Quattro anni dopo la morte di Slobodan Milosevic, già presidente della Serbia e della Republica socialista della Jugoslavia, nonche' leader del Partito socialista della Serbia (SPS) e infine imputato di crimini di guerra davanti al Tribunale internazionale dell'Aja, molti politici serbi giudicano l'ex uomo forte di Belgrado responsabile per l'isolamento della Serbia e per il suo conflitto con l'intero mondo.
Di Marina Szikora (*)
In occasione del quarto anniversario dalla morte di Milosevic, giovedì scorso, Dragoljub Micunovic, deputato del Partito democratico (DS) del Presidente Boris Tadic che insieme al SPS governa attualmente in Serbia, ha ricordato che Milosevic come un uomo testardo che non aveva compreso la situazione politica mondiale ha condannato il Paese all'isolamento e alla confrontazione con il mondo. Micunovic ha valutato pero' che a Milosevic sono state attribuite tutte le colpe e gli errori commessi in quel periodo poiche' tutti i politici sono riusciti a sfuggire ogni tipo di responsabilita', imputando a Milosevic di essere l'unico colpevole mentre la sua politica verra' qualificata come una politica del tutto sbagliata.
Ivica Dacic, ministro degli Interni, vicepresidente del Governo serbo e al contempo presidente del Parito socialista della Serbia, il partito erede di quello di Milosevic, ha detto che il suo partito non puo' vivere nel passato ma che ai cittadini della Serbia deve offrire una visione del futuro. Dacic ha aggiunto che l'attuale leadership del SPS non vuole guardare "del tutto negativamente" al passato del partito ma neanche "mitizzarlo".
Secondo l'opinione del leader del Partito liberaldemocratico (LDP), partito di opposizione, Cedomir Jovanovic, l'imputato dell'Aja Slobodan Milosevic e' sfuggito alla responsabilita' per la sua politica ma non deve assolutamente sfuggire il tribunale politico, mentre la societa' serba oggi deve dire chiaramente quali sono stati gli errori che Milosevic aveva commesso.
Dragan Todorovic, capogruppo del partito di opposizione, l'ultranazionalista Partito radicale serbo (SRS) ha valutato che deve passare ancora tanto tempo finche' si possa avere una valutazione storica oggettiva del ruolo di Milosevic poiche', piu' o meno, tutti i funzionari politici sono per o contro Milosevic.
Ricordiamolo, Slobodan Milosevic e' morto di infarto l'11 marzo 2006 nella sua cella di Scheveningen durante il processo per crimini di guerra e contro l'umanita' in Kosovo e in Croazia nonche' per i crimini di genocidio in Bosnia Erzegovina. Il tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia incrimino' Milosevic il 27 maggio 1999 per crimini commessi durante il conflitto in Kosovo. Su decisione del governo serbo, l'ex presidente serbo fu estradato all'Aja il 28 giugno 2001 e il 9 ottobre 2001 accusato anche di crimini commessi in Croazia. Infine il 23 novembre dello stesso anno fu accusato per genocidio in Bosnia. Il processo a Milosevic inizio' il 12 febbraio 2001 mentre la sua difesa ebbe inizio il 31 agosto 2004. Dopo la sua morte improvvisa nel carcere dell'Aja, la sua famiglia e alcuni alti funzionari politici avevano chiesto alle autorita' dello Stato serbo il permesso di seppelirlo con gli onori dello stato a Belgrado. Il permesso non fu acconsentito e Milosevic e' stato sepolto nel giardino della casa di famiglia a Pozarevac.
Milosevic e' stato presidente della Serbia fino al 5 ottobre 2000 quando, a seguito delle grandi proteste di cittadini ammise la sconfitta alle elezioni presidenziali svoltesi a settembre dello stesso anno e fu succeduto dal leader del Partito democratico della Serbia, Vojislav Kostunica. La moglie di Milosevic, Mirjana Markovic lascio' la Serbia il 23 febbraio 2003 mentre suo figlio Marco abbandono' il Paese subito dopo la sconfitta elettorale del padre. Entrambi vivono oggi a Mosca in asilo, mentre la figlia Marija si trova in Montenegro. Contro Mirjana Markovic e il figlio Marko Milosevic pende un processo penale per abuso d'ufficio. Contro la Markovic e' stato rilasciato un mandato di cattura mentre Marko Milosevic e' sotto processo in contumacia.
(*) Corrispondente di Radio Radicale. Il testo è tratto dalla corrispondenze andata in onda nella puntata di Passaggio a Sud Est del 13 marzo 2010
martedì 16 marzo 2010
lunedì 15 marzo 2010
ON-LINE IL NUOVO SITO DI OSSERVATORIO BALCANI E CAUCASO
Osservatorio Balcani e Caucaso compie dieci anni e ha deciso di iniziare a festeggiare questo traguardo con un nuovo sito. Da oggi infatti è on-line il nuovo portale che riunisce in un'unica homepage, le tre anime di Osservatorio, ovvero quella che si occupa di Europa sud orientale, quella sul Caucaso e il sito dedicato al mondo della cooperazione. Il nuovo portale mi piace: è chiaro e "arioso" e trovate tutto quello che OBC ha prodotto fino ad oggi in questi dieci anni: migliaia di articoli, gallerie fotografiche, contributi audio e video (ci trovate anche alcune mie interviste per Radio Radicale), gli appuntamenti dedicati ai Balcani e al Caucaso degli ultimi anni e un database sui progetti di cooperazione e sulle relazioni tra Italia e sud-est Europa. Non si tratta semplicemente di un restyling del sito ma di una vera e propria nuova piattaforma. Mi sembrava giusto segnalarvelo prima di tutto perché OBC è un punto di riferimento fondamentale per chiunque, a qualunque titolo si interessi di queste aree e poi perché quelli dell'Osservatorio sono degli amici che meritano sostegno per tutto il grande lavoro che fanno.
L'EUROPA E I BALCANI, I BALCANI E L'EUROPA - 2
Qui di seguito il testo della corrispondenza di Marina Szikora per lo Speciale di Passaggio a Sud Est andato in onda mercoledì 10 marzo a Radio Radicale
Il Forum “Gli scenari dello sviluppo dell’area adriatico-balcanica” svoltosi a Gorizia e organizzato dalla Regione Friuli Venezia Giulia in cui i singoli Paesi che fanno parte di quest’area sono stati rappresentati ad alto livello ha non solo trattato le opportunita’ economiche che offrono i Balcani e l’interscambio sull’asse Italia-Balcani ma in qualche modo ha sollecitato ulteriormente analisi relative all’attuale situazione nella regione e le prospettive europee di questi Paesi che continuano a subire diversi ostacoli e perfino uno stallo nel loro cammino verso l’integrazione europea. Al Forum hanno preso parte a nome dell’ospitante, l’Italia, il Ministro degli esteri Franco Frattini, in piu’ il Ministro dell’Energia e dell’industria Mineraria della Serbia, Petar Skudric, il Vice Ministro dei Trasporti del Montenegro, Srdjan Vukcevic, il Ministro dell’Economia, del Lavoro e dell’Impresa della Croazia, Djuro Popijac, il Presidente della Regione Friuli, Renzo Tondo, il Sindaco di Gorizia Ettore Romoli, i Presidenti di INCE e IAI, nonche’ il Sottosegretario di Stato Alfredo Mantica e il Segratario di Stato del Ministero dell’Economia della Romania, Parcalabescu. Nel suo discorso di apertura, il Ministro Frattini ha sottolineato che “l’energia, le reti infrastrutturali, le nuove opportunita’ economiche che offrono i Balcani contribuiranno senz’altro ad alimentare proficuamente l’azione italiana nella regione”.
“Pur continuando ad essere tra i primissimi partner commerciali nei singoli mercati oltre Adriatico, il primato italiano negli ultimi anni si e’ progressivamente indebolito, non solo a causa dell’affermarsi di altri competitors come la Francia e la Germania, ma soprattutto a causa della “disarticolazione” che spesso caratterizza i numerosi interventi italiani nell’area”, ha detto Frattini, spiegando che gli stessi Governi dei Paesi balcanici guardano con forti aspettative a possibile effetto traino per le proprie economie derivante dalla ripresa economica italiana e in questo senso evidenzia che “le opportunita’ non mancano. Settori strategici quali il comparto energetico e le infrastrutture offrono rilevanti opportunita’” per le aziende italiane nei Balcani e aggiunge che gli ultimi sviluppi consolidano le prospettive di una accelerazione degli investimenti italiani nell’area.
Tra gli argomenti sollevati vi e’ stato anche quello della recente liberalizzazione dei visti che, nei Balcani ha privilegiato la Serbia, il Montenegro e la Macedonia, considerato il fatto che gia’ da tempo, il paese piu’ avanzato nella regione, la Croazia e’ esclusa dall’obbligo del regime di visti. In attesa di essere inseriti sulla cosidetta lista bianca di Schengen sono rimasti Albania e Bosnia Erzegovina, mentre il Kosovo non e’ ancora un tema di discussione. La libaralizzazione del regime di visti nella regione viene vista come un successo italiano poiche’ lo stesso Ministro Frattini, in quanto gia’ Vice Presidente della Commissione Europea e Commisario per la Giustizia e Affari Interni aveva promosso questa iniziativa nel marzo del 2008. Auspicando non solo l’attesa liberalizzazione dei visti per Albania e BiH, il capo della diplomazia italiana vuole farsi promotore anche del caso Kosovo e a tal proposito ha avvertito che “Pristina ha bisogno di essere incoraggiata nel suo difficile percorso verso la definitiva stabilizzazione. Un obiettivo al cui raggiungimento l’Italia sta contribuendo in prima linea, nella convinzione che il futuro del Kosovo e’ nell’Unione Europea. La Commissione – come da noi auspicato nel Piano in otto punti - ha presentato ad ottobre uno studio che costituisce una valida base su cui lavorare anche se, va ammesso, il compito non e’ agevole dal momento che sul Kosovo esistono posizioni sensibilmente diverse tra gli Stati membri dell’Ue” ha spiegato Frattini.
I Paesi piu’ avanzati nel processo di integrazione sono Craozia e Macedonia, ha ricordato il Ministro italiano, ma mentre “Zagabria ha compiuto sforzi straordinari nei negoziati di adesione, il caso macedone e’ invece un monito all’Europa a mantenere fede alle proprie promesse”. Seppure la Macedonia gode dello status di candidato ancora dal 2005, Skopje e’ tutt’ora in attesa di una data di apertura dei negoziati di adesione. L’Italia si impegna affinche’ cio’ avvenga quanto prima e ritiene che le questioni bilaterali, quale la disputa tra Skopje e Atene sul nome della Macedonia non debbano interferire con il processo di adesione.
Il nocciolo piu’ duro nella regione e’ senz’altro la Bosnia Erzegovina. In questo Paese cosi’ fragile, la questione della chisura dell’Ufficio dell’Alto Rappresentante e il passaggio a un ruolo guida dell’Ue restano bloccati dall’ancora insormontabile crisi politica interna, soprattutto in vista delle prossime elezioni politiche nel Paese. “A quindici anni da Dayton il contesto bosniaco continua a registrare fragilita’ nella convivenza interetnica e difficolta’ di sostenibilita’ istituzionale. Nondimeno, proprio nell’attuale contesto di crisi emerge l’esigenza di un’azione decisa dell’UE in Bosnia che consenta di tenere questo paese agganciato ai progressi registrati dagli altri paesi della regione. Occorre agire in raccordo con gli altri partner internazionali coinvolti, in primis Stati Uniti, Russia e Turchia, avendo chiaramente presente che il futuro di questo paese e’ in Europa”, ha sottolineato Franco Frattini.
Sulla linea di una specie di continuazione del Vertice di Zagabria svoltosi dieci anni fa, nel 2000, e’ stato deciso da parte della Presidenza Spagnola e su spinta della stessa Italia, di convocare a termine del mandato a rotazione spagnolo, un vertice politico Ue-Balcani Occidentali a giugno che si terra’ proprio a Sarejevo. Come ribadito dal Ministro degli esteri italiano, questa sara’ l’opportunita’ unica per dare rinnovato impulso al percorso della regione verso la piena adesione all’Ue, secondo un approccio che tenga conto dei meriti di ciascuno dei Paesi.
Proprio in vista di questo prossimo importante appuntamento nella capitale della BiH, attualmente siamo testimoni di un primo tentativo di mettere al tavolo di discussione e scambio di opinioni i paesi Balcanici che dovrebbe essere innanzitutto uno sforzo verso l’indispensabile riconciliazione nella regione che tutt’ora soffre di conseguenze della guerra degli anni novanta. L’idea e’ promossa da un paese membro dell’Ue – la Slovenia e dal paese candidato, considerato il prossimo 28-esimo membro dell’Ue – la Croazia. I due Stati sono impegnati ad organizzare, il prossimo 20 marzo una conferenza regionale a Brdo kod Kranj in Slovenia. L’appunatemento, secondo le informazioni, non ha ancora una conferma definitiva dovuto al problema delle modalita’ di partecipazione, vale a dire al come si risolvera’ il contrasto tra la partecipazione della Serbia e il nuovo Stato indipendente ancora da molti non riconosciuto, il Kosovo. Belgrado non e’ contraria alla partecipazione dei rappresentanti del Kosovo a nome del Kosovo-UNMIK cosi’ come definito dalla Risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Da Pristina invece, arrivano messaggi che i rappresentanti kosovari vi parteciperanno soltanto in veste di autorita’ del Kosovo indipendente. Il premier sloveno Boruh Pahor ha spiegato che si stanno investendo grandi sforzi affinche’ questa conferenza si potesse realizzare sottolineando l’importanza dell’appuntamento a Brdo per l’intera regione poiche’ servirebbe a rafforzare pace, stabilita’ e prosperita’ nel vicinato sloveno.
Ieri, il premier del Governo di Pristina, Hasim Tachi ha dichiarato di essere pronto a dialogare e stringere la mano al presidente della Serbia Boris Tadic e che il suo Governo non forzera’ i Serbi al nord del Kosovo di integrarsi nella societa’ kosovara. “Non ci sara’ violenza ne’ mosse unilaterali, bensi’ solo dialogo e collaborazione” ha detto Tachi in una intervista alla Reuters aggingendo che “tutto sara’ fatto in cooperazione con la comunta’ internazionale, la NATO e le istituzioni economiche”. Il primo ministro kosovaro ha detto di essere pronto alla lotta contro la corruzione al piu’ alto livello in Kosovo valutando che si tratta di “una malattia ereditata” e che “non ci saranno compromessi nella lotta alla corruzione”.
Per quanto riguarda la situazione economica nella regione, il quotidiano di Belgrado ‘Blic’ scrive nella sua edizione di ieri che “la Croazia giustamente puo’ chiamarsi leader economico dei Balcani Occidentali seppure anche gli economisti croati credono che la Serbia, nel futuro potrebbe diventare il centro economico regionale”. La priorita’ chiave della Croazia rispetto alla Serbia, Macedonia, BiH, Montenegro e Albania – scrive Blic – e’ che il Paese e’ tra i piu’ vicini all’ingresso nell’Ue ed e’ interessante che il confronto delle foze e’ simile a quello di venti anni fa quando questi paesi, con l’eccezione dell’Albania, si trovavano sotto lo stesso cappello.
Aleksandar Miloradovic, rappresentante dell’Agenzia per gli investimenti stranieri e per la promozione dell’esportazione (SIEPA) afferma che nelle condizioni di crisi si e’ dimostrato che la Serbia ha una delle economie piu’ resistenti se non la piu’ resistente nella regione. “Perfino l’economia slovena, che fa parte del sistema europeo, ha subito un maggiore calo del PIL. Inoltre, noi siamo l’unico paese della regione che ha un corso di valuta estera fluttuale, per cui le attuali vicende a lungo termine aumentano la nostra competitivita’. Tuttavia, il leader e’ definitivamente la Croazia anche se noi forse abbiamo una migliore prospettiva” sottolinea Miloradovic. Ljiljana Weissbarth, presidente della societa’ croata “Weissbarth e partner” dice per ‘Blic’ che un vero leader della regione non esiste ma soltanto potenziali candidati: “lo possono essere soltanto Croazia e Serbia, altri paesi secondo il livello di sviluppo e la grandezza dell’economia si trovano evidentemente al di sotto. Il fatto e’ che la Croazia ha un PIL molto piu’ alto, ma le istituzioni finanziarie prevedono per la Serbia un piu’ alto tasso di crescita nel futuro” osserva Weissbarth.
Mladjen Kovacevic, membro dell’Accademia delle scienze economiche serba lamenta che la Serbia in confronto con i paesi vicini venti anni fa aveva una prospettiva molto migliore che pero’ non e’ riuscita a sfruttare. Il concetto di riforme e’ stato completamente sbagliato, afferma questo esperto e agginge che “la troppo veloce apertura verso il mondo nonche’ la liberalizzazione dell’importo sono i difetti chiave delle riforme serbe. Pensavamo di aprirci al piu’ presto ad ogni costo, contando di accellerare cosi’ l’ingresso nell’Ue ma questo ha solo distrutto l’esportazione domestica. Abbiamo le tasse doganali mediamente del 4,5 percento che e’ il livello dei piu’ sviluppati paesi nel modno, per non parlare di paesi vicini. Questo uccide il prodotto nazionale” spiega Mladjen Kovacevic.
L’agricoltura era il principale asso serbo venti anni fa, mentre la Croazia dominava nel turismo. Prima della secessione dell’ex Jugoslavia, la Slovenia era in testa nell’esportazione delle merci e la Croazia invece nell’esportazione dei servizi. L’interessante e’ che la BiH aveva una esportazione significativa sia delle merci che dei servizi. Le diffirenze tra le ex repubbliche diminuirono (con sempre l’eccezione del Kosovo). Il cambiamento cruciale dopo la disgregazione dell’ex Jugoslavia e’ stata la deindustrializzazione delle parti continentali tranne la Slovenia e’ questo e’ la chiave per comprendere la situazione, afferma sempre per ‘Blic’ Vladimir Gligorov, collaboratore dell’Istituto di Vienna per gli studi economici internazionali.
Il Forum “Gli scenari dello sviluppo dell’area adriatico-balcanica” svoltosi a Gorizia e organizzato dalla Regione Friuli Venezia Giulia in cui i singoli Paesi che fanno parte di quest’area sono stati rappresentati ad alto livello ha non solo trattato le opportunita’ economiche che offrono i Balcani e l’interscambio sull’asse Italia-Balcani ma in qualche modo ha sollecitato ulteriormente analisi relative all’attuale situazione nella regione e le prospettive europee di questi Paesi che continuano a subire diversi ostacoli e perfino uno stallo nel loro cammino verso l’integrazione europea. Al Forum hanno preso parte a nome dell’ospitante, l’Italia, il Ministro degli esteri Franco Frattini, in piu’ il Ministro dell’Energia e dell’industria Mineraria della Serbia, Petar Skudric, il Vice Ministro dei Trasporti del Montenegro, Srdjan Vukcevic, il Ministro dell’Economia, del Lavoro e dell’Impresa della Croazia, Djuro Popijac, il Presidente della Regione Friuli, Renzo Tondo, il Sindaco di Gorizia Ettore Romoli, i Presidenti di INCE e IAI, nonche’ il Sottosegretario di Stato Alfredo Mantica e il Segratario di Stato del Ministero dell’Economia della Romania, Parcalabescu. Nel suo discorso di apertura, il Ministro Frattini ha sottolineato che “l’energia, le reti infrastrutturali, le nuove opportunita’ economiche che offrono i Balcani contribuiranno senz’altro ad alimentare proficuamente l’azione italiana nella regione”.
“Pur continuando ad essere tra i primissimi partner commerciali nei singoli mercati oltre Adriatico, il primato italiano negli ultimi anni si e’ progressivamente indebolito, non solo a causa dell’affermarsi di altri competitors come la Francia e la Germania, ma soprattutto a causa della “disarticolazione” che spesso caratterizza i numerosi interventi italiani nell’area”, ha detto Frattini, spiegando che gli stessi Governi dei Paesi balcanici guardano con forti aspettative a possibile effetto traino per le proprie economie derivante dalla ripresa economica italiana e in questo senso evidenzia che “le opportunita’ non mancano. Settori strategici quali il comparto energetico e le infrastrutture offrono rilevanti opportunita’” per le aziende italiane nei Balcani e aggiunge che gli ultimi sviluppi consolidano le prospettive di una accelerazione degli investimenti italiani nell’area.
Tra gli argomenti sollevati vi e’ stato anche quello della recente liberalizzazione dei visti che, nei Balcani ha privilegiato la Serbia, il Montenegro e la Macedonia, considerato il fatto che gia’ da tempo, il paese piu’ avanzato nella regione, la Croazia e’ esclusa dall’obbligo del regime di visti. In attesa di essere inseriti sulla cosidetta lista bianca di Schengen sono rimasti Albania e Bosnia Erzegovina, mentre il Kosovo non e’ ancora un tema di discussione. La libaralizzazione del regime di visti nella regione viene vista come un successo italiano poiche’ lo stesso Ministro Frattini, in quanto gia’ Vice Presidente della Commissione Europea e Commisario per la Giustizia e Affari Interni aveva promosso questa iniziativa nel marzo del 2008. Auspicando non solo l’attesa liberalizzazione dei visti per Albania e BiH, il capo della diplomazia italiana vuole farsi promotore anche del caso Kosovo e a tal proposito ha avvertito che “Pristina ha bisogno di essere incoraggiata nel suo difficile percorso verso la definitiva stabilizzazione. Un obiettivo al cui raggiungimento l’Italia sta contribuendo in prima linea, nella convinzione che il futuro del Kosovo e’ nell’Unione Europea. La Commissione – come da noi auspicato nel Piano in otto punti - ha presentato ad ottobre uno studio che costituisce una valida base su cui lavorare anche se, va ammesso, il compito non e’ agevole dal momento che sul Kosovo esistono posizioni sensibilmente diverse tra gli Stati membri dell’Ue” ha spiegato Frattini.
I Paesi piu’ avanzati nel processo di integrazione sono Craozia e Macedonia, ha ricordato il Ministro italiano, ma mentre “Zagabria ha compiuto sforzi straordinari nei negoziati di adesione, il caso macedone e’ invece un monito all’Europa a mantenere fede alle proprie promesse”. Seppure la Macedonia gode dello status di candidato ancora dal 2005, Skopje e’ tutt’ora in attesa di una data di apertura dei negoziati di adesione. L’Italia si impegna affinche’ cio’ avvenga quanto prima e ritiene che le questioni bilaterali, quale la disputa tra Skopje e Atene sul nome della Macedonia non debbano interferire con il processo di adesione.
Il nocciolo piu’ duro nella regione e’ senz’altro la Bosnia Erzegovina. In questo Paese cosi’ fragile, la questione della chisura dell’Ufficio dell’Alto Rappresentante e il passaggio a un ruolo guida dell’Ue restano bloccati dall’ancora insormontabile crisi politica interna, soprattutto in vista delle prossime elezioni politiche nel Paese. “A quindici anni da Dayton il contesto bosniaco continua a registrare fragilita’ nella convivenza interetnica e difficolta’ di sostenibilita’ istituzionale. Nondimeno, proprio nell’attuale contesto di crisi emerge l’esigenza di un’azione decisa dell’UE in Bosnia che consenta di tenere questo paese agganciato ai progressi registrati dagli altri paesi della regione. Occorre agire in raccordo con gli altri partner internazionali coinvolti, in primis Stati Uniti, Russia e Turchia, avendo chiaramente presente che il futuro di questo paese e’ in Europa”, ha sottolineato Franco Frattini.
Sulla linea di una specie di continuazione del Vertice di Zagabria svoltosi dieci anni fa, nel 2000, e’ stato deciso da parte della Presidenza Spagnola e su spinta della stessa Italia, di convocare a termine del mandato a rotazione spagnolo, un vertice politico Ue-Balcani Occidentali a giugno che si terra’ proprio a Sarejevo. Come ribadito dal Ministro degli esteri italiano, questa sara’ l’opportunita’ unica per dare rinnovato impulso al percorso della regione verso la piena adesione all’Ue, secondo un approccio che tenga conto dei meriti di ciascuno dei Paesi.
Proprio in vista di questo prossimo importante appuntamento nella capitale della BiH, attualmente siamo testimoni di un primo tentativo di mettere al tavolo di discussione e scambio di opinioni i paesi Balcanici che dovrebbe essere innanzitutto uno sforzo verso l’indispensabile riconciliazione nella regione che tutt’ora soffre di conseguenze della guerra degli anni novanta. L’idea e’ promossa da un paese membro dell’Ue – la Slovenia e dal paese candidato, considerato il prossimo 28-esimo membro dell’Ue – la Croazia. I due Stati sono impegnati ad organizzare, il prossimo 20 marzo una conferenza regionale a Brdo kod Kranj in Slovenia. L’appunatemento, secondo le informazioni, non ha ancora una conferma definitiva dovuto al problema delle modalita’ di partecipazione, vale a dire al come si risolvera’ il contrasto tra la partecipazione della Serbia e il nuovo Stato indipendente ancora da molti non riconosciuto, il Kosovo. Belgrado non e’ contraria alla partecipazione dei rappresentanti del Kosovo a nome del Kosovo-UNMIK cosi’ come definito dalla Risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Da Pristina invece, arrivano messaggi che i rappresentanti kosovari vi parteciperanno soltanto in veste di autorita’ del Kosovo indipendente. Il premier sloveno Boruh Pahor ha spiegato che si stanno investendo grandi sforzi affinche’ questa conferenza si potesse realizzare sottolineando l’importanza dell’appuntamento a Brdo per l’intera regione poiche’ servirebbe a rafforzare pace, stabilita’ e prosperita’ nel vicinato sloveno.
Ieri, il premier del Governo di Pristina, Hasim Tachi ha dichiarato di essere pronto a dialogare e stringere la mano al presidente della Serbia Boris Tadic e che il suo Governo non forzera’ i Serbi al nord del Kosovo di integrarsi nella societa’ kosovara. “Non ci sara’ violenza ne’ mosse unilaterali, bensi’ solo dialogo e collaborazione” ha detto Tachi in una intervista alla Reuters aggingendo che “tutto sara’ fatto in cooperazione con la comunta’ internazionale, la NATO e le istituzioni economiche”. Il primo ministro kosovaro ha detto di essere pronto alla lotta contro la corruzione al piu’ alto livello in Kosovo valutando che si tratta di “una malattia ereditata” e che “non ci saranno compromessi nella lotta alla corruzione”.
Per quanto riguarda la situazione economica nella regione, il quotidiano di Belgrado ‘Blic’ scrive nella sua edizione di ieri che “la Croazia giustamente puo’ chiamarsi leader economico dei Balcani Occidentali seppure anche gli economisti croati credono che la Serbia, nel futuro potrebbe diventare il centro economico regionale”. La priorita’ chiave della Croazia rispetto alla Serbia, Macedonia, BiH, Montenegro e Albania – scrive Blic – e’ che il Paese e’ tra i piu’ vicini all’ingresso nell’Ue ed e’ interessante che il confronto delle foze e’ simile a quello di venti anni fa quando questi paesi, con l’eccezione dell’Albania, si trovavano sotto lo stesso cappello.
Aleksandar Miloradovic, rappresentante dell’Agenzia per gli investimenti stranieri e per la promozione dell’esportazione (SIEPA) afferma che nelle condizioni di crisi si e’ dimostrato che la Serbia ha una delle economie piu’ resistenti se non la piu’ resistente nella regione. “Perfino l’economia slovena, che fa parte del sistema europeo, ha subito un maggiore calo del PIL. Inoltre, noi siamo l’unico paese della regione che ha un corso di valuta estera fluttuale, per cui le attuali vicende a lungo termine aumentano la nostra competitivita’. Tuttavia, il leader e’ definitivamente la Croazia anche se noi forse abbiamo una migliore prospettiva” sottolinea Miloradovic. Ljiljana Weissbarth, presidente della societa’ croata “Weissbarth e partner” dice per ‘Blic’ che un vero leader della regione non esiste ma soltanto potenziali candidati: “lo possono essere soltanto Croazia e Serbia, altri paesi secondo il livello di sviluppo e la grandezza dell’economia si trovano evidentemente al di sotto. Il fatto e’ che la Croazia ha un PIL molto piu’ alto, ma le istituzioni finanziarie prevedono per la Serbia un piu’ alto tasso di crescita nel futuro” osserva Weissbarth.
Mladjen Kovacevic, membro dell’Accademia delle scienze economiche serba lamenta che la Serbia in confronto con i paesi vicini venti anni fa aveva una prospettiva molto migliore che pero’ non e’ riuscita a sfruttare. Il concetto di riforme e’ stato completamente sbagliato, afferma questo esperto e agginge che “la troppo veloce apertura verso il mondo nonche’ la liberalizzazione dell’importo sono i difetti chiave delle riforme serbe. Pensavamo di aprirci al piu’ presto ad ogni costo, contando di accellerare cosi’ l’ingresso nell’Ue ma questo ha solo distrutto l’esportazione domestica. Abbiamo le tasse doganali mediamente del 4,5 percento che e’ il livello dei piu’ sviluppati paesi nel modno, per non parlare di paesi vicini. Questo uccide il prodotto nazionale” spiega Mladjen Kovacevic.
L’agricoltura era il principale asso serbo venti anni fa, mentre la Croazia dominava nel turismo. Prima della secessione dell’ex Jugoslavia, la Slovenia era in testa nell’esportazione delle merci e la Croazia invece nell’esportazione dei servizi. L’interessante e’ che la BiH aveva una esportazione significativa sia delle merci che dei servizi. Le diffirenze tra le ex repubbliche diminuirono (con sempre l’eccezione del Kosovo). Il cambiamento cruciale dopo la disgregazione dell’ex Jugoslavia e’ stata la deindustrializzazione delle parti continentali tranne la Slovenia e’ questo e’ la chiave per comprendere la situazione, afferma sempre per ‘Blic’ Vladimir Gligorov, collaboratore dell’Istituto di Vienna per gli studi economici internazionali.
L'EUROPA E I BALCANI, I BALCANI E L'EUROPA - 1
Qui di seguito il testo della corrispondenza di Artur Nura per lo Speciale di Passaggio a Sud Est andato in onda mercoledì 10 marzo a Radio Radicale
La conferenza internazionale sui Balcani previsto a giugno a Sarajevo e a 15 anni dalla fine della guerra, concepito per ridare forza al processo di avvicinamento all'Europa dei paesi dell'area balcanica, e’ una buona notizia per tutti noi. Da queste parti, il fatto che i Ministri degli Esteri UE riuniti a Cordoba il 5 e 6 marzo hanno accolto la proposta dell'Italia e controfirmata dalla attuale Presidenza spagnola, si e’ trattato veramente come una buona notizia da tutti. Per di più, un po' di entusiasmo si e’ concentrato nell’idea che l'incontro di Sarajevo dovrà fare avanzare il percorso della regione verso l'integrazione europea e sul fatto che l'Europa stessa deve essere la guida politica nella partita dei Balcani. "La sicurezza e la prosperità nei Balcani influiscono sulla vita quotidiana dei cittadini UE", è scritto nel documento elaborato dai 27, però nello stesso documento si aggiunge che la stabilità nella regione ha una importanza chiave per la sicurezza europea stessa. “E’ necessario assicurare che l'Alto Rappresentante, sostenuta dal servizio diplomatico, possa condurre una coerente azione di politica estera, evitando duplicazioni e sovrapposizioni con le iniziative di altre istituzioni UE” in effetti, ha sottolineato ministro degli Esteri italiano Franco Frattini, precisando la necessità di lavorare per una voce unica europea in politica estera, e tale resposabilità politica del governo italiano per l’opinione pubblica albanese, nota come filoitaliana, tutto questo porta soddisfazione.
"La crisi economica dello scorso anno ha messo a dura prova il Sistema Italia nei Balcani con un calo in media del 22% per le nostre esportazioni e del 6% delle nostre importazioni", ha spiegato Frattini nel Forum, pero’ questo dato di fatto e’ stato tradotto come problematico per la stessa regione Balcanica ed in modo particolare per l’Albania che gode tanto dagli investimenti Italiani nella regione. In parole concrete, possiamo dire che il Ministro degli Esteri Frattini ha così ammesso che il Made in Italy gode in una posizione privilegiata nell’Europa centro meridionale costituendo un interesse vitale dell’Italia, pero’ in questo caso io aggiungerrei che tutto questo e’ una possibilta economica in piu per i Balcani stessi. In effetti, gli stessi Governi dei Paesi balcanici, ed io potrei garantire in modo particolare sull’Albania, guardano con forti aspettative ad un possibile effetto traino per le proprie economie derivante dalla ripresa economica italiana e loro investimenti in queste aree. Se dobbiamo parlare anche in concreto, bisogna aggiungere che il fatto che lo scopo principale dell'incontro era quello di costituire in futuro un Gruppo permanente di lavoro inteso e creare un Segretariato Tecnico permanente dell’International Desk, con sede in Friuli Venezia Giulia, e’ stato considerato come un passo molto positivo dalla mass media locale e regionale. Gli opinionisti di queste aree dicono che i temi discussi come energia, le reti infrastrutturali, le nuove opportunità economiche che offrono i Balcani contribuiranno senz’altro ad alimentare proficuamente l’azione italiana nella regione, ma per di piu sanare l’economia regionale dei Balcani. Da diversi esperti del campo è stato detto che le opportunità non mancano e si sono sottolineati i settori strategici quali il comparto energetico e le infrastrutture offrono rilevanti opportunità per le aziende Italiane nei Balcani e che tali sviluppi consolidano le prospettive economiche della regione stessa.
Generalmente in Albania si fa concepire che l'Italia sosterrà sempre l'Albania nel cammino verso l'Unione Europea e negli strumenti di pre-adesione all'Unione Europea, ma per di piu, si confida molto sulla cooperazione di sviluppo tra l'Albania e l'Italia. E del tutto chiaro che nel corso di questi anni gli investimenti italiani in Albania sono stati elevati ed importanti consolidando il clima di fiducia nei mercati locali, rispetto ad altri Paesi della regione. Sulla stampa Albanese si e’ stato ricordato l’accordo tra Italia e Montenegro, firmato lo scorso 6 febbraio, per la costruzione di un cavo di interconnessione elettrica da 1000 MW, identificando cosi i Balcani come un bacino strategico di approvvigionamento energetico, in particolare per l’energia da fonti rinnovabili, coerentemente con le sollecitazioni che provengono da Bruxelles. In piu, si e’ stato parlato sullo sviluppo delle reti infrastrutturali, con i Corridoi Paneuropei Cinque e Otto, nonché con la futura creazione di una Comunità di Trasporti tra i Paesi dei Balcani e la UE, il cui trattato è ancora in fase di negoziati. Questa ocasione si e’ trattato come un azione di una politica e di futuro europeo della regione, a cominciare dalla “road-map” italiana in otto punti, che dovrà mettere fine ad una sorta di frustrazione e preoccupazione che deriva dalla fatica dell'allargamento. Come capibile, il fatto della liberalizzazione dei visti già in vigore con Montenegro, Serbia e Macedonia, pero anche l’impegno per Albania e Bosnia Erzegovina entro il 2010, certo alla luce dei rilevanti progressi compiuti nell’attuazione dei parametri richiesti dalla UE, ha fatto possibile che alcuni opinionisti chiedano piu responsabilita sia dalla parte del governo Albanese anche dell’opposizione. Come dovuto, di piu’ attenzione ha avuto in Kosovo il fatto che il Forum analogamente ha auspichato che il dialogo sulla liberalizzazione dei visti possa presto essere avviato anche con il Kosovo stesso, in linea con quanto suggerito dalla Commissione. Pristina ha bisogno di essere incoraggiata nel suo difficile percorso verso la definitiva stabilizzazione. Un obiettivo al cui raggiungimento l’Italia sta contribuendo in prima linea, nella convinzione che il futuro del Kosovo è nell’Unione Europea, ha precisato il ministro Italiano degli esteri Franco Frattini. In effetti, a Pristina e a Tirana non si puoi dimenticare che l’Italia tramite il Piano in otto punti ha presentato ad ottobre uno studio che costituisce una valida base su cui lavorare in questa direzione.
Per quanto riguarda invece, il caso di Macedonia, visto come un Paese più avanzato nel processo di integrazione, si e’ stato ricordato l’impasse con la Grecia, e secondo gli opinionisti Albanesi, l’Europa deve mantenere fede alle proprie promesse ad imporre una soluzione al caso. Skopje, che beneficia dello status di candidato dal lontano 2005, attende ancora l’apertura dei negoziati di adesione. Lo scorso ottobre la Commissione ha dato parere favorevole e perquanto dichiarato sembra che in tal senso e l’Italia sta lavorando affinché l’apertura dei relativi negoziati avvenga quanto prima. E per concludere la mia corrispondenza ma con delle notizie regionali che hanno a che fare con la filosofia politica di quel Forum, dobbiamo informare che si è svolta a Tirana "La conferenza sulla sicurezza delle frontiere" con la partecipazione dei Ministri degli Interni dei Balcani dei Paesi che non hanno beneficiato dell'abolizione del regime dei visti. Nel corso del vertice è stata sottoscritta una dichiarazione congiunta, tramite la quale verrà chiesto alla Commissione europea di effettuare una revisione delle decisioni prese. Attraverso questa dichiarazione verrà così chiesto alla CE di accelerare il processo della liberalizzazione dei visti per l'Albania e la Bosnia-Erzegovina. La dichiarazione è stata letta durante la conferenza dal Ministro degli Interni albanese Lulzim Basha e nel frattempo, il capo del gruppo parlamentare democratico Astrit Patozi, ha reso noto in una conferenza stampa che è stato elaborato una risoluzione a sostegno della liberalizzazione dei visti per l’Albania. Patozi ha dichiarato che la sospensione dei visti è un grande obbiettivo che dev’essere supportato da tutti gli attori politici. Egli ha rivelato che nella prossima sessione parlamentare il Gruppo Democratico presenterà la risoluzione.
La conferenza internazionale sui Balcani previsto a giugno a Sarajevo e a 15 anni dalla fine della guerra, concepito per ridare forza al processo di avvicinamento all'Europa dei paesi dell'area balcanica, e’ una buona notizia per tutti noi. Da queste parti, il fatto che i Ministri degli Esteri UE riuniti a Cordoba il 5 e 6 marzo hanno accolto la proposta dell'Italia e controfirmata dalla attuale Presidenza spagnola, si e’ trattato veramente come una buona notizia da tutti. Per di più, un po' di entusiasmo si e’ concentrato nell’idea che l'incontro di Sarajevo dovrà fare avanzare il percorso della regione verso l'integrazione europea e sul fatto che l'Europa stessa deve essere la guida politica nella partita dei Balcani. "La sicurezza e la prosperità nei Balcani influiscono sulla vita quotidiana dei cittadini UE", è scritto nel documento elaborato dai 27, però nello stesso documento si aggiunge che la stabilità nella regione ha una importanza chiave per la sicurezza europea stessa. “E’ necessario assicurare che l'Alto Rappresentante, sostenuta dal servizio diplomatico, possa condurre una coerente azione di politica estera, evitando duplicazioni e sovrapposizioni con le iniziative di altre istituzioni UE” in effetti, ha sottolineato ministro degli Esteri italiano Franco Frattini, precisando la necessità di lavorare per una voce unica europea in politica estera, e tale resposabilità politica del governo italiano per l’opinione pubblica albanese, nota come filoitaliana, tutto questo porta soddisfazione.
"La crisi economica dello scorso anno ha messo a dura prova il Sistema Italia nei Balcani con un calo in media del 22% per le nostre esportazioni e del 6% delle nostre importazioni", ha spiegato Frattini nel Forum, pero’ questo dato di fatto e’ stato tradotto come problematico per la stessa regione Balcanica ed in modo particolare per l’Albania che gode tanto dagli investimenti Italiani nella regione. In parole concrete, possiamo dire che il Ministro degli Esteri Frattini ha così ammesso che il Made in Italy gode in una posizione privilegiata nell’Europa centro meridionale costituendo un interesse vitale dell’Italia, pero’ in questo caso io aggiungerrei che tutto questo e’ una possibilta economica in piu per i Balcani stessi. In effetti, gli stessi Governi dei Paesi balcanici, ed io potrei garantire in modo particolare sull’Albania, guardano con forti aspettative ad un possibile effetto traino per le proprie economie derivante dalla ripresa economica italiana e loro investimenti in queste aree. Se dobbiamo parlare anche in concreto, bisogna aggiungere che il fatto che lo scopo principale dell'incontro era quello di costituire in futuro un Gruppo permanente di lavoro inteso e creare un Segretariato Tecnico permanente dell’International Desk, con sede in Friuli Venezia Giulia, e’ stato considerato come un passo molto positivo dalla mass media locale e regionale. Gli opinionisti di queste aree dicono che i temi discussi come energia, le reti infrastrutturali, le nuove opportunità economiche che offrono i Balcani contribuiranno senz’altro ad alimentare proficuamente l’azione italiana nella regione, ma per di piu sanare l’economia regionale dei Balcani. Da diversi esperti del campo è stato detto che le opportunità non mancano e si sono sottolineati i settori strategici quali il comparto energetico e le infrastrutture offrono rilevanti opportunità per le aziende Italiane nei Balcani e che tali sviluppi consolidano le prospettive economiche della regione stessa.
Generalmente in Albania si fa concepire che l'Italia sosterrà sempre l'Albania nel cammino verso l'Unione Europea e negli strumenti di pre-adesione all'Unione Europea, ma per di piu, si confida molto sulla cooperazione di sviluppo tra l'Albania e l'Italia. E del tutto chiaro che nel corso di questi anni gli investimenti italiani in Albania sono stati elevati ed importanti consolidando il clima di fiducia nei mercati locali, rispetto ad altri Paesi della regione. Sulla stampa Albanese si e’ stato ricordato l’accordo tra Italia e Montenegro, firmato lo scorso 6 febbraio, per la costruzione di un cavo di interconnessione elettrica da 1000 MW, identificando cosi i Balcani come un bacino strategico di approvvigionamento energetico, in particolare per l’energia da fonti rinnovabili, coerentemente con le sollecitazioni che provengono da Bruxelles. In piu, si e’ stato parlato sullo sviluppo delle reti infrastrutturali, con i Corridoi Paneuropei Cinque e Otto, nonché con la futura creazione di una Comunità di Trasporti tra i Paesi dei Balcani e la UE, il cui trattato è ancora in fase di negoziati. Questa ocasione si e’ trattato come un azione di una politica e di futuro europeo della regione, a cominciare dalla “road-map” italiana in otto punti, che dovrà mettere fine ad una sorta di frustrazione e preoccupazione che deriva dalla fatica dell'allargamento. Come capibile, il fatto della liberalizzazione dei visti già in vigore con Montenegro, Serbia e Macedonia, pero anche l’impegno per Albania e Bosnia Erzegovina entro il 2010, certo alla luce dei rilevanti progressi compiuti nell’attuazione dei parametri richiesti dalla UE, ha fatto possibile che alcuni opinionisti chiedano piu responsabilita sia dalla parte del governo Albanese anche dell’opposizione. Come dovuto, di piu’ attenzione ha avuto in Kosovo il fatto che il Forum analogamente ha auspichato che il dialogo sulla liberalizzazione dei visti possa presto essere avviato anche con il Kosovo stesso, in linea con quanto suggerito dalla Commissione. Pristina ha bisogno di essere incoraggiata nel suo difficile percorso verso la definitiva stabilizzazione. Un obiettivo al cui raggiungimento l’Italia sta contribuendo in prima linea, nella convinzione che il futuro del Kosovo è nell’Unione Europea, ha precisato il ministro Italiano degli esteri Franco Frattini. In effetti, a Pristina e a Tirana non si puoi dimenticare che l’Italia tramite il Piano in otto punti ha presentato ad ottobre uno studio che costituisce una valida base su cui lavorare in questa direzione.
Per quanto riguarda invece, il caso di Macedonia, visto come un Paese più avanzato nel processo di integrazione, si e’ stato ricordato l’impasse con la Grecia, e secondo gli opinionisti Albanesi, l’Europa deve mantenere fede alle proprie promesse ad imporre una soluzione al caso. Skopje, che beneficia dello status di candidato dal lontano 2005, attende ancora l’apertura dei negoziati di adesione. Lo scorso ottobre la Commissione ha dato parere favorevole e perquanto dichiarato sembra che in tal senso e l’Italia sta lavorando affinché l’apertura dei relativi negoziati avvenga quanto prima. E per concludere la mia corrispondenza ma con delle notizie regionali che hanno a che fare con la filosofia politica di quel Forum, dobbiamo informare che si è svolta a Tirana "La conferenza sulla sicurezza delle frontiere" con la partecipazione dei Ministri degli Interni dei Balcani dei Paesi che non hanno beneficiato dell'abolizione del regime dei visti. Nel corso del vertice è stata sottoscritta una dichiarazione congiunta, tramite la quale verrà chiesto alla Commissione europea di effettuare una revisione delle decisioni prese. Attraverso questa dichiarazione verrà così chiesto alla CE di accelerare il processo della liberalizzazione dei visti per l'Albania e la Bosnia-Erzegovina. La dichiarazione è stata letta durante la conferenza dal Ministro degli Interni albanese Lulzim Basha e nel frattempo, il capo del gruppo parlamentare democratico Astrit Patozi, ha reso noto in una conferenza stampa che è stato elaborato una risoluzione a sostegno della liberalizzazione dei visti per l’Albania. Patozi ha dichiarato che la sospensione dei visti è un grande obbiettivo che dev’essere supportato da tutti gli attori politici. Egli ha rivelato che nella prossima sessione parlamentare il Gruppo Democratico presenterà la risoluzione.
PASSAGGIO IN ONDA
Passaggio a Sud Est
è in onda
il sabato alle 22,30
su Radio Radicale
Gli argomenti della puntata di sabato 13 marzo 2010
- La Grecia e la crisi economica nell'Europa centrale e sud orientale
- La visita ufficiale del presidente croato Ivo Josipovic in Slovenia
- La Macedonia tra integrazione europea e rapporti con la Grecia
- La visita del premier sloveno in Kosovo e le relazioni di Pristina con gli altri paesi della regione
- La questione dei visti Schengen per Albania e Bosnia e il problema della richiesta di asilo politico in Europa degli albanesi di Serbia e Macedonia
- La Turchia e l'Europa e la questione di Cipro
- La possibile scarcerazione del generale Gotovina
- La Serbia ed il quarto anniversario della morte di Milosevic
La registrazione è disponibile sul sito di Radio Radicale
La trasmissione è curata e condotta da Roberto Spagnoli con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura
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venerdì 12 marzo 2010
GENOCIDIO ARMENO: DOPO GLI USA LA SVEZIA, ANKARA FURIBONDA
Ieri il Parlamento svedese, a sopresa e malgrado il parere contrario del governo, ha adottato una mozione che riconosce il genocidio degli armeni del 1915. Il testo presentato dall'opposizione di sinistra è passato con un solo voto di maggioranza (131 contro 130) grazie a quattro deputati della maggioranza di centrodestra che non hanno rispettato la linea del loro partito e hanno votato in favore della mozione. Il voto del Parlamento svedese arriva dopo quello della commissione Esteri della Camera dei Rappresentanti Usa che ha messo in crisi i già non facili rapporti tra Ankara e Washington.
La reazione turca non si è fatta attendere ed è stata dura: "Condanniamo fermamente questa decisione. Il nostro popolo e il nostro governo respingono questa decisione macchiata di gravi errori e priva di fondamento" ha dichiarato il governo turco. Il premier Recep Tayyip Erdogan si è espresso con toni altrettanto netti in un discorso televisivo in cui ha affermato che la Turchia "non si farà intimidire, non si inchinerà di fronte a questi fatti compiuti, questi atti in malafede, questi atteggiamenti irresponsabili".
Il ministro degli Esteri svedese, Carl Bildt, ha immediatamente annunciato che la linea del suo governo, che sostiene la candidatura della Turchia all'Unione Europea, "resta invariata" e ha definito un errore il voto del parlamento. Linea ribadita dall'ambasciatore svedese ad Ankara che ha precisato che "il compito di pronunciarsi sugli avvenimenti storici va lasciato agli storici" e che Stoccolma vuole mantenere "buone relazioni" con Ankara. Il voto, secondo l'ambasciatore avra' inevitabili ripercussioni sui rapporti diplomatici ed economici tra Turchia e Svezia.
E infatti l'ambasciatore svedese è stato convocato al ministero degli Esteri turco, mentre la sua omologa turca a Stoccolma è stata richiamata in patria "per consultazioni", mentre il premier turco ha annullato la visita in Svezia prevista per la prossima settimana.. Tutti passi molto gravi secondo la prassi della diplomazia internazionale. Ma le conseguenze più serie potrebbero essere altre: secondo Erdogan, iniziative come quella del Parlamento svedese (e come quella Usa, aggiungo io) "avranno un impatto negativo sulle relazioni tra la Turchia e l'Armenia, che siamo tentando di normalizzare".
Ankara ed Erevan hanno firmato a ottobre 2009 due protocolli d'intesa che prevedono la normalizzazione delle relazioni diplomatiche e l'apertura delle frontiere. Entrambi gli accordi, tuttavia, non sono stati ancora ratificati dai rispettivi parlamenti. Due sono i punti cruciali del negoziato. Il primo è quello dei massacri degli armeni per mano ottomana che Erevan (non da sola) considera un genocidio. Il secondo è la questione della regione a maggioranza armena del Nagorno-Karabakh, che negli anni Novanta ha autoproclamato l'indipendenza dall'Azerbaigian, paese strettamente legato per ragioni storiche e culturali con la Turchia.
Il presidente armeno Serzh Sarkisian, da Parigi dove si trova in visita ufficiale, in un'intervista al quotidiano francese Le Figaro, ha minacciato il ritiro della firma dagli accordi per la normalizzazione dei rapporti diplomatici con la Turchia se Ankara utilizzerà "per altri fini" questa fase. "Il mio desiderio di stabilire relazioni normali è grande, ma le dichiarazioni recenti della Turchia mi fanno credere che non ratificheranno i protocolli in un futuro prossimo", ha affermato il capo di stato armeno, protagonista, con il suo omologo turco Abdullah Gul, del disgelo tra i due paesi. Sarkisian rimprovera alla Turchia di "non smetterla di porre problemi preventivi alla ratifica, tra cui il principale è quello che concerne il Nagorno Karabakh". Erevan, ha ribadito il capo di stato, ha già chiarito che ratificherà l'accordo "non appena lo farà il Parlamento turco".
La reazione turca non si è fatta attendere ed è stata dura: "Condanniamo fermamente questa decisione. Il nostro popolo e il nostro governo respingono questa decisione macchiata di gravi errori e priva di fondamento" ha dichiarato il governo turco. Il premier Recep Tayyip Erdogan si è espresso con toni altrettanto netti in un discorso televisivo in cui ha affermato che la Turchia "non si farà intimidire, non si inchinerà di fronte a questi fatti compiuti, questi atti in malafede, questi atteggiamenti irresponsabili".
Il ministro degli Esteri svedese, Carl Bildt, ha immediatamente annunciato che la linea del suo governo, che sostiene la candidatura della Turchia all'Unione Europea, "resta invariata" e ha definito un errore il voto del parlamento. Linea ribadita dall'ambasciatore svedese ad Ankara che ha precisato che "il compito di pronunciarsi sugli avvenimenti storici va lasciato agli storici" e che Stoccolma vuole mantenere "buone relazioni" con Ankara. Il voto, secondo l'ambasciatore avra' inevitabili ripercussioni sui rapporti diplomatici ed economici tra Turchia e Svezia.
E infatti l'ambasciatore svedese è stato convocato al ministero degli Esteri turco, mentre la sua omologa turca a Stoccolma è stata richiamata in patria "per consultazioni", mentre il premier turco ha annullato la visita in Svezia prevista per la prossima settimana.. Tutti passi molto gravi secondo la prassi della diplomazia internazionale. Ma le conseguenze più serie potrebbero essere altre: secondo Erdogan, iniziative come quella del Parlamento svedese (e come quella Usa, aggiungo io) "avranno un impatto negativo sulle relazioni tra la Turchia e l'Armenia, che siamo tentando di normalizzare".
Ankara ed Erevan hanno firmato a ottobre 2009 due protocolli d'intesa che prevedono la normalizzazione delle relazioni diplomatiche e l'apertura delle frontiere. Entrambi gli accordi, tuttavia, non sono stati ancora ratificati dai rispettivi parlamenti. Due sono i punti cruciali del negoziato. Il primo è quello dei massacri degli armeni per mano ottomana che Erevan (non da sola) considera un genocidio. Il secondo è la questione della regione a maggioranza armena del Nagorno-Karabakh, che negli anni Novanta ha autoproclamato l'indipendenza dall'Azerbaigian, paese strettamente legato per ragioni storiche e culturali con la Turchia.
Il presidente armeno Serzh Sarkisian, da Parigi dove si trova in visita ufficiale, in un'intervista al quotidiano francese Le Figaro, ha minacciato il ritiro della firma dagli accordi per la normalizzazione dei rapporti diplomatici con la Turchia se Ankara utilizzerà "per altri fini" questa fase. "Il mio desiderio di stabilire relazioni normali è grande, ma le dichiarazioni recenti della Turchia mi fanno credere che non ratificheranno i protocolli in un futuro prossimo", ha affermato il capo di stato armeno, protagonista, con il suo omologo turco Abdullah Gul, del disgelo tra i due paesi. Sarkisian rimprovera alla Turchia di "non smetterla di porre problemi preventivi alla ratifica, tra cui il principale è quello che concerne il Nagorno Karabakh". Erevan, ha ribadito il capo di stato, ha già chiarito che ratificherà l'accordo "non appena lo farà il Parlamento turco".
giovedì 11 marzo 2010
PASSAGGIO SPECIALE
L'Europa e i Balcani: l'integrazione dei e tra i Paesi della regione
Lo Speciale di Passaggio a Sud Est andato in onda mercoledì 10 marzo su Radio Radicale è tornato ad occuparsi della questione dell'integrazione europea dei Balcani, ma anche dell'integrazione dei Paesi della regione tra di loro.
I Balcani sono in cammino verso l'Europa ma in ordine sparso e con un anello debole, la Bosnia, ancora lontana da una vera stabilizzazione. Così ha detto, in sintesi, il ministro degli Esteri Franco Frattini parlando con i giornalisti a margine del Forum su "Gli Scenari dello sviluppo dell'Area Adriatico-Balcanica", che si è svolto lunedì 8 e martedì 9 marzo a Gorizia Organizzato dalla regione Friuli -Venezia Giulia in collaborazione con il ministero degli Esteri, il Comune di Gorizia e la Banca popolare Friuli Adria - Credit Agricole, a cui hanno partecipato delegazioni di 11 paesi dell'area balcanica per discutere di cooperazione incentrata sui temi dell'energia, delle infrastrutture di trasporto e della finanza, argomenti che saranno al centro della programmazione comunitaria 2013-2020.
Se il presidente serbo Boris Tadic sta "coraggiosamente" portando il suo Paese verso L'Europa, e il cammino di Paesi come la Croazia è già avanzato, é la Bosnia, secondo Frattini, che l'Unione europea deve guidare attraverso un percorso che superi le tragedie e gli orrori dei conflitti che hanno segnato la dissoluzione della Jugoslavia. "Non dobbiamo sprecare il 2010 in attesa delle elezioni dell'autunno" in Bosnia, ma fare concreti passi avanti a partire dalla liberalizzazione dei visti, così come è già avvenuto in altri paesi balcanici, ha detto ancora Frattini.
Il Forum di Gorizia, dove i Paesi della regione sono stati rappresentati ad alto livello, ha non solo trattato le opportunità economiche che offrono i Balcani e l’interscambio tra Italia e l'area balcanica, ma in qualche modo ha sollecitato ulteriri analisi relative all’attuale situazione nella regione e alle prospettive europee di questi Paesi che continuano a incontrare diversi ostacoli e perfino situazioni di stallo nel loro cammino verso l’integrazione europea.
"La questione Balcani" è ampia e complessa, dunque, e se da una parte il futuro dell'area dipende dalla volontà di riforme dei governi locali per raggiungere gli standard europei, dall'altra è fondamentale la risposta che l'Ue saprà dare alla domanda d'Europa che viene da oltre Adriatico. Inoltre, se la questione va considerata guardando all'integrazione europea di questi Paesi e anche all'integrazione degli stessi Paesi fra di loro (per esempio attraverso l'integrazione delle infrastrutture, delle reti di comunicazione e di quelle di approvvigionamento energetico), non va dimenticato che alla base deve essere affrontato e sciolto anche il nodo della riconciliazione tra popoli segnati da un decennio di guerre e di stragi.
Da tutti questi punti di vista, di particolare importanza saranno incontri come il summit che si terrà in Slovenia entro la fine di questo mese e soprattutto la conferenza internazionale sui Balcani prevista a Sarajevo per il prossimo mese di giugno. Un vertice fortemente voluto dall'Italia, ma che sarà a guida europea e al quale sono stati invitati anche la Russia e gli Stati Uniti. La prima grande conferenza internazionale sui Balcani quindici anni dopo la fine delle guerre jugoslave.
Lo Speciale di Passaggio a Sud Est è riascoltabile sul sito di Radio Radicale
Lo Speciale di Passaggio a Sud Est andato in onda mercoledì 10 marzo su Radio Radicale è tornato ad occuparsi della questione dell'integrazione europea dei Balcani, ma anche dell'integrazione dei Paesi della regione tra di loro.
I Balcani sono in cammino verso l'Europa ma in ordine sparso e con un anello debole, la Bosnia, ancora lontana da una vera stabilizzazione. Così ha detto, in sintesi, il ministro degli Esteri Franco Frattini parlando con i giornalisti a margine del Forum su "Gli Scenari dello sviluppo dell'Area Adriatico-Balcanica", che si è svolto lunedì 8 e martedì 9 marzo a Gorizia Organizzato dalla regione Friuli -Venezia Giulia in collaborazione con il ministero degli Esteri, il Comune di Gorizia e la Banca popolare Friuli Adria - Credit Agricole, a cui hanno partecipato delegazioni di 11 paesi dell'area balcanica per discutere di cooperazione incentrata sui temi dell'energia, delle infrastrutture di trasporto e della finanza, argomenti che saranno al centro della programmazione comunitaria 2013-2020.
Se il presidente serbo Boris Tadic sta "coraggiosamente" portando il suo Paese verso L'Europa, e il cammino di Paesi come la Croazia è già avanzato, é la Bosnia, secondo Frattini, che l'Unione europea deve guidare attraverso un percorso che superi le tragedie e gli orrori dei conflitti che hanno segnato la dissoluzione della Jugoslavia. "Non dobbiamo sprecare il 2010 in attesa delle elezioni dell'autunno" in Bosnia, ma fare concreti passi avanti a partire dalla liberalizzazione dei visti, così come è già avvenuto in altri paesi balcanici, ha detto ancora Frattini.
Il Forum di Gorizia, dove i Paesi della regione sono stati rappresentati ad alto livello, ha non solo trattato le opportunità economiche che offrono i Balcani e l’interscambio tra Italia e l'area balcanica, ma in qualche modo ha sollecitato ulteriri analisi relative all’attuale situazione nella regione e alle prospettive europee di questi Paesi che continuano a incontrare diversi ostacoli e perfino situazioni di stallo nel loro cammino verso l’integrazione europea.
"La questione Balcani" è ampia e complessa, dunque, e se da una parte il futuro dell'area dipende dalla volontà di riforme dei governi locali per raggiungere gli standard europei, dall'altra è fondamentale la risposta che l'Ue saprà dare alla domanda d'Europa che viene da oltre Adriatico. Inoltre, se la questione va considerata guardando all'integrazione europea di questi Paesi e anche all'integrazione degli stessi Paesi fra di loro (per esempio attraverso l'integrazione delle infrastrutture, delle reti di comunicazione e di quelle di approvvigionamento energetico), non va dimenticato che alla base deve essere affrontato e sciolto anche il nodo della riconciliazione tra popoli segnati da un decennio di guerre e di stragi.
Da tutti questi punti di vista, di particolare importanza saranno incontri come il summit che si terrà in Slovenia entro la fine di questo mese e soprattutto la conferenza internazionale sui Balcani prevista a Sarajevo per il prossimo mese di giugno. Un vertice fortemente voluto dall'Italia, ma che sarà a guida europea e al quale sono stati invitati anche la Russia e gli Stati Uniti. La prima grande conferenza internazionale sui Balcani quindici anni dopo la fine delle guerre jugoslave.
Lo Speciale di Passaggio a Sud Est è riascoltabile sul sito di Radio Radicale
martedì 9 marzo 2010
ANCORA SUL GENOCIDIO ARMENO
Grazie ad Andrea G. segnalo un interessante pezzo di Nicholas Kristof, inviato speciale e commentatore del New York Times. Il pezzo, con misura e prudenza che traspare già dal titolo, propone alcune riflessioni e perplessità sul voto della Commissione Esteri della Camera Usa. Alcune sono analoghe a quelle che in questi giorni ho fatto io e che ho letto in vari articoli sui giornali italiani e in diversi blog, ma ci sono anche altre osservazioni. Comunque la si pensi mi sembra una lettura utile. Ve lo riporto qui di seguito nella traduzione in italiano "rubata" dal blog di Andrea.
Parlando, non da armeno...
Il Congresso ha sempre rifiutato di prendere misure serie contro i genocidio in corso. E allora è un progress il fatto che la commissione degli affari esteri abbia votato ieri la condanna del genocidio armenio del 1915? Vale la pena per il Congresso di trattare di un genocidio in qualche modo, anche se con 95 anni di ritardo?
Prima, qualche premessa. Sono in parte armeno (mio padre creò Kristof da Krzysztofowicz, la versione polacca di Hachikian, un cognome ben armeno). (…) Non ci sono storie familiari legate al genocidio, ma penso che le prove siano chiare e che “genocidio” sia la parola adatta per ciò che è successo, ed è per questo che mi riferisco sempre a questi fatti come “genocidio armeno”. È anche vero che la Turchia ha dei problemi a riconoscere la sua brutalità verso armeni e curdi, sebbene nell’ultima decade la situazione sia andata molto meglio. Ho parlato della questione con il primo ministro Recep Tayyip Erdogan un paio di volte, ed è lontano anni luce dai suoi predecessori (e anche qualche anno luce indietro di quanto ci sia bisogno).
Il problema è che non vedo per quale ragione il Congresso debba occuparsi del genocidio del 1915, soprattutto in un tempo in cui non può affrontare problemi urgenti oggi. Se il Congresso inizia a deragliare guardando alle ingiustizie del passato, non raggiungerà mai agli affari presenti. E non è una risoluzione che aiuterà gli armeni. Al contrario, la reazione forse danneggerà il recente disgelo nelle relazioni turco-armeno, un importante sviluppo per la regione. Quella riconciliazione turco-armena è qualcosa che il congresso potrebbe aver sostenuto con una risoluzione.
I politici, compreso Barack Obama, durante le campagne elettorali parlano spesso del genocidio degli armeni perché vogliono i voti degli armeni-americani. In carica cercano di annientare queste risoluzioni anziché offendere gratuitamente un alleato. Ecco perché il segretario di Stato Hillary Clinton disse all’ultimo minuto che era una cattiva idea.
È sciocco per la Turchia essere offesi dalla risoluzione? Certo, ma probabilmente saremmo stati ugualmente offesi se tutta l’Europa avesse votato risoluzioni denunciando le politiche di genocidio verso i nativi americani (indiani d’America, ndt) nel XIX secolo, o il quasi-genocidio commesso da noi a inizio del XX secolo. Dovremmo sostenere ulteriormente la Turchia lungo il percorso della riconciliazione con armeni e curdi. Colpendoli — anche per qualche peccato storico— non raggiungeremmo quest’obiettivo. Chiunque pensi che la diplomazia è dir la verità non conosce la diplomazia.
Già oggi ho ricevuto qualche mail in cui si affermava che la vera storia è che Israele sta cercando di punier la turchia per le sue dure critiche all’invasione di Gaza a fine 2008 (Stando a Ha’aretz, Israele si è opposta o è rimasta neutrale alla risoluzione). Questo punto di vista si impadronirà del mondo islamico e incoraggerà fondamentalisti e nazionalisti in Turchia. Sostenere il nazionalismo turco non mi sembra la maniera migliore per onorare le vittime del genocidio armeno.
Così se il Congresso vuole far passare una risoluzione, perché non ne fa una condannando la passività statunitense nel 1915, quando il genocidio stava iniziando? La nostra ambasciata nell’Impero ottomano inviava in patria telegrammi chiarendo la grandezza dello sterminio e chiedendo aiuto, ma il presidente Woodrow Wilson non volle immischiarsi. Quindi, prima di “infangare” all’estero, sarebbe utile fare un po’ di autocritica.
Parlando, non da armeno...
Il Congresso ha sempre rifiutato di prendere misure serie contro i genocidio in corso. E allora è un progress il fatto che la commissione degli affari esteri abbia votato ieri la condanna del genocidio armenio del 1915? Vale la pena per il Congresso di trattare di un genocidio in qualche modo, anche se con 95 anni di ritardo?
Prima, qualche premessa. Sono in parte armeno (mio padre creò Kristof da Krzysztofowicz, la versione polacca di Hachikian, un cognome ben armeno). (…) Non ci sono storie familiari legate al genocidio, ma penso che le prove siano chiare e che “genocidio” sia la parola adatta per ciò che è successo, ed è per questo che mi riferisco sempre a questi fatti come “genocidio armeno”. È anche vero che la Turchia ha dei problemi a riconoscere la sua brutalità verso armeni e curdi, sebbene nell’ultima decade la situazione sia andata molto meglio. Ho parlato della questione con il primo ministro Recep Tayyip Erdogan un paio di volte, ed è lontano anni luce dai suoi predecessori (e anche qualche anno luce indietro di quanto ci sia bisogno).
Il problema è che non vedo per quale ragione il Congresso debba occuparsi del genocidio del 1915, soprattutto in un tempo in cui non può affrontare problemi urgenti oggi. Se il Congresso inizia a deragliare guardando alle ingiustizie del passato, non raggiungerà mai agli affari presenti. E non è una risoluzione che aiuterà gli armeni. Al contrario, la reazione forse danneggerà il recente disgelo nelle relazioni turco-armeno, un importante sviluppo per la regione. Quella riconciliazione turco-armena è qualcosa che il congresso potrebbe aver sostenuto con una risoluzione.
I politici, compreso Barack Obama, durante le campagne elettorali parlano spesso del genocidio degli armeni perché vogliono i voti degli armeni-americani. In carica cercano di annientare queste risoluzioni anziché offendere gratuitamente un alleato. Ecco perché il segretario di Stato Hillary Clinton disse all’ultimo minuto che era una cattiva idea.
È sciocco per la Turchia essere offesi dalla risoluzione? Certo, ma probabilmente saremmo stati ugualmente offesi se tutta l’Europa avesse votato risoluzioni denunciando le politiche di genocidio verso i nativi americani (indiani d’America, ndt) nel XIX secolo, o il quasi-genocidio commesso da noi a inizio del XX secolo. Dovremmo sostenere ulteriormente la Turchia lungo il percorso della riconciliazione con armeni e curdi. Colpendoli — anche per qualche peccato storico— non raggiungeremmo quest’obiettivo. Chiunque pensi che la diplomazia è dir la verità non conosce la diplomazia.
Già oggi ho ricevuto qualche mail in cui si affermava che la vera storia è che Israele sta cercando di punier la turchia per le sue dure critiche all’invasione di Gaza a fine 2008 (Stando a Ha’aretz, Israele si è opposta o è rimasta neutrale alla risoluzione). Questo punto di vista si impadronirà del mondo islamico e incoraggerà fondamentalisti e nazionalisti in Turchia. Sostenere il nazionalismo turco non mi sembra la maniera migliore per onorare le vittime del genocidio armeno.
Così se il Congresso vuole far passare una risoluzione, perché non ne fa una condannando la passività statunitense nel 1915, quando il genocidio stava iniziando? La nostra ambasciata nell’Impero ottomano inviava in patria telegrammi chiarendo la grandezza dello sterminio e chiedendo aiuto, ma il presidente Woodrow Wilson non volle immischiarsi. Quindi, prima di “infangare” all’estero, sarebbe utile fare un po’ di autocritica.
lunedì 8 marzo 2010
CRISI GRECIA: FIDUCIA IN PAPANDREU NONOSTANTE L'AUSTERITA'
La maggioranza dei Greci pensa che i provvedimenti presi per risolvere la pesantissima situazione dei conti pubblici siano ingiusti, che colpiscano soprattutto i redditi bassi e debbano comunque essere temporanei, ma continua comunque ad aver fiducia nel premier Giorgio Papandreou e nelle sue capacità di condurre il paese fuori della crisi. Questi i dati che emergono da un nuovo sondaggio del quotidiano socialista To Vima secondo il quale circa il 52% dei Greci ha fiducia nella capacità del premier di risanare l'economia e calmare i mercati. Poco più del 69% ritiene tuttavia che le misure non siano eque e debbano essere temporanee.
Questi dati confermano quanto mi diceva pochi giorni fa Elisabetta Casalotti, collega del quotidiano greco Eleftherotypia, che ho intervistato per Radio Radicale sulla situazione in Grecia di questi ultimi giorni. Papandreou gode ancora del favore della maggioranza dell'opinione pubblica, anche perché la gente sa che il disastro dei conti pubblici è stato provocato (e nascosto) dal precedente governo di centro-destra di Nuova Democrazia. In genere la gente sa e accetta che occorrano dei sacrifici per risolvere la situazione: semmai contesta le misure adottate che colpiscono in pratica solo i lavoratori dipendenti. Il tutto accompagnato da un'altissima evasione fiscale. Insomma uno scenario molto simile a quello nostrano (come si dice, "greci, italiani, una faccia, una razza"). Inoltre, anche se i provvedimenti anticrisi sono stati apporvati con i soli voti del Pasok (che ha 160 deputati su 300) e del partito di destra Laos (15 seggi), il governo socialista non è a rischio. Anche la situazione sociale, nonostante gli eposodi di violenza di questi giorni, è per ora ben lontana dalla guerriglia urbana scoppiata nel dicembre 2008 dopo l'uccisione di un giovane da parte di un poliziotto. Anche perché, mentre allora si trattò di proteste giovanili, in larga parte spontanee, anche se vi si innestarono i gruppi automoni anarchici, oggi le proteste sono guidate dai sindacati.
Tornando al sondaggio di To Vima, secondo la rilevazione la stragrande maggioranza giudica che i tagli a stipendi e pensioni e l'aumento delle tasse determineranno l'aumento dell'ingiustizia sociale e finiranno per provocare disordini. Interessante, a pochi giorni dal nuovo sciopero generale dell'11 marzo, il dato secondo cui piu' della meta' dei Greci e' contraria a grandi proteste sindacali. La maggioranza degli intervistati (63%) e' contraria anche all'uscita dall'Ue evocata nei giorni scorsi dal Partito comunista (Kke), anche se la proposta registra un quarto delle opinioni favorevoli. Il sondaggio ha interpellato i cittadini greci anche sui rapporti con gli altri Paesi. Il leader straniero piu' amato e' il presidente francese Nicolas Sarkozy (59% dei consensi), che ieri dopo l'incontro con Papandreou a Parigi, ha ribadito che la Grecia non sarà lasciata sola.Il presidente Usa Barack Obama ottiene un gradimento di poco del 42%. La piu' impopolare, con l'85% di voti negativi, risulta essere (il dato non sorprende viste le polemiche di questi giorni) la cancelliera tedesca Angela Merkel, seguita dal Commissario europeo Olli Rehn (70,6% negativi).
Questi dati confermano quanto mi diceva pochi giorni fa Elisabetta Casalotti, collega del quotidiano greco Eleftherotypia, che ho intervistato per Radio Radicale sulla situazione in Grecia di questi ultimi giorni. Papandreou gode ancora del favore della maggioranza dell'opinione pubblica, anche perché la gente sa che il disastro dei conti pubblici è stato provocato (e nascosto) dal precedente governo di centro-destra di Nuova Democrazia. In genere la gente sa e accetta che occorrano dei sacrifici per risolvere la situazione: semmai contesta le misure adottate che colpiscono in pratica solo i lavoratori dipendenti. Il tutto accompagnato da un'altissima evasione fiscale. Insomma uno scenario molto simile a quello nostrano (come si dice, "greci, italiani, una faccia, una razza"). Inoltre, anche se i provvedimenti anticrisi sono stati apporvati con i soli voti del Pasok (che ha 160 deputati su 300) e del partito di destra Laos (15 seggi), il governo socialista non è a rischio. Anche la situazione sociale, nonostante gli eposodi di violenza di questi giorni, è per ora ben lontana dalla guerriglia urbana scoppiata nel dicembre 2008 dopo l'uccisione di un giovane da parte di un poliziotto. Anche perché, mentre allora si trattò di proteste giovanili, in larga parte spontanee, anche se vi si innestarono i gruppi automoni anarchici, oggi le proteste sono guidate dai sindacati.
Tornando al sondaggio di To Vima, secondo la rilevazione la stragrande maggioranza giudica che i tagli a stipendi e pensioni e l'aumento delle tasse determineranno l'aumento dell'ingiustizia sociale e finiranno per provocare disordini. Interessante, a pochi giorni dal nuovo sciopero generale dell'11 marzo, il dato secondo cui piu' della meta' dei Greci e' contraria a grandi proteste sindacali. La maggioranza degli intervistati (63%) e' contraria anche all'uscita dall'Ue evocata nei giorni scorsi dal Partito comunista (Kke), anche se la proposta registra un quarto delle opinioni favorevoli. Il sondaggio ha interpellato i cittadini greci anche sui rapporti con gli altri Paesi. Il leader straniero piu' amato e' il presidente francese Nicolas Sarkozy (59% dei consensi), che ieri dopo l'incontro con Papandreou a Parigi, ha ribadito che la Grecia non sarà lasciata sola.Il presidente Usa Barack Obama ottiene un gradimento di poco del 42%. La piu' impopolare, con l'85% di voti negativi, risulta essere (il dato non sorprende viste le polemiche di questi giorni) la cancelliera tedesca Angela Merkel, seguita dal Commissario europeo Olli Rehn (70,6% negativi).
domenica 7 marzo 2010
CROAZIA: A BRUXELLES LA PRIMA VISITA UFFICIALE DEL PRESIDENTE JOSIPOVIC
Nella sua prima visita ufficiale all’estero il neo presidente croato, oltre ai vertici dell'Unione Europea, ha incontrato le ong per i diritti umani nella sede di "Non c'è Pace senza Giustizia"
Di Marina Szikora (*)
Una occasione particolare e si puo’ dire tranquillamente un precedente quello della visita ufficiale di un capo di Stato nella capitale europea Bruxelles. Si e’ trattato del primo viaggio all’estero del neoeletto presidente della Croazia, Ivo Josipovic, due settimane dopo aver prestato giuramento e assunto ufficialmente il nuovo incarico succedendo l’ex presidente croato Stjepan Mesic. L’importantissimo obiettivo di Josipovic e’ stato quello di incontrare i vertici delle istituzioni europee, per primo Jerzy Busek, presidente del PE, giovedi’ 4 marzo e poi il giorno dopo, Jose Manuel Barroso, presidente della Commissione europea e Herman Van Rompuyem, presidente del Consiglio europeo. Il presidente del Consiglio europeo ha dichiarato in questa occasione che la Croazia puo’ concludere i negoziati di adesione attualmente in corso entro quest’anno se riesce a soddisfare le condizioni necessarie. Ha rilevato che a tal proposito, la Croazia ha il pieno sostegno dell’Ue sottolineando anche l’importanza della cooperazione regionale e l’attuazione delle riforme. Il Presidente Josipovic ha espresso speranza di una nuova fase nella collaborazione con i paesi vicini. Ha sottolineato che sia il Governo che l’opposizione sono dedicati all’obiettivo dell’ingresso della Croazia nell’Ue e che ai cittadini bisogna spiegare i benefici dell’adesione.
Il nuovo capo dello Stato croato ha incontrato anche José Manuel Barroso. Con il presidente della Commissione europea Josipovic concorda che bisogna attuare le necessarie riforme, indipendentemente dal processo di adesione che si sta’ avvicinando alla sua fase finale. In merito all’attualissima delicata situazione interna relativa all’agricoltura e costruzione navale, Josipovic ha rilevato che le debolezze in questi settori sono problemi interni che non sono stati trattati e risolti da anni e che le riforme nell’agricoltura e costruzione navale sono indispensabili indipendentemente dall’accesso all’Ue. Ha sottolineato di essere certo che la privatizzazione dei cantieri navali sara’ effettuata nel modo di evitare che gli operai rimangano senza lavoro. Secondo Barroso una adesione accelerata della Croazia all’Ue e’ possibile ma anche molto impegnativa. Ha enfatizzato che finora e’ stato fatto molto e che dalla Croazia arrivano buoni segnali. Va sottolineato che di un totale di 33 capitoli di negoziati di adesione, la Croazia ne ha aperti finora 30 di cui 17 sono stati completamente chiusi.
Tra gli incontri del Presidente Josipovic ugualmente importante e indubbiamente particolare e’ stato quello svoltosi venerdi’ mattina con i rapppresentanti delle piu’ prestigiose organizzazioni nongovernative per i dirtitti umani con sede a Bruxelles. Josipovic si è incontrato con Louise Arbour, presidente di ICG, Nicolas Beger, direttore dell’Ufficio Ue, Amnesty International, Marino Busdachin, segretario generale di UNPO, Ivan Ivanov, direttore esecutivo di European Roma Information Office, Lotte Leicht, direttrice dell’ ufficio EU di HRW, Antoine Madelin, direttore per gli affari intergovernativi di FIDH e Marina Sikora, consigliere generale del PRNTT. L’evento e’ stato ospitato e presieduto da Niccolo’ Figa – Talamanca, segretario generale di Non C’e’ Pace Senza Giustizia nella sede di NPSG a Bruxelles. L’obiettivo di questo incontro a cui il Presdente Josipovic ha partecipato accompagnato dall’ambasciatore della missione croata presso l’Ue e dai suoi consiglieri per la politica estera e’ stato quello di discutere le nuove priorita’ della Croazia sul piano della promozione di diritti umani, lo stato di diritto e giustizia internazionale nonche’ le aspettative da parte delle organizzazioni nongovernative per i diritti umani dalla Croazia in particolare nella luce dell’inizio del mandato del nuovo presidente.
In occasione di questo importante appuntamento, Sergio Stanzani e Niccolo’ Figa-Talamanca, rispettivamente presidente e segretario generale di Non C’e’ Pace senza Justizia, hanno dichiarato: “NPSG e il Partito radicale nonviolento transnazionale e transpartito sono onorati di aver avuto l’opportunita’ di ospitare questo incontro con il Presidente Ivo Josipovic. Il fatto che il Presidente ha avuto tempo di incontrare i rappresentanti delle piu’ prestigiose organizzazioni nongovernative per i dieritti umani nell’ambito del suo primo viaggio a Bruxelles, e’ una testimonianza concreta alla sua visione politica di una piu’ forte leadership croata nell’affermazione dello stato di diritto, giustizia e diritti umani, sia a casa che all’estero. Il Presidente Josipovic ha dichiarato che le organizzazioni della societa’ civile hanno avuto e continuano ad avere un ruolo fondamentale nel processo di costruzione di una societa’ piu’ aperta e democratica ed e’ stato essenziale nel raggiungimento efficace dell’obiettivo della Croazia di indirizzare i crimini di guerra e crimini contro l’umanita’ che avevano colpito il Paese, contribuendo a condurre la Croazia verso la democrazia e lo stato di diritto nonche’ di ristabilire pace, stabilita’ e sviluppo in Europa sudorientale.
NPSG saluta l’appello del Presidente Josipovic a chiudere i conti con il passato e di aiutare gli sforzi del Governo a rimuovere i rimanenti ostacoli nel processo di negoziati di adesione della Croazia all’Ue rendendo possibile la conclusione definitiva del cammino della Croazia in quanto 28-esimo Stato membro dell’Ue entro il 2012”, conclude il comunicato di NPSG, l’organizzazione nongovernativa che insieme al PRNTT e in collaborazione con la missione croata presso l’Ue ha ospitato questo evento. Marina Sikora, consigliere generale del PRNTT, nel corso degli interventi dei rappresentanti delle organizzazioni presenti all’incontro con Ivo Josipovic, ha voluto ricordare il contributo unico e straordinario di Marco Pannella e del PRT negli anni dell’atroce guerra contro la Croazia. A Capodanno del 1991, indossando la divisa croata, il leader radicale insieme ai suoi compagni si e’ recato ad Osijek, la citta’ croata sotto bombe ed attacchi delle forze militari serbe e da gandhiano nonviolento, senza armi, sulla prima linea di fronte ha chiamato l’attenzione della comunita’ internazionale di porre fine alla guerra sangunosa in ex Jugoslavia e di riconoscere immediatamente l’indipendenza della Croazia, Slovenia e BiH. Gia’ da allora, i leader radicali Marco Pannella, Emma Bonino e Sergio Stanzani avvertirono che la politica del regime Milosevic avrebbe condotto all’atroce guerra in BiH.
Per l’impegno dei radicali al riconoscimento dello Stato indipendente croato, su decisione dell’ex presidente croato Stjepan Mesic, Emma Bonino, Marco Pannella e Olivier Dupuis, all’epoca segretario del PRT, nel 2002 hanno ricevuto le piu’ alte onorificenze dello Stato croato che vengono attribuite agli stranieri per il loro contributo particolare alla Croazia. Le onorificenze sono state consegnate a nome del Presidente Mesic dall’allora ministro degli esteri croato, Tonino Picula. Marina Sikora ha rilevato anche l’importanza dell’amicizia politica tra i radicali e il neoeletto presidente croato Ivo Josipovic il quale in tutti gli anni delle sue attivita’ politiche ma anche attualmente e’ un forte sostenitore e promotore della societa’ civile. Le conoscenze risalgono ai tempi della Conferenza diplomatica svoltasi a Roma nel 1998 per l’istituzione della Corte Penale Permanente (ICC) quando Ivo Josipovic vi partecipo’ come membro – esperto di diritto internazionale della delegazione croata. Ricordiamo che Emma Bonino e il PRNTT ha sostenuto con una lettera di sostegno la candidatura di Josipovic alle elezioni presidenziali in cui Emma Bonino ha sottolineato l’importanza della scelta dei cittadini croati di un politico quale Ivo Josipovic, convinto europeista e fermo sostenitore dello stato di diritto, della giustizia e in particolare un politico il cui impegno principale vuole essere quello di lottare contro la corruzione e criminalita’ organizzata, uno dei requisiti indispensabili per l’ingresso della Croazia nell’Ue.
A quindici anni dalla guerra per l’indipendenza della Croazia, il nuovo presidente Ivo Josipovic tende la mano alla Serbia con la quale si dice pronto a girare pagina a condizioni concrete nel momento in cui i due Paesi guardano nella direzione verso l’Ue, scrive l’agenzia di stampa francese France presse che ha pubblicato una intervista con Ivo Josipovic. “Vogliamo migliorare le nostre relazioni, questo e’ uno degli obiettivi piu’ importanti del mio programma presidenziale” ha spiegato Josipovic nell’intervista durante la sua visita a Bruxelles. “I politici della Croazia e della Serbia devono impegnarsi piu’ attivamente a favore della riconciliazione perche’ le attuali generazioni non devono trasferire i problemi alle prossime generazioni, i problemi devono essere risolti una volta per sempre” valuta Josipovic. AFP rileva che il nuovo presidente croato sa di che cosa parla e ricorda che Josipovic e’ un esperto di diritto internazionale e uno degli autori dell’accusa per genocidio che la Croazia ha sollevato contro la Serbia dieci anni fa mentre la Serbia, lo scorso 4 gennaio ha presentato la controaccusa, sempre per genocidio alla Corte internazionale di Giustizia. Josipovic – aggiunge AFP – non esclude la possibilita’ che entrambi i Paesi alla fine ritirino le proprie accuse. “Questo dipendera’ dagli sforzi nella ricerca di soluzioni di altri problemi collegati con la guerra, con il destino delle persone scomparse, il patrimonio saccheggiato, i crimini di guerra” ha detto Josipovic esprimento anche soddisfazione per il fatto che “la Serbia ha cambiato la sua politica e ha iniziato a collaborare nella ricerca di criminali di guerra latitanti”.
(*) Corrispondente di Radio Radicale. Il testo è la trascrizione di una parte della corrispondenza andata in onda nella puntata di Passaggio a Sud Est del 6 marzo
Di Marina Szikora (*)
Una occasione particolare e si puo’ dire tranquillamente un precedente quello della visita ufficiale di un capo di Stato nella capitale europea Bruxelles. Si e’ trattato del primo viaggio all’estero del neoeletto presidente della Croazia, Ivo Josipovic, due settimane dopo aver prestato giuramento e assunto ufficialmente il nuovo incarico succedendo l’ex presidente croato Stjepan Mesic. L’importantissimo obiettivo di Josipovic e’ stato quello di incontrare i vertici delle istituzioni europee, per primo Jerzy Busek, presidente del PE, giovedi’ 4 marzo e poi il giorno dopo, Jose Manuel Barroso, presidente della Commissione europea e Herman Van Rompuyem, presidente del Consiglio europeo. Il presidente del Consiglio europeo ha dichiarato in questa occasione che la Croazia puo’ concludere i negoziati di adesione attualmente in corso entro quest’anno se riesce a soddisfare le condizioni necessarie. Ha rilevato che a tal proposito, la Croazia ha il pieno sostegno dell’Ue sottolineando anche l’importanza della cooperazione regionale e l’attuazione delle riforme. Il Presidente Josipovic ha espresso speranza di una nuova fase nella collaborazione con i paesi vicini. Ha sottolineato che sia il Governo che l’opposizione sono dedicati all’obiettivo dell’ingresso della Croazia nell’Ue e che ai cittadini bisogna spiegare i benefici dell’adesione.
Il nuovo capo dello Stato croato ha incontrato anche José Manuel Barroso. Con il presidente della Commissione europea Josipovic concorda che bisogna attuare le necessarie riforme, indipendentemente dal processo di adesione che si sta’ avvicinando alla sua fase finale. In merito all’attualissima delicata situazione interna relativa all’agricoltura e costruzione navale, Josipovic ha rilevato che le debolezze in questi settori sono problemi interni che non sono stati trattati e risolti da anni e che le riforme nell’agricoltura e costruzione navale sono indispensabili indipendentemente dall’accesso all’Ue. Ha sottolineato di essere certo che la privatizzazione dei cantieri navali sara’ effettuata nel modo di evitare che gli operai rimangano senza lavoro. Secondo Barroso una adesione accelerata della Croazia all’Ue e’ possibile ma anche molto impegnativa. Ha enfatizzato che finora e’ stato fatto molto e che dalla Croazia arrivano buoni segnali. Va sottolineato che di un totale di 33 capitoli di negoziati di adesione, la Croazia ne ha aperti finora 30 di cui 17 sono stati completamente chiusi.
Tra gli incontri del Presidente Josipovic ugualmente importante e indubbiamente particolare e’ stato quello svoltosi venerdi’ mattina con i rapppresentanti delle piu’ prestigiose organizzazioni nongovernative per i dirtitti umani con sede a Bruxelles. Josipovic si è incontrato con Louise Arbour, presidente di ICG, Nicolas Beger, direttore dell’Ufficio Ue, Amnesty International, Marino Busdachin, segretario generale di UNPO, Ivan Ivanov, direttore esecutivo di European Roma Information Office, Lotte Leicht, direttrice dell’ ufficio EU di HRW, Antoine Madelin, direttore per gli affari intergovernativi di FIDH e Marina Sikora, consigliere generale del PRNTT. L’evento e’ stato ospitato e presieduto da Niccolo’ Figa – Talamanca, segretario generale di Non C’e’ Pace Senza Giustizia nella sede di NPSG a Bruxelles. L’obiettivo di questo incontro a cui il Presdente Josipovic ha partecipato accompagnato dall’ambasciatore della missione croata presso l’Ue e dai suoi consiglieri per la politica estera e’ stato quello di discutere le nuove priorita’ della Croazia sul piano della promozione di diritti umani, lo stato di diritto e giustizia internazionale nonche’ le aspettative da parte delle organizzazioni nongovernative per i diritti umani dalla Croazia in particolare nella luce dell’inizio del mandato del nuovo presidente.
In occasione di questo importante appuntamento, Sergio Stanzani e Niccolo’ Figa-Talamanca, rispettivamente presidente e segretario generale di Non C’e’ Pace senza Justizia, hanno dichiarato: “NPSG e il Partito radicale nonviolento transnazionale e transpartito sono onorati di aver avuto l’opportunita’ di ospitare questo incontro con il Presidente Ivo Josipovic. Il fatto che il Presidente ha avuto tempo di incontrare i rappresentanti delle piu’ prestigiose organizzazioni nongovernative per i dieritti umani nell’ambito del suo primo viaggio a Bruxelles, e’ una testimonianza concreta alla sua visione politica di una piu’ forte leadership croata nell’affermazione dello stato di diritto, giustizia e diritti umani, sia a casa che all’estero. Il Presidente Josipovic ha dichiarato che le organizzazioni della societa’ civile hanno avuto e continuano ad avere un ruolo fondamentale nel processo di costruzione di una societa’ piu’ aperta e democratica ed e’ stato essenziale nel raggiungimento efficace dell’obiettivo della Croazia di indirizzare i crimini di guerra e crimini contro l’umanita’ che avevano colpito il Paese, contribuendo a condurre la Croazia verso la democrazia e lo stato di diritto nonche’ di ristabilire pace, stabilita’ e sviluppo in Europa sudorientale.
NPSG saluta l’appello del Presidente Josipovic a chiudere i conti con il passato e di aiutare gli sforzi del Governo a rimuovere i rimanenti ostacoli nel processo di negoziati di adesione della Croazia all’Ue rendendo possibile la conclusione definitiva del cammino della Croazia in quanto 28-esimo Stato membro dell’Ue entro il 2012”, conclude il comunicato di NPSG, l’organizzazione nongovernativa che insieme al PRNTT e in collaborazione con la missione croata presso l’Ue ha ospitato questo evento. Marina Sikora, consigliere generale del PRNTT, nel corso degli interventi dei rappresentanti delle organizzazioni presenti all’incontro con Ivo Josipovic, ha voluto ricordare il contributo unico e straordinario di Marco Pannella e del PRT negli anni dell’atroce guerra contro la Croazia. A Capodanno del 1991, indossando la divisa croata, il leader radicale insieme ai suoi compagni si e’ recato ad Osijek, la citta’ croata sotto bombe ed attacchi delle forze militari serbe e da gandhiano nonviolento, senza armi, sulla prima linea di fronte ha chiamato l’attenzione della comunita’ internazionale di porre fine alla guerra sangunosa in ex Jugoslavia e di riconoscere immediatamente l’indipendenza della Croazia, Slovenia e BiH. Gia’ da allora, i leader radicali Marco Pannella, Emma Bonino e Sergio Stanzani avvertirono che la politica del regime Milosevic avrebbe condotto all’atroce guerra in BiH.
Per l’impegno dei radicali al riconoscimento dello Stato indipendente croato, su decisione dell’ex presidente croato Stjepan Mesic, Emma Bonino, Marco Pannella e Olivier Dupuis, all’epoca segretario del PRT, nel 2002 hanno ricevuto le piu’ alte onorificenze dello Stato croato che vengono attribuite agli stranieri per il loro contributo particolare alla Croazia. Le onorificenze sono state consegnate a nome del Presidente Mesic dall’allora ministro degli esteri croato, Tonino Picula. Marina Sikora ha rilevato anche l’importanza dell’amicizia politica tra i radicali e il neoeletto presidente croato Ivo Josipovic il quale in tutti gli anni delle sue attivita’ politiche ma anche attualmente e’ un forte sostenitore e promotore della societa’ civile. Le conoscenze risalgono ai tempi della Conferenza diplomatica svoltasi a Roma nel 1998 per l’istituzione della Corte Penale Permanente (ICC) quando Ivo Josipovic vi partecipo’ come membro – esperto di diritto internazionale della delegazione croata. Ricordiamo che Emma Bonino e il PRNTT ha sostenuto con una lettera di sostegno la candidatura di Josipovic alle elezioni presidenziali in cui Emma Bonino ha sottolineato l’importanza della scelta dei cittadini croati di un politico quale Ivo Josipovic, convinto europeista e fermo sostenitore dello stato di diritto, della giustizia e in particolare un politico il cui impegno principale vuole essere quello di lottare contro la corruzione e criminalita’ organizzata, uno dei requisiti indispensabili per l’ingresso della Croazia nell’Ue.
A quindici anni dalla guerra per l’indipendenza della Croazia, il nuovo presidente Ivo Josipovic tende la mano alla Serbia con la quale si dice pronto a girare pagina a condizioni concrete nel momento in cui i due Paesi guardano nella direzione verso l’Ue, scrive l’agenzia di stampa francese France presse che ha pubblicato una intervista con Ivo Josipovic. “Vogliamo migliorare le nostre relazioni, questo e’ uno degli obiettivi piu’ importanti del mio programma presidenziale” ha spiegato Josipovic nell’intervista durante la sua visita a Bruxelles. “I politici della Croazia e della Serbia devono impegnarsi piu’ attivamente a favore della riconciliazione perche’ le attuali generazioni non devono trasferire i problemi alle prossime generazioni, i problemi devono essere risolti una volta per sempre” valuta Josipovic. AFP rileva che il nuovo presidente croato sa di che cosa parla e ricorda che Josipovic e’ un esperto di diritto internazionale e uno degli autori dell’accusa per genocidio che la Croazia ha sollevato contro la Serbia dieci anni fa mentre la Serbia, lo scorso 4 gennaio ha presentato la controaccusa, sempre per genocidio alla Corte internazionale di Giustizia. Josipovic – aggiunge AFP – non esclude la possibilita’ che entrambi i Paesi alla fine ritirino le proprie accuse. “Questo dipendera’ dagli sforzi nella ricerca di soluzioni di altri problemi collegati con la guerra, con il destino delle persone scomparse, il patrimonio saccheggiato, i crimini di guerra” ha detto Josipovic esprimento anche soddisfazione per il fatto che “la Serbia ha cambiato la sua politica e ha iniziato a collaborare nella ricerca di criminali di guerra latitanti”.
(*) Corrispondente di Radio Radicale. Il testo è la trascrizione di una parte della corrispondenza andata in onda nella puntata di Passaggio a Sud Est del 6 marzo
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