sabato 9 ottobre 2010

PASSAGGIO SPECIALE

Le elezioni in Bosnia Erzegovina: commenti, analisi, prospettive

Lo Speciale di Passaggio a Sud Est andato in onda il 6 ottobre a Radio Radicale è stato dedicato alle elezioni politiche e presidenziali che si sono tenute in Bosnia Erzegovina domenica 3 ottobre, caratterizzate dal notevole successo dei nazionalisti nella Republika Srpska e dall'affermazione dei moderati nella Federazione croato-bosgnaca, ma soprattutto dall'alta astensione (un cittadino su due non è andato a votare) e dalla conferma delle divisioni etniche che permangono nel Paese.
L'esito del voto, i commenti e le reazioni in Bosnia e negli altri paesi nella regione balcanica e dell'ex-Jugoslavia, la regolarità del processo elettorale sono i temi trattati nella trasmissione realizzata con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura e con il commento del deputato radicale Matteo Mecacci, relatore su democrazia e diritti umani dell'assemblea parlamentare dell'Osce, che ha fatto parte della missione internazionale di monitoraggio del processo elettorale dell'Organizazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa.

La trasmissione è disponibile sul sito di Radio Radicale nella sezione delle Rubriche oppure direttamente qui



                                                  

mercoledì 6 ottobre 2010

BOSNIA: QUEL CHE RESTA...

"Quel che resta della fiera, dura e bella gente di Bosnia"
di Francesco De Filippo

Pubblico qui il testo scritto dallo scrittore e giornalista Francesco De Filippo per il libro di Luca Leone "Bosnia Express" pubblicato da Infinito Edizioni

Da capolinea a capolinea.
Che sia un percorso circolare o da un punto all'altro (il che implica, o fa sperare, un ritorno) poco cambia. Qui è la Bosnia.

Con la furia appassionata di un amante tradito che rivuole indietro la propria compagna - e non malata, stato in cui il tradimento l'ha trasformata - l'Otello Luca Leone urla e si dispera per questa Bosnia. Per quella che è e per quella che (ineluttabilmente?) sarà. Dipende dai più forti e un po' anche da loro, i bosniaci. E da tutti coloro che nel magma fetido della mafia locale intendono metterci mano o voce. Quella locale di mafia e quella importata, più pericolosa perché insospettabile: veste abiti firmati, è di casa nelle insonorizzate stanze del potere, frequenta nomi quotidianamente sui giornali e vescovi o ulema di altissimo rango. Insomma, quella che conta e che decide le mosse sullo scacchiere internazionale.

Qualcuno molto potente tracciava una linea orizzontale molto vicino al vertice della piramide sociale per spiegare che leggi, regole, quotidianità varie sono forme organizzative che attendono alla parte sottostante della figura geometrica; per i pochi che ne sono al di sopra non vigono gli stessi ordinamenti, chi regola le sorti del mondo siede in un pantheon dove le regole devono necessariamente essere diverse.

Non so se sia vero o soltanto accettabile, ma la Bosnia oggi come la racconta Leone è la materializzazione di questa ipotesi. E non per i miliardari locali che affogano nell'oro e gestiscono media, edilizia, mafiette; e nemmeno per i corrotti politici, dal consigliere del piccolo villaggio al parlamentare di una delle due Entità dello Stato bosniaco (BiH), la Federazione di Bosnia Erzegovina (FBiH) o la Republika Srpska (RS). No, questi sono le varie specie di parassiti che spolpano la bestia agonizzante o già morta; il nugolo di mosche che ronza intorno alla carogna asportandone più o meno microscopiche porzioni.

No, mi riferisco alle grandi potenze, alle grandi aziende da quelle supportate, ai potenti gruppi finanziari, alle menti che non hanno volto e che ci sono dietro la scelta di far scoppiare un incendio qua, un conflitto là, una crisi economica da qualche altra parte. A quelli cioè che danno la zampata per atterrare la preda. Poi, una volta che questa è ferita, una volta che il giocattolo è pronto, gente patologicamente tarata come un Karadzic o un Mladic si trova dovunque e a buon mercato per fare il lavoro sporco. Una volta terminato, gli eroi di latta possono venir scaricati.

Gli idealisti, i fiduciosi nell'autorità e gli struzzi non credono a questa teoria. Sono convinti che le dinamiche sociali siano tutte spontanee e che - vista la complessità del progetto e la ancor più difficile sua realizzazione - nessuno abbia il potere per controllare intere porzioni di mondo e di contesti sociali. Tutt'al più, qualcuno potrebbe aver soffiato sul fuoco e indirizzato le fiamme in questa o in quella direzione. Personalmente, sono pessimista e ho un gran rispetto (e timore) dell'aggressività umana, specie se covata con il tepore non dell'odio ma dell'indifferenza, della non conoscenza dell'altro, come accade ai tanti banchieri o industriali formatisi al chiuso di grattacieli di ferro e vetro, abituati a decidere di fronte a numeri, tabelle, diagrammi piuttosto che volti, carne e sangue. Agiscono come generali: questi muovono divisioni di soldati, quelli di operai; questi li mandano al macello o a compiere il macello, quelli in un altro stabilimento o a casa

Ma tant'è: che sia inconfutabile o falsa questa teoria, i dati di fatto e la realtà coeva sono un esito che attecchisce alla sua fondatezza come alla sua inconsistenza. È tanto oltre da ridicolizzare chi perde tempo ad analizzare le cause. Chi ha fame, non si chiede dove è prodotto il cibo che gli viene porto né se la mano che lo porge è ben lavata. Il distinguo e l'analisi sono leziosità appannaggio della sazietà.

Scomparsi i protagonisti visibili e patinati dello scempio della ex Jugoslavia, uno stormo di predatori si è abbattuto sulla regione. Come ogni specie animale che si rispetti, a soccombere è sempre l’esemplare più debole. Dunque nel mattatoio balcanico se la Serbia poteva contare su Mosca, la Slovenia sulla Germania e la Croazia sul Vaticano, a essere terra di conquista non poteva che essere la Bosnia Erzegovina, fino all’altro ieri raffinato e civilissimo laboratorio di pacifica convivenza sociale e religiosa tra musulmani, ortodossi, cattolici, ebrei e altri ancora.

Poi, i cingolati hanno spezzato il ponte di Mostar, i cuori coraggiosi dei cittadini di Sarajevo, le vite dei diecimila di Srebrenica, e non sono più andati via. È stato soltanto sostituito il mezzo meccanico che vi era montato sopra: dal carro armato alla ruspa. Lo spirito di conquista di chi indossa le mimetiche è soltanto più affilato di quelli che indossano i colletti bianchi. Cambia la scacchiera ma il gioco e le pedine sono le stesse. Chi è arrivato dopo le granate non voleva portare via vite ma soltanto ricchezze, quel poco che era rimasto: cementifici, risorse idriche ed energetiche, edilizia. Ai succubi ancora storditi di una guerra la cui fine non hanno mai compreso, non restavano che stipendi da trecento euro al mese, alti tassi di disoccupazione, classe politica acquistabile sfusa o a pacchetti, produzione clandestina di piccola artiglieria da esportazione, potenti mafie cui assoggettarsi senza fiatare. E una scelta prioritaria e definitiva: stare con i musulmani o con i cattolici. Non per convinzione metafisica ma per tutela sociale, come in alcuni Paesi arabi, come in alcuni Paesi occidentali.

Luca Leone non ci consegna un libro, ci dà uno schiaffo. Lui che bosniaco non è, anzi italianissimo, ha il candore di indignarsi ancora davanti alle fosse comuni terziarie di Srebrenica, di arrabbiarsi per le scorie tossiche colate a picco dai francesi nel lago di Buško, di commuoversi davanti alla splendida natura bosniaca, anche se ancora da sminare e forse solo per questo non contaminata, appiattita sotto una coltre di malta, strappata per far largo a torri di hotel.

La sua inchiesta è dettagliata, analitica, completa. Con nomi e dati. Parziale perché ardente, appassionata; l’urlo di un uomo impotente che vede la devastazione e non ha la forza, le armi per fermarla. Se non quella di affidare la sua voce, il proprio sdegno, alle parole e quelle alla stampa e la stampa agli occhi degli altri, nel tentativo di moltiplicare il messaggio, di fomentare altro sdegno e imbarazzo, altra rabbia e incitare al cambiamento.

Qualcosa della fiera, dura e bella gente balcanica è rimasto. Ha il sapore dello spigolo di uno scoglio. Bosnia Erzegovina con Albania e Islanda sono gli unici Paesi de-mcdonaldizzati.

I responsabili, dietro le quinte, della mattanza non pagheranno mai. Quelli che si sono messi in mostra, poco alla volta e con lentezza, vengono risucchiati dal Tribunale penale dell’Aja. Occorre oggi fare sforzi perché la gente comune di questo Paese, il paese dei centomila morti, non fosse altro che per la sofferenza patita, abbia un sospiro di serenità, un futuro tranquillo. Non agiato, pacifico, animato di un nuovo sorriso.


©Infinito edizioni 2010
Il testo può essere ripreso liberamente citando la fonte
Per informazioni, Infinito edizioni: 06/93162414
Maria Cecilia Castagna: 320/3524918

                                           

martedì 5 ottobre 2010

BOSNIA: INTERVISTA A CHRISTOPHE SOLIOZ

Pochi giorni prima delle elezioni in Bosnia Erzegovina ho intervistato Christophe Solioz, segretario generale del Centre for European Integrations Strategies, co-autore dell'articolo di cui parlavo nel post precedente, oltre che di diversi saggi sui Balcani di cui il più recente è "Retour aux Balkans. Essais d'engagement 1992-2010" (Ed. L'Harmattan).

L'intervista è andata in onda a Radio Radicale nella puntata di Passaggio a Sud Est del 2 ottobre e oltre che sul sito di RR la potete ascoltare direttamente qui




Qui invece il sito del Centre for European Integrations Strategies




    

UNA SCOSSA PER LA BOSNIA

Il 3 ottobre i cittadini della Bosnia-Erzegovina sono stati chiamati alle urne per le elezioni forse più importanti dalla loro storia recente. E' la settima volta che in Bosnia si tengono elezioni generali dall'instaurazione del sistema multipartitico nel 1990, ma ora i nuovi eletti avranno il compito di scongiurare l'implosione del paese e portarlo fuori dalla più grave crisi politico-istituzionale nei quindici anni trascorsi dalla fine della guerra nel 1995. Una crisi che ne sta bloccando lo sviluppo socio-economico e il processo di integrazione regionale e internazionale. Per uscire dall'impasse occorre una rottura, il coraggio di osare il cambiamento, sia da parte delle classi politiche locali, sia da parte della comunità internazionale, Ue in primo luogo.
E' quanto scrivono tra l'altro Christophe Solioz, segretario generale del Centre for European Integration Strategies di Ginevra, e Wolfgang Petritsch, già Alto rappresentante internazionale in Bosnia Erzegovina(1999-2002), in un articolo pubblicato in questi giorni in Svizzera da Le Temps e in Austria da Der Standard.
Petritsch e Solioz individuano quattro questioni che vanno affrontate e risolte per far uscire il Paese dalla crisi: in primo luogo la comunità internazionale, e i paesi membri dell'Ue per primi, deve dimostrarsi più unita e coerente rispetto alla Bosnia; in secondo luogo la comunità internazionale deve subito impegnare i nuovi eletti in Bosnia in un partenariato fondato su una responsabilità condivisa; occorre poi avere la coscienza che l'adesione all'Ue non è al momento all'ordine del giorno; infine la Bosnia dovrebbe essere promotrice di una cooperazione regionale, premessa all'integrazione europea, creando uno spazio economico sul modello di quella europea degli anni '90.
Qui di seguito (in francese), il testo dell'articolo di Petritsch e Solioz.
BOSNIE: OSER LE CHANGEMENT
par Wolfgang Petritsch et Christophe Solioz (*)

Le 3 octobre 2010 quelque 3 millions de citoyens de Bosnie-et- Herzégovine sont convoqués aux urnes pour les élections générales, la septième du genre depuis l’instauration du système pluripartite en 1990. Les élus auront la redoutable tâche de sortir leur pays d’une crise sans pareille depuis la fin de la guerre il y a 15 ans. Qu’est-ce qui a pu mener ce pays au bord de l’implosion ? Et comment sortir la Bosnie de cette impasse ?

Les carences de l’Accord de Dayton (signé à Paris le 14 décembre 1995), entérinant l’existence de deux entités et privilégiant une excessive décentralisation au détriment du pouvoir central, apparaissent plus que jamais au grand jour. Bouée de sauvetage à l’origine, cet accord est devenu une camisole de force empêchant une refonte structurelle du pays. Si le Bureau du Haut représentant (OHR) de la communauté internationale fut efficace jusqu’en 2005, renforçant l’État central, réformant l’économie, introduisant des changements constitutionnels, ce n’est plus le cas depuis. Pire, il a perdu toute crédibilité aux yeux des bosniens. Le manque de coordination et de cohésion, quand il ne s’agit pas de rivalité de personnes, est à l’origine des multiples erreurs commises. À côté d’un OHR en perte de vitesse, dont on annonce la fermeture depuis fin 2005, différentes initiatives visant à forcer un accord entre politiques bosniens ont vu le jour : elles ont toutes lamentablement échoué. La dernière date de fin 2009 : le dit « processus de Butmir » — de toute évidence préparé à la va-vite, omettant par dessus le marché d’impliquer le Haut représentant — escomptait extorquer de modestes changements constitutionnels au prix de quelques concessions. Même un tel accord à minima ne trouva grâce aux yeux de l’élite politique du pays.

Les errances de la communauté internationale n’expliquent pas à elles seules le fiasco actuel. Depuis 2006, l’opposition viscérale entre Milorad Dodik (premier ministre tout puissant de l’entité « serbe ») et Haris Silajdzic (membre bosniaque de la présidence de la Bosnie) prend en otage la scène politique. Arquebouté sur une Republika Sprska fonctionnelle, une fortune personnelle conséquente et le soutien complaisant des autorités de Belgrade, Dodik joue les provocateurs de première. Bien que soupçonné d’être en relation directe avec le monde du crime organisé, le premier ministre de l’entité serbe échappe à la justice et ne se prive pas de critiquer régulièrement de manière méprisante les bosniaques, de braver systématiquement les prérogatives du pouvoir central, et de défier — lorsqu’il ne le ridiculise pas — le OHR. Cette perfide stratégie permet à Dodik de s’opposer à toute réforme. Si, lors des élections à venir, le représentant de la communauté bosniaque Silajdzic risque de perdre des plumes, probablement au profit de l’Union pour une meilleur futur — nouveau parti créé par le magnat de presse et propriétaire du quotidien Dnevni Avaz Fahrudin Radoncic —, rien d’indique que l’étoile de Dodik viendrait à pâlir.

Confronté d’une part aux excentricités et extravagances d’un Dodik et, d’autre part, aux limites d’une « démocratie (mal) contrôlée » par la communauté internationale, il faut introduire une rupture, oser le changement. Premièrement, la communauté internationale, plus particulièrement les pays membres de l’UE doivent se montrer plus unis et cohérents. D’où le nécessaire alignement des différentes politiques menées actuellement en Bosnie ; ceci au profit d’une approche commune faisant autorité. La Turquie peut servir ici d’exemple, ce pays s’est engagé depuis plusieurs années avec autant de détermination que de succès dans une politique centrée notamment sur l’amélioration des relations de la Bosnie avec la Croatie et la Serbie. La Turquie a gagné en visibilité et en respect ; cela se sait et l’exemple mérite d’être suivi. Deuxièmement, la communauté internationale doit engager rapidement avec les autorités nouvellement élues un partenariat fondé sur une responsabilité partagée et un agenda convainquant. Le partenaire bosnien doit être clairement désigné et responsabilisé. Nous ne songeons pas ici à la présidence tripartite qui devrait être cantonnée à un rôle essentiellement honorifique, mais au conseil des ministres qui recevrait ainsi plus de poids. Dans un premier temps, le partenariat porterait sur la mise en œuvre d’un programme national de réformes ciblant les mesures liées à la fermeture du OHR et à l’adhésion à l’UE. Pas de révolution, mais un train de mesures centrées sur des objectifs réalistes. L’adoption des multiples normes européennes contraindra les partis bosniens à forger progressivement un nouveau consensus. Il faut être réaliste, les changements constitutionnels et autres réformes d’ampleur viendront bien plus tard et ne pourront être imposés de l’extérieur.

Troisièmement, il importe de prendre en compte le fait que l’adhésion n’est pas à l’ordre du jour. Alors que l’on envisage aujourd’hui celle de la Croatie et de la Serbie, il serait cependant inadmissible de laisser la Bosnie sur le bas-côté. La mise en place du service diplomatique européen doit accorder une attention particulière aux États fragiles que sont la Bosnie et le Kosovo. Des mesures spécifiques doivent être envisagées en faveur de ces pays ; nous songeons notamment à une intégration sectorielle dans les domaines de l’économie, de l’agriculture, de l’éducation et de la recherche. La nomination d’un Haut représentant pour les Balkans — mesure actuellement envisagée par Catherine Ashton, Haut représentant de l’Union pour les affaires étrangères et la politique de sécurité — faciliterait certainement la mise en œuvre d’un tel programme.
Quatrièmement, au nom de la coopération régionale — critère d’adhésion à l’UE pour les pays des Balkans occidentaux — la Bosnie pourrait, avec ses États voisins, prendre l’initiative de créer un Espace économique de l’Europe du Sud-Est. Sur le modèle de l’Espace économique européen des années 1990, un tel organisme garantirait aux pays concernés la participation au processus d’intégration économique de l’UE. Au delà des intérêts économiques évidents, le poids politique des Balkans occidentaux se verrait ainsi renforcé et le processus d’adhésion s’en trouverait facilité. Un tel programme, consolidant l’État et assurant son intégration progressive à l’UE, peut sortir la Bosnie de l’impasse.

(*)
Wolfgang Petritsch, già Alto rappresentante internazionale in Bosnia Erzegovina(1999-2002), attuale ambasciatore austriaco presso l'Ocse
Christophe Solioz, segretario generale del Center for European Integration Strategies (CEIS) di Ginevra
L'articolo è stato pubblicato il 30 settembre in Austria da Der Standard e il 1 ottobre in Svizzera da Le Temps



ELEZIONI IN BOSNIA: VINCONO ASTENSIONE E DIVISIONE

Sarajevo: il Parlamento
Prevalenza delle forze moderate nella Federazione croato-bosgnacca, forte affermazione dei nazionalisti nella Republika Srpska. Ci vorrà qualche tempo per valutare appieno i nuovi rapporti di forza tra i partiti politici - a causa dell'intricata architettura istituzionale del Paese imposta dagli accordi di pace del 1995 - ma questo può essere in estrema sintesi il risultato delle elezioni generali svoltesi in Bosnia Erzegovina domenica 3 ottobre per il rinnovo di tre parlamenti (quello centrale e quelli delle due entità federate) e delle ammnistrazioni dei dieci cantoni in cui è suddivisa la Federazione croato-bosgnacca, oltre che della presidenza tripartita per i quali sono stati eletti il croato-bosniaco Željko Komšić, il serbo-bosniaco Nebojša Radmanović e per i bosgnacchi Bakir Izetbegović, figlio del "pater patrie" Alja Izetbegović. Nella Republika Srpska il voto indica un consolidamento del potere dell'Snsd dell'attuale premier nazionalista Milorad Dodik che si avvia ad essere il nuovo presidente dell'entità serbo-bosniaca.
Come da più parti segnalato alla vigilia, il vero vincitore appare essere però il partito dell'astensione: un bosniaco su due non è andato votare, con percentuali molto simili sia nella Federazione che nella RS. C'è poi un altro dato, da alcuni organi di informazione segnalato come preoccupante, ovvero quello relativo alle schede nulle che, secondo la presidente della Commissione elettorale centrale, sarebbero più di 100.000.
La campagna elettorale è stata condotta all'insegna di un sostanziale "fair play" tra le forze politiche, senza particolari tensione etniche o espressioni violente tra i candidati, a parte l'incidente di Srebrenica di cui è stato protagonista il leader serbo-bosniaco Dodik. Ma come osserva molto giustamente Andrea Rossini su Osaservatorio Balcani e Caucaso, più che segnalare la pacificazione del Paese e un compiuto processo di elaborazione del suo recente tragico passato, il dato sottolinea la divisione di un Paese in cui ogni partito si rivolge al proprio elettorato ormai nettamente definito su base etnico/nazionale.
Il problema è proprio questo, per da qui nasce l'impasse che ha portato la Bosnia in una situazione di blocco politico-istituzionale che impedisce le riforme di cui il paese ha assoluto bisogno, prima di tutto per sé stesso, per il suo futuro e per le sue possibilità di sviluppo, e poi per potersi garantire un adeguato processo di integrazione regionale e internazionale.
Intanto, dopo il voto, ora dovrà essere formato il governo e qui le cose si fanno complicate anche se non ovunque, visto che almeno per quanto riguarda la Republika Srpska, il largo sostegno popolare di cui gode l'Snsd di Dodik gli permetterà di farsi il governo da solo. Nella Federazione croato-bosgnacca, invece, al momento tutto sembra possibile. Nessun partito ha i numeri per governare da solo. Dunque, chi farà coalizione con chi? Servirebbe un indovino, risponde Dario Terzić su Osservatorio Balcani e Caucaso, dato che quelli che si odiavano ieri, forse già domani potrebbero insieme nel governo. Ma soprattutto: "Cambierà qualcosa? La gente riuscirà a mettersi d'accordo nel parlamento? Oppure sarà come prima? Niente paura, c'è ancora un Alto Rappresentante a dire l'ultima. Ma la comunità internazionale dichiara che prossimamente se ne andrà via...".

                                        

TURCHIA: APPELLO DI FNSI E EFJ PER LA LIBERAZIONE DI 40 GIORNALISTI

Un appello ai cittadini italiani ed europei è rivolto dalla Federazione nazionale della stampa italiana (il sindacato dei giornalisti italiani, Fnsi) e dalla Federazione europea dei giornalisti (Efj) affinché i giornalisti attualmente in prigione in Turchia siano immediatamente liberati affinché il movimento nato per richiedere modifiche-chiave della costituzione del Paese possa rispettare le promesse di democrazia e libertà.

La Fnsi e l’Efj esprimono solidarietà al Sindacato dei giornalisti turchi (Tgs) e fanno appello per un immediato ed incondizionato rilascio di più di quaranta giornalisti imprigionati in Turchia per aver fatto nient’altro che il loro lavoro.
I giornalisti turchi attualmente in prigione sono in attesa di giudizio e accusati per aver violato il codice penale del loro paese o le leggi anti terrorismo in conseguenza del loro lavoro. Inoltre più di settecento colleghi stanno affrontando cause giudiziarie con la minaccia di essere messi in prigione.
La Tgs ha già unito le forze il 25 agosto con le altre 18 organizzazioni sindacali di operatori di media, per stabilire una Piattaforma della Libertà per i Giornalisti e per monitorare le problematiche riguardanti la libertà dell’informazione. Un collegio legale sarà costituito, per riesaminare casi giudiziari riguardanti la libertà di stampa in Turchia.
Con il pieno sostegno dei colleghi italiani e europei, la Fnsi e l’ Efj lanciano un appello ai cittadini italiani ed europei perché sottoscrivano questa campagna a cui si può aderire semplicemente aprendo la pagina all’indirizzo http://www.ifj.org/en/pages/set-turkish-journalists-free e cliccando invia.


                                        

domenica 3 ottobre 2010

PASSAGGIO IN ONDA

La puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda sabaro 2 ottobre a Radio Radicale

La prima parte della trasmissione è dedicata alle importanti elezioni generali del 3 ottobre in Bosnia Erzegovina con, tra l'altro, un'intervista a Cristophe Solioz, segretario generale del Centre for European Integration Strategies di Ginevra.

Nella seconda parte la situazione politica in Albania, con il sempre più duro scontro tra la maggioranza di centro-destra e l'opposizione guidata dal Partito socialista, le dimissioni del presidente del Kosovo, Fatmir Sejdiu, il prossimo viaggio di Hillary Clinton in Europa sud orientale e le iniziative della ReKom Coalition.

La trasmissione, realizzata come di consueto con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura, è riascoltabile direttamente qui



oppure sul sito di Radio Radicale nella sezione delle Rubriche

                                      

sabato 2 ottobre 2010

INTERVISTA A VALENTINA PELLIZZER

Domani la Bosnia Erzegovina va al voto per elezioni che probabilmente sono le piùimportanti della sua storia recente. E' molto probabile che dalle urne non escano particolari novità e che alla fine il vero vincitore sia il partito dell'astensione, soprattutto fra gli elettori giovani. Alla vigilia del voto penso sia interessante proporre l'intervista che ho realizzato all'inizio dello scorso mese di giugno con Valentina Pellizzer quando mi trovavo a Sarajevo per seguire il vertice Unione Europea-Balcani occidentali.
Valentina Pellizzer è la responsabile della sede di Sarajevo della ong "Oneworld Platform for Southeast Europe" (http://www.oneworldsee.org/) e da undici anni vive in Bosnia. Nell'intervista ho cercato di farmi raccontare il ritratto del paese oggi, quindici anni dopo la fine di una guerra che ha lasciato un solco profondo di divisioni e diffidenze ancora molto vive. Un paese che, dice Valentina, "ha bisogno di guardarsi allo specchio per vedere quanto è brutto" e darsi una scossa, che deve imparare a camminare sulla proprie gambe senza aspettare che il fratello maggiore, l'Unione Europea, gli risolva i problemi. Un paese dissilluso dalla politica e in cui i politici speculano e sfruttano le divisioni della società, ma nel quale ultimamente sono nate delle formazioni che potrebbero rappresentare una novità in un panorama monopolizzato dal nazionalismo. Un paese in cui manca ancora una vera società civile consapevole dei propri diritti e capace di affermarli e di difenderli, ma in cui esistono anche molti gruppi e organizzazioni di base che non riescono ancora a "fare rete" tra di loro ma che si impegnano molto prima di tutto per superare le contrapposizioni etniche.

La registrazione dell'intervista è disponibile qui



oppure sul sito di Radio Radicale.


                             
          

venerdì 1 ottobre 2010

LA BOSNIA HA BISOGNO DI POLITICI E CITTADINI RESPONSABILI

di Marina Szikora (*)
Il testo è la trascrizione della corrispondenza per lo Speciale di Passaggio a Sud Est andato in onda mercoledì 29 settembre a Radio Radicale dedicato alle elezioni del 3 ottobre in Bosnia Erzegovina

“E’ l’ultimo momento che la Bosnia Erzegovina inizi ad essere uno stato funzionante che al tempo stesso garantisce l’uguaglianza di tutti e tre popoli costituenti” ha detto in una intervista esclusiva pubblicata sabato scorso sul quotidiano “Dnevni avaz” il presidente croato, Ivo Josipovic. Ha aggiunto che forse si tratta di una tesi programmatica e generale che in questo momento tutti pronunciano, ma il come realizzarlo e’ soltanto un compito della gente in BiH ed e’ sbagliato aspettarsi che qualcuno dall’esterno trovi la formula giusta. “Spero che quelli che alle prossime elezioni saranno eletti dai cittadini della BiH a guidare il Paese comprendano che si tratta dell’occasione per un nuovo inizio, girato dal passato e indirizzato verso il futuro della BiH in Europa” ha detto Josipovic. Il presidente croato ha valutato che la situazione nell’intera regione e’ migliorata da quando gli Stati di quest’area hanno una comunicazione migliore e che e’ stato creato un partenariato che nel futuro dara’ risultati. La questione di maggiore qualita’ delle relazioni nella regione e’ anche una questione di sicurezza, ma altrettanto un fattore di ripresa economica e di sviluppo di ciascuno di questi paesi.

Per quanto riguarda le relazioni con la BiH, sia la Croazia che la Serbia devono lasciare la soluzione dei problemi in questo paese ai loro cittadini, e’ dell’opinione il presidente croato. “Imporre soluzioni non puo’ dare buoni risultati a lungo termine” ha sottolineato Josipovic e ha avvertito che e’ arrivato l’ultimo momento per cambiare certe relazioni e politiche. Inevitabile in questo senso e’ stato il commento sul comportamento del premier della Republika Srpska, Milorad Dodik e sulle sue sempre piu’ pesanti dichiarazioni relative alla secessione dell’entita’ serba in BiH nonche’ la sua negazione del genocidio di Srebrenica. Josipovic ha detto che alcune dichiarazioni del premier della RS, nonostante il contesto della retorica elettorale, lo preoccupano e rendono triste. “Il problema e’ che in politica, perfino in questa nostra politica balcanica, le parole pronunciate obbligano....una volta detta una dichiarazione sbagliata e’ come lo spirito che esce dalla bottiglia. E’ difficile farlo tornare indietro” ha detto il capo dello stato croato e ha ammonito: “Quello che dichiariamo, dovremmo pronunciare con maggiore responsabilita’. In una situazione cosi’ delicata come quella della BiH, tutti dovrebbero astenersi dalle parole che aprono le ferite degli altri popoli e cittadini. La questione della genocidita’ della tragedia di Srebrenica, dopo la sentenza della Corte internazionale di giustizia, per me non e’, non puo’ e non deve essere messa in questione. Srebrenica richiede soltanto una pieta’ umile davanti ai crimini monumentali e davanti al terrore delle vittime” ha detto Josipovic. Ma il presidente croato ha ricordato anche di aver avuto un incontro con il premier Dodik (durante il suo recente viaggio in BiH) in cui aveva udito dichiarazioni del tutto diverse che andavano a favore della BiH in quanto uno stato unico. Anche dichiarazioni a favore del ritorno della popolazione croata nella RS e la possibilita’ di una loro maggiore partecipazine alle elezioni. Ma ogni annunciamento di una politica che condurebbe alla destabilizzazione della BiH, destabilizza anche la regione, ha detto Josipovic.

L’Unione paneuropea, l’associazione sovranazionale istituita con l’intento di porre le basi per il conseguimento dell’unita’ politica ed economica dell’Europa, ritiene invece che per un cambiamento della preoccupante situazione di stallo in BiH vi e’ neccessario un forte e responsabile impegno dell’Ue. A tal proposito, l’associazione ha invitato i politici locali e quelli della comunita’ internazionale impegnata in BiH ad attuare le riforme costituzionali nel Paese che porterebbero ad una posizione uguale di tutti e tre popoli che compongono l’attuale BiH nonche’ ad un maggiore impegno nell’avvicinamento della BiH all’Ue e alla NATO. Nella dichiarazione approvata alla conferenza internazionale intitolata “Europa sudorientale davanti alle porte dell’Ue – le sfide per la BiH” che l’Unione paneuropea ha organizzato in questi giorni a Madjugorje, si afferma che le riforme costituzionali renderebbero il Paese piu’ giusto e autosostenibile nonche’ compatibile con le richieste del processo di adesione all’Ue. La comunita’ internazionale viene ritenuta co-responsabile della situazione in BiH poiche’ fu lei stessa a creare il Dayton e quindi ora si attende un suo maggiore impegno nelle riforme costituzionali”. La dichiarazione paneuropea invita gli elettori della BiH a recarsi in maggior numero possibile alle urne motivando loro ad elleggere i partiti ed i candidati che non sono corrotti e che sono di orientamento proeuropeo. I partecipanti a questa conferenza ritengono che l’Ufficio dell’alto rapresentante internazionale per la BiH dovrebbe ricorrere maggiormente alle sue competenze di Bonn che acconsentiscono di imporre leggi e di destituire i funzionari eletti. L’alto rappresentante, Valentin Inzko, altrettanto presente alla conferenza, ha detto che “i cittadini della BiH il prossimo 3 ottobre hanno la possibilita’ di utilizzare loro le competenze di Bonn e di eleggere i migliori politici”. Va detto che la conferenza paneuropea organizzata a Medjugorje ha riunito oltre 100 partecipanti di diversi paesi europei e oltre a Valentin Inzko, c’erano anche i parlamentari europei nonche’ rappresentanti delle organizzazioni paneuropee dalla Croazia, Italia, Ungheria, Germania, Svizzera, Francia, Austria, Serbia, Slovacchia e Macedonia.

L’inviato del ministero degli esteri tedesco per l’Europa sudorientale, Turchia e per l’Associazione europea per il libero commercio (EFTA), il conte Nikolaus Lambsdorf ha sottolineato che la situazione di stallo negli ultimi anni in BiH e’ deludente e ha come conseguenza il deterioramento del Paese rispetto ai vicini, soprattutto rispetto alla Croazia ma anche rispetto ad altri paesi dei Balcani occidentali. Ha aggiunto che l’Alto rappresentante della comunita’ internazionale a Sarajevo e’ arrivato ai limiti delle sue possibilita’. “Sin dall’inizio, la Germania era a favore della prospettiva di adesione all’Ue, sin dai tempi di Hans-Dietrich Genscher come ministro degli esteri che si impegno’ affinche’ gli stati della regione diventino stati indipendenti il che si e’ dimostrato come giusto. Giusta e’ stata anche la prospettiva europea e noi vediamo l’effetto attraente dell’Ue nei Balcani” ha rilevato il rappresentante tedesco. Lambsdorf ha detto che nei Balcani mancano molte cose, ma molto e’ stato anche raggiunto, soprattutto sul piano di stabilizzazione che non significa soltanto la fine delle guerre che Milosevic inizio’ quattro volte, bensi’ la stabilizzazione della democrazia e il progresso economico. Quanto alle questioni irrisolte tra i singoli paesi, il rappresentante tedesco ha avvertito che “di fatto, ogni candidato all’adesione nell’Ue deve dimostrare di aver risolto i suoi contenziosi con gli altri. Non importeremo questi conflitti nell’Ue. Nei singoli casi questo sicuramente non sara’ facile, ma tutti i paesi dei Balcani occidentali devono capirlo” ha detto Nikolaus Lambsdorf.

L’innefficace amministrazione della maggiore entita’ della BiH, l’entita’ a maggioranza bosgnacca e croata ha paralizzato il processo decisionale e ha portato la Federazione BiH sull’orlo della bancarotta causando anche tensioni sociali. Se le autorita’ elette dopo il 3 ottobre continueranno a rinviare le riforme sperando che le riforme costituzionali accadranno presto a livello statale e risolveranno il maggior numero di problemi anche nella Federazione, rischiano un completo fallimento di questa entita’, ammonisce l’International crisis group (ICG), la pestigiosa organizzazione non governativa che analizza la situazione in regioni problematiche e ad alto livello si impegna per l’ostacolamento e la soluzione di conflitti pericolosi. ICG ricorda che tentativi di stabilire un equilibrio tra diritti colettivi e potere della maggioranza a tutti i livelli nella Federazione BiH hanno creato una struttura complicata di divisione di potere che “e’ frustrante per i bosgnacchi e non riesce a proteggere i croati”. Una delle coseguenze e’ che il governo federale dal 2009 a volte non e’ stato in grado di approvare nemmeno le principali decisioni quali ad esempio l’elezioni di rappresentanti della Corte costituzionale dell’entita’.

Ma per concludere con una voce di ottimismo in vista di queste importanti elezioni in BiH che saranno seguite con occhio attento sia in Europa che oltre Oceano, l’informazione relativa alle dichiarazioni del vicepresidente della Commissione per l’Europa sudorientale del PE, lo sloveno Jelko Kacin il quale ha annunciato la sospensione del regime di visti per i cittadini della BiH a partire dal primo gennaio 2011. Kacin lo ha fatto noto arrivando in BiH per appoggiare a nome dell’Associazione dei liberali e democratici europei (ALDE) la coalizione LDS e Partito ecologico europeo E-5 alle prossime elezioni. Secondo l’europarlamentare sloveno gia’ il prossimo 7 ottobre potrebbe essere presa la decisione sulla liberalizzazione dei visti alla mini sessione plenaria del PE a Bruxelles. Se ci fosse stata la volonta’ politica e responsabilita’ verso i cittadini, ha precisato Kacin, la BiH avrebbe potuto concludere questo lavoro senza problemi ancora nello scorso anno.
 
                                 

PASSAGGIO SPECIALE

La Bosnia Erzegovina al voto

Domenica 3 ottobre i cittadini della Bosnia Erzegovina sono chiamati alle urne per elezioni presidenziali, politiche e amministrative che saranno probabilmente le più importanti della storia recente del Paese, stretto da un'impasse politico-istituzionale che ne rallenta lo sviluppo, impedisce le riforme e mette a rischio il processo di integrazione europea.

Lo Speciale di Passaggio a Sud Est andato in onda mercoledì 29 settembre a Radio Radicale fa il punto in sintesi della situazione del Paese, bloccato da un assetto istituzionale figlio degli accordi di pace di Dayton che da "zattera di salvataggio" si è trasformato in "camicia di forza", ma in cui, nonostante le divisioni lasciate dalla guerra e la disillusione per la politica, ci sono alcune novità tra le forze politiche e, soprattutto, alcuni fermenti di una nascente società civile consapevole dei suoi diritti e disposta a lottare per affermarli.

La trasmissione, oltre alle corrispondenze di Marina Szikora e Artur Nura, propone alcuni passaggi di una mia intervista dello scorso giugno a Valentina Pellizzer, responsabile della sede di Sarajevo della ong "Oneworld Platform for Southeast Europe", e di un'altra mia intervista realizzata in questi giorni con Christophe Solioz, segretario generale del Centre for European Integration Strategies.

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