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lunedì 4 aprile 2016

PASSAGGIO IN ONDA

E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est del 3 aprile 2016.
La trasmissione e' ascoltabile direttamente qui di seguito oppure sul sito di Radio Radicale.


Sommario della puntata


La prima parte della puntata è dedicata alla sentenza con cui il Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia ha assolto il leader ultranazionalista serbo Vojislav Seselj dalle accuse di crimini di guerra e contro l'umanità commessi durante i conflitti degli anni '90 in Bosnia, Croazia e Vojvodina: i commenti dei politici della regione e le reazioni dei sopravvissuti e dei familiari delle vittime dei conflitti; l'intervista a Luca Leone, giornalista e scrittore, sui motivi che stanno dietro la decisione (non unanime) dei giudici e le conseguenze della guerra nella realtà della Bosnia di oggi.

Nella seconda parte si parla delle crisi politiche in Albania, dove si tenta un difficile dialogo tra maggioranza di centrosinistra e opposizione, in Macedonia, dove si andrà al voto il prossimo 5 giugno senza garanzie che si possa risolvere l'attuale stallo politico, ed in Kosovo dove le opposizioni continuano la loro lotta contro l'accordo con la Serbia firmato 3 anni fa con la mediazione dell'Ue e tentano la carta delle elezioni anticipate.


La trasmissione, realizzata con la collaborazione di Marina Sikora e Artur Nura, è ascoltabile direttamente qui


venerdì 1 aprile 2016

ASSOLUZIONE SESELJ: LA "DISSENTING OPINION" DELLA GIUDICE FLAVIA LATTANZI

La giudice Flavia Lattanzi
La sentenza con cui è stato assolto Vojslav Seselj non è stata condivisa dalla giudice italiana Flavia Lattanzi, componente del collegio del Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia che ha giudicato non colpevole il leader ultranazionalista serbo. Per la procura Seselj era direttamente coinvolto o non aveva impedito i crimini indicati nel nove capi d'accusa dei quali era stato chiamato a rispondere: tre crimini contro l'umanità (per persecuzione, deportazione e atti disumani di trasferimento forzato) e sei crimini di guerra (per assassinio, tortura e trattamenti crudeli, distruzione casuale, distruzione o danneggiamento volontario di istituzioni dedicate alla religione o all'istruzione, saccheggio di proprietà pubbliche o private). Per questi reati l'accusa aveva chiesto una condanna a 28 anni di reclusione. Una posizione condivisa dalla giudice italiana che ha votato contro l'assoluzione perché "la giuria non ha tenuto conto del clima di intimidazione che Seselj e i suoi hanno imposto ai testimoni" e non ha "ragionato adeguatamente" sulle prove pur ammettendo che i crimini erano stati compiuti, tanto più che c'erano le prove che Seselj avesse istigato al compimento dei delitti. Come si sa, invece, gli altri due componenti del collegio, il francese Jean-Claude Antonetti e il senegalese Mandiaye Niang, sono stati di diverso avviso e Seselj è stato assolto

Leggi qui la "dissenting opinion" della giudice Flavia Lattanzi (in inglese)

giovedì 31 marzo 2016

LA SENTENZA DI ASSOLUZIONE DI VOJSLAV SESELJ

Intervista a Luca Leone per Radio Radicale

Ad una settimana esatta dalla condanna di Radovan Karadzic, il Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia ha assolto l'ultranazionalista serbo Vojslav Seselj, fondatore e presidente del Partito radicale serbo, da tutti i capi d'accusa per crimini di guerra e crimini contro l'umanità per fatti accaduti durante la guerra in Croazia e in Bosnia. Una sentenza che ha sorpreso il procuratore capo del Tribunale, Serge Brammertz, che ha già preannunciato un ricorso contro la decisione dei giudici che ha rigettato completamente l'ipoptesi accusatoria. L'intervista propone un'interessante analisi sulle ragioni dettate dalla realpolitik che spiegano queste due decisioni così di diverse da parte del Tribunale internazionale.

Luca Leone, giornalista, scrittore ed editore (Infinito edizioni) ha scritto doversi saggi sull'ex Jugoslavia e in particolare sulla Bosnia, un paese che ama e conosce molto bene. I suoi interventi si possono leggere sul suo blog Occhio Critico.




ASSOLTO VOJSLAV SESELJ

Benkovac, 1991: Seselj (sin.) all'inzio della guerra in Croazia
Ad una settimana esatta dalla condanna a 40 anni di Radovan Karadzic, il Tribunale internazionale per l'exJugoslavia (Icty) ha assolto il leader ultranazionalista serbo Vosjislav Seselj dai nove capi di imputazione per crimini di guerra e contro l'umanità commessi contro croati e musulmani durante i conflitti del 1991-95. Secondo i giudici dell'Aia la procura, che aveva chiesto una condanna a 28 anni per l'imputato, non è riuscita a provare l'esistenza di un'impresa criminale congiunta". Seselj, dunque, è un uomo libero, come ha detto il presidente della giuria Jean-Claude Antonetti.

Seseslj, che nel 2003 si era volontariamente costituito ed era poi stato scarcerato per motivi di salute nel 2014, non ha voluto essere presente alla lettura della sentenza come aveva fatto sapere da Belgrado e ha elogiato i giudici del tribunale - definiti "degni di onore e giusti" - dopo tutti i processi “che hanno accusato serbi innocenti che hanno ricevuto sentenze draconiane”. Per Seselj i giudici "hanno dimostrato che la loro professionalità e il loro onore è al di sopra di qualsiasi pressione politica" e hanno emesso "l'unico verdetto possibile".

Opposto il giudizio della procura che in un comunicato dichiara di prendere atto della decisione in attesa di esaminare le motivazioni dei giudici e giudica comprensibile “che molte vittime e le comunità resteranno deluse dalla sentenza". Il procuratore capo, Serge Brammertz, da parte sua ha già annunciato di voler fare appello e ha parlato di una sentenza "a sorpresa" sottolineando di condividere la frustrazione di molte delle vittime. "Non posso essere soddisfatto dell'esito", ha dichiarato parlando ai giornalisti. "Le motivazioni non sono assolutamente in linea con la realtà fattuale", ha aggiunto Brammertz.

Seselj doveva risponder di nove capi di imputazione per crimini commessi nell'ambito del suo
progetto di unificazione di "tutte le terre serbe". Secondo l'accusa Seselj era dietro agli assassini di molti croati, musulmani e civili non di etnia serba, come della deportazione forzata di "decine di migliaia" di persone da vaste aree della Bosnia Erzegovina, della Croazia e della Serbia. Inoltre, secondo l'accusa, avrebbe comandato unità paramilitari chiamate "Gli uomini di Seselj". Per la corte, tuttavia, il caso è stato presentato in maniera confusa e ambigua e l'accusa non è riuscita a chiarire il contesto generale in cui si sono svolti gli eventi. La procura ha dato "al massimo un'interpretazione che nasconde il modo in cui si sono svolti i fatti e nel caso peggiore li distorce in relazione alle prove presentate alla camera", ha dichiarato il presidente della corte Antonetti.


La notizia dell'assoluzione del leader dell'ultranazionalista Partito radicale serbo ha fatto subito il giro delle capitali dei Paesi che furono coinvolti nelle guerre degli anni '90 che segnarono la dissoluzione della Jugoslavia. La Croazia l'ha già definita "vergognosa". Il primo ministro Tihomir Oreskovic, in visita a Vukovar, la città che all'inizio della guerra, nell'autunno del 1991, fu assediata e rasa al suolo dalle forze serbe e fu teatro di un efferato eccidio di civili croati, ha parlato di una “sconfitta della corte dell'Aia e dei procuratori” descrivendo Seselj come “un uomo che ha fatto cose malvagie e non ha mostrato rimorso né allora né oggi".


domenica 27 marzo 2016

PASSAGGIO IN ONDA

E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est del 27 marzo 2016.
La trasmissione e' ascoltabile direttamente qui di seguito oppure sul sito di Radio Radicale.


Sommario della puntata


La prima parte della trasmissione è dedicata alla condanna di Radovan Karadzic in primo grado a 40 anni decisa dal Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia per i crimini commessi nel corso della guerra in Bosnia Erzegovina, l'assedio di Sarajevo e il genocidio di Srebrenica. I commenti della comunità internazionale e nei paesi della regione e le opinioni di Emma Bonino e di Andrea Rossini di Osservatorio Balcani e Caucaso.

Nella seconda parte del programma le reazioni ed i commenti sugli attentati di Bruxelles e sul rischio di diffusione del fondamentalismo islamico e di infiltrazioni jihadiste nei Balcani legate ai flussi di profughi e migranti.

Infine, nell'ultima parte, un'interessante analisi pubblicata sul quotidiano serbo Politika che mette a confronto il negoziato di adesione all'Unione Europea della Turchia e della Serbia.

In apertura l'iniziativa del comitato per la candidatura del grande scrittore Predrag Matvejevic al premio Nobel per la letteratura.

La trasmissione, realizzata con la collaborazione di Marina Sikora e Artur Nura, è ascoltabile direttamente qui

venerdì 25 marzo 2016

LA CONDANNA DI RADOVAN KARADZIC A 40 ANNI PER CRIMINI DI GUERRA E GENOCIDIO

Intervista a Andrea Rossini di Osservatorio Balcani e Caucaso

Radovan Karadzic, l'ex capo politico dei serbi di Bosnia durante la guerra degli anni '90, è stato condannato in primo grado a 40 anni dal Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia per il genocidio di Srebrenica, l'assedio di Sarajevo e altri crimini di guerra compiuti durante il conflitto del 1992-95 in Bosnia. Anche se i giudici non hanno ritenuto sufficienti gli elementi per provare l'esistenza di un piano genocidiario già dal 1992, la sentenza è comunque importante e potrebbe essere modificata in appello. Giunge però a più di vent'anni dai fatti, dopo un processo durato quasi sei anni e dopo una latitanza dell'imputato protrattasi per quasi 13 anni. Soprattutto giunge in una Bosnia Erzegovina in cui sembrano aver prevalso le divisioni e la pulizia etnica che furono teorizzate e perseguite da Karadzic durante gli anni del suo potere.



giovedì 24 marzo 2016

EMMA BONINO SULLA CONDANNA DI RADOVAN KARADZIC A 40 ANNI PER GENOCIDIO E CRIMINI DI GUERRA

Intervista di Lorenzo Rendi per Radio Radicale

Emma Bonino commenta la condanna dell'ex leader politico dei serbi di Bosnia, Radovan Karadzic, a 40 anni per crimini contro l'umanità, crimini di guerra, sterminio e deportazione e per il genocidio di Srebrenica e l'assedio di Sarajevo.
Emma Bonino, che nel luglio del 1995 era Commissario europeo agli aiuti umanitari, dopo una missione in Bosnia fu tra i primissimi ad accorgersi e a denunciare pubblicamente quanto era accaduto a Srebrenica.
Nell'intervista si ricorda anche l'iniziativa dei radicali per l'incriminazione di Slobodan Milosevic e l'istituzione di un tribunale ad hoc per giudicare i crimini commessi durante i conflitti nell'ex Jugoslavia.



KARADZIC CONDANNATO A 40 ANNI PER CRIMINI DI GUERRA E GENOCIDIO

Il Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia ha giudicato l'ex capo politico dei serbi di Bosnia colpevole per il genocidio di Srebrenica, l'assedio di Sarajevo e altri crimini commessi durante la guerra del 1992-95. La corte ha invece giudicato non sufficienti le prove per l'accusa di genocidio relativa ai fatti avvenuti in una serie di villaggi.

Radovan Karadzic mentre ascolta la sentenza
Quarant'anni di carcere: questa la condanna decisa dalla 3a sezione del Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia al termine del processo di primo grado contro Radovan Karadzic, l'ex leader dei serbi di Bosnia durante il conflitto degli anni '90, giudicato colpevole di genocidio, uccisioni, deportazioni e altri crimini di guerra. Una sentenza che sulle prime ha scontentato molti: la difesa, ovviamente, ma anche i parenti delle vittime e i sopravvissuti che speravano nella condanna all'ergastolo chiesta dal procuratore Tieger. Inoltre la corte non ha ritenuto sufficienti le prove che volevano dimostrare l'esistenza di un piano genocidiario premeditato e organizzato dalla dirigenza serbo-bosniaca fin dall'inizio del conflitto. Altro elemento di delusione è che la sentenza è giunta a più di vent'anni dai fatti, a quasi un anno e mezzo dalla chiusura di un processo durato 5 anni che si è celebrato dopo ben 13 anni di latitanza dell'imputato che nel frattempo aveva potuto vivere pressoché indisturbato nonostante sul suo capo pendesse una taglia di 5 milioni di dollari. Una latitanza durata fino al luglio del 2008 quando Karadzic, grazie ai cambiamenti politici che nel frattempo erano avvenuti in Serbia, fu finalmente arrestato a Belgrado dove esercitava la professione di medico specializzato in medicina alternativa e psicologia sotto il falso nome di Dragan David Dabic.

Oltre che per il massacro di Srebrenica, il più grave crimine di guerra compiuto in Europa dalla fine della seconda guerra mondiale, costato la vita a oltre 8000 bosgnacchi maschi e giudicato come genocidio dalla giustizia internazionale, la Corte ha giudicato Karadzic responsabile anche di omicidio e persecuzione di civili per le atrocità commesse durante i 44 mesi dell'assedio di Sarajevo nel quale morirono circa 10mila persone. A questi reati si aggiunge la "presa di ostaggi" compiuta con il sequestro di 284 caschi blu dell'Onu usati come scudi umani contro i bombardamenti della Nato. Il tribunale dell'Aja ha ritenuto invece insufficienti gli elementi forniti dall'accusa per estendere l'accusa di genocidio anche agli eccidi compiuti a Bratunac, Prijedor, Foca, Kljuc, Sanski Most, Vlasenica e Zvornik. Per questi episodi Karadzic è stato comunque ritenuto colpevole di crimini contro l'umanità, omicidio e persecuzione.

Il video delle lettura della sentenza di condanna per Radovan Karadzic


Alla lettura delle sentenza, nell'aula del tribunale internazionale all'Aja, hanno assistito rappresentanti delle associazioni delle Donne e Madri di Srebrenica, degli ex detenuti dei campi di concentramento, delle Donne vittime di guerra, dei Genitori dei bambini uccisi e rappresentanti di altre organizzazioni giunti appositamente dalla Bosnia, assieme a decine e decine di giornalisti, diplomatici e insegnanti, ricercatori e rappresentanti della società civile.


Val al sito del Tribunale Internazionale per l'ex Jugoslavia

lunedì 15 dicembre 2014

IL CASO SESELJ AL CONSIGLIO DI SICUREZZA ONU

Di Marina Szikora
Il caso Seselj, dopo le fortissime critiche da parte della Croazia che hanno visto l'invio di una lettera aperta del capo dello stato croato, Ivo Josipovic al presidente del Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia, Theodor Meron, dopo l'approvazione all'unanimita' di una dichiarazione di condanna del Parlamento croato, succeduta subito dall'iniziativa dei deputati croati al Parlamento europeo che ha prodotto una forte risoluzione di condanna e la richiesta del PE verso il Tribunale di riesaminare la propria decisione sul rilascio di Seselj, martedi' del caso Seselj si e' discusso anche al Palazzo di Vetro a New York, in concreto alla riunione annuale del Consiglio di Sicurezza dell'ONU sul lavoro del Tribunale internazionale. I rappresentanti croati all'ONU hanno parlato soltanto del caso Seselj che ha suscitato un raffreddamento delle relazioni tra Croazia e Serbia, informano i media croati. L'ambasciatore serbo all'ONU, Milan Milanovic, ha accusato la Croazia di utilizzare il Consiglio di sicurezza per condurre una politica elettorale nazionale. Il rappresentante serbo ha poi girato il discorso sulla situazione della minoranza serbe e sui presunti incidenti contro i serbi in Croazia, rilevando i problemi del ritorno dei profughi serbi in Croazia e la restituzione delle loro proprieta'.

Vladimir Drobnjak, ambasciatore croato presso le Nazioni Unite ha detto invece che il Consiglio di Sicurezza non e' il luogo per discutere della situazione della minoranza serba in Croazia. “Seselj invece e' una questione di cui bisogna discutere, mentre il collegamento della mancanza delle reazioni serbe sul caso Seselj con la questione della minoranza non e' soltanto terribilmente improprio ma dimostra anche la non comprensione serba di questo problema” ha detto l'ambasciatore croato e ha aggiunto che “la Serbia non ha imparato certe lezioni del passato”. Il rappresentante serbo ha replicato che la Serbia non appoggia le dichiarazioni belliche di Seselj ma non accetta nemmeno una colpa e responsabilita' collettive. La responsabilita' per i comportamenti di Seselj, secondo Belgrado e' del Tribunale dell'Aja che lo ha rilasciato. La retorica di odio non esiste soltanto in Serbia, bensi' nell'intera regione, ha detto l'ambasciatore serbo rilevando che dell'importanza di Seselj in Serbia parlano i risultati elettorali secondo i quali Seselj e' stato marginalizzato. Secondo il rappresentante croato il rilascio di Seselj e' invece dannoso per la pace e stabilita' in Europa Sudorientale, un'umiliazione per le vittime e compromette le basi fondamentali del Tribunale sull'ex Jugoslavia. “Aspettare undici anni la giustizia e' gia' di per se difficile, ma vederlo libero con provocazioni scandalose e' assolutamente inaccettabile e offensivo” ha detto l'ambasciatore Drobnjak.

Precedentemente a questa aspra discussione tra i due ambasciatori all'ONU, il procuratore dell'Aja, Serge Brammertz ha chiesto la revoca della decisione del rilascio di Seselj. Bremmertz ha detto che Seselj ha ignorato gli ordini del Tribunale e che ha offeso le vittime. Ha aggiunto che le reazioni sul rilascio di Seselj e la ripetizione della retorica di 20 anni fa ricordano quanto la riconciliazione sia fragile. Anche gli Stati Uniti, in seno all'ONU hanno condannato il comportamento bellico di Seselj che secondo Washington rappresenta una sfida alla riconciliazione nella regione. Cosi', nel suo intervento David Pressman, l'ambasciatore americano al Consiglio di Sicurezza ONU. Pressman ha invitato i governi della regione di “fare il tutto possibile a fin di evitare la retorica bellica” e assicurare la piena collaborazione con il Tribunale. Il rappresentante russo, Evgenij Zagajnov non ha voluto invece commentare il comportamento di Seselj, ma ha detto che il fatto di mancanza della sentenza dopo 12 anni di processo rappresenta “il non adempimento degli standard giuridici”.
“Rispettando tutta la complessita' di questo caso, ci aspettiamo dal Tribunale che la sentenza a Seselj venga pronunciata al piu' presto possibile” ha detto la rappresentante britannica rilevando che la sentenza in tempo giusto e' cruciale per la riconciliazione. Il presidente del Tribunale, Theodor Meron non ha fatto riferimento al comportamento di Seselj dopo il rilascio. Ma nel suo intervento ha rilevato che lo stato di salute degli imputati, soprattutto quello di Goran Hadzic, Ratko Mladic e Vojislav Seselj rende la situazione difficile e rallenta i processi.

Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud est andata in onda il 14 dicembre a Radio Radicale

lunedì 8 dicembre 2014

SESELJ: LA PROCURA DEL TRIBUNALE INTERNAZIONALE CHIEDE IL RIENTRO IN CARCERE

Di Marina Szikora
Le iniziative giuste e la pressione orchestrata all'unanimita' hanno avuto il suo effetto positivo sull'ICTY, anche se la decisione del rilascio di Seselj, concordano tutti, non doveva nemmeno succedere. La procura dell'Aja ha chiesto che l'imputato Vojislav Seselj torni nel carcere di Scheweningen perche' il suo comportamento in liberta' compromette le basi della decisione del suo rilascio condizionato, e' stato comunicato dall'Aja. Ricordiamolo, il Tribunale aveva preso la decisione del rilascio temporaneo di Seselj argomentandola con la possibilita' che l'imputato avesse una cura adeguata nell'ambiente piu' adeguato, viste le condizioni della sua salute, ma garantendo al tempo stesso la sicurazza dei testimoni e l'intero processo giudiziario.Vojislav Seselj non tornera' pero' volontariamente all'Aja. Lo ha detto il vicepresidente dell'ultranazionalista Partito Radicale Serbo (SRS), Nemanja Sarovic e ha aggiunto che Seselj ha terminato il suo lavoro all'Aja: “Come e che cosa fara' prossimamente, chiedetelo ad Aleksandar Vucic e Tomislav Nikolic”, ha detto Sarovic, stretto collaboratore di Seselj.

Il premier croato, Zoran Milanovic, il quale ha cancellato la sua partecipazione alla riunione bilaterale dei capi di governo dell'Europa centrale e sudorientale con il premier cinese Li Keqiang, fissato per questo mese a Belgrado, ha dichiarato di aspettarsi che le autorita' serbe rispettino i loro obblighi e restituiscano l'imputato per crimini di guerra Vojislav Seselj all'Aja. Milanovic ha aggiunto che il suo desiderio, tutto il tempo, era quello di sentire Belgrado distanziarsi dalla retorica di odio costantemente diffusa da Seselj sin dal suo rilascio in liberta' provvisoria. “Non c'era bisogno di mostrare questi muscoli inesistenti” ha detto il premier croato precisando di aver soltanto voluto che la gente in Serbia prenda posizione per dire che quello che Seselj dice e' un male. “E' noto a tutti quanto io personalmente e il mio esecutivo ci stiamo impegnando per il rispetto delle minoranze in Croazia, soprattutto quella piu' vasta, la minoranza serba, e mi aspetto quindi almeno un minimo di correttezza e umanita' da parte di Belgrado, ma forse mi aspetto troppo” ha detto Milanovic.

Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 7 dicembre a Radio Radicale

lunedì 1 dicembre 2014

IL "CASO SESELJ" ARRIVA ANCHE AL PARLAMENTO EUROPEO E PROVOCA CRITICHE E POLEMICHE

Su iniziativa croata il PE ha votato una risoluzione che condanna l'atteggiamento del leader ultranazionalista e critica il Tpi e la Serbia. La reazione di Belgrado: “O si tratta di una ipocrisia di enormi dimensioni oppure vogliono danneggiare la Serbia per altri motivi”. Dissensi anche tra gli eurodeputati.

Seselj a Belgrado dopo il rilascio "temporaneo" deciso dal
Tribunale internazionale per "motivi di salute"
Di Marina Szikora
Non e' la prima volta che una decisione del Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia viene criticata, che desta delusione e che fa perdere la fiducia ma anche l'autorita' di questa istituzione internazionale in difesa della sua giustizia. Ma questa volta si tratta di una agitazione molto elevata. Il caso Seselj non cessa di esserne al suo centro e da quando il tribunale ha deciso di lasciarlo a piede libero, con da subito la ripresa della sua accanita retorica dell'odio che invoca la grande Serbia, durissime sono le reazioni da parte della Croazia. Il primo passo e' stata, come abbiamo gia' informato, una lettera del capo dello stato croato, Ivo Josipovic al presidente del Tpi, Theodor Meron. E proprio in questi giorni il presidente del Tribunale si trova in visita in Bosnia Erzegovina e afferma che “la negazione del genocidio di Srebrenica e' molto preoccupante”. Meron ha detto di essere stato molto colpito quando, l'anno scorso, aveva visitato la fossa comune di Tomasica, vicino a Prijedor, che si crede di essere la piu' grande fossa comune nei Balcani. Adesso si tratta di un nuovo viaggio di Meron in Bosnia durante il quale ha visitato Celebici, Uzdol e infine Sarajevo per incontrare le vittime dei conflitti degli anni Novanta nelle zone in cui sono stati commessi crimini contro tutti e tre popoli bosniaci, vale a dire bosgnacchi, croati e serbi.

A proposito del caso Seselj, il presidente del Tribunale internazionale non ha voluto commentare troppo questa decisione. “Come presidente del Tribunale non ho nessun ruolo nel processo di decisione del consiglio. Questo e' il principio fondamentale dell'indipendenza della giustizia e ne resto dedicato. Inoltre, la procura non ha fatto nessun appello alla decisione del rilascio temporaneo di Vojislav Seselj e con questo la questione non e' giunta davanti al consiglio di appello al quale presiedo” ha detto Meron aggiungendo che ogni processo non puo' comunque essere concluso con la pena. “Essere imputato non significa automaticamente colpevole. I giudici prendono decisioni in base alle prove presentate da parte del procuratore....Se tutti i processi terminassero con una sentenza di condanna, il mondo sarebbe lontano dal senso di giustizia”, ritiene il presidente del Tpi.

Sul “caso Seselj” il fatto piu' importante di questa settimana e' l'approvazione di una risoluzione del Parlamento europeo. L'iniziativa a questa risoluzione e' stata promossa dall'europarlamentare croato, Andrej Plenkovic (HDZ) e appoggiata subito all'unanimita' da tutti gli eurodeputati croati. La risoluzione approvata giovedi' a Strasburgo ricorda alla Serbia i suoi obblighi relativi alla collaborazione con il Tribunale dell'Aja come anche gli obblighi di Belgrado in quanto paese candidato che si trova in mezzo ai negoziati di adesione all'Unione Europea. L'Europarlamento si dice preoccupato per la mancanza di una reazione politica adeguata e una risposta legittima delle autorita' serbe al comportamento di Seselj. La risoluzione invita il Tribunale internazionale e la procura di verificare se sono rispettati i criteri per il rilascio temporaneo viste le nuove circostanze. Nel documento si dice che la fiducia nei confronti del Tribunale si e' indebolita a causa “delle dichiarazioni inaccettabili ed offensive di Seselj”. Infine, i parlamentari europei invitano le autorita' serbe ad esaminare se Seselj abbia violato anche le leggi serbe.


mercoledì 26 novembre 2014

SESELJ TORNA IN SERBIA: TORNA ANCHE IL PASSATO?

Le dichiarazioni del capo ultranazionalista sotto processo all'Aja provoca dure reazioni in Croazia

Di Marina Szikora
Il presidente croato Ivo Josipovic ha condannato aspramente le ultimissime dichiarazioni bizzarre del leader degli ultranazionalisti radicali serbi, Vojislav Seselj in occasione dell'anniversario della tragica caduta di Vukovar di 23 anni fa. Il recentemente rilasciato imputato dell'Aja, Seselj si e' infatti congratulato con i “cetnici serbi” in occasione “della giornata della liberazione della Vukovar serba”. Ne ha dato notizia l'agenzia di stampa serba, Tanjug. Sul suo Twitter, Josipovic ha valutato queste congratulazioni come una provocazione vergognosa e ha rilevato che Seselj deve essere riconsegnato all'Aja. L'agenzia di stampa croata Hina, scrive il quotidiano serbo 'Vecernje novosti' ha informato che Seselj ha mandato un messaggio a tutti i media croati in cui ha detto che “nella giornata di oggi, 23 anni fa, i cetnici serbi dopo tre mesi di lotte eroiche hanno liberato la citta' di Vukovar dalle formazioni paramilitari ustasce”. “La Vukovar serba fu la prima citta' serba liberata, la quale senza lotta, grazie all'aiuto del regime di Belgrado fu riconsegnata allo stato ustascia croato” ha detto Seselj riferendosi al passato degli anni novanta. Nel suo messaggio e' stato detto ancora che “Vojislav Seselj e il suo partito non rinunceranno a nessun millimetro dello stato serbo e faranno il tutto possibile affinche' “la Republika della Krajina Serba e la Vukovar serba diventino nuovamente parte integrale della Grande Serbia”. Il presidente croato nel suo messaggio pubblico attraverso la televisione di stato HTV ha fatto sapere di aver scritto al presidente del Tribunale dell'Aja che giudica i crimini commessi in ex Jugoslavia su quanto accade dal rilascio di Sesselj dal carcere dell'Aja. Le notizie sulla lettera di Josipovic a Meron sono state riportate anche dai media serbi, senza pero' ulteriori commenti. In questa lettera, Josipovic ha avvertito che vi e' la possibilita' del rafforzamento delle attivita' politiche di Seselj e il pericolo che la sua retorica di odio minacci gravemente la pace e la stabilita' in Europa Sudorientale.

Il testo è la trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 24 novembre a Radio Radicale

martedì 18 novembre 2014

IL RITORNO DI SESELJ

Seselj e Arkan all'epoca delle guerre jugoslave
Vojislav Šešelj, leader ultranazionalista del Partito radicale serbo (Srs), sotto processo per crimini di guerra e crimini contro l'umanità commessi durante le guerre jugoslave degli anni '90, è tornato a Belgrado il 12 novembre scorso dopo che il Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia ne ha ordinato la libertà provvisoria per motivi di salute e per permettergli di essere curato in Serbia. Šešelj, che ha 60 anni, era detenuto nel carcere internazionale di Scheveningen (L'Aja) dal 2003 mentre le sentenza del processo che lo vede imputato è attesa non prima del prossimo anno.

I medici serbi che lo hanno in cura hanno dichiarato che è ammalato di tumore al colon che si sarebbe diffuso anche al fegato. Secondo quanto stabilito dai giudici del Tpi, Šešelj non dovrà interferire con le vittime o i testimoni coinvolti nel processo a suo carico e dovrà far rientro al tribunale quando richiesto. E' però innegabile che il suo ritorno in libertà (seppure condizionata) mentre il processo non è ancora giunto a conclusione a 11 anni da suo inizio, rappresenta, come nel caso di Slobodan Milosevic, morto in carcere, una sconfitta per il Tpi e per la giustizia internazionale.

È probabile che Šešelj cercherà ora di rilanciare il Srs, rimasto ormai fuori del parlamento e pesantemente ridimensionato a favore del Partito serbo del progresso (Sns) dell'attuale presidente Tomislav Nikolic, ex braccio destro di Seselj, e del premier Aleksandar Vucic. Il tentativo potrebbe anche ottenere qualche successo, considerando che due anni di governo del Sns ha deluso una parte degli elettori nazionalisti, ma molti esponenti del Srs si sono nel frattempo piazzati in posti chiave, mentre quelli rimasti fedeli a Šešelj sono fuori dal sistema.

Centinaia di suoi sostenitori si sono recati all'aeroporto in cui è atterrato il volo proveniente da Amsterdam e hanno poi manifestato nel centro di Belgrado in favore di Seselj.

Vedi la fotostoria pubblicata da TPortal,hr

lunedì 17 novembre 2014

SESELJ TORNA A BELGRADO PER SCONFIGGERE I DUE 'CANCRI' NIKOLIC E VUCIC

Vojislav Seselj
Di Marina Szikora
In coincidenza, più o meno, con la partenza da Belgrado del premier albanese Edi Rama, protagonista di uno scontro con il suo omologo serbo Alksandar Vucic a proposito del Kosovo, ecco l'arrivo di un'altra grana pesante per la leadership serba: il ritorno, dopo 11 anni di carcere, di Vojislav Seselj, leader dell'estremo radicalismo nazionalista serbo, sotto processo davanti al Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia. Il quotidiano serbo 'Politika' in vista dell'arrivo di Seselj a Belgrado si e' chiesto chi e' che attende Seselj? E scrive che Seselj alla fine ritorna in paese: molto piu' tardi di quanto i suoi fedeli ma poi ridimensionati seguaci politici lo avevano sperato, e comunque prima di quanto se lo aspettavano quelli che lo avevano scortato e salutato in partenza da Belgrado. Il giornale ricorda che i resti dei resti del partito politico serbo che una volta era il piu' potente e maggior organizzato partito negli ultimi anni, alludendo all'ultranazionalista Partito Radicale Serbo, spesso gridavano con manifesti annunciando un rientro trionfale del loro leader dall'Aja. Spesso sembravano tragicomici con sempre la stessa iconografia e con sempre gli stessi preannunci, scrive 'Politika', ma osserva che Seselj non soltanto non attendeva la Serbia, ma ad attenderlo hanno rinunciato nel frattempo anche alcuni dei suoi piu' stretti collaboratori, alludendo proprio alle massime cariche dell'attuale stato serbo. E secondo il giornale di Belgrado, il ritorno di Seselj adesso e' comunque una specie di ritorno da vincitore anche se forse “ferito a morte”. Non bisogna dimenticare che Seselj non ha mai riconosciuto il Tribunale dell'Aja e le sue regole, non ha mai inoltrato la domanda di essere liberato prima del tempo, come nemmeno accettato “le garanzie” e le condizioni delle autorita' serbe. Alla fine hanno dovuto rilasciarlo senza ancora una sentenza.


giovedì 12 dicembre 2013

TRIBUNALE INTERNAZIONALE: BRAMMERTZ, “PERSEGUIRE CHI HA AIUTATO I LATITANTI”

Di Marina Szikora
La settimana scorsa, alla riunione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite in cui e’ stato presentato il rapporto annuale del Tribunale dell’Aja che giudica i crimini commessi in ex Jugoslavia, il procuratore generale Serge Brammertz ha espresso un giudizio positivo sulla collaborazione della Serbia con il Tribunale, aggiungendo che e’ pero' necessario perseguire e indagare su coloro che hanno aiutato la fuga dei criminali latitanti. Il capo della procura dell’Aja ha rilevato che la Serbia “ha continuato a svolgere un ruolo importante per assicurare la conclusione del lavoro dell’Ufficio della procura dell’Aja” e ha aggiunto che i rappresentanti del governo serbo durante l’incontro a Belgrado hanno ribadito le precedenti garanzie che la collaborazione con l’Aja sara’ continuata. Cio’ riguarda in particolare l’avvicinamento ai testimoni e la loro deposizione davanti al Tribunale. Brammertz ha aggiunto che adesso e’ necessario che la Serbia, dopo l’arresto degli ultimi latitanti, Mladić e Hadžić, renda disponibili le informazioni complessive relative alla loro fuga e alla latitanza durata per cosi’ lungo tempo, nonche’ sulle indagini e il perseguimento di coloro che li hanno assistiti nella latitanza. Alla riunione del Consiglio di sicurezza e’ intervenuto anche il presidente del Tribunale, Theodor Meron il quale ha presentato il rapporto sul lavoro del tribunale nel periodo dal 1 agosto 2012 al 31 luglio 2013. Secondo la sua valutazione, il processo di primo grado contro Radovan Karadžić, dovrebbe essere concluso nel ottobre 2015 mentre quello contro Goran Hadžić entro la fine dell’anno. Il processo a Ratko Mladić potrebbe durare fino alla fine del 2016. Secondo Meron il Tribunale ha svolto un lavoro importante negli ultimi due decenni conducendo processi contro 161 persone ed ha aiutato le giustizie nazionali nei Balcani a condurre autonomamente i processi.

Il testo è tratto dalla trascrizione della corripondenza per la puntata di Passaggio a Sud est andata inonda oggi a Radio Radicale


giovedì 6 giugno 2013

CRIMINI DI GUERRA: POLEMICHE PER LE ULTIME SENTENZE DEL TRIBUNALE INTERNAZIONALE

Foto: bljesak.info
In coincidenza con il ventennale dell'istituzione del Tribunale internazionale che giudica i crimini in ex Jugoslavia, due diverse setenze di primo grado, quella che ha assolto gli ex capi dei servizi segreti di Milosevic e quella che ha condannato i vertici dell'autoproclamata Repubblica croata dell'Herceg-Bosna, hanno suscitato reazioni di segno opposto e polemiche sull'operato del tribunale quando mancano meno di due anni dal suo scioglimento. Qui di seguito la corrispondenza di Marina Szikora per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi a Radio Radicale.

Giovedi' scorso il Tribunale dell'Aja con una sentenza di primo grado ha assolto da tutti i capi di imputazione l'ex capo dei servizi segreti serbi Jovica Stanišić e l'ex comandante dell'Unita' per le operazioni speciali Franko Simatović, accuasti di crimini di guerra in Croazia e Bosnia Erzegovina. Il tribunale ha deciso la loro immediata liberazione dal carcere di Scheveningen. Va precisato che la procura dell'Aja aveva chiesto per Stanišić e Simatović l'ergastolo, ma i giudici, con un voto a maggioranza, hanno stabilito che i due rappresentanti serbi non erano intenzionati a contribuire alla presunta impresa criminale congiunta il cui obiettivo era stata l'eliminazione dei nonserbi in Croazia e Bosnia tra il 1991 e il 1995. Secondo l'atto di accusa ai due rappresentanti serbi si imputava di aver aiutato l'apertura di un centro per l'addestramento delle unita' paramilitari vicino alla citta' di Knin, all'epoca roccaforte dei serbi ribelli in Croazia, e poi di altri centri di addestramento in Croazia e in Bosnia Erzegovina. Si e' trattato di finanziamenti, educazione, appoggio logistico e altri tipi di sostegno alle forze serbe coinvolte nei crimini compiuti in Croazia e in Bosnia. Tutte le agenzie di stampa internazionale ne hanno dato notizia sottolineando che si tratta dell'ultima di una serie di sentenze di assoluzione pronunciate dal Tribunale internazionale che suscitano reazioni contrastanti tra i popoli in Europa sudorientale.

Secondo la Reuters, questa assoluzione significa che nessuno dei vertici dell'epoca di Belgrado è stato condannato per i crimini commessi durante la guerra in Bosnia nella quale, nei tre anni della sua durata, sono state uccise oltre 100.000 persone. Le sentenze da una parte hanno suscitato soddisfazione a Belgrado: il premier serbo Ivica Dačiš ha sottolineato "la grande importanza di questo verdetto per la Serbia", dall'altra parte vi e' molta incredulita' in Bosnia. La presidente dell'associazione delle madri di Srebrenica e Žepa, Munira Subašić, ha detto che si tratta di "una sentenza politica" inaccettabile. Secondo la BBC queste sentenze forse contribuiranno a ristabilire la fiducia dei serbi nella neutralita' del Tribunale che molti in Serbia ritengono operare soltanto a danno dei serbi.

Su queste sentenze si e' espressa anche l'ex portavoce della procura dell'Aja, Florence Hartmann, secondo la quale l'assoluzione di Stanišić e Simatović è un altro colpo all'attendibilita' del Tribunale internazionale nella fase conclusiva del suo lavoro. "Il tribunale dell'Aja ha confermato di voler abolire dalla giustizia penale internazionale la responsabilita' di comando, nonche' il concetto di collaborazione dei vertici militari e civili nel caso di violenze sistematiche. Con questo vengono premiati i cervelli del sistema che con una truffa sono riusciti a pianificare ed organizzare violenze di massa", ha detto l'ex portavoce dell'ex procuratore generale Carla del Ponte. Restano soltanto “un sentimento di delusione" e un "amaro sentimento di inganno perche' non c'e' ne' verita' ne' giustizia", ha detto Hartmann. C'e' da aggiungere che a fine maggio, in una intervista rilasciata all'agenzia di stampa serba Tanjug, l'ex portavoce della procura dell'Aja aveva giudicato le sentenze di assoluzione nei processi ad Ante Gotovina e Momčilo Perišić come mosse politiche affermando che il Tpi ha rinunciato al suo compito operando al fine di "creare un patrimonio giuridico che conviene alle grandi potenze perche' loro stesse hanno simili situazioni in operazioni ed interventi in giro per il mondo".


Queste ultime sentenze di assoluzione sono state precedute dal verdetto, anche in questo caso in primo grado, che condanna invece a lunghe pene detentive gli ex vertici dell'autoproclamata repubblica croata dell'Herceg-Bosna: in tutto 111 anni di carcere per crimini contro gli abitanti musulmani. Le sentenze arrivano nove anni dopo che i sei leader croato-bosniaci si consegnarono volontariamente al Tribunale internazionale dell'Aja. Secondo l'accusa esisteva una impresa criminale congiunta il cui obiettivo era quello di stabilire un'entita' croata e riunirla al resto del popolo croato. I sei condannati sono Jadranko Prlić, ex premier della Herzeg Bosna, l'ex generale Slobodan Praljak, l'ex ministro della difesa Bruno Stojić, l'ex generale Milivoj Petković, l'ex comandante della polizia militare HVO, Valentin Ćorić, e l'ex capo dell'ufficio per lo scambio di prigionieri, Berislav Pušić, condannati a pene carcerarie che vanno da 25 a 10 anni. Si tratta quindi di sei leader croati, tra politici e militari, accusati di aver perseguitato, espulso o assassinato membri della comunita' musulmana bosniaca in base a un piano mirante a fare della Bosnia una parte dello Stato croato. Un piano studiato a tavolino, secondo la sentenza del Tribunale, a capo del quale c'era l'allora presidente croato Franjo Tuđman, intenzionato a fare della Bosnia un mini-Stato croato. Secondo Michael Karnavas, l'avvocato di Jadranko Prlić, la sentenza e' scioccante e rappresenta un atto di accusa contro la Croazia. Adesso si spera nel processo di appello in cui si fara' tutto quanto possibile per rovesciare il verdetto di primo grado.

In Bosnia Erzegovina le sentenze hanno suscitato, com'è ovvio, reazioni diverse a seconda della provenienza dalla comunità bosgnacca o da quella croata. "La Croazia ha fatto degli errori, ma ha anche aiutato molto la BiH", ha commentato la sentenza il premier croato Zoran Milanović, il quale ritiene che la qualifica dell'impresa criminale congiunta al fine di annettere la Herceg-Bosna alla Croazia non corrisponde alla realta'. Milanović ha sottolineato di non potere parlare delle responsabilità individuali degli imputati, ricordando che la stessa difesa aveva ammesso che crimini sono stati commessi. Il presidente croato Ivo Josipović non ha voluto commentare il verdetto poiche' si tratta della sentenza di primo grado, ma ha rilevato che la Croazia e la Bosnia Erzegovina devono guardare al futuro e continuare la collaborazione di buon vicinato: "Quando ascolto una tale sentenza, la prima cosa che mi viene in mente sono le vittime. Il mio ricordo, il mio cordoglio vanno alle vittime e alle loro famiglie come in altri casi di terribili crimini commessi in ex Jugoslavia", ha detto Josipović.

PASSAGGIO IN ONDA

E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est trasmessa da Radio Radicale oggi 6 giugno. La trasmissione è ascoltabile qui sotto oppure, insieme a quelle precedenti, sul sito di Radio Radicale.


Un'ampia parte della puntata odierna è dedicata alla Turchia a una settimana dall'inizio delle proteste contro il premier Recep Tayyip Erdogan, nate dalla difesa del parco Gezi nel centro di Istanbul e rapidamente dilagate in tutto il Paese dopo la violenta reazione della polizia. Le origini, la natura e il significato della protesta, la situazione politica dopo un decennio di potere di Erdogan e dell'Akp, le possibili evoluzioni e involuzioni del partito islamico-moderato. Interviste a Fazila Mat, corrispondente di Osservatorio Balcani e Caucaso, e al professor Renzo Guolo, docente do sociologia dell'Islam all'università di Padova e editorialita de La Repubblica. 

Gli altri argomenti della trasmissione
Croazia: al secondo turno delle elezioni locali tengono i socialdemocratici del premier Zoran Milanovic che conquistano le oprincipali città ma non la capitale Zagabria che resta al sindaco uscente Milan Bandic, mentre l'Hdz, di centro-destra, principale forza dell'opposizione conserva il controllo delle contee. 
Albania: la situazione politica a tre settimane dalle elezioni, il ruolo degli osservatori internazionali, il futuro politico dei due principali leader, Sali Berisha e Edi Rama. 
Crimini di guerra: le polemiche suscitate da due recenti sentenze del Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia, l'assoluzione in primo grado degli ex capi dei servizi segreti di Milosevic e la contemporanea condanna, sempre in primo grado, dei vertici dell'autoproclamata Repubblica croata dell'Herceg-Bosna, riaprono il dibattito sul ruolo del Tpi a vent'anni dalla sua istituzione. 

La registrazione della puntata è ascoltabile direttamente qui



giovedì 30 maggio 2013

IL VENTENNALE DEL TRIBUNALE INTERNAZIONALE PER L'EX JUGOSLAVIA

Di Marina Szikora
Sabato scorso, 25 maggio, ricorreva il ventesimo anniversario dell'istituzione del Tribunale internazionale che giudica i crimini commessi in ex Jugoslavia (ICTY). Un anniversario che indubbiamente ha suscitato valutazioni diverse e contrastanti per quanto riguarda la missione, compiuta o meno, di questo organo di giustizia internazionale, vale a dire i processi e le condanne dei responsabili dei piu' atroci crimini commessi in ex Jugoslavia, nonche' il contributo del Tribunale alla riconciliazione nella regione e allo sviluppo della giustizia internazionale.
Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, il 25 maggio 1993, con la risoluzione 827 aveva deciso l'istituzione del Tribunale per fermare la guerra, punire i responsabili di gravi violazioni del diritto umanitario e creare i presupposti per la riconciliazione nella regione. Per il lavoro del Tribunale, da allora fino ad oggi, la comunita' internazionale ha speso circa due miliardi di dollari. Dalla sua istituzione, l'ICTY ha incriminato 161 persone per gravi violazioni di diritto umanitario commesse tra il 1991 e il 2001. Sono stati conclusi processi contro 136 imputati mentre sono ancora in corso quelli contro 25 persone.
Davanti ai giudici dell'ICTY, si sono trovati alcuni dei piu' importanti responsabili della guerra in ex Jugoslavia, come l'ex presidente della Serbia, Slobodan Milošević, morto in carcere durante il processo per i crimini commessi in Bosnia Erzegovina, Croazia e Kosovo. Poi, l'ex presidente della Republika Srpska, Radovan Karadžić, e l'ex comandante dell'esercito serbo-bosniaco, Ratko Mladić. L'ICTY ha stabilito la responsabilita' per crimini commessi nell'ambito di impresa criminale congiunta della leadership della Serbia e della Republika Srpska.

Valutazioni contrastanti, sottolinea l'agenzia croata Hina, non sono soltanto quelle nella regione bensi' anche per quanto riguarda la comunita' internazionale. Ogni anno alle riunioni del Consiglio di sicurezza dell'ONU dedicate al lavoro dell'ICTY ci sono opinioni divise degli stati europei e degli Stati Uniti da una parte, che tradizionalmente appoggiano e difendono il lavoro del Tribunale, e della Russia dall'altra parte che critica apertamente il Tribunale, mentre con una posizione di mezzo vi e' la Cina la quale ritiene che l'ICTY deve rispettare il principio di imparzialita', indipendenza e stato di diritto.

Per quanto riguarda la regione, il lavoro del Tribunale viene maggiormente criticato e negato in Serbia. Ne e' la miglior dimostrazione l'intervento del presidente serbo Tomislav Nikolić alla scorsa riunione dell'Assemblea Generale dell'ONU. In quella occasione, Nikolić ha paragonato i processi all'Aja con l'inquisizione accusando il Tribunale di essere del tutto ingiusto nei confronti del popolo serbo, della Serbia e degli imputati serbi. Secondo Nikolić vi e' "un'atmosfera di linciaggio verso tutto quello che e' serbo" e questa corte, afferma il capo dello stato serbo, con una giustizia selettiva non ha contribuito e in nessun modo aiutato la riconciliazione nella regione. Il vicepresidente del governo serbo Aleksandar Vučić da parte sua ha accusato l'ICTY di non aver punito nessuno per i crimini commessi contro i serbi in Croazia e che davanti a questo tribunale non si e' trovato a rispondere nessun alto funzionario della Croazia o della BiH anche se, come afferma Vučić, "ci sono stati crimini da tutte le parti". Stesse opinioni condivide anche il rappresentante serbo della presidenza tripartita della Bosnia Erzegovina, Nebojša Radmanović secondo il quale l'ICTY tratta ingiustamente le vittime serbe e punisce soltanto gli imputati serbi.
Va detto che il lavoro dell'ICTY e' stato per anni criticato anche in Croazia e va ricordato che i problemi relativi alla collaborazione della Croazia con questa corte internazionale sono stati uno degli ostacoli principali sul cammino del Paese verso l'adesione all'Ue. Le sentenze di liberazione dell'anno scorso ai generali croati Gotovina e Markač, secondo i sondaggi, hanno cambiato in senso positivo l'opinione pubblica croata nei confronti del Tribunale dell'Aja.

In questo penultimo anno del suo lavoro, al Tribunale dell'Aja per l'ex Jugoslavia sono ancora in corso alcuni processi di primo grado: contro Karadžić, Mladić e Hadžić. Ieri sono state pronunciate le sentenze di primo grado a "Prlić ed altri", mentre ancora in attesa quelle a "Stanišić e Simatović" nonche' il caso "Šešelj". Va sottolineato che il record in assoluto in quanto lunghezza di processo e' quello contro il leader degli ultranazionalisti radicali serbi, Vojislav Šešelj, che si trova sotto processo da ormai dieci anni.
I processi contro Mladić e Hadžić non saranno terminati entro il 31 dicembre 2014 quando, secondo la decisione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, si dovra' concludere il lavoro dell'ICTY. Mancheranno anche i processi di appello in altri, soprannominati casi e questi processi saranno consegnati al cosidetto meccanismo residuale del Tribunale che concludera' il lavoro non terminato e iniziera' ad operare il primo luglio 2013.

Il procuratore generale del Tribunale dell'Aja, Serge Brammertz ritiene che l'ICTY e' riuscito a portare tutti gli imputati davanti alla giustizia, il che non ha soltanto assicurato la responsabilita' individuale per gli imputati di crimini, bensi' anche dati relativi alle vicende che potrebbero essere un ostacolo nell'eventuale revisione della storia. "Siamo riusciti a far vivere gli obbiettivi della Risoluzione 827 del Consiglio di Sicurezza dell'ONU. Siamo riusciti, nonostante tutto, a portare davanti alla giustizia tutti quelli che il Tribunale dell'Aja ha accusato e sollevare fortemente i principi della giustizia internazionale che non saranno spezzati facilmente" ha detto Brammertz nel suo intervento in occasione dell'anniversario del Tribunale. Ha aggiunto inoltre che sono visibili annunci di revisione nelle dichiarazioni pubbliche di alcuni politici nei paesi dell'ex Jugoslavia i quali ancora, persino oggi, glorificano oppure negano i crimini di guerra – alcuni vanno cosi' lontano da negare il genocidio a Srebrenica. "Questi commenti destano preoccupazione e al tempo stesso rilevano il ruolo fondamentale della giustizia internazionale" ha osservato Brammertz aggiungendo che "la politica di condizionamento degli stati membri dell'Ue con riferimento alla piena collaborazione con il Tribunale dell'Aja, dimostra che la giustizia internazionale ha maggiori possibilita' di prevalere quando vi esiste un appoggio politico forte e sollecitazioni positive per la collaborazione". Brammertz ha rilevato che e' un successo il fatto che sono stati efficacemente trasferiti molti processi di crimini di guerra alle procure nazionali nei paesi dell'ex Jugoslavia.

Il sito ufficiale del Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia


Al processo di pacificazione e di riconciliazione nell'ex Jugoslavia, dopo i conflitti, le tragedie e i crimini degli anni '90, e al ruolo svolto dal Tribunale internazionale è stata dedicata la quarta puntata del ciclo di Speciali di Passaggio a Sud Est "Racconta l'Europa all'Europa", realizzati nell'ambito del progetto europeo promosso da Osservatorio Balcani e Caucaso.

Ascolta la puntata


Il TPI dell'Aja ha contribuito alla riconciliazione in ex Jugoslavia?
Leggi il dibattito on-line svoltosi dal 28 febbraio al 5 marzo 2013 sul sito di Osservatorio Balcani e Caucaso

PASSAGGIO IN ONDA

E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est trasmessa da Radio Radicale oggi 30 maggio. La trasmissione è ascoltabile qui sotto oppure, insieme a quelle precedenti, sul sito di Radio Radicale



Sommario della puntata

Albania: continua senza particolari asprezze la campagna elettorale mentre i sondaggi segnalano il poco interesse dei cittadini per le elezioni del 23 giugno; il parlamento di Tirana discute le tre leggi di riforma richieste dall'Ue.

Kosovo: Belgrado e Pristina approvano il piano per l'applicazione dell'accordo del 19 aprile, la Serbia spera nell'apertura dei negoziati di adesione all'Ue ma i serbi del Kosovo rifiutano ogni intesa; i kosovari albanesi protestano contro Eulex e i processi a ex comandanti dell'Uck; confronto televisivo tra economisti serbi e albanesi sul rilancio del controverso complesso minerario di Trepca.

Turchia: la crisi siriana, la situazione politica interna, il processo di pace don il Pkk, le relazioni con l'Ue e il negoziato di adesione; intervista a Marta Ottaviani, corrispondente di TMNews.

Macedonia: la questione dei richiedenti asilo e le preoccupazioni dell'Unione Europea e di diversi governi europei.

L'apertura della trasmissione è dedicata al ventennale dell'istituzione del Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia.



giovedì 7 marzo 2013

PASSAGGIO IN ONDA

E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est trasmessa da Radio Radicale oggi 7 marzo. La trasmissione è ascoltabile nella sezione "In Onda" del blog oppure, insieme a quelle precedenti, sul sito di Radio Radicale.