domenica 7 marzo 2010

PASSAGGIO IN ONDA


Passaggio a Sud Est
è in onda
il sabato alle 22,30
su Radio Radicale



Gli argomenti della puntata di sabato 6 marzo 2010

Turchia/Armenia: gli interrogativi dopo il voto della Commissione Esteri della Camera Usa sul genocidio degli armeni
Grecia: la situazione politica e sociale dopo il varo dei provvedimenti anti crisi, intervista a Elisabetta Casalotti giornalista del quotidiano Elfterotypia
Croazia: il primo viaggio ufficiale del presidente Ivo Josipovic a Bruxelles per incontrare i vertici Ue e le Ong tra cui Non c'è Pace senza Giustizia e il Partito Radicale Transnazionale
Balcani: la visita del ministro degli Esteri francese Kouchner che invita Serbia e Kosovo al dialogo
Kosovo: il processo al leader indipendentista Albin Kurti
Albania: i socialisti rientrano in parlamento ma proseguono le proteste contro il governo accusato di brogli elettorali
Macedonia: il governo vuole fare chiarezza sull'emigrazione verso i Paesi Ue

La trasmissione è curata e condotta da Roberto Spagnoli con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura

sabato 6 marzo 2010

IL PASTICCIO ARMENO

Continua a far discutere il voto con cui la Commissione Esteri della Camera dei Rappresentanti Usa ha approvato un documento che riconosce il genocidio degli armeni mandando su tutte le furie il governo turco e mettendo una seria ipoteca sulle buone relazioni tra Ankara e Washington, che già non passano un buon momento, qualora il documento dovesse poi essere confermato dalla Camera nel suo complesso.
Oltre al ruolo geopolitico che la Turchia svolge in un crocevia fondamentale tra aree estremamente sensibili (Medio oriente, Asia minore, Balcani e Caucaso) e su dossier diversi e convergenti (dai rapporti con la Russia a quelli con la Cina, dal nucleare iraniano alle strategie europee di approvvigionamento energetico), la partnership con Ankara è fondamentale per altre questioni che passano quasi inosservate ma che invece hanno un notevole peso.
Per esempio quella che segnala oggi il Foglio in un articolo a pagina 3. Cito: "A Baghdad i genieri delle forze armate americane aspettano di conoscere il piano di rimpatrio. Hanno ancora diecimila camion, mille carri armati  e ventimila Humvee. Smantellare la basi  rimaste in territorio iracheno sarà un'operazione costosa e difficile: secondo lo stato maggiore, ci sono tremila 'heavy items', oggetti pesanti, da riportare verso casa. la strada più sicura è quella che attraversa il Kurdistan, nella parte settentionale del paese, sino al confine con la Turchia che fa parte della Nato e ha mostrato in molte occasioni di essere un alleato affidabile. La pista alternativa passa per il Kuwait, ma si tratta di una soluzione rischiosa perché espone le truppe agli attacchi delle milizie paramilitari sostenute dall'Iran".
E non c'è solo il rischio di chiusura del passaggio delle truppe di terra americane in territorio turco o di chiusura delle basi aeree turche dove fanno scalo gli aerei Usa in volo da e per Kabul e Baghdad. Come scrive Glauco Maggi su Libero di oggi in un articolo a pagina 22, "sono in ballo sostanziose commesse militari dell'esercito turco a favore delle ditte Usa Lockheed Martin, Boeing, Raython, United Technologies e Northrop Grumman che hanno espresso la paura di essere escluse per ripicca politica".

Update:
Della questione parlano anche Tiziana Prezzo/Cose Turche, Andrea G./Istanblues e Giulio Meotti/Zakor

venerdì 5 marzo 2010

L'INVERNO NON E' ANCORA FINITO MA IN GRECIA IL CLIMA E' ROVENTE

Clima politico-sociale di nuovo rovente in Grecia. Come ampiamente previsto e prevedibile, il varo delle misure anti-crack per far fronte alla gravissima crisi economica ha scatenato la protesta sui luoghi di lavoro e nelle piazze. Atene nel pomeriggio è stata teatro di scontri tra polizia e dimostranti violenti, con arresti e feriti, dopo che in mattinata si era svolta invece una manifestazione pacifica di fronte al Parlamento che oggi ha ratificato le nuove misure di austerità da 4,8 miliardi. Per il prossimo 11 marzo è stato proclamato un nuovo sciopero generale di 24 ore. Le cronache parlano di aggressione anche ad un leader sindacale, il presidente del Gsee, il socialista Yannis Panagopoulos, accusato di ''essersi venduto'' al governo che è rimasto leggermente ferito, da parte di manifestanti che poi si sono rivolti contro le guardie d'onore al monumento del milite ignoto (i famosissimi Euzoni) di Atene provocando l'intervento dei reparti anti sommossa.

Il Parlamento ha approvato il piano anti-crisi con il solo voto del Partito socialista (160 deputati su 300) e del piccolo partito di estrema destra Laos (15). La principale forza di opposizione, Nuova Democrazia (ND, di centrodestra, sconfitta nettamente alle legislative di ottobre) e l'estrema sinistra Syriza hanno votato contro. Il Partito comunista (Kke) ha lasciato l'aula prima del voto in segno di protesta. Il ministro delle finanze Giorgio Papaconstantinou, nel suo intervento in aula, ha assicurato che se il piano di austerità sarà applicato come previsto "non ci sarà bisogno di nuove misure" ed ha invitato l'Europa ad "assumersi le sue responsabilità, cosa che non ha ancora fatto".

Intanto ad Atene, Salonicco e in altre città, migliaia di persone scendevano in piazza contro il pacchetto anti-crisi definito "criminale e antipopolare", mentre uno sciopero convocato dal sindacato comunista e dalle confederazioni dei dipendenti pubblici e del settore privato bloccava il trasporto urbano e quello aereo, ferroviario e navale, le scuole e gli ospedali e provocava un parziale black out informativo. Tra le tante azioni di protesta anche quella di militanti comunisti e dipendenti che hanno occupato il ministero delle Finanze e il poligrafico dello stato per tentare di impedire la pubblicazione del provvedimento di austerità approvato dal parlamento sulla gazzetta ufficiale.

Nel frattempo il premier George Papandreou ha iniziato un tour diplomatico in Europa che prevede incontri con il presidente dell'Eurogruppo Jean-Claude Juncker, con la cancelliera tedesca Angela Merkel e con il presidente francese Nicolas Sarkozy, mentre la prossima settimana sarà a Washington, dove ha sede anche l'Fmi, per incontrare il presidente Usa Barack Obama. Ieri la Grecia ha piazzato una nuova emissione di bond a scadenza decennale da 5 miliardi di euro. Un collocamento effettuato subito dopo l'annuncio di misure aggiuntive di risanamento dei conti da 4,8 miliardi di euro totali, tra tagli alla spesa e aumenti delle imposte. Valutazioni positive sul successo del collocamento sono giunti oggi dal governatore di Bankitalia, Mario Draghi, così come dalla Merkel. La Borsa di Atene prosegue positiva con un più 1,41 per cento negli scambi pomeridiani.

Quello che si dice nelle ovattate stanze delle istituzioni politiche e finanziarie internazionali e sovranazionali non serve però a placare la protesta ed il risentimento dei greci. La leader del Partito comunista, Aleka Papariga, ha incitato "il popolo a prendere nelle sue mani la lotta": "Possiamo fermare queste misure perché la maggioranza dei greci è contro la politica di austerità del governo''. Ed in effetti, un sondaggio pubblicato oggi sembra darle ragione: secondo la rilevazione oltre i due terzi dei cittadini giudicano negativamente i provvedimenti che tagliano i salari, congelano le pensioni e aumentano le tasse. Secondo Papariga la Grecia è il bersaglio della reazione internazionale perché é l'ultimo avamposto popolare grazie alla presenza del più forte partito comunista europeo. Oltre a questo c'è anche il più attivo movimento anarchico, protagonista di una guerriglia urbana che non ha uguali negli altri Paesi europei, come si è visto poco più di un anno fa. Una combinazione di fattori che con la profonda crisi attuale potrebbe innescare una miscela estremamente esplosiva.

ANCHE IN SERBIA I TEMPI STANNO CAMBIANDO

"The Times They Are a-Changin'", cantava Bob Dylan nel 1964 per avvertire che i tempi stanno cambiando e i figli sono pronti a rivoltarsi contro i loro padri. Mi è venuto in mente il titolo di questa canzone famosissima quando ho letto la notizia che il Parlamento serbo, grazie alle aperture di progressisti e socialisti, potrebbe varare in tempi brevi la risoluzione di condanna del massacro di Srebrenica voluta e sostenuta dal presidente Boris Tadic. Ora, a parte la canzone di Dylan che si riferisce ad altri tempi e ha altri significati, è un fatto che le cose in Serbia da qualche tempo hanno cominciato a cambiare. Poco per volta, non senza contraddizioni e contraccolpi, il Paese sta cercando di fare i conti con sé stesso e di recuperare il tempo perduto dietro ai deliri nazionalisti panserbi di Slobodan Milosevic e dei suoi sodali e tirapiedi.

Ero a Belgrado nel 2008 sia quando Boris Tadic vinse le elezioni battendo l'allora radicale Tomislav Nikolic al ballottaggio, sia quando pochi mesi dopo la coalizione europeista vinse elezioni che secondo i sondaggi avrebbero invece visto un'affermazione degli ultranazionalisti radicali con i nazionalisti moderati a fare da ago della bilancia. La sera delle presidenziali ero nella sede del Partito Democratico (Ds) di Tadic, invece la sera delle elezioni politiche ero a Zemun nel quartier generale dei Radicali, zeppo di giornalisti della stampa internazionale. I turboserbi già assaporavano il gusto della vittoria. Fin a quando dal Cesid giunsero le prime notizie che lo spoglio delle schede elettorali stava dando la vittoria agli europeisti.

Dopo di allora è venuta prima la scelta del Partito socialista serbo (Sps, che fu di Slobodan Milosevic ma oggi è guidato dal giovane e pragmatico Ivica Dacic) di far parte della maggioranza che sostiene l'attuale governo europeista e poi la scissione dell'ala moderata dei Radicali che, sotto la guida di Nikolic ha abbandonato Vojslav Seselj (sotto processo all'Aja per crimini di guerra) e il Partito Radicale Serbo al suo destino dando vita al Partito Progressista Serbo (Sns). Ora la Serbia, proseguendo la transizione democratica che dovrà portarla all'adesione all'UE, sembra prossima a far cadere un altro tabù. Il Partito socialista ed il Partito progressista si sono detti disponibili ad approvare la risoluzione parlamentare di condanna del massacro di Srebrenica del luglio 1995, quando le truppe serbo-bosniache guidate dal generale Ratko Mladic, massacrarono 8000 civili musulmani (secondo le stime ufficiali).

Oggi il quotidiano Blic scrive che "Ivica Dacic (attuale ministro dell'Interno, ndr) e Tomislav Nikolic sono pronti a sostenere la risoluzione su Sebrenica la cui parte introduttiva fa riferimento alla decisione della Corte internazionale di giustizia del luglio 1995, secondo cui a Srebrenica fu commesso un genocidio". Certo, i problemi non mancano, prima di tutto dal punto di vista lessicale. Proprio l'uso o meno nel testo della parola "genocidio", infatti, dovrebbe essere uno dei nodi da sciogliere durante il dibattito parlamentare che dovrebbe svolgersi "entro la fine di marzo",secondo le indicazioni del presidente del Parlamento serbo, Slavica Dukic-Dejanovic, anche se il calendario è ancora da fissare.

L'apertura da parte di progressisti e socialisti per ora non è niente di più che un'indiscrezione, che però basta a indicare che tipo di trasformazione sia in atto nella politica e nella società civile serba. A parte la minoranza dei Radicali ultranazionalisti, la questione non è più legata al riconoscimento o meno delle responsabilità serbe di quanto avvenne a Srebrenica quasi quindici anni fa, ma a come definire quel crimine. Stando alle notizie che circolano sui media, la bozza della risoluzione proporrebbe un compromesso tra quanti - come i Democratici e i Liberali - sono favorevoli a condannare il "genocidio" di Srebrenica e quanti - Socialisti e Progressisti- preferiscono parlare di "crimine di guerra", come gli altri commessi nel corso delle guerre jugoslave degli anni Novanta, e di cui furono vittime anche i serbi. La soluzione di compromesso proporrebbe un testo che invece di usare direttamente la parola "genocidio" parlerebbe dei "gravi crimini contro i bosgnacchi commessi a Srebrenica nel 1995" che "sono stati qualificati come genocidio dalla Corte internazionale di giustizia e dal Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia".

Da un punto di vista strettamente politico, tuttavia, la parte significativa della risoluzione è un'altra. Il presidente Tadic, spiegando il suo forte appoggio all'iniziativa, ha parlato della necessità di "protezione dell'interesse nazionale" chiedendo al parlamento un pronunciamento in grado di compensare in qualche modo la mancata cattura del super ricercato Mladic. Di particolare importanza, quindi, è la parte del testo in cui si afferma che "il parlamento sostiene le misure per punire tutti i responsabili" della strage di Srebrenica. Quindi, anche l'ex generale la cui mancata cattura a quasi quindici anni dalla fine della guerra di Bosnia resta per Belgrado motivo di grave imbarazzo internazionale e soprattutto un ostacolo insormontabile per aprire definitivamente il processo di adesione all'Unione Europea. Se la risoluzione sarà approvata con questa affermazione sarà una conferma che il mondo politico serbo, nella sua grande maggioranza, sembra oggi pronto finalmente a guardare in faccia alla propria storia per guardare al futuro. The Times They Are a-Changin', anche in Serbia.

CUI PRODEST?

La Commissione Esteri della Camera dei Rappresentanti Usa, con un solo voto di scarto (23 a 22) ha approvato una risoluzione che definisce "genocidio" il massacro degli armeni compiuto dai turchi negli ultomi anni dell'Impero ottomano. Nonostante le pressioni sia di Obama che della Clinton la Commissione Esteri, anche se di strettissima misura, ha deciso di dare questo schiaffo ad Ankara. Che non l'ha presa bene, ovviamente, e per il momento ha "richiamato" il proprio ambasciatore a Washington "per consultazioni". Nel felpato liguaggio diplomatico è una decisione grave.
Se fra qualche tempo anche la Camera dovesse votare nello stesso modo la rottura delle relazioni potrebbe essere dietro l'angolo. Cosa che però quasi certamente non accadrà, per almeno due motivi: perché la Casa Bianca farà di tutto per compromettere ulteriormente i rapporti con un alleato fondamentale in un'area geopolitica di cruciale importanza e soprattutto perché né Ankara, né Washington avrebbero interesse a rompere le relazioni per una montagna di valide ragioni. Ma intanto il gelo è calato e non è detto che la temperatura si rialzi tanto presto, nonostante la promavera vicina. Anche perché il voto della Commissione Esteri pesa anche sul quadro politico interno della Turchia ed espone Erdogan e il suo governo agli attacchi di chi non vede di buon occhio il disgelo con l'Armenia. Inoltre, da tempo la politica estera turca è piuttosto dinamica e molti attori potrebbero essere interessati a mettere un cuneo nei rapporti tra Turchia ed Occidente.
Chiunque sia un minimo esperto di cose turche, anche chi nutra simpatia per la causa degliarmeni non può che rimanere perplesso di fronte alla presa di posizione della Commissione Esteri della camera Usa. La domanda dunque è: a chi serve quel voto? Agli Usa certo no e all'Europa nemmeno. Non serve ad Ankara, ma nemmeno all'Armenia. Rischia di avere contraccolpi in uno scacchiere complesso, delicato e instabile come quello che va dai Balcani all'Asia minore, dal Caucaso al Medio Oriente. E dunque: cui prodest?

CORREZIONE
Al secondo paragrafo, la frase "la Casa Bianca farà di tutto per compromettere ulteriormente i rapporti" è da leggersi  "farà di tutto per NON compromettere" (correzione del 6 marzo).

giovedì 4 marzo 2010

GIUSTIZIA INTERNAZIONALE: I PROCESSI A KARADZIC E A SESELJ

di Marina Szikora

Il testo che segue è la trascrizione della corrispondenza per lo Speciale di Passaggio a Sud Est andato in onda mercoledì 3 marzo su Radio Radicale
 
Il tema della giustizia internazionale torna all’ordine del giorno nei paesi dell’ex Jugoslavia ma desta attenzione mediatica anche a livello internazionale. In primo piano la ripresa del processo contro l’ex leader dei serbi bosniaci, Radovan Karadzic. Il processo a Karadzic e’ iniziato lo scorso 26 ottobre ed e’ stato rinviato a piu’ riprese perche’ Karadzic affermava di avere bisogno di maggiore tempo per preparare la sua difesa e si e’ rifiutato di presentarsi in aula.
La ripresa del processo con adesso Karadzic presente davanti al Tribunale, in questi giorni e’ molto seguita in Germania e in Gran Bretagna. Il quotidiano tedesco ‘Die Welt’ inizia uno dei suoi articoli parlando del momento in cui Karadzic ha concluso la sua disposizione lunedi’ in aula del Tpi. Il giornale tedesco scrive che “dalla prima fila una giovane donna salta dalla sedia e vittoriosamente saluta Karadzic. ‘Sono orgogliosa di lui’ dice questa donna che e’ sua parente e sottolinea: ‘Una guerra giusta e santa che lui ha condotto per difendere la BiH dai fundamentalisti islamici’. Quattro fila piu’ in giu’, si trova Munira Subasic, con altre sette donne. Spera ancora che trovera’ le ossa di suo figlio. Aveva soltanto 18 anni. ‘Karadzic e’ stato e rimane un bugiardo” dice Munira e aggiunge che lui di questo e’ perfino orgoglioso. “Anche oggi per me e’ una umiliazione come lo era 15 anni fa’ “. La 62-enne Munira non crede che Karadzic dira’ mai la verita’. La sua versione e’ che i Serbi nel 1990 avevano accettato dolorosamente la divisione della BiH.
‘Non volevamo la guerra, la guerra l’avevano voluta gli altri’. E gli altri per Karadzic, oltre ai bosniaci estremisti, sono l’Occidente, innanzitutto la Germania, gli Stati Uniti e la Nato. Il riconoscimento di Genscher dell’indipendenza della Croazia - e’ certo Karadzic - ha causato la guerra civile’ scrive tra l’altro “Die Welt”. L’ex leader dei serbi bosniaci considera il processo contro di lui in effetti come un processo contro i serbi bosniaci e interpreta la propria difesa con il desiderio, all’epoca, di risolvere la crisi jugoslava in modo paicifico accusando i croati ed i musulmani ad aver voluto uno Stato etnicamente pulito. Come anche prima, anche questa volta, l’imputato dell’Aja che era riuscito a sfuggiere la giustizia internazionale per quasi 13 anni, ha chiesto il rinvio del processo fino al 17 luglio, ma alla fine, dopo che e’ stata rigettata la sua richiesta dai giudici, si e’ presentato in aula del Tpi dell’Aja.
Per la guerra in BiH, Karadzic ha accusato le grandi forze mondiali controponendovi “la propria innocenza nonche’ quella dell’intero popolo serbo”. Secondo le sue parole, i poveri serbi bosniaci sono rimasti senza alcun alleato, tranne alcuni stati poco importanti. “La Croazia e l’Europa centrale sognavano il rinnovamento dell’Impero austro-ungarico, mentre la BiH e la Turchia sognavano l’invasione della Turchia nei Balcani” ha detto Karadzic aggiungendo che la Jugoslavia fu sempre creata e poi scompariva a causa degli interesssi delle forze stranieri.
C'e' da sottolineare che l'imputato per motivi della sua difesa, aveva chiesto lo scorso 11 settembre 2009 dalla Croazia e da altri sei paesi i documenti relativi all'armamento dei bosgnacchi attraverso l'aeroporto di Tuzla, al trasporto delle armi dall'Iran attraverso Zagabria, all'utilizzo delle organizzazioni internazionali per il contrabbando di armi in BiH, all'uccisione dei civili al mercato di Sarajevo nonche' le trascrizioni delle intercettazioni degli ex leader serbo bosniaci. Ancora lo scorso 15 febbraio, l'ambasciatore croati in Olanda, Josko Paro ha informato che la Croazia aveva consegnato a Karadzic 15 documenti e di essere pronta a soddisfare le altre richieste se Karadzic descrivera' con piu' precisazione i documenti richiesti e se questi documenti si trovano negli archivi croati.
Il Tribunale adesso vuole sapere quali sono gli ostacoli che sta' affrontando il Governo croato in cerca dei documenti richiesti, tenendo conto in particolare del fatto che il Ministero della difesa croato aveva trovato una parte dei documenti nonostante la posizione della Croazia che le richieste di Karadzic non sono sufficientemente chiare. Il Tribunale vuole anche la risposta alla domanda se il Governo croato sta' cercando i documenti richiesti e quanto tempo sia ancora necessario per questa ricerca. In piu', se Zagabria ha da aggiungere qualcosa alle affermazioni che i documenti in questione sono in posesso del Governo croato.
Nella sua parola introduttiva durata due giorni, Karadciz si e' soffermato sull'assedio di Sarajevo dichiarando che sono state le forze musulmane ad uccidere al mercato della capitale bosniaca per provocare le condoglianze della comunita' internazionale mentre il massacro di Srebrenica e' un mito con un numero ecessivo di vittime. L'imputato ha detto che Sarajevo non e' mai stata sotto assedio bensi' divisa a secondo dei confini etnici. «Le forze bosgnacche attacavano i quartieri serbi e i serbi vi rispondevano soltanto contro i soggetti militari legittimi difendendosi soltanto dal massacro» afferma Karadzic e aggiunge che «le uccisioni di massa a Sarajevo soni il risultato di una strategia bosgnacca furba». Karadzic ha accusato l'allora presidente della BiH, Alija Izetbegovic di aver ordinato l'uccisione del proprio popolo. Per la morte tragica di oltre 40 civili al mercato Markale a Sarajevo, Karadzic ha detto che forse non ci sono state nemmeno vittime civili, mentre per i campi di concentramento Omarska e Keraterm ha affermato che si e' trattato di centri di investigazione regolari degli organi del potere. Negando il numero delle vittime nel massacro di Srebrenica, qualificandolo come un mito, l'ex leader dei serbi bosniaci ha detto ironicamente ai giudici che «e' gia' crimine quando viene ucciso un solo uomo, perche' allora bisogna esagerare?» e ha affermato che Srebrenica e Zepa erano centri di musulmani che terrorizzarono i serbi, uccidevano interi villaggi a Natale e nei giorni di feste, sparavano dietro alle spalle dell'esercito e sepellirono il popolo impotente senza alcuna ragione.
Mentre Radovan Karadzic esporreva la sua parola introduttiva, davanti al Tribunale si sono riuniti in segno di protesta contro il criminale dell'Aja i membri delle famiglie vittime della guerra in Bosnia tra cui anche le madri dell'associazione 'Madri di Srebrenica'. Nel suo intervento, Karadzic ha accusato per la difusione della guerra in BiH «il nucleo di complotto» del Partito dell'azione democratica (SDA) il quale, secondo l'imputato dell'Aja, ha condotto una politica di guerra a favore dei musulmani e a danno della maggioranza cristiana – serbi e croati. «Qui dimostreremo che l'SDA non voleva i serbi in BiH bensi' i territori serbi nonche' i due terzi del territorio in Bosnia» ha detto Karadzic.
I media britannici avvertono che appare in effetti che Karadzic si presenta come un Vaclav Havel dei Balcani. «Accusato di essere il principale organizzatore dei piu' gravi crimini in Europa dopo quelli del nazismo, le sue vittime cercano di descriverlo come un mostro, ma nel lungo atteso autoritratto davanti al Tribunale, Karadzic ha illustrato se stesso come «un dissidente incompreso e un anticomunista diffamato» scrive 'The Guardian'. Il 'Times' valuta che «il tempo ha reso fertile il terreno» dove cadranno le menzogne di Karadzic. Sono passati quindici anni dalla guerra in Bosnia e le nuove generazioni in Europa non riescono a ricordare chi ha commesso che cosa e perche', aggiunge il giornale britannico e sottolinea che «quando l'abile oratore serbo, quale si dimostra Karadzic, i suoi crimini di guerra descrive come parte di una difesa «giusta e santa» del suo popolo ortodosso cristiano dall'islam militante in Bosnia, molti troveranno argomenti di questo genere accettabili. Secondo «Guardian» il messaggio di Karadzic di difendere davanti al Tribunale non se stesso bensi' il popolo e la sua causa giusta e santa forse sara' ben accolto tra il pubblico televisivo in BiH che attualmente e' preso dalle divisioni etniche in modo ancora piu' elevato che nei tempi di guerra quando Karadzic fu al culmine del suo potere.
Il due marzo ha ripreso anche il processo contro l'ultranazionalista leader radicale serbo Vojislav Seselj, accusato di aver partecipato nei crimini di guerra contro i non serbi in Croazia, Vojvodina e BiH. Martedi' Seselj ha chiesto al Tribunale addirittura due anni per la preparazione della sua difesa. Allo stesso tempo Seselj ha affermato che il Tribunale potrebbe liberarlo gia' alla fine della presentazione di prove dell'accusa poiche' «la procura non ha prove per nessuna delle accuse». Il presidente del Tribunale dell'Aja ha annunciato che l'udizione dei rimanenti sei testimoni nonche' l'esposizione delle prove da parte dell'accusa potrebbero essere terminati a maggio. Secondo le regole del Tribunale, Seselj ha il diritto di chiedere successivamente la sua scarcerazione. «Si potrebbe prendere facilmente la decisione sulla mia liberazione gia' a maggio se non ci fossero influenze esterne...Sono consapevole quanto per le forze Occidentali sia importante che io non torni ancora in Serbia. Se la decisione non sara' qeulla della piena liberazione, non contate che preparero' la mia difesa in due mesi... per questo saranno necessari almeno due anni» ha detto Seselj ai giudici. Ha avvertito, pero', che non potra' presentare le prove della difesa se il Tribunale non sostera' le spese, a partire da quelle arretrate della fase preliminare. La segreteria del Tribunale finora ha rigettato di finanziare la difesa di Seselj argomentando questa decisione con il rifiuto da parte di Seselj di presentare i dati relativi al suo patrimonio. Come annunciato dal giudice Antonetti, il processo riprendera' settimana prossima. Da ricordarvi che Vojislav Seselj si trova nel carcere del Tribunale dal 24 febbraio 2003 quando si era consegnato volontariamente mentre il processo e' iniziato a novembre del 2007.

KOSOVO: I PRESUNTI CRIMINI DELLA "CASA GIALLA"

di Artur Nura Il testo che segue è la trascrizione della corrispondenza per lo Speciale di Passaggio a Sud Est andato in onda mercoledì 3 marzo su Radio Radicale

Il caso del presunto traffico di organi umani  viene considerato del tutto artificiale anche se formalmente il portavoce della missione Eulex, Christophe Lamfalussy, ha annunciato che gli inquirenti e i magistrati europei stanno procedendo con l'inchiesta relativa al presunto caso del traffico degli organi umani in Kosovo. Lamfalussy ha precisato che gli investigatori stanno ancora cercando le prove in Kosovo e nel nord dell'Albania che comprovano tali sospetti, mentre non ha saputo dire quando l'inchiesta sarà completata e da allora nessuna notizia e venuta all’attenzione dell’opinione pubblica. Si che si sa che la Procura per i crimini di guerra della Serbia sta indagando sulla vicenda al traffico di organi dei serbi e della popolazione non albanese, sulla scia delle rivelazioni del libro "La Caccia" del ex capo procuratore Carla del Ponte. Si tratta dunque del famoso caso della "casa gialla" di Burrel, nell'Albania settentrionale, dove si dice siano stati sottratti gli organi alle persone rapite dall'Esercito di liberazione del Kosovo. L'indagine preliminare è stata guidata dall'UNMIK, ma credo che vale ripetere che la polizia del Kosovo ha arrestato un agente di polizia di nazionalità serba che ha minacciato un testimone, collegato al caso legato del presunto traffico di organi dei serbi rapiti dall'UCK. Come hanno fatto sapere i mass media si trattava dell'agente Grigorije Jocinac, che avrebbe minacciato un testimone collegato al caso dei tre agenti serbi, indagati perchè raccoglievano delle prove false sui presunti crimini commessi contro i serbi del Kosovo a nord dell'Albania. La Radio Televisione del Kosovo, circa un mese fa, ha mostrato dei rapidi video sulle attività di Igor Jocinc, Radanovic e Zeljkovic, accusandoli così del tentativo di fornire delle false testimonianze sul presunto traffico di organi nel villaggio di Burelj in Albania. Ma, nell’analizzare tale situazione e giusto affermare che tutto questo dovvrebbe essere considerato una conseguenzza, invece della causa di questa tragedia lunghissimi per il popolo Albanese del Kosovo. Credo che sarebbe giusto che stare nell’argomento causa di tutto questo, bisogna ricordare che fin ai primi giorni della campagna NATO, nel marzo del 1999, questo popolo ha subito una oppressione tremenda per quasi 100 anni.

Le prime bombe NATO hanno colpito Kosovo il 24 marzo 1999, stesso giorno in cui l'Alleanza atlantica ha avviato la sua campagna militare contro il regime di Milošević e questa azione della NATO era benvoluta e considerata dalla comunità albanese come ''fuoco amico'', gli attacchi alle caserme dell'esercito jugoslavo erano visti come parte delle iniziative per bloccare la violenza di Belgrado nei confronti degli albanesi anche se venivano sulle loro case e terra. Prima della liberazione del Kosovo dalle truppe Nato, le truppe serbe, assieme alla polizia e ad altre persone con uniformi militari hanno devastato tutto uccidendo e bruciando. Furono in molti tra gli albanesi a ritrovarsi bloccati in città per tutta la durata della campagna NATO, sino al 12 giugno, con una libertà di movimento estremamente limitata. La gente Albanese venne lasciata a vagare per la strada principale della città, e poté rincontrare chi rimaneva della sua famiglia solo quando le truppe serbe lasciarono il Kosovo e il territorio iniziò ad essere amministrato dagli internazionali, la sicurezza dei suoi confini e del suo territorio garantito da truppe NATO. Di quei giorni rimangono molti in grado di testimoniare in merito ad arresti di massa di uomini tra i 16 e i 65 anni, poi inviati in vari luoghi della regione e portati nei carceri Serbe, e molto di loro giustiziati prima della fine, in giugno, dei bombardamenti NATO. In Kosovo molto spesso  diverse associazione di madri Albanesi che si occupano di persone scomparse, hanno invitato le autorità kosovare a procedere all'identificazione dei circa 400 corpi conservati presso l'obitorio di Pristina. Vi sono ancora circa 2000 persone Albanesi che risultano scomparse dopo la guerra del 1999.

Continuare a parlare su un presunto campo di tortura dell'UÇK in territorio albanese già sollevate da Carla del Ponte col suo libro "La caccia" dobbiamo affermare che parliamo di una città poverissima sin d'allora e tuttora oggi. Dobbiamo anche aggiungere che secondo un articolo investigativo pubblicato sul portale BIRN, nell'Albania settentrionale durante il conflitto in Kosovo nel 1999 sarebbe esistito perlomeno un campo di torture controllato dall'UÇK. Diversi testimoni citati nell'articolo parlano di vittime civili di etnia albanese, serba e rom provenienti dal Kosovo. Ma, tranne poche ripubblicazioni da parte di alcuni giornali di Tirana, l'articolo è stato accolto in silenzio  e nessun commento né da parte dei media né da parte dei politici. L'ex procuratrice sosteneva nel suo libro che in un'abitazione dalla facciata gialla, a Gurra, un villaggio nei pressi di Burrel nell'Albania settentrionale, avevano avuto luogo operazioni di asportazione di organi destinati in seguito al traffico internazionale. Il caso della "casa gialla" divenne oggetto di numerose reazioni e l'abitazione di una famiglia disagiata del nord albanese diventò per qualche mese centro di pellegrinaggio di giornalisti albanesi e stranieri. Però la questione, secondo quanto afferma nel suo libro Carla del Ponte, aveva ottenuto l'attenzione anche degli organi di giustizia internazionale, ma era stata in seguito abbandonata per mancanza di prove.

In generale la maggior parte degli analisti e politici albanesi in Kosovo, e in Albania, hanno escluso ogni possibilità di traffico d'organi, partendo soprattutto dal presupposto che le operazioni di asporto richiedono condizioni igieniche che in Albania non possiedono neanche gli ospedali più sviluppati. La famiglia che abita nella cosiddetta “Casa gialla” dove avrebbero avuto luogo tali operazioni, ha dichiarato più volte di voler fare causa alla procuratrice, ma di non poter sostenere le spese del processo. Inizialmente la procuratrice generale albanese, Ina Rama, aveva dichiarato la disponibilità delle autorità di Tirana a collaborare con quelle di Belgrado, ma poche settimane dopo, ciò è stato smentito, ed è stato negato anche la possibilità alla procura serba di recarsi sul posto per avviare proprie indagini. La decisione delle autorità albanesi si è basata sul fatto che un'inchiesta era stata intrapresa in precedenza da parte delle autorità internazionali in Kosovo, per poi essere interrotta per mancanza di prove. Per concludere possiamo affermare che i fatti riportati nell'articolo investigativo sui campi di tortura a Kukës oppure la vicenda della casa gialla di Burrel, fanno emergere un aspetto del conflitto kosovaro sconosciuto alla maggior parte degli albanesi visto il dramma e la tragedia in cui questo popolo ha subito per quasi un secolo violento...

PASSAGGIO SPECIALE - Crimini di guerra in ex Jugoslavia: Karadzic, Seselj e gli altri

Questa settimana lo Speciale di Passaggio a Sud Est, andato in onda mercoledì 3 marzo su Radio Radicale è dedicato alla giustizia internazionale nei Paesi dell'ex Jugoslavia.
Lunedì 1 marzo all'Aja è ripreso il processo contro Radovan Karadzic davanti ai giudici del Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia. Il procedimento era iniziato il 26 ottobre scorso, quindici mesi dopo l'arresto del super ricercato ex capo politico dei serbi di Bosnia, ma si era subito interrotto perché Karadzic, che ha scelto di difendersi da solo come aveva fatto Slobodan Milosevic, non si era infatti ripresentato in aula dopo la prima udienza sostenendo di aver bisogno di più tempo per preparare la sua difesa. Karadžić aveva chiesto un rinvio di dieci mesi: è riuscito ad ottenerne quattro. Si è confermato un buon negoziatore, com'era stato durante la guerra di Bosnia, quando per anni aveva preso in giro la diplomazia europea ed internazionale. A giudicare dalle prime battute di questa ripresa del procedimento sembrerebbe che Karadzic abbia deciso di adottare una tattica un po' diversa, ma staremo a vedere.
I giudici hanno accolto la sua richiesta di potersi difendere da solo, ma gli hanno anche assegnato un avvocato in modo tale che se l'imputato sceglierà nuovamente di non presentarsi, il processo andrà avanti senza di lui. Il lupo comunque non ha perso il pelo (Karadzic continua a sfoggiare un'invidiabile folta capigliatura), ma nemmeno il vizio. Si difende attaccando e sostenendo che le due peggiori atrocità avvenute durante la guerra di Bosnia, l'assedio di Sarajevo e il massacro genocida di Srebrenica sono miti diffusi dai musulmani bosniaci. L'assedio di Sarajevo, durato dal 1992 al 1996 e durante il quale morirono diecimila persone, sarebbe stato il risultato di una battaglia interna tra i musulmani. Il massacro di Srebrenica (ottomila mila morti almeno) è invece una "invenzione", "un mito" sul quale sono state raccontate "menzogne" dai musulmani che hanno raggrupparono dei corpi in fosse comuni per incolpare le forze serbe. Anche il numero delle vittime è stato "esagerato".

Il tema della giustizia internazionale è tornato dunque all’ordine del giorno nei paesi dell’ex Jugoslavia ma desta attenzione anche a livello internazionale. Tra l'altro in questi giorni è ripreso anche un'altro procedimento, quello contro il leader ultranazionalista serbo Vojslav Seselj, capo del Partito Radicale Serbo, accusato di crimini di guerra commessi in Croazia, Vojvodina e Bosnia Erzegovina. Seselj ha chiesto al Tribunale addirittura due anni per la preparazione della sua difesa e ha sostenuto che il Tribunale potrebbe liberarlo molto presto perché la procura non avrebbe prove sufficienti per sostenere le accuse.
Nella trasmissione si parla anche di un altro caso, quello del presunto traffico di organi che sarebbe stato organizzato da elementi dell'Uck, l'Esercito per la liberazione del Kosovo, e del quale sarebbero rimasti vittime prigionieri serbi e non solo, tra Kosovo e nord dell'Albania durante la guerra del 1999. La vicenda era stata rivelata dall'ex procuratrice del Tpi, Carla Del Ponte, nel suo libro "La caccia", ma senza portare prove e mentre l'Ue e la missione civile europea Eulex restano cauti, il Consiglio d'Europa da tempo sta conducendo una sua inchiesta. Nel frattempo la procura serba per i crimini di guerra sostiene di avere trovato testimonianze convincenti, ma le autorità di Pristina negano con decisione e da Tirana è stata fino ad ora negata collaborazione per cercare di fare luce sulla vicenda.

La trasmissione, realizzata con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura è disponibile sul sito di Radio Radicale

mercoledì 3 marzo 2010

LA DIFFICILE RICONCILIAZIONE NEI BALCANI

Il testo che segue è una parte della corrispondenza di Marina Szikora per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 27 febbraio su Radio Radicale



Gli ostacoli per la riconciliazione tra i paesi balcanici
Belgrado adotterebbe la dichiarazione su Srebrenica, ma molti politici negano pubblicamente il genocidio che vi e' stato commesso. Quando pero' le cose migliorano, allora le relazioni tra gli Stati nella regione affondano ancora piu' velocemente e si appigliano agli errori altrui e in piu' viene riconfermato l'odio, scrive il quotidiano di Belgrado 'Blic'. Anche se il miglioramento dei rapporti con i Paesi vicini sono tra le tre priorita' nell'agenda di tutti i paesi della regione, questo obiettivo appare irragiungibile grazie al fatto che nessuno dei numerosi problemi non e' stato risolto e ogni tentativo di soluzione affonda nella reciproca mancanza di fiducia e nelle inevitabili accuse.
Nella intervista a 'Blic' il capo della diplomazia serba, Vuk Jeremic ha confermato pero' che la collaborazione regionale e i rapporti di buon vicinato sono una delle priorita' della Serbia. «Appena cala la velocita' delle integrazioni europee, emergono in primo piano i problemi nella regione poiche' la situazione e' molto fragile. Proprio per questo noi insistiamo sulle integrazioni europee accelerate. La Serbia non accetta piu' le umiliazioni e insistera' ad un trattamento corretto e uguale in base al diritto internazionale e agli obblighi che sono stati presi precedentemente» ha detto Vuk Jeremic aggiungendo che molto probabilmente sara' necessario ancora del tempo, si spera non troppo lungo, che tutti i vicini si abituino a questo fatto.
Il piu' drastico tra i contenziosi – ha spiegato Jeremic – e' attualmente quello con il Montenegro perche' ha offerto nascondiglio ai criminali, capi del clan della cocaina. Il ministro degli esteri serbo ha sottolineato che lo scandalo cocaina che adesso e' esploso e' solo uno degli esempi di cattivi rapporti tra i due Paesi e che non si ricorda nemmeno quando le relazioni erano buone. E' un esempio di mancanza di reciproca fiducia e sincerita' che, se esistessero, non ci sarebbero gli scandali, ha precisato Jeremic.
La Serbia attribuisce la responsabilita' al Montenegro e con questo cerca di marginare il fatto che senza legami con le singole persone delle istituzioni o perfino con i vertici politici, questi criminali non sarebbero riusciti ad acquistare ville, proprieta' agricole ed aziende in Serbia. Dall'altra parte loro tutti sono nati e cresciuti in Montenegro e tutto quello che accade non sarebbe possibile senza il loro legame con l'establishment politico – afferma per 'Blic' l'eminente professore montenegrino, Svetozar Jovicevic.
Molti conoscitori della situazione nella regione vedono la soluzione del problema dei rapporti tra i Paesi vicini nelle loro integrazioni europee che sono praticamente l'unico obiettivo comune di tutti i Paesi della regione.
Ljubomir Frckovski, professore di diritto macedone, afferma sempre per 'Blic' che soltanto con l'aiuto dell'Ue e' possibile risolvere i problemi poiche' essi sembrano piu' morbidi e meno dolorosi dalla prospettiva eurointegrale. Per quanto riguarda problemi sull'asse Macedonia-Serbia, essi riguardano maggiormente la chiesa macedone che la Chiesa ortodossa serba non riconosce. Questo problema – e' dell'opinione il professor Frckovski – non sara' risolto perche' l'Ue non e' interessata ad occuparsene.
La giornalista del settimanale serbo 'Vreme', Tanja Tagirov, sottolinea che il tema attuale tra Croazia e Serbia, i cui rapporti secondo l'opinione dei leader dell'Ue sono cruciali per la regione, e' l'accusa per genocidio della Croazia contro la Serbia alla Corte internazionale di giustizia. «Gli atti di accusa servono per uso interno sia dell'una che dell'altra parte. Sia la Croazia che la Serbia sono in attesa di giustizia, ma giustizia non ci potra' essere finche' ciascuno degli Stati non affronta i propri crimini. In Serbia non e' stato ancora arrestato Ratko Mladic, mentre in Croazia Tomislav Mercep, come cittadino prominente, e' apparso perfino nella campagna elettorale presidenziale» spiega Tanja Tagirov.
Secondo Enes Osmancevic, professore alla Facolta' di Lettere a Tuzla, in BiH, il maggiore problema tra la Serbia e la BiH e' la posizione relativa ai crimini e alle vittime di guerra, all'impossibilita' di affrontare il passato e il processamento contro i responsabili per crimini di guerra. La gente in BiH e' stata soddisfatta quando e' stata annunciata la decisione serba di adottare una dichiarazione su Srebrenica, ma le dichiarazioni che vi sono seguite in cui si dice che non sara' usato il termine «genocidio» hanno provocato sospetti nella sincerita'. «E' un peccato che qui nei Balcani non abbiamo politici con visione. Ci manca un Villi Brandt dei Balcani» ha detto Enes Osmanovic.

Tadic: il Tpi dell'Aja non deve liberare Gotovina
In una intervista di questi giorni al settimanale di Belgrado 'Vreme', il presidente della Serbia Boris Tadic ha dichiarato che per la Serbia e' importante che la Croazia consegnasse al Tpi dell'Aja tutti i documenti relativi agli atti di accusa contro il generale Ante Gotovina, attualmente sotto proccesso all'Aja. Ricordiamo che l'arresto e l'estradizione dell'ex generale croato e' stata la condizone chiave per l'inizio del processo di negoziati di adesione della Croazia all'Ue e attualmente e' in corso il processo contro Gotovina e altri due generali croati Markac e Cermak, tutti accusati di responsabilita' di crimini di guerra contro i serbi croati nell'operazione militare croata 'Tempesta' che ha acconsentito nel 1995 la liberazione di una grande parte del territorio croato occupato dai serbi.
Il presidente serbo ha espresso preoccupazione che Gotovina potrebbe essere liberato a causa della 'mancanza di prove'. «Questo sarebbe molto negativo per le relazioni tra Serbia e Croazia» ha sottolineato Tadic. Alla domanda del giornalista su un possibile prossimo incontro con il nuovo presidente croato Ivo Josipovic, Tadic ha detto che questo incontro avra' senso soltanto se potranno essere mostrati dei risultati concreti ai cittadini sia dell'uno che dell'altro paese.
«Questo incontro deve essere preparato bene invece di diventare solo una parte del decoro politico. La Croazia ha delle aspettative verso la Serbia, ma anche la Serbia ha aspettative nei confronti della Croazia» ha rilevato il capo dello stato serbo aggiungendo che le relazioni tra i due Paesi bisogna risolverle passo dopo passo. Secondo Tadic la questione di garantire il ritorno dei profughi serbi, la restituzione della loro proprieta' e il rispetto dei loro diritti umani e di minoranze sono alcune delle questioni importanti di cui si devono occupare i leader di tutti e due Paesi. Il presidente della Serbia insiste che nel caso di Ante Gotovina si tratta di «gravi crimini di guerra contro i serbi» e in questo senso afferma che «sarebbe male se la Croazia ostacolasse il processo e la rivelazione della piena verita' se i documenti, vale a dire i contestati diari di artiglieria dell'operazione militare 'Tempesta' non venissero consegnati, come richiesto, al Tribunale dell'Aja. Ultimamente ci sono informazioni che nemmeno l'Ue riesce a rintracciare i documenti in questione e che potrebbe essere vero che questi documenti non sono nemmeno esistiti. Da aggiungere che i documenti in questione dovrebbero rappresentare delle prove importanti nel processo contro i tre generali croati. Sempre insistendo sul fatto che Gotovina potrebbe essere proclamato non colpevole, il presidente della Serbia menziona il caso di Ramush Haradinaj, ex premier del Kosovo e uno dei leader dell'esercito di liberazione kosovaro il quale e' stato processato per crimini di guerra contro i serbi kosovari ma alla fine e' stato liberato dalle accuse. «I testimoni sono stati uccisi, mentre le prove sono scomparse senza traccia» ha detto Tadic.
Oltre ad accusare la Croazia di possibile ostruzionismo nel processo a Gotovina ed esprimendo preoccupazione per una possibile sentenza di scagionamento, Tadic ha risposto anche alle recentissime dichiarazioni del suo collega croato, Ivo Josipovic. «Il nuovo presidente ha sottolinato bene che per loro e' molto importante che Ratko Mladic si trovi all'Aja. Io aggiungerei che questo e' ancora piu' importante per la Serbia» ha detto Tadic. C'e' da aggiungere che il presidente serbo ha riunuciato di partecipare all'inaugurazione del presidente Josipovic a cuasa della presenza del presidente kosovaro, Fatmir Seidju, evitando cosi' la possibilita' di un primo incontro ufficiale. Tadic ha detto che «e' sintomatico quando si parla di una mano tesa alla collaborazione. Vediamo se i fatti confermeranno queste parole» e ha sottolineato di conoscere Josipovic da prima e di osservare adesso attentamente le sue prime mosse.

PASSAGGIO IN ONDA



Passaggio a Sud Est è in onda
il sabato alle 22,30
su Radio Radicale



La prima parte della puntata di sabato 27 febbraio è interamente dedicata alla situazione in Turchia con l'intervista a Marta Ottaviani sulla complessa situazione politica del Paese e sullo scontro tra governo islamico moderato e forze armate dopo gli arresti di decine di persone, tra cui diversi alti gradi militari, accusate di aver progettato un colpo di stato nel 2003.

Nella seconda parte le corrispondenze di Marina Szikora e Artur Nura sulle principali questioni dell'attualità politica dei Balcani occidentali. In particolare gli ostacoli alla riconciliazione tra i Paesi della regione e l'attività del Tribunale internazionale sull'ex Jugoslavia, il vertice energetico di Budapest, la situazione politica in Albania, il Kosovo, l'annosa querelle tra Grecia e Macedonia sul nome dell'ex repubblica jugoslava.

Ascolta la puntata di Passaggio a Sud Est del 27 febbraio

Tutte le puntate precedenti sono riascoltabili sul sito di Radio Radicale.