lunedì 31 marzo 2014

TURCHIA: ERDOGAN PIU' FORTE DI TUTTO VINCE LE ELEZIONI LOCALI

Vittoria elettorale, economia forte, mancanza di un'alternativa politica: il premier si prepara (forse) alle presidenziali, ma resta l'incognita del grande nemico Fetullah Gulen.


Non sono bastate le accuse di corruzione, né le proteste contro la svolta autoritaria degli ultimi mesi e nemmeno certe rivelazioni compromettenti diffuse ultimamente: l'Akp del premier Recep Tayyip Erdogan ha vinto nettamente le elezioni amministrative di ieri, ottenendo oltre il 45% dei voti contro il 28% al principale partito di opposizione, il Chp. L'Akp conserva inoltre il controllo delle due principali città del paese, Istanbul e Ankara, mentre Smirne rimane, come da tradizione, al Chp. Da più parti si segnalano denunce di irregolarità, fra l'altro in molte decine di città è mancata la luce durante le operazioni di spoglio delle schede elettorali, ma la vittoria di Erdogan appare incontestabile, con un calo di 4 punti rispetto al trionfale 49,6 delle politiche del 2011, ma con un deciso balzo in avanti rispetto alle precedenti amministrative.

La stampa filo governativa ha accolto con toni trionfali il "voto di fiducia", come lo ha definito Sabah, ottenuto ieri dal premier, mentre Takym titola "Vai avanti, Maestro, il popolo è con te" e Star sottolinea che l'Akp e Erdogan "sono entrati nella storia con l'ottava vittoria elettorale consecutiva". Per Yeni Akit, invece, Erdogan ha "schiacciato gli avversari" e ha fatto collassare la "sporca alleanza fra Gulen, il Chp e le forze del male". Sul fronte opposto, l'autorevole analista Murat Yetkin, dalle colonne di Hurryet, invita a guardare in faccia la "nuda verità della politica turca": "La maggioranza degli elettori ha chiuso occhi e orecchie davanti alle accuse di corruzione perche' Erdogan glielo ha chiesto, ed ha ancora una grande influenza su di loro".

Oltre alla vittoria elettorale, Erdogan incassa anche le buone notizie sull'economia della Turchia che nel quarto trimestre 2013 è cresciuta ad un ritmo leggermente più veloce (+4,4% rispetto al +4,3 del terzo trimestre), mentre la crescita economica dell'intero anno si è attestata a +4%, rispetto al +2,1% del 2012. I mercati turchi, da parte loro, hanno reagito positivamente alla vittoria di Erdogan, evidentemente nella convinzione che questo garantisca stabilità al Paese: la Borsa di Istanbul oggi ha aperto con un +1,95%, mentre la lira turca ha toccato quota 2,163 rispetto al dollaro, il valore più alto dal 29 gennaio scorso.

Dopo la parentesi elettorale l'Unione Europea auspica che la Turchia rilanci gli sforzi per le riforme necessarie per proseguire il già complicato (e incerto) negoziato per l'adesione. Il che significa, ha detto ai giornalisti a Bruxelles Maja Kocijancic, portavoce dell'Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune europea, Catherine Ashton, “impegnarsi di nuovo pienamente sulle riforme in linea con gli standard europei sullo stato di diritto e sui diritti fondamentali”. La portavoce ha poi parlato degli "sviluppi preoccupanti" degli ultimi tre mesi e ha invocato sforzi "per raggiungere tutti i cittadini, inclusi quelli che non hanno votato per la maggioranza", in modo da assicurare "il più forte coinvolgimento possibile sulle riforme".

Le prime dichiarazioni di Erdogan dopo la vittoria, tuttavia, non promettono niente di buono. Parlando dal balcone della sede del Akp ad Ankara davanti a migliaia di sostenitori in festa, il premier ha annunciato, infatti, che ora i “traditori” della nazione “la pagheranno”. "Non ci sarà uno stato nello stato, è giunta l'ora di eliminarli", ha tuonato Erdogan con un chiaro riferimento a Fetullah Gulen, il capo della potente organizzazione cultural-religiosa Hizmet, che da grande sostenitore è diventato il più acerrimo nemico del premier che lo accusa di complottare per far cadere il suo governo. Il messaggio è chiaro: gli oppositori, da qualunque parte provengano, continueranno a trovare pane per i loro denti.

"Il popolo della Turchia oggi ha smontato tutti i piani e le trappole amorali, quelli che hanno attaccato la Turchia sono stati smentiti", ha affermato ancora il leader dell'Akp nella manifestazione che ha celebrato la vittoria. Cumhuriyet scrive che dal premier è venuto un "messaggio di rivalsa", mentre Radikal ritiene che Erdogan abbia pronunciato "minacce" e Karsi parla di "democrazia oscurata". La definizione pare appropriata, viste le misure prese contro Internet e social media, per non dire delle persecuzioni contro i giornalisti non allineati. E d'altra parte, con un successo simile, perché Erdogan dovrebbe tenere in conto gli ammonimenti di Bruxelles a lavorare sui diritti umani e sui diritti fondamentali “per vedere dei progressi reali della Turchia sul percorso europeo"? Siamo sicuri che gli interessi ancora quel percorso?

Ora, secondo molti osservatori, la vittoria di ieri spingerà Erdogan a presentarsi alle presidenziali del 10 agosto, le prime che si svolgeranno con elezione diretta, dopo la modifica della Costituzione voluta e ottenuta grazie alla forza parlamentare dell'Akp. Con l'appoggio della maggior parte della popolazione e l'economia che si mantiene forte, i favori del pronostico sono dalla sua. Di contro l'opposizione non appare in grado di proporre non solo un candidato, ma soprattutto una proposta politica e una “vision”, altrettanto forte. Gulen a parte, i maggiori problemi per Erdogan potrebbero venire dal suo stesso partito: ma all'Akp conviene azzoppare un cavallo così vincente? Certo, sul piano internazionale il bilancio non è altrettanto esaltante, ma da che mondo e mondo non è con la politica estera che si vincono le elezioni. In ogni modo, si prepara una nuova fase di forti tensioni: trattandosi della Turchia è quasi una non-notizia, ma ciò non la rende meno vera.


sabato 29 marzo 2014

LA CORTINA VERDE: OVVERO, DOVE UNA VOLTA C'ERA LA CORTINA DI FERRO

Da Lubecca a Trieste: un viaggio dal Muro all'Europa senza frontiere

Un viaggio da Lubecca a Trieste lungo quella che un tempo, e per molto tempo, fu la “cortina di ferro” che divise in due l’Europa, separò gli europei e fu la linea del fronte della guerra fredda. A compiere questo viaggio, 25 anni dopo la caduta del muro di Berlino, un giornalista e un fotografo: Matteo Tacconi, che per varie testate da anni segue i Balcani, l’Europa centrale e l’area post-sovietica e coordina Rassegna Est, portale dedicato all’Europa emergente, e Ignacio Maria Coccia, che ha dedicato molta attenzione all’Europa dell’est e al tema delle frontiere e delle periferie continentali.

Fino al 1989, per circa 2000 chilometri, dal Baltico all'Adriatico, sorgevano reticolati, dogane e torrette d’avvistamento e c’erano gendarmi armati che sorvegliavano il confine. Oggi molte cose sono cambiate: non c’è più il comunismo, l’Unione Europea si è allargata a est, il divario economico tra le due Europe va progressivamente riducendosi e le persone possono circolare liberamente attraverso le frontiere. Lungo la ex cortina di ferro a cavallo tra confini scomparsi (come quello tra le due Germanie) e altri che esistono ancora ma nel frattempo si sono aperti, corre una spina dorsale di parchi, riserve e aree protette: una “cortina verde”.

L’origine di questa area protetta, larga qualche chilometro, è dovuta al fatto che durante la guerra fredda nessuno costruiva lungo la frontiera, né da una parte, né dall’altra. Nella “terra di nessuno”, che fungeva da cuscinetto psicologico tra paesi e sistemi rivali, la natura ha potuto così prosperare indisturbata, dando vita a uno dei più suggestivi paradossi dell’Europa: la nascita involontaria di un’oasi ecologica, sviluppatasi in anni di serrato confronto politico, sociale, economico, culturale e militare tra il blocco occidentale e quello sovietico.

Matteo Tacconi presenta il viaggio a Radio Radicale


L’obiettivo del viaggio è quello di seguire palmo a palmo la linea dell’ex cortina di ferro, ma con lo sguardo e il passo ancorati al presente: non un racconto all’insegna del “come era” una volta, dunque, ma una storia fatta di tante storie di confine che sappia narrare il “come è” oggi. Attraverso i parchi naturali, la vita di frontiera, i rapporti tra le cittadini dell’una e dell’altra parte dei confini, il viaggio diventa allora un itinerario alla ricerca del senso dell’Europa.

Il progetto, reso possibile dal contributo, economico o logistico, di Moroni & Partners, gruppo di Ancona leader internazionale nel campo delle rinnovabili, di Ampelmann, celebre azienda tedesca che ha fatto dell’”omino dei semafori” dell’ex Ddr un logo commerciale di fama mondiale, dell’Ente nazionale germanico per il turismo e di Austria turismo, vede come media partner Huffington Post e Radio Radicale che segue il viaggio attraverso la rubrica Passaggio a Sud Est.

Il sito ufficiale del viaggio









venerdì 28 marzo 2014

UN SITO INTERNET PER LA VERITA' SUI CRIMINI DI GUERRA IN KOSOVO

"Zona di (Ir)Responsibilità” è il sito messo online dal Humanitarian Law Centre di Belgrado lunedì scorso, 24 marzo, per tentare di chiarire il ruolo della Serbia alla fine del 1990 nel conflitto del Kosovo e le responsabilità di funzionari governativi, polizia e ufficiali dell'esercito jugoslavo per i crimini commessi durante la guerra. Lo scopo del sito è anche quello di ricordare al governo serbo che deve essere fatto molto di più sia per perseguire i responsabili che per dare giustizia alle vittime.

Durante la campagna di bombardamenti della NATO, che iniziò il 24 marzo del 1999 e proseguì per due mesi e mezzo, le forze serbe organizzarono una campagna militare che provocò l'espulsione di 800.000 albanesi dal Kosovo. Secondo i dati del HLC, 7000 kosovari albanesi furono uccisi.
"Donne, bambini e anziani furono eliminati con esecuzioni di massa. I loro corpi furono bruciati, gettati nei pozzi o sepolti in luoghi segreti", ha affermato l'organizzazione per i diritti umani.

Il Tribunale dell'Aja ha finora condannato sei tra funzionari del governo e ufficiali dell'esercito e della polizia serbi giudicandoli responsabili di una sistematica campagna di omicidi e di persecuzione contro gli albanesi del Kosovo, condannandoli a pene detentive dai 14 ai 22 anni.
I Tribunali serbi stanno esaminando diversi casi relativi a crimini di guerra comoiuti in Kosovo , concentrandosi però principalmente sui responsabili materiali dei reati e lasciando invece gli alti funzionari fuori dalle aule di tribunale.


LA CRISI UCRAINA E LE FORNITURE ENERGETICHE ALL'EUROPA

Intervista di Lorenzo Rendi a Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, per Radio Radicale

La crisi ucraina tocca in maniera considerevole la questione delle forniture energetiche verso l'Europa occidentale. Il possibile sfruttamento dello "shale gas" (il particolare tipo di giacimenti dai quali viene estratto gas metano, intrappolato nella microporosità delle roccie argillose). Il progetto South Stream, il gasdotto sviluppato congiuntamente da Eni, Gazprom, EDF e Wintershall che connetterà direttamente Russia ed Unione Europea, attraverso il Mar Nero eliminando il transito da ogni Paese extra-comunitario.

giovedì 27 marzo 2014

UCRAINA: LA SERBIA TRA IL MARTELLO RUSSO E L'INCUDINE EUROPEO

La crisi in Ucraina e l'annessione della Crimea da parte della Russia potrebbe avere ripercussioni negative per la Serbia e il negoziato di adesione all'Unione Europea

Di Marina Szikora
La Serbia potrebbe trovarsi in una posizione scomoda per quanto riguarda la crisi in Ucraina. Secondo i media di Belgrado, la Serbia non cedera’ alle richieste di Bruxelles e dei piu’ potenti paesi dell’Unione Europea e quindi non si assocerà agli Stati che stanno introducendo sanzioni contro la Russia. Come recentemente scritto su ‘Večernje novosti’ di Belgrado, e citando fonti autorevoli, le autorità serbe starebbero conducendo colloqui con i partner, sia a Bruxelles sia a Mosca, per spiegare la posizione specifica della Serbia e chiedere comprensione per “un atteggiamento bilanciato” di Belgrado. Secondo il giornale, alla Serbia non è stato chiesto direttamente di seguire la rotta di Bruxelles, ma è stato rilevato che in quanto Paese che ha iniziato i negoziati di adesione deve adeguare le sue azioni di politica estera con quelle dell’Unione se ha intenzione di avanzare su questo cammino.

Secondo l'emittente indipendente B92 “l’unica cosa inaccettabile per Bruxelles sarebbe un aperto posizionamento [della Serbia] dalla parte della Russia”. Appena sarà formato il nuovo governo, ha affermato il ministro degli Esteri uscente Ivan Mrkić, saranno rilevate più precisamente le posizioni che, come è stato fino ad ora, si baseranno sul diritto internazionale e sui principi universalmente adottati per regolare le relazioni internazionali. Jelko Kacin, eurodeputato sloveno e relatore per la Serbia al Parlamento europeo, ha detto invece che Bruxelles si aspetta che Belgrado adegui la propria posizione verso la crisi ucraina in base a quella dell’Unione, ricordando che un altro paese impegnato nei negoziati di adesione - il Montenegro - lo ha già fatto.

La posizione della Serbia rispetto alla situazione in Ucraina deve essere e sarà pienamente responsabile e non sarà definita dal governo tecnico: la Serbia rispetterà gli obblighi derivanti dal processo di adesione all’UE e non avrà atteggiamenti ostili nei confronti della Russia, ha assicurato, da parte sua, il vincitore delle elezioni e futuro premier Aleksandar Vučić. Ad una conferenza stampa, in seguito al suo incontro con il leader dei serbi bosniaci, Milorad Dodik, Vučić ha rilevato che la Serbia è’ a favore del rispetto delle norme internazionali e dell'integrità territoriale degli Stati, ma ha aggiunto che “lezioni su questo non le possono dare quelli che con leggerezza hanno calpestato l’integrità territoriale della Serbia”. Vučić ha aggiunto che il governo deve lavorare come una squadra e che esso non sarà né russo, né tedesco, bensì serbo e salvaguarderà gli interessi dei cittadini della Serbia. In questo, ha chiesto apertamente quale dovrebbe essere una politica migliore: quella di introdurre sanzioni alla Russia, appoggiare la violazione dell’integrità territoriale, il che significherebbe rinunciare al Kosovo, oppure voltare le spalle all’Unione Europea?

Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 27 marzo a Radio Radicale

LA CROAZIA AL VOTO IL 25 MAGGIO PER IL PARLAMENTO EUROPEO

Di Marina Szikora
Il presidente croato Ivo Josipovic ha indetto le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo. I cittadini croati si recheranno alle urne il prossimo 25 maggio. Il capo dello stato croato ha invitato i cittadini a non mancare a questo importante appuntamento elettorale perché riguarda anche il futuro della Croazia. Josipović ha auspicato che a campeggiare siano i temi europei e che non si finisca soltanto a dibattere su quanto i deputati guadagneranno, oppure parlare di ustascia e partigiani. Le liste elettorali possono proporre tutti i partiti registrati in Croazia e si possono presentare liste singole oppure in coalizione. I deputati vengono eletti in base al sistema proporzionale ma a differenza delle elezioni politiche, alle europee gli elettori hanno la possibilità di esprimere anche il voto preferenziale per un singolo candidato della lista che decidono scegliere. E’ solo dopo un anno quindi che gli elettori in Croazia torneranno a votare per il PE. Le prime elezioni si sono svolte il 13 e 14 aprile del 2013 in vista dell’ingresso della Croazia nell’Unione Europea avvenuto il primo luglio successivo. L’affluenza alle urne, in quella occasione, e’ stata pero’ molto scarsa, soltanto il 20,83 per cento degli aventi diritto andò a votare. Questa volta, vale a dire nel prossimo mandato, la Croazia avrà un rappresentante in meno, cioè 11 deputati, perché il numero degli europarlamentari verrà ridotto dagli attuali 766 a 751.

Sabato scorso, il consiglio generale del Partito socialdemocratico ha approvato l’accordo sulla coalizione per le prossime elezioni europee: di questa coalizione faranno parte, oltre ai socialdemocratici, il Partito popolare, i liberaldemocratici, il partito istriano e il Partito croato dei pensionati. E’ stata inoltre approvata la proposta della lista comune capeggiata dall'attuale commissario europeo per i consumatori, Neven Mimica, esponente socialdemocratico. Rivolgendosi ai concorrenti, vale a dire al maggiore partito di opposizione, l’Hdz e ai suoi partner di coalizione, il premier e presidente dei socialdemocratici Zoran Milanović ha detto che quello che divide i due schieramenti è un bivio insormontabile nell’interpretare la politica e per quanto riguarda i valori sociali fondamentali. La proposta delle liste non e’ mai semplice, ha detto Milanović e ha aggiunto di assumersi tutte le responsabilità. Non è passato innoservato però il fatto che Tonino Picula, alle precedenti elezioni capolista della coalizione governativa, su decisione di Milanović, in questa occasione è sceso al quinto posto. Una decisione questa che giustamente ha suscitato attenzione e speculazioni mediatiche. L’attuale commissario europeo croato Neven Mimica, al quale e’ stata affidata la posizione di capolista, si e’ detto convinto che la lista di coalizione proposta dai socialdemocratici ha forza e profilo europeo e che puo’ garantire il maggior numero di seggi.

Il quinto posto sulla lista della coalizione socialdemocratica per Tonino Picula resta comunque per molti una sorpresa. Va ricordato che alle precedenti elezioni europee Picula aveva ottenuto il maggior numero di preferenze in assoluto e si è dimostrato uno degli europarlamentari croati più attivi nell’attuale assemblea. In vista della decisione del consiglio generale del Partito socialdemocratico sui candidati, Picula si e’ detto convinto che gli elettori sapranno riconoscere il suo vero posto, quale che esso sia, e alla domanda se ritiene che si tratti di una strategia del suo partito oppure di una punizione, ha risposto di ritenere che “c’è del vero sia nell’uno che nell’altro caso”. “Il mio destino non è stato soltanto una volta quello di avere davanti ai miei occhi un obiettivo chiaro, ma un vento forte al petto, se lo sarà anche questa volta non lo posso prevedere. Nelle circostanze in cui questo mi sarà possibile, saprò dare il mio contributo”, ha detto Picula rilevando che è stato eletto al Parlamento europeo in base alla sua grande esperienza di politica internazionale. Ha ammesso comunque in una trasmissione televisiva che secondo la sua opinione, il primo posto sulla lista se lo meritava, ma anche il quinto lo accetta come una sfida e promette massimo impegno. Ricordiamo che durante il primo governo socialdemocratico di Ivica Račan, Tonino Picula ebbe l’incarico di ministro degli Esteri e che attualmente è membro del Consiglio generale del Partito Radicale nonviolento transnazionale transpartito.

E mentre l’attenzione dei media è concentrata sulle liste delle due maggiori coalizioni elettorali, quello governativo guidato dal Partito socialdemocratico e quello dell’opposizione capeggiato dall’Unione democratica croata, sulla scena politica per le elezioni europee si sono presentati in questi giorni anche i presidenti di otto partiti riunitisi sotto il nome di “Alleanza per la Croazia”. Hanno lanciano aspre critiche sia all’attuale governo di centro-sinistra che alla precedente maggioranza conservatrice affermando che entrambe si sono allontanate dal popolo e sono in contrasto con tutti. Accusano sia i socialdemocratici che l’Hdz di condurre una politica che tradisce le aspettative dei cittadini, di aver impoverito e umiliato il popolo croato e di lavorare soltanto per i loro interessi. L’Alleanza per la Croazia vuole fermare la crisi e l’ulteriore fallimento dell'economia, salvaguardare la famiglia e la dignità della guerra per la patria e i suoi leader si vantano di essere politici delle intenzioni oneste e di rappresentare la nuova forza che porterà unità al Paese.

Il testo è tratto dalla corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 27 marzo a Radio Radicale

LA SERBIA VERSO IL NUOVO GOVERNO

Commemorato il 15° anniversario dell'inizio dei bombardamenti della Nato

Di Marina Szikora
Secondo i media serbi, in particolare il quotidiano di Belgrado “Danas” il lavoro relativo all’insediamento del nuovo Parlamento e alla formazione del nuovo esecutivo serbo dovrebbe essere completato gia’ entro la prima meta’ di aprile. Si ipotizzano due date: quella del 7 aprile che potrebbe essere la data della prima sessione del Parlamento per confermare l'elezione dei parlamentari ed eleggere il presidente ed i vicepresidenti. Poi, entro il 20 aprile dovrebbe essere formato il nuovo governo che il Partito serbo del progresso (Sns), vincitore della consultazione anticipata del 16 marzo, sara’ “funzionale ed efficace”. Aleksandar Vučić, leader del Sns, annuncia a tal proposito, visto che il futuro premier e l'attuale capo dello stato provengono dalle fila dello stesso partito, che il Sns è pronto ad offrire la presidenza del parlamento a qualcuno dei futuri partner della coalizione di maggioranza. Vučić afferma che i colloqui si terranno con tutti i partiti entrati in parlamento. Sempre secondo le fonti del Partito serbo del progresso, e’ in corso la preparazione del piano e del programma del futuro governo che verra’ presentato ai partner di coalizione. Questo programma includerebbe le indispensabili riforme in tutti i settori della società a partire dall'educazione alla sanità, fino a quello più importante, l’economia. Al momento, sempre secondo le informazioni mediatiche, il Sns anche se ha i numeri per formare il governo da solo, sarebbe intenzionato a far entrare nel governo i socialisti di Ivica Dačić e il Nuovo partito democratico dell'ex presidente Boris Tadić (uscito dal Partito democratico dopo la sconfitta elettorale del 2012) se “possono contribuire con il loro lavoro al benessere della Serbia” e ovviamente se accettano il programma che verrà loro proposto.

E in attesa dell'insediamento del nuovo Parlamento e della formazione del nuovo governo, lunedì 24 marzo, la Serbia si è fermata per commemorare i 15 anni dall'inizio dei bombardamenti della Nato. A tal proposito, il capo dello stato, Tomislav Nikolić, ha detto che nessuno deve aspettarsi che “lui dimentichi quello che è accaduto durante l’aggressione contro la Serbia, 78 giorni e notti, dal 24 marzo al 9 giugno 1999”. Nikolic ha aggiunto che la maggior parte dei serbi non ha dimenticato, né perdonato, poiché “non vi è stata nessuna sincera espressione di scuse”. “E’ nostro dovere di non dimenticare mai l’ingiustizia che ha interrotto la vita di tutti gli innocenti che sono morti sul territorio della Serbia e che è impossibile correggere per l’eternità”, ha detto Nikolić. Come si ricorderà, dopo il fallimento di tutti i tentativi diplomatici, il 24 marzo 1999 la Nato, senza un mandato Onu, iniziò i 78 giorni di bombardamenti per fermare la pulizia etnica del regime di Slobodan Milošević contro la popolazione albanese in Kosovo. Siamo a quindici anni di distanza da quegli eventi, e 5 anni dopo l’autoproclamazione dell'indipendenza di Priština che Belgrado continua a non riconoscere. Un grande passo avanti e’ stato compiuto dai due premier, Ivica Dačić e Hashim Thaci, lo scorso aprile a Bruxelles, quando e’ stato raggiunto l’accordo sulla normalizzazione delle relazioni tra i due governi.

Quindici anni fa la Serbia, colpita dai raid della Nato, subì la distruzione di obiettivi sia militari che civili, caserme ma anche case, scuole, ospedali, edifici pubblici e centri culturali e il numero esatto delle vittime e’ ancora sconosciuto, ma si stimano tra 1200 e 2500 morti e oltre 12 mila i feriti. I bombardamenti terminarono nel giugno 1999 con la risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Milošević accetto’ di ritirare le sue truppe dal Kosovo dove entrarono le forze della Kfor, ancora oggi presenti con 5 mila militari provenienti da 36 paesi. Da allora, secondo i dati dell’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, 230 mila serbi e rom lasciarono il Kosovo in cui ritornarono invece circa 800 mila profughi albanesi. Come detto, la data e la memoria suscitano tuttora condanne pesanti in Serbia mentre invece gli albanesi kosovari evocano con grande riconoscenza l’intervento militare che rese possibile l’interruzione della pulizia etnica nei confronti di questa popolazione.

Il testo è tratto dalla corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi a Radio Radicale

"QUI TIRANA": LA CORRISPONDENZA DI ARTUR NURA

Gli argomenti della corrispondenza di Artur Nura per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi a Radio Radicale

Albania
Il mercato energetico interno è sostanzialmente fallito: il governo di Edi Rama vuole varare una serie di provvedimenti di riforma in un settore a cui è molto interessata l'Italia.

Kosovo
Il 24 marzo ricorreva il 15° anniversario dell'inizio dei bombardamenti della Nato contro la Serbia che aprivano la fase più dura della guerra: gli opposti accenti delle commemorazioni a Belgrado e a Pristina e le dichiarazioni del premier kosovaro Hashim Thaci  e di quello serbo Ivica Dacic.

Macedonia/Fyrom
Si è aperta ufficialmente la campagna per le elezioni presidenziali di aprile: le candidature in campo e gli slogan delle varie forze politiche.

PASSAGGIO IN ONDA

E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 27 marzo 2014.
La trasmissione e' ascoltabile direttamente qui oppure sul sito di Radio Radicale.



Sommario della trasmissione


Serbia: dopo le elezioni del 16 marzo che hanno visto il trionfo di Aleksandar Vucic e del Partito del progresso serbo si attende l'indediamento del nuovo parlamento e la formazione del governo. Intanto la crisi dell'Ucraina e la decisione di Bruxelles di sanzioni contro la Russia, alla luce dei legami di Belgrado con Mosca, potrebbe avere le ripercussioni sul negoziato per l'adesione all'Unione Europea.

Kosovo: il 24 marzo ricorreva il quindicesimo anniversario dell'inizio dei bombardamenti della Nato che avviava la fase più dura del conflitto e per la prima volta portava la guerra direttamente sul territorio serbo; i diversi e contrapposti accenti delle commemorazioni a Belgrado e a Pristina.

Macedonia: si è aperta ufficialmente la campagna per le elezioni presidenziali del prossimo 13 aprile, gli slogan e i programmi delle forze politiche e i candidati in lizza.

Albania: il deficitario mercato energetico interno, le riforme allo studio del governo di Edi Rama e gli interessi italiani.

Croazia: in vista delle elezioni per il Parlamento europeo, fissate per il prossimo 25 maggio, tra i socialdemocratici al governo, e l'Hdz all'opposizione spunta il "terzo polo" dell'Alleanza per la Croazia, ma resta l'incognita dell'astensionismo.
  
C'era una volta la "cortina di ferro". Nell'ultima parte della puntata,  Matteo Tacconi presenta il viaggio dal nord della Germania fino a Trieste lungo la "linea del fronte" della Guerra fredda, che per decenni ha diviso l'Europa e ha separato gli europei, per scoprire come è cambiata l'Europa "di mezzo" 25 anni dopo la caduta del muro di Berlino.

La trasmissione, realizzata con lacollaborazione di Marina Szikora e Artur Nura, è ascoltabile direttamente qui




giovedì 20 marzo 2014

ELEZIONI IN SERBIA: UN LEADER, UN PARTITO

Di Marina Szikora
Domenica 16 marzo i cittadini della Serbia hanno votato alle elezioni anticipate per il rinnovo del parlamento. Alla corsa per i 250 seggi parlamentari si sono presentate 19 liste di coalizioni, partiti, movimenti e associazioni con in tutto 3020 candidati. 8262 erano le sezioni elettorali allestite in Serbia, 90 quelle in Kosovo e 35 all'estero. Le elezioni anticipate sono state indette su richiesta del Partito serbo del progresso (SNS) di Aleksandar Vučić, maggiore partito della coalizione governativa al quale gia' i sondaggi dell'opinione pubblica e le analisi degli esperti politici prospettavano una vittoria netta. C'e' da dire che la campagna elettorale e' stata segnata anche da una grande attivita' dei partecipanti alle elezioni su Internet e sulle reti sociali. In contemporanea con le elezioni parlamentari si sono svolte anche quelle per i 110 consiglieri dell'Assemblea di Belgrado la quale, secondo l'attuale legge, con una maggioranza di voti elegge il sindaco della capitale serba.

Il Partito serbo del progresso ha conquistato il 48% dei voti, una vittoria attesa e non sorprendente, anche se forse non in queste dimensioni. Si dice che dai tempi di Slobodan Milošević, queste sono state le elezioni piu' scontate. E poi, questa vittoria cosi' eclatante ha battuto anche il risultato di Milošević del 1990. Le prime parole del vincitore Vučić a seguito delle prime proiezioni sono state quelle della promessa: “Siamo pronti a porgere la mano a molti, dimostrare che vogliamo collaborare. Non cercheremo di disprezzare nessuno per questo risultato elettorale. Al contrario, vogliamo sentire le loro idee”. Vučić si e' detto certo che i cittadini dopo molti anni hanno riconosciuto una grande occasione per essere “prudenti, lavorare di piu' e comportarsi diversamente”.

Le analisi del voto in Serbia
Gli analisti politici serbi concordano che il potere assoluto significa anche responsabilita' assoluta dopo questa vittoria netta. Vučić ha annunciato che le priorita' del suo futuro governo saranno il consolidamento fiscale e le riforme strutturali, dialoghera' con tutti perche' non gli interessa la forma bensi' la sostanza”. Ha annunciato inoltre che la Serbia continuera' il cammino europeo ma collaborera' strettamente anche con tutti gli amici nel mondo: “Con russi, americani, cinesi”. Ha promesso una feroce lotta alla corruzione e come compito piu' importante quello di risolvere il problema della disoccupazione.
Il quotidiano di Belgrado ‘Blic’, all’indomani del voto ha scritto che molti sapevano che queste elezioni avrebbero portato alla ricomposizione della scena politica serba, ma quasi nessuno poteva prevedere i grandi cambiamenti. Significativo il fatto che il nuovo Parlamento sara’ il primo parlamento serbo in cui ci saranno soltanto i partiti pro europei che si impegnano per l’ingresso della Serbia nell’Ue. E’ rimasto fuori perfino il Partito democratico della Serbia di Vojislav Koštunica, ma si tratta anche di una grave sconfitta del Partito liberaldemocratico di Čedomir Jovanović. Secondo i commenti, non e’ forse cosi’ sorprendente il 3,1 percento dei liberaldemocratici a livello parlamentare, ma la totale sconfitta a Belgrado e’ un colpo durissimo. Tutti si chiedono cosa fara’ adesso il leader liberaldemocratico Čedo Jovanović?

La sconfitta dei liberaldemocratici e degli europeisti
E Čedomir Jovanović risponde con una lettera aperta ai membri del suo partito. “La Serbia non avanzera’ ne’ con i progressisti ne’ avra’ la democrazia come nemmeno l’opposizione con gli altri partiti entrati in parlamento. L’ottanta per cento dei seggi parlamentari occupano i partiti responsabili per la politica degli anni novanta, meno di 40 deputati sono dai partiti durante il cui potere la Serbia ha perso sia l’economia che il 5 ottobre. Con un tale parlamento, il nostro paese non ha di che cosa sperare fino alle prossime elezioni” si legge nella lettera di Čedo Jovanović. “LDP gia’ da oggi ha la responsabilita’ di lottare con maggiore forza per i suoi valori e convinzioni…. La Serbia ha detto oggi che i tempi non sono per noi: e quando la Serbia dira’ e’ arrivato il momento, sara’ molto peggio rispetto ai tempi odierni”, ha concluso il leader liberaldemocratico promettendo di non cedere e se necessario riprendere il lavoro dall’inizio.
Anche se il premier uscente, Ivica Dačić con il suo Partito socialista serbo, dal terzo posto alle elezioni precedenti, questa volta ha ottenuto la seconda posizione, secondo ‘Blic’ si tratta solo di “una vittoria di Piro” che ha visto poca festa tra i socialisti. Con il trionfo assoluto del SNS e il 14 per cento dei socialisti, il peso del potere e’ cambiato drasticamente a danno dei socialisti, osserva il quotidiano di Belgrado ‘Blic’.
Superando la soglia elettorale, i due partiti democratici, il DS di Dragan Đilas e il neo Nuovo partito democratico dell’ex presidente Boris Tadić possono almeno consolarsi che non hanno avuto il destino di Koštunica, Čedo Jovanović o Mlađan Dinkić. Anche se il suo neo partito e’ entrato in parlamento, Boris Tadić ha detto di non essere soddisfatto con l’esito elettorale anche se il Nuovo partito democratico e’ stato formato soltanto tre settimane prima dell’indizione delle elezioni. “Il risultato e’ buono nelle date circostanze quando non sono entrati in parlamento i partiti che esistono da un quarto del secolo” ha detto Tadić dicendosi pronto ad assumere la responsabilita’ per quello che il partito non e’ riuscito a raggiungere. L’ex presidente della Serbia ha osservato pero’ che non hanno avuto ne’ l’infrastruttura ne’ i mezzi finanziari come nemmeno una campagna elettorale intensa. Si e’ congratulato con i vincitori e ha rilevato che non vi e’ nessun accordo segreto con il Partito serbo del progresso.

I commenti all'estero
Sotto il titolo “La Serbia torna ad essere governata da un leader e da un partito” il sito della radiotelevisione croata informa dei risultati elettorali in Serbia e rileva che queste elezioni hanno dimostrato una totale divisione dell’opposizione nonche’ dell’opzione civica come anche la sconfitta dell’ex DOS e il collasso delle opzioni antieuropee e ultranazionaliste radicali. Sospensione della democrazia e la piu’ grande vittoria degli ultimi 24 anni in Serbia, cosi’ il notiziario serale della HTV croata all’indomani delle elezioni in Serbia. In piu’ la prima intervista al grande vincitore Aleksandar Vučić e chiaramente in primo piano la domanda sulle future relazioni tra Serbia e Croazia. “Non dobbiamo amarci, ma dobbiamo rispettarci. Quelli che non lo capiscono non sono maturi ne’ responsabili per alte posizioni in Serbia” ha detto Vučić nell’intervista. Ha aggiunto che a causa dell’accusa e controaccusa per genocidio davanti all’ICJ ci sono grandi tensioni, ma si e’ detto credulo che una soluzione sara’ trovata perche’ “entrambi i paesi adesso hanno dei problemi piu’grandi, in primo logo quelli economici. Vučić ha detto che in prospettiva saranno “aperte cose economiche importanti”. I vertici croati sono comunque riservati nei commenti e felicitazioni. La ministro degli esteri e affari europei, nonche’ primo vicepresidente del governo croato, Vesna Pusić ha ripetuto che i politici della Croazia e Serbia devono risolvere i problemi oderni e quelli del future e non possono essere ostaggi di questioni del passato. Con la Serbia abbiamo relazioni normali, di vicinato con tutti i problemi del passato che stiamo risolvendo e risolveremo presso le istituzioni competenti, ha detto la ministro Pusić.
E da Vienna, da un incontro trilaterale informale tra i tre presidenti, austriaco Heinz Fisher, croato Ivo Josipović e sloveno Borut Pahor una valutazione positiva per quanto riguarda l’esito elettorale in Serbia perche’, secondo i tre presidenti esso dimostra che i serbi non sono contrari al dialogo tra Belgrado e Priština. Secondo Pahor si e’ trattato addirittura di un “referendum sulle relazioni con Priština”. Per il presidente croato Josipović il risultato delle elezioni e’ un messaggio che la Serbia e’ pronta a proseguire il dialogo con il Kosovo e restare sul cammino europeo.
Secondo Euronews potrebbe essere proprio Aleksandar Vučić quello che introdurra' la Serbia nell'Ue il che e' inaspettato per questo ex ultranazionalista, ministro durante l'epoca di Milošević e per anni avversario dell'Ue. 'Le Figaro' francese riporta le opinioni degli analisti politici di Belgrado che adossano la colpa per la transizione fallita al Partito Democratico durante la quale la Serbia e' precipitata nella crisi e corruzione. Riportano anche le parole dell'analista Dejan Stanković secondo il quale vi e' anche „il pericolo di una putinizzazione della Serbia“. Secondo questo analista serbo, Vučić e' pero' l'ultima speranza e se fallisce non si sa che cosa accadra'.

E ora, governo “monocolore” o di coalizione?
Per adesso non e’ ancora chiaro con chi Vučić entrera’ in coalizione per avere gli oltre due terzi di seggi, il numero necessario per modificare la Costituzione e il paragrafo in cui si dice che il Kosovo e’ parte costituente della Serbia, scrivono i media tedeschi e ricordano che ci sono molti politici europei che chiedono il cambiamento di questo paragrafo della costituzione e pieno riconoscimento dello stato Kosovo in quanto condizione per l’integrazione della Serbia nell’Ue. In piu’ ‘Frankfurter Allgemeine Zeitung’ scrive che SNS deve adesso dimostrare se veramente puo’ risolere i problemi, in primo luogo quelli economici. Alcuni analisti si aspettano che il partito governativo gia’ l’anno prossimo dovra’ proclamare la “bancarotta” perche’ non ci sono gli esperti per le indispensabili riforme sostanziali.
Interessante il commento di Dragoslav Dedović, redattore della Deutsche Welle in lingua serba. Dedović ritiene che “adesso si vedra‘ se Vučić si impegna per una democrazia terrestre oppure per ambizioni immortali”. E osserva che “il trionfatore Aleksandar Vučić ha paragonato la sua vittoria con quella di Slobodan Milošević del 1990. Un paragone un po’ strano per un “grande Europeo”, scrive Dedović e aggiunge che l’elite politiche in Serbia hanno spesso ingannato i loro elettori. Quelle di Milošević hanno portato alla guerra, quelle dopo di lui invece alla transizione che ha avuto dimensioni da cleptomani. Adesso tutte le speranze sono concentrate sui nazionalisti riformatori che all’ordine del giorno non hanno la grande Serbia bensi’ la grande Europa, afferma questo giornalista e si chiede se il risultato e’ tale perche’ la Serbia manca di una vera offerta politica? Oppure i risultati delle elezioni sono la giusta misura per la Serbia, per i paesi vicini e per l’Europa? Quali che siano le ragioni, con le elezioni Vučić ha trasformato la dominazione informale in maggioranza assoluta. Con questo e’ stato adempiuto il senso delle elezioni anticipate, organizzate perche’ lui possa essere alla guida del governo, conclude Dedović.

Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi a Radio Radicale

PASSAGGIO IN ONDA

E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 20 marzo 2014.
La trasmissione e' ascoltabile direttamente qui oppure sul sito di Radio Radicale.



Sommario della trasmissione


La puntata odierna è dedicata quasi interamente alle elezioni del 16 marzo in Serbia: il trionfo dei conservatori europeisti di Aleksandar Vucic che hanno conquistato la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento, il nuovo quadro politico per certi versi inedito determinato dal voto e le ipotesi sul nuovo governo; il voto nei comuni serbi del Kosovo e le polemiche dell'opposizione contro il governo kosovaro di Hashim Thaci; e inoltre il processo di integrazione europea e il futuro del dialogo con Pristina alla luce dell'esito elettorale ma anche i gravi problemi economici e le riforme necessarie; le analisi e i commenti degli osservatori in Serbia, nei paesi vicini e in quelli dell'Unione Europea.

Gli altri argomenti: la vicenda dell'Ucraina e i timori di Moldavia e Georgia dopo la secessione della Crimea; le modifiche al codice di procedura penale in Albania e la decisione di non considerare più la corruzione un reato ordinario; la Turchia e la campagna elettorale con lo scontro sempre più aspro tra il premier Recep Tayyip Erdogan e Fetullah Gulen, leader dell'organizzazione culturale e religiosa Hizmet, in vista delle elezioni locali del 30 marzo, ma anche la sentenza della Corte europea dei diritti umani che condanna Ankara per le condizioni di detenzione del leader curdo Abdullah Ocalan.

Nella trasmissione anche il consueto appuntamento con le anticipazioni di RassegnaEst.com e una segnalazione del progetto "Cercavamo la pace" di Osservatorio Balcani e Caucaso.

La trasmissione, realizzata con le corrispondenze di Marina Szikora e Artur Nura è ascoltabile in setraming direttamente qui oppure è scaricabile in podcast dal sito di Radio Radicale



lunedì 17 marzo 2014

VUCIC TRIONFA ALLE ELEZIONI: E' L'INIZIO DELLA NUOVA SERBIA?

Come previsto dai sondaggi della vigilia, i conservatori filo europeisti del Partito del progresso serbo (Sns), guidato dal vicepremier uscente Aleksandar Vucic, ha largamente prevalso nelle elezioni anticipate che si sono tenute ieri in Serbia. Stando ai dati preliminari, con quasi il 50% delle preferenze, l'Sns dovrebbe avere 160 dei 250 seggi in Parlamento: si tratta del miglior risultato mai ottenuto da una forza politica in 25 anni di multipartitismo in Serbia. Il partito di Vucic (e del presidente della repubblica Tomislav Nikolic) non avrà bisogno di formare una coalizione per governare: neanche Slobodan Milosevic, nemmeno nel periodo di maggiore consenso popolare, era mai riuscito a raggiungere un tale risultato.

Secondo gli ultimi dati diffusi dal Centro per le elezioni libere e la democrazia (Cesid), l'Sns ha ottenuto il 48,8% delle preferenze, surclassando nettamente il Partito socialista (Sps) del premier uscente Ivica Dacic che si è attestato al 14%. Solo altri due partiti avrebbero superato, e di un soffio, lo sbarramento del 5%: il Partito democratico (Ds), che avrebbe il 5,9%, e il Nuovo partito democratico, dell'ex presidente e già leader del Ds, Boris Tadic, al 5,7%. Fuori dal Parlamento, e anche questa è una notizia, restano i nazionalisti di Vojislav Kostunica, i liberaldemocratici di Cedomir Jovanovic, e i liberali di Dinkic. Bassa l'affluenza alle urne, che alla fine è risultata del 53,2%, con un calo rispetto al 57,7% del 2012.

L'obiettivo di Vucic, che per questo ha voluto il voto anticipato di ieri, era quello di capitalizzare i successi raggiunti dal governo di coalizione con i socialisti nell'ultimo anno e mezzo. Prima di tutto il negoziato di adesione della Serbia alla Unione Europea, partito ufficialmente il 21 gennaio, e poi i progressi sul Kosovo grazie al dialogo con le autorità di Pristina mediato da Bruxelles. L'apertura del negoziato per l'adesione all'UE è stata favorita anche dai risultati concreti nella lotta alla corruzione, una delle questioni centrali poste da Bruxelles. Ringraziando i suoi sostenitori per la vittoria, Vucic ha promesso di continuare sulla strada delle riforme e ha anche citato Alcide De Gasperi quando ha affermato di voler lavorare “per le future generazioni e non solo per le prossime elezioni”.

L'ormai prossimo nuovo premier serbo è atteso ora da un compito per niente facile. La situazione economica del paese non è certo incoraggiante: la disoccupazione viaggia oltre il 20%, il debito pubblico è superiore al 60% del pil e il deficit di bilancio si mantiene da alcuni anni al di sopra del 7%. Poi ci sono le riforme che andranno adottate per poter rientrare nei parametri richiesti dall'UE per l'adesione. Le misure da adottare non saranno né poche, né indolori. Infine c'è il Kosovo: le attuali buone relazioni con Pristina, la disponibilità a trattare sulle questioni bilaterali, lasciano ancora però irrisolta la questione del riconoscimento dell'indipendenza della (ex) provincia che Belgrado continua a non voler concedere.

Il giovane futuro premier, dopo aver lasciato, insieme al presidente Nikolic, il Partito radicale serbo, estremista e ultranazionalista, è approdato negli ultimi anni a posizioni conservatrici e moderate, rispettose dell'identità serba, ma apertamente favorevoli all'integrazione europea e a discutere sulla questione del Kosovo. In questo modo ieri è riuscito a capitalizzare i favori degli elettori, raccogliendo le speranze dei cittadini sulle fine della crisi economica, e a battere sia l'opposizione liberale ed europeista di Tadic, Dinkic e Jovanovic, sia il nazionalismo polveroso e inconcludente di Kostunica, dopo che già i radicali turboserbi erano stati ridotti al lumicino nel 2012. Vucic può così godersi la vittoria e offrire al mondo un'immagine della Serbia sempre più lontana da quella legata al regime di Milosevic e ai conflitti degli anni '90. Vucic, per quanto giovane, non è certo di primo pelo. Forse con lui sta nascendo una nuova Serbia. Lo capiremo nei prossimi mesi. Certo da domani inizia il lavoro più difficile.

domenica 16 marzo 2014

OGGI LA SERBIA VA AL VOTO, RICORDANDO ZORAN DJINDJIC

Oggi in Serbia si vota per il rinnovo del Parlamento e dal risultato del voto dipenderà la formazione del nuovo governo. I sondaggi danno largamente in testa il Partito serbo del progresso capeggiato dall'attuale vicepremier Aleksandar Vucic: è lo stesso partito dell'attuale capo dello Stato, Tomislav Nikolic. Una formazione politica nata dalla scissione dall'ultranazionalista Partito radicale serbo, ormai ridotta ad una esigua minoranza e il cui leader, Vojslav Seselj, è sotto processo all'Aja per crimini di guerra. Sotto la guida di Nikolic e Vucic il Sns è approdato a posizioni conservatrici moderate aperte all'integrazione europea. In coalizione con Partito socialista dell'attuale premier, Ivica Dacic, è stato infatti l'artefice della conquista del negoziato ufficiale per l'adesione all'Unione Europea, un obiettivo sfuggito negli anni precedenti ai governi dichiaratamente europeisti guidati dal Partito democratico dell'ex presidente della repubblica Boris Tadic, che dopo la sconfitta elettorale del 2012 ha dato vita ad una nuova formazione politica.
Le elezioni di oggi, cadono a pochi giorni dall'undicesimo anniversario dell'assassinio di Zoran Djindjic, avvenuto il 12 marzo 2003: Il premier della Serbia e presidente del Partito democratico fu colpito e morte da un cecchino mentre scendeva dalla propria vettura nel cortile del palazzo del Parlamento di Belgrado. Una vicenda che sconvolse la Serbia e la comunità internazionale per il ruolo che Djindjic stava svolgendo e avrebbe potuto svolgere per il futuro del Paese dopo le guerre degli anni '90 e nel pieno del periodo oscuro e difficile seguito alla caduta del regime di Milosevic nel 2000. Se oggi la Serbia, pur con tutti i suoi problemi e molte questioni ancora irrisolte, non è più quella dell'inizio del millennio, lo si deve soprattutto ad un uomo come Djindjic e a quello che ha saputo costruire nella sua breve vita politica e a quello cha lasciato come eredità.

Qui di seguito un testo scritto da Riccardo De Mutiis, esperto di relazioni internazionali, conoscitore della realtà balcanica anche per aver partecipato a diverse missioni patrocinate da istituzioni internazionali. Passaggio a Sud Est ha già pubblicato diversi suoi pezzi: per ritrovarli clicca qui.


Il 12 marzo 2003 a Belgrado spirava forte la kosava, il vento che viene dai Carpazi, filtra attraverso il Portil de Fier e segue il corso del Danubio finendo con l’investire la capitale serba. Ed in quella giornata ventosa la città bianca e l'intera nazione vengono tramortite da una notizia terribile, quella dell’assassinio di Zoran Djindjic, primo ministro della repubblica federata serba (all’epoca la Serbia era parte dell’Unione di Serbia e Montenegro, la compagine statale che il 4 febbraio 2003 prese il posto della Jugoslavia fino al 2006, quando il Montenegro dichiara l'indipendenza). Sono passati undici anni dalla morte di Djindjic ed è davvero difficile dire qualcosa di nuovo sulla carriera politica o sull'assassinio dello statista serbo: due argomenti su cui si è davvero detto e scritto tanto e che, peraltro, si intersecano fino a diventare un tutt'uno, dato che secondo la lettura più accreditata le ragioni dell'assassinio vanno ricercate proprio nella linea politica seguita da Djindjic.

Vi sono tuttavia due aspetti su cui giornalisti e scrittori, soprattutto stranieri, si sono soffermati meno e su cui forse è il caso di spendere qualche parola. Il primo aspetto da porre in evidenza è quello della totale diversità di Djindjic rispetto ai politici dell’ex Jugoslavia suoi contemporanei: una diversità che si concretizza non solo nei contenuti della sua visione politica, ma anche nel suo modo di proporsi e di relazionarsi con l'esterno. Zoran Djindjic sale agli onori della ribalta politica nel 1997 quando, a capo della eterogenea coalizione “Zajedno” (Insieme), infligge nelle elezioni amministrative una cocente ed inaspettata sconfitta a Slobodan Milosevic e viene eletto sindaco di Belgrado. A quell’epoca i leader dei vari Stati nati dalle ceneri della ex Jugoslavia si caratterizzano per una immagine del tutto ordinaria: vestono abiti da budja (il termine serbo-croato che sta per apparatchik), in qualche occasione di una taglia superiore a quella giusta, senza nessuna concessione all’eleganza. E’ un tratto, questo, che accomuna Franjo Tudjiman, con le sue insolite e sorpassate lenti fotocromatiche, Alija Izetbegovic con la sua eterna e logora cravatta rossa, ed anche Stipe Mesic, preso di mira dai caricaturisti per le sue sopracciglia incredibilmente cespugliose.

Zoran Djindjic è del tutto diverso: alto ed atletico, veste eleganti completi scuri ed è proprio il suo look, prima ancora che la sua politica, a catturare l’attenzione dei media e della gente. Insomma il nuovo arrivato, prima di tutto dal punto di vista dell’immagine, segna un distacco netto nei confronti dei suoi predecessori, ed è un messaggio che i politici della sua generazione colgono immediatamente, partendo dal suo amico montenegrino Milo Djukanovic, passando per il suo epigono Boris Tadic, per finire con il croato Ivo Sanader: tutti eleganti, curati nell'immagine, fisicamente prestanti. Ma se i politici contemporanei colgono i caratteri innovativi di Djindjic, almeno quelli esteriori, e li replicano, la massa resta sconcertata dall'irruzione di questo uomo così diverso da quelli che lo hanno preceduto. E Djindjic stesso, animale politico di razza, si rende perfettamente conto di non avere l’appeal giusto per conquistare un elettorato legato a valori tradizionali e su cui ancora incide mezzo secolo di conformismo comunista.

Su tale presupposto, sulla consapevolezza della propria estraneità al tessuto sociale serbo ed ai suoi valori, si fonda la sofisticata strategia posta in essere da Djindjic in occasione delle elezioni presidenziali jugoslave del 2000: da un lato, grazie al suo carisma ed alle sue doti organizzative, riesce ad unire in un’unica coalizione le forze che si oppongono a Milosevic, e dall’altro, per aumentare la presa sull’elettorato di tale coalizione, vi mette a capo un uomo in cui in cui i serbi si riconoscono, Vojislav Kostunica. All’epoca Kostunica è assolutamente sconosciuto in Europa e nel suo stesso paese non è un politico di primo piano. Tuttavia è una persona che appartiene al mondo serbo, ed in particolare è un tipico esponente di quella parte della Serbia in cui Milosevic ha il nocciolo duro dei suoi elettori: non certo la Serbia della capitale o la Serbia di Novi Sad, ma quella del sud, quella della Sumadija, più in generale la Serbia rurale, i cui valori fondamentali, quelli patriarcali, del nazionalismo e della stretta osservanza ortodossa sono incarnati alla perfezione da Kostunica.

Kostunica è lo strumento attraverso il quale Djindjic riesce ad assicurare alla sua coalizione Dos (Demokratska Opozicija Srbije, Opposizione Democratica Serbia) il consenso di buona parte dell’elettorato tradizionalmente legato a Milosevic e quindi la vittoria: il vodz Slobodan viene sconfitto nettamente e Kostunica viene eletto presidente dell’Unione di Serbia e Montenegro. Di lì a qualche mese Djindjic guida l’opposizione a vincere anche le elezioni serbe e sarà lui, questa volta, a guidare l’esecutivo federale. La coalizione, a questo punto, sembra avere partita vinta su tutti i fronti, con Kostunica alla guida della federazione jugoslava e Djindjic a capo della repubblica serba. Ma non è così e i contrasti tra i due non tardano ad emergere. E’ chiaro sin dall’inizio che i due non sono fatti per intendersi, per formazione, carattere, abitudini e frequentazioni: all’economista Djindjic, che ha studiato e si è formato professionalmente in Germania, sempre elegante e sicuro di sé, spesso in compagnia della telegenica moglie Ruzica nelle apparizioni pubbliche e che preferisce per le sue esternazioni la stampa internazionale (preferibilmente tedesca, “Die Welt” e “Der Spiegel“), si contrappone il giurista Kostunica, laureato alla università di Belgrado, evidentemente a disagio nei contesti internazionali, in cui si è segnalato per le frizioni avute con Carla Del Ponte, all'epoca procuratrice del Tribunale penale internazionale. La differenza caratteriale tra i due è esemplificata dalla diversità degli hobby: Djindjic preferisce fare sport nel tempo libero, ed infatti si frattura un piede giocando a calcio nel febbraio 2003, mentre Kostunica è noto per la sua passione per i gatti, che ospita in buon numero nella sua casa belgradese.

Da un punto di vista politico la diversità tra i due è evidenziata dallo stesso nome dei partiti politici che ciascuno di essi capeggia. Kostunica presiede lo Sds (Srpska demokratska stranka, Partito democratico serbo), mentre Djindjic è il leader del Ds (Demokratska stranka, Partito democratico): denominazioni quasi identiche, divergenti solo per l'aggettivo “srpska” cioè serbo, presente nel nome del partito di Kostunica ed assente in quello di Djindjic, a significare che la connotazione serba, cioè nazionalista, caratterizza il programma del primo e non quello del secondo. Non a caso il contrasto tra i due leader nasce a proposito di una questione di sapore tipicamente nazionalista, quella relativa al Kosovo, alla cui eventuale indipendenza Kostunica si oppone decisamente, mentre la posizione sul punto di Djindjic è più sfumata. Ed è di nuovo un problema che chiama in causa l’orgoglio nazionale serbo, quello della sorte di Milosevic, a rendere irrimediabile il contrasto tra Kostunica, nazionalista più per calcolo che per convinzione, e Djindjic, europeista convinto. Secondo Kostunica Milosevic deve essere processato da un tribunale serbo, mentre Djindjic vuole che venga giudicato dal Tribunale internazionale sulla ex Jugoslavia dell’Aja e la spunta, facendo arrestare Slobo nel marzo 2001 e consegnandolo alle autorità della giustizia internazionale: il tutto all’insaputa pare (ma questa è tutta un'altra storia), di Kostunica.

La vicenda della morte di Zoran Djindjic, e qui passiamo al secondo aspetto della vicenda che è interessante sottolineare, presenta degli aspetti particolari, sconosciuti ad altri omicidi politici che pure hanno segnato la vita di altri Paesi, ed in questo senso rappresenta l’ ennesima dimostrazione della assoluta unicità della storia serba. Ciò che rende l’assassinio un fatto irripetibile, senza eguali nelle vicende straniere, è la reazione che esso scatena da parte delle autorità. Una reazione originata dalle modalità di esecuzione del delitto: Djindjic viene assassinato in pieno giorno nel cortile della Skuspstina, il parlamento serbo, e cioè il cuore della nuova politica. Il primo ministro viene colpito nella sua sede istituzionale, il parlamento: il messaggio è chiaro, si tratta di una sfida alle istituzioni statali, di cui è in gioco la stessa sopravvivenza. Le autorità si rendono conto che coloro che hanno ucciso Djindjic hanno degli appoggi, anche ad alto livello, all'interno dell’apparato statale, in particolare tra la magistratura e le forze armate, ed optano quindi per una reazione drastica: viene proclamato lo stato d’emergenza, si da il via all’operazione "Sablja" (sciabola) finalizzata ad individuare mandanti ed esecutori materiali del delitto. Vengono chiusi i giornali sospettati di essere collegati con la mafia di Zemun, agli arrestati vengono negati i contatti con gli avvocati e vengono tenuti all’oscuro dei capi d’imputazione per diversi giorni, vengono bruscamente licenziati i magistrati indiziati di collusione con i mandanti dell’ omicidio, vengono distrutti gli immobili di proprietà Dusan Spasojevic, leader del “clan di Zemun”, indiziato di essere al vertice del complotto, e lo stesso Spasojevic viene ucciso per la resistenza opposta al momento dell’arresto in circostanza ancora da chiarire, il tutto con circa 7000 fermi di polizia nel giro di un mese. In sostanza una sospensione dello stato di diritto, una parentesi di negazione dei diritti di difesa garantiti da qualsiasi regime democratico agli indagati: in una parola un fatto che non ha precedenti nella storia europea del dopoguerra.

Se poi riportiamo la vicenda di Djindjic dal contesto internazionale a quello nazionale, ci rendiamo conto di come essa si ponga nel solco di una tradizione, ancora una volta unicamente e tipicamente serba, segnata dalla morte violenta dei leader istituzionali. Si parte con l’assassinio del principe di Serbia Mihailo III Obrenovic nel 1868 e si continua con l’omicidio del re Alessandro I Obrenovic e della moglie Draga nel 1903, i cui corpi vengono mutilati e gettati dalle finestre del palazzo reale: una efferatezza ed una ferocia che rivivrà in alcuni episodi delle guerre jugoslave dell’ultimo decennio del millennio. E per una sorta di nemesi storica muore assassinato nel 1934 anche il re Alessandro I, appartenente alla dinastia dei Karadjordjevic, che erano stati i mandanti degli omicidi degli Obrenovic. Di morte violenta cessa di vivere nel 2000 anche l’ex presidente della repubblica serba Ivan Stambolic ed il cerchio si chiude, lo sappiamo, nel marzo 2001 con l’omicidio di Zoran Djindjic (un caso a parte è quello dello stesso Milosevic, che muore mentre è detenuto nel carcere di Scheveningen, in Olanda). Nessuno stato europeo, ma forse nessuna nazione al mondo, ha avuto tanti morte violente dei suoi capi di stato o di governo.

A undici anni dalla morte di Djindjic, la prima osservazione che sorge spontanea a coloro che hanno frequentato e vissuto di persona Belgrado e la Serbia nell’ultimo decennio è che il leader politico serbo è molto più amato e considerato da morto di quanto lo fosse stato da vivo. Popolare ed amato, in vita, Zoran Djindjic, non lo era stato mai, e di ciò egli era perfettamente conscio, se è vero che aveva dichiarato “Popularity is not my job” ad una testata giornalistica straniera che lo aveva intervistato. Ma a distanza di dieci anni il ricordo di Djindjic è più vivo che mai, e la misura dell’interesse dei serbi per la sua figura non la danno tanto le celebrazioni ufficiali, ma, invece, la presenza nelle librerie di tante pubblicazioni che parlano della sua storia e della sua politica ("Akademija", la famosa e storica libreria belgradese sulla Mihailova è un infallibile termometro al riguardo). C'è il libro scritto dallo stesso Djindjic sulla integrazione europea della Serbia, “Put Srbije u Europu”, e la raccolta delle sue metafore, ma è soprattutto la sua “Biografija”, scritta da Bojan Dimitrijevic a riscuotere successo tra i lettori.

La ragione del permanere di tanto interesse per la figura di Zoran Djindjic è forse rappresentata dal carattere eccezionale dell’atto politico che lo ha reso famoso e forse gli è costato la vita: la consegna di Milosevic alla giustizia internazionale. Nessun capo di stato europeo, e torniamo per l’ ennesima volta al tema della singolarità delle vicende serbe, aveva compiuto un atto del genere, rischiando di essere considerato, come in effetti molti all’epoca considerarono Djindjic, un traditore. Ma se le commemorazioni di Djindjic, a un decennio dalla sua morte, sono ancora così sentite e partecipate ciò vuol dire che non solo gli analisti politici ma anche e soprattutto la gente comune hanno compreso il significato della scelta dell’ex primo ministro: la consegna di Milosevic era un atto necessario affinché la nazione recuperasse non solo stabilità e tranquillità interna, decisamente a rischio con il vozd a piede libero, ma anche credibilità internazionale. Valgano, per comprendere il senso dell’operazione decisa da Djindjic, le parole di Enzo Bettiza : Djindjic, consegnando Milosevic al Tribunale dell’ Aja ha umiliato l’orgoglio serbo, ma ha salvato l’onore dei serbi.

giovedì 13 marzo 2014

SERBIA: A POCHI GIORNI DAL VOTO IL PARTITO DI VUČIĆ SEMPRE IN TESTA NEI SONDAGGI

Per Dacic una nuova alleanza tra progressisti e socialisti sarà la prima opzione del dopo voto

Aleksandar Vucic
Di Marina Szikora
Mentre tutti i sondaggi in vista del voto anticipato in Serbia danno una prevalenza netta del Partito Serbo del Progresso (SNS) di Aleksandar Vučić, il premier uscente Ivica Dačić, presidente del Partito Socialista Serbo, in una recente intervista all' agenzia di stampa serba 'Beta' afferma che dopo le elezioni del 16 marzo sara proprio il SNS la prima opzione per i socialisti in quanto futuro partner di coalizione. Saranno comunque i risultati a definire il futuro governo e tutte le future coalizioni, ha detto Dačić vantandosi che per la fiducia degli elettori lui lotta con qualcosa che gli altri partiti non hanno: risultati concreti e visibili. „Io ho mostrato al popolo la chiave delle porte dell'Europa che ho ottenuto, la chiave che appartiene al popolo. Che siano anche gli altri a far vedere le chiavi, ci sono ancora molte porte che la Serbia deve aprire“, ha detto il premier uscente.

Alla domanda come intende riformare il settore pubblico e l'amministrazione statale, Dačić ha precisato che il desiderio e' quello di aderire all'Europa che non si basa su un capitalismo disumano bensi' soprattutto sulla giustizia sociale. Ha detto che e' chiaro che bisogna diminuire il numero di quelli che lavorano nell'amministrazione pubblica ma bisogna assicuare un piano secondo il quale queste persone possano essere aiutate a fare dell'altro, provedere che abbiano una adeguata tutela pensionistica, sociale e di salute e non essere semplicemente licenziati e rimanere senza alcun diritto.

Parlando di investimenti stranieri, Dačić ha detto che la Serbia deve innanzitutto offrire un paese con regole e leggi chiare, una infrastruttura risolta, un buona politica fiscale, uno stato in cui non ci sono differenze tra imprenditori stranieri e nazionali e che i lavoratori di questi imprenditori devono essere completamente protetti.

La Serbia vuole che le relazioni tra l'Ucraina e la Russia si stabilizzino e che sia trovata una soluzione politica tra i due paesi, ha detto Dačić ma ha aggiunto anche che sull'esempio della Crimea si vede in modo migliore quanto sia stata sbagliata la decisione di alcuni paesi a riconoscere l'indipendenza unilaterale del Kosovo. Cosi' e' stato stabilito un precedente che potrebbe diventare una regola in molti paesi nel mondo, ha osservato il premier serbo uscente.

Aleksandar Vučić, il vicepremier uscente, leader del Partito Serbo del Progresso afferma invece che non si occupa di percentuali ma spera che il suo partito potrebbe oltrepassare il 40 per cento di voti. Sottolinea che all fine non e' importante il nummero bensi' quello che si puo' fare dopo le elezioni. In una intervista al quotidiano di Belgrado 'Blic', Vučić rivela di vivere per avere un risultato in Serbia, che la gente lo possa vedere e riconoscere. Se sara' premier, Vučić promette di dedicarsi alla riforma legislativa a fin di creare un migliore clima di lavoro, di portare nuovi investitori, assicurare la riforma fiscale e agevolazioni fiscali per aiutare piccoli e medi imprenditori.

Per l'ex presidente della Serbia, Boris Tadić presidente di un nuovo partito, formatosi in vista di queste elezioni, il Nuovo Partito Democratico, il prossimo voto e' di importanza cruciale poiche' si trata di realizzare una migliore vita per i cittadini della Serbia. Tadić ha detto di essere tornato in politica per rinnovare la missione del suo ex partito, il Partito Democratico. Secondo le sue parole, i dati economici del governo dimissionario sono molto negativi. Ha amesso che anche i risultati economici del governo durante il suo incarico non sono stati soddisfacenti ed e' per questo che hanno perso alle ultime elezioni. Ma i risultati attuali sono ancora peggiori, ha detto Tadić indicando il tasso di disoccupazione del quasi 29 per cento e tre volte maggiore indebitamento del paese rispetto ai tempi il cui il suo ex partito e' stato alla guida dell'esecutivo.

Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata diPassaggio a Sud Est andata in onda oggi a Radio Radicale

KOSOVO: IL GOVERNO ANNUNCIA LA NASCITA DELL'ESERCITO, CONTRARI BELGRADO E I SERBI

Kosovo Security Force (Foto SUHEJLO CC-BY-SA-3.0)
Di Marina Szikora
L'intenzione del Kosovo di formare le proprie forze militari ha suscitato aspre reazioni dei serbi del Kosovo ma anche del governo di Belgrado. Il governo serbo ha valutato questo annuncio come un atto verso la destabilizzazione della situazione in Kosovo ed e' intenzionato a portare questa questione davanti alle Nazioni Unite. Secondo la Serbia, si tratta di una grave violazione della Risoluzione 1244 delle Nazioni Unite sul Kosovo seconda la quale, soltanto la missione internazionale della KFOR ha il mandato delle forze armate in Kosovo che la Serbia continua a considerare una regione settentrionale. „Una tale azione destabilizza la situazione in Kosovo e Metohia ed e' contraria al processo di normalizzazione delle relazioni tra Belgrado e Priština“ si legge in un comunicato del governo serbo. Secondo l'esecutivo di Belgrado, la situazione di sicurezza in Kosovo e' peggiorata a causa delle pressioni e degli attacchi nei confronti dei serbi nonche' a causa del divieto d'ingresso dei cittadini della Serbia in Kosovo.

Reazioni anche da parte dei consiglieri dei comuni al nord del Kosovo. Innanzitutto chiedono la possibilita' per i serbi recentemente arrestati a difendersi in liberta' e ai rappresentanti della Serbia l'ingresso libero in Kosovo. Anche secondo loro, l'annunciata formazione dell'esercito del Kosovo rappresenta una aperta minaccia alla sicurezza della regione e dei serbi in Kosovo. Il sindaco della Mitrovica Nord, Goran Rakić ha dichiarato che i comuni serbi saranno costretti ad interrompere la collaborazione con l'Ufficio dell'Ue in Priština e con l'Eulex se le strutture internazionali non soddisfino le loro „minime richieste“. Secondo questo sindaco, l'unico alleato e collaboratore dei serbi in Kosovo e' il governo della Serbia. La presidente dell'assemblea comunale di Mitrovica Nord, Ksenija Božović ha chiesto invece che Priština e la comunita' internazionale cessino immediatamente le azioni di arresti, intimidazioni e costante alzamento di tensioni nelle zone con la popolazione serba.

Božović ha chiesto l'immediata liberazione di Oliver Ivanović e di altri serbi arrestati e la possibilita' che essi si difendano in liberta', che si rispettino i diritti umani, liberta' di circolazione e garanzia di sicurezza a tutti i cittadini in Kosovo. Si chiede inoltre che la comunita' internazionale cessi ad implementare i doppi standard quando si tratta della popolazione serba rispetto a quella albanese. Infine, Božović ha detto che si aspetta dalla Serbia un maggiore impegno per la salvaguardia e migliori condizioni di vita per tutti i cittadini del Kosovo. C'e' da precisare che Oliver Ivanović, leader del partito “Inizativa civica – Serbia, democrazia, giustizia” e' stato arrestato lo scorso 27 gennaio perche' accusato di aver commesso crimini di guerra nel 1999 e di aver preso parte agli incidenti che sono avvenuti nel 2000. Ha intrapreso lo sciopero della fame perche' per la terza volta e' stata respinta la sua richiesta che fosse trasferito dalla prigione di Priština a Kosovska Mitrovica. Secondo le ultime informazioni si trova in isolamento. Ivanović afferma che il processo contro di lui e' una montatura politica e che nella prigionne a Priština non si sente sicuro.

Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata diPasaggio a Sud Est andata in onda il 13 marzo a Radio Radicale

CRIMINI DI GUERRA: PROSEGUE IL DIBATTIMENTO ALLA CORTE INTERNAZIONALE DI GIUSTIZIA

La Serbia respinge l'accusa di genocidio e la rivolta contro la Croazia. Zagabria non rinuncerà alle celebrazioni della Operazione Tempesta.

Di Marina Szikora
Nonostante le richieste della Serbia, la Croazia non rinuncera’ a festeggiare l’operazione militare ’Tempesta’, un’azione con la quale ha garantito la propria liberta’ e integrita’ territoriale. Cosi’ il capo dello stato croato Ivo Josipović a seguito delle richieste da parte della Serbia e a proposito della causa per genocidio intentata dalla Croazia contro la Serbia e della reciproca azione legale mossa da quest'ultima contro la Croazia, il cui dibattimento è in corso alla Corte internazionale di giustizia dell’Aja. Zagabria pretende che Belgrado sanzioni i responsabili dei crimini compiuti durante la guerra degli anni Novanta, che riveli la sorte delle 1663 persone date ancora per disperse e che vengano restituite alla Croazia le collezioni d’arte trafugate. In piu’ Zagabria reclama le riparazioni di guerra e il risarcimento dei danni materiali. Dall’altra parte, Belgrado pretende che Zagabria punisca i responsabili dei crimini commessi ai danni della popolazione serba in Croazia e che crei le condizioni per il rimpatrio dei serbi sfollati dalle proprie case. Belgrado pretende inoltre che la Croazia abolisca la festa nazionale del 5 agosto in cui si celebra la Giornata della vittoria e del ringraziamento patriottico e la Giornata dei difensori croati, anniversario della liberazione di Knin e di una vasta zona croata a suo tempo occupata dai serbi.

Alla Corte internazionale di giustizia dell’Aja la settimana scorsa il team legale croato ha presentato le argomentazioni dell’accusa per genocidio contro la Serbia, mentre questa settimana e’ la volta della causa intentata da parte della Serbia secondo la quale la Croazia avrebbe commesso un genocidio durante l’operazione militare Tempesta. “Noi siamo adesso una societa’ matura e democratica, che apprezza la sua storia e la sua guerra per la patria, una guerra di difesa giusta. Naturalmente, laddove ci sono stati i crimini, anche da parte nostra, siamo pronti a reagire. Ci sono anche i dati del numero di processi che sono in corso in Croazia”, ha detto il presidente Ivo Josipović a proposito della questione che continua ad appesantire le relazioni tra Zagabria e Belgrado. Josipović non vuole pero’ speculare sull’esito del processo che e’ in corso davanti alla Corte internazionale di giustizia, ma ha rilevato che la prassi giudiziaria ha dimostrato che il genocidio e’ un crimine molto complesso.

Durante la settimana scorsa alla corte dell’Aja si e’ potuto ricordare e ascoltare di attacchi pianificati in modo sistematico e sadico dall’Armata popolare jugoslava e dalle milizie serbe ai danni dei villaggi a maggioranza croata nella Slavonia orientale che, come illustrato dagli avvocati croati, avevano un unico scopo, quello dello sterminio dei croati in quell’area. “Nell’arco di un anno dall’inizio dell’occupazione, quelle che erano delle comunita’ pacifiche vennero completamente distrutte. L’intenzione di annientare la popolazione croata e’ chiara come lo sono i numeri che lo dimostrano”, ha detto Helen Law, rappresentante del team legale croato illustrando ai giudici della Corte intenazionale la sorte che hanno dovuto subire i villaggi croati e le citta’, in primo luogo quella di Vukovar.

Da lunedi’ invece il dibattito e’ continuato con l’esposizione del team legale serbo. Saša Obradović, capo del team dei legali serbi, ha rilevato che sono i serbi ad essere stati vittime del genocidio anche se tanti croati hanno sofferto durante la guerra in Croazia. Secondo Obradović, la Croazia non ha presentato alcuna prova, documento o dichiarazione che confermi la presenza del crimine di genocidio da parte  della Serbia, vale a dire dell’Armata nazionale jugoslava o dei serbi di Croazia. All’inizio della sua esposizione, il capo della squadra legale serba ha espresso comunque rammarico per tutte le vittime, incluse quelle croate: “A nome del governo e del popolo serbo esprimo sincero rammarico per tutte le vittime della guerra e dei crimini commessi durante il conflitto armato in Croazia, a prescindere dalla definizione giuridica di quei crimini e dalla loro origine etnica e nazionale. Ogni vittima merita rispetto e ricordo”, ha detto Obradović.

La Serbia pero’, secondo l’esposizione di Obradović, non puo’ rispondere per i crimini commessi poiche’ essa all’epoca non esisteva nemmeno come stato indipendente. La principale colpa della Croazia nei confronti della Serba sarebbe, secondo la tesi del team legale serbo, il genocidio contro la popolazione serba durante l’operazione “Tempesta” che aveva il fine di eliminare i serbi come gruppo etnico. In questa azione, ha indicato Obradović, sono stati uccisi 1719 serbi, 900 sarebbero ancora i dispersi mentre si aspetta ancora l’indentificazione di 400 corpi esumati.

Il teso è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 13 marzo a Radio Radicale

"QUI TIRANA": LA CORRISPONDENZA DI ARTUR NURA

Gli argomenti della corrispondenza di Artur Nura per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi a Radio Radicale.

Albania
La visita del commissario europeo all'Allargamento, Stefan Fuele, a Tirana, le sue dichiarazioni e le prese di posizione da parte del governo e dell'opposizione.

Kosovo
La proposta di istituire un tribunale internazionale "ad hoc' per i crimini di guerra commessi durante  il conflitto del 1998-1999.

Macedonia/Fyrom
Le elezioni presidenziali e politiche del prossimo aprile e in particolare la posizione del partito albanese di Ali Ahmeti ex alleato di Nikola Gruevski.


PASSAGGIO IN ONDA

E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 13 marzo 2014.
La trasmissione e' ascoltabile direttamente qui oppure sul sito di Radio Radicale.



Sommario della trasmissione


Turchia: con manifestazioni e scontri con la polizia riesplode la protesta in seguito alla morte del 15enne in coma dopo essere stato colpito da un lacrimogeno della polizia durante le manifestazioni per Gezi Park nel giugno dell'anno scorso.

Albania: il commissario europeo all'Allargamento, Stefan Fuele, in visita ufficiale a Tirana si dice ottimista sull'integrazione europea del paese; le reazioni e i commenti; il confronto tra maggioranza e opposizione.

Kosovo: desta preoccupazioni l'annuncio del governo di Pristina di voler trasformare le forze di sicurezza civili in vere e proprie forze armate; Belgrado investe della questione il Consiglio di sicurezza; fa discutere anche la proposta di creare un tribunale ad hoc sui crimini di guerra compiuti nella guerra del 1999.

Crimini di guerra: mentre continua il dibattimento alla Corte internazionale di giustizia sulle accuse reciproche tra Croazia e Serbia, Zagabria annuncia che non rinuncerà alle celebrazioni per l'anniversario della "Operazione Tempesta" con cui nel 1995 riconquistò la Krajina.

Macedonia: le elezioni presidenziali e quelle parlamentari anticipate del prossimo aprile; le candidature e le alleanze tra le varie forze politiche.

Serbia: a pochi giorni dal voto i sondaggi danno sempre in testa il Partito serbo del progresso dell'attuale vicepremier Aleksandar Vucic; il premier uscente Ivica Dacic, leader del Partito socialista, annuncia che il primo orizzonte dopo il voto del 16 marzo è la ricostituzione della maggioranza progressisti/socialisti che ha sostenuto l'attuale governo.

In apertura la situazione della libertà di informazione nei paesi dell'Europa sud orientale come emerge dal World Press Freedom Index 2014 pubblicato da Reporter senza frontiere. In trasmissione anche la consueta panoramica delle principali notizie pubblicate da RassegnaEst.com

La puntata, realizzata con la collaborazione dei corrispondenti Marina Szikora e Artur Nura, è ascoltabile direttamente qui




giovedì 6 marzo 2014

TURCHIA: LA SITUAZIONE POLITICA E IL FUTURO DI ERDOGAN

Intervista a Marta Ottaviani

Il premier turco Recep Tayyip Erdogan si prepara alle elezioni locali del 30 marzo dopo le grandi proteste per Gezi Park della scorsa estate, mai del tutto spente nonostante la dura repressione, e dopo gli scandali di corruzione emersi negli ultimi mesi che hanno terremotato il governo, messo in seria difficoltà il suo partito Akp, e appannato la sua immagine.
Le elezioni amministrative sono molto importanti in Turchia perché non esiste un livello intermedio tra le amministrazioni locali e il governo centrale e perché il voto avviene in contemporanea in tutto il Paese. L'appuntamento del 30 marzo rappresenterà, quindi, un vero e proprio test sulla tenuta dell'Akp, dopo un decennio di potere incontrastato, e sul futuro politico di Erdogan soprattutto in vista delle presidenziali della prossima estate, le prime in cui i cittadini turchi voteranno direttamente l'elezione del loro presidente.
Con una opposizione politica praticamente inesistente, i veri avversari del premier saranno la situazione economica, la cui grande crescita nel decennio ha accompagnato e sostenuto le fortune politiche di Erdogan ma che ora non appare più florida come una volta, e il leader religioso Fetulah Gulen, un tempo grande sostenitore dell'Akp, ma oggi acerrimo avversario di Erdogan. Da considerare anche il ruolo dell'attuale presidente Abdullah Gul, che dopo essere stato per molti anni il fedele numero 2 di Erdogan, da tempo, anche grazie al suo ruolo istituzionale, ha cercato di smarcarsi dal premier.

Ascolta qui l'intervista per Radio Radicale



Marta Ottaviani, dopo essere stata per alcuni anni corrispondente dalla Turchia per l'agenzia TMNews, attualmente collabora con i quotidiani L'Avvenire e La Stampa. E' autrice dei volumi "Mille e una Turchia" e "Cose da Turchi", entrambi pubblicati da Mursia.

CRIMINI DI GUERRA: CROAZIA E SERBIA DAVANTI ALLA CORTE INTERNAZIONALE DI GIUSTIZIA

di Marina Szikora
Del passato, quello della guerra sanguinosa degli anni Novanta, si parlera' davanti alla Corte internazionale di giustizia dell'Aja dove lunedi' 1 marzo e' iniziata l'udienza principale nella causa per genocidio presentata dalla Croazia contro la Serbia e della causa che la Serbia a sua volta ha avviato contro la Croazia per lo stesso crimine. Il massimo organismo giudiziario delle Nazioni Unite nelle prossime quattro settimane, in una serie di udienze ascoltera' molte testimonianze di atti di genocidio e di pulizia etnica della popolazione croata durante l'aggressione serba in Croazia e gli argomenti della causa avviata invece da Belgrado per dimostrare che durante l'operazione “Tempesta” e' stato commesso un genocidio nei confronti della popolazione serba in Croazia. Si tratta della sanguinosa guerra combattuta tra il 1991 e il 1995 e in cui ci sono stati oltre 20 mila morti e centinaia di migliaia di profughi. Zagabria presento' per prima il 2 luglio 1999 l'accusa di genocidio contro Belgrado chiedendo un risarcimento finanziario, la punizione di tutti i criminali di guerra, informazioni sulle persone ancora disperse e la restituzione del patrimonio storico e culturale depredato dai serbi. Belgrado rispose con una analoga accusa il 4 gennaio 2010 imputando alla Croazia di genocidio e pulizia etnica ai danni di 250 mila serbi costretti a fuggire dalla Krajina durante e dopo l'operazione “Tempesta” del 1995.

Vesna Crnić-Groti, a capo del team legale croato, nel suo intervento lunedi' ha sottolineato che soltanto la Corte internazionale di giustizia puo' stabilire che i crimini commessi a Vukovar e altrove in Croazia rappresentano un genocidio. Ha avvertito sulla riluttanza della politica e della giustizia serbe ad affrontare i crimini e di punire i loro responsabili. La rappresentante croata ha rilevato che Belgrado segretamente e pubblicamente aveva sostenuto l'istituzione delle zone autonome serbe in Croazia offrendo loro appoggio politico e militare, cosi' come aveva appoggiato e incoraggiato le forze estremiste paramilitari. I funzionari ed esperti giuridici serbi sono convinti che la Serbia non puo' perdere in questo processo. E' stato valutato pero' che il prezzo piu' alto potrebbero pagarlo le relazioni tra Belgrado e Zagabria. Secondo la parte serba non ci saranno prove sufficienti per dimostrare che la Serbia ha commesso il genocidio. In questo senso, il noto professore di diritto internazionale, Tibor Varady ricorda che nella storia del diritto internazionale nessun paese e' stato mai condannato per genocidio. Comunque vada, e anche se i giuristi serbi ritengono che non ci dovrebbero essere sorprese all'Aja, sia Belgrado che Zagabria hanno preparato i loro team di migliori esperti che rappresenteranno i due paesi. L'elenco dei testimoni e' segreto e le testimonianze dovranno essere sotto embargo fino al primo aprile, il tempo fino a quando durera' il dibattimento.

Il capo del team di giuristi della Serbia, Saša Obradović ha valutato importante che la decisione relativa alla causa e contro causa per genocidio porti ad una soluzione che permettera' di costruire relazioni di buon vicinato tra i due paesi. Obradović ha rilevato la posizione della Serbia: anche se incontestabili, i gravi crimini che sono stati commessi durante la guerra contro la popolazione croata e non serba “non si possono qualificare come genocidio”. Obradović ha precisato che la Serbia durante l'udienza illustrera' le prove della sua contro accusa in cui si afferma che l'operazione “Tempesta” rappresentava “il culmine di intenzioni criminali” del governo croato e delle forze militari croate a fin di eliminare la popolazione serba della Krajina e che questa operazione aveva carattere di genocidio. Sempre in vista dell'inizio del dibattito, il capo rappresentante della Serbia ha ricordato che non e' stato il governo serbo a sollevare la causa e che esso aveva impegnato grandi sforzi affinche' si potesse giungere ad una riconciliazione e ad una soluzione fuori dalla corte, cosa che pero' non e' accaduta. “Giunti a questo passo, il nostro compito e' prima di tutto quello di dimostrare che i delitti commessi nel 1991 in Croazia non si possono qualificare come genocidio e poi dimostrare che i crimini che sono stati commessi nei confronti dei serbi, soprattutto quelli durante la 'Tempesta' avevano carattere di genocidio”, ha detto Obradović. “Questa non e' una partita e non siamo qui per dare delle valutazioni bensi' per illustrare quello che e' veramente accaduto, presentare i fatti e lasciare alla Corte la decisione finale”, ha detto il ministro della giustizia croata Orsat Miljenić partecipando lunedi' alla prima udienza del dibattimento.

Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 6 marzo a Radio Radicale.