mercoledì 26 settembre 2012

LA CRISI SIRIANA METTE LA TURCHIA IN DIFFICOLTA'

Frontiera Turchia-Siria nel 2009 (pillandia.blogspot.it)
La Turchia si sente lasciata sola dalla comunità internazionale nella gestione del problema dei profughi siriani, senza che si profilino soluzioni concrete ad una situazione che si aggrava di giorno in giorno. Al momento i rifugiati siriani arrivati nei campi allestiti dalle autorità turche sono 90mila, a fronte di una capienza che secondo i media locali può arrivare a 120mila unità, ben superiore, quindi, a quella soglia psicologica di 100mila indicata dal ministro degli Esteri, Ahmet Davutoglu. Lo scriveva ieri Marta Ottaviani, corrispondente dell'agenzia TMNews, in una serie di lanci in cui spiegava che, anche se la situazione dovesse rimanere invariata, la Turchia si trova già ora a fare i conti con tre problemi: la gestione dell'emergenza lasciata tutta sulle sue spalle, questo almeno è quanto denuncia Ankara, il fallimento di una politica estera regionale che aveva fatto della Siria il Paese di riferimento e l'eccessiva e prematura opposizione al regime di Assad che per il momento ha prodotto solo la recrudescenza della guerriglia separatista curda.

Ankara, dopo aver chiesto un contributo economico per la gestione dell'emergenza da condividere con l'Alto commissariato per i rifugiati dell'Onu (Unhcr), sostiene che quei soldi vengono ora bloccati dai Paesi occidentali. "C'è una crescente sensazione in Turchia che, avendo fatto sacrifici e gestito autonomamente questa situazione, il risultato sia di portare la Comunità internazionale alla noncuranza e alla mancanza di azione", ha detto Davutoglu. Il quotidiano Hurriyet, tuttavia, sostiene che fu la Turchia un anno fa a rifiutare l'assistenza internazionale, mentre adesso si ritrova nella situazione di dover fare pressioni per ottenere un intervento esterno: “Ma le cose non funzionano così. Preferiamo dare assistenza tramite le Nazioni Unite”, ha detto un dirigente europeo al quotidiano. Il problema è che però le autorità di Ankara non sono intenzionate a cedere il controllo dei campi profughi all'Unhcr. Intanto i profughi aumentano e i costi lievitano.

Il governo islamico-moderato di Recep Tayyip Erdogan, nota ancora Marta Ottaviani, deve fare i conti anche con la propria immagine di attore protagonista regionale e con il rischio che la crisi siriana finisca per compromettere seriamente l'ambizione di diventare un grande attore in Medio oriente. C'è poi la recrudescenza degli attacchi dei separatisti curdi, che sono aumentati in parallelo all'escalation del conflitto siriano, tanto che Ankara accusa apertamente Damasco di fomentare e finanziare la guerriglia curda nel sud est della Turchia. Il governo Erdogan, che da anni nutre l'ambizione di diventare il Paese chiave della geopolitica regionale, secondo le teorie dell'attuale ministro degli Esteri, messa alla prova dalla crisi siriana si sia ritrovata scoperta e troppo esposta a conseguenze non previste anche all'interno dei suoi confini. E in questa situazione non aiuta il difficile rapporto con gli alleati occidentali e con gli Usa che non appoggiano concretamente la richiesta di creare una zona di protezione che metta la Turchia al riparo dal rischio terrorismo.

Per il momento, concludeva Marta Ottaviani, la Turchia si trova dunque ad essere il Paese più esposto avendo puntato sulla caduta di Assad, ma che nella attuale situazione ha più da perdere. Oltre all'emergenza profughi, infatti, il governo deve fare i conti con un'opinione pubblica che, soprattutto nel sud est, è sempre più critica riguardo alla politica nei confronti della Siria, visti anche i rapporti economici privilegiati con Damasco che ormai sono un lontano ricordo.


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