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giovedì 31 marzo 2016

LA SENTENZA DI ASSOLUZIONE DI VOJSLAV SESELJ

Intervista a Luca Leone per Radio Radicale

Ad una settimana esatta dalla condanna di Radovan Karadzic, il Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia ha assolto l'ultranazionalista serbo Vojslav Seselj, fondatore e presidente del Partito radicale serbo, da tutti i capi d'accusa per crimini di guerra e crimini contro l'umanità per fatti accaduti durante la guerra in Croazia e in Bosnia. Una sentenza che ha sorpreso il procuratore capo del Tribunale, Serge Brammertz, che ha già preannunciato un ricorso contro la decisione dei giudici che ha rigettato completamente l'ipoptesi accusatoria. L'intervista propone un'interessante analisi sulle ragioni dettate dalla realpolitik che spiegano queste due decisioni così di diverse da parte del Tribunale internazionale.

Luca Leone, giornalista, scrittore ed editore (Infinito edizioni) ha scritto doversi saggi sull'ex Jugoslavia e in particolare sulla Bosnia, un paese che ama e conosce molto bene. I suoi interventi si possono leggere sul suo blog Occhio Critico.




ASSOLTO VOJSLAV SESELJ

Benkovac, 1991: Seselj (sin.) all'inzio della guerra in Croazia
Ad una settimana esatta dalla condanna a 40 anni di Radovan Karadzic, il Tribunale internazionale per l'exJugoslavia (Icty) ha assolto il leader ultranazionalista serbo Vosjislav Seselj dai nove capi di imputazione per crimini di guerra e contro l'umanità commessi contro croati e musulmani durante i conflitti del 1991-95. Secondo i giudici dell'Aia la procura, che aveva chiesto una condanna a 28 anni per l'imputato, non è riuscita a provare l'esistenza di un'impresa criminale congiunta". Seselj, dunque, è un uomo libero, come ha detto il presidente della giuria Jean-Claude Antonetti.

Seseslj, che nel 2003 si era volontariamente costituito ed era poi stato scarcerato per motivi di salute nel 2014, non ha voluto essere presente alla lettura della sentenza come aveva fatto sapere da Belgrado e ha elogiato i giudici del tribunale - definiti "degni di onore e giusti" - dopo tutti i processi “che hanno accusato serbi innocenti che hanno ricevuto sentenze draconiane”. Per Seselj i giudici "hanno dimostrato che la loro professionalità e il loro onore è al di sopra di qualsiasi pressione politica" e hanno emesso "l'unico verdetto possibile".

Opposto il giudizio della procura che in un comunicato dichiara di prendere atto della decisione in attesa di esaminare le motivazioni dei giudici e giudica comprensibile “che molte vittime e le comunità resteranno deluse dalla sentenza". Il procuratore capo, Serge Brammertz, da parte sua ha già annunciato di voler fare appello e ha parlato di una sentenza "a sorpresa" sottolineando di condividere la frustrazione di molte delle vittime. "Non posso essere soddisfatto dell'esito", ha dichiarato parlando ai giornalisti. "Le motivazioni non sono assolutamente in linea con la realtà fattuale", ha aggiunto Brammertz.

Seselj doveva risponder di nove capi di imputazione per crimini commessi nell'ambito del suo
progetto di unificazione di "tutte le terre serbe". Secondo l'accusa Seselj era dietro agli assassini di molti croati, musulmani e civili non di etnia serba, come della deportazione forzata di "decine di migliaia" di persone da vaste aree della Bosnia Erzegovina, della Croazia e della Serbia. Inoltre, secondo l'accusa, avrebbe comandato unità paramilitari chiamate "Gli uomini di Seselj". Per la corte, tuttavia, il caso è stato presentato in maniera confusa e ambigua e l'accusa non è riuscita a chiarire il contesto generale in cui si sono svolti gli eventi. La procura ha dato "al massimo un'interpretazione che nasconde il modo in cui si sono svolti i fatti e nel caso peggiore li distorce in relazione alle prove presentate alla camera", ha dichiarato il presidente della corte Antonetti.


La notizia dell'assoluzione del leader dell'ultranazionalista Partito radicale serbo ha fatto subito il giro delle capitali dei Paesi che furono coinvolti nelle guerre degli anni '90 che segnarono la dissoluzione della Jugoslavia. La Croazia l'ha già definita "vergognosa". Il primo ministro Tihomir Oreskovic, in visita a Vukovar, la città che all'inizio della guerra, nell'autunno del 1991, fu assediata e rasa al suolo dalle forze serbe e fu teatro di un efferato eccidio di civili croati, ha parlato di una “sconfitta della corte dell'Aia e dei procuratori” descrivendo Seselj come “un uomo che ha fatto cose malvagie e non ha mostrato rimorso né allora né oggi".


mercoledì 30 marzo 2016

JOVAN DIVJAK: "I BOSGNACCHI NON DIMENTICHERANNO KARADZIC E MLADIC"

A proposito della condanna a 40 anni di Radovan Karadzic, emessa dal Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia per i crimini commessi durante la guerra di Bosnia, Luca Leone, giornalista, scrittore ed editore (Infinito edizioni), sul suo blog "Occhio critico" riporta un passo del libro di Jovan Divjak, il generale serbo che decise di restare a Sarajevo per difendere la sua città dall'aggressione dell'esercito e delle milizie paramilitari serbo-bosniache.

“I giovani orfani di cui mi occupo sono consapevoli del fatto che, se non hanno più i genitori e vivono in povertà, la colpa è di due criminali che si chiamano Karadžić e Mladić.erto, tutti sanno che Milošević è il responsabile maggiore di quanto è successo nella ex Jugoslavia e, dalla fine della guerra, i nostri media hanno diffuso molti reportage e pubblicato analisi su di lui, che però resta un personaggio lontano. Invece i bosgnacchi non dimenticheranno così facilmente Karadžić e Mladić. Non passava giorno senza che apparissero in televisione o fossero sui giornali. I due erano a 15 chilometri da Sarajevo, a Pale. È a loro due che rivà la memoria – tenuta desta dalla stampa che li menziona continuamente – quando si pensa al bambino o al vecchio ammazzati da uno sniper”.

giovedì 24 marzo 2016

KARADZIC CONDANNATO A 40 ANNI PER CRIMINI DI GUERRA E GENOCIDIO

Il Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia ha giudicato l'ex capo politico dei serbi di Bosnia colpevole per il genocidio di Srebrenica, l'assedio di Sarajevo e altri crimini commessi durante la guerra del 1992-95. La corte ha invece giudicato non sufficienti le prove per l'accusa di genocidio relativa ai fatti avvenuti in una serie di villaggi.

Radovan Karadzic mentre ascolta la sentenza
Quarant'anni di carcere: questa la condanna decisa dalla 3a sezione del Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia al termine del processo di primo grado contro Radovan Karadzic, l'ex leader dei serbi di Bosnia durante il conflitto degli anni '90, giudicato colpevole di genocidio, uccisioni, deportazioni e altri crimini di guerra. Una sentenza che sulle prime ha scontentato molti: la difesa, ovviamente, ma anche i parenti delle vittime e i sopravvissuti che speravano nella condanna all'ergastolo chiesta dal procuratore Tieger. Inoltre la corte non ha ritenuto sufficienti le prove che volevano dimostrare l'esistenza di un piano genocidiario premeditato e organizzato dalla dirigenza serbo-bosniaca fin dall'inizio del conflitto. Altro elemento di delusione è che la sentenza è giunta a più di vent'anni dai fatti, a quasi un anno e mezzo dalla chiusura di un processo durato 5 anni che si è celebrato dopo ben 13 anni di latitanza dell'imputato che nel frattempo aveva potuto vivere pressoché indisturbato nonostante sul suo capo pendesse una taglia di 5 milioni di dollari. Una latitanza durata fino al luglio del 2008 quando Karadzic, grazie ai cambiamenti politici che nel frattempo erano avvenuti in Serbia, fu finalmente arrestato a Belgrado dove esercitava la professione di medico specializzato in medicina alternativa e psicologia sotto il falso nome di Dragan David Dabic.

Oltre che per il massacro di Srebrenica, il più grave crimine di guerra compiuto in Europa dalla fine della seconda guerra mondiale, costato la vita a oltre 8000 bosgnacchi maschi e giudicato come genocidio dalla giustizia internazionale, la Corte ha giudicato Karadzic responsabile anche di omicidio e persecuzione di civili per le atrocità commesse durante i 44 mesi dell'assedio di Sarajevo nel quale morirono circa 10mila persone. A questi reati si aggiunge la "presa di ostaggi" compiuta con il sequestro di 284 caschi blu dell'Onu usati come scudi umani contro i bombardamenti della Nato. Il tribunale dell'Aja ha ritenuto invece insufficienti gli elementi forniti dall'accusa per estendere l'accusa di genocidio anche agli eccidi compiuti a Bratunac, Prijedor, Foca, Kljuc, Sanski Most, Vlasenica e Zvornik. Per questi episodi Karadzic è stato comunque ritenuto colpevole di crimini contro l'umanità, omicidio e persecuzione.

Il video delle lettura della sentenza di condanna per Radovan Karadzic


Alla lettura delle sentenza, nell'aula del tribunale internazionale all'Aja, hanno assistito rappresentanti delle associazioni delle Donne e Madri di Srebrenica, degli ex detenuti dei campi di concentramento, delle Donne vittime di guerra, dei Genitori dei bambini uccisi e rappresentanti di altre organizzazioni giunti appositamente dalla Bosnia, assieme a decine e decine di giornalisti, diplomatici e insegnanti, ricercatori e rappresentanti della società civile.


Val al sito del Tribunale Internazionale per l'ex Jugoslavia

giovedì 11 febbraio 2016

BELGRADO DEDICA UNA VIA A SRDJAN ALEKSIC

Il 20 gennaio scorso Belgrado ha intitolato una via a Srđan Aleksić, giovane militare serbo-bosniaco che morì per salvare la vita ad un amico bosgnacco.

Il 21 gennaio 1993, nel pieno della guerra in Bosnia, al mercato di Trebinje, una località nel sud-est del paese, quattro soldati serbi aggredirono il bosgnacco Alen Glavović. Un giovane soldato riservista serbo-bosniaco, Srđan Aleksić, amico di Alen, intervenne in sua difesa e fu a sua volta aggredito dai quattro che lo colpirono ripetutamente con i calci dei fucili. Aleksić morì qualche giorno più tardi, il 27 gennaio. Aveva 27 anni. Tre dei quattro responsabili del pestaggio alla fine della guerra vennero condannati a due anni e sei mesi ciascuno di carcere (il quarto era morto nel frattempo).

Le piazze e le vie di diverse località, sia in Bosnia che in Serbia, tra cui a Novi Sad, sono state dedicate ad Aleksić tra le quali Podgorica, capitale del Montenegro, dove dal 2014 il corso Srđan Aleksić si trova nei pressi de parco Pobrežje dedicato alle vittime civili delle guerre in ex Jugoslavia. Nel 2012 l'allora presidente serbo Boris Tadić, in occasione della festa nazionale del 15 febbraio, conferì alla memoria di Srđan la medaglia d’oro di Miloš Obilić, l’onorificenza che premia gli eroi della Serbia.

Nel 2013, con una petizione on-line, fu proposto di intitolare una via ad Aleksić anche a Belgrado cosa che è avvenuta il 20 gennaio scorso. Alla presenza delle autorità cittadine, di parenti ed amici di Aleksić, il city manager della capitale serba Goran Vesić, ha ricordato ai presenti che "se si impara dall'esempio di Srđan Aleksić, la sua azione continuerà a vivere e le generazioni future avranno la possibilità di apprendere cosa siano l'umanità ed il coraggio".

La vicenda di Srđan Aleksić ha ispirato due film che raccontano il suo gesto in difesa dell'amico: il documentario "Srdjo" del 2012 ed il lungometraggio "Circles" l'anno successivo. Inoltre la storia di Aleksić è raccontata nel libro "Yugoland" di Andrea Ragona, pubblicato in Italia del 2012 (Ed. Beccogiallo).

domenica 17 maggio 2015

"TERRORISMO E NAZIONALISMO SONO FABBRICATI PER COMBATTERCI GLI UNI CON GLI ALTRI"

Una settimana fa, nelle ore dello scontro armato di Kumanovo, tra le forze di sicurezza macedoni e presunti “terroristi kosovari” che hanno lasciato sul campo 22 morti e provocato gravi danni alle abitazioni suscitando timori e inquietudine in tutta la regione e nel resto d'Europa, hanno fatto notizia le parole un abitante di Kumanovo, raccolte per strada da Vasko Magleshov, giornalista del canale TV 24 Vesti, nelle stesse ore e a poca distanza dai combattimenti.L'uomo è un albanese di Macedonia e in modo naturale e con parole molto semplici invita a difendere la convivenza, a non farsi trascinare nella spirale delle violenze, a diffidare della propaganda dei politici locali. La gente intorno lo applaude e un altro cittadino, di etnia slavo-macedone, lo abbraccia, si dice d'accordo con lui, ripete le sue parole. Il video in poco tempo si è diffuso in rete, è stato visualizzato e condivisa da centinaia di migliaia di persone sui social network ed è diventato, come si dice, “virale”. 



Questa è la trascrizione tradotta in italiano di alcuni momenti del video che trovate sul portale Eastjournal.net che ringraziamo per averla resa disponibile insieme al video.

Vedete, io sono una persona ragionevole e so cosa sto dicendo. Non ho alcuna minima intenzione negativa nei confronti dei macedoni. Al contrario, ho molti amici e abbiamo un’ottima vita in comune. E chiedo a tutti di mantenere la calma e di proteggere la nostra gente, di rimanere calmi mentre c’è qualcuno che sta giocando sporco, che siano gli uni o che siano gli altri. Pensano che siamo ciechi? Dove porta tutto questo? Qualcuno ha dato una risposta? Qualcuno si è preso delle responsabità, etiche o morali?  Perché dobbiamo arrivare noi a questo, [per poi dire che] è stato Putin o l’America? Noi abbiamo creato il marcio a casa nostra e poi diciamo che puzza? Pensiamoci, chi ci ha portato a questo?
Le persone non sono responsabili. Turchi, albanesi, macedoni: nessuno è colpevole. Forse c’è stato un tempo in cui ci hanno mentito e siamo stati manipolati. La gente è consapevole di questo. Ma questo non può durare finché la gente crede ai loro “film”, i loro film dove ci sono persone innocenti rapite, uccise, gente che non ha niente a che vedere con le armi, e che improvvisamente diventano terroristi. Ma cosa significa “terrorista”? Ma che prima rispondano su chi ha ucciso Neshkovski. E tutto ciò che nascondono. Che rispondano sul caso Smilkovsko, sul caso Sopot, sul caso Monster.
Sentiamo cosa dicono sull’economia, sulle persone che hanno fame, su chi non mette assieme pranzo e cena. Non ho soldi in tasca, non ho futuro, non ho nulla. Eppure loro raccontano ogni giorno che creeranno posti di lavoro. Idee fittizie. Zone economiche speciali che nnessuno ha mai visto. Cos’è tutto questo? Qui nessuno vuole la guerra. Non sopporto nemmeno i rumori forti, figuriamoci gli spari. E se devo desiderare che qualcuno muoia, allora che sia io il primo a morire.
[...] Invito tutti i leader, Ali Ahmeti, Thaci [leaders dei partiti albanesi di Macedonia], anche se sono corrotti… dovrebbero essere qui con la gente. Anche l’SDSM [il principale partito di opposizione]. Anche Gruevski [il primo ministro]. Visto che è amato dalla gente… Che venga qui. Non posso amare i miei figli e allo stesso tempo avere paura di loro. Questa filosofia non regge. Dove sono le loro famiglie? Dicono che [Gruevski] abbia portato la propria famiglia a Lugano. Dove l’ha portata? Ha un figlio o un cugino qui in questa guerra? Che prendano una pistola in mano, allora! Goce Delcev e Skanderbeg [due personaggi di riferimento delle memorie nazionali, rispettivamente, macedone e albanese] almeno erano andati a combattere. Lui è là nel suo ufficio, nascosto in qualche tunnel.
[Applausi della folla. Si avvicina un altro uomo che gli dice: "Io sono macedone, bravo", e lo abbraccia. Il primo uomo si interrompe, poi riprende]
Se proprio dobbiamo parlare di terrorismo e nazionalismo, queste sono cose fabbricate per farci combattere gli uni contro gli altri. È da quarant’anni che vivo qui, e non ho sentito quaranta parole di macedoni contro albanesi, o di albanesi contro macedoni. [L'altro uomo aggiunge: "io è da cinquant'anni e non ho mai avuto problemi"].
E sono contento che lui macedone, e io albanese, abbiamo capito che ci manipolano. Ma qui ci sono ancora persone che non riescono a capirlo. E non dobbiamo permettere che questa minoranza di persone ci divida.

Penso si tratti di una testimonianza che, nella sua apparente normalità, contribuisce ad avere un diverso punto di vista sui fatti di questi giorni. Diverso rispetto a certe cronache che abbiamo sentito in questi giorni e che troppo spesso continuano a interpretare le tensioni nei Balcani come “la polveriera pronta a esplodere”. Non si va a cercare le manipolazioni che stanno dietro ad operazioni con cui si fomenta l’odio. Non si fa la fatica di comprendere quali erano davvero gli interessi che hanno fatto scoppiare le guerre jugoslave degli anni '90. E non si considera mai la gente, che è stata vittima di quegli interessi e di quelle manipolazioni. Oppure si propinano tesi “geopolitiche” che, oggi come venti anni fa, servono solo a sostenere le proprie tesi unilaterali sulle cause delle guerre jugoslave e sulle tensioni che ancora restano nell'area.

A questo proposito segnalo il gruppo diFacebook denominato “Quando un giornalista scrive "Lapolveriera dei Balcani", muore un panda”. E' una reazione – ironica ma non troppo – ad un certo giornalismo sempre innamorato di "scontri etnici", "tensioni mai sopite", "fucina di odi", "focolaio di instabilità". Un giornalismo che, come spiegano i promotori del gruppo, fa dell'inutile sensazionalismo ingigantendo problemi con cui tutta l'Europa fa i conti o li ha fatti in passato. Troppo forte la tentazione di presentare i Balcani sempre e comunque come l'eccezione d'Europa, come il teatro di violenze sempre pronte a riaccendersi, invece che come un'area che ha la sua storia, le sue particolarità, le sue risorse e, certamente, anche i suoi non semplici problemi. Un'area che andrebbe trattata con maggiore attenzione. E con maggiore rispetto.

sabato 16 maggio 2015

SREBRENICA, LA GIUSTIZIA NEGATA

Da qualche giorno è in libreria il nuovo libro di Luca Leone, “SREBRENICA. LA GIUSTIZIA NEGATA”, scritto a quattro mani con Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia.
 
A venti anni dal genocidio Leone e Noury hanno deciso di affrontre quella vicenda terribile con un linguaggio semplice e in forma di dialogo con l'obiettivo non solo di raccontare cause, svolgimento e conseguenze del genocidio di Srebrenica, ma di analizzare tutto ciò che ruota da vent’anni intorno a questo orrore della storia europea contemporanea.

L'11 luglio 1995: oltre ottomila (ma alcune stime parlano di più di diecimila) maschi tra i 12 e i 76 anni vengono catturati, torturati, uccisi e inumati in fosse di massa. Lo stesso destino tocca ad alcune giovani donne che vemngono prima stuprate e poi uccise. Le vittime sono bognacchi (bosniaci di religione musulmana), da oltre tre anni assediati dalle forze ultranazionaliste serbo-bosniache agli ordini di Ratko Mladić e dalle bande di paramilitari serbi. Venti anni dopo, Mladic e Karadzic (l'allora capo politico dei serbo-bosniaci) sono sotto processo all'Aja, alcuni capi paramilitari sono morti, ma ancora molti dei carnefici di allora sono a piede libero e una parte dell'opinione pubblica serba li considera "eroi" lasciando un profondo senso di ingiustizia e di impotenza nei sopravvissuti.
 

Il libro di Leone e Noury è un reportage nel buco nero della guerra e del dopoguerra bosniaco e nella mancanza di giustizia che seguita al genocidio di Srebrenica, una delle pagine più nere della storia europea del Novecento e sicuramente la peggiore dalla fine della seconda guerra mondiale. In questo viaggio attraverso uno degli eventi più importanti e mostruosi della storia del Novecento gli autori si sono fatti accompagnare da amici importanti com Moni Ovadia, Miralem Pjanic, Irfanka Pašagic, Silvio Ziliotto. Che hanno scritto quanto segue.

“L’ipocrisia, il cinismo e l’indifferenza della politica interessata solo al potere, fanno sì che ancora, a Srebrenica, le vittime degli orrori debbano vedersi quotidianamente davanti, impuniti, arroganti, beffardi, minacciosi – spesso trasformati in eroi –, molti dei loro carnefici o quelli dei loro cari sepolti in fosse comuni o fatti a pezzi e conservati in frigoriferi, gli stupratori individuali e di massa, e non possano elaborare immani sofferenze e lutti atroci. Noi piccoli o grandi militanti della Memoria e attivisti dell’integrità inviolabile dell’uomo, ci sentiamo presi alla gola da un insopprimibile senso di impotenza sfregiato da revisionismi e negazionismi. Qualcosa però possiamo farlo!”. (Moni Ovadia)

“Luca Leone e Riccardo Noury sanno quanto sia importane raccontare ciò che è stato fatto a Srebrenica e quanto sia vitale che anche gli altri, più persone possibile, sentano e facciano qualcosa affinché finalmente avvenga quello che le Donne di Srebrenica da anni chiedono durante le loro proteste non violente, che si svolgono l’11 di ogni mese a Tuzla: ‘Noi vogliamo verità e giustizia, e vogliamo condanne per i criminali’”. (Irfanka Pašagic)

“Il popolo bosniaco va accompagnato e aiutato verso quell’Europa che qui ha dimenticato a lungo le sue carte dei diritti e da qui deve ripartire in un cammino, arduo ma possibile, di pace e giustizia”. (Silvio Ziliotto)

“I bosniaci hanno un cuore grande e meritano un futuro positivo. Spero davvero che andrà sempre meglio. Io continuerò a fare il massimo per aiutare il mio Paese”. (Miralem Pjanic)
Ci accompagnano, inoltre, in questo viaggio, alcune associazioni importanti, Amnesty International in testa, quindi Rete, Sie, Iscos, Associazione per i popoli minacciati.

Il consiglio di Passaggio a Sud Est è di leggere “SREBRENICA. LA GIUSTIZIA NEGATA” e, se ancora non lo avete fatto, anche gli altri lavori che in questi anni Luca Leone ha dedicato alla sua amata Bosnia e che trovate sul sito della Infinito Edizioni. 

Leggi qui la prefazione del libro

GLI AUTORI

Luca Leone
(Albano Laziale, 1970), giornalista professionista e saggista, è laureato in Scienze politiche.
È direttore editoriale e co-fondatore della casa editrice Infinito edizioni. Ha scritto e scrive per molte testate. Ha firmato, tra gli altri, per Infinito edizioni: Srebrenica. I giorni della vergogna (2005-2011); Bosnia Express (2010); Saluti da Sarajevo (2011); I bastardi di Sarajevo (2014).

Riccardo Noury
E' il portavoce di Amnesty International Italia, organizzazione non governativa per i diritti umani di cui fa parte dal 1980. Ha curato Non sopportiamo la tortura (Rizzoli Libri Illustrati, 2001), Poesie da Guantánamo (Edizioni Gruppo Abele, 2007) ed è stato coautore di Un errore capitale (EdizioniCultura della Pace, 1999). Blogger per Il Corriere della Sera, Il Fatto Quotidiano e Articolo 21. Zemaniano.

 

mercoledì 26 novembre 2014

SESELJ TORNA IN SERBIA: TORNA ANCHE IL PASSATO?

Le dichiarazioni del capo ultranazionalista sotto processo all'Aja provoca dure reazioni in Croazia

Di Marina Szikora
Il presidente croato Ivo Josipovic ha condannato aspramente le ultimissime dichiarazioni bizzarre del leader degli ultranazionalisti radicali serbi, Vojislav Seselj in occasione dell'anniversario della tragica caduta di Vukovar di 23 anni fa. Il recentemente rilasciato imputato dell'Aja, Seselj si e' infatti congratulato con i “cetnici serbi” in occasione “della giornata della liberazione della Vukovar serba”. Ne ha dato notizia l'agenzia di stampa serba, Tanjug. Sul suo Twitter, Josipovic ha valutato queste congratulazioni come una provocazione vergognosa e ha rilevato che Seselj deve essere riconsegnato all'Aja. L'agenzia di stampa croata Hina, scrive il quotidiano serbo 'Vecernje novosti' ha informato che Seselj ha mandato un messaggio a tutti i media croati in cui ha detto che “nella giornata di oggi, 23 anni fa, i cetnici serbi dopo tre mesi di lotte eroiche hanno liberato la citta' di Vukovar dalle formazioni paramilitari ustasce”. “La Vukovar serba fu la prima citta' serba liberata, la quale senza lotta, grazie all'aiuto del regime di Belgrado fu riconsegnata allo stato ustascia croato” ha detto Seselj riferendosi al passato degli anni novanta. Nel suo messaggio e' stato detto ancora che “Vojislav Seselj e il suo partito non rinunceranno a nessun millimetro dello stato serbo e faranno il tutto possibile affinche' “la Republika della Krajina Serba e la Vukovar serba diventino nuovamente parte integrale della Grande Serbia”. Il presidente croato nel suo messaggio pubblico attraverso la televisione di stato HTV ha fatto sapere di aver scritto al presidente del Tribunale dell'Aja che giudica i crimini commessi in ex Jugoslavia su quanto accade dal rilascio di Sesselj dal carcere dell'Aja. Le notizie sulla lettera di Josipovic a Meron sono state riportate anche dai media serbi, senza pero' ulteriori commenti. In questa lettera, Josipovic ha avvertito che vi e' la possibilita' del rafforzamento delle attivita' politiche di Seselj e il pericolo che la sua retorica di odio minacci gravemente la pace e la stabilita' in Europa Sudorientale.

Il testo è la trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 24 novembre a Radio Radicale

mercoledì 19 novembre 2014

ROSE BIANCHE PER LE CROCI DI VUKOVAR

Vukovar: il memoriale di Ovcara
Anche quest'anno la Croazia si è fermata per commemorare la caduta di Vukovar, la “città martire” che fu conquistata dall'esercito federale jugoslavo (in realtà ormai solo serbo) il 18 novembre del 1991 dopo tre mesi di assedio martellante e dove le milizie paramilitari serbe si abbandonarono a violenze di ogni tipo contro i difensori della città e la popolazione civile superstite. Alla normale emozione che accompagna ogni anno in Croazia la commemorazione, quest'anno si aggiunge il clima politico piuttosto teso in vista delle ormai imminenti elezioni presidenziali (non ancora ufficialmente fissate ma previste per la fine di dicembre o più probabilmente per gennaio) e delle elezioni parlamentari del 2015.
La crisi economica continua a farsi sentire e l'opposizione di centro-destra, guidata dal Hdz, al momento in testa nei sondaggi, cerca in tutti modi di sfruttare la situazione per mettere in difficoltà il governo socialdemocratico di Zoran Milanovic, messo sotto pressione da Bruxelles che spinge sui tagli e sulle riforme, e il presidente Ivo Josipovic, che ha già manifestato per tempo la sua decisione di candidarsi per un secondo mandato.
A questo si aggiunge la questione dei veterani della guerra che da alcune settimane protestano (alcuni con lo sciopero della fame, mentre un altro ha tentato di darsi fuoco) chiedendo le dimissioni del ministro competente, a sua volta reduce di Vukovar, prigioniero in un campo di concentramento serbo dove fu torturato, e del suo vice, Bojan Glavasevic, figlio del giornalista che fu ucciso nel massacro di Ovcara il cui nome e' un simbolo della guerra, che si è trovato al centro di una polemica strumentale per alcune sue dichiarazioni riprese fuori contesto da alcuni organi di stampa. Il tutto è più o meno coinciso con l'arresto di Milan Bandic, sindaco di Zagabria e uno dei più potenti politici croati.
Infine, la scorsa settimana, il rientro a Belgrado di Vojislav Seselj, leader ultranazionalista sotto processo davanti al Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia con l'accusa di omicidio, atti inumani, persecuzioni per motivi politici, razziali e religiosi, sterminio e attacchi contro civili nei territori di Croazia e Bosnia. Seselj è stata posto in libertà condizionata per motivi di salute dopo oltre 11 anni di detenzione preventiva. Una decisione, quella del Tpi, che ha provocato reazioni fortemente negative in Croazia.

Qui di seguito la trascrizione della corrispondenza di Marina Szikora sulla commemorazione della caduta di Vukovar andata in onda ieri nel corso del notiziario serale di Radio Radicale.

Rose bianche per le croci di Vukovar
di Marina Szikora
Come ogni anno, dalla fine della guerra di occupazione degli anni novanta, la Croazia commemora la caduta della citta' simbolica di questa guerra, la citta' martire, Vukovar. Una vicenda questa che e' stata tra le peggiori della guerra contro la Croazia, una vicenda e una citta' che riguardano anche l'impegno ormai storico dei radicali transnazionali di Emma Bonino e Marco Pannella per il riconoscimento delle ex repubbliche jugoslave. Ma forse come mai prima dalla fine di queste guerre, che rendono l'intera regione ancora cosi' vulnerabile, pero' desiderosa di impegnarsi a superare il male del passato e garantire la stabilita' odierna di tutta l'area, forse come mai prima, la commemorazione della caduta di Vukovar e dei massacri di Ovcara, sentono oggi di fallita giustizia internazionale. E come si suol dire in questi giorni in Croazia e non solo, le vittime di Vukovar, Ovcara, Osijek, Dubrovnik e molte altre, sono morte ancora una volta con la decisione inspiegabile del Tribunale dell'Aja che giudica i crimini commessi in ex Jugoslavia di rilasciare il criminale di guerra, l'ultranazionalista radicale serbo, Vojislav Seselj. Una decisione questa dei giudici dell'Aja, dovuta, come la si giustifica, alla salute precaria dell'imputato. Ma invece delle cure adeguate in Serbia, Seselj torna a Belgrado con il suono delle fanfare di vittoria tra i suoi numerosi seguaci. Una vittoria di Piro, l'hanno commentata alcuni, ma per la Croazia una facenda vergognosa che ha permesso ad un progetto folle di tornare in piazza e per le strade della Serbia. Il progetto della Grande Serbia, cosi' spesso invocato da Seselj, durante la guerra, ma anche nei lunghi anni della sua permanenza all'Aja, oltre 11 anni, in un processo senza fine e da lui stesso disprezzato.

martedì 18 novembre 2014

VUKOVAR E L'IMBROGLIO ETNICO

Ventitre anni fa cadeva la città croata di Vukovar dopo quasi tre mesi di pesante assedio da parte dell'esercito ancora ufficialmente federale jugoslavo ma di fatto serbo, e delle milizie paramilitari - le "Aquile bianche" e le "Tigri" del Comandante Arkan - che nei giorni seguenti si resero responsabili di una feroce pulizia etnica. Tutt'oggi Vukovar è considerata dai croati "città martire" della guerra e il suo nome appare sempre nel triste rosario delle località teatro dei crimini contro l'umanità compiuti durante le guerre jugoslave degli anni '90. Tuttavia, quella etnica è solo una delle chiavi per comprendere la natura dei conflitti che accompagnarono la dissoluzione della Jugoslavia. I popoli balcanici erano divisi, certo, ma quanto ha pesato la propaganda nazionalista, la manipolazione della storia e l'uso distorto delle mitologie nel far esplodere in maniera tragica la ormai irreversibile crisi del sistema titino? Quella etnica è stata certamente una componente, ma non ne è stata la causa che va ricercata, invece, nei giochi di potere e negli interessi di politici senza scrupoli, dentro e fuori i Balcani.

In occasione dell'anniversario della caduta di Vukovar, come utile elemento di riflessione, riporto qui di seguito l'articolo di Matteo Zola pubblicato due anni fa su Eastjournal,net

Quando i serbi sparavano sui serbi. Vukovar e l’imbroglio etnico
di Matteo Zola - 17 ottobre 2012
Quello di Vukovar non fu un assedio, fu un sacrificio rituale, un urbicidio. Fu il trionfo dell’inganno, il giro di valzer del gran ballo in maschera dove demoni e lupi danzavano sulle macerie della Jugoslavia. La storia ci racconta che Vukovar, città che in quel 1991 di guerra era al 44% croata e al 37% serba (il resto si divideva in sedici nazionalità minori, tra cui la tedesca, la magiara e l’italiana), fu assediata dalle truppe dell’Armata Popolare (l’esercito jugoslavo, nda) che presto lasciò il campo ai paramilitari serbi di Arkan e Seselj, le famigerate Tigri e Aquile bianche. L’esito fu un eccidio e un esodo dei croati dalla “loro” città mentre, il 17 novembre 1991, i serbi entravano tra le macerie di Vukovar. Poi, all’alba del 4 agosto 1995, la città veniva “riconquistata” dai croati che, a loro volta, si abbandoneranno alla pulizia etnica nei confronti della popolazione serba. Una doppia pulizia etnica che ha, di fatto, consacrato la chiave di lettura “razziale” del conflitto jugoslavo. Certo i crimini ci sono stati, ambo le parti, ma la chiave di lettura etnica convince poco. Vediamo perché.

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lunedì 17 novembre 2014

SESELJ TORNA A BELGRADO PER SCONFIGGERE I DUE 'CANCRI' NIKOLIC E VUCIC

Vojislav Seselj
Di Marina Szikora
In coincidenza, più o meno, con la partenza da Belgrado del premier albanese Edi Rama, protagonista di uno scontro con il suo omologo serbo Alksandar Vucic a proposito del Kosovo, ecco l'arrivo di un'altra grana pesante per la leadership serba: il ritorno, dopo 11 anni di carcere, di Vojislav Seselj, leader dell'estremo radicalismo nazionalista serbo, sotto processo davanti al Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia. Il quotidiano serbo 'Politika' in vista dell'arrivo di Seselj a Belgrado si e' chiesto chi e' che attende Seselj? E scrive che Seselj alla fine ritorna in paese: molto piu' tardi di quanto i suoi fedeli ma poi ridimensionati seguaci politici lo avevano sperato, e comunque prima di quanto se lo aspettavano quelli che lo avevano scortato e salutato in partenza da Belgrado. Il giornale ricorda che i resti dei resti del partito politico serbo che una volta era il piu' potente e maggior organizzato partito negli ultimi anni, alludendo all'ultranazionalista Partito Radicale Serbo, spesso gridavano con manifesti annunciando un rientro trionfale del loro leader dall'Aja. Spesso sembravano tragicomici con sempre la stessa iconografia e con sempre gli stessi preannunci, scrive 'Politika', ma osserva che Seselj non soltanto non attendeva la Serbia, ma ad attenderlo hanno rinunciato nel frattempo anche alcuni dei suoi piu' stretti collaboratori, alludendo proprio alle massime cariche dell'attuale stato serbo. E secondo il giornale di Belgrado, il ritorno di Seselj adesso e' comunque una specie di ritorno da vincitore anche se forse “ferito a morte”. Non bisogna dimenticare che Seselj non ha mai riconosciuto il Tribunale dell'Aja e le sue regole, non ha mai inoltrato la domanda di essere liberato prima del tempo, come nemmeno accettato “le garanzie” e le condizioni delle autorita' serbe. Alla fine hanno dovuto rilasciarlo senza ancora una sentenza.


venerdì 7 novembre 2014

"CERCAVAMO LA PACE": UN BILANCIO DEL PROGETTO

Intervista a Luisa Chiodi, direttrice di Osservatorio Balcani e Caucaso


Alla vigilia della Conferenza conclusiva, che si terrà il 14 novembre presso l'Università di Trento, tracciamo un bilancio del progetto promosso da Osservatorio Balcani e Caucaso insieme ad altre organizzazioni per raccogliere e analizzare la storia dell'impegno civile dei tanti italiani che durante le guerre jugoslave degli anni '90 parteciparono a iniziative di aiuto e solidarietà verso le popolazioni vittime dei conflitti.
La conferenza sarà l'occasione per ragionare sulla minore reattività delle società civili europee ai conflitti attuali e sulla possibilità che i cittadini possano ancora incidere sulle scelte di politica internazionale.

Ascolta qui l'intervista



Leggi qui il programma della conferenza

Tutti i materiali del progetto sono qui




giovedì 3 aprile 2014

A SARAJEVO UNA CONFERENZA CONTRO LE VIOLENZE SESSUALI NEI CONFLITTI ARMATI

di Marina Szikora
La settimana scorsa, a Sarajevo, si e' svolta una conferenza internazionale importante dedicata alla prevenzione delle violenze sessuali nei conflitti armati. Come luogo dello svolgimento di questo evento, la scelta di Sarajevo e' stata molto significativa, in quanto citta' simbolo delle sofferenze della sanguinosa guerra degli anni novanta. Partecipanti di questa conferenza sono stati il ministro degli esteri britannico William Hague, la sua collega croata Vesna Pusić e l'attrice Angelina Jolie. La ministro degli Esteri ed affari europei Vesna Pusić vi ha partecipato in qualità di copromotorice dell'iniziativa per l'approvazione di una Dichiarazione delle Nazioni Unite per la prevenzione delle violenze sessuali nei conflitti armati. Hague, Pusić e Jolie hanno avvertito che tutt'oggi in giro per il mondo milioni di persone sono sottoposti a violenze brutali che distruggono la loro dignita' e lasciano conseguenze permanenti, piu' difficili da superare rispetto a tutti i danni materiali che portano le guerre. Hanno chiesto soprattutto maggiore ruolo delle forze internazionali di pace per ostacolare le violenze sessuali e gli stupri nelle zone di guerra.

Va sottolineato che proprio William Hague ed Angelina Jolie sono stati quelli che si sono maggiormente impegnati su questo tema trovando motivo proprio nelle guerre dell'ex Jugoslavia in cui ci sono state decine di migliaia di donne violentate mentre soltanto alcune decine di colpevoli di questi orrendi crimini sono stati portati a rispondere davanti ai tribunali. Angelina Jolie fu insignita nel 2012 della cittadinanza onoraria di Sarajevo dopo che nel 2011 aveva partecipato alla realizzazione di un lungometraggio dedicato proprio alla violenza sulle donne durante la guerra in Bosnia.Vogliamo aiutare la Bosnia Erzegovina a superare le dolorose eredita' del passato, ha detto il ministro britannico Hague aggiungendo che l'obiettivo e' quello di ostacolare la ripetizione di tali crimini in tutto il mondo. La ministro Pusić da parte sua ha espresso forte sostegno alla lotta contro le violenze sessuali nelle guerre rilevando che questi crimini devono essere chiaramente definiti e trattati come crimini di guerra e cosi' devono anche essere puniti. Secondo Pusić, gli stupri di guerra sono forse l'arma piu' efficace delle pulizie etniche. Va detto anche che in Croazia recentemente e' stata presentata la proposta di legge sui diritti delle vittime di violenze sessuali durante la guerra degli anni novanta che definisce queste violenze come crimini di guerra senza prescrizione.

Sempre durante la sua visita a Sarajevo, la ministro degli esteri ed affari europei Vesna Pusić ha avuto anche l'incontro bilaterale con il suo collega bosniaco Zlatko Lagumdžija. I due ministri continueranno a cercare un nuovo approccio di adesione della Bosnia all'UE a fin di accelerare il cammino di eurointegrazione che da tempo e' bloccato. Lagumdžija ha qualificato la ministro croata come “promotore del futuro europeo della Bosnia Erzegovina” e in questa ottica si valuta anche l'iniziativa croata verso una nuova strategia per l'adesione del Paese all'UE. Un nuovo approccio e' necessario ma al tempo stesso la Bosnia deve mostrare prontezza e fermezza nell'attuazione delle indispensabili riforme, hanno valutato Vesna Pusić e il presidente del Consiglio di ministri della Bosnia Vjekoslav Bevanda.

Pusic ha ribadito che all'interno dell'Unione ci sara' un processo di consultazioni alle quali si potrebbe stabilire una posizione relativa ad un possibile approccio piu' attivo nei confronti della Bpsnia. Bevanda ha detto che il suo paese non chiede l'abbassamento dei criteri per l'adesione all'UE, nessun sconto e la Bosnia e' intenzionata a fare i compiti a casa ma il desiderio e' quello di aprire la prosepettiva europea che attualmente si trova in stato di blocco. Secondo Vesna Pusić, la Croazia ha interesse a vedere la Bosnia, paese vicino, come stabile e in pace. Il tema dell'allargamento dell'Ue sui Balcani occidentali, ha ribadito Pusić, e' molto importante, soprattutto nei rapporti geopolitici attuali. L'approccio attuale dell'Ue secondo il quale la Bosnia Erzegovina deve adempiere ad alcune condizioni molto impegnative prima di avanzare sul percorso europeo, non ha dato finora nessun frutto.

venerdì 28 marzo 2014

UN SITO INTERNET PER LA VERITA' SUI CRIMINI DI GUERRA IN KOSOVO

"Zona di (Ir)Responsibilità” è il sito messo online dal Humanitarian Law Centre di Belgrado lunedì scorso, 24 marzo, per tentare di chiarire il ruolo della Serbia alla fine del 1990 nel conflitto del Kosovo e le responsabilità di funzionari governativi, polizia e ufficiali dell'esercito jugoslavo per i crimini commessi durante la guerra. Lo scopo del sito è anche quello di ricordare al governo serbo che deve essere fatto molto di più sia per perseguire i responsabili che per dare giustizia alle vittime.

Durante la campagna di bombardamenti della NATO, che iniziò il 24 marzo del 1999 e proseguì per due mesi e mezzo, le forze serbe organizzarono una campagna militare che provocò l'espulsione di 800.000 albanesi dal Kosovo. Secondo i dati del HLC, 7000 kosovari albanesi furono uccisi.
"Donne, bambini e anziani furono eliminati con esecuzioni di massa. I loro corpi furono bruciati, gettati nei pozzi o sepolti in luoghi segreti", ha affermato l'organizzazione per i diritti umani.

Il Tribunale dell'Aja ha finora condannato sei tra funzionari del governo e ufficiali dell'esercito e della polizia serbi giudicandoli responsabili di una sistematica campagna di omicidi e di persecuzione contro gli albanesi del Kosovo, condannandoli a pene detentive dai 14 ai 22 anni.
I Tribunali serbi stanno esaminando diversi casi relativi a crimini di guerra comoiuti in Kosovo , concentrandosi però principalmente sui responsabili materiali dei reati e lasciando invece gli alti funzionari fuori dalle aule di tribunale.


giovedì 27 marzo 2014

LA SERBIA VERSO IL NUOVO GOVERNO

Commemorato il 15° anniversario dell'inizio dei bombardamenti della Nato

Di Marina Szikora
Secondo i media serbi, in particolare il quotidiano di Belgrado “Danas” il lavoro relativo all’insediamento del nuovo Parlamento e alla formazione del nuovo esecutivo serbo dovrebbe essere completato gia’ entro la prima meta’ di aprile. Si ipotizzano due date: quella del 7 aprile che potrebbe essere la data della prima sessione del Parlamento per confermare l'elezione dei parlamentari ed eleggere il presidente ed i vicepresidenti. Poi, entro il 20 aprile dovrebbe essere formato il nuovo governo che il Partito serbo del progresso (Sns), vincitore della consultazione anticipata del 16 marzo, sara’ “funzionale ed efficace”. Aleksandar Vučić, leader del Sns, annuncia a tal proposito, visto che il futuro premier e l'attuale capo dello stato provengono dalle fila dello stesso partito, che il Sns è pronto ad offrire la presidenza del parlamento a qualcuno dei futuri partner della coalizione di maggioranza. Vučić afferma che i colloqui si terranno con tutti i partiti entrati in parlamento. Sempre secondo le fonti del Partito serbo del progresso, e’ in corso la preparazione del piano e del programma del futuro governo che verra’ presentato ai partner di coalizione. Questo programma includerebbe le indispensabili riforme in tutti i settori della società a partire dall'educazione alla sanità, fino a quello più importante, l’economia. Al momento, sempre secondo le informazioni mediatiche, il Sns anche se ha i numeri per formare il governo da solo, sarebbe intenzionato a far entrare nel governo i socialisti di Ivica Dačić e il Nuovo partito democratico dell'ex presidente Boris Tadić (uscito dal Partito democratico dopo la sconfitta elettorale del 2012) se “possono contribuire con il loro lavoro al benessere della Serbia” e ovviamente se accettano il programma che verrà loro proposto.

E in attesa dell'insediamento del nuovo Parlamento e della formazione del nuovo governo, lunedì 24 marzo, la Serbia si è fermata per commemorare i 15 anni dall'inizio dei bombardamenti della Nato. A tal proposito, il capo dello stato, Tomislav Nikolić, ha detto che nessuno deve aspettarsi che “lui dimentichi quello che è accaduto durante l’aggressione contro la Serbia, 78 giorni e notti, dal 24 marzo al 9 giugno 1999”. Nikolic ha aggiunto che la maggior parte dei serbi non ha dimenticato, né perdonato, poiché “non vi è stata nessuna sincera espressione di scuse”. “E’ nostro dovere di non dimenticare mai l’ingiustizia che ha interrotto la vita di tutti gli innocenti che sono morti sul territorio della Serbia e che è impossibile correggere per l’eternità”, ha detto Nikolić. Come si ricorderà, dopo il fallimento di tutti i tentativi diplomatici, il 24 marzo 1999 la Nato, senza un mandato Onu, iniziò i 78 giorni di bombardamenti per fermare la pulizia etnica del regime di Slobodan Milošević contro la popolazione albanese in Kosovo. Siamo a quindici anni di distanza da quegli eventi, e 5 anni dopo l’autoproclamazione dell'indipendenza di Priština che Belgrado continua a non riconoscere. Un grande passo avanti e’ stato compiuto dai due premier, Ivica Dačić e Hashim Thaci, lo scorso aprile a Bruxelles, quando e’ stato raggiunto l’accordo sulla normalizzazione delle relazioni tra i due governi.

Quindici anni fa la Serbia, colpita dai raid della Nato, subì la distruzione di obiettivi sia militari che civili, caserme ma anche case, scuole, ospedali, edifici pubblici e centri culturali e il numero esatto delle vittime e’ ancora sconosciuto, ma si stimano tra 1200 e 2500 morti e oltre 12 mila i feriti. I bombardamenti terminarono nel giugno 1999 con la risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Milošević accetto’ di ritirare le sue truppe dal Kosovo dove entrarono le forze della Kfor, ancora oggi presenti con 5 mila militari provenienti da 36 paesi. Da allora, secondo i dati dell’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, 230 mila serbi e rom lasciarono il Kosovo in cui ritornarono invece circa 800 mila profughi albanesi. Come detto, la data e la memoria suscitano tuttora condanne pesanti in Serbia mentre invece gli albanesi kosovari evocano con grande riconoscenza l’intervento militare che rese possibile l’interruzione della pulizia etnica nei confronti di questa popolazione.

Il testo è tratto dalla corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi a Radio Radicale

giovedì 27 febbraio 2014

PUSIĆ E VUČIĆ: IL PASSATO QUESTIONE DELLA CORTE, LA COLLABORAZIONE COMPITO DEL PRESENTE E DEL FUTURO

Le accuse reciproche tra Croazia e Serbia sui crimini di guerra stanno per arrivare davanti alla Corte internazionale di giustizia dell'Onu

Di Marina Szikora
La Serbia e la Croazia, attraverso le reciproche cause per genocidio davanti alla Corte Internazionale di Giustizia delle Nazioni Unite all’Aja risolveranno i problemi del passato, mentre la politica attuale e le relazioni tra Zagabria e Belgrado guarderanno al presente el futuro. Questa la valutazione comune della vicepresidente del governo croato e ministro degli Esteri e affari europei, Vesna Pusić, e del vicepremier uscente serbo Aleksandar Vučić a seguito del loro incontro lunedi’ a Belgrado.”Quali che siano gli sviluppi all’Aja, concordiamo che si tratta di risolvere i problemi del passato, mentre il nostro lavoro e’ quello di prenderci cura del presente e della vita della gente adesso e nel futuro”, ha sottolineato Vesna Pusić alla conferenza stampa congiunta. Aleksandar Vučić da parte sua ha rilevato che entrambi i paesi si impegneranno comunemente e faranno tutto il possibile affinche’ i problemi del passato non “avvelenino le relazioni bilaterali e il fatto che le vicende del passato si vedano in modi diversi”, la Croazia in un modo, la Serbia nel modo del tutto diverso.

Quello di lunedi’ è stato il terzo incontro tra Pusić e Vučić nell’arco di 11 mesi e si è tenuto ad una settimana della prima udienza nella cause per genocidio mosse, l'uno contro l'altro, dai due Paesi davanti alla Corte di Giustizia dell’Aja. La ministro Pusić ha ricordato che “ci sono stati la volonta’ e gli sforzi” affinche’ i problemi dei procedimenti si risolvessero in un modo diverso ma “purtroppo questo non si e’ riuscito a fare, le precondizioni non sono state adempiute”. Una delle condizioni chiave per la Croazia e’ la questione delle persone scomparse e qui non ci sono stati passi avanti. Pusić ha valutato che le quattro settimane di illustrazione delle prove davanti alla Corte dell’Aja non saranno per niente piacevoli, ma le autorita’ sia di Belgrado che di Zagabria non devono permettere che quest’atmosfera si trasferisca sulle attuali relazioni tra i due Stati.

Anche Vučić concorda che le argomentazioni “non devono alzare le tensioni e le passioni” tra i cittadini dei due Paesi. Confermando che non e’ stato raggiunto un accordo sul ritiro delle accuse perche’ “secondo la Croazia le condizioni non sono adempiute” mentre la Serbia afferma di “aver fatto il tutto possibile e che altri dati non ha potuto trovare e consegnare”, Vučić ha sottolineato che per le generazioni giovani “e’ sbagliato entrare nel processo davanti alla Corte Internazionale di Giustizia poiche’ esse non hanno una catarsi da attraversare”. Le due parti concordano di avere la responsabilita’ per la stabilita’ dei loro Paesi ma anche dell’intera regione poiche’ entrambi hanno scelto la via europea e le riforme. Vučić ha informato che a questo incontro la Serbia ha consegnato alla Croazia 38.439 registrazioni aeree che dovrebbero servire per la legalizzazione degli edifici costruiti illegalmente in Croazia. Pusić ha spiegato che la Croazia apprezza molto questo gesto di Belgrado poiche’ servira’ ad aiutare a risolvere oltre 800.000 richieste di legalizzazione.

Il vicepremier serbo ha ammesso che la parte serba non ha rispettato una delle precedenti promesse che riguarda la stampa dei libri in lingua materna per gli allievi della comunita’ croata in Serbia. A tal proposito ha promesso di impegnarsi personalmente affinche’ questo problema sia risolto al piu’ presto possibile. In compenso, Vučić ha chiesto alla sua ospite croata maggiore collaborazione per quanto riguarda la sistemazione dei profughi serbi e il rispetto dei diritti dei serbi al cirillico in Croazia. Vesna Pusić ha ribadito che nel contesto del processo di integrazione europea della Serbia, Zagabria avra’ le stesse posizioni: pieno sostegno nel processo ma anche richiesta di implementare e rispettare gli standard europei. “Tutto quello che non e’ parte del processo di integrazione europea verrà risolto bilateralmente“, ha rilevato Pusić.

Alla conferenza stampa congiunta, inevitabile e’ stata la domanda della posizione croata e serbia relativa alla situazione in Bosnia Erzegovina. Pusić e Vučić hanno sottolineato che per entrambi i Paesi e’ importante la pace nella regione. Secondo la ministro Pusić la questione di una terza entita’ in Bosnia Erzegovina, vale a dire quella croata separata da quella bosgnacca, non e’ all’ordine del giorno della politica croata, ma e’ invece un modello di stabilizzazione della situazione in Bosnia Erzegovina. La Croazia ne e’ responsabile anche in quanto membro dell’Unione Europea, ha rilevato Pusić.

Testo tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 27 febbraio a Radio Radicale

domenica 9 febbraio 2014

TRENT'ANNI FA A SARAJEVO I GIOCHI OLIMPICI DELLA JUGOSLAVIA

Il logo ufficiale delle Olimpiadi di Sarajevo
Trent'anni fa, si svolse a Sarajevo la XIV edizione dei Giochi Olimpici Invernali. C'era aria di festa quel 8 febbraio nella captale della Bosnia Erzegovina, quando la fiamma olimpica fu accesa nello stadio Kosevo. E c'era anche tanta neve. Fu la prima olimpiade invernale tenutasi in un paese comunista. Fu un primato per numero di partecipanti con quasi 1300 atleti arrivati da quarantanove paesi che furono visti da due miliardi di telespettatori. Per la prima volta i disabili gareggiarono nello slalom gigante, seppure come sport dimostrativo. E per la prima volta la Jugoslavia conquistò una medaglia ai Giochi invernali. Quando nel 1977 Sarajevo si candidò a ospitare le Olimpiadi invernali, pochi erano disposti a credere che il sogno si sarebbe trasformato in realtà. Meno di dieci anni dopo quel sogno si trasformò in un incubo: quello della guerra e del più lungo assedio della storia bellica moderna. Le strutture olimpiche, simbolo della storia e della vita in comune dei popoli jugoslavi, furono tra i primi bersagli dei bombardamenti. Per molti, le Olimpiadi di Sarajevo furono l'ultimo episodio di vita della Jugoslavia, forse l'ultima illusione: dietro la facciata covavano le tensioni ed erano già all'opera le forze che avrebbero condotto alle guerre degli anni '90. Forse anche per questo, il ricordo di quei Giochi è rimasto nella memoria di tanti nella ex Jugoslavia. A Sarajevo i simboli delle Olimpiadi sono ancora tra i souvenir più venduti ai turisti e i segnali stradali indicano ancora “la montagna olimpica”. Anche se oggi i serbi sciano sul monte Jahorina e i bosniaci sul Bjelašnica.

Mentre a Sochi sono cominciate le Olimpiadi invernali, riporto qui di seguito il pezzo molto bello pubblicato su Osservatorio Balcani e Caucaso in cui Azra Nuhefendic racconta quei giorni di trent'anni fa quando Sarajevo, imbiancata dalla neve, per un paio di settimane si sentì al centro del mondo e non per le notizie di bombardamenti e massacri.

8 febbraio 1984: la fiamma olimpica brilla su Sarajevo

Sarajevo 1984, i Giochi Olimpici della Jugoslavia
di Azra Nuhefendić – OsservatorioBalcani e Caucaso, 31 gennaio 2014

Un metro di neve e venti gradi sotto zero! Nessuno ci faceva caso in Bosnia. Si pulivano le strade principali, si scavava un sentiero nella neve per collegare la casa o il portone con la strada, e la nostra vita procedeva come al solito.
Talvolta già all’inizio di ottobre nevicava. Si andava al ristorante per una cena e quando si usciva, nelle ore piccole, ci aspettava la prima neve. Tap-tap, sulle punte delle scarpe leggere ed eleganti, cercavi di passare per la strada imbiancata, senza scivolare o cadere. La neve rimaneva fino ad aprile, qualche volta anche di più. Capitava che sulle montagne intorno a Sarajevo nevicasse in piena estate. I giornali locali riportavano la notizia, ma nessuno si stupiva.
Poteva succedere che, in primavera, uno se ne andasse tutto tranquillo per i boschi sul monte Bjelašnica, a sud-ovest di Sarajevo, in un clima normale, e che dopo dieci minuti si trovasse nel mezzo di una tormenta di neve. Anche quelli che conoscevano la montagna, talvolta rischiavano di perdersi o rimanere sotto la neve, come ad esempio era successo a undici giovani bravi sciatori che, negli anni Sessanta, persero la vita durante una tempesta imprevedibile sul monte Bjelašnica.

Nevica?
La neve da noi, insomma, non è mai stata un problema. Ne avevamo sempre in abbondanza. Ma all’inizio del febbraio 1984 la sua inspiegabile assenza ci tormentava. Circa quattro milioni di bosniaci ed erzegovesi scrutavano il cielo aspettando la neve, ci svegliavamo di notte per controllare se avesse cominciato, la prima domanda di mattina al risveglio era: “Nevica?” Accusavamo i meteorologi di aver sbagliato i calcoli e chi era religioso pregava affinché nevicasse. Invano. Per ogni eventualità erano pronti anche i cannoni per fare la neve artificiale, ma la precauzione ci pareva esagerata. Nei cento anni precedenti ai XIV Giochi Olimpici, a Sarajevo e dintorni era sempre caduta la neve.
Il giorno prima dell’inizio dei Giochi a Sarajevo, il 7 febbraio 1984, il tempo era primaverile. Non si vedeva neanche un fiocco di neve.
Mi veniva da piangere, mi sembrava una vera e propria ingiustizia. Molti altri si sentivano come me.
Tutto era già pronto un anno prima che cominciassero i Giochi: era stato costruito il nuovo villaggio olimpico, nuovi alberghi erano stati aperti ed erano stati ristrutturati i vecchi, era stata recuperata e sistemata la parte antica ottomana della città, la Baščaršija, che era in rovina, e rischiava di essere distrutta per costruirne una “più bella e più antica”. Le principali strade della città erano state rifatte e allargate, le facciate dei palazzi dipinte, le rotaie dei tram elettrici cambiate, la stazione centrale restaurata, sui monti intorno a Sarajevo: Jahorina, Bjelašnica, Igman, e Trebević, erano state costruite tutte le strutture necessarie per i Giochi olimpici invernali.

A Sarajevo sono tutti così
Alcune migliaia di giovani di tutta la Bosnia ogni giorno si esercitavano nel provare la coreografia per la cerimonia di apertura e di chiusura delle Olimpiadi. In merito a questo, il principale quotidiano giapponese “Yomiuri Shimbun” chiedeva con un titolo su tutta la prima pagina: “Dove hanno trovato tutte quelle bellissime ragazze e quei ragazzi alti?”, e poi con il sottotitolo ribatteva: “A Sarajevo sono tutti così”. Per evitare il rischio che qualcuno mancasse a causa dell’influenza, tutti si erano immunizzati con vaccini potenti “quelli per i cavalli”, mi dice scherzando Vanja. Lei e Svjetlana, due bosniache, triestine adottive, avevano partecipato ai Giochi. Oggi, trent’anni dopo, ancora belle e alte, con nostalgia si ricordano dei tempi delle Olimpiadi di Sarajevo.
Nella fase preparativa per le Olimpiadi, più della neve ci preoccupava la nebbia. Anche quella, a Sarajevo e dintorni, è sempre presente. Per far funzionare l’aeroporto locale sotto la nebbia fitta, i nostri ingegneri avevano preparato delle sostanze chimiche che, all’occorrenza, potevano - proprio come diceva un’antica canzone bosniaca “duni vjetre, malo sa Neretve, pa rastjeraj maglu po Mostaru” - far sparire la nebbia. Tutto era pronto e perfetto, migliaia di sportivi, giornalisti e decine di migliaia di ospiti erano già in città. Mancava solo la neve.
Volevo partecipare in qualche modo a quell’evento, rendermi utile… Sarei stata contenta se avessi potuto spalare la neve, tenere un palo, indicare la via per il WC, qualsiasi cosa. Mandai la richiesta per fare la volontaria a varie commissioni, ma non mi presero. Ci lavoravano già trentamila persone, di cui la metà erano volontari, da tutta la Jugoslavia. Nella costruzione delle strutture olimpiche sui monti partecipavano i giovani volontari organizzati nelle brigate di lavoro (radne brigade). E nei giorni delle Olimpiadi quattrocento camerieri di tutta la Jugoslavia erano a Sarajevo per servire gli ospiti.


Il centro del mondo
La sera prima dell’inizio dei giochi non potevo starmene in casa mentre, pensavo, la storia raggiungeva la mia città. Sarajevo splendeva, le strade erano affollate, i negozi, i ristoranti e i bar erano aperti tutta la notte, pieni di gente. Migliaia di persone giravano su e giù, si parlava ad alta voce, quelli che non riuscivano a comunicare in una lingua straniera facevano amicizia a gesti, si facevano le foto, si rideva, così, senza motivo, solo perché noi sarajevesi eravamo raccolti là, insieme agli ospiti, per un evento grande, bello, importante. Ci pareva di essere nel centro del mondo.
In una tale atmosfera cominciò a nevicare. Ancora oggi ricordo di preciso dov’ero: in via Vase Miskina, oggi Ferhadija, là dove inizia la parte antica della città, la Baščaršija. C’era gente che saltava dalla gioia, altri si tenevano per mano e ballavano, qualcuno urlava. Io ridevo in modo incontrollabile, tenevo le braccia aperte, giravo intorno a me stessa con la faccia rivolta in alto. Volevo sentire i fiocchi di neve sul mio viso.
Credo che quella volta, molti capi comunisti (che da noi obbligatoriamente erano atei) avessero ringraziato Dio.
Nevicava sul serio, tutta la notte. Cadeva una neve bellissima, secca, quella che non si scioglie subito ma rimane a terra. I fiocchi di neve erano grandi ed eleganti come farfalle. All’inizio la neve scendeva piano e timidamente, poi sempre più forte e fitta. Pareva che qualcuno lassù avesse aperto un sacco e non riuscisse più a controllare la velocità con la quale quel sacco si svuotava.
Prima eravamo preoccupati perché mancava la neve, poi la situazione si invertì. In poche ore c’era più di un metro di neve. Bisognava livellare con urgenza le piste sciistiche. Il presidente della Federazione internazionale per lo sci, Marc Hodler, preoccupato, aveva chiesto al presidente del Comitato Olimpico bosniaco, Branko Mikulić, come pensava di risolvere il problema. “Ci vogliono mille persone per spianare le piste, dove le trovate a quest’ora?”, chiedeva Holder. Secondo i testimoni, Branko Mikulić aveva risposto: “Potrebbero bastare, secondo lei, cinquemila?”.

Una fiaba
Per radio i cittadini furono invitati a correre in aiuto. In migliaia avevano risposto e avevano lavorato tutta la notte, compresi i soldati dell’Armata Popolare Jugoslava. La mattina dopo, le piste erano perfette e tutta la città pulita e ordinata. “Eravamo così entusiasti, acchiappavamo i fiocchi di neve ancora prima che cadessero per terra”, si ricorda trent’anni dopo il signor Meho S., un tassista di Sarajevo.
Erano momenti magici, sembrava di vivere in una fiaba. Infatti, i XIV Giochi Olimpici invernali di Sarajevo, nel 1984, per molti aspetti potevano considerarsi un miracolo.
Nel 1977 un tale era stato preso in giro perché aveva proposto Sarajevo per ospitare i Giochi olimpici invernali. Nessuno ci credeva. Una volta i giochi olimpici venivano organizzati dai paesi ricchi e occidentali. Fu, e lo è ancora, un evento di grande prestigio, costoso, una sorta di vetrina, dove l’organizzatore fa vedere al mondo il meglio di sé, e nello stesso tempo un biglietto da visita per la scena internazionale. Sarajevo, per vincere, doveva prima convincere gli scettici a casa propria. La candidatura doveva essere approvata dal partito comunista e dal governo della repubblica di Bosnia Erzegovina, e poi approvata e sostenuta dal governo Federale.
Altre repubbliche della Jugoslavia consideravano la Bosnia un “tamni vilajet” (un mondo tenebroso, retrogrado), una sorta di cugino povero che merita simpatia e aiuto, ma niente di più. Di conseguenza, la prima reazione delle altre repubbliche fu una forte incredulità. Infine, l’approvazione a casa fu ottenuta. A livello internazionale, Sarajevo si trovò a competere con Sapporo, in Giappone, e con la congiunta candidatura di due città svedesi, Falun e Göteborg.
Dopo aver fatto l’ultima visita a Sarajevo per verificare la sua capacità per un evento internazionale di tale importanza, Marc Hodler, aveva riferito al Comitato olimpico: “La Bosnia Erzegovina è un paese che si sta sviluppando in fretta, la gente vive libera e felice”.
Prima della votazione, la giornalista inglese Pet Bedford scrisse: “Se scegliete Sapporo, i giapponesi vi organizzeranno un aereo per visitare Tokio; se optate per Falun e Göteborg, gli svedesi vi faranno vedere i fiordi e gli iceberg. Ma se la vostra scelta ricadrà sulla Jugoslavia e Sarajevo, troverete gente amichevole, di gran cuore, e meravigliose montagne”.


L'Olimpiade comunista
I XIV Giochi Olimpici Invernali di Sarajevo si tennero dall’8 al 19 febbraio del 1984. Fu un evento con parecchi record e senza precedenti. Fu la prima olimpiade invernale tenutasi in un paese comunista. Fu un primato per il numero di partecipanti pervenuti da quarantanove paesi, con 1.272 atleti (274 donne, 998 uomini), che competevano in trentanove discipline, seguiti da 7.393 giornalisti e visti da due miliardi di telespettatori. Gli organizzatori avevano venduto 250 mila biglietti, complessivamente avevano guadagnato 47 milioni di dollari. Grazie ai Giochi furono creati 9.500 nuovi posti di lavoro.
Per la prima volta, come sport dimostrativo, alle Olimpiadi invernali i disabili gareggiarono nello slalom gigante, e per la prima volta nella storia delle Olimpiadi, la coppia di pattinatori artistici sul giaccio, Jayne Torvill e Christopher Dean, dall’Inghilterra, ricevette il massimo del punteggio.
Le Olimpiadi invernali di Sarajevo lanciarono inoltre una delle icone sportive più grandi del tardo ventesimo secolo, la pattinatrice della Germania Est (che all’epoca esisteva come paese indipendente) Katarina Witt, che vinse la medaglia d'oro.
Per la prima volta la Jugoslavia conquistò una medaglia nelle Olimpiadi invernali. Lo sciatore sloveno Jure Franko, infatti, vinse l’argento nello slalom gigante, portando l’intera nazione in trance. Durante la premiazione, di fronte al centro sportivo-culturale “Skenderija”, decine di migliaia di persone urlavano: “Volimo Jureka, više od bureka” (Ci piace di più Jurek che il burek, cioè il piatto preferito nazionale).
“Erano tempi diversi, e anche i valori erano diversi. Ci avevano promesso, nel caso vincessimo, di regalarci un videoregistratore. Ed io ragionavo: se corro bene nel secondo turno, porterò a casa un videoregistratore”, ricorda Jure Franko.
Juan Antonio Samaranch intervenne alle Olimpiadi di Sarajevo per la prima volta in veste di presidente del Comitato olimpico internazionale. Nel suo discorso in occasione della chiusura dei Giochi, Samaranch disse: “Il movimento olimpico si è arricchito. Per la prima volta i giochi olimpici sono stati organizzati da un popolo”. Quella volta tra la città e il dignitario nacque un’amicizia che durò vent’anni, fino alla morte di Samaranch.

La fine della storia
Nei primi mesi della guerra, nel 1992, molti edifici olimpici furono distrutti, bersagliati apposta, come tutto quello che documentava la storia e la vita comune dei bosniaci e degli erzegovesi. Il centro sportivo “Zetra”, con la magnifica sala del ghiaccio, che era stata il palcoscenico del pattinaggio e della cerimonia di chiusura delle Olimpiadi, fu bombardata e incendiata, rimasero solo le sue fondamenta. Il centro “Skenderia”, il museo olimpico, gli alberghi sulle montagne… tutto demolito.
Già nell’aprile 1992, sul monte Jahorina, i serbi si erano appostati con i kalashnikov alla partenza dello skilift, per farsi pagare il biglietto. Il monte Trebević, così vicino, tanto che lo consideravamo la montagna del nostro cortile, non è più lo stesso per i sarajevesi. Dopo la guerra, molti non ci sono più tornati. Là era stata costruita la pista di bob, minata durante la guerra. Oggi è abbandonata, vi si aggirano solo alcuni coraggiosi per raccogliere le pallottole vuote e venderle agli artigiani che le utilizzano per fare i souvenir.
I villaggi olimpici, Mojmilo e Dobrinja, erano stati progettati per diventare i nuovi quartieri della città. È una bella zona, larga, vicino all’aeroporto dove, dopo i giochi, furono distribuiti 2.750 appartamenti moderni a chi non li aveva.
All’inizio della guerra, nell’aprile 1992, il quartiere di Dobrinja fu pesantemente bombardato. I serbi cercarono di occuparlo, invano. Rimase per tutta la durata della guerra assediato e isolato dal resto di Sarajevo, subì una sorta di assedio nell’assedio. Gli abitanti, gente mista di tutte le etnie e religioni, hanno lottato, e la loro è una storia di coraggio e resistenza esemplare. Oggi per Dobrinja passa la linea invisibile della Sarajevo divisa.
Nel 1994 a Lillehammer, in Norvegia, si tennero i XVII giochi invernali. Samaranch aveva interrotto la sua presenza là ed era tornato a Sarajevo, per mostrare la sua solidarietà verso la città e i cittadini. Con il suo arrivo nella Sarajevo assediata, Samaranch aveva mostrato il coraggio e la grinta che all’epoca mancava a tanti politici.
“Con aria di sfida, come se non vi fosse alcun pericolo dalle colline, ma visibilmente scosso, Samaranch stava fermo sulle rovine del centro sportivo “Zetra” dove, dieci anni prima, aveva dichiarato chiuse le Olimpiadi invernali. Per noi era il segnale che non saremmo morti, che non eravamo stati né abbandonati né dimenticati. Gli eravamo così grati... La gente veniva a salutarlo, a toccarlo”, si ricorda il direttore del Museo Olimpico di Sarajevo, Edo Numankadić.
In quell’occasione Samaranch aveva promesso che avrebbe fatto di tutto per ricostruire il centro olimpico “Zetra”. La sua promessa fu mantenuta e, nel 1999, il centro “Zetra” fu ricostruito e aperto.


Trent'anni dopo
In questi giorni a Sarajevo si stanno preparando le celebrazioni per i trenta anni delle Olimpiadi invernali (1984 – 2014). I festeggiamenti si organizzano anche nel mondo, dove - dopo la guerra - sono finiti un milione di bosniaci. A Melbourne, in Australia, gli organizzatori invitano i connazionali “a rivivere i giochi invernali, per stare insieme e accendere, per un attimo, la fiamma dentro di noi”.
I simboli delle Olimpiadi, trent’anni dopo, sono ancora presenti a Sarajevo. La mascotte “vučko” (il lupacchiotto) oggi è il souvenir più venduto ai turisti, e la sua immagine scolorita si può vedere ancora sulle facciate di diversi edifici. I segnali stradali indicano “la montagna olimpica”, la gente ne parla volentieri e sospirando, molti si ricordano dei tempi quando “eravamo felici e uniti”.
Ma oggi i serbi sciano sul monte Jahorina, mentre i bosniaci su Bjelašnica.

lunedì 13 gennaio 2014

BOSNIA: LA REPUBLIKA SRPSKA CELEBRA LA SUA FONDAZIONE TRA LE ACCUSE

Cerimonia ufficiale dell'anniversario di fondazione della RS
Cartoline con le foto dei resti di civili croati e bosgnacchi uccisi durante la guerra di Bosnia ed esumati di recente dalla grande fossa comune di Tomasica, inviata ai dirigenti serbo-bosniaci. E sulle immagini la scritta: “Se celebrate la Giornata della Republika Srpska non dimenticate che queste sono le sue fondamenta”. E' la polemica iniziativa presa dalle associazioni che rappresentano le famiglie delle vittime del conflitto in occasione della celebrazione dei 22 anni di fondazione della RS, una delle due entità che formano la Bosnia Erzegovina in base agli accordi di pace di Dayton del 1995. Una celebrazione nel segno del rafforzamento delle aspirazioni di autonomia e indipendenza, sottolineate dal leader serbo-bosniaco Milorad Dodik, nel suo intervento a Banja Luka.

“E' nostra intenzione rafforzare la nostra indipendenza. Noi pensiamo che ciò sia legittimo, permesso e non contrario al diritto internazionale'', ha detto Dodik sottolineando che la RS “non vuole la destabilizzazione” della Bosnia e dell'intera regione: “Intendiamo cooperare con tutti, rispettiamo gli altri e quelli che sono diversi da noi, ma chiediamo anche noi di essere rispettati”, ha detto Dodik che ha ribadito l'interesse della Republika Srpska a integrarsi nell'Unione Europea e sembra aver accantonato l'idea di un referendum indipendentista più volte rilanciata negli scorsi anni. Assai probabile che dietro questo atteggiamento ci sia lo zampino di Belgrado, che alla vigilia dell'apertura dei negoziati di adesione all'UE non ha certo bisogno di aggiungere altri problemi a quelli già non indifferenti del Kosovo.

La Republika Srpska fu proclamata il 9 gennaio 1992 dal partito di Radovan Karadzic, il leader politico dei serbo-bosniaci sotto processo al Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia, dopo anni di latitanza, per genocidio, crimini di guerra e crimini contro l'umanità. L'entità fu poi riconosciuta dall'accordo di pace di Dayton che pose fine alla guerra e divise la Bosnia-Erzegovina in due entità - Republika Srpska, appunto, e Federazione croato-musulmana - e tre popoli costituenti. Ma proprio la tripartizione ad ogni livello istituzionale e amministrative, unita ai continui e ripetuti contrasti e veti incrociati fra serbi, croati e bosgnacchi hanno causato una situazione di stallo politico che da anni blocca il Paese, impedendo il varo delle riforme richieste da Bruxelles e quindi l'avanzamento del processo di integrazione europea. 

La cartolina inviata dalle associazioni delle vittime croate e bosgnacche ai dirigenti della RS