la consultazione non ha raggiunto il quorum ed è stata quindi annullata. Il referendum intendeva introdurre l'elezione diretta del presidente della repubblica superando lo stallo che sì è determinato dopo le elezioni anticipate del 2009 che videro il Partito comunista confermarsi come forza di maggioranza relativa, ma in minoranza rispetto alla coalizione filo-europeista. Questa situazione ha impedito per due volte consecutive che in Parlamento si trovasse la maggioranza necessaria per l'elezione del capo dello stato (l'Alleanza dispone infatti di soli 53 voti su 101). Oltre l'87 % dei votanti al referendumsi è espresso a favore degli emendamenti alla Costituzione, ma ai seggi si è recato solo poco più del 29% degli aventi diritto, pochissimo meno quindi del 30% più uno richiesto dalla legge che stabilisce, inoltre, che il referendum invalidato non potrà essere ripresentato prima di due anni. Per l'Alleanza per l'integrazione europea, l'articolata coalizione di formazioni politiche grandi e piccole che sostiene il governo del premier Vlad Filat, è una dura sconfitta perché il Partito comunista aveva chiamato al boicottaggio considerando la consultazione una truffa.

Mihai Ghimpu, il presidente del Parlamento facente funzione di capo dello stato provvisorio, ci va giù duro: "I comunisti hanno esercitato pressioni sugli elettori, hanno ricattato gli elettori e hanno continuato a fare pressioni anche nel giorno del referendum. Abbiamo una quantità di notizie su violazioni commesse dai comunisti. Il loro boicottaggio del referendum s'è sviluppato in pressioni attraverso i mass media e in tecnologie sporche". Sul fronte opposto non nasconde la sua soddisfazione Vladimir Voronin, ex presidente e leader del Partito comunista, secondo il quale il mancato raggiungimento del quorum è di fatto un voto di sfiducia alla coalizione che guida il paese: "Senza dubbio, il 5 settembre 2010 resterà nella storia del nostro paese come il giorno della massima dignità civica, come il giorno del vero coraggio politico dell'intero popolo moldavo. Avete trovato la forza per una difesa organizzata e di massa dell'indipendenza del paese, della nostra costituzione, della supremazia della legge e della democrazia", ha detto in un discorso Voronin, secondo il quale a questo punto non c'è altro sbocco che elezioni parlamentari anticipate.

Quella delle elezioni anticipate è un'opzione sulla quale sembra orientato anche il premier Filat secondo cui le cose devono andare "secondo legge" e quindi che il Parlamento "deve essere sciolto". La Costituzione in effetti impone lo scioglimento del Parlamento dopo due tentativi falliti di eleggere il capo dello stato, ma non indica i tempi. "Noi dovremo discutere quando potrà accadere. Io insisterò per elezioni al più presto", ha detto Filat, aggiungendo che bisogna discutere anche della coalizione, nella quale la sconfitta referendaria sembra aver aperto delle crepe: "L'Alleanza per l'integrazione europea è mancata di coordinamento. Tutti si stavano accanendo sul banchetto perché credevano che il referendum, fosse destinato al successo", ha sostenuto il primo ministro. E a creare un clima di serena riflessione sulla sconfitta non hanno certo contribuito le dichiarazioni del presidente del Parlamento. D'altra parte bisogna pure dire che anche in caso di vittoria, il referendum di fatto avrebbe aperto la strada a elezioni anticipate parlamentari e presidenizali che si sarebbero tenute probabilmente il 14 novembre.

Tutto questo è certamente interessante per chi segue in particolare le vicende dell'Europa centro-sud orientale, altri sono i teatri che in questo momento sono al centro dell'attenzione del grande pubblico e delle grandi manovra della politica internazionale. Eppure, quello che accade in questa piccolo stato (ri)nato dal crollo dell'Unione Sovietiva meriterebbe un po' più di attenzione e il referendum di domenica scorsa potrebbe essere l'occasione per riflettere su quanto sta accadendo ai confini orientali dell'Europa.

La Moldavia è uno dei paesi più poveri paesi dell'Europa, incuneato tra Romania e Ucraina, ma nonostante la sua irrilevanza politica ed economica è uno dei terreni di confronto tra le grandi potenze e uno degli scenari su cui si misurerà anche il futuro dell'Unione Europea. Il paese resta diviso tra la profonda influenza culturale, storica, politica ed economica della Romania e quella della Russia che punta ad affermare una propria di influenza che comprendeBielorussia, Georgia, Ucraina e le repubbliche ex sovietiche dell'Asia centrale. In questo disegno rientra anche la Moldavia. Non è un caso che Mosca, attraverso le parole di un alto funzionario del governo, abbia sottolineato come un cambiamento dell'assetto attuale del paese potrebbe dare alla Transdnistria un pieno diritto all'autodeterminazione. Quello della Transdnistria, una striscia di terra ad est del fiume Nistro (Dnestr) è un problema che si trascina del crollo dell'Urss. Poco dopo l'indipendenza della Moldavia, questo territorio dichiarò a sua volta l'indipendenza. Da allora non è stato risconosciuto da nessuno, nemmeno dalla Russia, che però vi esercita un'influenza pesante usandola di fatto come testa di ponte della sua pressione verso la Romania e l'Ue. La Transdnistria, nel frattempo, è diventata il porto franco per traffici illegali di ogni tipo.

Il gioco, come si vede, potrebbe farsi difficile ed è per questo che i ministri degli Esteri di Romania e Polonia, dopo il fallimento del referendum hanno fatto subito appello alla Moldavia a proseguire le riforme. "E' essenziale che l'Alleanza per l'integrazione europea prosegua le riforme con il sostegno finanziario e politico della Romania e dell'Unione europea", ha dichiarato il ministro romeno nel corso di una conferenza stampa congiunta col suo omologo polacco aggiungendo che "le forze pro-europee e riformiste devono essere capaci di beneficiare d'un fondo per un ammontare di due miliardi di euro e che sono finanziati dall'Ue, dal Fondo monetario internazionale e sulla base di accordi bilaterali". Anche perché a gennaio di quest'anno la Cina ha concesso alla Moldavia un finanziamento da un miliardo di dollari nell'ambito di una strategia chiara per estendere la propria influenza nei Paesi europei deboli, con problemi economici, ancora lontani dall'Ue e dalla Nato. E i banchieri cinesi sono più veloci e fanno mendo domande di quelli del Fmi e della Bce (vedi Grecia). La Cina, negli ultimi anni, forte del suo potere economico, ha esteso la sua influenza in Asia e in Africa. Ora sta saggiando le sue possibilità di penetrazione in Europa: in un Paese dell'Ue come la Grecia, in un Paese chiave, la Serbia, di una regione chiave, i Balcani, e in un paese debole ma in posizione interessante come la Moldavia. A Mosca se ne sono accorti. E a Bruxelles?