“I giovani orfani di cui mi occupo sono consapevoli del fatto che, se non hanno più i genitori e vivono in povertà, la colpa è di due criminali che si chiamano Karadžić e Mladić.erto, tutti sanno che Milošević è il responsabile maggiore di quanto è successo nella ex Jugoslavia e, dalla fine della guerra, i nostri media hanno diffuso molti reportage e pubblicato analisi su di lui, che però resta un personaggio lontano. Invece i bosgnacchi non dimenticheranno così facilmente Karadžić e Mladić. Non passava giorno senza che apparissero in televisione o fossero sui giornali. I due erano a 15 chilometri da Sarajevo, a Pale. È a loro due che rivà la memoria – tenuta desta dalla stampa che li menziona continuamente – quando si pensa al bambino o al vecchio ammazzati da uno sniper”.
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mercoledì 30 marzo 2016
JOVAN DIVJAK: "I BOSGNACCHI NON DIMENTICHERANNO KARADZIC E MLADIC"
A proposito della condanna a 40 anni di Radovan Karadzic, emessa dal Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia per i crimini commessi durante la guerra di Bosnia, Luca Leone, giornalista, scrittore ed editore (Infinito edizioni), sul suo blog "Occhio critico" riporta un passo del libro di Jovan Divjak, il generale serbo che decise di restare a Sarajevo per difendere la sua città dall'aggressione dell'esercito e delle milizie paramilitari serbo-bosniache.
martedì 3 febbraio 2015
IL PAPA A SARAJEVO: UNO SCRITTO DI ALEXANDER LANGER DEL 1994
Papa Francesco ha annunciato a sorpresa che il prossimo 6 giugno si recherà in visita a Sarajevo, la capitale della Bosnia-Erzegovina, che da simbolo dell'incrocio tra culture e religioni diverse è diventata il teatro della difficile convivenza tra le etnie che si sono combattute nella guerra del 1992-1995. Si tratta della secondo viaggio europeo di papa Bergoglio (oltre alla visita alle istituzioni europee a Strasburgo) dopo che anche il primo, lo scorso anno, ha riguardato non casualmente un Paese balcanico: l'Albania. "Vi chiedo fin d'ora di pregare affinché la mia visita a quelle care popolazioni sia di incoraggiamento per i fedeli cattolici, susciti fermenti di bene e contribuisca al consolidamento della fraternità e della pace", ha detto il papa domenica all'Angelus in piazza San Pietro.
Prima di Bergoglio, papa Wojtyla compì una visita pastorale a Sarajevo il 12 e il 13 aprile del 1997. In uno dei molti tra discorsi e omelie che pronunciò nella sua breve visita, Giovanni Paolo II disse che "le tensioni, che possono crearsi fra gli individui e le etnie come eredità del passato e come conseguenza della vicinanza e della diversità", avrebbero dovuto "trovare nei valori della religione motivi di moderazione e di freno, anzi di intesa in vista di una costruttiva cooperazione". Non pare che in Bosnia Erzegovina questo sia ancora accaduto, ma forse, più che per causa delle religioni, per colpa dei politici locali che continuano a sfruttare le appartenenza etniche per scopi elettorali condannando il Paese ad una perenne impasse.
Papa Wojtyla avrebbe dovuto recarsi a Sarajevo già nel 1994, quando ancora il conflitto era in corso. A quella visita, che poi non si realizzò, lavorò con discrezione anche Alexander Langer. Qui di seguito il testo che scrisse in quella occasione (ringrazio Edi Rabini per la segnalazione), così com'è riportato sul sito della Fondazione.
Prima di Bergoglio, papa Wojtyla compì una visita pastorale a Sarajevo il 12 e il 13 aprile del 1997. In uno dei molti tra discorsi e omelie che pronunciò nella sua breve visita, Giovanni Paolo II disse che "le tensioni, che possono crearsi fra gli individui e le etnie come eredità del passato e come conseguenza della vicinanza e della diversità", avrebbero dovuto "trovare nei valori della religione motivi di moderazione e di freno, anzi di intesa in vista di una costruttiva cooperazione". Non pare che in Bosnia Erzegovina questo sia ancora accaduto, ma forse, più che per causa delle religioni, per colpa dei politici locali che continuano a sfruttare le appartenenza etniche per scopi elettorali condannando il Paese ad una perenne impasse.
Papa Wojtyla avrebbe dovuto recarsi a Sarajevo già nel 1994, quando ancora il conflitto era in corso. A quella visita, che poi non si realizzò, lavorò con discrezione anche Alexander Langer. Qui di seguito il testo che scrisse in quella occasione (ringrazio Edi Rabini per la segnalazione), così com'è riportato sul sito della Fondazione.
Alexander Langer sulla mancata visita del Papa a Sarajevo
8.9.1994, Comunicato - Verona Forum
"Non per pusillanimità Wojtyla ha rinunciato a Sarajevo - ci riprovi come pellegrino ecumenico!"
No, non lo si può ritenere pusillanime per aver disdetto la visita a Sarajevo. Il Papa ha rinunciato, in questo momento, ad un gesto storico, sicuramente non per paure personali.
Giovanni Paolo II aveva scelto di fare quello che tutte le grandi istituzioni internazionali avrebbero dovuto fare da tempo: andare a Sarajevo, non lasciare sola la città accerchiata, riconoscere e valorizzare l'unità pluri-religiosa e pluri-culturale della Bosnia Herzegovina, oggi massacrata da una feroce spartizione ed epurazione etnica. Un gesto tanto più significativo, in quanto da parte di molte gerarchie cattoliche troppi incoraggiamenti erano venuti alla voglia di "stare per conto proprio" e di "disfarsi degli altri, con i quali è impossibile convivere".
Spero che il Papa non si lasci scoraggiare da questa disdetta, e che porti avanti con profetica determinazione quello che comunque si annunciava come il gesto umano, europeo e politico più alto e pregnante che si potesse compiere. Ma perchè non "alzare il livello", rendendo ancor più significativo - e forse anche meno attaccabile - la sua azione, trasformando con tutta umiltà e pazienza il suo viaggio "apostolico" in una visita "ecumenica", da preparare e da compiersi insieme ad esponenti religiosi di fede cristiana ortodossa, di fede musulmana, di fede israelita, di altre confessioni cristiane (evangeliche e riformate) europee?
Oltre all'esplicita proposta che in questo senso ha manifestato il Patriarca Alessio di Mosca, vi era già stato un precedente: nel novembre 1991 una missione inter-religiosa, iniziata dal presidente delle comunità israelitiche francesi Jean Kahn, aveva riunito ecclesiastici cattolici, protestanti, musulmani in un viaggio a Belgrado ed a Zagabria. Si è svolto pure un incontro inter-religioso nell'ottobre 1993 a Sarajevo, in presenza del cardinale Etchegaray e del vescovo Monterisi, del Reis islamico di Sarajevo Efendi Mustafa Ceric, di esponenti ortodossi ed israeliti (al quale ho avuto l'onore di essere invitato, come esponente del Parlamento europeo e del Forum di Verona per la riconciliazione nell'ex-Jugoslavia). E non dimentichiamo la preziosa disponibilià già manifestata a proposito dal rabbino Elio Toaff.
Spero che il Papa voglia considerare l'opzione ecumenica, per dare al tempo stesso soddisfazione a chi lo attende con ansia, e per rendere più fruttuoso e permanente l'impatto della sua visita. Se infatti nell'ex-Jugoslavia le religioni, da bandiere di guerra quali attualmente vengono impugnate, si trasformassero in elementi per ricostruire ponti di convivenza e di tolleranza, qualche speranza di uscire dal tremendo conflitto potrebbe rinascere.
Bruxelles, 8.9.1994 Alexander Langer
giovedì 20 novembre 2014
"I BASTARDI DI SARAJEVO": INTERVISTA A LUCA LEONE
"I bastardi di Sarajevo" (Infinito Edizioni) è l'ultima fatica editoriale di Luca Leone, giornalista, scrittore ed editore. Il suo primo romanzo, dopo tanti saggi, per raccontare la realtà di Sarajevo e
della Bosnia di oggi: un Paese e la sua capitale prede della corruzione
politica interna e internazionale, in cui èsempre più
difficile avere speranze per il futuro.
Ascolta qui l'intervista a Luca Leone
Leggi la prefazione
Acquistabile in libreria o direttamente sul sito di Infinito Edizioni
Ascolta qui l'intervista a Luca Leone
| I BASTARDI DI SARAJEVO |
| Una città in balìa della corruzione, un Paese senza speranze di futuro, il fantasma del passato che torna dall’Italia Prefazione di Riccardo Noury. Introduzione di Silvio Ziliotto. Postfazione di Eldina Pleho |
Leggi la prefazione
Acquistabile in libreria o direttamente sul sito di Infinito Edizioni
giovedì 30 ottobre 2014
I BASTARDI DI SARAJEVO
Una città in balìa della corruzione,
un Paese senza speranze di futuro, il fantasma del passato che torna
dall’Italia
Il nuovo libro di Luca Leone, con
prefazione di Riccardo Noury, introduzione di Silvio Ziliotto e
postfazione di Eldina Pleho
“Io e te siamo musulmani per
convenienza, corrotti per scelta, scaltri per divertimento, potenti
per vocazione, Nihad… perché tu non sei migliore di me,
rassegnati… sei il servo perfetto per il perfetto padrone…!”.
“La scrittura acre e tosta di Leone
manda di morte e polvere da sparo e ci indirizza verso un’Ade
balcanica senza ritorno e senza via d’uscita, ove la cartolina
ridente della Bosnia Erzegovina e della pittoresca Sarajevo si
scolora, accartoccia, annerisce, come buttata nelle braci ardenti del
camino della Storia recente, per poi divenire velina nera e negativo
evanescente che scompare in cenere”. (Silvio Ziliotto)
I bastardi di Sarajevo ringhiano forte,
sia nel presente che nei ricordi del passato dei protagonisti del
libro. C’è la crudeltà e la spregiudicatezza dei carnefici e la
sofferenza taciuta delle vittime, soprattutto donne. La voglia di
rivoluzione dei giovani e la saggezza rassegnata e ironica di un
Professore. La brama sanguinaria di certi turisti e la ricerca di
redenzione da parte di chi – come molti di noi – ha guardato da
spettatore la guerra e non ha fatto ciò che doveva. I personaggi
sfilano davanti al lettore sul palcoscenico decadente di una Sarajevo
dai mille angoli bui, con l’autore che tesse una trama perfetta e
avvincente fatta di soli dialoghi. Il teatro dei bastardi di Sarajevo
non ha ancora calato il sipario.
“Non è un giallo, quello di Luca
Leone. Il colore dominante de I bastardi di Sarajevo è il nero: non
solo come genere letterario noir, quanto soprattutto come colore
dell’umore del presente e prospettiva del futuro. La Sarajevo che
Leone descrive è una Sarajevo ancora sotto assedio”. (Riccardo
Noury)
“Al termine della lettura di questo
libro, resta ancora uno spiraglio di luce per la disgraziata umanità
bosniaca che, comunque, continua a resistere”. (Eldina Pleho)
LUCA LEONE (Albano Laziale, 1970), giornalista
professionista e saggista, è laureato in Scienze politiche. È
direttore editoriale e co-fondatore della casa editrice
Infinito edizioni. Ha scritto e scrive per molte testate. Ha firmato,
tra gli altri, per Infinito edizioni: Srebrenica. I giorni della vergogna,
(2005-2011); Bosnia Express, Infinito edizioni (2010); Saluti da
Sarajevo, 2011; Mister sei miliardi (2012); Fare editoria (2013).
Per contattarlo: direzione.editoriale@infinitoedizioni.it
Il suo blog: lucaleone.blogspot.com;
Facebook: Luca Leone; Twitter: @LeoneBiH
giovedì 15 maggio 2014
PASSAGGIO IN ONDA
E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 15 maggio 2014.
La trasmissione e' ascoltabile direttamente qui di seguito oppure sul sito di Radio Radicale.
Sommario della trasmissione
Turchia: la strage della miniera di Soma, le dichiarazioni del premier Recep Tayyip Erdogan, la realtà delle condizioni di lavoro dei minatori.
Macedonia/Fyrom: il presidente Giorgi Ivanov ha prestato giuramento per il secondo mandato dopo la vittoria alle recenti elezioni.
Croazia: la visita di lavoro del presidente Ivo Josipovic negli Stati Uniti.
Kosovo: il movimento Vetevendosje (Autodeterminazione) accusa il premier Hashim Thaci di aver usato soldi pubblici per la propria propaganda politica.
Serbia: il neo premier Aleksandar Vucic ha scelto Sarajevo per la sua prima visita ufficiale all'estero.
Bosnia Erzegovina: a Sarajevo riapre la Vijecnica, la biblioteca nazionale, uno dei simboli della città, distrutta 22 anni fa durante l'assedio.
Albania: la scoperta di un presunto traffico di droga con l'Italia provoca uno scontro durissimo tra governo e opposizione ma apre per la prima volta il dibattito sulla politica delle droghe e l'ipotesi della legalizzazione.
La trasmissione, realizzata con la collaborazione dei corrispondenti Marina Szikora e Artur Nura, è ascoltabile direttamente qui
La trasmissione e' ascoltabile direttamente qui di seguito oppure sul sito di Radio Radicale.
Sommario della trasmissione
Turchia: la strage della miniera di Soma, le dichiarazioni del premier Recep Tayyip Erdogan, la realtà delle condizioni di lavoro dei minatori.
Macedonia/Fyrom: il presidente Giorgi Ivanov ha prestato giuramento per il secondo mandato dopo la vittoria alle recenti elezioni.
Croazia: la visita di lavoro del presidente Ivo Josipovic negli Stati Uniti.
Kosovo: il movimento Vetevendosje (Autodeterminazione) accusa il premier Hashim Thaci di aver usato soldi pubblici per la propria propaganda politica.
Serbia: il neo premier Aleksandar Vucic ha scelto Sarajevo per la sua prima visita ufficiale all'estero.
Bosnia Erzegovina: a Sarajevo riapre la Vijecnica, la biblioteca nazionale, uno dei simboli della città, distrutta 22 anni fa durante l'assedio.
Albania: la scoperta di un presunto traffico di droga con l'Italia provoca uno scontro durissimo tra governo e opposizione ma apre per la prima volta il dibattito sulla politica delle droghe e l'ipotesi della legalizzazione.
La trasmissione, realizzata con la collaborazione dei corrispondenti Marina Szikora e Artur Nura, è ascoltabile direttamente qui
domenica 9 febbraio 2014
TRENT'ANNI FA A SARAJEVO I GIOCHI OLIMPICI DELLA JUGOSLAVIA
![]() |
| Il logo ufficiale delle Olimpiadi di Sarajevo |
Trent'anni fa, si svolse a Sarajevo la
XIV edizione dei Giochi Olimpici Invernali. C'era aria di festa quel
8 febbraio nella captale della Bosnia Erzegovina, quando la fiamma
olimpica fu accesa nello stadio Kosevo. E c'era anche tanta neve. Fu
la prima olimpiade invernale tenutasi in un paese comunista. Fu un
primato per numero di partecipanti con quasi 1300 atleti arrivati da
quarantanove paesi che furono visti da due miliardi di
telespettatori. Per la prima volta i disabili gareggiarono nello
slalom gigante, seppure come sport dimostrativo. E per la prima volta
la Jugoslavia conquistò una medaglia ai Giochi invernali. Quando nel
1977 Sarajevo si candidò a ospitare le Olimpiadi invernali, pochi
erano disposti a credere che il sogno si sarebbe trasformato in
realtà. Meno di dieci anni dopo quel sogno si trasformò in un
incubo: quello della guerra e del più lungo assedio della storia
bellica moderna. Le strutture olimpiche, simbolo della storia e della
vita in comune dei popoli jugoslavi, furono tra i primi bersagli dei
bombardamenti. Per molti, le Olimpiadi di Sarajevo furono l'ultimo
episodio di vita della Jugoslavia, forse l'ultima illusione: dietro
la facciata covavano le tensioni ed erano già all'opera le forze che
avrebbero condotto alle guerre degli anni '90. Forse anche per
questo, il ricordo di quei Giochi è rimasto nella memoria di tanti
nella ex Jugoslavia. A Sarajevo i simboli delle Olimpiadi sono ancora
tra i souvenir più venduti ai turisti e i segnali stradali indicano
ancora “la montagna olimpica”. Anche se oggi i serbi sciano sul
monte Jahorina e i bosniaci sul Bjelašnica.
Mentre a Sochi sono cominciate le
Olimpiadi invernali, riporto qui di seguito il pezzo molto bello
pubblicato su Osservatorio Balcani e Caucaso in cui Azra Nuhefendic
racconta quei giorni di trent'anni fa quando Sarajevo, imbiancata
dalla neve, per un paio di settimane si sentì al centro del mondo e
non per le notizie di bombardamenti e massacri.
![]() |
| 8 febbraio 1984: la fiamma olimpica brilla su Sarajevo |
Sarajevo 1984, i Giochi Olimpici della
Jugoslavia
di Azra Nuhefendić – OsservatorioBalcani e Caucaso, 31 gennaio 2014
Un metro di neve e venti gradi sotto
zero! Nessuno ci faceva caso in Bosnia. Si pulivano le strade
principali, si scavava un sentiero nella neve per collegare la casa o
il portone con la strada, e la nostra vita procedeva come al solito.
Talvolta già all’inizio di ottobre
nevicava. Si andava al ristorante per una cena e quando si usciva,
nelle ore piccole, ci aspettava la prima neve. Tap-tap, sulle punte
delle scarpe leggere ed eleganti, cercavi di passare per la strada
imbiancata, senza scivolare o cadere. La neve rimaneva fino ad
aprile, qualche volta anche di più. Capitava che sulle montagne
intorno a Sarajevo nevicasse in piena estate. I giornali locali
riportavano la notizia, ma nessuno si stupiva.
Poteva succedere che, in primavera, uno
se ne andasse tutto tranquillo per i boschi sul monte Bjelašnica, a
sud-ovest di Sarajevo, in un clima normale, e che dopo dieci minuti
si trovasse nel mezzo di una tormenta di neve. Anche quelli che
conoscevano la montagna, talvolta rischiavano di perdersi o rimanere
sotto la neve, come ad esempio era successo a undici giovani bravi
sciatori che, negli anni Sessanta, persero la vita durante una
tempesta imprevedibile sul monte Bjelašnica.
Nevica?
La neve da noi, insomma, non è mai
stata un problema. Ne avevamo sempre in abbondanza. Ma all’inizio
del febbraio 1984 la sua inspiegabile assenza ci tormentava. Circa
quattro milioni di bosniaci ed erzegovesi scrutavano il cielo
aspettando la neve, ci svegliavamo di notte per controllare se avesse
cominciato, la prima domanda di mattina al risveglio era: “Nevica?”
Accusavamo i meteorologi di aver sbagliato i calcoli e chi era
religioso pregava affinché nevicasse. Invano. Per ogni eventualità
erano pronti anche i cannoni per fare la neve artificiale, ma la
precauzione ci pareva esagerata. Nei cento anni precedenti ai XIV
Giochi Olimpici, a Sarajevo e dintorni era sempre caduta la neve.
Il giorno prima dell’inizio dei
Giochi a Sarajevo, il 7 febbraio 1984, il tempo era primaverile. Non
si vedeva neanche un fiocco di neve.
Mi veniva da piangere, mi sembrava una
vera e propria ingiustizia. Molti altri si sentivano come me.
Tutto era già pronto un anno prima che
cominciassero i Giochi: era stato costruito il nuovo villaggio
olimpico, nuovi alberghi erano stati aperti ed erano stati
ristrutturati i vecchi, era stata recuperata e sistemata la parte
antica ottomana della città, la Baščaršija, che era in rovina, e
rischiava di essere distrutta per costruirne una “più bella e più
antica”. Le principali strade della città erano state rifatte e
allargate, le facciate dei palazzi dipinte, le rotaie dei tram
elettrici cambiate, la stazione centrale restaurata, sui monti
intorno a Sarajevo: Jahorina, Bjelašnica, Igman, e Trebević, erano
state costruite tutte le strutture necessarie per i Giochi olimpici
invernali.
A Sarajevo sono tutti così
Alcune migliaia di giovani di tutta la
Bosnia ogni giorno si esercitavano nel provare la coreografia per la
cerimonia di apertura e di chiusura delle Olimpiadi. In merito a
questo, il principale quotidiano giapponese “Yomiuri Shimbun”
chiedeva con un titolo su tutta la prima pagina: “Dove hanno
trovato tutte quelle bellissime ragazze e quei ragazzi alti?”, e
poi con il sottotitolo ribatteva: “A Sarajevo sono tutti così”.
Per evitare il rischio che qualcuno mancasse a causa dell’influenza,
tutti si erano immunizzati con vaccini potenti “quelli per i
cavalli”, mi dice scherzando Vanja. Lei e Svjetlana, due bosniache,
triestine adottive, avevano partecipato ai Giochi. Oggi, trent’anni
dopo, ancora belle e alte, con nostalgia si ricordano dei tempi delle
Olimpiadi di Sarajevo.
Nella fase preparativa per le
Olimpiadi, più della neve ci preoccupava la nebbia. Anche quella, a
Sarajevo e dintorni, è sempre presente. Per far funzionare
l’aeroporto locale sotto la nebbia fitta, i nostri ingegneri
avevano preparato delle sostanze chimiche che, all’occorrenza,
potevano - proprio come diceva un’antica canzone bosniaca “duni
vjetre, malo sa Neretve, pa rastjeraj maglu po Mostaru” - far
sparire la nebbia. Tutto era pronto e perfetto, migliaia di sportivi,
giornalisti e decine di migliaia di ospiti erano già in città.
Mancava solo la neve.
Volevo partecipare in qualche modo a
quell’evento, rendermi utile… Sarei stata contenta se avessi
potuto spalare la neve, tenere un palo, indicare la via per il WC,
qualsiasi cosa. Mandai la richiesta per fare la volontaria a varie
commissioni, ma non mi presero. Ci lavoravano già trentamila
persone, di cui la metà erano volontari, da tutta la Jugoslavia.
Nella costruzione delle strutture olimpiche sui monti partecipavano i
giovani volontari organizzati nelle brigate di lavoro (radne
brigade). E nei giorni delle Olimpiadi quattrocento camerieri di
tutta la Jugoslavia erano a Sarajevo per servire gli ospiti.
Il centro del mondo
La sera prima dell’inizio dei giochi non potevo starmene in casa mentre, pensavo, la storia raggiungeva la mia città. Sarajevo splendeva, le strade erano affollate, i negozi, i ristoranti e i bar erano aperti tutta la notte, pieni di gente. Migliaia di persone giravano su e giù, si parlava ad alta voce, quelli che non riuscivano a comunicare in una lingua straniera facevano amicizia a gesti, si facevano le foto, si rideva, così, senza motivo, solo perché noi sarajevesi eravamo raccolti là, insieme agli ospiti, per un evento grande, bello, importante. Ci pareva di essere nel centro del mondo.
In una tale atmosfera cominciò a
nevicare. Ancora oggi ricordo di preciso dov’ero: in via Vase
Miskina, oggi Ferhadija, là dove inizia la parte antica della città,
la Baščaršija. C’era gente che saltava dalla gioia, altri si
tenevano per mano e ballavano, qualcuno urlava. Io ridevo in modo
incontrollabile, tenevo le braccia aperte, giravo intorno a me stessa
con la faccia rivolta in alto. Volevo sentire i fiocchi di neve sul
mio viso.
Credo che quella volta, molti capi
comunisti (che da noi obbligatoriamente erano atei) avessero
ringraziato Dio.
Nevicava sul serio, tutta la notte.
Cadeva una neve bellissima, secca, quella che non si scioglie subito
ma rimane a terra. I fiocchi di neve erano grandi ed eleganti come
farfalle. All’inizio la neve scendeva piano e timidamente, poi
sempre più forte e fitta. Pareva che qualcuno lassù avesse aperto
un sacco e non riuscisse più a controllare la velocità con la quale
quel sacco si svuotava.
Prima eravamo preoccupati perché
mancava la neve, poi la situazione si invertì. In poche ore c’era
più di un metro di neve. Bisognava livellare con urgenza le piste
sciistiche. Il presidente della Federazione internazionale per lo
sci, Marc Hodler, preoccupato, aveva chiesto al presidente del
Comitato Olimpico bosniaco, Branko Mikulić, come pensava di
risolvere il problema. “Ci vogliono mille persone per spianare le
piste, dove le trovate a quest’ora?”, chiedeva Holder. Secondo i
testimoni, Branko Mikulić aveva risposto: “Potrebbero bastare,
secondo lei, cinquemila?”.
Una fiaba
Per radio i cittadini furono invitati a
correre in aiuto. In migliaia avevano risposto e avevano lavorato
tutta la notte, compresi i soldati dell’Armata Popolare Jugoslava.
La mattina dopo, le piste erano perfette e tutta la città pulita e
ordinata. “Eravamo così entusiasti, acchiappavamo i fiocchi di
neve ancora prima che cadessero per terra”, si ricorda trent’anni
dopo il signor Meho S., un tassista di Sarajevo.
Erano momenti magici, sembrava di
vivere in una fiaba. Infatti, i XIV Giochi Olimpici invernali di
Sarajevo, nel 1984, per molti aspetti potevano considerarsi un
miracolo.
Nel 1977 un tale era stato preso in
giro perché aveva proposto Sarajevo per ospitare i Giochi olimpici
invernali. Nessuno ci credeva. Una volta i giochi olimpici venivano
organizzati dai paesi ricchi e occidentali. Fu, e lo è ancora, un
evento di grande prestigio, costoso, una sorta di vetrina, dove
l’organizzatore fa vedere al mondo il meglio di sé, e nello stesso
tempo un biglietto da visita per la scena internazionale. Sarajevo,
per vincere, doveva prima convincere gli scettici a casa propria. La
candidatura doveva essere approvata dal partito comunista e dal
governo della repubblica di Bosnia Erzegovina, e poi approvata e
sostenuta dal governo Federale.
Altre repubbliche della Jugoslavia
consideravano la Bosnia un “tamni vilajet” (un mondo tenebroso,
retrogrado), una sorta di cugino povero che merita simpatia e aiuto,
ma niente di più. Di conseguenza, la prima reazione delle altre
repubbliche fu una forte incredulità. Infine, l’approvazione a
casa fu ottenuta. A livello internazionale, Sarajevo si trovò a
competere con Sapporo, in Giappone, e con la congiunta candidatura di
due città svedesi, Falun e Göteborg.
Dopo aver fatto l’ultima visita a
Sarajevo per verificare la sua capacità per un evento internazionale
di tale importanza, Marc Hodler, aveva riferito al Comitato olimpico:
“La Bosnia Erzegovina è un paese che si sta sviluppando in fretta,
la gente vive libera e felice”.
Prima della votazione, la giornalista
inglese Pet Bedford scrisse: “Se scegliete Sapporo, i giapponesi vi
organizzeranno un aereo per visitare Tokio; se optate per Falun e
Göteborg, gli svedesi vi faranno vedere i fiordi e gli iceberg. Ma
se la vostra scelta ricadrà sulla Jugoslavia e Sarajevo, troverete
gente amichevole, di gran cuore, e meravigliose montagne”.
L'Olimpiade comunista
I XIV Giochi Olimpici Invernali di
Sarajevo si tennero dall’8 al 19 febbraio del 1984. Fu un evento
con parecchi record e senza precedenti. Fu la prima olimpiade
invernale tenutasi in un paese comunista. Fu un primato per il numero
di partecipanti pervenuti da quarantanove paesi, con 1.272 atleti
(274 donne, 998 uomini), che competevano in trentanove discipline,
seguiti da 7.393 giornalisti e visti da due miliardi di
telespettatori. Gli organizzatori avevano venduto 250 mila biglietti,
complessivamente avevano guadagnato 47 milioni di dollari. Grazie ai
Giochi furono creati 9.500 nuovi posti di lavoro.
Per la prima volta, come sport
dimostrativo, alle Olimpiadi invernali i disabili gareggiarono nello
slalom gigante, e per la prima volta nella storia delle Olimpiadi, la
coppia di pattinatori artistici sul giaccio, Jayne Torvill e
Christopher Dean, dall’Inghilterra, ricevette il massimo del
punteggio.
Le Olimpiadi invernali di Sarajevo
lanciarono inoltre una delle icone sportive più grandi del tardo
ventesimo secolo, la pattinatrice della Germania Est (che all’epoca
esisteva come paese indipendente) Katarina Witt, che vinse la
medaglia d'oro.
Per la prima volta la Jugoslavia
conquistò una medaglia nelle Olimpiadi invernali. Lo sciatore
sloveno Jure Franko, infatti, vinse l’argento nello slalom gigante,
portando l’intera nazione in trance. Durante la premiazione, di
fronte al centro sportivo-culturale “Skenderija”, decine di
migliaia di persone urlavano: “Volimo Jureka, više od bureka”
(Ci piace di più Jurek che il burek, cioè il piatto preferito
nazionale).
“Erano tempi diversi, e anche i
valori erano diversi. Ci avevano promesso, nel caso vincessimo, di
regalarci un videoregistratore. Ed io ragionavo: se corro bene nel
secondo turno, porterò a casa un videoregistratore”, ricorda Jure
Franko.
Juan Antonio Samaranch intervenne alle
Olimpiadi di Sarajevo per la prima volta in veste di presidente del
Comitato olimpico internazionale. Nel suo discorso in occasione della
chiusura dei Giochi, Samaranch disse: “Il movimento olimpico si è
arricchito. Per la prima volta i giochi olimpici sono stati
organizzati da un popolo”. Quella volta tra la città e il
dignitario nacque un’amicizia che durò vent’anni, fino alla
morte di Samaranch.
La fine della storia
Nei primi mesi della guerra, nel 1992,
molti edifici olimpici furono distrutti, bersagliati apposta, come
tutto quello che documentava la storia e la vita comune dei bosniaci
e degli erzegovesi. Il centro sportivo “Zetra”, con la magnifica
sala del ghiaccio, che era stata il palcoscenico del pattinaggio e
della cerimonia di chiusura delle Olimpiadi, fu bombardata e
incendiata, rimasero solo le sue fondamenta. Il centro “Skenderia”,
il museo olimpico, gli alberghi sulle montagne… tutto demolito.
Già nell’aprile 1992, sul monte
Jahorina, i serbi si erano appostati con i kalashnikov alla partenza
dello skilift, per farsi pagare il biglietto. Il monte Trebević,
così vicino, tanto che lo consideravamo la montagna del nostro
cortile, non è più lo stesso per i sarajevesi. Dopo la guerra,
molti non ci sono più tornati. Là era stata costruita la pista di
bob, minata durante la guerra. Oggi è abbandonata, vi si aggirano
solo alcuni coraggiosi per raccogliere le pallottole vuote e venderle
agli artigiani che le utilizzano per fare i souvenir.
I villaggi olimpici, Mojmilo e
Dobrinja, erano stati progettati per diventare i nuovi quartieri
della città. È una bella zona, larga, vicino all’aeroporto dove,
dopo i giochi, furono distribuiti 2.750 appartamenti moderni a chi
non li aveva.
All’inizio della guerra, nell’aprile
1992, il quartiere di Dobrinja fu pesantemente bombardato. I serbi
cercarono di occuparlo, invano. Rimase per tutta la durata della
guerra assediato e isolato dal resto di Sarajevo, subì una sorta di
assedio nell’assedio. Gli abitanti, gente mista di tutte le etnie e
religioni, hanno lottato, e la loro è una storia di coraggio e
resistenza esemplare. Oggi per Dobrinja passa la linea invisibile
della Sarajevo divisa.
Nel 1994 a Lillehammer, in Norvegia, si
tennero i XVII giochi invernali. Samaranch aveva interrotto la sua
presenza là ed era tornato a Sarajevo, per mostrare la sua
solidarietà verso la città e i cittadini. Con il suo arrivo nella
Sarajevo assediata, Samaranch aveva mostrato il coraggio e la grinta
che all’epoca mancava a tanti politici.
“Con aria di sfida, come se non vi
fosse alcun pericolo dalle colline, ma visibilmente scosso, Samaranch
stava fermo sulle rovine del centro sportivo “Zetra” dove, dieci
anni prima, aveva dichiarato chiuse le Olimpiadi invernali. Per noi
era il segnale che non saremmo morti, che non eravamo stati né
abbandonati né dimenticati. Gli eravamo così grati... La gente
veniva a salutarlo, a toccarlo”, si ricorda il direttore del Museo
Olimpico di Sarajevo, Edo Numankadić.
In quell’occasione Samaranch aveva
promesso che avrebbe fatto di tutto per ricostruire il centro
olimpico “Zetra”. La sua promessa fu mantenuta e, nel 1999, il
centro “Zetra” fu ricostruito e aperto.
Trent'anni dopo
In questi giorni a Sarajevo si stanno
preparando le celebrazioni per i trenta anni delle Olimpiadi
invernali (1984 – 2014). I festeggiamenti si organizzano anche nel
mondo, dove - dopo la guerra - sono finiti un milione di bosniaci. A
Melbourne, in Australia, gli organizzatori invitano i connazionali “a
rivivere i giochi invernali, per stare insieme e accendere, per un
attimo, la fiamma dentro di noi”.
I simboli delle Olimpiadi, trent’anni
dopo, sono ancora presenti a Sarajevo. La mascotte “vučko” (il
lupacchiotto) oggi è il souvenir più venduto ai turisti, e la sua
immagine scolorita si può vedere ancora sulle facciate di diversi
edifici. I segnali stradali indicano “la montagna olimpica”, la
gente ne parla volentieri e sospirando, molti si ricordano dei tempi
quando “eravamo felici e uniti”.
Ma oggi i serbi sciano sul monte
Jahorina, mentre i bosniaci su Bjelašnica.
giovedì 6 febbraio 2014
PASSAGGIO IN ONDA
E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 6 febbraio 2014.
La trasmissione e' ascoltabile direttamente qui oppure sul sito di Radio Radicale.
Sommario della trasmissione
Albania: la situazione economica e finanziaria e l'interscambio commerciale con Italia, Grecia e Unione Europea.
Macedonia: le elezioni presidenziali del 13 aprile e le intenzioni di voto dei cittadini, mentre si continua a parlare di elezioni politiche anticipate.
Croazia: l'intervento del presidente Ivo Josipovic alla 50a conferenza sulla sicurezza di Monaco.
Kosovo: l'incontro pubblico tra il premier serbo Ivica Dacic e quello kosovaro Hashim Thaci alla conferenza di Monaco.
Serbia: le elezioni politiche anticipate del 16 marzo; l'ex presidente Boris Tadic lascia il Partito democratico e lancia pesanti accuse.
Cipro: si riparla di ripresa imminente dei negoziati per la riunificazione, ma intanto Nicosia accusa Ankara di ostacolare le indagini petrolifere nel Mediterraneo orientale.
Turchia: lo scontro in atto tra il premier Recep Tayyip Erdogan e Fetullah Gulen, potente capo del movimento culturale-religioso Hizmet e il peso del fattore economico nell'attuale crisi politica. Intervista a Matteo Tacconi.
Alla vigilia dell'inaugurazione dei Giochi di Sochi, l'apertura della puntata è dedicata alle Olimpiadi invernali di Sarajevo del 1984 che venivano inaugurate l'8 febbraio di trent'anni fa e che per molti rappresentano l'ultimo episodio della Jugoslavia prima dell'esplodere delle tensioni che sarebbero poi esplose nei sanguinosi conflitti degli anni '90.
La puntata, realizzata con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura, è ascoltabviledirettamente qui
La trasmissione e' ascoltabile direttamente qui oppure sul sito di Radio Radicale.
Sommario della trasmissione
Albania: la situazione economica e finanziaria e l'interscambio commerciale con Italia, Grecia e Unione Europea.
Macedonia: le elezioni presidenziali del 13 aprile e le intenzioni di voto dei cittadini, mentre si continua a parlare di elezioni politiche anticipate.
Croazia: l'intervento del presidente Ivo Josipovic alla 50a conferenza sulla sicurezza di Monaco.
Kosovo: l'incontro pubblico tra il premier serbo Ivica Dacic e quello kosovaro Hashim Thaci alla conferenza di Monaco.
Serbia: le elezioni politiche anticipate del 16 marzo; l'ex presidente Boris Tadic lascia il Partito democratico e lancia pesanti accuse.
Cipro: si riparla di ripresa imminente dei negoziati per la riunificazione, ma intanto Nicosia accusa Ankara di ostacolare le indagini petrolifere nel Mediterraneo orientale.
Turchia: lo scontro in atto tra il premier Recep Tayyip Erdogan e Fetullah Gulen, potente capo del movimento culturale-religioso Hizmet e il peso del fattore economico nell'attuale crisi politica. Intervista a Matteo Tacconi.
Alla vigilia dell'inaugurazione dei Giochi di Sochi, l'apertura della puntata è dedicata alle Olimpiadi invernali di Sarajevo del 1984 che venivano inaugurate l'8 febbraio di trent'anni fa e che per molti rappresentano l'ultimo episodio della Jugoslavia prima dell'esplodere delle tensioni che sarebbero poi esplose nei sanguinosi conflitti degli anni '90.
La puntata, realizzata con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura, è ascoltabviledirettamente qui
giovedì 13 settembre 2012
L'INCONTRO MONDIALE PER LA PACE ORGANIZZATO DALLA COMUNITA' DI SANT'EGIDIO A SARAJEVO
A vent'anni dall'inizio della guerra in
Bosnia e dell'assedio, Sarajevo si propone come citta' della pace e
del dialogo tra culture e religioni diverse ospitando, domenica,
lunedì e martedì scorsi, il meeting internazionale per la pace
''Vivere insieme e' il futuro - Religioni e culture in dialogo'',
promosso dalla Comunita' di Sant'Egidio in collaborazione con
l'arcidiocesi di Sarajevo, con il patriarcato serbo ortodosso e con
le comunita' islamica ed ebraica. Al centro dei momenti di confronto
e dibattito in cui si è articolata la tre giorni i nodi cruciali del
futuro europeo e dell'integrazione sociale e politica del continente
nel delicato momento della crisi economica che sta travagliando
l'Europa mettendo a rischio il progetto politico dell'Unione e la
prospettiva dell'integrazione che per tanti anni è stata offerta ai
Balcani occidentali dopo la fine dei conflitti che segnarono il
collasso della Jugoslavia.
Di Marina Szikora
"Nonostante tutte le differenze
esistenti, tutti gli uomini semplici sono uniti quando si desidera
pace, sicurezza e benessere. Per raggiungere questo obiettivo i
leader politici e religiosi sono invitati a lavorare insieme".
Cosi' il presidente croato Ivo Josipović domenica scorsa a Sarajevo,
partecipando insieme ad altri leader politici e religiosi al
tradizionale Incontro mondiale per la pace organizzato dalla
Comunita' di san Egidio che da 25 anni sollecita l'ecumenismo
attraverso la promozione dello spirito di Assisi. "Il piu'
importante e' mandare il messaggio che in Europa non c'e' posto per
idee umilianti, che minacciano o offendono qualsiasi uomo. L'Europa
deve essere una casa sicura per ogni suo abitante, le crisi e gli
ostacoli non possono essere la scusa per chiudere le porte" ha
detto Josipović. Nel suo discorso di saluto, il presidente croato ha
sottolineato che l'Europa sudorientale e' un'area unica in cui da
secoli coesistono i cristiani, gli ortodossi ed i protestanti e dove
da secoli esiste la tradizione islamica ed ebraica. Ma in quest'area
– ha ricordato Josipović – ci sono stati purtroppo periodi in
cui questo era il luogo di conflitti e sofferenze umane,
assolutamente inaccettabili per le societa' civili . L'esito sono
stati "vergognosi errori e irresponsabilita'".
"Troppo tempo e' stato perso ad
indietreggiare davanti ai crimini, nei negoziati con i responsabili
di crimini. Voglio credere che questi tempi sono passati per sempre,
che si e' arrivati alla vittoria della ragione, riconciliazione e
collaborazione" ha detto il capo dello stato croato. Ha rilevato
che la pace e' quella che rende possibile la vita e lo sviluppo e
questo non deve mai essere sottinteso bensi' se ne deve occupare
quotidianamente. La Croazia, ha assicurato il suo presidente, in
questo senso dara' pieno sostegno ai suoi vicini e persistera' su
questa via. Non a caso quest'anno l'incontro ha trovato luogo a
Sarajevo, una specie di simbolo di diverse culture, religioni e
popoli. Questo raduno di dialogo sotto lo slogan 'Il nostro futuro e'
vivere insieme' ha riunito centinaia di partecipanti, rappresentanti
di quasi tutte le piu' importanti religioni viventi. Il fondatore
della Comunita' di San Egidio, Andrea Riccardi, attuale ministro per
la Cooperazione internazionale del governo italiano, ha detto che
l'idea della convivenza continua ad essere una sfida per l'umanita'
che necessita di costante sostegno ed impegno.
L'incontro a Sarajevo e' stato aperto
dall'attuale presidente della presidenza della Bosnia Erzegovina,
Bakir Izetbegović il quale ha detto che e' estremamente importante
che il messaggio di convivenza e tolleranza in questo modo parta
dalla citta' che nemmeno nei suoi tempi piu' difficili non si e'
esaurita nell'impegno per l'umanesimo. Izetbegović ha aggiunto che
se la vita comune non sopravvivra' in Bosnia, difficilmente vivra' in
qualsiasi altra parte del mondo. Il capo della chiesa ortodossa,
Irinej che per la prima volta da quanto e' stato eletto patriarca ha
visitato Sarajevo, ha detto nel suo intervento che la pace e' il
messaggio fondamentale di tutte le religioni e questo valore bisogna
affermare sempre d'accapo. Ricordano le sofferenze dei popoli della
regione balcanica nel corso della storia, Irinej ha detto che questo
deve essere un monito per il futuro e un appello al reciproco
accoglimento, rispetto e riconciliazione. Il capo della comunita'
islamica in Bosnia, Mustafa Cerić ha ricordato da parte sua la
tragedia di Sarajevo, "la prima Gerusalemme europea" e gli
oltre 10.000 abitanti di Sarajevo uccisi. "Piu' di qualcun
altro, loro meritano il nostro giuramento a Dio e all'umanita' che
faremo di tutto perche' qualcosa di simile non si ripeta mai piu'"
ha detto Mustafa Cerić. Pace e non guerra, sicurezza e non
terrorismo sono il desiderio e la necessita' di tutti gli uomini di
buona volonta', ha rilevato il capo della comunita' islamica
aggiungendo che e' importante mandare un messaggio di pace anche alla
Siria che oggi sta soffrendo. L'arcivescovo di Bosnia, il cardinale
Vinko Puljić ha sottolineato che sia importante una voce comune che
da Sarajevo mandera' il messaggio di pace e questa pace si puo'
costruire soltanto in base alla verita' e giustizia. Puljić ha
aggiunto che "la convivenza non soltanto e' possibile bensi'
l'unico futuro che possiamo desiderare per l'umanita'". "Il
mondo adesso e' al bivio" ha valutato Jakob Finci, presidente
della comunita' ebraica della Bosnia constatando che si puo'
sopravvivere soltanto rispettando e accettando l'altro e il diverso.
Per il presidente del Consiglio
europeo, Herman van Rompuy, anche lui presente all'incontro, Sarajevo
resta un simbolo permanente di sofferenze ma anche di convivenza. Van
Rompuy ha aggiunto pero' che le sofferenze non si possono ripetere e
la garanzia permanente per questo sono i valori dell'Europa unita
basati sulla civilta' della vita comune. "Senza l'Ue non ci
sara' mai, ripeto, mai pace duratura nei Balcani" ha detto il
leader europeo nel suo intervento segnato da molto euroottimismo.
Infine, il presidente del Consiglio italiano, Mario Monti in toni
simili ha rilevato che la globalizzazione impone nuove sfide e la
piu' grande e' quella di come costruire societa' ricche in
diversita'. I Balcani, in questo senso, sono il simbolo di tutte le
difficolta' su questa via ma anche di possibilita' che si offrono, ha
detto Monti aggiungendo che le crisi piu' pericolose sono quelle che
minacciano le fondamenta umane sulle quali e' stata creata l'Europa.
Il premier italiano ha espresso speranza che l'unificazione di
diversi paesi dara' frutto. Bisogna salvaguardare la comune moneta,
l'euro, perche' e' la cima dell'edificio gotico che si chiama Ue. I
tre giorni dell'incontro mondiale per la pace, quest'anno a Sarajevo,
sono proseguiti con una trentina di dibattiti nei quali si e'
discusso di sfide nella costruzione di pace e collaborazione tra le
religioni. A fine della riunione e' stato approvato un appello comune
per la pace.
Il testo è tratto dalla corrispondenza
per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi a Radio
Radicale
giovedì 28 giugno 2012
VIDOVDAN: LA STORIA SERBA PASSA PER IL 28 GIUGNO
di Riccardo De Mutiis [*]
Tutte le analisi storiche e politiche delle guerre jugoslave si soffermano sulla presunta specificità del popolo serbo, sulla evoluzione assolutamente singolare del suo percorso storico. E d’altronde il mito del destino particolare, insieme drammatico e nobile, è profondamente sentito dalla società serba a tutti i livelli, e cioè sia dalla sua più alta espressione scientifica, l’Accademia delle Arti e delle Scienze, la quale, nel famoso Memorandum del 1987 afferma che il popolo serbo nel corso dei secoli si è sempre sacrificato per gli altri, ma, ciò nonostante, è stato sempre derubato delle sue vittorie, sia dalla gente comune, che si autodefinisce “nebeski narod”, popolo celeste, in quanto tale investito di una missione divina. Si tratta, ovviamente, di costruzioni soggettive, e quindi condivisibili o meno a seconda della interpretazione che si da ai fatti storici su cui esse si fondano. Vi è tuttavia una caratteristica, stavolta oggettiva, che distingue il popolo serbo da tutti gli altri popoli, e cioè il fatto che tutti gli eventi decisivi nella sua storia si sono verificati il 28 giugno, giorno di San Vito, Vidov dan.
Una coincidenza che ha dell’incredibile
Tutto inizia il 28 giugno 1389, con la battaglia di Kosovo Polje, quando l’esercito turco guidato da Murad sconfigge quello serbo guidato dal duca Lazar: l’evento è di fondamentale importanza per la storia europea e, ovviamente, per quella serba. La connotazione internazionale della battaglia è data dal fatto che essa segna l’ inizio del lungo dominio degli ottomani sull’Europea sudorientale e sulla Serbia in particolare, che durerà per circa cinquecento anni: i Balcani, soggetti al dominio del Sultano, vengono tagliati fuori dai contatti con il resto dell’Europa e quindi ignorano o perlomeno conoscono con ritardo quegli eventi, sia economici come la rivoluzione industriale inglese, sia culturali e politici come l’illuminismo e la rivoluzione francese, che hanno caratterizzato l’ evoluzione dell’ Europa Occidentale. E Kosovo Polje segna ovviamente un momento fondamentale anche della storia nazionale dei serbi, e non solo perché segna la fine della loro indipendenza, che verrà riconquistata solo nell’Ottocento.
Le implicazioni psicologiche della battaglia, della perdita dell’indipendenza, sono notevoli e durature: nasce proprio a Kosovo Polje l’idea della Serbia come antemurale della cristianità, la leggenda del popolo serbo che si è sacrificato per difendere l’Europa cristiana dall’invasione musulmana. Questo mito si è poi consolidato nel corso dei secoli e dura, lo si è visto con il Memorandum dell’Accademia , fino ai giorni nostri. Ma con la battaglia di Kosovo Polje nasce anche una letteratura che riecheggia in termini epici il contrasto tra serbi e musulmani: i poemi che mitizzano le lotte tra gli eroi serbi e gli infedeli presentano evidente analogie con le opere degli scrittori occidentali che celebrano le crociate cristiane in Terra Santa.
Dopo Kosovo Polje il giorno di San Vito torna ad essere, per più di cinque secoli, un giorno assolutamente normale, ma nel 1914 questa ricorrenza torna a sconvolgere non solo il mondo serbo ma anche quello europeo, con una violenza quale non si era mai vista in precedenza. Il teatro dell’avvenimento è Sarajevo, capoluogo della Bosnia, regione abitata da serbi e all’epoca contesa tra l’Impero Austro–Ungarico, a cui apparteneva, e la Serbia. Il 28 giugno 1914, come è noto, l’arciduca Francesco Ferdinando, fratello dell’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe, viene assassinato da un nazionalista serbo, Gavrilo Princip. L’incidente è il detonatore della prima guerra mondiale a cui prendono parte, a causa di un complicato sistema di alleanze, quasi tutti gli Stati europei. Gli effetti della Grande Guerra in termini di perdite di vite umane e di distruzioni sono risaputi, e non è il caso di intrattenersi sul punto.
In un ottica specificamente serba l’episodio di Sarajevo ed il conflitto che ne è conseguito hanno una importanza fondamentale: la Serbia si ingrandisce, assorbendo i territori del Montenegro, della Croazia, della Slovenia, della Macedonia e della Bosnia, ed il nuovo Stato assume la denominazione di Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni, che cambierà dopo qualche anno in quella di Jugoslavia. I serbi sono il gruppo etnico egemone della nuova compagine statale, nonostante le istanze autonomiste di croati e sloveni: serba infatti è la dinastia regnante, quella dei Karageorgevic, serbi sono quasi tutti i ministri e serbi sono i vertici dell’apparato militare.
Il giorno di San Vito torna ad incidere sui destini della Serbia ed anche sugli equilibri geopolitici internazionali nel 1948 : siamo in pieno clima di guerra fredda e la Jugoslavia fa parte del blocco comunista guidato dall’URSS. Il 28 giugno 1948 il Cominform, l’organismo di consultazione fra i partiti comunisti europei, fondato nell’anno precedente dal partito comunista russo, di cui attuava in modo scrupoloso gli orientamenti internazionali, si riunisce a Bucarest ed adotta una risoluzione con cui espelle il partito comunista jugoslavo. La motivazione ufficiale dell’espulsione è quella, tipica delle purghe all'interno del sistema comunista, della deriva controrivoluzionaria, del trozkismo, della deviazione dai principi fondamentali della dottrina comunista. In realtà la ragione dell’espulsione era diversa : Stalin non accettava il fatto che Belgrado svolgesse una politica estera autonoma, di cui è tipico esempio il progetto di realizzazione di una confederazione balcanica guidata dalla Jugoslavia e comprendente la Bulgaria (il leader bulgaro Dimitrov venne chiamato a Bucarest per riferire sul punto), mentre Tito si sentiva autorizzato ad agire autonomamente in quanto riteneva di essere giunto al potere con le proprie forze, senza l’ aiuto decisivo di Mosca, verso la quale non si sentiva obbligato e di cui, di conseguenza, non accettava i diktat, almeno nella politica estera.
Le conseguenze dello strappo sono note: sul piano delle relazioni internazionali il blocco sovietico perde un importante tassello, e la cosiddetta cortina di ferro retrocede verso est di diverse centinaia di chilometri e di ciò si giova particolarmente l’Italia che non è più a diretto contatto con una nazione facente parte del Patto di Varsavia e quindi non è più a rischio d’ invasione. Il sollievo degli occidentali, e degli italiani in particolare, per la rottura tra Tito e Stalin ed il conseguente arretramento della cortina di ferro venne efficacemente espresso dall’ambasciatore italiano a Parigi, Pietro Quaroni: “E' un vantaggio così grande che non sarebbe mai pagato troppo caro”. Ma le conseguenze internazionali dello scisma non finiscono qui. Tito fonda, con l’ egiziano Nasser, l’indonesiano Sukarno e l’indiano Nehru, il movimento dei Paesi non allineati, il cui scopo, quello di inserirsi quale terza forza nella rivalità tra mondo comunista e paesi democratici, non verrà tuttavia concretizzato. E le conseguenze del Vidov dan del 1948 sono state di tutto rilievo anche per la Jugoslavia, e quindi per la Serbia.
Londra e Washington , a seguito della condanna della Jugoslavia da parte del Cominform, offrono a Tito appoggio economico e militare: nel successivo trentennio il paese balcanico gode, grazie soprattutto agli aiuti occidentali ed a quelli che dal 1955 (anno della riconciliazione con la Russia di Kruscev) riotterrà dall’URSS, di un periodo di benessere, il cui sintomo, nella parole di tutti gli jugoslavi di una certa età, era rappresentato dal fatto che essi potevano permettersi di recarsi a Trieste, e quindi in un paese occidentale, a fare acquisti. Si trattava, sia detto per inciso, di un benessere illusorio: venuti meno, dopo la fine del comunismo nell’est, gli aiuti occidentali e russi, e fallito l’esperimento dell’autogestione, il regime crollerà prima economicamente e poi politicamente.
Ed il crollo della Jugoslavia trova il suo incipit, ancora una volta, nel giorno di San Vito, il 28 giugno 1989, nel dopo Tito (scomparso nel 1980 dopo essere stato al potere, incontrastato, per 35 anni) e ci troviamo ancora una volta a Kosovo Polje, dove il seicentesimo anniversario della battaglia viene celebrato da un discorso di Slobodan Milosevic, all’ epoca presidente della repubblica federata serba. Il contesto politico in cui venne tenuto il discorso è rovente: la regione del Kosovo, provincia autonoma all’interno della repubblica serba, da qualche anno ha perso l’autonomia che le aveva concesso Tito, di qui una serie di violenti scontri tra i kosovari, etnia maggioritaria della regione, e la minoranza serba.
Nel suo discorso Milosevic esalta i valori del popolo serbo: la maggioranza dei commentatori ha letto nelle parole del vozd il segno della volontà di dominio dell’etnia serba sulle altre componenti etniche della Jugoslavia ed infatti di lì a qualche anno inizieranno le cosiddette guerre jugoslave (Slovenia 1990, Croazia 1991-1992, Bosnia 1992-1995, Kosovo 1999) che condurranno alla disgregazione dello Stato.
Per due volte, quindi il Vidov dan, e per due volte a Kosovo Polje, segna un momento drammatico nella storia serba: nel 1389 segna la fine dell’indipendenza del popolo serbo, che durerà per circa 500 anni, e nel 1989 segna l’inizio della disgregazione della Jugoslavia, di cui i serbi costituivano la componente etnica più numerosa. Ma anche la parabola di Milosevic, iniziata, lo si è visto, il giorno di San Vito, quello del 1989, si spegne esattamente 11 anni dopo, il 28 giugno 2001, quando il dittatore viene estradato in Olanda, per essere giudicato dal Tribunale Penale Internazionale per i crimini commessi nell’ex Jugoslavia .
Con l’estradizione di Milosevic, con l’allontanamento del principale protagonista del dramma che ha ferito profondamente i serbi e gli altri popoli dell’ex Jugoslavia, si apre, sia pure a fatica, un periodo di pace e di rinnovamento nella regione: la Serbia arresta e consegna importanti personaggi al Tribunale Penale, le elezioni si svolgono sempre in modo regolare e democratico, ai cittadini serbi viene concesso di viaggiare all’estero, le sanzioni economiche vengono abolite e Bruxelles conferisce al Paese lo status di candidato all’ ingresso nell’Unione Europea.
Ecco quindi che, finalmente, il Vidon dan, dopo aver segnato per tante volte i momenti tragici della storia serba, finalmente, nel 2001 inaugura una fase positiva e di riscatto per lo sfortunato popolo balcanico.
[*] Riccardo De Mutiis, esperto di relazioni internazionali, particolarmente sotto il profilo giuridico, conoscitore della realtà serba e di quella balcanica più in generale, anche per aver partecipato a diverse missioni di carattere politico patrocinate da istituzioni internazionali.
Tutte le analisi storiche e politiche delle guerre jugoslave si soffermano sulla presunta specificità del popolo serbo, sulla evoluzione assolutamente singolare del suo percorso storico. E d’altronde il mito del destino particolare, insieme drammatico e nobile, è profondamente sentito dalla società serba a tutti i livelli, e cioè sia dalla sua più alta espressione scientifica, l’Accademia delle Arti e delle Scienze, la quale, nel famoso Memorandum del 1987 afferma che il popolo serbo nel corso dei secoli si è sempre sacrificato per gli altri, ma, ciò nonostante, è stato sempre derubato delle sue vittorie, sia dalla gente comune, che si autodefinisce “nebeski narod”, popolo celeste, in quanto tale investito di una missione divina. Si tratta, ovviamente, di costruzioni soggettive, e quindi condivisibili o meno a seconda della interpretazione che si da ai fatti storici su cui esse si fondano. Vi è tuttavia una caratteristica, stavolta oggettiva, che distingue il popolo serbo da tutti gli altri popoli, e cioè il fatto che tutti gli eventi decisivi nella sua storia si sono verificati il 28 giugno, giorno di San Vito, Vidov dan.
![]() |
| Dipinto del pittore contemporaneo serbo Zoran Pavlovic |
Una coincidenza che ha dell’incredibile
Tutto inizia il 28 giugno 1389, con la battaglia di Kosovo Polje, quando l’esercito turco guidato da Murad sconfigge quello serbo guidato dal duca Lazar: l’evento è di fondamentale importanza per la storia europea e, ovviamente, per quella serba. La connotazione internazionale della battaglia è data dal fatto che essa segna l’ inizio del lungo dominio degli ottomani sull’Europea sudorientale e sulla Serbia in particolare, che durerà per circa cinquecento anni: i Balcani, soggetti al dominio del Sultano, vengono tagliati fuori dai contatti con il resto dell’Europa e quindi ignorano o perlomeno conoscono con ritardo quegli eventi, sia economici come la rivoluzione industriale inglese, sia culturali e politici come l’illuminismo e la rivoluzione francese, che hanno caratterizzato l’ evoluzione dell’ Europa Occidentale. E Kosovo Polje segna ovviamente un momento fondamentale anche della storia nazionale dei serbi, e non solo perché segna la fine della loro indipendenza, che verrà riconquistata solo nell’Ottocento.
Le implicazioni psicologiche della battaglia, della perdita dell’indipendenza, sono notevoli e durature: nasce proprio a Kosovo Polje l’idea della Serbia come antemurale della cristianità, la leggenda del popolo serbo che si è sacrificato per difendere l’Europa cristiana dall’invasione musulmana. Questo mito si è poi consolidato nel corso dei secoli e dura, lo si è visto con il Memorandum dell’Accademia , fino ai giorni nostri. Ma con la battaglia di Kosovo Polje nasce anche una letteratura che riecheggia in termini epici il contrasto tra serbi e musulmani: i poemi che mitizzano le lotte tra gli eroi serbi e gli infedeli presentano evidente analogie con le opere degli scrittori occidentali che celebrano le crociate cristiane in Terra Santa.
Dopo Kosovo Polje il giorno di San Vito torna ad essere, per più di cinque secoli, un giorno assolutamente normale, ma nel 1914 questa ricorrenza torna a sconvolgere non solo il mondo serbo ma anche quello europeo, con una violenza quale non si era mai vista in precedenza. Il teatro dell’avvenimento è Sarajevo, capoluogo della Bosnia, regione abitata da serbi e all’epoca contesa tra l’Impero Austro–Ungarico, a cui apparteneva, e la Serbia. Il 28 giugno 1914, come è noto, l’arciduca Francesco Ferdinando, fratello dell’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe, viene assassinato da un nazionalista serbo, Gavrilo Princip. L’incidente è il detonatore della prima guerra mondiale a cui prendono parte, a causa di un complicato sistema di alleanze, quasi tutti gli Stati europei. Gli effetti della Grande Guerra in termini di perdite di vite umane e di distruzioni sono risaputi, e non è il caso di intrattenersi sul punto.
In un ottica specificamente serba l’episodio di Sarajevo ed il conflitto che ne è conseguito hanno una importanza fondamentale: la Serbia si ingrandisce, assorbendo i territori del Montenegro, della Croazia, della Slovenia, della Macedonia e della Bosnia, ed il nuovo Stato assume la denominazione di Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni, che cambierà dopo qualche anno in quella di Jugoslavia. I serbi sono il gruppo etnico egemone della nuova compagine statale, nonostante le istanze autonomiste di croati e sloveni: serba infatti è la dinastia regnante, quella dei Karageorgevic, serbi sono quasi tutti i ministri e serbi sono i vertici dell’apparato militare.
Il giorno di San Vito torna ad incidere sui destini della Serbia ed anche sugli equilibri geopolitici internazionali nel 1948 : siamo in pieno clima di guerra fredda e la Jugoslavia fa parte del blocco comunista guidato dall’URSS. Il 28 giugno 1948 il Cominform, l’organismo di consultazione fra i partiti comunisti europei, fondato nell’anno precedente dal partito comunista russo, di cui attuava in modo scrupoloso gli orientamenti internazionali, si riunisce a Bucarest ed adotta una risoluzione con cui espelle il partito comunista jugoslavo. La motivazione ufficiale dell’espulsione è quella, tipica delle purghe all'interno del sistema comunista, della deriva controrivoluzionaria, del trozkismo, della deviazione dai principi fondamentali della dottrina comunista. In realtà la ragione dell’espulsione era diversa : Stalin non accettava il fatto che Belgrado svolgesse una politica estera autonoma, di cui è tipico esempio il progetto di realizzazione di una confederazione balcanica guidata dalla Jugoslavia e comprendente la Bulgaria (il leader bulgaro Dimitrov venne chiamato a Bucarest per riferire sul punto), mentre Tito si sentiva autorizzato ad agire autonomamente in quanto riteneva di essere giunto al potere con le proprie forze, senza l’ aiuto decisivo di Mosca, verso la quale non si sentiva obbligato e di cui, di conseguenza, non accettava i diktat, almeno nella politica estera.
Le conseguenze dello strappo sono note: sul piano delle relazioni internazionali il blocco sovietico perde un importante tassello, e la cosiddetta cortina di ferro retrocede verso est di diverse centinaia di chilometri e di ciò si giova particolarmente l’Italia che non è più a diretto contatto con una nazione facente parte del Patto di Varsavia e quindi non è più a rischio d’ invasione. Il sollievo degli occidentali, e degli italiani in particolare, per la rottura tra Tito e Stalin ed il conseguente arretramento della cortina di ferro venne efficacemente espresso dall’ambasciatore italiano a Parigi, Pietro Quaroni: “E' un vantaggio così grande che non sarebbe mai pagato troppo caro”. Ma le conseguenze internazionali dello scisma non finiscono qui. Tito fonda, con l’ egiziano Nasser, l’indonesiano Sukarno e l’indiano Nehru, il movimento dei Paesi non allineati, il cui scopo, quello di inserirsi quale terza forza nella rivalità tra mondo comunista e paesi democratici, non verrà tuttavia concretizzato. E le conseguenze del Vidov dan del 1948 sono state di tutto rilievo anche per la Jugoslavia, e quindi per la Serbia.
Londra e Washington , a seguito della condanna della Jugoslavia da parte del Cominform, offrono a Tito appoggio economico e militare: nel successivo trentennio il paese balcanico gode, grazie soprattutto agli aiuti occidentali ed a quelli che dal 1955 (anno della riconciliazione con la Russia di Kruscev) riotterrà dall’URSS, di un periodo di benessere, il cui sintomo, nella parole di tutti gli jugoslavi di una certa età, era rappresentato dal fatto che essi potevano permettersi di recarsi a Trieste, e quindi in un paese occidentale, a fare acquisti. Si trattava, sia detto per inciso, di un benessere illusorio: venuti meno, dopo la fine del comunismo nell’est, gli aiuti occidentali e russi, e fallito l’esperimento dell’autogestione, il regime crollerà prima economicamente e poi politicamente.
Ed il crollo della Jugoslavia trova il suo incipit, ancora una volta, nel giorno di San Vito, il 28 giugno 1989, nel dopo Tito (scomparso nel 1980 dopo essere stato al potere, incontrastato, per 35 anni) e ci troviamo ancora una volta a Kosovo Polje, dove il seicentesimo anniversario della battaglia viene celebrato da un discorso di Slobodan Milosevic, all’ epoca presidente della repubblica federata serba. Il contesto politico in cui venne tenuto il discorso è rovente: la regione del Kosovo, provincia autonoma all’interno della repubblica serba, da qualche anno ha perso l’autonomia che le aveva concesso Tito, di qui una serie di violenti scontri tra i kosovari, etnia maggioritaria della regione, e la minoranza serba.
Nel suo discorso Milosevic esalta i valori del popolo serbo: la maggioranza dei commentatori ha letto nelle parole del vozd il segno della volontà di dominio dell’etnia serba sulle altre componenti etniche della Jugoslavia ed infatti di lì a qualche anno inizieranno le cosiddette guerre jugoslave (Slovenia 1990, Croazia 1991-1992, Bosnia 1992-1995, Kosovo 1999) che condurranno alla disgregazione dello Stato.
Per due volte, quindi il Vidov dan, e per due volte a Kosovo Polje, segna un momento drammatico nella storia serba: nel 1389 segna la fine dell’indipendenza del popolo serbo, che durerà per circa 500 anni, e nel 1989 segna l’inizio della disgregazione della Jugoslavia, di cui i serbi costituivano la componente etnica più numerosa. Ma anche la parabola di Milosevic, iniziata, lo si è visto, il giorno di San Vito, quello del 1989, si spegne esattamente 11 anni dopo, il 28 giugno 2001, quando il dittatore viene estradato in Olanda, per essere giudicato dal Tribunale Penale Internazionale per i crimini commessi nell’ex Jugoslavia .
Con l’estradizione di Milosevic, con l’allontanamento del principale protagonista del dramma che ha ferito profondamente i serbi e gli altri popoli dell’ex Jugoslavia, si apre, sia pure a fatica, un periodo di pace e di rinnovamento nella regione: la Serbia arresta e consegna importanti personaggi al Tribunale Penale, le elezioni si svolgono sempre in modo regolare e democratico, ai cittadini serbi viene concesso di viaggiare all’estero, le sanzioni economiche vengono abolite e Bruxelles conferisce al Paese lo status di candidato all’ ingresso nell’Unione Europea.
Ecco quindi che, finalmente, il Vidon dan, dopo aver segnato per tante volte i momenti tragici della storia serba, finalmente, nel 2001 inaugura una fase positiva e di riscatto per lo sfortunato popolo balcanico.
[*] Riccardo De Mutiis, esperto di relazioni internazionali, particolarmente sotto il profilo giuridico, conoscitore della realtà serba e di quella balcanica più in generale, anche per aver partecipato a diverse missioni di carattere politico patrocinate da istituzioni internazionali.
lunedì 9 aprile 2012
SARAJEVSKA CRVENA LINIJA
Ho ricevuto la seguente email da Giacomo Scattolini sulle commemorazioni per il ventennale dell'inizio dell'assedio di Sarajevo. Giacomo Scattolini insieme a Tullio Bugari è l'autore di "Jugoschegge. Storie e scatti di guerra e di pace" (Infinito Edizioni). Maggiori informazioni le trovate al sito www.jugoschegge.it
La linea rossa di Sarajevo
Giacomo Scattolini
Sono andato alle commemorazioni per l'inizio dell'assedio della città di Sarajevo in Bosnia Erzegovina.
Fra noi "balkanizzati" c'è stato un gran discutere se aveva senso andare o meno alle "commemorazioni" dell'inizio di un assedio e non della fine. Avevamo paura che fossero strumentalizzate dai vari nazionalisti al potere...
Ora posso dire che invece, ancora una volta, i sarajevesi hanno dato una lezione a noi "saputelli" occidentali.
Ho assistito ad una commemorazione veramente "alta"- Senza retorica e sciovinismo.
11541 sedie rosse (tante quante le vittime dell'assedio) lungo la via principale dove tutta la popolazione passeggiava e rendeva omaggio con fiori o altri segni di "saluto" ai propri cari. Commevente poi le 653 sedie rosse più piccole... tante quante i bambini morti durante l'assedio.
Il momento più forte quando un coro di ragazzi hanno cantato "Give Peace a Chance" di Lennon. Potevano scegliere mille altre canzoni nazionaliste o, peggio, inni nazionali... hanno scelto di sicuro la più adatta la più PACIFISTA.
Certo qualche anima bella potrebbe dire che all'Holiday Inn ci sono stati dei festeggiamenti e dei ritrovi di tutta la stampa... ma erano gli "internazionali" e non i sarajevesi...
Sarajevo vs Resto del mondo 1-0
| Sarajevo, 5 aprile 2012: la linea rossa (Foto Giacomo Scattolini) |
La linea rossa di Sarajevo
Giacomo Scattolini
Sono andato alle commemorazioni per l'inizio dell'assedio della città di Sarajevo in Bosnia Erzegovina.
Fra noi "balkanizzati" c'è stato un gran discutere se aveva senso andare o meno alle "commemorazioni" dell'inizio di un assedio e non della fine. Avevamo paura che fossero strumentalizzate dai vari nazionalisti al potere...
Ora posso dire che invece, ancora una volta, i sarajevesi hanno dato una lezione a noi "saputelli" occidentali.
Ho assistito ad una commemorazione veramente "alta"- Senza retorica e sciovinismo.
11541 sedie rosse (tante quante le vittime dell'assedio) lungo la via principale dove tutta la popolazione passeggiava e rendeva omaggio con fiori o altri segni di "saluto" ai propri cari. Commevente poi le 653 sedie rosse più piccole... tante quante i bambini morti durante l'assedio.
Il momento più forte quando un coro di ragazzi hanno cantato "Give Peace a Chance" di Lennon. Potevano scegliere mille altre canzoni nazionaliste o, peggio, inni nazionali... hanno scelto di sicuro la più adatta la più PACIFISTA.
Certo qualche anima bella potrebbe dire che all'Holiday Inn ci sono stati dei festeggiamenti e dei ritrovi di tutta la stampa... ma erano gli "internazionali" e non i sarajevesi...
Sarajevo vs Resto del mondo 1-0
domenica 8 aprile 2012
BUONA PASQUA
Vent'anni fa cominciava l'assedio di Sarajevo, il più lungo della storia europea moderna. 1427 giorni, quattro inverni, più di 11.500 morti in città (la stragrande maggioranza civili tra cui 1600 bambini). Il conflitto, costato 100.000 morti, ha lasciato una Bosnia e la sua capitale divise su base etnica.
In questi giorni si ricordano le vittime, si guardare al passato per non dimenticare le responsabilità di quel massacro. E' giusto. Però non si deve alimentare i luoghi comuni e rischiare di dare un'immagine distorta del presente. Come è scritto nella newsletter di Osservatorio Balcani e Caucaso inviata proprio in questi giorni, non c'è bisogno della nostalgia degli ex inviati di guerra o dell'ipocrisia dei rappresentanti della comunità internazionale che agiscono solo dove c'è piena emergenza, fingendo di non sapere che la risoluzione dei conflitti implica politiche coerenti di lungo periodo.
E' necessario guardare al presente, alla Sarajevo di oggi, alla Bosnia di oggi, con tutti i loro problemi, che sono tanti e non semplici, ma anche con tutte le loro risorse e le loro energie. "Don't Let Them Kill Us", era scritto sullo striscione delle "Miss Sarajevo" nel 1993: Non lasciate che ci uccidano.
Non lasciamo che uccidano Sarajevo e la Bosnia.
In questi giorni si ricordano le vittime, si guardare al passato per non dimenticare le responsabilità di quel massacro. E' giusto. Però non si deve alimentare i luoghi comuni e rischiare di dare un'immagine distorta del presente. Come è scritto nella newsletter di Osservatorio Balcani e Caucaso inviata proprio in questi giorni, non c'è bisogno della nostalgia degli ex inviati di guerra o dell'ipocrisia dei rappresentanti della comunità internazionale che agiscono solo dove c'è piena emergenza, fingendo di non sapere che la risoluzione dei conflitti implica politiche coerenti di lungo periodo.
E' necessario guardare al presente, alla Sarajevo di oggi, alla Bosnia di oggi, con tutti i loro problemi, che sono tanti e non semplici, ma anche con tutte le loro risorse e le loro energie. "Don't Let Them Kill Us", era scritto sullo striscione delle "Miss Sarajevo" nel 1993: Non lasciate che ci uccidano.
Non lasciamo che uccidano Sarajevo e la Bosnia.
sabato 7 aprile 2012
QUELL'APRILE A SARAJEVO: L'INCREDULITA' DI FRONTE ALLA GUERRA
Da quando ho letto che, vent’anni fa, anche il generale bosniaco Jovan Divjak non credeva che sarebbe scoppiata la guerra a Sarajevo, mi sento meno idiota. Anch’io, come il generale, non prendevo sul serio i chiari segnali premonitori, le situazioni inconfondibili. Non ci credevo, o non volevo crederci. Persino il giorno dopo il primo attacco su Sarajevo, tra il 5 e il 6 aprile 1992, continuavo a dubitare. E così come me molti vicini, amici, colleghi, familiari.
Inizia così l'articolo Azra Nuhefendić, pubblicato giovedì da Osservatorio Balcani e Caucaso: un ricordo intenso dell’inizio dell’assedio di Sarajevo. Gli amici diventano nemici, gli amici che abbandonano la città, i colpi di artiglieria che cominciano a cadere sulle case, le cantine che diventano rifugi, i posti di blocco nelle strade, i primi morti, la fuga dalla città. E l’incredulità di fronte alla guerra.
Leggi da Osservatorio Balcani e Caucaso
Quell'aprile a Sarajevo
Inizia così l'articolo Azra Nuhefendić, pubblicato giovedì da Osservatorio Balcani e Caucaso: un ricordo intenso dell’inizio dell’assedio di Sarajevo. Gli amici diventano nemici, gli amici che abbandonano la città, i colpi di artiglieria che cominciano a cadere sulle case, le cantine che diventano rifugi, i posti di blocco nelle strade, i primi morti, la fuga dalla città. E l’incredulità di fronte alla guerra.
Leggi da Osservatorio Balcani e Caucaso
Quell'aprile a Sarajevo
venerdì 6 aprile 2012
SARAJEVO 1992: COME NON RIUSCII A FERMARE LA GUERRA
Alzo la cornetta ed era Radovan Karadzic: "Lei, signor Pejic, sta preparando un colpo di stato!", urlò nel telefono. "Le vuole che la Bosnia dichiari la secessione dalla Jugoslavia! I serbi non lo permetteranno mai. Lei sta sobillando il popolo contro la Jugoslavia. Deve fermare la trasmissione!". Era l'aprile del 1992, pochi giorni prima dell'inizio ufficiale del conflitto. La guerra già bussava alla porta, senza preavviso, non dichiarata e non invitata. A Sarajevo la guerra era sulla bocca di tutti, ma nei comuni limitrofi era già arrivata. Racconti di omicidi a sfondo etnico, espulsioni e rapine arrivavano alla radiotelevisione di Sarajevo. La città stava sul filo del rasoio: c'erano spari sporadici di notte, notizie di cecchini, di blocchi stradali e di checkpoint controllati da paramilitari.
Inizia così un pezzo di Nenad Pejic pubblicato due giorni fa sul sito di Radio Free Europe/Radio Liberty. Venti anni fa, alla vigilia della guerra in Bosnia, Nenad Pejic era il direttore dei programmi della televisione di Sarajevo (attualmente è regional director ed ha diretto in passato il Balkan Service di RFE/RL). La guerra sembrava inevitabile, ma Pejic tentò di fare un ultimo tentativo per salvare la pace.
Leggi l'articolo sul sito di Radio Free Europe/Radio Liberty
How I Failed To Stop The War In Bosnia
Inizia così un pezzo di Nenad Pejic pubblicato due giorni fa sul sito di Radio Free Europe/Radio Liberty. Venti anni fa, alla vigilia della guerra in Bosnia, Nenad Pejic era il direttore dei programmi della televisione di Sarajevo (attualmente è regional director ed ha diretto in passato il Balkan Service di RFE/RL). La guerra sembrava inevitabile, ma Pejic tentò di fare un ultimo tentativo per salvare la pace.
Leggi l'articolo sul sito di Radio Free Europe/Radio Liberty
How I Failed To Stop The War In Bosnia
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| Sarajevo, settembre 1993: bombardamento sulla via Maresciallo Tito (Foto Mario Boccia) |
giovedì 5 aprile 2012
20 ANNI FA L'ASSEDIO DI SARAJEVO
Intervista a Andrea Rossini di Osservatorio Balcani e Caucaso
Il 5 aprile è considerata la data di inizio dell'assedio di Sarajevo, il più lungo della storia bellica moderna, durato circa più di millequattrocento giorni e costato oltre 11mila morti (1600 bambini) e 50mila feriti. Massimo Nava sul Corriere della Sera ricorda i quasi quattro lunghissimi anni dell'assedio di Sarajevo, le distruzioni e le sofferenze e i morti di quella tragedia avvenuta nel cuore e sotto gli occhi dell'Europa. "Alla contabilità del massacro - scrive tra l'altro Nava - si sommò la distruzione fisica e morale di una «polis» autenticamente multiculturale e multireligiosa, la Sarajevo delle quattro religioni, la Gerusalemme dei Balcani". Scrive ancora Massimo Nava che "l'assedio di Sarajevo significò la messa in pratica della «pulizia etnica» teorizzata dal fanatismo nazionalista fino al grande eccidio di Srebrenica. Per questo crimine morale e culturale, oltre che per le vittime, occorre conservare la memoria di Sarajevo. La tragedia della «polis» bosniaca portò a compimento il progetto di spartizione territoriale del Paese". Venti anni dopo, continua Nava, "Sarajevo e la Bosnia sono ricostruite, molte ferite sono medicate, ma l'identità della «polis» è stata cancellata nonostante il ricambio generazionale. Si spera non per sempre, ma questa amara constatazione accompagna la memoria dei morti e il futuro dei sopravvissuti".
Eppure, nonostante tutto, nonostante i tanti problemi dell'oggi, nonostante quell'assedio e quella guerra abbiano cambiato il volto di Sarajevo e della Bosnia Erzegovina, quattro anni di guerra non possono cancellare completamente la storia secolare della "Gerusalemme dei Balcani", di quello che è stato per secoli un punto di incontro, di convivenza e di mescolanza di popoli, etnie, religioni e culture. Ne è convinto Andrea Rossini di Osservatorio Balcani e Caucaso che Sarajevo e la Bosnia le conosce bene per averci anche vissuto come spiega nell'intervista che gli ho fatto per Radio Radicale e che potete ascoltare qui di seguito.
Venti anni fa cominciava l'assedio di Sarajevo. Intervista a Andrea Rossini di Osservatorio Balcani e Caucaso.
Il 5 aprile è considerata la data di inizio dell'assedio di Sarajevo, il più lungo della storia bellica moderna, durato circa più di millequattrocento giorni e costato oltre 11mila morti (1600 bambini) e 50mila feriti. Massimo Nava sul Corriere della Sera ricorda i quasi quattro lunghissimi anni dell'assedio di Sarajevo, le distruzioni e le sofferenze e i morti di quella tragedia avvenuta nel cuore e sotto gli occhi dell'Europa. "Alla contabilità del massacro - scrive tra l'altro Nava - si sommò la distruzione fisica e morale di una «polis» autenticamente multiculturale e multireligiosa, la Sarajevo delle quattro religioni, la Gerusalemme dei Balcani". Scrive ancora Massimo Nava che "l'assedio di Sarajevo significò la messa in pratica della «pulizia etnica» teorizzata dal fanatismo nazionalista fino al grande eccidio di Srebrenica. Per questo crimine morale e culturale, oltre che per le vittime, occorre conservare la memoria di Sarajevo. La tragedia della «polis» bosniaca portò a compimento il progetto di spartizione territoriale del Paese". Venti anni dopo, continua Nava, "Sarajevo e la Bosnia sono ricostruite, molte ferite sono medicate, ma l'identità della «polis» è stata cancellata nonostante il ricambio generazionale. Si spera non per sempre, ma questa amara constatazione accompagna la memoria dei morti e il futuro dei sopravvissuti".
Eppure, nonostante tutto, nonostante i tanti problemi dell'oggi, nonostante quell'assedio e quella guerra abbiano cambiato il volto di Sarajevo e della Bosnia Erzegovina, quattro anni di guerra non possono cancellare completamente la storia secolare della "Gerusalemme dei Balcani", di quello che è stato per secoli un punto di incontro, di convivenza e di mescolanza di popoli, etnie, religioni e culture. Ne è convinto Andrea Rossini di Osservatorio Balcani e Caucaso che Sarajevo e la Bosnia le conosce bene per averci anche vissuto come spiega nell'intervista che gli ho fatto per Radio Radicale e che potete ascoltare qui di seguito.
Venti anni fa cominciava l'assedio di Sarajevo. Intervista a Andrea Rossini di Osservatorio Balcani e Caucaso.
1992-2012: SARAJEVO RICORDA L'ASSEDIO E GUARDA AL FUTURO (INCERTO)
di Marina Szikora [*]
Con la manifestazione "Linea rossa di Sarajevo" la capitale della Bosnia Erzegovina celebra il ventennale dell'assedio della città vittima dell'agressione serba negli anni Novanta. 11.541 sedie rosse in segno di memoria dei cittadini di Sarajevo uccisi durante l'assedio della citta'. Il programma della manifestazione e' composto da poesie e pezzi musicali con le performance di diversi artisti nonche' del coro di 750 alievi delle scuole elementari e superiori di Sarajevo. L'autore e regista di questo grande progetto, Haris Pašović ha sottolineato durante la presentazione in vista della manifestazione che la sua idea e' nata come desiderio di organizzare un concerto per le oltre 11.000 vittime di Sarajevo. "Le sedie allestite lungo la via di Tito in lunghezza di 800 metri rimarranno vuote tutto il 6 aprile e durante il programma perche' queste persone sono state uccise durante l'assedio e quindi impedite ad essere presenti alla manifestazione. Erano i civili ed i difensori di Sarajevo" ha detto Pašović. Sara' eseguito il grande oratorio postmoderno, creato dal congiungimento di 14 composizioni. Il sindaco di Sarajevo Alija Behmen sottolinea la necessita' di marcare l'uccisione dei concittadini durante l'assedio, ritenendo che questo progetto sara' anche un monito alla distruzione generale e una memoria in particolare alla distruzione di ogni singolo individuo che si e' trovato nell'assedio.
Lo scorso 25 marzo Remy Ourdan, corrispondente di guerra del giornale francese 'Le Monde' ha pubblicato il testo "Sarajevo: le armi taciono, ma le divisioni restano". Il testo riguarda il ventennale dell'inizio dell'assedio di Sarajevo. Ourdan scrive che "vent'anni fa, la citta' esplose, nel vero senso della parola. I cecchini serbi di Radovan Karadžić avevano aperto il fuoco il 5 aprile 1992 contro i cittadini di Sarajevo i quali protestarono portando bandiere jugoslave e foto di Tito credendo ancora che i nazionalismi, quelli serbi ed altri, si sarebbero fermati alle porte della Sarajevo multietnica e tollerante. La guerra iniziera' ufficialmente il 6 aprile e l'assedio di Sarejevo il due maggio quando i bersaglieri di Ratko Mladić (allora comandante dell'esercito serbo in Bosnia) attaccarono le linee ferroviarie e di tram e quando i militari serbi circondarono la citta'. La guerra duro' tre anni e mezzo e si porto' via oltre 100.000 vite. L'assedio di Sarajevo, il piu' lungo nella storia, duro' 1.395 giorni. Nella capitale bosniaca morirono 11.541 persone". "Dalla fine della guerra, Sarajevo sta' curando le sue ferite", prosegue nel suo testo il giornalista di 'Le Monde' e sottolinea che questo non e' per niente facile in un paese paralizzato dall'accordo di pace firmato nel 1995 a Dayton e contenuto nella Costituzione che aveva ufficializzato la divisione etnica. "E non e' facile in un paese che soffre di una crisi economica piu' aspra rispetto al resto dell'Europa, dove la gente e' maggiormente senza lavoro, sia che si tratti dei veterani di guerra di 45 anni oppure di venticinquenni che hanno appena terminato gli studi all'universita'".
La Bosnia Erzegovina continua ad essere divisa secondo le decisioni dell'Accordo di Dayton. E' composta, come sappiamo, da due entita', la Federazione di Bosnia Erzegovina, a maggioranza croato-bosgnacca, e la Republika Srpska, l'entita' a maggioranza serba fonte di molte contestazioni e minacce di separazione. Non c'e' comunque nessun accordo visibile e rassicurante tra i tre popoli costituenti: quello bosgnacco musulmano, quello serbo e quello croato. La divisione continua e gli argomenti etnico religiosi continuano ad essere fonte di questa insormontabile divisione. Ci e' voluto ben oltre un anno fino alla formazione di un governo di coalizione. Ma soprattutto nella RS resta dominante la retorica nazionalista e separatista che cerca e spesso trova appoggio nella vicina Serbia. Cosi' il leader della RS, Milorad Dodik non ha nessun problema o rimorso quando dichiara che Belgrado e' anche la capitale dei serbi della Bosnia. La vicina Croazia, con il nuovo governo di Zoran Milanović ma anche con la presidenza di Ivo Josipović ribadisce che la Bosnia Erzegovina deve essere la patria dei tre popoli costituenti con pari diritti e che il loro futuro deve essere il futuro in un paese unito, incamminato verso l'Europa e deciso ad effettuare le necessarie riforme.
Questa trasmissione cade proprio alla vigilia dell'anniversario di quel tragico 6 aprile e sicuramente se ne parlera' ancora in questi giorni e saranno in molti a ricordarselo. Ma si parla e si ipotizzera' ancora di piu' di quello che potrebbero essere i futuri scenari di questo paese cosi' fragile e con molte questioni irrisolte.
I risultati di una recentissima analisi effettuata dalla fondazione "Fridcrich Ebert" parlano di cinque possibili scenari di eventi fino al 2025 in Bosnia. Si tratta di diverse opzioni: dal mantenimento dello stato attuale fino all'istituzione di uno stato funzionante o perfino della completa disgregazione. Il capo della sezione bosniaca di questa fondazione tedesca, Paul Pasch ha dichiarato lunedi' a Sarajevo che grazie alle analisi in cui hanno preso parte venti persone del mondo politico, economico, dei media nonche' di altri settori pubblici in Bosnia Erzegovina, all'opinione pubblica sono presentati cinque possibili scenari relativi al futuro del Paese. "La crisi economica globale ha colpito con tutta la forza la Bosnia che anche finora soffriva di una situazione sociale ed economica difficile. Oggi prevale il blocco politico" ha detto Pasch aggiungendo che per questo e' arrivato l'ultimo momento per attuare le riforme costituzionali ed altre affinche' si possano realizzare gli sforzi per l'adesione all'Ue.
Un po' simile al modello "Mont Fleur" che questa fondazione aveva gia' sperimentato seguendo la transizione della Repubblica Sudafricana dall'apartheid alla democrazia all'inizio degli anni novanta, adesso per quanto riguarda la Bosnia Erzegovina vengono offerti cinque possibili scenari.
Il primo prevede il mantenimento di uno status quo vale a dire l'attuale ordinamento complicato della Bosnia. In questo senso, secondo le valutazioni, entro il 2025 si potrebbe sperare appena ad uno status candidato per l'adesione all'Ue mentre tutti gli altri paesi della regione ne farebbero gia' parte. Lo secondo scenario prevede invece l'istituzione di uno stato decentralizzato funzionante il quale sarebbe fattibile dopo l'attuazione delle riforme costituzionali con il sostegno della comunita' internazionale. In tal caso la Bosnia potrebbe contare con il pieno ingresso nell'Ue perche' diventerebbe uno stato di diritto con crescita economica. Il terzo possibile scenario secondo la fondazione, sarebbe quello sotto il titolo "stato centralizzato funzionante" che altrettanto vede la Bosnia come membro dell'Ue nel 2025. Questo modello si svilupperebbe pero' dopo gli eventi drammatici nella meta' di questo decennio. Dopo conflitti violenti interni, la comunita' internazionale interverrebbe militarmente e politicamente e rafforzerebbe gli organi centrali del potere semplificando il processo decisionale il che garantirebbe anche l'attuazione di tutte le riforme necessarie. Secondo il quarto scenario vi sarebbe "un nuovo collegamento regionale" il quale prevede il suo ingresso nell'Ue sempre nel 2025 ma precedente vi sarebbe un maggiore collegamento politico ed economico di tutti i paesi dei Balcani occidentali dopo il rifiuto di tutte le ideologie nazionalistiche che finora hanno portato alle divisioni. Questo nuovo collegamento acconsentirebbe un rafforzamento del processo di eurointegrazione della Bosnia Erzegovina. Il quinto tra questi scenari ed il peggiore prevede al contrario che il Paese entro il 2025 non esisterebbe piu' mentre membri dell'Ue potrebbero diventare eventualmente i tre stati etnici formatisi sulle rovine di questo paese dopo nuovi conflitti armati. Questo scenario prevede l'intervento militare e politico della comunita' internazionale ma con la conoscenza che la Bosnia non puo' sopravvivere e che la soluzione migliore sarebbe quella di dividerla in tre parti.
Il direttore del dipartimento per l'Ue presso il ministero degli Esteri, Amer Kapetanović, il quale e' stato uno degli esperti che avevano elaborato i possibili scenari, ritiene che l'ultima delle proposte-previsioni e' comunque la meno probabile. Secondo le sue parole, l'obiettivo di questo studio era quello di sollecitare un dibattito piu' allargato nella societa' per esaminare dove potrebbe condurre l'attuale situazione e quale sarebbe l'obiettivo per il quale bisognerebbe impegnarsi in tempo. "L'importante e' che e' stato constatato che la comunita' internazionale deve avere un ruolo chiave in tutti questi scenari" ha detto Kapetanović.
[*] Corrispondente di Radio Radicale. Il testo è tratto dalla puntata odierna di Passaggio a Sud Es
Con la manifestazione "Linea rossa di Sarajevo" la capitale della Bosnia Erzegovina celebra il ventennale dell'assedio della città vittima dell'agressione serba negli anni Novanta. 11.541 sedie rosse in segno di memoria dei cittadini di Sarajevo uccisi durante l'assedio della citta'. Il programma della manifestazione e' composto da poesie e pezzi musicali con le performance di diversi artisti nonche' del coro di 750 alievi delle scuole elementari e superiori di Sarajevo. L'autore e regista di questo grande progetto, Haris Pašović ha sottolineato durante la presentazione in vista della manifestazione che la sua idea e' nata come desiderio di organizzare un concerto per le oltre 11.000 vittime di Sarajevo. "Le sedie allestite lungo la via di Tito in lunghezza di 800 metri rimarranno vuote tutto il 6 aprile e durante il programma perche' queste persone sono state uccise durante l'assedio e quindi impedite ad essere presenti alla manifestazione. Erano i civili ed i difensori di Sarajevo" ha detto Pašović. Sara' eseguito il grande oratorio postmoderno, creato dal congiungimento di 14 composizioni. Il sindaco di Sarajevo Alija Behmen sottolinea la necessita' di marcare l'uccisione dei concittadini durante l'assedio, ritenendo che questo progetto sara' anche un monito alla distruzione generale e una memoria in particolare alla distruzione di ogni singolo individuo che si e' trovato nell'assedio.
Lo scorso 25 marzo Remy Ourdan, corrispondente di guerra del giornale francese 'Le Monde' ha pubblicato il testo "Sarajevo: le armi taciono, ma le divisioni restano". Il testo riguarda il ventennale dell'inizio dell'assedio di Sarajevo. Ourdan scrive che "vent'anni fa, la citta' esplose, nel vero senso della parola. I cecchini serbi di Radovan Karadžić avevano aperto il fuoco il 5 aprile 1992 contro i cittadini di Sarajevo i quali protestarono portando bandiere jugoslave e foto di Tito credendo ancora che i nazionalismi, quelli serbi ed altri, si sarebbero fermati alle porte della Sarajevo multietnica e tollerante. La guerra iniziera' ufficialmente il 6 aprile e l'assedio di Sarejevo il due maggio quando i bersaglieri di Ratko Mladić (allora comandante dell'esercito serbo in Bosnia) attaccarono le linee ferroviarie e di tram e quando i militari serbi circondarono la citta'. La guerra duro' tre anni e mezzo e si porto' via oltre 100.000 vite. L'assedio di Sarajevo, il piu' lungo nella storia, duro' 1.395 giorni. Nella capitale bosniaca morirono 11.541 persone". "Dalla fine della guerra, Sarajevo sta' curando le sue ferite", prosegue nel suo testo il giornalista di 'Le Monde' e sottolinea che questo non e' per niente facile in un paese paralizzato dall'accordo di pace firmato nel 1995 a Dayton e contenuto nella Costituzione che aveva ufficializzato la divisione etnica. "E non e' facile in un paese che soffre di una crisi economica piu' aspra rispetto al resto dell'Europa, dove la gente e' maggiormente senza lavoro, sia che si tratti dei veterani di guerra di 45 anni oppure di venticinquenni che hanno appena terminato gli studi all'universita'".
La Bosnia Erzegovina continua ad essere divisa secondo le decisioni dell'Accordo di Dayton. E' composta, come sappiamo, da due entita', la Federazione di Bosnia Erzegovina, a maggioranza croato-bosgnacca, e la Republika Srpska, l'entita' a maggioranza serba fonte di molte contestazioni e minacce di separazione. Non c'e' comunque nessun accordo visibile e rassicurante tra i tre popoli costituenti: quello bosgnacco musulmano, quello serbo e quello croato. La divisione continua e gli argomenti etnico religiosi continuano ad essere fonte di questa insormontabile divisione. Ci e' voluto ben oltre un anno fino alla formazione di un governo di coalizione. Ma soprattutto nella RS resta dominante la retorica nazionalista e separatista che cerca e spesso trova appoggio nella vicina Serbia. Cosi' il leader della RS, Milorad Dodik non ha nessun problema o rimorso quando dichiara che Belgrado e' anche la capitale dei serbi della Bosnia. La vicina Croazia, con il nuovo governo di Zoran Milanović ma anche con la presidenza di Ivo Josipović ribadisce che la Bosnia Erzegovina deve essere la patria dei tre popoli costituenti con pari diritti e che il loro futuro deve essere il futuro in un paese unito, incamminato verso l'Europa e deciso ad effettuare le necessarie riforme.
Questa trasmissione cade proprio alla vigilia dell'anniversario di quel tragico 6 aprile e sicuramente se ne parlera' ancora in questi giorni e saranno in molti a ricordarselo. Ma si parla e si ipotizzera' ancora di piu' di quello che potrebbero essere i futuri scenari di questo paese cosi' fragile e con molte questioni irrisolte.
I risultati di una recentissima analisi effettuata dalla fondazione "Fridcrich Ebert" parlano di cinque possibili scenari di eventi fino al 2025 in Bosnia. Si tratta di diverse opzioni: dal mantenimento dello stato attuale fino all'istituzione di uno stato funzionante o perfino della completa disgregazione. Il capo della sezione bosniaca di questa fondazione tedesca, Paul Pasch ha dichiarato lunedi' a Sarajevo che grazie alle analisi in cui hanno preso parte venti persone del mondo politico, economico, dei media nonche' di altri settori pubblici in Bosnia Erzegovina, all'opinione pubblica sono presentati cinque possibili scenari relativi al futuro del Paese. "La crisi economica globale ha colpito con tutta la forza la Bosnia che anche finora soffriva di una situazione sociale ed economica difficile. Oggi prevale il blocco politico" ha detto Pasch aggiungendo che per questo e' arrivato l'ultimo momento per attuare le riforme costituzionali ed altre affinche' si possano realizzare gli sforzi per l'adesione all'Ue.
Un po' simile al modello "Mont Fleur" che questa fondazione aveva gia' sperimentato seguendo la transizione della Repubblica Sudafricana dall'apartheid alla democrazia all'inizio degli anni novanta, adesso per quanto riguarda la Bosnia Erzegovina vengono offerti cinque possibili scenari.
Il primo prevede il mantenimento di uno status quo vale a dire l'attuale ordinamento complicato della Bosnia. In questo senso, secondo le valutazioni, entro il 2025 si potrebbe sperare appena ad uno status candidato per l'adesione all'Ue mentre tutti gli altri paesi della regione ne farebbero gia' parte. Lo secondo scenario prevede invece l'istituzione di uno stato decentralizzato funzionante il quale sarebbe fattibile dopo l'attuazione delle riforme costituzionali con il sostegno della comunita' internazionale. In tal caso la Bosnia potrebbe contare con il pieno ingresso nell'Ue perche' diventerebbe uno stato di diritto con crescita economica. Il terzo possibile scenario secondo la fondazione, sarebbe quello sotto il titolo "stato centralizzato funzionante" che altrettanto vede la Bosnia come membro dell'Ue nel 2025. Questo modello si svilupperebbe pero' dopo gli eventi drammatici nella meta' di questo decennio. Dopo conflitti violenti interni, la comunita' internazionale interverrebbe militarmente e politicamente e rafforzerebbe gli organi centrali del potere semplificando il processo decisionale il che garantirebbe anche l'attuazione di tutte le riforme necessarie. Secondo il quarto scenario vi sarebbe "un nuovo collegamento regionale" il quale prevede il suo ingresso nell'Ue sempre nel 2025 ma precedente vi sarebbe un maggiore collegamento politico ed economico di tutti i paesi dei Balcani occidentali dopo il rifiuto di tutte le ideologie nazionalistiche che finora hanno portato alle divisioni. Questo nuovo collegamento acconsentirebbe un rafforzamento del processo di eurointegrazione della Bosnia Erzegovina. Il quinto tra questi scenari ed il peggiore prevede al contrario che il Paese entro il 2025 non esisterebbe piu' mentre membri dell'Ue potrebbero diventare eventualmente i tre stati etnici formatisi sulle rovine di questo paese dopo nuovi conflitti armati. Questo scenario prevede l'intervento militare e politico della comunita' internazionale ma con la conoscenza che la Bosnia non puo' sopravvivere e che la soluzione migliore sarebbe quella di dividerla in tre parti.
Il direttore del dipartimento per l'Ue presso il ministero degli Esteri, Amer Kapetanović, il quale e' stato uno degli esperti che avevano elaborato i possibili scenari, ritiene che l'ultima delle proposte-previsioni e' comunque la meno probabile. Secondo le sue parole, l'obiettivo di questo studio era quello di sollecitare un dibattito piu' allargato nella societa' per esaminare dove potrebbe condurre l'attuale situazione e quale sarebbe l'obiettivo per il quale bisognerebbe impegnarsi in tempo. "L'importante e' che e' stato constatato che la comunita' internazionale deve avere un ruolo chiave in tutti questi scenari" ha detto Kapetanović.
[*] Corrispondente di Radio Radicale. Il testo è tratto dalla puntata odierna di Passaggio a Sud Es
domenica 1 aprile 2012
SARAJEVO, APRILE 1992: L'INIZIO DELL'ASSEDIO
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| Sarajevo 1992: il parlamento in fiamme durante l'assedio (Ph: M.Evstafiev/Wikipedia) |
In occasione di questo ventennale è stata organizzata una reunion a Sarajevo di giornalisti e reporters che "coprirono" (come si dice in gergo) la guerra di Bosnia: sede di questa singolare e un po' sconcertante rimpatriata, manco a dirlo, l'hotel "Holiday Inn" che fu la sede della stampa internazionale durante gli anni dell'assedio, proprio lungo la "snypers alley".
Il rischio, come ha scritto Tim Judah su Eastern approaches - The Economist il 23 marzo in un pezzo intitolato "Bosnia past, present and future", (disponibile tradotto in italiano sul sito di Osservatorio Balcani e Caucaso) è che "chiunque si interessi di Bosnia Erzegovina verrà ben presto sottoposto a un diluvio di malinconici 'Io c'ero', storie raccontate da una combriccola di giornalisti che seguirono la guerra e che ora si riuniscono a Sarajevo in commemorazione del 20mo anniversario dell'inizio dell'assedio alla capitale bosniaca".
Anche Tim Judah c'era, ma scrive che non ci andrà: "Ciò che temo è che, ai lettori e ai telespettatori dei materiali che emergeranno da quell'evento, verranno servite le solite storie rimaneggiate sulla Bosnia raccontate da corrispondenti pieni di nostalgia che non hanno alcuna idea di cosa la Bosnia sia ora".
Di quello che fu quella nuova guerra nel cuore dell'Europa - che avrebbe cambiato profondamente il volto di Sarajevo, della Bosnia Erzegovina, dei Balcani e della stessa Europa - scrive oggi Enzo Bettiza in un lungo articolo sulla Stampa.
"Molti non vollero o finsero di non capire quello che stava accadendo nel cuore più antico dei Balcani. Cercarono di vedere ad ogni costo, in quella fatidica scelta plebiscitaria della BosniaErzegovina, la causa e l’inizio di un conflitto tra «milizie serbe» da una parte e «milizie musulmane e croate» dall’altra. Nulla di più opinabile. L’ossessione della simmetria, fin dai primi massacri di Vukovar che la negavano, era stata poi quasi sempre costante e determinante nella passività delle capitali occidentali. Queste, infatti, finirono per lavarsi le mani affidando alle risoluzioni dell’Onu e all’ambigua neutralità dei caschi blu dell’Unprofor (United Nations Protection Force) il compito di tutelare, senza spendere una cartuccia, la drammatica coesistenza tra aggrediti e aggressori. Equanimità forzata, ma assai calcolata, con il male e il bene giudiziosamente spartiti fra tutti gli ex jugoslavi, tutti carnefici e vittime nello stesso istante, è stato il velo pilatesco con cui l’Occidente fino al genocidio di Srebrenica si è bendato gli occhi, onde evitare un’identificazione esatta e compromettente di chi aveva scagliato la prima pietra".
Sarajevo, 5 aprile 1992:
il primo attacco sulla città in servizio di Yutel, programma televisivo di informazione voluto dal Consiglio federale della Jugoslavia e dall’ultimo premier Ante Marković che cercò di mantenere il senso di unione federale, grazie a giornalisti e servizi obiettivi.
sabato 8 ottobre 2011
SALUTI DA SARAJEVO
Oggi è sabato, il fine settimana promette di essere all'insegna del bel tempo (anche se il clima è decisamente più fresco) e quindi lascio da parte le questioni più strettamente politiche per segnalarvi un libro. Non è un saggio di analisi geopolitica e nemmeno un romanzo legato a temi storici: è una guida dedicata ad un città, alla sua storia, alla sua realtà e al suo futuro. Una guida dedicata a Sarajevo, una delle più belle città europee: e dico belle nel senso più ampio della parola. Se non l'avete ancora vista andateci, giratela a piedi, annusatela, toccate le sue pietre, guardatele, quelle vecchie e quelle nuove. Magari arrivateci da Belgrado dopo aver trascorso 8 lente ore di treno e aver attraversato un pezzo di ex Jugoslavia, cioè di storia europea, cioè di storia nostra.
Il libro che vi voglio segnalare è appena uscito da poco in libreria e si intitola SALUTI DA SARAJEVO, ha 132 pagine e costa € 14,50. Lo ha scritto Luca Leone e ha una prefazione di Eldina Pleho e un'introduzione di Kanita Ita Focak. E' pubblicato da Infinito Edizioni. Si presenta come l'unica guida, a colori, su Sarajevo e sulla sua storia.
Spiega il comunicato dell'editore: Saluti da Sarajevo è un omaggio a una città stupenda, straziata fin nel profondo dell’anima dalla barbarie della guerra ma, ciò nonostante, ineguagliabile per la sua capacità di accogliere e di stupire. Saluti da Sarajevo narra 4.500 anni di storia della città e ne racconta gli scorci e l’essenza attraverso splendide immagini a colori e consigli di percorsi di visita, concentrandosi sulla sua urbanità incredibile, sulla sua innata e insopprimibile tolleranza e laicità.
Seguendo la scelta fatta con Bosnia Express – ovvero avviare una nuova fase di narrazione sulla Bosnia Erzegovina, che non si occupi più solo del passato e in particolare della guerra ma che invece si concentri sul presente e sulle prospettive future – l’autore di Saluti da Sarajevo racconta con immagini a colori di alta qualità e testi la Capitale bosniaca di oggi, descrivendone scorci, percorsi, storia, sviluppo, contraddizioni, e disegnando un libro a metà strada tra il reportage giornalistico, il diario di viaggio e la guida sia per neofiti che per conoscitori della città.
Saluti da Sarajevo, progetto unico nel suo genere, porta il lettore a confrontarsi con una Sarajevo inattesa, nuova, a tratti altera ma sempre accogliente, concentrandosi sui suoi quartieri e luoghi più importanti e unici, che raccontano una storia e mille storie affascinanti e uniche, come unica sa, può e deve essere Sarajevo.
“Nessuno può raccontare Sarajevo meglio di coloro che ne comprendono l’essenza. L’autore di questo libro è uno di loro, una persona che cerca di imparare la lezione che Sarajevo vuole tramandare all’umanità, una lezione che pensavamo di avere già imparato... Benvenuti a Sarajevo, una città non perfetta ma che vi può raccontare una storia che vi renderà molto più vicini alla perfezione che tutti desideriamo”. (Eldina Pleho)
“A sedici-diciassette anni ho conosciuto il mio futuro marito. Lui, nato sarajevese da un’antica famiglia, mi portava nei posti più belli e dall’alto mi faceva vedere la sua città, mi raccontava le storie degli abitanti, delle sue vie, delle case. Mi raccontava la bellezza delle tradizioni portate da queste parti da vari popoli... E non so più se mi sono innamorata prima di lui o della sua città”. (Kanita Ita Focak)
Leggi la prefazione al libro di Eldina Pleho
Val sito di Infinito Edizioni
Il libro che vi voglio segnalare è appena uscito da poco in libreria e si intitola SALUTI DA SARAJEVO, ha 132 pagine e costa € 14,50. Lo ha scritto Luca Leone e ha una prefazione di Eldina Pleho e un'introduzione di Kanita Ita Focak. E' pubblicato da Infinito Edizioni. Si presenta come l'unica guida, a colori, su Sarajevo e sulla sua storia.
Spiega il comunicato dell'editore: Saluti da Sarajevo è un omaggio a una città stupenda, straziata fin nel profondo dell’anima dalla barbarie della guerra ma, ciò nonostante, ineguagliabile per la sua capacità di accogliere e di stupire. Saluti da Sarajevo narra 4.500 anni di storia della città e ne racconta gli scorci e l’essenza attraverso splendide immagini a colori e consigli di percorsi di visita, concentrandosi sulla sua urbanità incredibile, sulla sua innata e insopprimibile tolleranza e laicità.
Seguendo la scelta fatta con Bosnia Express – ovvero avviare una nuova fase di narrazione sulla Bosnia Erzegovina, che non si occupi più solo del passato e in particolare della guerra ma che invece si concentri sul presente e sulle prospettive future – l’autore di Saluti da Sarajevo racconta con immagini a colori di alta qualità e testi la Capitale bosniaca di oggi, descrivendone scorci, percorsi, storia, sviluppo, contraddizioni, e disegnando un libro a metà strada tra il reportage giornalistico, il diario di viaggio e la guida sia per neofiti che per conoscitori della città.
Saluti da Sarajevo, progetto unico nel suo genere, porta il lettore a confrontarsi con una Sarajevo inattesa, nuova, a tratti altera ma sempre accogliente, concentrandosi sui suoi quartieri e luoghi più importanti e unici, che raccontano una storia e mille storie affascinanti e uniche, come unica sa, può e deve essere Sarajevo.
“Nessuno può raccontare Sarajevo meglio di coloro che ne comprendono l’essenza. L’autore di questo libro è uno di loro, una persona che cerca di imparare la lezione che Sarajevo vuole tramandare all’umanità, una lezione che pensavamo di avere già imparato... Benvenuti a Sarajevo, una città non perfetta ma che vi può raccontare una storia che vi renderà molto più vicini alla perfezione che tutti desideriamo”. (Eldina Pleho)
“A sedici-diciassette anni ho conosciuto il mio futuro marito. Lui, nato sarajevese da un’antica famiglia, mi portava nei posti più belli e dall’alto mi faceva vedere la sua città, mi raccontava le storie degli abitanti, delle sue vie, delle case. Mi raccontava la bellezza delle tradizioni portate da queste parti da vari popoli... E non so più se mi sono innamorata prima di lui o della sua città”. (Kanita Ita Focak)
Leggi la prefazione al libro di Eldina Pleho
Val sito di Infinito Edizioni
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