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venerdì 1 aprile 2016

ASSOLUZIONE SESELJ: LA "DISSENTING OPINION" DELLA GIUDICE FLAVIA LATTANZI

La giudice Flavia Lattanzi
La sentenza con cui è stato assolto Vojslav Seselj non è stata condivisa dalla giudice italiana Flavia Lattanzi, componente del collegio del Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia che ha giudicato non colpevole il leader ultranazionalista serbo. Per la procura Seselj era direttamente coinvolto o non aveva impedito i crimini indicati nel nove capi d'accusa dei quali era stato chiamato a rispondere: tre crimini contro l'umanità (per persecuzione, deportazione e atti disumani di trasferimento forzato) e sei crimini di guerra (per assassinio, tortura e trattamenti crudeli, distruzione casuale, distruzione o danneggiamento volontario di istituzioni dedicate alla religione o all'istruzione, saccheggio di proprietà pubbliche o private). Per questi reati l'accusa aveva chiesto una condanna a 28 anni di reclusione. Una posizione condivisa dalla giudice italiana che ha votato contro l'assoluzione perché "la giuria non ha tenuto conto del clima di intimidazione che Seselj e i suoi hanno imposto ai testimoni" e non ha "ragionato adeguatamente" sulle prove pur ammettendo che i crimini erano stati compiuti, tanto più che c'erano le prove che Seselj avesse istigato al compimento dei delitti. Come si sa, invece, gli altri due componenti del collegio, il francese Jean-Claude Antonetti e il senegalese Mandiaye Niang, sono stati di diverso avviso e Seselj è stato assolto

Leggi qui la "dissenting opinion" della giudice Flavia Lattanzi (in inglese)

martedì 3 febbraio 2015

CROAZIA E SERBIA NON SONO COLPEVOLI DI GENOCIDIO

La Corte Internazionale di Giustizia ha emesso oggi la sentenza sulle accuse incrociate per i crimini commessi durante la guerra del 1991-1995

Né Belgrado né Zagabria sono responsabili di genocidio per le violenze commesse durante le guerre della ex Jugoslavia. Lo ha deciso oggi la Corte internazionale di giustizia all'Aja, che era stata chiamata a pronunciarsi sulle accuse incrociate presentate dalla Croazia contro la Serbia nel 1999 e dalla Serbia contro la Croazia nel 2010. I giudici internazionali hanno stabilito che nessuna delle due parti è riuscita provare che i crimini commessi durante il conflitto avessero il fine di compiere un genocidio.

Il 2 luglio del 1999 il governo croato dell'epoca accusò l'allora Repubblica Federale di Jugoslavia (Serbia e Montenegro) di violazione della Convenzione ONU del 1948 sul genocidio in riferimento alle operazioni di pulizia etnica commesse nel 1991 a Vukovar dagli occupanti serbi durante il conflitto scoppiato dopo che Zagabria aveva dichiarato l'indipendenza dalla Jugoslavia. La Croazia chiedeva anche un risarcimento per i danni "a persone e cose oltre che all'economia croata e all'ambiente". Nel 2010, la Serbia presentò a sua volta un ricorso sostenendo che 6500 serbi morirono e altre decine di migliaia furono costretti a fuggire nel 1995 a causa dell'operazione militare con cui Zagabria riconquistò la Krajina dove i serbi avevano autoproclamato uno stato indipendente.

La Croazia ha espresso la sua insoddisfazione per la sentenza di oggi, anche se il primo ministro Zoran Milanovic ha garantito che Zagabria la accetterà in maniera civile: “Noi dobbiamo accettare la decisione [...], è definitiva e non c'è possibilità di fare appello".

Secondo il ministro egli Esteri serbo Ivica Dacic, invece, la sentenza di oggi “sarà forse uno degli avvenimenti più importanti per le le relazioni bilaterali con la Croazia" e "segnerà probabilmente la fine di un processo durato 15, 20 anni” mettendo fine “alla lotta tra due Paesi per dimostrare che è stato il peggiore criminale". Secondo Dacic "è forse un'opportunità di lasciarci il passato alle spalle e di guardare al futuro".

Sulla stessa lunghezza d'onda il presidente serbo Tomislav Nikolic che ha affermato di volere una "pace durevole" nei Balcani: "Io spero che nell'avvenire la Serbia e la Croazia abbiano la forza di risolvere assieme quello che ostacola la possibilità d'instaurare un periodo di pace durevole e di prosperità nella nostra regione", ha detto Nikolic, parlando accanto al premier serbo Alksandar Vucic.

Fino ad ora mai un paese è stato condannato per genocidio sulla base della Convenzione del 1948. Nel 2007, quando la Corte internazionale si pronunciò sul massacro di Srebrenica compiuto ai danni dei musulmani di Bosnia dai militari serbo-bosniaci nel luglio 2005, i giudici stabilirono che la Serbia non era imputabile del genocidio, ma solo di non aver agito per impedirlo.

lunedì 15 dicembre 2014

PASSAGGIO IN ONDA

E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est del 14 dicembre 2014.
La trasmissione e' ascoltabile direttamente qui di seguito oppure sul sito di Radio Radicale.



Sommario della puntata

La prima parte della puntata è dedicata alla Grecia: l'annuncio delle elezioni presidenziali anticipate, con conseguente rischio di crisi politica e scioglimento anticipato del parlamento, e il conseguente crollo della borsa, con ripercussioni negative su tutti i mercati europei e sull'euro, ma anche la vicenda di Nikos Romanos, il giovane di 21 anni detenuto in sciopero della fame per ottenere di poter studiare all'università. Interviste al sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova e a Elisabetta Casalotti, giornalista di Eleftherotypia.

Si parla poi di Serbia e dei rapporti bilaterali con l'Italia a proposito della visita a Roma del premier Alksandar Vucic che ha incontrato il presidente della Repubblica, Napolitano, il presidente del Senato, Grasso, e il presidente del Consiglio Renzi con cui ha parlato, tra l'altro, del percorso di integrazione europea di Belgrado e delle possibili alternative a South Stream. Intervista al  sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova.

Si prosegue con un ampia pagina sul Kosovo: l'accordo di governo tra Partito democratico, Lega democratica e Lista Srpska con il conseguente accordo sull'autonomia amministrativa dei serbi del nord Kosovo, la garanzia delle minoranze e la tutela dei beni della chiesa ortodossa. Poi l'inchiesta dell'Unione Europa sui presunti casi di corruzione che avrebbero coinvolto funzionari della missione civile europea Eulex.

In Croazia è iniziata la campagna elettorale per la elezioni presidenziali il cui primo turno è fissato il prossimo 29 dicembre e il presidente Ivo Josipovic si presenta per un secondo mandato. I suoi prrincipali sfidanti e i loro programmi elettorali.

In Albania, dopo le pressioni venute da Bruxelles l'opposizione di centro-destra potrebbe rientrare in parlamento mettendo fine a mesi di scontro politico senza uscita con la maggioranza di centro-sinistra che sostiene il governo di Edi Rama.

Infine si parla di crimini di guerra: dopo le polemiche seguite alla liberazione condizionale del leader ultranazionalista serbo sotto processo al Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia, l'imbarazzo del governo di Belgrado, le dure proteste della Croazia e una mozione di censure votata, non senza distinguo, dal Parlamento europeo, il "caso Seselj" è arrivato anche al consiglio di sicurezza dell'Onu.

La trasmissione, realizzata con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura, è ascoltabile direttamente qui

lunedì 8 dicembre 2014

SESELJ: LA PROCURA DEL TRIBUNALE INTERNAZIONALE CHIEDE IL RIENTRO IN CARCERE

Di Marina Szikora
Le iniziative giuste e la pressione orchestrata all'unanimita' hanno avuto il suo effetto positivo sull'ICTY, anche se la decisione del rilascio di Seselj, concordano tutti, non doveva nemmeno succedere. La procura dell'Aja ha chiesto che l'imputato Vojislav Seselj torni nel carcere di Scheweningen perche' il suo comportamento in liberta' compromette le basi della decisione del suo rilascio condizionato, e' stato comunicato dall'Aja. Ricordiamolo, il Tribunale aveva preso la decisione del rilascio temporaneo di Seselj argomentandola con la possibilita' che l'imputato avesse una cura adeguata nell'ambiente piu' adeguato, viste le condizioni della sua salute, ma garantendo al tempo stesso la sicurazza dei testimoni e l'intero processo giudiziario.Vojislav Seselj non tornera' pero' volontariamente all'Aja. Lo ha detto il vicepresidente dell'ultranazionalista Partito Radicale Serbo (SRS), Nemanja Sarovic e ha aggiunto che Seselj ha terminato il suo lavoro all'Aja: “Come e che cosa fara' prossimamente, chiedetelo ad Aleksandar Vucic e Tomislav Nikolic”, ha detto Sarovic, stretto collaboratore di Seselj.

Il premier croato, Zoran Milanovic, il quale ha cancellato la sua partecipazione alla riunione bilaterale dei capi di governo dell'Europa centrale e sudorientale con il premier cinese Li Keqiang, fissato per questo mese a Belgrado, ha dichiarato di aspettarsi che le autorita' serbe rispettino i loro obblighi e restituiscano l'imputato per crimini di guerra Vojislav Seselj all'Aja. Milanovic ha aggiunto che il suo desiderio, tutto il tempo, era quello di sentire Belgrado distanziarsi dalla retorica di odio costantemente diffusa da Seselj sin dal suo rilascio in liberta' provvisoria. “Non c'era bisogno di mostrare questi muscoli inesistenti” ha detto il premier croato precisando di aver soltanto voluto che la gente in Serbia prenda posizione per dire che quello che Seselj dice e' un male. “E' noto a tutti quanto io personalmente e il mio esecutivo ci stiamo impegnando per il rispetto delle minoranze in Croazia, soprattutto quella piu' vasta, la minoranza serba, e mi aspetto quindi almeno un minimo di correttezza e umanita' da parte di Belgrado, ma forse mi aspetto troppo” ha detto Milanovic.

Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 7 dicembre a Radio Radicale

giovedì 6 marzo 2014

CRIMINI DI GUERRA: CROAZIA E SERBIA DAVANTI ALLA CORTE INTERNAZIONALE DI GIUSTIZIA

di Marina Szikora
Del passato, quello della guerra sanguinosa degli anni Novanta, si parlera' davanti alla Corte internazionale di giustizia dell'Aja dove lunedi' 1 marzo e' iniziata l'udienza principale nella causa per genocidio presentata dalla Croazia contro la Serbia e della causa che la Serbia a sua volta ha avviato contro la Croazia per lo stesso crimine. Il massimo organismo giudiziario delle Nazioni Unite nelle prossime quattro settimane, in una serie di udienze ascoltera' molte testimonianze di atti di genocidio e di pulizia etnica della popolazione croata durante l'aggressione serba in Croazia e gli argomenti della causa avviata invece da Belgrado per dimostrare che durante l'operazione “Tempesta” e' stato commesso un genocidio nei confronti della popolazione serba in Croazia. Si tratta della sanguinosa guerra combattuta tra il 1991 e il 1995 e in cui ci sono stati oltre 20 mila morti e centinaia di migliaia di profughi. Zagabria presento' per prima il 2 luglio 1999 l'accusa di genocidio contro Belgrado chiedendo un risarcimento finanziario, la punizione di tutti i criminali di guerra, informazioni sulle persone ancora disperse e la restituzione del patrimonio storico e culturale depredato dai serbi. Belgrado rispose con una analoga accusa il 4 gennaio 2010 imputando alla Croazia di genocidio e pulizia etnica ai danni di 250 mila serbi costretti a fuggire dalla Krajina durante e dopo l'operazione “Tempesta” del 1995.

Vesna Crnić-Groti, a capo del team legale croato, nel suo intervento lunedi' ha sottolineato che soltanto la Corte internazionale di giustizia puo' stabilire che i crimini commessi a Vukovar e altrove in Croazia rappresentano un genocidio. Ha avvertito sulla riluttanza della politica e della giustizia serbe ad affrontare i crimini e di punire i loro responsabili. La rappresentante croata ha rilevato che Belgrado segretamente e pubblicamente aveva sostenuto l'istituzione delle zone autonome serbe in Croazia offrendo loro appoggio politico e militare, cosi' come aveva appoggiato e incoraggiato le forze estremiste paramilitari. I funzionari ed esperti giuridici serbi sono convinti che la Serbia non puo' perdere in questo processo. E' stato valutato pero' che il prezzo piu' alto potrebbero pagarlo le relazioni tra Belgrado e Zagabria. Secondo la parte serba non ci saranno prove sufficienti per dimostrare che la Serbia ha commesso il genocidio. In questo senso, il noto professore di diritto internazionale, Tibor Varady ricorda che nella storia del diritto internazionale nessun paese e' stato mai condannato per genocidio. Comunque vada, e anche se i giuristi serbi ritengono che non ci dovrebbero essere sorprese all'Aja, sia Belgrado che Zagabria hanno preparato i loro team di migliori esperti che rappresenteranno i due paesi. L'elenco dei testimoni e' segreto e le testimonianze dovranno essere sotto embargo fino al primo aprile, il tempo fino a quando durera' il dibattimento.

Il capo del team di giuristi della Serbia, Saša Obradović ha valutato importante che la decisione relativa alla causa e contro causa per genocidio porti ad una soluzione che permettera' di costruire relazioni di buon vicinato tra i due paesi. Obradović ha rilevato la posizione della Serbia: anche se incontestabili, i gravi crimini che sono stati commessi durante la guerra contro la popolazione croata e non serba “non si possono qualificare come genocidio”. Obradović ha precisato che la Serbia durante l'udienza illustrera' le prove della sua contro accusa in cui si afferma che l'operazione “Tempesta” rappresentava “il culmine di intenzioni criminali” del governo croato e delle forze militari croate a fin di eliminare la popolazione serba della Krajina e che questa operazione aveva carattere di genocidio. Sempre in vista dell'inizio del dibattito, il capo rappresentante della Serbia ha ricordato che non e' stato il governo serbo a sollevare la causa e che esso aveva impegnato grandi sforzi affinche' si potesse giungere ad una riconciliazione e ad una soluzione fuori dalla corte, cosa che pero' non e' accaduta. “Giunti a questo passo, il nostro compito e' prima di tutto quello di dimostrare che i delitti commessi nel 1991 in Croazia non si possono qualificare come genocidio e poi dimostrare che i crimini che sono stati commessi nei confronti dei serbi, soprattutto quelli durante la 'Tempesta' avevano carattere di genocidio”, ha detto Obradović. “Questa non e' una partita e non siamo qui per dare delle valutazioni bensi' per illustrare quello che e' veramente accaduto, presentare i fatti e lasciare alla Corte la decisione finale”, ha detto il ministro della giustizia croata Orsat Miljenić partecipando lunedi' alla prima udienza del dibattimento.

Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 6 marzo a Radio Radicale.

giovedì 12 dicembre 2013

TRIBUNALE INTERNAZIONALE: BRAMMERTZ, “PERSEGUIRE CHI HA AIUTATO I LATITANTI”

Di Marina Szikora
La settimana scorsa, alla riunione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite in cui e’ stato presentato il rapporto annuale del Tribunale dell’Aja che giudica i crimini commessi in ex Jugoslavia, il procuratore generale Serge Brammertz ha espresso un giudizio positivo sulla collaborazione della Serbia con il Tribunale, aggiungendo che e’ pero' necessario perseguire e indagare su coloro che hanno aiutato la fuga dei criminali latitanti. Il capo della procura dell’Aja ha rilevato che la Serbia “ha continuato a svolgere un ruolo importante per assicurare la conclusione del lavoro dell’Ufficio della procura dell’Aja” e ha aggiunto che i rappresentanti del governo serbo durante l’incontro a Belgrado hanno ribadito le precedenti garanzie che la collaborazione con l’Aja sara’ continuata. Cio’ riguarda in particolare l’avvicinamento ai testimoni e la loro deposizione davanti al Tribunale. Brammertz ha aggiunto che adesso e’ necessario che la Serbia, dopo l’arresto degli ultimi latitanti, Mladić e Hadžić, renda disponibili le informazioni complessive relative alla loro fuga e alla latitanza durata per cosi’ lungo tempo, nonche’ sulle indagini e il perseguimento di coloro che li hanno assistiti nella latitanza. Alla riunione del Consiglio di sicurezza e’ intervenuto anche il presidente del Tribunale, Theodor Meron il quale ha presentato il rapporto sul lavoro del tribunale nel periodo dal 1 agosto 2012 al 31 luglio 2013. Secondo la sua valutazione, il processo di primo grado contro Radovan Karadžić, dovrebbe essere concluso nel ottobre 2015 mentre quello contro Goran Hadžić entro la fine dell’anno. Il processo a Ratko Mladić potrebbe durare fino alla fine del 2016. Secondo Meron il Tribunale ha svolto un lavoro importante negli ultimi due decenni conducendo processi contro 161 persone ed ha aiutato le giustizie nazionali nei Balcani a condurre autonomamente i processi.

Il testo è tratto dalla trascrizione della corripondenza per la puntata di Passaggio a Sud est andata inonda oggi a Radio Radicale


giovedì 30 maggio 2013

IL VENTENNALE DEL TRIBUNALE INTERNAZIONALE PER L'EX JUGOSLAVIA

Di Marina Szikora
Sabato scorso, 25 maggio, ricorreva il ventesimo anniversario dell'istituzione del Tribunale internazionale che giudica i crimini commessi in ex Jugoslavia (ICTY). Un anniversario che indubbiamente ha suscitato valutazioni diverse e contrastanti per quanto riguarda la missione, compiuta o meno, di questo organo di giustizia internazionale, vale a dire i processi e le condanne dei responsabili dei piu' atroci crimini commessi in ex Jugoslavia, nonche' il contributo del Tribunale alla riconciliazione nella regione e allo sviluppo della giustizia internazionale.
Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, il 25 maggio 1993, con la risoluzione 827 aveva deciso l'istituzione del Tribunale per fermare la guerra, punire i responsabili di gravi violazioni del diritto umanitario e creare i presupposti per la riconciliazione nella regione. Per il lavoro del Tribunale, da allora fino ad oggi, la comunita' internazionale ha speso circa due miliardi di dollari. Dalla sua istituzione, l'ICTY ha incriminato 161 persone per gravi violazioni di diritto umanitario commesse tra il 1991 e il 2001. Sono stati conclusi processi contro 136 imputati mentre sono ancora in corso quelli contro 25 persone.
Davanti ai giudici dell'ICTY, si sono trovati alcuni dei piu' importanti responsabili della guerra in ex Jugoslavia, come l'ex presidente della Serbia, Slobodan Milošević, morto in carcere durante il processo per i crimini commessi in Bosnia Erzegovina, Croazia e Kosovo. Poi, l'ex presidente della Republika Srpska, Radovan Karadžić, e l'ex comandante dell'esercito serbo-bosniaco, Ratko Mladić. L'ICTY ha stabilito la responsabilita' per crimini commessi nell'ambito di impresa criminale congiunta della leadership della Serbia e della Republika Srpska.

Valutazioni contrastanti, sottolinea l'agenzia croata Hina, non sono soltanto quelle nella regione bensi' anche per quanto riguarda la comunita' internazionale. Ogni anno alle riunioni del Consiglio di sicurezza dell'ONU dedicate al lavoro dell'ICTY ci sono opinioni divise degli stati europei e degli Stati Uniti da una parte, che tradizionalmente appoggiano e difendono il lavoro del Tribunale, e della Russia dall'altra parte che critica apertamente il Tribunale, mentre con una posizione di mezzo vi e' la Cina la quale ritiene che l'ICTY deve rispettare il principio di imparzialita', indipendenza e stato di diritto.

Per quanto riguarda la regione, il lavoro del Tribunale viene maggiormente criticato e negato in Serbia. Ne e' la miglior dimostrazione l'intervento del presidente serbo Tomislav Nikolić alla scorsa riunione dell'Assemblea Generale dell'ONU. In quella occasione, Nikolić ha paragonato i processi all'Aja con l'inquisizione accusando il Tribunale di essere del tutto ingiusto nei confronti del popolo serbo, della Serbia e degli imputati serbi. Secondo Nikolić vi e' "un'atmosfera di linciaggio verso tutto quello che e' serbo" e questa corte, afferma il capo dello stato serbo, con una giustizia selettiva non ha contribuito e in nessun modo aiutato la riconciliazione nella regione. Il vicepresidente del governo serbo Aleksandar Vučić da parte sua ha accusato l'ICTY di non aver punito nessuno per i crimini commessi contro i serbi in Croazia e che davanti a questo tribunale non si e' trovato a rispondere nessun alto funzionario della Croazia o della BiH anche se, come afferma Vučić, "ci sono stati crimini da tutte le parti". Stesse opinioni condivide anche il rappresentante serbo della presidenza tripartita della Bosnia Erzegovina, Nebojša Radmanović secondo il quale l'ICTY tratta ingiustamente le vittime serbe e punisce soltanto gli imputati serbi.
Va detto che il lavoro dell'ICTY e' stato per anni criticato anche in Croazia e va ricordato che i problemi relativi alla collaborazione della Croazia con questa corte internazionale sono stati uno degli ostacoli principali sul cammino del Paese verso l'adesione all'Ue. Le sentenze di liberazione dell'anno scorso ai generali croati Gotovina e Markač, secondo i sondaggi, hanno cambiato in senso positivo l'opinione pubblica croata nei confronti del Tribunale dell'Aja.

In questo penultimo anno del suo lavoro, al Tribunale dell'Aja per l'ex Jugoslavia sono ancora in corso alcuni processi di primo grado: contro Karadžić, Mladić e Hadžić. Ieri sono state pronunciate le sentenze di primo grado a "Prlić ed altri", mentre ancora in attesa quelle a "Stanišić e Simatović" nonche' il caso "Šešelj". Va sottolineato che il record in assoluto in quanto lunghezza di processo e' quello contro il leader degli ultranazionalisti radicali serbi, Vojislav Šešelj, che si trova sotto processo da ormai dieci anni.
I processi contro Mladić e Hadžić non saranno terminati entro il 31 dicembre 2014 quando, secondo la decisione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, si dovra' concludere il lavoro dell'ICTY. Mancheranno anche i processi di appello in altri, soprannominati casi e questi processi saranno consegnati al cosidetto meccanismo residuale del Tribunale che concludera' il lavoro non terminato e iniziera' ad operare il primo luglio 2013.

Il procuratore generale del Tribunale dell'Aja, Serge Brammertz ritiene che l'ICTY e' riuscito a portare tutti gli imputati davanti alla giustizia, il che non ha soltanto assicurato la responsabilita' individuale per gli imputati di crimini, bensi' anche dati relativi alle vicende che potrebbero essere un ostacolo nell'eventuale revisione della storia. "Siamo riusciti a far vivere gli obbiettivi della Risoluzione 827 del Consiglio di Sicurezza dell'ONU. Siamo riusciti, nonostante tutto, a portare davanti alla giustizia tutti quelli che il Tribunale dell'Aja ha accusato e sollevare fortemente i principi della giustizia internazionale che non saranno spezzati facilmente" ha detto Brammertz nel suo intervento in occasione dell'anniversario del Tribunale. Ha aggiunto inoltre che sono visibili annunci di revisione nelle dichiarazioni pubbliche di alcuni politici nei paesi dell'ex Jugoslavia i quali ancora, persino oggi, glorificano oppure negano i crimini di guerra – alcuni vanno cosi' lontano da negare il genocidio a Srebrenica. "Questi commenti destano preoccupazione e al tempo stesso rilevano il ruolo fondamentale della giustizia internazionale" ha osservato Brammertz aggiungendo che "la politica di condizionamento degli stati membri dell'Ue con riferimento alla piena collaborazione con il Tribunale dell'Aja, dimostra che la giustizia internazionale ha maggiori possibilita' di prevalere quando vi esiste un appoggio politico forte e sollecitazioni positive per la collaborazione". Brammertz ha rilevato che e' un successo il fatto che sono stati efficacemente trasferiti molti processi di crimini di guerra alle procure nazionali nei paesi dell'ex Jugoslavia.

Il sito ufficiale del Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia


Al processo di pacificazione e di riconciliazione nell'ex Jugoslavia, dopo i conflitti, le tragedie e i crimini degli anni '90, e al ruolo svolto dal Tribunale internazionale è stata dedicata la quarta puntata del ciclo di Speciali di Passaggio a Sud Est "Racconta l'Europa all'Europa", realizzati nell'ambito del progetto europeo promosso da Osservatorio Balcani e Caucaso.

Ascolta la puntata


Il TPI dell'Aja ha contribuito alla riconciliazione in ex Jugoslavia?
Leggi il dibattito on-line svoltosi dal 28 febbraio al 5 marzo 2013 sul sito di Osservatorio Balcani e Caucaso

martedì 26 febbraio 2013

IL TRIBUNALE INTERNAZIONALE HA CONTRIBUITO ALLA RICONCILIAZIONE IN EX JUGOSLAVIA?

Il Tribunale ha fatto il tribunale, ma non è riuscito a raggiungere le società attraversate dai conflitti. Continua il dibattito on-line promosso da Osservatorio Balcani e Caucaso in occasione del prossimo ventennale della costituzione dell'ICTY.

Qui di seguito una prima sintesi della discussione di Andrea Rossini dal sito dell'Osservatorio.


“L'obiettivo principale del Tribunale dell'Aja non è la riconciliazione” (Lejla). “Il Tribunale deve portare di fronte alla giustizia presunti autori di gravi crimini e processarli in maniera equa” (Tolbert). “Un tribunale è un tribunale” (Vukušić).
Avendo riconosciuto tutto questo, è ancora possibile chiedersi se questo tribunale ha aiutato la riconciliazione o se i processi che vi si sono tenuti hanno aperto la strada ad un percorso di riconciliazione in ex Jugoslavia?
“Ovviamente nessun tribunale penale internazionale può portare la riconciliazione ad un'intera regione dopo anni di una guerra fratricida e violenta” (Irene). “Un numero limitato di processi penali, da soli, non possono avere come conseguenza la riconciliazione in una regione attraversata da profondi conflitti” (Tolbert). “Sarebbe troppo aspettarsi che il Tribunale dell'Aja possa anche portare la riconciliazione” (Moratti).
Tuttavia, “certamente questi procedimenti possono aiutare a creare un archivio per affrontare il passato” (Tolbert) e “dal momento che il Tribunale dell'Aja ha giudicato così tanti politici e militari di alto grado, ha certamente aiutato ad aprire la strada per la riconciliazione” (Lejla).

Nel nostro sondaggio, ad oggi il 57% ha dichiarato che il Tribunale non ha contribuito al processo di riconciliazione in ex Jugoslavia, mentre il 40% è di opinione contraria (3% indecisi). Nel dibattito, tuttavia, alcuni hanno escluso la possibilità di valutare il lavoro del Tribunale in termini di riconciliazione nel Sud Est Europa, pur ammettendo il ruolo di una corte penale all'interno di un processo di giustizia transizionale.
Una parte della confusione potrebbe derivare dal modo in cui il Tribunale dell'Aja è stato presentato alle società coinvolte nei conflitti, e alle aspettative che sono state create: “Naturalmente gli avvocati, i giudici e quanti altri abbiano lavorato per il Tribunale hanno fatto del loro meglio, comprendendo le aspettative limitate che si possono avere nei confronti di un sistema penale. Il Tribunale dell'Aja, però, non è stato venduto in questo modo al pubblico della ex Jugoslavia” (Donovan).

Anche il concetto di riconciliazione, del resto, è problematico.

“Come vogliamo definire la riconciliazione in società che devono affrontare un passato così problematico? Il fatto di cercare di avere gli stessi legami culturali, sociali e di amicizia come prima delle ostilità? Che ci chiediamo scusa gli uni gli altri e andiamo avanti? Come?” (Lejla).
Clark dà una definizione di riconciliazione nel suo testo di apertura del dibattito, come anche Hodžić, negando che un tale processo [di riconciliazione] si sia ancora manifestato in ex Jugoslavia. Alcuni nel dibattito hanno fatto riferimento a forme di “memorie condivise” (Eugenio). Altri hanno sottolineato le dinamiche esistenti tra processi individuali e collettivi. La giustizia penale si occupa di singoli individui, e anche la riconciliazione è considerata da molti come una questione puramente individuale. Entrambe queste categorie, tuttavia, in contesti di post conflitto trascendono la dimensione individuale per andare verso una collettiva, e possono aiutare a colmare la distanza esistente tra narrazioni del passato completamente divergenti. “Il corso della riconciliazione può andare dal livello individuale a quello collettivo. La differenza principale è che la giustizia produce una qualche forma di vittoria, la riconciliazione invece produce una narrazione, o una sequenza di verità esistenziali” (Miki).
La categoria della “narrazione” ci porta più vicini ad un'idea di riconciliazione come “confronto con il passato” (Jaspers, Arendt). Molti interventi in questo dibattito sembrano concordare con il fatto che il ruolo di una corte penale avrebbe dovuto essere complementare ad altre istanze, per consentire una partecipazione più ampia alle vittime e in generale alle società attraversate dai conflitti. Strumenti di questo tipo, tuttavia, quali ad esempio Commissioni per la Verità e la Riconciliazione, non si sono affacciati allo scenario del dopoguerra nei Balcani. Perché questo non è avvenuto in ex Jugoslavia e il Tribunale è rimasto solo nello sforzo di affrontare il passato?

Secondo alcuni “per un lungo periodo, in Bosnia c'era l'impressione che il Tribunale dell'Aja e le Commissioni per la Verità fossero in competizione”, e “il Tribunale si è presentato come l'unica organizzazione incaricata di affrontare il passato, frustrando de facto altri sforzi che avrebbero potuto essere complementari al suo lavoro aumentandone l'efficacia” (Moratti).
Tuttavia, quale dovrebbe essere il rapporto tra giustizia penale e altri strumenti di confronto con il passato? Il sopravvissuto di un campo di concentramento in Bosnia Erzegovina è intervenuto esprimendo un chiaro punto di vista contro eventuali strumenti extra giudiziali di confronto con il passato: “Se 15 anni fa avessimo avuto una Commissione per la Verità che avesse potuto anche solo discutere la possibilità di un'amnistia, credo che questo avrebbe minato alla base il lavoro del Tribunale e Milošević, Mladić e Karadžić molto probabilmente non sarebbero mai finiti all'Aja. La natura della guerra, inoltre, sarebbe ancora più contestata di quanto non lo sia oggi. La nostra arma più forte sono i fatti, non la giustizia. Nel nostro caso, la ex Jugoslavia, sembra che non siamo ancora pronti per una Commissione per la Verità e la Riconciliazione e nei momenti immediatamente successivi al conflitto non ci potevamo permettere nessun rischio” (Pervanić). Il sopravvissuto di un altro crimine di guerra in ex jugoslavia ha invece parlato dell'importanza del riconoscimento del crimine, e dei suoi autori, da parte di una corte, anche se si è trattato di una corte locale e non del Tribunale dell'Aja (Zanotti).

Ma il Tribunale dell'Aja è stato davvero “territoriale” nell'affrontare il passato della ex Jugoslavia? Venti anni dopo la sua creazione, se i fatti accertati nei processi che vi si sono tenuti hanno aperto la strada alla riconciliazione, quando dovrebbe cominciare questo processo? Potrebbe essere lo stesso Tribunale, alla fine del suo mandato, ad innescare questo processo di riconciliazione? Le iniziative della società civile dovrebbero avere maggiore spazio (e fondi)? Come la verità giudiziaria può diventare verità storica?
Alcuni partecipanti al dibattito hanno già cominciato a postare proposte, ad esempio quella del rafforzamento delle strutture regionali per la comunicazione tra il Tribunale e il pubblico (outreach, Lejla) o di sostenere processi di elaborazione del conflitto in spazi pubblici adeguati (Seka). Continuate a inviare le vostre proposte. C'è tempo fino al 5 marzo prima della pubblicazione dei rilievi conclusivi da parte di Clark e Hodžić. Osservatorio presenterà infine i risultati del dibattito al Tribunale dell'Aja.

Nel frattempo, ringraziamo tutti quelli che finora hanno condiviso le proprie opinioni, esperienze, memorie.


Il dibattito prosegue fino al 5 marzo ed è aperto a tutti. Basta andare sul sito di Osservatorio Balcani e Caucaso e scrivere il proprio intervento.


lunedì 18 febbraio 2013

IL TRIBUNALE INTERNAZIONALE HA CONTRIBUITO ALLA RICONCILIAZIONE IN EX JUGOSLAVIA?


Il dibattito on-line di Osservatorio Balcani e Caucaso

Nel 1993 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha creato il Tribunale Penale Internazionale dell'Aja per l'ex Jugoslavia, nella convinzione che questa istituzione avrebbe “contribuito al ristabilimento e al mantenimento della pace” nella regione. Dopo 20 anni, il Tribunale si avvia a concludere la propria attività. Entro la fine dell'anno prossimo, il TPI cesserà di esistere. Il bilancio del Tribunale fatto dal suo presidente, Theodor Meron, nell'ultimo rapporto presentato all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, è oltremodo positivo: “I successi [del Tribunale] – ha dichiarato Meron - hanno contribuito [...] a portare la pace e la riconciliazione nei Paesi dell'ex Jugoslavia [...] forgiando una nuova cultura internazionale di responsabilità”.
È davvero così?

Dal 20 febbraio al 5 marzo risponderanno al quesito posto da Osservatorio Balcani e Caucaso: Refik Hodžić, giornalista, documentarista, esperto di comunicazione e giustizia transizionale e Janine Natalya Clark, analista e ricercatrice universitaria con al suo attivo numerose pubblicazioni dedicate al Tribunale dell'Aja e alla giustizia penale internazionale.

Chiunque può partecipare al dibattito commentando le posizioni dei due ospiti oppure prendendo parte al sondaggio. La pagina del dibattito andrà on-line il 20 febbraio sul sito di Osservatorio Balcani e Caucaso

Il dibattito è promosso all'interno del progetto europeo Racconta l'Europa all'Europa.




martedì 10 luglio 2012

EX JUGOSLAVIA: L'IMPORTANZA DEL TRIBUNALE PENALE INTERNAZIONALE


Ratko Mladic sul banco degli imputati
E' ripreso ieri all'Aja, al Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia, il processo a carico all'ex capo militare dei serbi di Bosnia Erzegovina, Ratko Mladic, arrestato nel maggio 2011 in Serbia, dopo quasi sedici anni di latitanza, chiamato a rispondere dell'accusa di genocidio e crimini guerra, il più grave dei quali è il massacro di Srebrenica, compiuto nel luglio 1995 e qualificato come “genocidio” dalla Corte internazionale di giustizia dell'Onu. Mladic, che oggi ha 70 anni, è malato e si dichiara non colpevole, deve rispondere di 11 capi d'accusa e rischia l'ergastolo.
La procura ha annunciato che intende presentare 400 testimoni a carico dell'imputato. Il primo di questi è Elvedin Pasic, oggi 34enne, sopravvissuto al massacro di Grabovica, nella Bosnia settentrionale, dove circa 150 persone furono eliminate dai militari serbo-bosniaci al comando di Mladic nel novembre 1992, poco dopo lo scoppio del conflitto. Pasic aveva solo 14 anni quando kle truppe serbo-bosniache fecero irruzione nel suo villaggio imprigionando uomini, donne e bambini e istituendo un campo di detenzione in una scuola vicina. Le audizioni dei testimoni dell'Accusa dovrebbero proseguire fino al 20 luglio, prima della pausa estiva dei lavori del Tpi.
Il processo era iniziato il 16 maggio, ma era stato quasi subito sospeso dopo che la procura aveva ammesso un errore nella consegna di migliaia di pagine di documenti alla difesa dell’ex generale. Ieri c'è stato un nuovo colpo di scena: i difensori dell'imputato hanno infatti chiesto ai giudici di rinviare il caso di sei mesi a causa delle recenti modifiche delle regole di presentazione delle prove introdotte dalla Corte. Secondo i legali con la nuova procedura i giudici hanno permesso ai procuratori di presentare un numero maggiore di prove documentali rispetto a prima, dunque “urge un’azione da parte della Corte per evitare un potenziale e probabile errore giudiziario”. Da qui la richiesta di sospensione per sei mesi.

La questione sollevata dai legali di Mladic non è la prima a cui il Tribunale ha dovuto far fronte negli ormai non pochi anni della sua esistenza. Qui di seguito vi propongo un report sul Tribunale penale internazionale per l'ex Jugoslavia: la sua particolare natura e alcuni problemi organizzativi e procedurali sorti in questi anni di attività. L'autore è Riccardo De Mutiis, esperto di relazioni internazionali, particolarmente sotto il profilo giuridico, e conoscitore e analista della realtà serba, e di quella balcanica più in generale, anche per aver partecipato a diverse missioni patrocinate da istituzioni internazionali.


Il Tribunale Penale Internazionale per l'ex Jugoslavia

di Riccardo de Mutiis
L’ Aja può essere considerata la capitale mondiale della giustizia: infatti hanno sede nella città olandese sia la Corte di Giustizia internazionale, competente a giudicare le controversie tra Stati, sia la Corte Penale Internazionale, istituita nel 2002 per perseguire singoli individui accusati di crimini di guerra, genocidio e crimini contro l’umanità, sia il Tribunale Penale Internazionale per l‘ex Jugoslavia, denominazione ufficiale ICTY (International Criminal Tribunal for the former Yugoslavia), istituito nel 1993 dall’ONU (con la risoluzione 827 del Consiglio di Sicurezza) per giudicare i crimini commessi nell’ex Jugoslavia durante i conflitti che hanno infiammato il paese balcanico nell’ultimo decennio del secolo scorso. E proprio la natura affatto particolare del Tribunale Penale per l’ex Jugoslavia, organo giurisdizionale di creazione politica, ha in un certo qual modo originato la crisi intervenuta nelle relazioni tra l’ONU ed il Tribunale stesso nel periodo in cui alla guida della procura dell’Aja vi era un personaggio deciso e carismatico come Carla Del Ponte.

La Del Ponte, che ha guidato la procura dal 1999 al 2007, lamentava che il suo lavoro era di fatto ostacolato dall’ostruzionismo del governo jugoslavo, guidato all’epoca da Vojislav Kostunica: in particolare rimproverava alle autorità di Belgrado di non consegnare i documenti relativi alle indagini svolte dalla procura, di non ricercare attivamente gli imputati, di non contattare i testimoni ed in qualche caso di scoraggiarli dal deporre dinanzi al Tribunale, di rinviare sine die l’approvazione della legge sulla cooperazione con il Tribunale. A fronte di questo atteggiamento non collaborativo la procuratrice svizzera chiedeva agli organismi internazionali ed agli USA di non erogare finanziamenti alla Jugoslavia fino a quando questa non avesse iniziato a cooperare concretamente con il Tribunale. L’ iniziativa della Del Ponte, che racconta l’episodio nel suo libro “La caccia”, veniva stigmatizzato dal segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, il quale la invitava a non intromettersi in questioni, quali quella relativa agli aiuti economici da concedere a Belgrado, di natura politica e quindi non di competenza del Tribunale (in una missiva Kofi Annan invitava espressamente la procuratrice “a limitare i suoi interventi a questioni che più direttamente rientrino nella sfera delle sue competenze legittime”).

Appare davvero difficile indicare quale dei due protagonisti della vicenda sia nel giusto: ha ragione la Del Ponte quando, trovatasi nella impossibilità di portare a termine le indagini a causa della mancata collaborazione delle autorità jugoslave, chiede alla comunità internazionale di subordinare la concessione di aiuti allo stato balcanico alla cooperazione con il Tribunale, oppure ha ragione Kofi Annan quando afferma che l’atteggiamento della Del Ponte sconfinava nell’ambito politico e quindi esorbitava dalle competenze del Tribunale, che avevano natura esclusivamente giuridica? Probabilmente il motivo dell’impasse risiede nel fatto che il Tribunale, ed in special modo la procura, non possiede, diversamente dalle istituzioni giudiziarie nazionali, strutture in grado di assicurare in via coercitiva l’esecuzione dei propri provvedimenti. Infatti la procura dell’Aja non ha alla proprie dipendenze una struttura operativa che abbia competenza sul territorio serbo, vi si possa recare per acquisire documenti, sentire testimoni, arrestare imputati: di qui la necessità per gli inquirenti di ricorrere alla collaborazione con le autorità di Belgrado e di qui la necessità di chiedere un intervento politico nel caso in cui quella collaborazione non venga offerta. In altre parole il Tribunale, pur essendo indipendente dal punto di vista giudiziario, non dispone dei poteri di cui gode una corte di giustizia in uno stato sovrano.

Come le corti nazionali il Tribunale ha il potere di emettere intimazioni nei confronti di individui ed istituzioni affinché forniscano documenti ed altro materiale probatorio e di spiccare mandati di arresto internazionali; ma a differenza delle corti nazionali non dispone di una polizia giudiziaria che svolga ricerche ed arresti, per tali attività deve ricorrere necessariamente alla collaborazione dello stato interessato. E la mancanza di tale potere spinge necessariamente il Tribunale nel regno della politica. Ma, oltre a quello appena esaminato, il Tribunale soffre anche di altre disfunzioni. E’ il caso della norma secondo cui i giudizi dinanzi al Tribunale per l‘ex Jugoslavia non possono svolgersi in assenza dell’imputato, contrariamente a quanto accade nella maggior parte dei Paesi, in cui l‘imputato può essere giudicato in contumacia. E la necessità della presenza dell’imputato, che abbiamo visto dipendere dalla esecuzione del mandato di cattura internazionale, e quindi in ultima analisi da quella collaborazione dell’ex Stato jugoslavo che spesso è mancata, ha ritardato l’inizio di alcuni importanti procedimenti per diversi anni. In alcuni casi tra il periodo in cui vennero commessi i crimini e l’inizio dei relativi procedimenti sono trascorsi più di dieci anni, è il caso dei giudizi contro Karadzic, Mladic e Hadzic. E’ evidente come in tali casi non sia agevole istruire il giudizio, soprattutto perché i testimoni potrebbero non ricordare fatti avvenuti in un’epoca così lontana. Per ovviare ad un simile inconveniente sarebbe sufficiente modificare la regola del Tribunale che prevede la presenza obbligatoria dell’imputato con quella, in vigore in quasi tutti i Paesi europei , secondo cui il procedimento può svolgersi anche in assenza dell’imputato, a condizione che gli venga notificato l’atto di accusa.

Un altro problema è quello rappresentato dallo schema operativo della procura dell’ICTY, creato dal viceprocuratore Graham Blewitt sulla falsariga del modello utilizzato dalla unità della procura australiana che lui dirigeva, e che si occupava di perseguire ex nazisti sospettati di crimini di guerra durante la seconda guerra mondiale: di conseguenza vennero assunti dalla procura degli investigatori con esperienza in indagini relative a quel genere di reati. Ma gli indiziati dalla procura australiana erano principalmente guardie dei campi di concentramento ed altre figure di basso livello, ragion per cui è del tutto evidente che un sistema operativo finalizzato a perseguire persone che in sostanza hanno solo eseguito ordini criminali altrui non è assolutamente adatto a perseguire soggetti, quali quelli incriminati dall’ICTY , che ricoprivano i vertici politici e militari di uno stato. Quello che si vuole dire è che per incriminare un ministro, un capo di stato, un generale di stato maggiore è necessaria sensibilità politica, conoscenza del contesto storico in cui sono avvenuti i fatti, capacità di individuare profili di responsabilità penale in atti di natura politica: è necessaria, in altre parole, una preparazione tecnica, un back ground professionale che colui che indaga il guardiano di un lager non ha.

Un caso emblematico della impreparazione degli investigatori della procura è stato quello in cui alcuni di essi interrogarono l’ ex capo dei servizi segreti croati, Josip Manolic: costui, nel corso della sua dichiarazione, fece riferimento al servizio di informazioni dell’esercito jugoslavo, indicandolo con il suo acronimo KOS (Kontrabavestaina sluzba) e con somma sorpresa realizzò che i suoi intervistatori non conoscevano quella sigla, e quindi , ritenendoli non affidabili, decise di non proseguire una collaborazione che avrebbe potuto fornito un notevole aiuto, in termine di acquisizione di informazioni assolutamente riservate, alla procura. L’impreparazione dimostrata dagli investigatori della procura nel caso Manolic può essere equiparata a quella di un investigatore russo che non conosce il significato della sigla CIA o, al contrario, a quella di un investigatore americano al quale rimanga oscuro il significato dell’acronimo KGB. Il problema rappresentato dalla impreparazione degli investigatori venne risolto dalla Del Ponte, la quale, una volta nominata al vertice della procura, modificò il modello operativo di Brewitt ed assunse procuratori ed analisti che conoscevano lo scenario storico e politico in cui si erano verificati i crimini oggetto di indagine: non a caso nel 2005 Manolic venne nuovamente contattato e questa volta convinto a collaborare da uno staff investigativo che parlava la sua lingua e conosceva la storia del suo paese. Ma il modello operativo australiano presentava una ulteriore caratteristica che di fatto ostacolava il lavoro della procura dell’Aja: la rigida ripartizione delle competenze tra investigatori e procuratori.

Nel sistema australiano la polizia svolge , in esclusiva, la funzione inquirente ed al termine delle indagini rimette gli atti al procuratore il quale decide se formulare o meno l’ atto di accusa. Non vi è, per la procura , nessuna possibilità di incidere sulle indagini svolte dalla polizia ed è evidente come questo schema operativo non poteva che rivelarsi inadeguato per indagini complesse come quelle relative ai criminali di guerra. Il procuratore si trovava infatti a dovere costruire l’incriminazione sulla base di elementi raccolti secondo una impostazione alla cui formulazione era rimasto estraneo e che nella maggior parte dei casi non condivideva. Anche in questo caso il sistema operativo della procura venne riformato dopo l’ insediamento al vertice della procura della Del Ponte, ed un contributo decisivo in tal senso venne dal sostituto procuratore Clint Williamson. La direzione delle indagini di polizia venne infatti affidata ai procuratori, e ciò sulla base dell’ovvia constatazione per cui è colui che costruisce l’ incriminazione, appunto il procuratore, che deve decidere su quali aspetti si deve indagare .La squadra operativa della procura venne poi potenziata attraverso l’assunzione di investigatori e procuratori di diversa provenienza, dotati delle conoscenze specifiche necessarie per affrontare i diversi casi: quindi analisti politici particolarmente esperti del contesto della ex Jugoslavia, conoscitori del diritto della nazione balcanica, professionisti in gradi di esprimersi anche in lingua serbo-croata.

Questa breve analisi dei problemi che hanno caratterizzato la vita del Tribunale per l’ex Jugoslavia si chiude con un accenno a quello che è stato l’ aspetto che ha colpito in modo particolare i mass media. Il riferimento è a quella norma che prevede la possibilità, per l‘imputato, di rinunciare ad essere difeso da un legale e quindi di difendersi da solo. Della norma, tipica di un sistema giuridico di common law, ed in quanto tale non prevista in ordinamenti di civil law quali quello italiano, si sono serviti i più importanti imputati del Tribunale, Milosevic e Seselji, per trasformare il processo in arena politica, per effettuare una serie di contestazioni che nulla avevano di giuridico e che hanno avuto il solo effetto di prolungare in modo eccessivo i tempi del processo. Sarebbe auspicabile, in futuro, che tale norma venisse abolita e, più in generale che venisse adottata tout court, per la regolamentazione del processo, il sistema in vigore presso i Paesi di civil law: tale sistema, infatti , per il fatto di prevedere in modo rigoroso e tassativo, anche sotto il profilo temporale, le attività che possono essere svolte durante il procedimento, e per il fatto di prevedere obbligatoriamente l’assistenza tecnica per l'imputato, ben difficilmente può originare inconvenienti e lungaggini procedurali.

In conclusione non si può negare che il Tribunale per l'ex Jugoslavia, nonostante le disfunzioni su cui ci si è soffermati, abbia ottenuto risultati importanti: ha processato, per la prima volta nella storia, un capo di Stato, Slobodan Milosevic, ed ha incriminato, dalla sua fondazione fino alla fine del 2007, ben 161 persone. Ma la creazione del Tribunale Penale per l’ex Jugoslavia ha anche un altro significato, ed è forse il più importante: dimostra la volontà della comunità internazionale di perseguire gli autori di crimini spaventosi ovunque essi si trovino ed in questo senso rappresenta anche un deterrente non trascurabile per militari e politici, ormai consapevoli che i loro atti criminosi vengono puniti senza limiti di spazio e di tempo da una autorità internazionale.

venerdì 27 maggio 2011

ARRESTO DI RATKO MLADIC: NUOVE REAZIONI E COMMENTI

Qui di seguito il testo della corrispondenza di Marina Szikora per l'edizione del mattino di oggi del notiziario di Radio Radicale

Sostenitori di Ratko Mladic in piazza a Belgrado
Dopo la clamorosa notizia dell'arresto del super ricercato dell'Aja Ratko Mladić, accusato di genocidio e dei piu' gravi crimini contro l'umanita', l'imputato e' stato consegnato alla Corte speciale serba. L'interrogatorio iniziato ieri sera e' stato pero' interrotto a causa dello stato precario psicofisico di Mladić. Il proseguimento dell'inchiesta e' previsto per la giornata odierna. L'avvocato di Mladić afferma che il suo cliente non ha potuto nemmeno pronunciare una intera parola, che parla e si muove con difficolta' e che e' arrivato in procura con un sacchetto pieno di medicinali. Secondo le sue parole, Mladić avrebbe ripetuto diverse volte durante l'interrogatorio di non riconoscere il Tribunale dell'Aja. Ha ammesso anche di aver avuto con se nel momento dell'arresto due pistole ma che non ha voluto sparare. Invece secondo il vice procuratore serbo per i crimini di guerra, Bruno Vekarić l'imputato sarebbe stato molto comunicativo ma alla domanda perche' allora e' stato sospeso l'interrogatorio, Vekarić ha detto di non voler entrare nei detagli.

A Lazarevo, la cittadina di Vojvodina, al nord della capitale dove e' stato trovato Mladić ieri sera sono iniziate le protesta degli abitanti. Le protesta condotte dal parocco e dal presidente del comune. I manifestanti portavano la bandiera serba e si sentivano canzoni di cetnici. La gente riunita si e' scagliata contro la giornalista della TV Prima. Anche alla truppe del mittente B92 sono stati rotti i fili per la trasmissione in diretta. La situazione sarebbe tesa e una decina di poliziotti starebbe proteggendo la casa in cui Mladić si nascondeva prima della cattura. Gli abitanti di Lazarevo affermano addrittura di voler firmare una petizione per far cambiare il nome del loro paese in Mladićevo. Va detto anche che organizzazioni dell'estrema destra ieri sera a Novi Sad avevano manifestato a causa dell'arresto di Mladić. Tra i manifestanti anche i membri dell'organizzazione Obraz. Durante la manifestazione e' stato scandito "Mladić eroe", "Non vi diamo Mladić, vi daremo Tadić" e i manifestanti portando bandiere serbe e le foto di Mladić si sono riuniti davanti alla sede del governo regionale di Novi Sad.

Ieri, trovandosi in Croazia, a Briuni, alla riunione dei procuratori regionali, il procuratore capo dell'Aja Serge Brammertz ha detto che la Procura sta esaminando la possibilita' di allargare l'atto di accusa contro Mladić. Il suo Ufficio ha presentato alcuni mesi fa un emendamento per l'allargamento dell'atto di accusa e si attende ora che Mladić sia trasferito all'Aja per esaminare questa ipotesi, ha detto Brammertz alla domanda dei giornalisti se vi esiste la possibilita' di allargare l'atto di accusa a fin di includervi anche i crimini che l'ex generale serbo bosniaco aveva commesso in Croazia. Brammertz ha confermato di aver mandato due settimana fa un rapporto negativo sulla collaborazione della Serbia con la Procura dell'Aja ma ha ammesso che e' stato compiuto un lavoro importante anche se tardi. Il ministro del governo serbo, Rasim Ljajić ha precisato che l'imputato non avra' l'aiuto che avevano ricevuto quelli che si sono consegnati volontariamente ma che anche Mladić avra' il diritto ad avere tutta la documentazione del governo serbo che potra' servire alla difesa poiche' questo e' un obbligo secondo la legge serba.

Per quanto riguarda le responsabilita' 'del macellaio dei Balcani' come spesso hanno chiamato Mladić, l'inizio dell'aggressione a Sarajevo, scrive il quotidiano bosniaco 'Dnevni avaz', e' stato segnalato dalle sue parole e dalle immagini che fecero il giro del mondo. Poco dopo l'occupazione della citta' e l'assedio piu' lungo della storia, durato 1.425 giorni, iniziarono i bombardamenti sistematici e gli attacchi contro i civili. Quelli che rimasero a vivere sotto l'assedio delle forze di Mladić si ricordano del terrore, dei massacri mentre si facevano le fila per l'acuqua e il pane, il bombardamento degli ospedali. L'ossessione era quella, ideata dal suo comandante, il leader serbo bosniaco Radovan Karadžić: "di essere tutti serbi in uno stato unico" diceva all'epoca Mladić.

Quali che siano le reazioni in Serbia, e va sottolineato che le autorita' serbe, in primis il capo dello stato Boris Tadić continuano ad affermare che non permetteranno che nessuno provochi instabilita' politica a causa dell'arresto di Mladić in Serbia, e' chiaro che con questa vicenda la Serbia e i suoi cittadini hanno una occasione storica importantissima: affrontare decisamente il passato che e' solo l'inizio di una vera maturita' democratica e prontezza per la sua integrazione europea. Ma ancora piu' importante, per un contributo concreto all'indispensabile riconciliazione nei Balcani.

domenica 22 agosto 2010

DEL PONTE: "HO LA COSCIENZA A POSTO. L'INCHIESTA SU DI ME E' UN'ASSURDITA'"

La sede del Tribunale internazionale
per l'ex Jugoslavia all'Aja
"Non mi devo rimproverare nulla, ho la coscienza a posto". Carla Del Ponte non ci sta e respinge l'accusa di aver esercitato pressioni e intimidazioni sui testimoni quando guidava la procura del Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia (Icty), definendo "un'assurdita'" l'inchiesta avviata dallo stesso Tribunale nei confronti suoi e di due suoi ex collaboratori. Intervistata dal settimanale "Il Caffè", la Del Ponte, attuale ambasciatrice della Svizzera in Argentina, spiega che vorrebbe poter ribattere alle accuse, ma di non poterlo fare dal momento che il suo incarico diplomatico le impedisce di parlare senzae l'autorizzazione del ministero degli Esteri elvetico.
La decisione di aprire un'inchiesta a carico dell'ex procuratore capo è stata presa lo scorso 29 giugno dal giudice Jean-Claude Antonetti, ma è stata rivelata questa settimana dal quotidiano britannico "The Guardian". Il fascicolo è stato aperto sulla bese delle accuse rivolte alla Del Ponte dal leader del Partito radicale serbo, l'ultranazionalista Vojislav Seselj, sotto processo all'Aja per crimini di guerra e crimini contro l'umanità, secondo il quale certi testimoni avrebbero parlato di "privazione del sonno nel corso degli interrogatori, pressioni psicologiche, ricatto, minacce o versamenti finanziari illegali".
L'indagine, che sarà condotta da un giudice indipendente, dovrà "indagare su eventuali intimidazioni o pressioni, anche indirette, esercitate da certi inquirenti dell'accusa", come si legge nella decisione del giudice Antonetti, pubblicata sul sito internet dell'Icty e dovrà inoltre appuraree se esistono "motivi sufficienti" per avviare una procedura per oltraggio.

L'atto del Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia

venerdì 23 luglio 2010

IL TRIBUNALE PER L'EX JUGOSLAVIA SI OCCUPA DI KOSOVO E CROAZIA

Mentre l'attenzione di chi segue gli avvenimenti del sud est europeo in queste ultime ore è stata giustamente catalizzata dalla decisione della Corte internazionale di giustizia dell'Onu sulla legittimità dell'indipendenza kosovara, in un'altra corte, il Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia, sono state o stanno per essere prese altre decisioni non meno importanti e significative per quanto riguarda la regione balcanica.

La prima riguarda l'arresto ed il trasferimento all’Aja di Ramuš Haradinaj in base al mandato di cattura emesso in seguito all'accoglimento del ricorso della procura contro la sentenza che due anni fa aveva rimesso in libertà l'ex capo guerrigliero ed ex premier del Kosovo dopo il processo di primo grado nel quale era stato assolto dalle accuse di crimini di guerra e crimini contro l'umanità. Un processo turbato e condizionato da intimidazioni ai testimoni, ha detto il presidente del Tpi, Patrick Robinson, alla presenza dello stesso Haradinaj. La decisione di ripetere il processo e l'arresto di Haradinaj erano stati confermati all’agenzia di stampa serba Beta dalla portavoce del Tribunale internazionale, Nerma Jelačić, proprio il giorno prima del parere della Corte internazionale di giustizia dell'Onu sulla legalità della secessione del Kosovo dalla Serbia.
Jelacic ha dichiarato all'agenzia Tanjug che il processo contro l’ex comandante dell’Uck e contro gli altri due accusati (il suo braccio destro Idriz Baljaj, anche lui assolto in primo grado, e Lahi Brahimaj, condannato invece a sei anni per aver partecipato a torture e atti di particolare crudeltà durante la guerra del Kosovo) è il primo ad essere ripetuto nella storia del Tpi.
I testimoni, Šefćet Kabaši e un'altra persona la cui identità è protetta per ragioni di sicurezza, hanno fatto parte dell’Uck a Jablanica e si sono rifiutati di testimoniare davanti al Tribunale anche se precedentemetne con le loro deposizioni avevano accusavato Haradinaj, Baljaj e Brahimaj di crimini commessi durante la guerrta del Kosovo contro serbi e albanesi nella zona di Dečani.
Haradinaj, per farsi processare nel 2005 si dimise dalla carica di primo ministro del Kosovo dopo soli cento giorni al governo

Dal Kosovo alla Croazia, dall'Operazione Tempesta con cui la Croazia riconquistò la Krajna dove i serbi avevano dichiarato la secessione. Dal processo a Ramus Haradinaj a quello contro Ante Gotovina.

La procura dell'Aja avrebbe chiesto una pena di 27 anni di carcere per l'ex generale Ante Gotovina, 23 anni per Mladen Markac e 17 anni per Ivan Cermak, ritenendo così che nel corso dei due anni di processo contro i tre ex generali croati, è stata provata la colpevolezza per i crimini commessi durante e dopo l'operazione "Tempesta". Queste le indiscrezioni riportate dai media croati tra cui anche da Novi List. Le alte pene richieste dalla procura dell'Aja non rappresentano nessuna eccezione dalla consueta prassi della procura dell'Aja, scrive il quotidiano di Fiume e aggiunge che la procura per tutto il tempo del dibattimento (303 giorni effettivi di lavoro), si comporta come se le sue accuse siano pienamente provate anche se spesso questo è lontano dalla verità.
Le parole conclusive verranno comunque dette tra il 30 agosto e il 2 settembre prossimi. La difesa, ovviamente, chiederà l'assoluzione dei tre generali croati cercando di convincere il Tribunale che l'accusa non e riuscita a portare prove sufficienti. Fino alla sentenza di primo grado, il consiglio del Tribunale può rinviare anche la decisione finale sui tanto contestati diari di artiglieria, i documenti relativi all'operazione Tempesta che, secondo la procura, dovrebbero dare informazioni importanti sulla colpevolezza dei tre generali. La difesa di Gotovina recentemente aveva insistito affinché al massimo entro lo scorso 30 aprile fosse presa la decisione sul contenzioso tra la Croazia e la procura dell'Aja relativo ai diari. Il Tribunale aveva però respinto questa richiesta della difesa di Gotovina.
Anche se non esiste un termine entro il quale il Tribunale dovrebbe pronunciare la sentenza di primo grado, secondo Novi List ci si aspetta che il giudice Alphons Orie prenda la decisione entro la fine dell'anno.

Con la collaborazione di Marina Szikora