E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est del 27 marzo 2016.
La trasmissione e' ascoltabile direttamente qui di seguito oppure sul sito di Radio Radicale.
Sommario della puntata
La prima parte della trasmissione è dedicata alla condanna di Radovan Karadzic in primo grado a 40 anni decisa dal Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia per i crimini commessi nel corso della guerra in Bosnia Erzegovina, l'assedio di Sarajevo e il genocidio di Srebrenica. I commenti della comunità internazionale e nei paesi della regione e le opinioni di Emma Bonino e di Andrea Rossini di Osservatorio Balcani e Caucaso.
Nella seconda parte del programma le reazioni ed i commenti sugli attentati di Bruxelles e sul rischio di diffusione del fondamentalismo islamico e di infiltrazioni jihadiste nei Balcani legate ai flussi di profughi e migranti.
Infine, nell'ultima parte, un'interessante analisi pubblicata sul quotidiano serbo Politika che mette a confronto il negoziato di adesione all'Unione Europea della Turchia e della Serbia.
In apertura l'iniziativa del comitato per la candidatura del grande scrittore Predrag Matvejevic al premio Nobel per la letteratura.
La trasmissione, realizzata con la collaborazione di Marina Sikora e Artur Nura, è ascoltabile direttamente qui
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domenica 27 marzo 2016
mercoledì 23 marzo 2016
IL PREMIO NOBEL PER PREDRAG MATVEJEVIC
"Predrag Matvejević è la sintesi dell'Europa, anche dell'Est, che si riconosce nel Mediterraneo e nella sua storia: nella sua vita, nella sua famiglia, nella sua opera letteraria e politico-letteraria, ai tempi della cortina di ferro, si ritrovano quasi tutte le etnie, le religioni, le nazionalità e le culture che oggi come ieri, qualcuno vuole trasformare in ragione di conflitto. Tutta l'opera di Matvejević, ma in particolare il suo impareggiabile Breviario Mediterraneo, ripercorre quelle differenze presunte, mostrandone, come forse nessuno ha fatto, oltre lui e Braudel, quanto siano nostre, di tutti; mutandole, così, in ragioni di convivenza, arricchimento, scambio. Ma, soprattutto, a Matvejević si deve una concezione poetica altissima, che fonde la sua capacità di sentire con quella di capire i luoghi e le genti della sua Europa". E' quanto si legge, tra l'altro, nella lettera diffusa dal comitato che sostiene la candidatura al premio Nobel per la letteratura del grande scrittore nato a Mostar "e cresciuto sulle rive del Mediterraneo che ha magistralmente narrato, guardando con grande attenzione e sensibilità genti e culture dei tre continenti che lo bagnano".
"I fatti di questi giorni, e più in generale di questi anni - si legge ancora nella lettera - rendono tragicamente attuale l'ammonimento di Predrag Matvejević: “Sono immense le incongruenze che hanno contrassegnato le diverse civiltà e culture del Mediterraneo, vecchie e nuove” e continua aggiungendo che “lo tradiamo accostandoci ad esso da punti di vista eurocentrici”. Perciò rimane di grande attualità, diremmo obbligatoria per tutti coloro che hanno a cuore una pacifica e fruttuosa convivenza mediterranea, la rilettura di “Mediteranski Brevijar”, pubblicato nel 1987 in serbo-croato e tradotto poi in francese, italiano e in tante altre lingue. In quei lontani anni Ottanta, gli occhi europei erano tutti rivolti a est, dimentichi del sud, che per l'Europa corrisponde con il Mediterraneo, “il mare della vicinanza”. Una vicinanza che per non rivelarsi conflittuale, deve praticare l'ascolto e accettare la convivenza nella diversità, storica, politica e religiosa. [...] Può essere sufficiente un libro per candidare al Nobel l'autore? Noi crediamo di sì. Ma se ciò non bastasse, allora aggiungiamo il valore letterario e culturale, antropologico e storico, di tutti gli altri suoi libri, tra cui ci limitiamo a ricordare: “Epistolario dell’altra Europa”, “Mondo Ex: confessioni”, “Tra asilo ed esilio”. I titoli sono già sufficienti per riassume la tensione morale di Matvejević, volta alla comprensione dell'alterità culturale. In ultimo, “Pane nostro”, può essere letto anche come un manifesto della condivisione del più necessario e sacro degli alimenti dell'uomo".
Passaggio a Sud Est sostiene l'iniziativa del comitato per la candidatura di Predrag Matvejevic al Premio Nobel per la letteratura.
Chi vuole sottoscrivere la lettera può scrivere una mail a nobelpermatvejevic@gmail.com indicando nome cognome e qualifica e, se si vuole, aggiungendo un pensiero che si farà recapitare allo scrittore che da oltre un anno è ricoverato in ospedale a Zagabria
"I fatti di questi giorni, e più in generale di questi anni - si legge ancora nella lettera - rendono tragicamente attuale l'ammonimento di Predrag Matvejević: “Sono immense le incongruenze che hanno contrassegnato le diverse civiltà e culture del Mediterraneo, vecchie e nuove” e continua aggiungendo che “lo tradiamo accostandoci ad esso da punti di vista eurocentrici”. Perciò rimane di grande attualità, diremmo obbligatoria per tutti coloro che hanno a cuore una pacifica e fruttuosa convivenza mediterranea, la rilettura di “Mediteranski Brevijar”, pubblicato nel 1987 in serbo-croato e tradotto poi in francese, italiano e in tante altre lingue. In quei lontani anni Ottanta, gli occhi europei erano tutti rivolti a est, dimentichi del sud, che per l'Europa corrisponde con il Mediterraneo, “il mare della vicinanza”. Una vicinanza che per non rivelarsi conflittuale, deve praticare l'ascolto e accettare la convivenza nella diversità, storica, politica e religiosa. [...] Può essere sufficiente un libro per candidare al Nobel l'autore? Noi crediamo di sì. Ma se ciò non bastasse, allora aggiungiamo il valore letterario e culturale, antropologico e storico, di tutti gli altri suoi libri, tra cui ci limitiamo a ricordare: “Epistolario dell’altra Europa”, “Mondo Ex: confessioni”, “Tra asilo ed esilio”. I titoli sono già sufficienti per riassume la tensione morale di Matvejević, volta alla comprensione dell'alterità culturale. In ultimo, “Pane nostro”, può essere letto anche come un manifesto della condivisione del più necessario e sacro degli alimenti dell'uomo".
Passaggio a Sud Est sostiene l'iniziativa del comitato per la candidatura di Predrag Matvejevic al Premio Nobel per la letteratura.
Chi vuole sottoscrivere la lettera può scrivere una mail a nobelpermatvejevic@gmail.com indicando nome cognome e qualifica e, se si vuole, aggiungendo un pensiero che si farà recapitare allo scrittore che da oltre un anno è ricoverato in ospedale a Zagabria
Sul sito di Osservatorio Balcani e Caucaso i componenti del Comitato promotore e l'elenco dei primi firmatari.
domenica 28 aprile 2013
I BALCANI, LA TURCHIA E IL FUTURO DELL'UNIONE EUROPEA
Intervista a Predrag Matvejevic
Nato in Bosnia Erzegovina, a Mostar, da padre russo e madre croata, è uno degli intellettuali europei più importanti del nostro tempo. Scrittore, saggista, professore universitario, Predrag Matvejevic autore di un libro celeberrimo come Breviario mediterraneo e di altri testi importanti, da Epistolario della nuova Europa, a L'altra Venezia, al recente Pane nostro. Un uomo di cultura, anzi di molte culture, e soprattutto una delle voci più libere dell'Europa contemporanea, si è sempre opposto ai fanatismi che hanno contribuito a far precipitare la Jugoslavia in un gorgo di odii e tragedie e ai conformismi che impediscono una ricostruzione onesta e spassionata delle vicende degli ultimi vent'anni.
In questa mia intervista per Radio Radicale Matvejevic parla delle prospettive dell'Unione Europea e dell'integrazione dei Balcani occidentali e della Turchia, non rinuncia alla speranza nell'avvenire del progetto dell'Europa unita e dell'integrazione del sud est europeo, ma nello stesso tempo non nasconde la sua amarezza per l'attuale situazione di crisi economica, politica e anche ideale, e i suoi timori per il futuro.
L'intervista è tratta dall'ultima puntata del ciclo di Speciali di Passaggio a Sud Est "Racconta l'Europa all'Europa" realizzati nell'ambito del progetto europeo promosso da Osservatorio Balcani e Caucaso.
Nato in Bosnia Erzegovina, a Mostar, da padre russo e madre croata, è uno degli intellettuali europei più importanti del nostro tempo. Scrittore, saggista, professore universitario, Predrag Matvejevic autore di un libro celeberrimo come Breviario mediterraneo e di altri testi importanti, da Epistolario della nuova Europa, a L'altra Venezia, al recente Pane nostro. Un uomo di cultura, anzi di molte culture, e soprattutto una delle voci più libere dell'Europa contemporanea, si è sempre opposto ai fanatismi che hanno contribuito a far precipitare la Jugoslavia in un gorgo di odii e tragedie e ai conformismi che impediscono una ricostruzione onesta e spassionata delle vicende degli ultimi vent'anni.
In questa mia intervista per Radio Radicale Matvejevic parla delle prospettive dell'Unione Europea e dell'integrazione dei Balcani occidentali e della Turchia, non rinuncia alla speranza nell'avvenire del progetto dell'Europa unita e dell'integrazione del sud est europeo, ma nello stesso tempo non nasconde la sua amarezza per l'attuale situazione di crisi economica, politica e anche ideale, e i suoi timori per il futuro.
L'intervista è tratta dall'ultima puntata del ciclo di Speciali di Passaggio a Sud Est "Racconta l'Europa all'Europa" realizzati nell'ambito del progetto europeo promosso da Osservatorio Balcani e Caucaso.
venerdì 19 aprile 2013
RACCONTA L'EUROPA ALL'EUROPA: L'U.E. E L'INTEGRAZIONE DELL'EUROPA SUD ORIENTALE
Ultima puntata del ciclo di Speciali di Passaggio a Sud Est che fanno parte del progetto europeo promosso da Osservatorio Balcani e Caucaso
L'ultima puntata del ciclo di Speciali realizzati nell'ambito del progetto europeo promosso da Osservatorio Balcani e Caucaso per raccontare la realtà politica dell'Europa sud orientale e il suo percorso di integrazione nell'UE, è dedicata al presente e al futuro del processo di integrazione dei Balcani occidentali e della Turchia alla luce dello stato attuale del processo di allargamento nel quadro più generale della crisi economica e politica dell'Unione Europea.
Con le analisi e le riflessioni di Predrag Matvejevic, scrittore e saggista, David Carretta, corrispondente di Radio Radicale da Bruxelles e Andrea Ragona, autore di "Yugoland. In viaggio per i Balcani".
Conclusioni di Luka Zanoni, direttore della testata giornalistica di Osservatorio Balcani e Caucaso
Ascolta lo Speciale
venerdì 31 dicembre 2010
SREBRENICA, 15 ANNI DOPO
Nel 2010 che si sta per chiudere cadevano due ricorrenze importanti per la storia recente dei Balcani: il decennale della caduta di Milosevic e il quidicesimo anniversario della firma degli accordi di pace di Dayton che posero fine della guerra in Bosnia Erzegovina. Pochi mesi fa, ricorreva anche il quindicesimo anniversario del genocidio di Srebrenica che reappresenta insieme uno degli ultimi atti della guerra e il più efferato crimine commesso nel corso del conflitto bosniaco.
L'11 luglio scorso, in occasione del quindicesimo anniversario del massacro di Srebrenica che, come si ricorda sempre, costituisce il più grave crimine contro l'umanità commesso in Europa dalla fine della seconda guerra mondiale, Radio Radicale ha mandato in onda un mio servizio con voci, memorie, testimonianze e riflessioni sul presente di Srebrenica e della Bosnia per guardare ad un futuro possibile e non dimenticare quello che accadde nel 1995.
Il servizio potete riascoltarlo sul sito di Radio Radicale oppure direttamente qui
Il servizio comprende anche tre interviste
a Andrea Rossini di Osservatorio Balcani e Caucaso, autore del documentario "Dopo Srebrenica"
a Edi Rabini, animatore del progetto "Adopt Srebrenica" della Fondazione Alexander Langer
e al grande intellettuale e scrittore Predrag Matvejevic.
sabato 3 luglio 2010
CONTRO TUTTI I TOTALITARISMI
Cinque mesi di carcere per aver definito "talebani" gli intellettuali che fomentarono l'odio che portò alle guerre jugoslave degli anni '90: è la sentenza emessa qualche settimana fa dalla corte suprema croata contro Predrag Matvejevic, condannato per un vero e proprio reato di opinione o, per dirla con lui stesso, per "reato di metafora". Una sentenza tanto più sconcertante perché emessa da un Paese che sta per diventare membro dell'Unione Europea e che colpisce una delle intelligenze europee più lucide, che da sempre ha denunciato e smascherato gli inganni e le falsità della retorica prima del titoismo, poi delle "democrature" (miscuglio di democrazie e dittature) nate dopo il crollo del muro di Berlino e infine del nazionalismo etnico che ha portato alla tragedia delle guerre jugoslave degli anni '90.
Predrag Matvejevic, scrive Claudio Magris nella prefazione a Breviario mediterraneo, "è in primo luogo un protagonista del dibattito intellettuale contemporaneo [...] è la voce di una critica ispirata al marxismo e alle istanze rivoluzionarie, ma scevra di ogni ortodossia e di ogni dogma ideologico [...] Matvejevic ha rimeditato a fondo e rinnovato con grande originalità la concezione sartriana dell'engagement e si è inserito con indiscussa autorità nel dibattito internazionale sull'impegno e la libertà della letteratura". Matvejevic, prosegue Magris, "con la sua cultura cosmopolita, la sua signorilità intellettuale - e la sua dialiettica di vicinanza-lontananza alla vita, alla storia e alle cose - difende la soggettività senza abdicare all'universalità, resiste al totalitarismo senza perdere di vista una prospettiva globale della realtà". E tuttavia, "combattendo contro lo stalinismo e contro tutti gli stalinismi ossia contro tutte le formule e le concezioni totalizzanti, Matvejevic ha anche esorcizzato e smascherato il pericolo opposto e complementare [...] e cioè il particolarismo esasperato e la dispersione molecolare [...] mettendo così in guardia contro ogni ossessiva, viscerale, atomistica esaltazione della propria identità e della propria immediatezza".
Ho intervistato Predrag Matvejevic nei giorni scorsi. A partire dalla sua vicenda personale, con la consueta disponibilità e semplicità, il grande scrittore e intellettuale mi ha parlato dello stato delle democrazie dell'est europeo, delle conseguenze lasciate dai conflitti etnici nei Balcani, della crisi dell'Unione Europea e della politica che quasi ovunque sembra ormai aver smarrito ogni legame con la cultura.
L'intervista è disponibile sul sito di Radio Radicale oppure oppure è ascoltabile direttamente qui
Predrag Matvejevic, scrive Claudio Magris nella prefazione a Breviario mediterraneo, "è in primo luogo un protagonista del dibattito intellettuale contemporaneo [...] è la voce di una critica ispirata al marxismo e alle istanze rivoluzionarie, ma scevra di ogni ortodossia e di ogni dogma ideologico [...] Matvejevic ha rimeditato a fondo e rinnovato con grande originalità la concezione sartriana dell'engagement e si è inserito con indiscussa autorità nel dibattito internazionale sull'impegno e la libertà della letteratura". Matvejevic, prosegue Magris, "con la sua cultura cosmopolita, la sua signorilità intellettuale - e la sua dialiettica di vicinanza-lontananza alla vita, alla storia e alle cose - difende la soggettività senza abdicare all'universalità, resiste al totalitarismo senza perdere di vista una prospettiva globale della realtà". E tuttavia, "combattendo contro lo stalinismo e contro tutti gli stalinismi ossia contro tutte le formule e le concezioni totalizzanti, Matvejevic ha anche esorcizzato e smascherato il pericolo opposto e complementare [...] e cioè il particolarismo esasperato e la dispersione molecolare [...] mettendo così in guardia contro ogni ossessiva, viscerale, atomistica esaltazione della propria identità e della propria immediatezza".
Ho intervistato Predrag Matvejevic nei giorni scorsi. A partire dalla sua vicenda personale, con la consueta disponibilità e semplicità, il grande scrittore e intellettuale mi ha parlato dello stato delle democrazie dell'est europeo, delle conseguenze lasciate dai conflitti etnici nei Balcani, della crisi dell'Unione Europea e della politica che quasi ovunque sembra ormai aver smarrito ogni legame con la cultura.
L'intervista è disponibile sul sito di Radio Radicale oppure oppure è ascoltabile direttamente qui
lunedì 28 giugno 2010
PASSAGGIO IN ONDA
La puntata di Passaggio a Sud Est del 26 giugno a Radio Radicale
In questa puntata un'intervista con lo scrittore Predrag Matvejevic condannato per aver definito "talebani" gli intellettuali che fomentarono l'odio etnico nei Balcani: a partire dalla sua vicenda personale, il grande intellettuale parla dello stato delle democrazie dell'est europeo (definite "democrature", miscuglio di democrazie e dittature), delle conseguenze lasciate dai conflitti etnici nei Balcani, della crisi dell'Unione Europea e della politica che quasi ovunque sembra ormai aver smarrito ogni legame con la cultura.
Gli altri argomenti della trasmissione: il summit di Istanbul del Processo di Cooperazione del Sud Est Europa; la risoluzione della Commssione Esteri del PE sul Kosovo; la Serbia ed il Kosovo in attesa della decisione della Corte internazionale di giustizia dell'Onu sulla legittimità dell'indipendenza di Pristina; l'Albania e la sua intricata crisi politica di fronte all'Europa; la Croazia festeggia l'anniversario dell'indipendenza mentre proseguono i negoziati per l'adesione all'UE; il premier greco Papandreou auspica una soluzione della disputa con la Macedonia sul nome dell'ex repubblica jugoslava.
La puntata è stata realizzata come sempre con la collaborazione dei corrispondenti Marina Szikora e Artur Nura ed è riascoltabile direttamente qui
oppure è disponibile per il podcast sul sito di Radio Radicale nella sezione delle Rubriche (dove è possibile riascoltare anche tutte le puntate precedenti compresi gli Speciali del mercoledì).
In questa puntata un'intervista con lo scrittore Predrag Matvejevic condannato per aver definito "talebani" gli intellettuali che fomentarono l'odio etnico nei Balcani: a partire dalla sua vicenda personale, il grande intellettuale parla dello stato delle democrazie dell'est europeo (definite "democrature", miscuglio di democrazie e dittature), delle conseguenze lasciate dai conflitti etnici nei Balcani, della crisi dell'Unione Europea e della politica che quasi ovunque sembra ormai aver smarrito ogni legame con la cultura.
Gli altri argomenti della trasmissione: il summit di Istanbul del Processo di Cooperazione del Sud Est Europa; la risoluzione della Commssione Esteri del PE sul Kosovo; la Serbia ed il Kosovo in attesa della decisione della Corte internazionale di giustizia dell'Onu sulla legittimità dell'indipendenza di Pristina; l'Albania e la sua intricata crisi politica di fronte all'Europa; la Croazia festeggia l'anniversario dell'indipendenza mentre proseguono i negoziati per l'adesione all'UE; il premier greco Papandreou auspica una soluzione della disputa con la Macedonia sul nome dell'ex repubblica jugoslava.
La puntata è stata realizzata come sempre con la collaborazione dei corrispondenti Marina Szikora e Artur Nura ed è riascoltabile direttamente qui
oppure è disponibile per il podcast sul sito di Radio Radicale nella sezione delle Rubriche (dove è possibile riascoltare anche tutte le puntate precedenti compresi gli Speciali del mercoledì).
lunedì 26 aprile 2010
IL BOSCO DOPO IL MARE
In occasione del 25 aprile, la casa editrice Infinito Edizioni ha messo a disposizione un testo scritto dal grande intellettuale Predrag Matvejevic per presentare "Il bosco dopo il mare" il libro di Giacomo Scotti, dedicato alla lotta antifascista e antinazista nei Balcani e al sacrificio di migliaia di italiani, a fianco delle forze di liberazione partigiane jugoslave. Buona lettura.
Di Giacomo Scotti, poeta, narratore e favolista, instancabile ricercatore, pubblicista e traduttore in italiano di non so quante opere letterarie nostre e dall’italiano nella nostra lingua, ho già scritto in diverse occasioni. La sua energia e i risultati letterari da essa scaturiti suscitano il mio profondo rispetto e alimentano la nostra pluriennale amicizia.
Ambedue siamo venuti a trovarci spesso in situazioni non proprio piacevoli, che io definisco come posizioni “fra il tradimento e l’offesa”. Negli ambienti plurinazionali nei quali abbiamo operato per lunghissimi anni – Giacomo Scotti a Fiume, nel Quarnero, in Istria e a Trieste, a tutela e nelle file della comunità italiana, io nella Jugoslavia multietnica e soprattutto nella Croazia in cui ho vissuto e nella Bosnia-Erzegovina dove sono nato – qualsiasi parola critica indirizzata alla propria comunità nazionale, maggioritaria o minoritaria che sia, viene interpretata sovente come un tradimento, mentre la critica rivolta a un esponente di un’altra cerchia o di un’altra nazione è vista e respinta come un’offesa. Queste reazioni restringono lo spazio della parola critica, lo trasformano via via in una fenditura sempre più stretta, nella quale il significato della stessa critica si esaurisce, si perde.
Più volte mi è capitato di prendere le difese di Scotti e del suo diritto alla “critica di tutto l’esistente” come essa veniva definita dalla sinistra nell’ex Jugoslavia. Scotti non mi è rimasto debitore, venendomi in aiuto soprattutto quando, dopo essere emigrato in Francia, andai a vivere in Italia in volontario esilio. Ci eravamo dati reciprocamente la mano già mezzo secolo addietro.
Il bosco dopo il mare, il libro di Scotti sugli Italiani che passarono nelle file partigiane nei Balcani, un terreno nel quale l’autore scava con ottimi risultati sin dagli inizi degli anni Sessanta del secolo da poco tramontato, ha lasciato in me una profonda impressione, mi ha commosso. Ha ridestato i ricordi di un tempo che segnò la mia tarda infanzia e la mia prima giovinezza, vissute nella nativa Mostar occupata dall’esercito italiano. Perciò, invece di ricorrere a un discorsetto d’occasione e di scrivere parole di elogio, di ammirazione sulla vita e sull’opera di una persona come solitamente si usa in occasione degli anniversari – e Scotti ha appena festeggiato gli 80 anni di vita e i 60 di una feconda scrittura senza aver perso la freschezza intellettuale e tanto meno l’entusiasmo creativo – mi sembra più appropriato dedicargli un brano della mia biografia molto strettamente legato all’Italia e a questo nuovo racconto partigiano di Scotti, nel quale il narratore e il ricercatore/storico si confondono. Il brano è intitolato Mario, e Mario è in qualche maniera il parente più prossimo, forse un fratello, sia per Giacomo che per me, ma soprattutto per il protagonista principale – Clemente Vavassori – del libro di Scotti.
A volte, sia in Jugoslavia che in Italia, si è evitato di parlare dei “garibaldini”, come noi chiamavamo quei soldati italiani che, disertando l’esercito occupatore di Mussolini, scelsero di entrare nelle file della Resistenza antifascista jugoslava, nelle file dell’esercito partigiano di Tito. Riproporre nuovamente questo tema oggi, quando anche in Italia varie mitologie del passato cercano di ribaltare e stravolgere la realtà storica, mi sembra giustificato e opportuno.
* * *
Si tratta di alcuni episodi di un tempo lontano, che influirono fra l’altro sul mio rapporto con l’Italia. Senza di loro, forse, non mi sarei deciso a stabilirmi in questo Paese emigrando dall’ex Jugoslavia in guerra. La mia testimonianza potrebbe essere intitolata Come ho conosciuto l’italiano. Il ragazzino di allora non distingueva “un italiano” dall’italiano in genere.
Era primavera, primi giorni di aprile. Allora cominciò la guerra nel nostro Paese. Ricordo uno strano contrasto: da una parte le giornate luminose e serene, dall’altra i volti scuri e preoccupati. Nel cielo volavano aerei e sganciavano bombe sulla città dove vivevo con mia madre e una sorellina. Mio padre era stato mobilitato nell’esercito e mandato al fronte. All’epoca, nel 1941, non conoscevo neppure il significato della parola fronte, né sapevo dove potesse trovarsi.
A Mostar ci sono diversi ponti sul fiume, tra questi lo Stari Most (il ponte vecchio), che dà il nome alla città. Vi correvo quasi ogni giorno per osservare la Neretva che continuava a scorrere, come aveva sempre fatto, come scorre tuttora. Guardavo nell’acqua e, nell’aria, i gabbiani che venivano dal mare per posarsi accanto a me sul parapetto in pietra. In Erzegovina ci sono più pietre che terra. E la vita è dura.
La nostra città fu occupata dalle truppe italiane. Guardavo quei soldati con sospetto e timore. Il primo che incontrai aveva in testa un elmetto dal quale scendeva un ciuffo di penne: sentii che quei soldati con svolazzanti piume di gallo erano chiamati bersaglieri. Ne fui spaventato, avevo appena compiuto otto anni. Mi parve che fosse mio dovere proteggere la famiglia, essendo “l’unico maschio di casa”. Soprattutto difendere mia sorella, di alcuni anni più piccola di me. Divenni, ai miei stessi occhi, il suo protettore. Mi sentivo molto più adulto, più grande della mia età. La sera, prima di addormentarmi, pregavo con sincero ardore. Smisi di giocare. Evitavo d’incontrare i compagni di giochi. Avevo un cagnolino bianco che si chiamava Buška, divenne il mio migliore amico. Soffrivo nel vedere mia madre costretta a faticare tutta la giornata fuori casa. Era ancora giovane e bella, per me la più bella madre del mondo. Diventavo geloso quando si fermava a parlare con qualcuno: “Andiamo via, su!”, la tiravo per la gonna.
Mio padre non ci dava notizie; presto venimmo a sapere che era finito in un campo di lavori forzati, in qualche parte della lontana Germania. Avevano scoperto che era nato a Odessa e questo bastò per sbatterlo nel lager. Cominciai a scrivergli lettere, le spedivo a un indirizzo che, accanto al nome e al cognome, comprendeva soltanto due parole: “lager” e “Deutchland”. Nella mia innocenza pensavo che i postini sapessero certamente dove si trovava mio padre. Fu così che cominciai a scrivere. Talvolta, ripensandoci, ho l’impressione di non aver fatto altro che scrivere lettere per tutta la vita. Spesso spedite a indirizzi sbagliati…
Eravamo privi di tutto: mancavano il pane e il vestiario, la legna e il carbone per scaldarsi. Mia sorella si faceva sempre più pallida col passare dei giorni. La prese in cura un anziano dottore che da poco era riuscito a fuggire dalla “zona di occupazione” tedesca in Croazia trovando rifugio nella “zona italiana”, dove gli ebrei – e lui era un ebreo – si sentivano più sicuri. Il dottor Jungwiert – così si chiamava, ricordo bene il suo nome – pronunciò un giorno una parola che al solo sentirla mi gelò il sangue nelle vene: “Tubercolosi”. C’era un solo rimedio, spiegò: “Bisogna nutrirla bene”. E con cosa, dottore?
Poi successe qualcosa di peggio: nostra madre tornò dal lavoro con alcuni denti in meno. L’unica merce che si poteva vendere o scambiare per procurarsi dei generi alimentari era l’oro. Mia madre aveva alcuni denti d’oro e se li era fatti estrarre per venderli in cambio di cibo. Ma non bastarono. Tutto quello che era stato comprato fu ben presto consumato. E mia sorella non era ancora guarita.
Qui comincia appunto la storia che voglio raccontare.
Nelle vicinanze della nostra abitazione si trovava una caserma nella quale si sistemarono i soldati italiani. Cercavo di non badarci. Giravo alla larga per non incontrarli, la loro presenza mi era sgradita. Ma un giorno mia madre m’incoraggiò: “È gente che canta. Alcuni pregano pure, certamente ci sono delle brave persone anche fra di loro”. Mi suggerì di avvicinarmi a quei soldati per pregare qualcuno di loro di darci un po’ di riso per la mia piccola sorella. Imparai alcune parole italiane: dare, riso, sorellina, malata. Passai accanto a un soldato, poi a un secondo e a un terzo, farfugliando quelle parole, ma nessuno alzò gli occhi su di me. Probabilmente pensarono che fossi un mendicante. Il primo suonava l’armonica a bocca, il secondo guardava delle fotografie, il terzo era semplicemente immerso nei suoi pensieri. Fermatomi davanti al terzo, pronunciai per la seconda volta le quattro parole imparate a memoria, stavolta spiccicando meglio le sillabe. Mancavano le preposizioni, il verbo non era coniugato. La grammatica era assente ma speravo d’essere capito. Il soldato, infatti, trasalì, mi guardò, mi accarezzò i capelli, disse qualcosa che non capivo. Compresi però di essere di fronte a un uomo mite. Mi fece segno di aspettare, mi avrebbe portato qualcosa.
Tornò presto con una piccola gavetta militare, di color verde, con il coperchio di latta zincata. Il recipiente era pieno di riso cotto e condito. Non lo assaggiai nemmeno, portai subito tutto a casa. Tornai davanti alla caserma l’indomani, ci tornai anche dopodomani, e poi ogni giorno, per farmi riempire la gavetta con la minestra di riso.
Mia sorella, cibandosi di quel rancio militare, prese a star meglio. Ecco, conobbi così “l’italiano”, un soldato che si chiamava Mario. E questa fu la più bella storia in una triste infanzia.
Nell’autunno del Quarantatrè l’esercito italiano in Erzegovina e negli altri territori occupati cessò di combattere. I soldati fuggirono da varie parti, si dispersero. Alcuni passarono nelle file partigiane, altri si arresero ai tedeschi e finirono nello Stalag. Oppure furono trasferiti forzosamente sul fronte orientale, verso l’inverno russo che i giovani mediterranei non sopportavano; altri ancora vagarono qua e là per sfuggire alla cattura, decisi a raggiungere la costa adriatica, mettere le mani su qualche trabaccolo e passare sulla sponda opposta. Tornare a casa. A quell’epoca avevo ormai compiuto undici anni e mi rendevo conto di quello che stava succedendo.
Una sera, sul tardi, qualcuno bussò alla porta della nostra abitazione. Chi è?
“Mario”.
Entrò in casa silenzioso e guardingo. A mio zio, che si trovava nel corridoio d’ingresso, rivolse alcune parole: il soldato cercava un rifugio, una salvezza. Dietro la nostra casa c'era un piccolo locale che serviva da lavanderia. Lo sistemammo “provvisoriamente” in quel vano. Ma trepidavamo per lui e per noi stessi, nel timore che potessero scoprirlo. Ogni giorno, verso l’ora di pranzo, di nascosto, portavo a Mario una parte del poco cibo che noi si riusciva a trovare. Glielo portavo nella stessa gavetta verde che proprio lui mi aveva dato. Non so chi di noi due attendesse con maggior ansia quell’incontro: Mario che rimaneva per l’intero giorno solo e inquieto nell’angusta lavanderia, oppure io che all’improvviso ero diventato “grande”, pari agli adulti, complice del loro gioco. A quel punto sapevo già dire qualcosa di più delle quattro parole d’italiano e riuscivo anche a capire meglio. Imparai, tra l’altro, alcune parole di una canzone canticchiata da Mario, nella quale si parlava di Lugano: Addio Lugano bella… Ma dov’era Lugano? Che città meravigliosa era mai quella cantata dal mio “amico segreto”?
Non ricordo bene quanto tempo durarono quei nostri incontri. Ripensandoci, a volte mi pare che si protrassero a lungo, altre volte che passarono presto. Un giorno Mario mi spiegò che desiderava incontrare di nuovo mio zio, voleva parlargli. Mio zio aveva evitato la chiamata al fronte per una ferita alla gamba, che gli era valsa la destinazione a non so quali lavori nelle “retrovie”, a compiti sulla cui natura non osavamo chiedergli spiegazioni. S’incontrarono quella stessa sera, senza di me. L’indomani Mario sparì.
Mi sentivo triste, abbattuto. Perchè non mi aveva avvertito? Come ha potuto? Gli scrissi una lettera piena di rimproveri, ma non sapevo a quale indirizzo spedirla. Mia madre mi disse che dovevo gettarla nel fuoco, distruggerla, “per non farla trovare”, per evitare guai. Perchè, aggiunse, “Mario ha raggiunto il bosco”. E questo, a quell’epoca, significava che si era unito ai partigiani.
La guerra continuò. Continuarono anche le nostre tribolazioni, ma ormai ci eravamo abituati. I parenti che vivevano in campagna ci portavano ogni tanto quel poco di cibo che bastava a tenerci in vita. Vendemmo tutto ciò che si poteva vendere. C’indebitammo.
Trascorrevo tutto il tempo libero a suonare su un vecchio pianoforte, sognando di diventare un pianista famoso e guadagnare, così, un sacco di quattrini, tanti da poter pagare i debiti, rimettere a posto i denti della mamma, sfamare tutti i bambini della città. Mi innamorai di una giovane suora che mi dava lezioni gratuite di piano, avevo già dodici anni.
Si attendeva da un giorno all’altro che la guerra finisse. Ogni sera ascoltavamo Radio Londra. A Napoli c’erano già gli alleati. I russi si avvicinavano ormai ai confini del nostro Paese e proprio da loro mi attendevo il miracolo: ero sicuro di trovare fra i soldati russi, quando sarebbero arrivati da noi, qualcuno dei parenti di mio padre che fino ad allora non eravamo riusciti a conoscere. Un parente che sicuramente aveva una bella voce per cantare. Gli davo i nomi che trovai nella letteratura russa che cominciavo a leggere in lingua: Anatolij, Serghej, Vsevolod.
Il 13 febbraio 1945 finalmente Mostar venne liberata. In città entrarono i partigiani. In mezzo a loro c’erano numerosi combattenti italiani sparsi tra le varie brigate. C’era anche un intero battaglione chiamato Garibaldi. La sera di quel lungo e freddo giorno di febbraio qualcuno tornò a bussare alla porta della nostra casa. Il cuore mi salì in gola. Dal suono o meglio dalla cadenza e dall’intensità di quel bussare riconobbi qualcosa che già avevo sentito. Era il bussare di una mano familiare.
“Sono Mario”.
Era tornato! Mi abbracciò, mi piantò sulle sue ginocchia. Rimase con noi non so quanto nella gelida stanza della nostra casa. “Tornerò domani”, s’accomiatò. E venne ogni giorno, per tre o quattro settimane, fino a quando il suo battaglione rimase in città. Tornò ad aiutarci. Le navi alleate avevano cominciato a gettare le ancore nel porto di Dubrovnik, sbarcando armi, munizioni e viveri per l’esercito partigiano e per la popolazione. Sui pacchi degli aiuti stava scritto UNRRA. Ancora ricordo com’erano fatti. C’era di tutto in quei pacchi, dal vestiario alla cioccolata. Aspettavamo l’arrivo di Mario ogni giorno verso mezzogiorno, chiedendoci che cosa ci avrebbe portato.
Ma la guerra non era finita. I partigiani si accingevano a sfondare le linee tedesche per proseguire la marcia verso il nord del Paese. All’inizio di aprile, liberarono Sarajevo. Nel corso della primavera – l’ultima primavera di guerra – se ne andò anche Mario per partecipare alle operazioni finali. “Tornerò”, disse nella nostra lingua: “Vratit ću se!”.
Non tornò.
Non riuscimmo a sapere più nulla di lui. Le ultime operazioni belliche impegnarono l’esercito in scontri durissimi: i partigiani erano abituati alla guerriglia, non alla guerra frontale. Molti persero la vita in quelle battaglie di aprile e nei primi giorni di maggio. Se avesse potuto, Mario sarebbe certamente tornato.
Sapeva che io lo aspettavo.
Ma non tornò.
La storia che ho voluto raccontare, tuttavia, non è ancora terminata. La guerra lasciò irrisolti molti problemi su un territorio verso il quale la grande Storia non è stata molto tenera. Mi avviai agli studi superiori, ma non a quelli di musica: m’iscrissi al quadriennio di lingue e letterature romanze a Sarajevo; presi a studiare seriamente anche l’italiano. A causa dell’insonnia e della depressione – disturbi cominciati probabilmente con le notti passate in bianco durante la guerra – fui costretto a lasciare i libri. Nel frattempo mi chiamarono alla leva militare. La naia mi toccò nel periodo peggiore: era scoppiata la cosiddetta “crisi di Trieste”, che minacciava di trasformarsi in una nuova guerra. Dalla caserma di Zemun, presso Belgrado, dove si trovava il mio battaglione, fui trasferito sul monte Platak che domina la città di Rijeka/Fiume. In quella regione di frontiera il nostro addestramento militare, con tiri, finte battaglie e lunghe marce, continuò giorno dopo giorno, nelle ore mattutine e in quelle pomeridiane. Eravamo pronti a intervenire nel vicino Territorio di Trieste suddiviso nelle Zone A e B. Le marce si protraevano per diverse ore, cadevamo a terra per la stanchezza; correvamo all’assalto di immaginari fortini e trincee nemiche, eseguendo gli ordini, sparando e urlando “hurrah”. Gli allarmi si ripetevano ogni notte, lasciandoci poche ore di sonno. Servivano a tenerci pronti a qualsiasi evenienza. “Sveglia! Il nemico non dorme!”, urlavano gli ufficiali di picchetto, ma non dormivo neppure io. Anche dall’altra parte del confine le giovani reclute italiane si preparavano alla resa dei conti con “sti slavi”, anche loro si addestravano, marciavano, correvano all’assalto, sparavano contro di noi con tutte le armi. Mi tormentava un pensiero: “E se Mario avesse un figlio e quel ragazzo fosse dall’altra parte del confine? Se scoppiasse la vera guerra e lo colpissi?”. Mi consolavo pensando al fatto che ero un cattivo tiratore, avrei certamente mancato il bersaglio. Anche oggi, quando in Italia incontro qualche mio coetaneo, mi chiedo se non sia stato in mezzo a coloro che io avrei dovuto uccidere o che avrebbero potuto uccidere me.
Una sera, alla periferia di Fiume, sentii tre ragazzi e una ragazza che, seduti in disparte, cantavano in italiano la canzone Vola, colomba bianca vola… Cantavano sottovoce, con nostalgia, ma anche con una punta di orgoglio. Quando scorsero il soldato che si avvicinava – ero io – se la diedero a gambe. Non riuscivo a credere ai miei occhi: c’è qualcuno che fugge alla mia vista, cioè al cospetto di un ragazzo pallido e nervoso, studente universitario senza laurea, figlio di un emigrato di Odessa, “amico di Mario”!
Ben presto mi fu raccontata la storia dell’esodo dei nostri italiani dalle terre istroquarnerine. Venni a conoscere anche l’altra storia, quella dei massacri compiuti dalle Camicie nere in Dalmazia e in Montenegro durante l’occupazione. Non riuscivo a credere o non volevo credere né all’una né all’altra, eppure sentivo e intuivo che in entrambe c’era del vero. Fu così che divenni anch’io un componente della minoranza, non soltanto nazionale o politica, ma della minoranza in assoluto. Ignoravo dove la cosa mi avrebbe portato. Forse non soltanto nella letteratura.
Qualche anno più tardi, avendo conosciuto non pochi intellettuali della minoranza italiana del territorio istro-quarnerino, mi fu più facile capire i problemi di quegli italiani esuli e di quelli “rimasti con noi” e talvolta dimenticati dai loro connazionali. Era possibile collaborare con q uel piccolo “popolo d’Italia” nella Jugoslavia che non era ancora “ex”: ricordo in questa occasione Giacomo, Eros, Nelida, Lucio, Alessandro, Claudio e altri amici che conobbi prima di arrivare nella patria di Mario.
©Infinito edizioni 2010 – Si consente l’uso libero di questo materiale citando chiaramente la fonte
Di Giacomo Scotti, poeta, narratore e favolista, instancabile ricercatore, pubblicista e traduttore in italiano di non so quante opere letterarie nostre e dall’italiano nella nostra lingua, ho già scritto in diverse occasioni. La sua energia e i risultati letterari da essa scaturiti suscitano il mio profondo rispetto e alimentano la nostra pluriennale amicizia.
Ambedue siamo venuti a trovarci spesso in situazioni non proprio piacevoli, che io definisco come posizioni “fra il tradimento e l’offesa”. Negli ambienti plurinazionali nei quali abbiamo operato per lunghissimi anni – Giacomo Scotti a Fiume, nel Quarnero, in Istria e a Trieste, a tutela e nelle file della comunità italiana, io nella Jugoslavia multietnica e soprattutto nella Croazia in cui ho vissuto e nella Bosnia-Erzegovina dove sono nato – qualsiasi parola critica indirizzata alla propria comunità nazionale, maggioritaria o minoritaria che sia, viene interpretata sovente come un tradimento, mentre la critica rivolta a un esponente di un’altra cerchia o di un’altra nazione è vista e respinta come un’offesa. Queste reazioni restringono lo spazio della parola critica, lo trasformano via via in una fenditura sempre più stretta, nella quale il significato della stessa critica si esaurisce, si perde.
Più volte mi è capitato di prendere le difese di Scotti e del suo diritto alla “critica di tutto l’esistente” come essa veniva definita dalla sinistra nell’ex Jugoslavia. Scotti non mi è rimasto debitore, venendomi in aiuto soprattutto quando, dopo essere emigrato in Francia, andai a vivere in Italia in volontario esilio. Ci eravamo dati reciprocamente la mano già mezzo secolo addietro.
Il bosco dopo il mare, il libro di Scotti sugli Italiani che passarono nelle file partigiane nei Balcani, un terreno nel quale l’autore scava con ottimi risultati sin dagli inizi degli anni Sessanta del secolo da poco tramontato, ha lasciato in me una profonda impressione, mi ha commosso. Ha ridestato i ricordi di un tempo che segnò la mia tarda infanzia e la mia prima giovinezza, vissute nella nativa Mostar occupata dall’esercito italiano. Perciò, invece di ricorrere a un discorsetto d’occasione e di scrivere parole di elogio, di ammirazione sulla vita e sull’opera di una persona come solitamente si usa in occasione degli anniversari – e Scotti ha appena festeggiato gli 80 anni di vita e i 60 di una feconda scrittura senza aver perso la freschezza intellettuale e tanto meno l’entusiasmo creativo – mi sembra più appropriato dedicargli un brano della mia biografia molto strettamente legato all’Italia e a questo nuovo racconto partigiano di Scotti, nel quale il narratore e il ricercatore/storico si confondono. Il brano è intitolato Mario, e Mario è in qualche maniera il parente più prossimo, forse un fratello, sia per Giacomo che per me, ma soprattutto per il protagonista principale – Clemente Vavassori – del libro di Scotti.
A volte, sia in Jugoslavia che in Italia, si è evitato di parlare dei “garibaldini”, come noi chiamavamo quei soldati italiani che, disertando l’esercito occupatore di Mussolini, scelsero di entrare nelle file della Resistenza antifascista jugoslava, nelle file dell’esercito partigiano di Tito. Riproporre nuovamente questo tema oggi, quando anche in Italia varie mitologie del passato cercano di ribaltare e stravolgere la realtà storica, mi sembra giustificato e opportuno.
* * *
Si tratta di alcuni episodi di un tempo lontano, che influirono fra l’altro sul mio rapporto con l’Italia. Senza di loro, forse, non mi sarei deciso a stabilirmi in questo Paese emigrando dall’ex Jugoslavia in guerra. La mia testimonianza potrebbe essere intitolata Come ho conosciuto l’italiano. Il ragazzino di allora non distingueva “un italiano” dall’italiano in genere.
Era primavera, primi giorni di aprile. Allora cominciò la guerra nel nostro Paese. Ricordo uno strano contrasto: da una parte le giornate luminose e serene, dall’altra i volti scuri e preoccupati. Nel cielo volavano aerei e sganciavano bombe sulla città dove vivevo con mia madre e una sorellina. Mio padre era stato mobilitato nell’esercito e mandato al fronte. All’epoca, nel 1941, non conoscevo neppure il significato della parola fronte, né sapevo dove potesse trovarsi.
A Mostar ci sono diversi ponti sul fiume, tra questi lo Stari Most (il ponte vecchio), che dà il nome alla città. Vi correvo quasi ogni giorno per osservare la Neretva che continuava a scorrere, come aveva sempre fatto, come scorre tuttora. Guardavo nell’acqua e, nell’aria, i gabbiani che venivano dal mare per posarsi accanto a me sul parapetto in pietra. In Erzegovina ci sono più pietre che terra. E la vita è dura.
La nostra città fu occupata dalle truppe italiane. Guardavo quei soldati con sospetto e timore. Il primo che incontrai aveva in testa un elmetto dal quale scendeva un ciuffo di penne: sentii che quei soldati con svolazzanti piume di gallo erano chiamati bersaglieri. Ne fui spaventato, avevo appena compiuto otto anni. Mi parve che fosse mio dovere proteggere la famiglia, essendo “l’unico maschio di casa”. Soprattutto difendere mia sorella, di alcuni anni più piccola di me. Divenni, ai miei stessi occhi, il suo protettore. Mi sentivo molto più adulto, più grande della mia età. La sera, prima di addormentarmi, pregavo con sincero ardore. Smisi di giocare. Evitavo d’incontrare i compagni di giochi. Avevo un cagnolino bianco che si chiamava Buška, divenne il mio migliore amico. Soffrivo nel vedere mia madre costretta a faticare tutta la giornata fuori casa. Era ancora giovane e bella, per me la più bella madre del mondo. Diventavo geloso quando si fermava a parlare con qualcuno: “Andiamo via, su!”, la tiravo per la gonna.
Mio padre non ci dava notizie; presto venimmo a sapere che era finito in un campo di lavori forzati, in qualche parte della lontana Germania. Avevano scoperto che era nato a Odessa e questo bastò per sbatterlo nel lager. Cominciai a scrivergli lettere, le spedivo a un indirizzo che, accanto al nome e al cognome, comprendeva soltanto due parole: “lager” e “Deutchland”. Nella mia innocenza pensavo che i postini sapessero certamente dove si trovava mio padre. Fu così che cominciai a scrivere. Talvolta, ripensandoci, ho l’impressione di non aver fatto altro che scrivere lettere per tutta la vita. Spesso spedite a indirizzi sbagliati…
Eravamo privi di tutto: mancavano il pane e il vestiario, la legna e il carbone per scaldarsi. Mia sorella si faceva sempre più pallida col passare dei giorni. La prese in cura un anziano dottore che da poco era riuscito a fuggire dalla “zona di occupazione” tedesca in Croazia trovando rifugio nella “zona italiana”, dove gli ebrei – e lui era un ebreo – si sentivano più sicuri. Il dottor Jungwiert – così si chiamava, ricordo bene il suo nome – pronunciò un giorno una parola che al solo sentirla mi gelò il sangue nelle vene: “Tubercolosi”. C’era un solo rimedio, spiegò: “Bisogna nutrirla bene”. E con cosa, dottore?
Poi successe qualcosa di peggio: nostra madre tornò dal lavoro con alcuni denti in meno. L’unica merce che si poteva vendere o scambiare per procurarsi dei generi alimentari era l’oro. Mia madre aveva alcuni denti d’oro e se li era fatti estrarre per venderli in cambio di cibo. Ma non bastarono. Tutto quello che era stato comprato fu ben presto consumato. E mia sorella non era ancora guarita.
Qui comincia appunto la storia che voglio raccontare.
Nelle vicinanze della nostra abitazione si trovava una caserma nella quale si sistemarono i soldati italiani. Cercavo di non badarci. Giravo alla larga per non incontrarli, la loro presenza mi era sgradita. Ma un giorno mia madre m’incoraggiò: “È gente che canta. Alcuni pregano pure, certamente ci sono delle brave persone anche fra di loro”. Mi suggerì di avvicinarmi a quei soldati per pregare qualcuno di loro di darci un po’ di riso per la mia piccola sorella. Imparai alcune parole italiane: dare, riso, sorellina, malata. Passai accanto a un soldato, poi a un secondo e a un terzo, farfugliando quelle parole, ma nessuno alzò gli occhi su di me. Probabilmente pensarono che fossi un mendicante. Il primo suonava l’armonica a bocca, il secondo guardava delle fotografie, il terzo era semplicemente immerso nei suoi pensieri. Fermatomi davanti al terzo, pronunciai per la seconda volta le quattro parole imparate a memoria, stavolta spiccicando meglio le sillabe. Mancavano le preposizioni, il verbo non era coniugato. La grammatica era assente ma speravo d’essere capito. Il soldato, infatti, trasalì, mi guardò, mi accarezzò i capelli, disse qualcosa che non capivo. Compresi però di essere di fronte a un uomo mite. Mi fece segno di aspettare, mi avrebbe portato qualcosa.
Tornò presto con una piccola gavetta militare, di color verde, con il coperchio di latta zincata. Il recipiente era pieno di riso cotto e condito. Non lo assaggiai nemmeno, portai subito tutto a casa. Tornai davanti alla caserma l’indomani, ci tornai anche dopodomani, e poi ogni giorno, per farmi riempire la gavetta con la minestra di riso.
Mia sorella, cibandosi di quel rancio militare, prese a star meglio. Ecco, conobbi così “l’italiano”, un soldato che si chiamava Mario. E questa fu la più bella storia in una triste infanzia.
Nell’autunno del Quarantatrè l’esercito italiano in Erzegovina e negli altri territori occupati cessò di combattere. I soldati fuggirono da varie parti, si dispersero. Alcuni passarono nelle file partigiane, altri si arresero ai tedeschi e finirono nello Stalag. Oppure furono trasferiti forzosamente sul fronte orientale, verso l’inverno russo che i giovani mediterranei non sopportavano; altri ancora vagarono qua e là per sfuggire alla cattura, decisi a raggiungere la costa adriatica, mettere le mani su qualche trabaccolo e passare sulla sponda opposta. Tornare a casa. A quell’epoca avevo ormai compiuto undici anni e mi rendevo conto di quello che stava succedendo.
Una sera, sul tardi, qualcuno bussò alla porta della nostra abitazione. Chi è?
“Mario”.
Entrò in casa silenzioso e guardingo. A mio zio, che si trovava nel corridoio d’ingresso, rivolse alcune parole: il soldato cercava un rifugio, una salvezza. Dietro la nostra casa c'era un piccolo locale che serviva da lavanderia. Lo sistemammo “provvisoriamente” in quel vano. Ma trepidavamo per lui e per noi stessi, nel timore che potessero scoprirlo. Ogni giorno, verso l’ora di pranzo, di nascosto, portavo a Mario una parte del poco cibo che noi si riusciva a trovare. Glielo portavo nella stessa gavetta verde che proprio lui mi aveva dato. Non so chi di noi due attendesse con maggior ansia quell’incontro: Mario che rimaneva per l’intero giorno solo e inquieto nell’angusta lavanderia, oppure io che all’improvviso ero diventato “grande”, pari agli adulti, complice del loro gioco. A quel punto sapevo già dire qualcosa di più delle quattro parole d’italiano e riuscivo anche a capire meglio. Imparai, tra l’altro, alcune parole di una canzone canticchiata da Mario, nella quale si parlava di Lugano: Addio Lugano bella… Ma dov’era Lugano? Che città meravigliosa era mai quella cantata dal mio “amico segreto”?
Non ricordo bene quanto tempo durarono quei nostri incontri. Ripensandoci, a volte mi pare che si protrassero a lungo, altre volte che passarono presto. Un giorno Mario mi spiegò che desiderava incontrare di nuovo mio zio, voleva parlargli. Mio zio aveva evitato la chiamata al fronte per una ferita alla gamba, che gli era valsa la destinazione a non so quali lavori nelle “retrovie”, a compiti sulla cui natura non osavamo chiedergli spiegazioni. S’incontrarono quella stessa sera, senza di me. L’indomani Mario sparì.
Mi sentivo triste, abbattuto. Perchè non mi aveva avvertito? Come ha potuto? Gli scrissi una lettera piena di rimproveri, ma non sapevo a quale indirizzo spedirla. Mia madre mi disse che dovevo gettarla nel fuoco, distruggerla, “per non farla trovare”, per evitare guai. Perchè, aggiunse, “Mario ha raggiunto il bosco”. E questo, a quell’epoca, significava che si era unito ai partigiani.
La guerra continuò. Continuarono anche le nostre tribolazioni, ma ormai ci eravamo abituati. I parenti che vivevano in campagna ci portavano ogni tanto quel poco di cibo che bastava a tenerci in vita. Vendemmo tutto ciò che si poteva vendere. C’indebitammo.
Trascorrevo tutto il tempo libero a suonare su un vecchio pianoforte, sognando di diventare un pianista famoso e guadagnare, così, un sacco di quattrini, tanti da poter pagare i debiti, rimettere a posto i denti della mamma, sfamare tutti i bambini della città. Mi innamorai di una giovane suora che mi dava lezioni gratuite di piano, avevo già dodici anni.
Si attendeva da un giorno all’altro che la guerra finisse. Ogni sera ascoltavamo Radio Londra. A Napoli c’erano già gli alleati. I russi si avvicinavano ormai ai confini del nostro Paese e proprio da loro mi attendevo il miracolo: ero sicuro di trovare fra i soldati russi, quando sarebbero arrivati da noi, qualcuno dei parenti di mio padre che fino ad allora non eravamo riusciti a conoscere. Un parente che sicuramente aveva una bella voce per cantare. Gli davo i nomi che trovai nella letteratura russa che cominciavo a leggere in lingua: Anatolij, Serghej, Vsevolod.
Il 13 febbraio 1945 finalmente Mostar venne liberata. In città entrarono i partigiani. In mezzo a loro c’erano numerosi combattenti italiani sparsi tra le varie brigate. C’era anche un intero battaglione chiamato Garibaldi. La sera di quel lungo e freddo giorno di febbraio qualcuno tornò a bussare alla porta della nostra casa. Il cuore mi salì in gola. Dal suono o meglio dalla cadenza e dall’intensità di quel bussare riconobbi qualcosa che già avevo sentito. Era il bussare di una mano familiare.
“Sono Mario”.
Era tornato! Mi abbracciò, mi piantò sulle sue ginocchia. Rimase con noi non so quanto nella gelida stanza della nostra casa. “Tornerò domani”, s’accomiatò. E venne ogni giorno, per tre o quattro settimane, fino a quando il suo battaglione rimase in città. Tornò ad aiutarci. Le navi alleate avevano cominciato a gettare le ancore nel porto di Dubrovnik, sbarcando armi, munizioni e viveri per l’esercito partigiano e per la popolazione. Sui pacchi degli aiuti stava scritto UNRRA. Ancora ricordo com’erano fatti. C’era di tutto in quei pacchi, dal vestiario alla cioccolata. Aspettavamo l’arrivo di Mario ogni giorno verso mezzogiorno, chiedendoci che cosa ci avrebbe portato.
Ma la guerra non era finita. I partigiani si accingevano a sfondare le linee tedesche per proseguire la marcia verso il nord del Paese. All’inizio di aprile, liberarono Sarajevo. Nel corso della primavera – l’ultima primavera di guerra – se ne andò anche Mario per partecipare alle operazioni finali. “Tornerò”, disse nella nostra lingua: “Vratit ću se!”.
Non tornò.
Non riuscimmo a sapere più nulla di lui. Le ultime operazioni belliche impegnarono l’esercito in scontri durissimi: i partigiani erano abituati alla guerriglia, non alla guerra frontale. Molti persero la vita in quelle battaglie di aprile e nei primi giorni di maggio. Se avesse potuto, Mario sarebbe certamente tornato.
Sapeva che io lo aspettavo.
Ma non tornò.
La storia che ho voluto raccontare, tuttavia, non è ancora terminata. La guerra lasciò irrisolti molti problemi su un territorio verso il quale la grande Storia non è stata molto tenera. Mi avviai agli studi superiori, ma non a quelli di musica: m’iscrissi al quadriennio di lingue e letterature romanze a Sarajevo; presi a studiare seriamente anche l’italiano. A causa dell’insonnia e della depressione – disturbi cominciati probabilmente con le notti passate in bianco durante la guerra – fui costretto a lasciare i libri. Nel frattempo mi chiamarono alla leva militare. La naia mi toccò nel periodo peggiore: era scoppiata la cosiddetta “crisi di Trieste”, che minacciava di trasformarsi in una nuova guerra. Dalla caserma di Zemun, presso Belgrado, dove si trovava il mio battaglione, fui trasferito sul monte Platak che domina la città di Rijeka/Fiume. In quella regione di frontiera il nostro addestramento militare, con tiri, finte battaglie e lunghe marce, continuò giorno dopo giorno, nelle ore mattutine e in quelle pomeridiane. Eravamo pronti a intervenire nel vicino Territorio di Trieste suddiviso nelle Zone A e B. Le marce si protraevano per diverse ore, cadevamo a terra per la stanchezza; correvamo all’assalto di immaginari fortini e trincee nemiche, eseguendo gli ordini, sparando e urlando “hurrah”. Gli allarmi si ripetevano ogni notte, lasciandoci poche ore di sonno. Servivano a tenerci pronti a qualsiasi evenienza. “Sveglia! Il nemico non dorme!”, urlavano gli ufficiali di picchetto, ma non dormivo neppure io. Anche dall’altra parte del confine le giovani reclute italiane si preparavano alla resa dei conti con “sti slavi”, anche loro si addestravano, marciavano, correvano all’assalto, sparavano contro di noi con tutte le armi. Mi tormentava un pensiero: “E se Mario avesse un figlio e quel ragazzo fosse dall’altra parte del confine? Se scoppiasse la vera guerra e lo colpissi?”. Mi consolavo pensando al fatto che ero un cattivo tiratore, avrei certamente mancato il bersaglio. Anche oggi, quando in Italia incontro qualche mio coetaneo, mi chiedo se non sia stato in mezzo a coloro che io avrei dovuto uccidere o che avrebbero potuto uccidere me.
Una sera, alla periferia di Fiume, sentii tre ragazzi e una ragazza che, seduti in disparte, cantavano in italiano la canzone Vola, colomba bianca vola… Cantavano sottovoce, con nostalgia, ma anche con una punta di orgoglio. Quando scorsero il soldato che si avvicinava – ero io – se la diedero a gambe. Non riuscivo a credere ai miei occhi: c’è qualcuno che fugge alla mia vista, cioè al cospetto di un ragazzo pallido e nervoso, studente universitario senza laurea, figlio di un emigrato di Odessa, “amico di Mario”!
Ben presto mi fu raccontata la storia dell’esodo dei nostri italiani dalle terre istroquarnerine. Venni a conoscere anche l’altra storia, quella dei massacri compiuti dalle Camicie nere in Dalmazia e in Montenegro durante l’occupazione. Non riuscivo a credere o non volevo credere né all’una né all’altra, eppure sentivo e intuivo che in entrambe c’era del vero. Fu così che divenni anch’io un componente della minoranza, non soltanto nazionale o politica, ma della minoranza in assoluto. Ignoravo dove la cosa mi avrebbe portato. Forse non soltanto nella letteratura.
Qualche anno più tardi, avendo conosciuto non pochi intellettuali della minoranza italiana del territorio istro-quarnerino, mi fu più facile capire i problemi di quegli italiani esuli e di quelli “rimasti con noi” e talvolta dimenticati dai loro connazionali. Era possibile collaborare con q uel piccolo “popolo d’Italia” nella Jugoslavia che non era ancora “ex”: ricordo in questa occasione Giacomo, Eros, Nelida, Lucio, Alessandro, Claudio e altri amici che conobbi prima di arrivare nella patria di Mario.
©Infinito edizioni 2010 – Si consente l’uso libero di questo materiale citando chiaramente la fonte
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