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lunedì 20 ottobre 2014

LA BOSNIA ERZEGOVINA DOPO LE ELEZIONI: MOLTA DELUSIONE, NESSUN PASSO AVANTI

Di Marina Szikora
Il risultato delle elezioni del 12 ottobre in Bosnia Erzegovina desta poca speranza nella possibilita' di miglioramento della situazione economica e politica in Paese. Cosi' aveva prospettato nel suo commento Benjamin Pargan, redattore della edizione della Deutsche Welle in lingua bosniaca in vista delle elezioni politiche. Ed era tra i molti a pensarlo cosi'. I risultati post elettorali non hanno dato i numeri per contestarlo.

Le elezioni dello scorso 12 ottobre hanno riguardato tutti livelli del potere: la presidenza tripartita a rotazione della Bosnia Erzegovina, il Parlamento centrale, il Parlamento della Federazione di Bosnia Erzegovina (l' entita' a maggioranza bosgnacca e croata), il presidente e il vicepresidente della Republika Srpska (l'entita' a maggioranza serba), il Parlamento popolare della Republika Srpska e il Parlamento dei Cantoni della Federazione. Alle elezioni hanno partecipato in tutto 98 soggetti politici, vale a dire 50 partiti, 24 coalizioni e 24 candidati indipendenti. Sono stati precedentemente registrati 3.278.908 aventi voto e secondo i dati della Commissione elettorale centrale elettorale (Cik), sono stati accreditati circa 50.000 rappresentanti di lista dei soggetti politici concorrenti e 5.760 osservatori internazionali e di organizzazioni non governative. Secondo la CIK, tra le irregolarita' rilevate c'è stata, tra l'altro, la presenza nei registri degli aventi diritto al voto di persone morte prima della chiusura delle liste. Su questo fatto la Cik chiedera' un rapporto all'Agenzia nazionale per l'identificazione dei documenti e lo scambio di dati.

“Una collezione assurda delle anomalie politiche in combinazione con una lunga lista di fenomeni sociologici ben lontani da ogni logica e ragione. Cosi' in parole povere il resoconto delle elezioni nel paese con una sistema politico complicatissimo e assolutamente inefficace in tutta l'Europa”, commenta la Deutsche Welle tedesca e indica che ad esempio i classici temi economici durante la campagna elettorale avevano un ruolo secondario. Anche se i piu' importanti parametri dello sviluppo economico sono catastrofici. Va detto che il numero di disoccupati e' tra gli allucinanti 50 e 70 per cento, dipendentemente dalle fonti statistiche. Investimenti diretti dall'estero sono da anni ad un livello molto basso e gli investitori potenziali sono maggiormente preoccupati a causa del governo inefficace e corrotto, mentre l'infrastruttura non e' per niente sviluppata. La DW precisa che nonostante queste emergenze reali del paese, i politici di tutti i gruppi etnici durante la campagna elettorale avevano giocato sulla solita carta etnopolitica riuscendo cosi' a girare l'attenzione dei cittadini sui temi che anche alle precedenti elezioni si sono dimostrati soltanto come un'arma letale della retorica nazionalista. In effetti, si commenta, si tratta di lotte insensate ed inutili tra i gruppi etnici.

Purtroppo, un'altra volta cosi'. E la DW si giustifica affermando che proprio per questi motivi, i cittadini aventi voto della Bosnia devono accettare certe critiche. L'ingenuita' politica, un nazionalismo accecato, insufficiente comprensione dei processi democratici sono soltanto alcune di queste critiche e sono del tutto giustificate. Dopo queste elezioni, si afferma, la maggior parte degli elettori sono diventati complici di una tale casta politica. Perche' in sostanza, le elezioni sono trascorse liberamente, la popolazione aveva l'occasione di informarsi sufficientemente e di scegliere liberamente. Tuttavia non sarebbe giusto addossare la colpa soltanto agli elettori per la stagnazione che adesso e' stata confermata anche ufficialmente e democraticamente, conclude la DW.

Il commento del 'Tageszeitung' di Berlino e' invece che l'Unione Europea e' stata sconfitta nel suo stesso protettorato. In una delle analisi molto dure della stampa tedesca sulle elezioni in Bosnia Erzegovina si afferma che e' l'UE, e non il corpo elettorale, colpevole per il fatto che non vi e' progresso. 'Tageszeitung' scrive che la Bosnia adesso e' piu' lontana dall'Europa come mai prima. Non ci sono le riforme politiche ed economiche necessarie e aggiunge che la realta' bosniaca e' triste:  nel paese ci sono piu' politici che in qualsiasi altro paese dell'Europa. Si osserva che l'amministrazione statale e' corrotta e funziona minimamente, e siccome vi e' una quasi totale disindustrializzazione, non si puo' parlare nemmeno di economia in termini veri e propri. L'UE non e' soltanto un partner commerciale della Bosnia Erzegovina, anche la politica della Bosnia si decide a Bruxelles, afferma il 'Tageszeitung'.

Il giornale svizzero 'Neue Züricher Zeitung' osserva che i rappresentanti di tre gruppi etnici seguono gli obbiettivi che sono diametralmente opposti: mentre i bosgnacchi si impegnano per il rafforzamento delle istituzioni statali, i serbi non cedono al diritto all'autonomia. I croati tendono invece alla formazione di una terza entita'. Paragonata con la Croazia che dal luglio 2013 e' stato membro dell'UE e con la Serbia che a gennaio di quest'anno ha iniziato i negoziati di adesione, la Bosnia sta sempre di piu' indietro. Il Fondo monetario internazionale a causa della mancanza di riforme nel sanare il bilancio ha sospeso il suo programma di aiuti. L'isolamento della Bosnia in tutti i settori continua” conclude 'Neue Züricher Zeitung'.

Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 19 ottobre a Radio Radicale

giovedì 15 maggio 2014

IL NEO PREMIER SERBO SCEGLIE SARAJEVO PER IL PRIMO VIAGGIO ALL'ESTERO

Il premier serbo Vucic e quello bosniaco Bevanda
Di Marina Szikora
“Sono arrivato in visita in Bosnia Erzegovina come amico e come rappresentante di un paese che rispetta l'integrita' territoriale e la sovranita' e vuole che i due paesi collaborino con successo”: queste le parole del neo premier serbo Aleksandar Vučić, arrivato martedi' a Sarajevo, sua prima visita ufficiale in veste di nuovo premier della Serbia. Vučić ha detto che la Serbia e la Bosnia Erzegovina sono i partner piu' importanti. Giunto a Sarajevo su invito del presidente del Consiglio dei ministri, Vjekoslav Bevanda, Vučić ha illustrato l'interesse della Serbia per la Bosnia con la costante crescita dello scambio commerciale tra i due paesi. Il premier serbo ha aggiunto che la Serbia si aspetta dalla Bosnia l'eliminazione delle norme discriminatorie relative all'importazione di bevande, vino e tabacco trinciato e ha ricordato che la Serbia dal 2012 ha investito in Bosnia 842,4 milioni di euro.

C'e' da dire che una parte dei media in Bosnia Erzegovina ha accolto l'annuncio della visita di Vučić con estrema riservatezza ricordando il suo passato al tempo della guerra ,come ad esempio le dichiarazioni in cui invitava all'uccisione dei musulmani. Hanno avvertito inoltre che sulle pagine web del Partito serbo del progresso di cui Vučić e' il leader, ancora pochi giorni fa c'erano documenti programmatici in cui si annunciava la possibilita' dell'unificazione della Serbia e con la Republika Srpska, l'entita' a maggioranza serba della Bosnia. Cosi' alcuni media bosniaci ricordano che soltanto dall'inizio di questa settimana e' stata tolta la parte del programma dello scorso febbraio in cui di diceva che “l'avvicinamento politico e l'unita' economica con la RS rappresenta una politica reale che nel futuro, in modo pacifico e rispettando la volonta' del popolo, creera' le condizioni per formare uno stato comune e unitario del popolo serbo e di tutti gli altri cittadini che vivono sul territorio della Serbia e della RS”.

Adesso comunque, per voce del nuovo premier, abbiamo potuto sentire dichiarazioni di tutt'altro tipo. In vista del suo viaggio a Sarajevo, Vučić ha dichiarato che in Serbia non esiste odio verso i vicini e ha sottolineato che la Serbia appoggia l'integrita' della Bosnia: “Io sono serbo, amo la Serbia, ma rispetto, apprezzo e auguro molto successo alla Bosnia. Voglio che la Bosnia sia amica della Serbia e voglio che lo senta ogni bosgnacco e ogni croato come vorrei che ogni serbo della Serbia abbia questo tipo di sentimento verso la Bosnia”, ha detto Vučić in una intervista all'emittente Al Jazeera Balkans. Il premier serbo ha smentito le affermazioni di alcuni media di Sarajevo secondo i quali nel programma del suo partito si indica come obiettivo la formazione di uno stato unitario tra Serbia e Republika Srpska di Bosnia. Vucic ha valutato che nel futuro i conflitti non saranno possibili e ha rilevato che in Serbia non vi e' piu' l'odio verso i vicini e che il costante guardare al passato puo' fare soltanto dei danni a tutti.

Il premier della Bosnia Erzegovina, Vjekoslav Bevanda, da parte sua ha valutato i suoi colloqui con Vučić e con i suoi collaboratori come colloqui di “profondo rispetto, ma senza complessi e con molte cose concrete”. “La collaborazione regionale innanzitutto”, ha detto Bevanda esprimendo l'aspettativa “che ci sara' una collaborazione economica piu' concreta tra i due paesi”, aggiungendo che presto verra' deciso se una seduta congiunta dei due esecutivi verra' fissata prima delle elezioni parlamentari in Bosnia, previste per il prossimo ottobre. Bevanda ha precisato che la definizione dei confini tra i due stati e la secessione della RS restano questioni aperte che devono essere risolte nel futuro: “Noi abbiamo bisogno di comprensione e rispetto, quanto in tutto questo ci sara' amore, a ognuno di noi la scelta”, ha detto Bevanda. Secondo il quotidiano di Belgrado 'Blic' i cittadini di Sarajevo hanno accolto favorevolmente la prima visita ufficiale del premier Vučić nel loro paese perche', come dicono, approvano il dialogo dei due stati, la pace e la normalizzazione delle relazioni personali.

La delegazione serba guidata dal premier Aleksandar Vučić ha incontrato anche i rappresentanti dell'Assemblea parlamentare della Bosnia Erzegovina. Božo Ljubić, primo vicepresidente della Camera, ha detto di apprezzare particolarmente il fatto che il nuovo premier serbo ha scelto la Bosnia come prima destinazione all'estero dopo la recente vittoria alle elezioni e dopo aver assunto l'incarico di premier. “Questo ci dice quanto la Bosnia sia importante per la Serbia come partner e come vicino. Tema principale dei nostri colloqui, oltre alle questioni politiche aperte, e' stata la futura collaborazione sul cammino europeo perche' la prospettiva europea e' comune ad entrambi i paesi” ha detto Ljubić a fine incontro esprimendo speranza che la Serbia appoggera' il cammino europeo della Bosnia Erzegovina.

Durante l'incontro con il ministro degli Esteri bosniaco, Zlatko Lagumdžija e' stato rilevato che i rapporti tra i due paesi si sono normalizzati negli ultimi anni e, come detto dal capo della diplomazia bosniaca, e' arrivato finalmente il momento di occuparsi di cooperazione economica e pratica. Secondo Lagumdžija l'incontro e stato particolarmente incentrato sui nuovi fondi Ipa, che sono gli strumenti di pre-accesso dell'Ue, destinati a progetti regionali nei Balcani occidentali.
Rispetto a tutti gli altri media in Serbia che si dicono essere in piena funzione del partito governativo, il Partito serbo del progresso, il quotidiano 'Danas', all'indomani della visita di Vučić a Sarajevo osserva che “il rispetto dell'integrita' territoriale della Bosnia, nonche' della Republika Srpska, il rilievo delle relazioni di amicizia della Serbia verso la Bosnia ma anche il rifiuto di una chiara posizione verso il passato personale durante la guerra degli anni novanta, sono i principali messaggi della visita ufficiale del premier Aleksandar Vučić a Sarajevo”.

Alla domanda dei giornalisti su chi sia il vero Aleksandar Vučić – se il nazionalista degli anni Novanta oppure quello che pochi giorni fa ha detto che niente puo' distruggere la Bosnia Erzegovina - aggiunge 'Danas', il premier serbo ha risposto che molti non hanno capito quali sono i cambiamenti nel mondo e nella regione e che non ha intenzione ne' di lusingare il pubblico bosniaco come nemmeno di rispondere alle speculazioni mediatiche. Il premier ha detto, prosegue 'Danas', che anche lui potrebbe occuparsi del passato politico di molti in BiH ma questo non gli passa per la mente: “I rappresentanti della Bosnia vengono eletti dal popolo”, ha detto Vučić sottolineando che lui rispetta il popolo bosniaco e le sue scelte. “Ci sono persone che hanno perdonato se stessi dieci volte, e agli altri nemmeno una. Non voglio far parte di questa gente”, ha concluso Vučić.

Vuk Bačanović, vice capo redattore del giornale di Sarajevo 'Dani' ha valutato per il quotidiano serbo 'Danas' che l'importanza della visita di Vučić a Sarajevo e' stata “troppo gonfiata”. E' chiaro che in questo momento Vučić non vuole dare l' immagine di qualcuno che  si inginocchia e chiede scusa, cosicche' tutti quelli che si aspettavano grandi parole, molto probabilmente sono rimasti delusi. E' indicativo pero' che Vučić, in vista della sua visita a Sarajevo, abbia ordinato la cancellazione del contestato capitolo del programma del Partito serbo del progresso in cui si parla di creare le precondizioni per l'unificazione della Republika Srpska e con la Serbia, ha aggiunto Bačanović. Secondo la sua opinione e' altrettanto importante il fatto che la prima visita di Vučić in Bosnia non sia stata quella di Banjaluka, capoluogo della RS, e con questo e' stato mandato un forte messaggio che nessuno giochera' con i confini nei Balcani e che la Serbia, per adesso, limitera' la sua influenza a quello che viene suggerito da Bruxelles, e molto evidentemente da Berlino.

Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi a Radio Radicale

giovedì 20 febbraio 2014

BOSNIA: UNA CRISI SENZA VIA D’USCITA?

Gli inviati di UE e USA a Sarajevo cercano di far ripartire il processo di integrazione europea

Di Marina Szikora
Le proteste in Bosnia-Erzegovina proseguono, anche se in modo molto meno chiassoso. La settimana scorsa, intellettuali e attivisti di diversi Paesi hanno mandato una lettera aperta di sostegno alle richieste dei cittadini che stanno protestando. Si tratta di scrittori, docenti universitari, economisti, filosofi e attivisti sia di paesi dell’Ue che dell’Europa sudorientale ma anche dell’oltre oceano. L’appello e’ stato pubblicato in contemporanea sul “New York Times”, sul britannico “Guardian”, sul webmagazine croato “Tportal”e, in Italia, sul “Manifesto”. A differenza di questo sostegno ai manifestanti della Federacija (l'entità croato-bosgnacca), nella Republika Srpska, l’entita’ a maggioranza serba, vi sono state delle “contro-manifestazioni” a sostegno del governo. A Bijeljina i manifestanti hanno perfino inneggiato all’ex generale serbo-bosniaco Ratko Mladić, attualemente sotto processo all’Aja in quanto uno dei principali criminali di guerra degli anni novanta. Secondo il presidente della RS, Milorad Dodik, le proteste sono un fenomeno dei musulmani bosniaci il cui vero obiettivo e’ quello di destabilizzare la RS. Questa tesi per molti nell’entita’ a maggioranza serba trova terra fertile e nonostante la poverta’ prevale ancora l’orgoglio nazionale. Mancare a questo sentimento significa essere considerati dei traditori, ma in realta’ i sintomi della crisi economica sono piu’ che presenti anche nella RS e altrettanto evidente sono la svendita del patrimonio pubblico e la disoccupazione.

A Sarajevo, intanto, sono quasi quotidiane le riunioni del ‘plenum dei cittadini’ nelle quali si cerca di articolare le richieste dei manifestanti, ma esse per ora sono sostanzialmente richieste di dimissioni delle autorità e di istituzione di nuovi governi cantonali formati da tecnici. Parallelamente la polizia della Federacija continua ad indagare sull'origine delle violenze di piazza giudicate del tutto ben organizzate. Secondo il capo della polizia della Federazione di Bosnia-Erzegovina, Dragan Lukač, e’ certo che tra la moltitudine di persone che hanno preso parte alle proteste ci fossero in maggioranza quelli che sono insoddisfatti della loro condizione economica, ma non sono loro, afferma Lukač, ad aver commesso reati. “Si tratta di una struttura del tutto diversa che e’ stata inserita tra la massa dei manifestanti, non per manifestare bensi’ con un obiettivo ben preciso di provocare incidenti”, ha precisato il capo della polizia bosniaca.

In missione ufficiale questa settimana in Bosnia-Erzegovina si e’ recato anche il commissario europeo all’Allargamento e alla politica di vicinato, Stefan Fuele. Al centro dei suoi incontri con i vertici del Paese ci sono le proteste e gli episodi di violenze, ma anche il problema che maggiormente sta al cuore a Bruxelles e la cui mancata soluzione ha del tutto bloccato il processo di integrazioni della Bosnia Erzegovina. Si tratta della ricerca di una soluzione che permetta l’allineamento del Paese alla sentenza Sejdić-Finci della Corte europea dei diritti umani. Come ribadito da Fuele, cio’ eliminera’ la discriminazione e significhera’ che la Bosnia-Erzegovina rispetta i suoi impegni. Con questo si potra’ procedure all’entrata in vigore dell’Accordo di stabilizzazione e associazione e alla finalizzazione del meccanismo di coordinamento per le questioni europee. Tutto cio’ portera’ alle circostanze di poter presentare una candidatura credibile per l’adesione all’Ue, ha sottolineato Fuele.

Va detto che questa volta, la missione in Bosnia-Erzegovina non e’ stata soltanto quella dell’UE ma affiancata anche dalla rappresentanza americana. Infatti, agli incontri con i leader dei partiti politici della Bosnia-Erzegovina oltre al commissario europeo Fuele vi ha partecipato anche il sottosegretario americano per le questioni europee ed euroasiatiche, Hoyt Brian Yee. Il diplomatico americano ha in precedenza incontrato separatamente i tre membri della presidenza tripartita bosniaca. Gli interlocutori hanno concordato che e’ legittima l’insoddisfazione dei cittadini a causa della grave situazione socio-economica nonche’ della lentezza del sistema giudiziario quando si tratta di processi relativi alla criminalita’ economica e alla corruzione, e’ stato comunicato dall’Ufficio dell’attuale presidente a rotazione Željko Komšić. Il rappresentante americano ha sottolineato che il suo Paese appoggia il diritto dei cittadini ad esprimere le loro frustrazioni ed aspettative, ma al tempo stesso condannano ogni tipo di violenze. Ha aggiunto che gli Stati Uniti nonche’ l’intera comunita’ internazionale riterranno responsabili quei leader politici i quali tenteranno di utilizzare le proteste dei cittadini per promuovere interessi personali e per sollecitare le tensioni etniche.

Quello piu’ importante pero’, la riunione maratona durata quasi dieci ore in cui hanno partecipato i presidenti dei maggiori partiti politici, Zlatko Lagumdžija, Milorad Dodik, Fahrudin Radončić, Mladen Bosić, Bakir Izetbegović, Dragan Čović e Martin Raguž con Fuele e Hoyt Brian Yee si e’ conclusa senza successo e senza il raggiungimento della soluzione relativa al caso Sejdić Finci. Come spiegato da Fahrudin Radončić, un tale esito blocca seriamente la via europea della Bosnia-Erzegovina e i suoi cittadini questo non lo hanno meritato. Radončić e’ dell’opinione che ci sara’ ancora una occasione per risolvere una questione strategica cosi’ grande e che richiede da tutti grande tolleranza e compromesso. “Non abbiamo utilizzato l’enorme sforzo del commissario Fuele. Cruciale in tutto questo e’ stata la mancanza di volonta’ politica di tutti noi” ha precisato Martin Raguž, il rappresentante croato. Per precisare, la decisione della Corte europea con la sentenza Sejdić-Finci ha stabilito la necessita’ da parte della BiH di apportare modifiche alla propria Costituzione nel senso di una maggiore tutela dei diritti di rappresentanza politica delle minoranze ma anche dei popoli costituenti e soprattutto una modifica dell’attuale legge elettorale.

Il commissario europeo Štefan Fuele ha qualificato questa riunione come deludente e ha sottolineato che il suo impegno per risolvere la questione della sentenza della Corte europea per i diritti umani con questo si e’ conclusa. Adesso e’ giunto il momento che le istituzioni della Bosnia-Erzegovina si facciano carico di questa iniziativa. In questo momento, la Bosnia viola i suoi obblighi internazionali ed e’ vergognoso per i politici che il loro paese si trova in una tale situazione, ha detto Fuele. “Questo non e’ stato un mio fallimento! Questo e’ un fallimento dei politici bosniaci. Essi non sono riusciti ad utilizzare la capacita’ ed i servizi che l’UE ha messo a loro disposizione” ha sottolineato il commissario europeo all’Allargamento. Tuttavia, ha precisato Fuele, la fine del suo impegno non significa che le istituzioni dell’Ue hanno rinunciato ad occuparsi della Bosnia-Erzegovina e ha annunciato l’impegno del Consiglio europeo e del Consiglio per gli affari esteri dell’UE. Quanto alle proteste dei cittadini, Fuele ha rilevato che va bene che i cittadini bosniaci hanno preso dignitosamente l’iniziativa nelle loro mani facendo richieste ragionevoli al potere. Il sistema politico deve essere piu’ responsabile verso i cittadini e le loro richieste che riguardano le condizioni per un aumento di posti di lavoro e un sistema giudiziario piu’ efficace. “Mi appello ai politici di non ignorare la voce dei cittadini” ha concluso il rappresentante dell’UE.

Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 20 febbraio a Radio Radicale.

giovedì 13 febbraio 2014

BOSNIA: LA SERBIA APPOGGIA LA STABILITA' DELLA REPUBLIKA SRPSKA

Dodik fa la voce grossa per timore che le proteste possano estendersi e minacciare anche il suo sistema di potere

Di Marina Szikora
Anche la Serbia si dice preoccupata di quello che in questi giorni accade in Bosnia Erzegovina. Il legame tra Belgrado e la Republika Srpska, l'entita' a maggioranza serba della Bosnia, non e' mai stato trascurato, anzi a piu' riprese e in occasioni diverse e' stata ribadita la necessita' di salvaguardare e rafforzare questo legame. A seguito delle vicende nella Federazione di Bosnia Erzegovina (l'entità croato-bosgnacca), il vicepremier serbo uscente, Aleksandar Vučić ha riunito a Belgrado il presidente della Republika Srpska, Milorad Dodik, e il leader del Partito Democratico Serbo, all'opposizione in RS, Mladen Bosić. Da qui il messaggio che la Serbia in quanto uno dei firmatari e garante dell'Accordo di Dayton e' interessata a proteggere la stabilita' della regione e si impegna per la soluzione dei conflitti politici in modo pacifico e democratico. La stabilita' politica, economica e sociale della RS e' una questione chiave per Belgrado che questa stabilita' continuera' ad appoggiare con tutte le forze.

Dopo il suo incontro con Dodik e Bosić a Belgrado, Vučić ha rilevato che e' interesse della Serbia salvaguardare anche un buon futuro della RS. Secondo i due maggiori rappresentanti serbi nella RS, Dodik e Bosić, le protesta nella Federazione, “sono calcolate per destabilizzare la Republika Srpska” e affermano che le forze di polizia della RS “vieteranno l'ingresso organizzato dei manifestanti della Federazione nella RS”. Il leader della RS, Milorad Dodik ha ammonito che la RS non accettera' nessun intervento da parte della comunita' internazionale che vada oltre la Costituzione e le procedure normali. Valutando che la Bosnia Erzegovina e' bloccata, Dodik ha affermato che per questa situazione una gran parte di colpa e di responsabilita' cade sulle spalle della comunita' internazionale e ha accusato l'alto rappresentante per la Bosnia di non aver mai adoperato seriamente l'accordo di Dayton ma di averlo invece violato a danno della RS. Staremo a vedere se questa sara' una primavera nel segno delle manifestazioni in BiH.

Le notizie si susseguono di ora in ora. Nel momento della registrazione di questa mia corrispondenza migliaie di manifestanti a Sarajevo, davanti alla sede del governo della Federazione chiedono le dimissioni del premier della Federazione, Nermin Nikšić, esponente del Partito socialdemocratico e di tutto l'esecutivo. Portano cartelli e striscioni su cui si leggono richieste per l'abolizione dei cantoni, la riduzione del 50% degli stipendi dei parlamentari e l'aumento delle pensioni.

Il premier uscente della Serbia, Ivica Dačić, dagli Stati Uniti, da Washington ha affermato che per la Serbia e' molto importante che essa sia politicamente stabile e che questa e' la priorita' statale nonche' quella di ottenere una posizione internazionale migliore possibile. Le vicende in BiH sono soltanto la conferma che pace e stabilita' nei Balcani sono una categoria relativa e che ci vuole poco perche' si arrivi alla destabilizzazione, ha osservato Dačić rilevando al tempo stesso che proprio per questo e' importante salvaguardare la stabilita' politica in Serbia ma anche nella Republika Srpska.
Quanto all'immagine internazionale della Serbia, il premier uscente ha sottolineato che le relazioni con Russia e Cina sono molto amichevoli, sono in corso i negoziati di adesione all'Ue e vi e' un corso molto positivo per quanto riguarda le relazioni con gli Stati Uniti.

In occasione di una sua permanenza negli Stati Uniti, il premier uscente della Serbia ha rilevato che da tutti gli interlocutori ha avuto conferma che la Serbia ha fatto praticamente quello che aveva promesso, vale a dire svolto un ruolo costruttivo nel dialogo con Priština a Bruxelles e che avrebbe fatto il tutto possibile per quanto riguarda le riforme interne e lo sviluppo delle relazioni bilaterali con gli Stati Uniti. Sul dialogo con Priština, Dačić ha ribadito che la Serbia e' a favore del proseguimento del dialogo ma ha indicato anche che Priština sta abusando di questo dialogo utilizzandolo per affermare l'indipendenza. Dačić ha rilevato che bisogna garantire la piena sicurezza ed eliminare casi come quello recente in cui e' stato arrestato Oliver Ivanović ed alcuni altri rappresentanti serbi in Kosovo. Restano le questioni aperte da risolvere: la giustizia ma anche l'istituzione delle Comunita' dei comuni serbi in Kosovo, ha precisato Dačić.

Questo testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 13 febbraio a Radio Radicale

lunedì 13 gennaio 2014

BOSNIA: LA REPUBLIKA SRPSKA CELEBRA LA SUA FONDAZIONE TRA LE ACCUSE

Cerimonia ufficiale dell'anniversario di fondazione della RS
Cartoline con le foto dei resti di civili croati e bosgnacchi uccisi durante la guerra di Bosnia ed esumati di recente dalla grande fossa comune di Tomasica, inviata ai dirigenti serbo-bosniaci. E sulle immagini la scritta: “Se celebrate la Giornata della Republika Srpska non dimenticate che queste sono le sue fondamenta”. E' la polemica iniziativa presa dalle associazioni che rappresentano le famiglie delle vittime del conflitto in occasione della celebrazione dei 22 anni di fondazione della RS, una delle due entità che formano la Bosnia Erzegovina in base agli accordi di pace di Dayton del 1995. Una celebrazione nel segno del rafforzamento delle aspirazioni di autonomia e indipendenza, sottolineate dal leader serbo-bosniaco Milorad Dodik, nel suo intervento a Banja Luka.

“E' nostra intenzione rafforzare la nostra indipendenza. Noi pensiamo che ciò sia legittimo, permesso e non contrario al diritto internazionale'', ha detto Dodik sottolineando che la RS “non vuole la destabilizzazione” della Bosnia e dell'intera regione: “Intendiamo cooperare con tutti, rispettiamo gli altri e quelli che sono diversi da noi, ma chiediamo anche noi di essere rispettati”, ha detto Dodik che ha ribadito l'interesse della Republika Srpska a integrarsi nell'Unione Europea e sembra aver accantonato l'idea di un referendum indipendentista più volte rilanciata negli scorsi anni. Assai probabile che dietro questo atteggiamento ci sia lo zampino di Belgrado, che alla vigilia dell'apertura dei negoziati di adesione all'UE non ha certo bisogno di aggiungere altri problemi a quelli già non indifferenti del Kosovo.

La Republika Srpska fu proclamata il 9 gennaio 1992 dal partito di Radovan Karadzic, il leader politico dei serbo-bosniaci sotto processo al Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia, dopo anni di latitanza, per genocidio, crimini di guerra e crimini contro l'umanità. L'entità fu poi riconosciuta dall'accordo di pace di Dayton che pose fine alla guerra e divise la Bosnia-Erzegovina in due entità - Republika Srpska, appunto, e Federazione croato-musulmana - e tre popoli costituenti. Ma proprio la tripartizione ad ogni livello istituzionale e amministrative, unita ai continui e ripetuti contrasti e veti incrociati fra serbi, croati e bosgnacchi hanno causato una situazione di stallo politico che da anni blocca il Paese, impedendo il varo delle riforme richieste da Bruxelles e quindi l'avanzamento del processo di integrazione europea. 

La cartolina inviata dalle associazioni delle vittime croate e bosgnacche ai dirigenti della RS

giovedì 19 dicembre 2013

BOSNIA: SEMPRE PIU’ STRETTO IL LEGAME TRA REPUBLIKA SRPSKA E SERBIA

Aleksandar Vucic e Milorad Dodik (Foto Beta)
Di Marina Szikora
Proseguono le iniziative per rafforzare il legame che unisce la Serbia e Republika Srpska, l’entita’ a maggioranza serba della Bosnia Erzegovina. A Banjaluka, capoluogo della RS, lunedi’ si e’ svolta la quinta riunione congiunta dei due governi. Il primo vicepremier della Serbia, Aleksandar Vučić, ha dichiarato che nel prossimo periodo si vedranno i risultati concreti della collaborazione degli organi competenti di Serbia, Republika Srpska e Bosnia Erzegovina nella lotta contro la criminalita’ e la corruzione. Vučić si e’ detto soddisfatto di questo tipo di riunione dei due governi, ma ha aggiunto che per i cittadini della RS e della Serbia e' molto piu’ importunate costruire le relazioni economiche che produrranno nuovi posti di lavoro e in questo senso si lavorera’ soprattutto sul mercato dei prodotti agricoli. Il presidente della RS, Milorad Dodik, tra l’altro ha detto che la collaborazione tra Belgrado e Banjaluka si svolge in base agli Accordi di Dayton, per il benessere dei due popoli e non va a danno di nessun altro.

E per restare nell'ambito della buona collaborazione e dello stretto legame tra Serbia e RS, che molto spesso infastidisce la Bosnia in quanto stato unitario dei tre popoli costituenti (bosgnacchi, serbi e croati), sempre a Banjaluka, il vicepremier serbo Aleksandar Vučić ha ricevuto il premio “Personalita’ dell’anno” istituito dal quotidiano ‘Nezavisne novine’. Nel suo discorso, Vučić ha voluto dedicare questo riconoscimento ai cittadini della Serbia ringraziandoli della grande fiducia che hanno nel Partito serbo del progresso e della speranza in una vita migliore e diversa in Serbia. Vucic ha invitato i cittadini della Republika Srpska a rispettare i loro vicini bosgnacchi e tutti gli altri popoli. Si e’ detto convinto, inoltre, che con bosgnacchi e croati nel futuro si vivra’ in pace, ma anche meglio rispetto ad oggi. “Prometto ai serbi, in Serbia e nella Republika Srpska, che noi, in quanto leadership del paese e dell’entita’, troveremo sempre il modo per collaborare rispettando gli Accordi di Dayton e la Bosnia Erzegovina, che troveremo il modo di aiutare economicamente i nostri popoli, ma che questo tipo di relazioni le svilupperemo con tutti gli altri popoli, salvaguardando la nostra unita’ culturale e nazionale”, ha detto Vučić.

Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi a Radio Radicale.

PASSAGGIO IN ONDA

E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 19 dicembre.
La trasmissione e' ascoltabile direttamente qui oppure sul sito di Radio Radicale.



Sommario della trasmissione

La puntata è interamente dedicata alle decisioni del Consiglio Europeo sull'integrazione dei Paesi dei Balcani: in particolare si parla di Albania, Bosnia Erzegovina, Kosovo, Macedonia, Montenegro e Serbia. A quest'ultima è dedicato uno spazio particolare dopo la decisione di Bruxelles di dare il via libera definitivo all'apertura dei negoziati di adesione il prossimo gennaio. Oltre a questo si parla dello stato dei colloqui tra Belgrado e Pristina, in particolare nel settore giudiziario, delle relazioni sempre più strette tra le Serbia e la Republika Srpska di Bosnia e della situazione politica interna con la possibilità di elezioni anticipate nel corso del prossimo anno.

La trasmissione, realizzata con la collaborazione dei corrispondenti Marina Szikora e Artur Nura, è ascoltabile direttamente qui



In occasione delle feste di fine anno Passaggio a Sud Est su Radio Radicale si prende una piccola pausa e tornerà nuovamente in onda a partire da giovedì 9 gennaio.

venerdì 15 novembre 2013

BOSNIA: A MENO DI UN ANNO DALLE ELEZIONI LA SITUAZIONE POLITICA RESTA FERMA

Ma l'alto rappresentante Onu resta speranzoso e nella Republika Srpska sembra crescere l’opposizione contro Dodik

A poco meno di un anno dalle elezioni politiche in Bosnia Erzegovina, iniziano le prime analisi di quella che potrebbe essere la lotta elettorale in un Paese che resta una grande incognita quando si tratta di stabilita’ politica e di prospettive europee. Qui di seguito la corrispondenza di Marina Szikora per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 14 novembre a Radio Radicale.

Nella Republika Srpska, l'entita’ a maggioranza serba della Bosnia Erzegovina, si sta formando, cosi’ almeno sembra, un forte blocco di opposizione. Annunci di questo tipo ci sono stati da anni ma alla fine, come si puo’ leggere in un commento della Deutche Welle, finora alla formazione di un tale blocco si sono sovrapposti piccoli interessi politici dell’opposizione. Adesso il leader del Movimento popolare democratico, Dragan Čavić, afferma che e’ giunto il momento per rovesciare l’attuale potere con mezzi democratici. Avverte comunque che il contrario potrebbe avvenire soltanto con brogli elettorali. In questo blocco di opposizione, si dice, ci sara’ posto per tutti i partiti che vogliono congiuntamente opporsi al regime dell’attuale presidente Milorad Dodik.

Dodik e’ stato eletto premier 15 anni fa e all’epoca il suo partito aveva soltanto due seggi in parlamento. Il suo successo, negli anni seguenti, secondo molti e’ dovuto al fatto che era il prediletto della comunita’ internazionale, ma adesso le cose stanno diversamente. Tuttavia, l’uomo forte della Republika Srpska continua ad essere convinto della propria vittoria anche alle prossime elezioni. Secondo la Deutsche Welle, negli ultimi mesi i rappresentanti internazionali in Bosnia Erzegovina, tra cui anche gli ambasciatori dei Paesi piu’ potenti, evitano incontri con Dodik e molti si chiedono che cosa e’ rimasto del silenzioso appoggio al suo partito. Gli analisti affermano che questo appoggio e’ venuto a mancare a causa della retorica di Dodik che negli ultimi anni ha continuato a sostenere l’indipendenza della Republika Srpska a danno dell’integrita’ della Bosnia.

Secondo uno degli analisti politici locali, Miloš Šolaja, direttore del Centro per le relazioni internazionali di Banja Luka, alle prossime elezioni ci saranno meno interferenze dall’esterno anche se una parte della comunita’ internazionale vi rimarra’ fortemente presente, ma il suo ruolo non sara’ decisivo. Sempre secondo gli analisti, dalla prospettiva odierna e’ difficile prevedere chi sara’ il vincitore alle prossime elezioni che si terranno tra un anno, ma sono convinti che Dodik e il suo partito (SNSD) non avranno l’appoggio di cui godevano nelle precedenti sfide elettorali. Quale che sia l’attuale umore, l’opposizione dovra’ lavorare con molto impegno e presentarsi unita poiche’ Dodik e il suo partito hanno ancora la fiducia di una gran parte dei cittadini della Republika Srpska.

Intanto l’Alto rappresentante dell'Onu per la Bosnia Erzegovina, Valentin Inzko, incontrando a New York il segretario generale Ban Ki-Moon ha rilevato che la situazione richiede ancora la piena attenzione della comunita’ internazionale per garantire la salvaguardia della stabilita’ e passi avanti nella ricostruzione del Paese e nella riconciliazione dei suoi popoli. Purtroppo, dal suo ultimo rapporto presentato lo scorso maggio davanti al Consiglio di sicurezza e a poco meno di un anno dalle elezioni la situazione non e’ cambiata. I leader politici, ha detto Inzko, non hanno ancora mostrato la volontà di voler realizzare le riforme politiche ed economiche indispensabili affinche’ il Paese possa andare avanti e non hanno nemmeno intrapreso seri sforzi per fa avanzare il processo di integrazione euro-atlantica. Tuttavia, Inzko si e’ detto fiducioso che i leader locali possano lavorare molto di piu’ e che ci sia ancora la possiblita’ che i partiti della coalizione governativa a livello statale possano raggiungere un avanzamento a lungo termine nell’adempimento delle condizioni per l'integrazione europea e per l’adesione alla Nato prima delle elezioni dell’ottobre 2014.

mercoledì 16 ottobre 2013

LA BOSNIA CONQUISTA UNA STORICA QUALIFICAZIONE AI MONDIALI DI CALCIO

Ma le divisioni etniche restano. E purtroppo manca un Mandela come nel 95 in Sudafrica.

Con la vittoria per 1 a 0 sulla Lituania la Bosnia Erzegovina ha conquistato la sua prima qualificazione mondiale. Un risultato storico per una nazionale giovane, nata all'indomani della fine della guerra, pochi giorni dopo gli accordi di pace di Dayton, che a differenza di Serbia, Croazia e Slovenia, finora non aveva mai partecipato a una competizione internazionale di alto livello. Nel 2010, infatti, il sogno mondiale fu infranto dal Portogallo ai playoff, mentre due anni dopo lo stesso Portogallo sbarrò la strada per gli Europei. Una bella rivincita, tanto più che le altre nazionali dovranno restare a casa, mentre la Croazia sarà costretta a giocarsi le ultime chance ai playoff. Ma nei Balcani niente o quasi è mai chiaro e definito, ogni realtà ha sempre un lato oscuro, ambiguo e contraddittorio. In questo caso, l'altra faccia della realtà si chiama Republika Srpska, l'entità serbo-bosniaca i cui tifosi hanno fatto il tifo contro sperando in una mancata qualificazione.

Del resto fino a due anni fa la federazione calcio bosniaca aveva una presidenza tripartita su base etnica, come avviene per la presidenza della repubblica e per le altre istituzioni centrali, con un rappresentante per i serbi, uno per i croati e uno per i bosgnacchi. La Fifa ha poi obbligato al cambio di statuto, ma la soluzione di un solo presidente, come avviene per ogni altra federazione nazionale non è mai piaciuta ai serbi-bosniaci. L'atteggiamento diviso sulla nazionale di calcio non è che l'ennesimo esempio delle tensioni etniche che continuano a serpeggiare nel Paese 18 anni dopo la fine della guerra. La situazione generale del Paese fa pensare che sono altre le qualificazioni di cui avrebbe bisogno la Bosnia. Intanto, però, la partecipazione ai mondiali del 2014 fa sperare che anche il calcio possa aiutare la riconciliazione. In effetti lo sport può aiutare a creare uno spirito comune e a superare l'odio e il risentimento: tutti ricordiamo l'esempio della nazionale del Sudafrica vincitrice della Coppa del mondo di rugby nel 1995. Disgraziatamente al momento la Bosnia non ha un Mandela a disposizione.

giovedì 14 marzo 2013

IL NUOVO GOVERNO DELLA REPUBLIKA SRPSKA: PER LA PRIMA VOLTA UNA DONNA PREMIER

Zelika Cvijanovic, neo premier della RS

di Marina Szikora, corrispondente di Radio Radicale
Ad una riunione straordinaria del Parlamento della Republika Srpska, l'entita' a maggioranza serba della Bosnia Erzegovina, e' stato eletto il nuovo governo guidato dalla prima donna premier dalla creazione di questa entita' [nata in seguito agli accordi di pace di Dayton del 1995, n.d.r.]. Si tratta di Željka Cvijanović che ha ottenuto la fiducia della maggioranza del Parlamento guidata dall'Alleanza dei socialdemocratici indipendenti, mentre si sono dihciarati contrari i partiti dell'opposizione.
La neo premier nel suo intervento ha detto che il suo e' un "governo del popolo", deciso a cambiare le cose e assolutamente pronto ad iniziare a fare i conti con la criminalita' e la corruzione. Le priorita' del suo impegno, ha detto Cvijanović, saranno la salvaguardia della posizione costituzionale della Republika Srpska con tutte le competenze e l'orientamento proeuropeo. Altre priorita' sono la collaborazione regionale, la realizzazione dell'Accordo di relazioni speciali e parallele con la Serbia, la salvaguardia dei posti di lavoro, la stabilita' fiscale e sociale, la riforma dell'ambiente di affari, l'apertura agli investimenti, sia stranieri, sia domestici, nonche' la riabilitazione dei principi della giustizia sociale.
L'elezione del nuovo esecutivo della RS e' stata preceduta da diverse ore di dibattito in cui l'opposizione ha valutato che la neo premier non ha proposto misure che possano risolvere la difficile crisi economica in cui versa l'entità serbo-bosniaca. Secondo l'opposizione la Cvijanović sara' soltanto "un megafono" del presidente Milorad Dodik che in effetti controlla tutti i processi politici. Dodik da parte sua ha detto che non c'e' nessun dubbio sul suo appoggio al nuovo governo e ha valutato che con questo atto si dimostra la capacita' della RS di risolvere presto i problemi.
Il nuovo governo di Željka Cvijanović avra' dieci ministri dell'ex governo di Alekdsandar Džombić e sei nuovi, indicati dal partito governativo. Il nuovo esecutivo rispecchia la legge costituzionale sulla rappresentanza su base nazionale e in questo senso i bosgnacchi sono a capo di cinque dicasteri, tre sono i ministri croati mentre otto quelli serbi. Il nuovo governo deve essere confermato anche dal Consiglio dei Popoli della RS.

Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi a Radio Radicale


sabato 16 febbraio 2013

LA REPUBLIKA SRPSKA VA AL REFERENDUM, MA SULLA NATO


Dodik difende la politica economica del suo governo. Accordo con Gazprom su South Stream.

Il presidente della Republika Srpska, Milorad Dodik
Si torna a parlare di referendum nella Republika Srpska. La consultazione popolare non sarà però quella più volte annunciata (o minacciata) dal presidente serbo-bosniaco Milorad Dodik sull'indipendenza dell'entità a maggioranza serba della Bosnia Erzegovina. Il referendum chiederà ai serbo-bosniaci di esprimersi sull'adesione alla Nato. Dodik ha riferito di aver discusso questa posizione nei colloqui con i partiti politici della Republika Srpska e di averne parlato anche con il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov durante la sua visita della settimana scorsa a Mosca.
"La nostra politica si basa sul fatto che noi non possiamo appoggiare qualsiasi decisione politica di un ristretto circolo di persone, ma chiediamo che il popolo si esprima con il referendum", ha sottolineato Dodik aggiungendo che Mosca continua a sostenere gli accordi di pace di Dayton del 1995 e la chiusura dell'Ufficio dell'Alto rappresentante internazionale in Bosnia (OHR).
Parlando dei risultati della sua visita a Mosca, il presidente serbo-bosniaco ha anche assicurato che nella riunione con i rappresentanti di Gazprom e' stato confermata definitivamente la realizzazione della diramazione del gasdotto South Stream attraverso la Repiblika Srpska. In tal modo, ha detto Dodik, potremo garantire la nostra stabilità energetica.
Rispondendo poi alle critiche dell'opposizione che accusano l'attuale coalizione di governo di essere responsabile per la pessima situazione economica e sociale, Dodik ha detto che la Republika Srpska è politicamente ed istituzionalmente stabile, anche se "permangono certe sfide sul piano economico", e ha a sua volta accusato l'opposizione di criticare il governo solo per otenere consenso senza proporre nulla di nuovo.
[con la collaborazione di Marina Szikora]


giovedì 11 ottobre 2012

BOSNIA, ELEZIONI COMUNALI: SECONDO I PRIMI DATI PERDONO DODIK E LAGUMDŽIJA


Di Marina Szikora [*]
Domenica 7 ottobre in Bosnia Erzegovina si sono svolte le elezioni amministrative. Secondo i risultati ancora preliminari, con una partecipazione al voto del 56,36 percento, i maggiori vincitori sarebbero il principale partito bosgnacco, il Partito dell'azione democratica e la Comunita' democratica croata, il piu' importante partito croato del Paese. Senza dubbio, i maggiori sconfitti sono i socialdemocratici di Zlatko Lagumdžija e il partito serbo di Milorad Dodik, presidente della Republika Srpska, contro il quale ha avuto successo il partito serbo di opposizione. Per quanto rigurada SNDS di Dodik, che 4 anni fa aveva 41 presidenti di comuni adesso si deve accontentare di soli 15. "Ho capito il messaggio del popolo. E' chiaro che SNDS dovra' cambiare" ha detto Dodik a seguito dei primi risultati deludenti. Ma il lider dalla RS continua a sostenere che il suo partito non ha ancora perso la sua forza cruciale. Dodik ha spiegato che sono stati persi alcuni posti di presidenti comunali ma nessun altro partito e' riuscito ad ottenere il primato sulla scena politica della RS. Ha sottolineato che le elezioni sono trascorse in una atmosfera corretta e di fair play. Queste anche le valutazioni della Commissione elettorale centrale.

Contenti sono i leader dei partiti croati. Le due HDZ in Bosnia Erzegovina hanno vinto in 18 comuni assicurando cosi' l'appoggio dei croati di Bosnia. C'è da dire pero' che secondo le prime reazioni dei leader dei maggiori partiti politici e' difficile concludere chi sarebbe il vero vincitore di queste elezioni locali e chi invece l'evidente perdente. Secondo il presidente della HDZ-BiH (Comunita' democratica croata della Bosnia Erzegovina), Dragan Čović, il suo partito sarebbe "il vincitore assoluto" tra i croati. Dopo queste elezioni il Partito dell'azione democratica e' nuovamente il maggiore partito politico del Paese, ha commentato il leader di questo partito bosgnacco, Sulejman Tihić. Anche se considerato perdente, il presidente del Partito socialdemocratico della Bosnia Erzegovina, Zlatko Lagumdžija, come dichiarato da lui stesso, rispetto alle scorse elezioni locali il suo partito avrebbe ottenuto un maggior numero di presidenti dei comuni e consiglieri. Secondo gli analisti, l'opposizione nella Republika Srpska ha ottenuto relativamente buoni risultati. Il Partito del progresso democratico e il Partito democratico serbo avrebbero ottenuto maggiore successo rispetto alla perdita dell'Alleanza dei socialdemocratici indipendenti di Milorad Dodik.

I risultati delle elezioni in BiH hanno confermato la crescita di popolarita' dei partiti popolari, SDA, SDS e HDZ. Questi tre partiti sono i vincitori relativi delle elezioni alle quali si decideva del potere nelle citta' e nei comuni ma indirettamente si e' valutato anche il comportamento dei partiti a livello statale ed entitetico, scrive il quotidiano croato 'Večernji list' nella sua edizione di martedi'. Il giornale precisa che in BiH da mesi dura una crisi di potere che ha bloccato praticamente il funzionamento dello stato e dell'entita' a maggioranza musulmano croata, la Federazione BiH. A causa del conflitto tra i maggiori partiti bosgnacchi, SDA e SDP, lo stato e' precipitato in una fase politica incerta e si aspettava che proprio i risultati delle elezioni locali dimostreranno quale politica globale secondo i cittadini e' in effetti quella giusta. Secondo i risultati preliminarii, il Partito dell'azione democratica guidata da Sulejman Tihić ha sconfitto il Partito socialdemocratico in tutti i comuni a maggioranza bosgnacca tranne a Tuzla. Sulla scena politica croata, precisa 'Večernji list' si e' confermata, come previsto, la dominazione dell'HDZ BiH e la felicita' di questo partito e' stata solo offuscata dai risultati nella Bosnia centrale dove i croati hanno perso alcune posizioni di presidenti dei comuni. La maggiore sorpresa secondo 'Večernji list' e' indubbiamente la sconfitta del partito di Milorad Dodik. La particolarita' di queste elezioni e' anche il fatto che esse non sono state organizzate nella citta' di Mostar. A causa della inconstituzionalita' delle regole, le elezioni saranno organizzate dopo che sara' raggiunto l'accordo politico sulle nuove regole.

[*] Corrispondente di Radio Radicale. Il testo è tratto dalla puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi 11 ottobre a Radio Radicale

giovedì 20 settembre 2012

BOSNIA ERZEGOVINA: SITUAZIONE SEMPRE PIU' CONFUSA IN VISTA DELLE ELEZIONI LOCALI

Di Marina Szikora per Radio Radicale [*]
Il 7 ottobre si vota in Bosnia Erzegovina per le elezioni amministrative. Sulla campagna elettorale in corso è da segnalare l'analisi di Gordan Duhaček, che sul sito di informazione croato tportal afferma che sin dall'inizio e' stato chiaro che queste elezioni saranno ricordate per "dichiarazioni bizarre, spot elettorali senza gusto e manifesti che non sarebbero ideati nemmeno dagli studenti del primo anno di disegno". Sono molti a giudicare che dalla fine della guerra del 1995 la Bosnia Erzegovina non era mai stata in una situazione cosi' caotica come adesso. Nella Federazione di Bosnia Erzegovina, l'entita' a maggioranza croato-bosgnacca, non e' molto chiaro chi veramente stia governando ed e' altrettanto confusa la divisione del potere a livello statale. Il Partito socialdemocratico ha rotto la coalizione con il maggior partito bosgnacco, il Partito dell'azione democratica, ma si e' riunito con l'Hdz, la Comunita' democratica croata, che ancora recentemente cercava con tutte le forze di allontanare dal potere. I socialdemocratici, nello stesso modo, sono freschi dell'accordo di coalizione con il partito dell'oligarca Fahrudin Radončić, noto alle cronache per i suoi stretti contatti con la criminalità organizzata. Cambiamenti di potere si sono avuti anche a livello dei cantoni e in questa situazione caotica i partiti si accusano a vicenda fino davanti alla Corte costituzionale. Come sottolinea il giornalista croato, mentre vengono violate tutte le possibili procedure, non si svolge la concreta attività di governo. Per quanto riguarda l'altra entita', la Republika Srpska a maggioranza serba, la massima autorita' che governa in tutti i sensi e' il presidente Milorad Dodik. Gordan Duhaček conclude su tportal.com che tutti i politici si candidano senza proporre assolutamente soluzioni concrete per i problemi locali e comunali perche' e' chiaro che loro tali soluzioni non ce l'hanno.

A proposito di tutto cio', nel pieno della campagna elettorale, il presidente della Republika Srpska, Milorad Dodik, ha dichiarato che "la soluzione migliore" per uscire dalla crisi in Bosnia Erzegovina e' l'istituzione di una alleanza di "tre repubbliche". Dodik ritiene che i politici croati in Bosnia dovrebbero condurre il popolo al referendum per esprimersi sulla loro posizione nei confronti della occupazione della società da parte dei bosgnacchi. L'unica soluzione, secondo l'opinione di Dodik, e' che i croati rigettino tutte le proposte e articolino chiaramente la loro posizione. Dodik afferma di essere contento perche' i politici croati guidati dall'HDZ e dai suoi leader, Dragan Čović e Božo Ljubić, hanno precisato chiaramente le loro posizioni. Il leader serbo-bosniaco, giudicando la politica bosgnacca inaffidabile e spesso conflittuale, ritiene che la Federazione di Bosnia Erzegovina dovrebbe dividersi a sua volta in due parti dando vita alla cosiddetta "Erzeg Bosna", mentre il resto del Paese si articolerebbe in Bosnia e Republika Srpska. Cosi' si formerebbe una alleanza tripartita a livello statale che avrebbe meno competenze rispetto ad oggi. Secondo Dodik, lo stato comune dovrebbe avere soltanto competenze sulla politica estera, la sicurezza e il commercio internazionale.

In una intervista per l'edizione bosniaca del quotidiano di Zagabria Večernji list, Milorad Dodik afferma che la Bosnia Erzegovina non provoca in lui nessun altro sentimento che il disgusto. Secondo Dodik Sarajevo oggi e' una citta' etnicamente pulita, in cui non ci sono ne' serbi ne' croati. Il giornale scrive che Dodik propone ai croati di non accettare nessun tipo di riordinamento della Fedarazione Bosnia Erzegovina bensi' la creazione dell'entita' croata, se non vogliono perdere altri 20 anni. Dodik ha ribadito l'idea della formazione di una nuova, terza entita', quella croata, che si chiamerebbe Erzeg Bosna e potrebbe coesistere insieme alla Republika Srpska e alla Bosnia che diventerebbe così l'entità bosgnacca. 'Večernji' aggiunge che secondo Dodik adesso in Bosnia Erzegovina si sta conducendo un esperimento internazionale secondo il quale i serbi ed i croati dovrebbero essere disciplinati mentre si dovrebbe cedere ai bosgnacchi. Una tale situazione, secondo il leader serbo-bosniaco, e' patologica. Grazie a questa situazione, afferma Dodik, i bosgnacchi sono convinti di essere vittime e di avere maggiori diritti rispetto agli altri due popoli. Ma secondo Dodik questo non e' vero, ci sono state vittime da tutte le parti ma le vittime bosgnacche erano piu' numerose poiche' questo popolo e' il piu' numeroso in Bosnia Erzegovina.

[*] Il testo è tratto dalla corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 20 settembre 2012 a Radio Radicale

IL DIFFICILE CAMMINO VERSO LA RICONCILIAZIONE NEI BALCANI

Conturi Hakudoushi - www.deviantart.com
Di Marina Szikora per Radio Radicale [*]
Quando si parla della regione balcanica, indispensabile per una stabilita' permanente e sempre nel contesto del suo avvicinamento all'Ue, e' la questione delicata della riconciliazione. Le relazioni della Serbia con i paesi vicini non si possono definire ancora come "una buona collaborazione", ma gli esperti affermano che sono stati compiuti passa avanti. Pare che nella regione stia scomparendo lo scetticismo a causa del ritorno delle forze degli anni novanta al potere in Belgrado. Questo almeno secondo un commento della Deutsche Welle tedesca. Tali osservazioni riguardano i due giorni di visita del premier serbo Ivica Dačić a Sarajevo che secondo molti sarebbe stato un passo avanti significativo nella politica di Belgrado verso la Bosnia Erzegovina. A giudicare dalle parole che Dačić ha espresso a Sarajevo, il suo governo sarebbe pronto ad una collaborazione non soltanto di facciata. Sarajevo non dovrebbe essere risentita con Belgrado se questa ha relazioni speciali con la Republika Srpska [l'entità a maggioranza serba della Bosnia, n.d.r.] e se i suoi vertici si recano in visita a Banja Luka, come, d'altra parte, nemmeno Banja Luka dovrebbe polemizzare con Belgrado quando ha relazioni con la Bosnia. Dačić ha aggiunto che si continua a ripetere che è necessaria una distensione con il Kosovo, ma bisognerebbe prima puntare alla distensione in tutte nelle relazioni tra tutti i Paesi della regione: "20 anni dopo lo scioglimento della Jugoslavia, continuiamo a girare nello stesso circolo magico", ha detto il premier serbo. Per molti, cosi' il commento della Deutsche Welle, cio' significa che la politica di Ivica Dačić e' chiara e che non ha due facce, a differenza della politica dell'ex presidente Boris Tadić. Alcuni giorni fa Dačić aveva affermato chiaramente che la collaborazione anche con la Republika Srpska, con la quale la Serbia ha un accordo di relazioni speciali, non puo' implicare soltanto abbracci e strette di mano, bensi' azioni concrete.

Il professore della Facolta' di lettere di Sarajevo, Enver Kazaz, afferma che il pragmatismo di Dačić risulta dalla sua consapevolezza che la Serbia deve separarsi dall'eredita' di Slobodan Milošević e che deve avere un orientamento europeo non interrompendo pero' i legami con la Russia. "Presso l'opinione pubblica interna Dačić funzionera' come un nazionalista duro, ma una cosa e' certa: mentre il progetto politico di Tadić era ipocrita nel senso in cui riconciliava l'irriconciliabile, vale a dire il Kosovo e l'Europa, sia Dačić che Nikolić sono consapevoli che queste due cose non si possono riconciliare", spiega Kazaz. I messaggi mandati da Sarajevo sono nello spirito di Dayton, dice da parte sua Miloš Šolaja, direttore del Centro per le relazioni internazionali, il quale aggiunge pero' che ci sono ancora strutture che vogliono creare una politica di concorrenza tra le due entità bosniache, la Republika Srpska e la Federazione di Bosnia Erzegovina, nelle loro relazioni con la Serbia. Si tratta, spiega Šolaja, di molti a Sarajevo che non considerano la Republika Srpska come parte della Bosnia Erzegovina. Secondo Dušan Janjić, direttore del Centro per le relazioni etniche di Belgrado, è nell'interesse della Serbia avere le relazioni miglior possibili con i paesi vicini. In questo momento, con i colloqui con Priština che riprendono tra una decina di giorni, la Serbia non ha bisogno di ulteriori problemi. Come politici pragmatici, Nikolić e Dačić non apriranno i due fronti cosi' come invece ha suggerito loro il presidente della Republika Srpska, Milorad Dodik, che vorrebbe che Belgrado si concentrasse sulla RS e chiedesse la divisione del Kosovo. Giocheranno nella cornice dei confini riconosciuti, secondo Janjić, il quale avverte tuttavia che nei prossimi mesi, a causa della situazione in Kosovo e un momento politico oportuno in Bosnia Eerzegovina, si potrebbero prospettare dei problemi perche' si potrebbe verificare un rilancio della retorica nazionalista sul "carattere serbo della Republika Srpska" compensando in qualche modo quanto si potrebbe perdere nel dialogo con Priština. In ogni caso, gli analisti sono convinti che le relazioni non soltanto tra Belgrado e Banja Luka, ma anche tra la Belgrado e la Bosnia Erzegovina, nei prossimi mesi, saranno molto piu' pragmatiche a fin di risolvere le questioni concrete.

[*] Il testo è tratto dalla corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 20 settembre 2012 a Radio Radicale

giovedì 23 agosto 2012

SEMPRE PIU' FRAGILE LA SOPRAVVIVENZA DELLA BOSNIA DI DAYTON

L'atteggiamento assunto dalla nuova leadership, che sembra voler considerare la Republika Srpska alla stregua di uno stato indipendente, mette in questione la stabilità della regione: lo dicono alcuni analisti politici in Serbia. I rappresentanti della società civile avvertono che la “statualità” della RS è un orientamento strategico di Belgrado. L'argomento è diventato centrale soprattutto dopo la visita ufficiale del leader serbo-bosniaco Milorad Dodik a Belgrado che prosegue la sua retorica contro la sopravvivenza della Bosnia Erzegovina così com'è stata configurata dagli accordi di pace di Dayton del 1995.  

Di Marina Szikora
Dopo che il presidente del Parlamento della Serbia Nebojša Stefanović aveva definito la Republika Srpska, l'entita' a maggioranza serba della Bosnia Erzegovina, "uno stato", la presidente del Comitato Helsinki per i diritti umani in Serbia, Sonja Biserko, in una intervista per la Deutsche Welle tedesca ha osservato che non si poteva aspettare nulla di diverso da un partito come il Partito serbo del progresso di cui Stefanović e' membro. "Sarebbe del tutto imprudente aspettarsi che il partito di Tomislav Nikolić cambi la sua posizione verso la regione balcanica dopo aver conquistato il potere in Serbia" afferma Sonja Biserko. Questo obiettivo, spiega lei, e' stato ideato ancora prima della guerra e per quanto riguarda un appoggio alla RS si sta lavorando in modo organizzato anche dopo l'Accordo di Dayton. Ne' durante la guerra ne' dopo la guerra la RS non poteva sopravvivere senza Belgrado. E' un prodotto di Belgrado e Belgrado non ci rinuncera' senza una forte pressione della comunita' internazionale, che purtroppo, in questo momento non c'e', dice Sonja Biserko. Il sociologo di Belgrado, Dušan Janjić non esclude la possibilita' che le dichiarazioni del neopresidente del Parlamento serbo, Stefanović siano il risultato di "una disattenzione e insufficiente esperienza politica". "La RS per molti politici in Serbia viene ritenuta come uno stato e questo e' un concetto con due possibili esiti. Secondo uno, la RS viene denominata apposta come stato a fin di difendere la sua posizione daytoniana, mentre l'altro implica la RS proprio come stato indipendente, fuori dalla BiH" afferma Janjić.

Nel frattempo, mentre si fa questo tipo di analisi, il presidente del Parlamento serbo, Nebojša Stafanović spiega che la sua dichiarazione non e' stata un lapsus ma che non deve nemmeno essere interpretata nel contesto di smantellamento dell'ordinamento di Dayton. Stefanović aggiunge che nessuno ha negato la posizione giuridica e politica della RS, mentre il termine 'stato' lo aveva menzionato come forma di espressione verbale senza voler attribuire alla RS uno status che questa entita' attualmente non gode. Ma questa "forma di espressione verbale" in BiH sveglia ricordi di tempi in cui, spiega il sociologo Dušan Janjić "la Serbia aveva apertamente appoggiato la RS militarmente ed economicamente". Vlastimir Mijović, analista politico serbo in BiH valuta per la Deutsche Welle che i serbi in BiH sono abituati che la Serbia quasi per 200 anni si stavano appropiando la Bosnia o almeno i bosniaci ortodossi e per questo motivo non sorprende il modo in cui si esprime il neo presidente del Parlamento serbo."La tattica e' cambiata, ma non i vecchi obiettivi della strategia serba. E' positivo che l'artiglieria tace, ma non tacioni le mali lingue dei politici e questo crea confusione tra le persone frustrate dalla vita difficile. In un certo momento, spiega Mijović, questo potrebbe trasformarsi da un incidente in qualcosa di molto piu' pericoloso, come ci insegnano le esperienze delle ultime guerre nei Balcani. 

Un'altro analista politico, Tanja Topić ritiene che la Serbia non ha mai cambiato fondamentalmente la sua relazione verso la BiH, in concreto nei confronti della RS. Questo ha conseguenze sconfigenti, soprattutto sul piano politico interno della BiH, spiega la Topić. Secondo Sonja Biserko, soni i media a creare l'opinione pubblica e in quelli della Serbia si scrive maggiormente che la RS e' parte della Serbia e che e' solo una questione di tempo quando essa si separera' dalla BiH.Srećko Latal, dell'International Crisis Group avverte che il trascuramento del vocabolario puo' portare ad ulteriori tensioni tra gli stati balcanici, in questo caso tra la BiH e la Serbia e che nella Serbia post elettorale non si sa ancora quale via potrebbe intraprendere la societa' con la nuova leadership politica. 

La retorica nazionalista di Milorad Dodik
In una intervista alla Radio e televisione della RS, il presidente di questa entita', Milorad Dodik afferma che la RS e' secondo tutti, tranne la posizione ignorante di alcuni, uno stato e che nella RS tutti la vivono cosi'. Il presidente della RS insiste che l'entita' a maggioranza serba e' per la BiH un "dover essere" ma che la RS rispetta l'Accordo di Dayton anche se non rimarra' l'unica a difenderlo. Dodik prosegue che la "BiH e' un paese impossibile nel senso che si e' rinunciato all'attuazione del documento di Dayton. Lo spirito di Dayton e' passato e adesso si e' entrati nella fase in cui praticamente nessuno vuole questo paese. Non lo vogliono ne' i bosgnacchi perche' se lo volessero, loro accetterebbero l'Accordo di Dayton". Il leader della RS ha detto inoltre che si impegna per una quanto piu' rapida possibile definizione degli obiettivi politici chiari del popolo serbo in generale, sottolineando che di questo ne ha parlato anche recentemente con il presidente della Serbia, Tomislav Nikolić. "Abbiamo concordato che dopo il 20 settembre a Banjaluka si svolgera' il Consiglio per l'attuazione dell'Accordo sulle relazioni speciali al cui ordine del giorno ci sara' anche questo tema" ha precisato il presidente della RS. Ha aggiunto che in quella occasione si dovrebbe esaminare la possibilita' di un comune lavoro di Belgrado e Banjaluka relativo alle questioni di Dayton, del Kosovo, della Chiesa ortodossa serba, della lingua e altre questioni importanti per gli interessi nazionali serbi.
 "Io non sono un serbo bosniaco e non credo che molta gente che vive qui accetta di essere serbi bosniaci. Sono semplicemente serbi. Noi apparteniamo ad un popolo che nei Balcani e' sparso sullo spazio di altri paesi e significatamente ridotto nel periodo della dissoluzione dell'ex Jugoslavia" ha detto Dodik. Il presidente della RS ha ripetuto che il suo partito, l'Alleanza dei socialdemocratici indipendenti non rinuncera' dall'iniziativa che chiede le dimissioni del ministro degli esteri della BiH, Zlatko Lagumdžija perche', come ha detto, Lagumdžija ha violato la Costituzione e le leggi. Questa e' la linea rossa oltre la quale sicuramente non permetteremo di passare. Appena riprendera' il lavoro del Parlamento solleveremo la questione delle dimissioni del ministro degli esteri, ha precisato Dodik. Ricordiamolo, Dodik insiste sulle dimissioni di Lagumdžija dopo che il ministro degli esteri della RS ha voltato a favore della risoluzione sulla Siria alle Nazioni Unite. 

Il testo è la trascrizione di parte della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi a Radio Radicale


PASSAGGIO IN ONDA

E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est trasmessa oggi da Radio Radicale. La trasmissione è riascoltabile nella sezione "In Onda" del blog oppure, insieme a quelle precedenti, sul sito di Radio Radicale.

giovedì 16 agosto 2012

BOSNIA: DODIK RIACCENDE LA RETORICA NAZIONALISTA “GRAN SERBA”

Milorad Dodik
Di Marina Szikora
Nei giorni scorsi, abbastanza attenzione nella regione ha suscitato la visita ufficiale del presidente dell'entita' a maggioranza serba in Bosnia Erzegovina, della Repubblika Srpska, Milorad Dodik a Belgrado per incontrare il presidente Tomislav Nikolić. Gia' in vista di questo incontro, Dodik aveva dichiarato di credere che questo incontro sara' un buon incontro sulla collaborazione internazionale e sulle questioni aperte nonche' sull'attivazione del lavoro del cosidetto Consiglio per l'implementazione dell'accordo relativo alle relazioni speciali e parallele tra la RS e la Serbia. "Sono convinto che le relazioni saranno ancora migliori e di qualita'" ha sottolineato Dodik.Va ricordato che oltre al presidente del Montenegro, Filip Vujanović, Milorad Dodik e' stato l'unico alto funzionario della regione balcanica che aveva partecipato all'inaugurazione del presidente Tomislav Nikolić. Da allora, va altrettanto detto, il presidente della RS ha visitato la Serbia tre volte ma i colloqui al piu' alto livello con il presidente Nikolić finora non si sono svolti. Milorad Dodik, in vista delle elezioni presidenziali in Serbia, aveva appoggiato apertamente il candidato Boris Tadić il che nei singoli circoli politici in Serbia e nella RS e' stato commentato come un gesto 'inopportuno'.

"La Bosnia Erzegovina e' in crisi permanente, il che dimostra la sua incapacita' a sopravvivere... Essa esiste soltanto perche' la comunita' internazionale sta mantenendo l'illusione del suo funzionamento" ha dichiarato Dodik dopo il suo incontro con Nikolić. Il presidente della RS ha valutato che e' arrivato il tempo in cui l'alto rappresentante della comunita' internazionale in BiH dovrebbe presentare il rapporto sul suo lavoro a tutti i firmatari dell'Accordo di Dayton poiche' questo, ha detto, e' previsto dall'Anex 10 dell'Accordo firmato nel 1995. Parlando del recente voto del ministro degli esteri della BiH, Zlatko Lagumdžija alle Nazioni Unite a favore della risoluzione sulla Siria, Dodik ha detto che con questo il ministro ha violato la Costituzione della BiH e per tal motivo dovrebbe dimettersi. "Lagumdžija ha violato la Costituzione della BiH e l'accordo tra i partiti raggiunto per la formazione del Consiglio dei ministri". Dodik ha precisato che il suo partito sollevera' in parlamento la questione della destituzione del ministro degli esteri Lagumdžija. Per quanto riguarda il Kosovo, il leader della RS ha spiegato che la RS e la Serbia hanno la stessa posizione relativa all'indipendenza del Kosovo e lavoreranno insieme per migliorare la situazione del popolo serbo in Kosovo.

Gli analisti concordano che con le sue dichiarazioni di aperto sostegno a Boris Tadić durante la campagna presidenziale in Serbia, Dodik ha commesso un errore. Cosi' Đorđe Tomić afferma che il centro del potere politico cambia dipendentemente dal fatto chi si trova a governare. Il prezzo di creare tensioni nelle relazioni e custodire vecchie offese nonche' mantenere situazioni di gelo tra i due presidenti non sarebbero buone per la regione, afferma questo analista politico. Comunque sia, alcuni analisti in Serbia ritengono che su Dodik in Serbia attualmente non esiste quell'alta opinione come lo e' stato durante il mandato di Boris Tadić. Secondo Ivan Šijaković il presidente della RS si e' rasserenato a malapena con il fatto che Tadić aveva perso le elezioni: "tuttavia, naturalmente, come uomo abile e anche per motivi personali, a causa delle ricchezze che possiede in Serbia, Dodik trova il modo per comunicare con il presidente Nikolić anche se e' noto che lui non ha una opinione particolarmente buona su Dodik, le sue posizioni ed i suoi comportamenti" afferma questo esperto politico. Se e' da giudicare dalle dichiarazioni di Milorad Dodik a seguito del suo incontro con Nikolić la settimana scorsa a Belgrado, le relazioni tra la RS e Belgrado, sono almeno per adesso riconciliate poiche' il presidente della RS ha detto che tra la RS e la Serbia non ci sono questioni aperte. Dodik ha aggiunto di rispettare il fatto che Nikolić e' stato legittimamente eletto presidente della Serbia e ha espresso aspettative che insieme potranno creare e concordare le posizioni relative allo status politico del popolo serbo sia in Kosovo che in BiH.

Nell'intervista per il giornale di Belgrado "Večernje novosti", Milorad Dodik afferma che e' arrivato il tempo per i serbi di riunirsi. Dobbiamo dare le risposte comuni per i problemi che riguardano il popolo serbo – dal Kosovo fino al Montenegro e la Croazia, ha detto il presidente della RS. Raccontando il suo colloquio con il presidente della Serbia Nikolić e gli obiettivi delineati, Dodik ha detto che i serbi necessitano di una politica serba comune per l'intera regione. Abbiamo concordato, ha detto, che collaboreremo di piu' nei settori dell'educazione, cultura, sport ed economia. A fine settembre organizzeremo una riunione del Consiglio congiunto a Banja Luka al quale parteciperanno anche il presidente Nikolić ed il premier Ivica Dačić. Allora elaboreremo la nuova mappa relativa alle nostre relazioni, ha spiegato Dodik.

Il testo fa parte della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi a RadioRadicale

giovedì 3 maggio 2012

PASSAGGIO IN ONDA

E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est trasmessa oggi da Radio Radicale.
La trasmissione è riascoltabile nella sezione "In Onda" del blog oppure, insieme a quelle precedenti, sul sito di Radio Radicale.



giovedì 5 aprile 2012

1992-2012: SARAJEVO RICORDA L'ASSEDIO E GUARDA AL FUTURO (INCERTO)

di Marina Szikora [*]
Con la manifestazione "Linea rossa di Sarajevo" la capitale della Bosnia Erzegovina celebra il ventennale dell'assedio della città vittima dell'agressione serba negli anni Novanta. 11.541 sedie rosse in segno di memoria dei cittadini di Sarajevo uccisi durante l'assedio della citta'. Il programma della manifestazione e' composto da poesie e pezzi musicali con le performance di diversi artisti nonche' del coro di 750 alievi delle scuole elementari e superiori di Sarajevo. L'autore e regista di questo grande progetto, Haris Pašović ha sottolineato durante la presentazione in vista della manifestazione che la sua idea e' nata come desiderio di organizzare un concerto per le oltre 11.000 vittime di Sarajevo. "Le sedie allestite lungo la via di Tito in lunghezza di 800 metri rimarranno vuote tutto il 6 aprile e durante il programma perche' queste persone sono state uccise durante l'assedio e quindi impedite ad essere presenti alla manifestazione. Erano i civili ed i difensori di Sarajevo" ha detto Pašović. Sara' eseguito il grande oratorio postmoderno, creato dal congiungimento di 14 composizioni. Il sindaco di Sarajevo Alija Behmen sottolinea la necessita' di marcare l'uccisione dei concittadini durante l'assedio, ritenendo che questo progetto sara' anche un monito alla distruzione generale e una memoria in particolare alla distruzione di ogni singolo individuo che si e' trovato nell'assedio.

Lo scorso 25 marzo Remy Ourdan, corrispondente di guerra del giornale francese 'Le Monde' ha pubblicato il testo "Sarajevo: le armi taciono, ma le divisioni restano". Il testo riguarda il ventennale dell'inizio dell'assedio di Sarajevo. Ourdan scrive che "vent'anni fa, la citta' esplose, nel vero senso della parola. I cecchini serbi di Radovan Karadžić avevano aperto il fuoco il 5 aprile 1992 contro i cittadini di Sarajevo i quali protestarono portando bandiere jugoslave e foto di Tito credendo ancora che i nazionalismi, quelli serbi ed altri, si sarebbero fermati alle porte della Sarajevo multietnica e tollerante. La guerra iniziera' ufficialmente il 6 aprile e l'assedio di Sarejevo il due maggio quando i bersaglieri di Ratko Mladić (allora comandante dell'esercito serbo in Bosnia) attaccarono le linee ferroviarie e di tram e quando i militari serbi circondarono la citta'. La guerra duro' tre anni e mezzo e si porto' via oltre 100.000 vite. L'assedio di Sarajevo, il piu' lungo nella storia, duro' 1.395 giorni. Nella capitale bosniaca morirono 11.541 persone". "Dalla fine della guerra, Sarajevo sta' curando le sue ferite", prosegue nel suo testo il giornalista di 'Le Monde' e sottolinea che questo non e' per niente facile in un paese paralizzato dall'accordo di pace firmato nel 1995 a Dayton e contenuto nella Costituzione che aveva ufficializzato la divisione etnica. "E non e' facile in un paese che soffre di una crisi economica piu' aspra rispetto al resto dell'Europa, dove la gente e' maggiormente senza lavoro, sia che si tratti dei veterani di guerra di 45 anni oppure di venticinquenni che hanno appena terminato gli studi all'universita'".

La Bosnia Erzegovina continua ad essere divisa secondo le decisioni dell'Accordo di Dayton. E' composta, come sappiamo, da due entita', la Federazione di Bosnia Erzegovina, a maggioranza croato-bosgnacca, e la Republika Srpska, l'entita' a maggioranza serba fonte di molte contestazioni e minacce di separazione. Non c'e' comunque nessun accordo visibile e rassicurante tra i tre popoli costituenti: quello bosgnacco musulmano, quello serbo e quello croato. La divisione continua e gli argomenti etnico religiosi continuano ad essere fonte di questa insormontabile divisione. Ci e' voluto ben oltre un anno fino alla formazione di un governo di coalizione. Ma soprattutto nella RS resta dominante la retorica nazionalista e separatista che cerca e spesso trova appoggio nella vicina Serbia. Cosi' il leader della RS, Milorad Dodik non ha nessun problema o rimorso quando dichiara che Belgrado e' anche la capitale dei serbi della Bosnia. La vicina Croazia, con il nuovo governo di Zoran Milanović ma anche con la presidenza di Ivo Josipović ribadisce che la Bosnia Erzegovina deve essere la patria dei tre popoli costituenti con pari diritti e che il loro futuro deve essere il futuro in un paese unito, incamminato verso l'Europa e deciso ad effettuare le necessarie riforme.

Questa trasmissione cade proprio alla vigilia dell'anniversario di quel tragico 6 aprile e sicuramente se ne parlera' ancora in questi giorni e saranno in molti a ricordarselo. Ma si parla e si ipotizzera' ancora di piu' di quello che potrebbero essere i futuri scenari di questo paese cosi' fragile e con molte questioni irrisolte.

I risultati di una recentissima analisi effettuata dalla fondazione "Fridcrich Ebert" parlano di cinque possibili scenari di eventi fino al 2025 in Bosnia. Si tratta di diverse opzioni: dal mantenimento dello stato attuale fino all'istituzione di uno stato funzionante o perfino della completa disgregazione. Il capo della sezione bosniaca di questa fondazione tedesca, Paul Pasch ha dichiarato lunedi' a Sarajevo che grazie alle analisi in cui hanno preso parte venti persone del mondo politico, economico, dei media nonche' di altri settori pubblici in Bosnia Erzegovina, all'opinione pubblica sono presentati cinque possibili scenari relativi al futuro del Paese. "La crisi economica globale ha colpito con tutta la forza la Bosnia che anche finora soffriva di una situazione sociale ed economica difficile. Oggi prevale il blocco politico" ha detto Pasch aggiungendo che per questo e' arrivato l'ultimo momento per attuare le riforme costituzionali ed altre affinche' si possano realizzare gli sforzi per l'adesione all'Ue.

Un po' simile al modello "Mont Fleur" che questa fondazione aveva gia' sperimentato seguendo la transizione della Repubblica Sudafricana dall'apartheid alla democrazia all'inizio degli anni novanta, adesso per quanto riguarda la Bosnia Erzegovina vengono offerti cinque possibili scenari.

Il primo prevede il mantenimento di uno status quo vale a dire l'attuale ordinamento complicato della Bosnia. In questo senso, secondo le valutazioni, entro il 2025 si potrebbe sperare appena ad uno status candidato per l'adesione all'Ue mentre tutti gli altri paesi della regione ne farebbero gia' parte. Lo secondo scenario prevede invece l'istituzione di uno stato decentralizzato funzionante il quale sarebbe fattibile dopo l'attuazione delle riforme costituzionali con il sostegno della comunita' internazionale. In tal caso la Bosnia potrebbe contare con il pieno ingresso nell'Ue perche' diventerebbe uno stato di diritto con crescita economica. Il terzo possibile scenario secondo la fondazione, sarebbe quello sotto il titolo "stato centralizzato funzionante" che altrettanto vede la Bosnia come membro dell'Ue nel 2025. Questo modello si svilupperebbe pero' dopo gli eventi drammatici nella meta' di questo decennio. Dopo conflitti violenti interni, la comunita' internazionale interverrebbe militarmente e politicamente e rafforzerebbe gli organi centrali del potere semplificando il processo decisionale il che garantirebbe anche l'attuazione di tutte le riforme necessarie. Secondo il quarto scenario vi sarebbe "un nuovo collegamento regionale" il quale prevede il suo ingresso nell'Ue sempre nel 2025 ma precedente vi sarebbe un maggiore collegamento politico ed economico di tutti i paesi dei Balcani occidentali dopo il rifiuto di tutte le ideologie nazionalistiche che finora hanno portato alle divisioni. Questo nuovo collegamento acconsentirebbe un rafforzamento del processo di eurointegrazione della Bosnia Erzegovina. Il quinto tra questi scenari ed il peggiore prevede al contrario che il Paese entro il 2025 non esisterebbe piu' mentre membri dell'Ue potrebbero diventare eventualmente i tre stati etnici formatisi sulle rovine di questo paese dopo nuovi conflitti armati. Questo scenario prevede l'intervento militare e politico della comunita' internazionale ma con la conoscenza che la Bosnia non puo' sopravvivere e che la soluzione migliore sarebbe quella di dividerla in tre parti.

Il direttore del dipartimento per l'Ue presso il ministero degli Esteri, Amer Kapetanović, il quale e' stato uno degli esperti che avevano elaborato i possibili scenari, ritiene che l'ultima delle proposte-previsioni e' comunque la meno probabile. Secondo le sue parole, l'obiettivo di questo studio era quello di sollecitare un dibattito piu' allargato nella societa' per esaminare dove potrebbe condurre l'attuale situazione e quale sarebbe l'obiettivo per il quale bisognerebbe impegnarsi in tempo. "L'importante e' che e' stato constatato che la comunita' internazionale deve avere un ruolo chiave in tutti questi scenari" ha detto Kapetanović.

[*] Corrispondente di Radio Radicale. Il testo è tratto dalla puntata odierna di Passaggio a Sud Es