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lunedì 4 aprile 2016

PASSAGGIO IN ONDA

E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est del 3 aprile 2016.
La trasmissione e' ascoltabile direttamente qui di seguito oppure sul sito di Radio Radicale.


Sommario della puntata


La prima parte della puntata è dedicata alla sentenza con cui il Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia ha assolto il leader ultranazionalista serbo Vojislav Seselj dalle accuse di crimini di guerra e contro l'umanità commessi durante i conflitti degli anni '90 in Bosnia, Croazia e Vojvodina: i commenti dei politici della regione e le reazioni dei sopravvissuti e dei familiari delle vittime dei conflitti; l'intervista a Luca Leone, giornalista e scrittore, sui motivi che stanno dietro la decisione (non unanime) dei giudici e le conseguenze della guerra nella realtà della Bosnia di oggi.

Nella seconda parte si parla delle crisi politiche in Albania, dove si tenta un difficile dialogo tra maggioranza di centrosinistra e opposizione, in Macedonia, dove si andrà al voto il prossimo 5 giugno senza garanzie che si possa risolvere l'attuale stallo politico, ed in Kosovo dove le opposizioni continuano la loro lotta contro l'accordo con la Serbia firmato 3 anni fa con la mediazione dell'Ue e tentano la carta delle elezioni anticipate.


La trasmissione, realizzata con la collaborazione di Marina Sikora e Artur Nura, è ascoltabile direttamente qui


venerdì 1 aprile 2016

ASSOLUZIONE SESELJ: LA "DISSENTING OPINION" DELLA GIUDICE FLAVIA LATTANZI

La giudice Flavia Lattanzi
La sentenza con cui è stato assolto Vojslav Seselj non è stata condivisa dalla giudice italiana Flavia Lattanzi, componente del collegio del Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia che ha giudicato non colpevole il leader ultranazionalista serbo. Per la procura Seselj era direttamente coinvolto o non aveva impedito i crimini indicati nel nove capi d'accusa dei quali era stato chiamato a rispondere: tre crimini contro l'umanità (per persecuzione, deportazione e atti disumani di trasferimento forzato) e sei crimini di guerra (per assassinio, tortura e trattamenti crudeli, distruzione casuale, distruzione o danneggiamento volontario di istituzioni dedicate alla religione o all'istruzione, saccheggio di proprietà pubbliche o private). Per questi reati l'accusa aveva chiesto una condanna a 28 anni di reclusione. Una posizione condivisa dalla giudice italiana che ha votato contro l'assoluzione perché "la giuria non ha tenuto conto del clima di intimidazione che Seselj e i suoi hanno imposto ai testimoni" e non ha "ragionato adeguatamente" sulle prove pur ammettendo che i crimini erano stati compiuti, tanto più che c'erano le prove che Seselj avesse istigato al compimento dei delitti. Come si sa, invece, gli altri due componenti del collegio, il francese Jean-Claude Antonetti e il senegalese Mandiaye Niang, sono stati di diverso avviso e Seselj è stato assolto

Leggi qui la "dissenting opinion" della giudice Flavia Lattanzi (in inglese)

giovedì 31 marzo 2016

LA SENTENZA DI ASSOLUZIONE DI VOJSLAV SESELJ

Intervista a Luca Leone per Radio Radicale

Ad una settimana esatta dalla condanna di Radovan Karadzic, il Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia ha assolto l'ultranazionalista serbo Vojslav Seselj, fondatore e presidente del Partito radicale serbo, da tutti i capi d'accusa per crimini di guerra e crimini contro l'umanità per fatti accaduti durante la guerra in Croazia e in Bosnia. Una sentenza che ha sorpreso il procuratore capo del Tribunale, Serge Brammertz, che ha già preannunciato un ricorso contro la decisione dei giudici che ha rigettato completamente l'ipoptesi accusatoria. L'intervista propone un'interessante analisi sulle ragioni dettate dalla realpolitik che spiegano queste due decisioni così di diverse da parte del Tribunale internazionale.

Luca Leone, giornalista, scrittore ed editore (Infinito edizioni) ha scritto doversi saggi sull'ex Jugoslavia e in particolare sulla Bosnia, un paese che ama e conosce molto bene. I suoi interventi si possono leggere sul suo blog Occhio Critico.




ASSOLTO VOJSLAV SESELJ

Benkovac, 1991: Seselj (sin.) all'inzio della guerra in Croazia
Ad una settimana esatta dalla condanna a 40 anni di Radovan Karadzic, il Tribunale internazionale per l'exJugoslavia (Icty) ha assolto il leader ultranazionalista serbo Vosjislav Seselj dai nove capi di imputazione per crimini di guerra e contro l'umanità commessi contro croati e musulmani durante i conflitti del 1991-95. Secondo i giudici dell'Aia la procura, che aveva chiesto una condanna a 28 anni per l'imputato, non è riuscita a provare l'esistenza di un'impresa criminale congiunta". Seselj, dunque, è un uomo libero, come ha detto il presidente della giuria Jean-Claude Antonetti.

Seseslj, che nel 2003 si era volontariamente costituito ed era poi stato scarcerato per motivi di salute nel 2014, non ha voluto essere presente alla lettura della sentenza come aveva fatto sapere da Belgrado e ha elogiato i giudici del tribunale - definiti "degni di onore e giusti" - dopo tutti i processi “che hanno accusato serbi innocenti che hanno ricevuto sentenze draconiane”. Per Seselj i giudici "hanno dimostrato che la loro professionalità e il loro onore è al di sopra di qualsiasi pressione politica" e hanno emesso "l'unico verdetto possibile".

Opposto il giudizio della procura che in un comunicato dichiara di prendere atto della decisione in attesa di esaminare le motivazioni dei giudici e giudica comprensibile “che molte vittime e le comunità resteranno deluse dalla sentenza". Il procuratore capo, Serge Brammertz, da parte sua ha già annunciato di voler fare appello e ha parlato di una sentenza "a sorpresa" sottolineando di condividere la frustrazione di molte delle vittime. "Non posso essere soddisfatto dell'esito", ha dichiarato parlando ai giornalisti. "Le motivazioni non sono assolutamente in linea con la realtà fattuale", ha aggiunto Brammertz.

Seselj doveva risponder di nove capi di imputazione per crimini commessi nell'ambito del suo
progetto di unificazione di "tutte le terre serbe". Secondo l'accusa Seselj era dietro agli assassini di molti croati, musulmani e civili non di etnia serba, come della deportazione forzata di "decine di migliaia" di persone da vaste aree della Bosnia Erzegovina, della Croazia e della Serbia. Inoltre, secondo l'accusa, avrebbe comandato unità paramilitari chiamate "Gli uomini di Seselj". Per la corte, tuttavia, il caso è stato presentato in maniera confusa e ambigua e l'accusa non è riuscita a chiarire il contesto generale in cui si sono svolti gli eventi. La procura ha dato "al massimo un'interpretazione che nasconde il modo in cui si sono svolti i fatti e nel caso peggiore li distorce in relazione alle prove presentate alla camera", ha dichiarato il presidente della corte Antonetti.


La notizia dell'assoluzione del leader dell'ultranazionalista Partito radicale serbo ha fatto subito il giro delle capitali dei Paesi che furono coinvolti nelle guerre degli anni '90 che segnarono la dissoluzione della Jugoslavia. La Croazia l'ha già definita "vergognosa". Il primo ministro Tihomir Oreskovic, in visita a Vukovar, la città che all'inizio della guerra, nell'autunno del 1991, fu assediata e rasa al suolo dalle forze serbe e fu teatro di un efferato eccidio di civili croati, ha parlato di una “sconfitta della corte dell'Aia e dei procuratori” descrivendo Seselj come “un uomo che ha fatto cose malvagie e non ha mostrato rimorso né allora né oggi".


mercoledì 30 marzo 2016

JOVAN DIVJAK: "I BOSGNACCHI NON DIMENTICHERANNO KARADZIC E MLADIC"

A proposito della condanna a 40 anni di Radovan Karadzic, emessa dal Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia per i crimini commessi durante la guerra di Bosnia, Luca Leone, giornalista, scrittore ed editore (Infinito edizioni), sul suo blog "Occhio critico" riporta un passo del libro di Jovan Divjak, il generale serbo che decise di restare a Sarajevo per difendere la sua città dall'aggressione dell'esercito e delle milizie paramilitari serbo-bosniache.

“I giovani orfani di cui mi occupo sono consapevoli del fatto che, se non hanno più i genitori e vivono in povertà, la colpa è di due criminali che si chiamano Karadžić e Mladić.erto, tutti sanno che Milošević è il responsabile maggiore di quanto è successo nella ex Jugoslavia e, dalla fine della guerra, i nostri media hanno diffuso molti reportage e pubblicato analisi su di lui, che però resta un personaggio lontano. Invece i bosgnacchi non dimenticheranno così facilmente Karadžić e Mladić. Non passava giorno senza che apparissero in televisione o fossero sui giornali. I due erano a 15 chilometri da Sarajevo, a Pale. È a loro due che rivà la memoria – tenuta desta dalla stampa che li menziona continuamente – quando si pensa al bambino o al vecchio ammazzati da uno sniper”.

lunedì 28 marzo 2016

COMMENTI ALLA SENTENZA DI CONDANNA DI RADOVAN KARADZIC

La sede del Tribunale internazionale all'Aja
di Marina Szikora (*)
Giovedi' la tanto attesa sentenza del Tribunale dell'Aja che giudica i crimini commessi in ex Jugoslavia a Radovan Karadzic. Dopo che nel 2006 nel carcere di Scheveningen e' morto l'ex presidente serbo, Slobodan Milosevic, Radovan Karadzic e' il piu' alto rappresentante politico degli anni novanta ad essere sentenziato per i crimini e per le atrocita' commesse durante la guerra in Bosnia Erzegovina dal 1992 al 1995. Come detto, con il verdetto, il leader dei serbi bosniaci, Radovan Karadzic viene condannato a 40 anni di carcere, ritenuto responsabile di crimini di guerra in Bosnia. Subito dopo il pronunciamento della sentenza, divise sono state le reazioni in Bosnia ma in sostanza, sono stati pochi ad essere pienamente soddisfatti con la decisione del Tribunale dell'Aja. I rappresentanti di diverse associazioni bosgnacche che si aspettavano una condanna all'ergastolo nonche' la conferma della corte che oltre a Srebrenica il genocidio e' stato commesso anche in altri sei comuni che si trovano inclusi nell'imputazione, sono rimasti un'altra volta delusi. Dall'altra parte, i commentatori della Republika Srpska [l'entità a maggioranza serba della Bosnia Erzegovina] affermano in sostanza che la sentenza e' “politica” ma che nulla cambiera' per quanto riguarda lo status dell'entita' serba.

“Siamo consapevoli che non esiste una pena che possa far tornare in vita le vittime innocenti, ma la condanna ad uno dei principali statisti della politica di aggressione della politica di una Grande Serbia in Bosnia Erzegovina, i cui risultati sono stati il genocidio e crimini terribili, rappresenta il minimo di cui le vittime e le loro famiglie hanno atteso troppo a lungo”, questa la posizione e la reazione del Governo croato alla sentenza dell'Aja. Secondo il capo della diplomazia croata, Miro Kovac, la sentenza offre una soddisfazione morale insufficiente agli eredi delle vittime della politica di sistematiche uccisioni e violenze. Radovan Karadzic e' stato condannato ma non e' stato sconfitto ancora il suo spirito, come nemmeno l'eredita' della sua politica di crimini e di genocidio. Soltanto quando questo sara' raggiunto, allora si potra' arrivare ad una riconciliazione tra la gente della Bosnia ed oltre, ha rilevato il ministro Kovac.

La presidente croata, Kolinda Grabar-Kitarovic ritiene che la sentenza all'ex leader dei serbi bosniaci sia una consolazione debole alle vittime ma e' un messaggio ai criminali e terroristi odierni che non passeranno impuniti. “Anche se si tratta di una sentenza di primo grado, con essa la comunita' internazionale ha riconosciuto che a Srebrenica e' stato commesso un genocidio e che nei sette comuni della RS e nella citta' di Sarajevo sono stati commessi i piu' gravi crimini con l'obbiettivo di creare uno spazio serbo omogeneo” ha detto la presidente croata. “Questa sentenza non pou' e non deve influenzare il destino della RS e per questo mi appello a tutti i rappresentanti politici del popolo serbo in Bosnia Erzegovina, in particolare della Republika Srpska, di lottare con una posizione congiunta per la loro Republika e per il loro popolo il cui destino, con questa sentenza puo' essere messo in questione” sono invece le parole di reazione del presidente della Serbia, Tomislav Nikolic.

Il testo è la trascrizione di parte della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 27 marzo a Radio Radicale

domenica 27 marzo 2016

PASSAGGIO IN ONDA

E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est del 27 marzo 2016.
La trasmissione e' ascoltabile direttamente qui di seguito oppure sul sito di Radio Radicale.


Sommario della puntata


La prima parte della trasmissione è dedicata alla condanna di Radovan Karadzic in primo grado a 40 anni decisa dal Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia per i crimini commessi nel corso della guerra in Bosnia Erzegovina, l'assedio di Sarajevo e il genocidio di Srebrenica. I commenti della comunità internazionale e nei paesi della regione e le opinioni di Emma Bonino e di Andrea Rossini di Osservatorio Balcani e Caucaso.

Nella seconda parte del programma le reazioni ed i commenti sugli attentati di Bruxelles e sul rischio di diffusione del fondamentalismo islamico e di infiltrazioni jihadiste nei Balcani legate ai flussi di profughi e migranti.

Infine, nell'ultima parte, un'interessante analisi pubblicata sul quotidiano serbo Politika che mette a confronto il negoziato di adesione all'Unione Europea della Turchia e della Serbia.

In apertura l'iniziativa del comitato per la candidatura del grande scrittore Predrag Matvejevic al premio Nobel per la letteratura.

La trasmissione, realizzata con la collaborazione di Marina Sikora e Artur Nura, è ascoltabile direttamente qui

venerdì 25 marzo 2016

LA CONDANNA DI RADOVAN KARADZIC A 40 ANNI PER CRIMINI DI GUERRA E GENOCIDIO

Intervista a Andrea Rossini di Osservatorio Balcani e Caucaso

Radovan Karadzic, l'ex capo politico dei serbi di Bosnia durante la guerra degli anni '90, è stato condannato in primo grado a 40 anni dal Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia per il genocidio di Srebrenica, l'assedio di Sarajevo e altri crimini di guerra compiuti durante il conflitto del 1992-95 in Bosnia. Anche se i giudici non hanno ritenuto sufficienti gli elementi per provare l'esistenza di un piano genocidiario già dal 1992, la sentenza è comunque importante e potrebbe essere modificata in appello. Giunge però a più di vent'anni dai fatti, dopo un processo durato quasi sei anni e dopo una latitanza dell'imputato protrattasi per quasi 13 anni. Soprattutto giunge in una Bosnia Erzegovina in cui sembrano aver prevalso le divisioni e la pulizia etnica che furono teorizzate e perseguite da Karadzic durante gli anni del suo potere.



giovedì 24 marzo 2016

EMMA BONINO SULLA CONDANNA DI RADOVAN KARADZIC A 40 ANNI PER GENOCIDIO E CRIMINI DI GUERRA

Intervista di Lorenzo Rendi per Radio Radicale

Emma Bonino commenta la condanna dell'ex leader politico dei serbi di Bosnia, Radovan Karadzic, a 40 anni per crimini contro l'umanità, crimini di guerra, sterminio e deportazione e per il genocidio di Srebrenica e l'assedio di Sarajevo.
Emma Bonino, che nel luglio del 1995 era Commissario europeo agli aiuti umanitari, dopo una missione in Bosnia fu tra i primissimi ad accorgersi e a denunciare pubblicamente quanto era accaduto a Srebrenica.
Nell'intervista si ricorda anche l'iniziativa dei radicali per l'incriminazione di Slobodan Milosevic e l'istituzione di un tribunale ad hoc per giudicare i crimini commessi durante i conflitti nell'ex Jugoslavia.



KARADZIC CONDANNATO A 40 ANNI PER CRIMINI DI GUERRA E GENOCIDIO

Il Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia ha giudicato l'ex capo politico dei serbi di Bosnia colpevole per il genocidio di Srebrenica, l'assedio di Sarajevo e altri crimini commessi durante la guerra del 1992-95. La corte ha invece giudicato non sufficienti le prove per l'accusa di genocidio relativa ai fatti avvenuti in una serie di villaggi.

Radovan Karadzic mentre ascolta la sentenza
Quarant'anni di carcere: questa la condanna decisa dalla 3a sezione del Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia al termine del processo di primo grado contro Radovan Karadzic, l'ex leader dei serbi di Bosnia durante il conflitto degli anni '90, giudicato colpevole di genocidio, uccisioni, deportazioni e altri crimini di guerra. Una sentenza che sulle prime ha scontentato molti: la difesa, ovviamente, ma anche i parenti delle vittime e i sopravvissuti che speravano nella condanna all'ergastolo chiesta dal procuratore Tieger. Inoltre la corte non ha ritenuto sufficienti le prove che volevano dimostrare l'esistenza di un piano genocidiario premeditato e organizzato dalla dirigenza serbo-bosniaca fin dall'inizio del conflitto. Altro elemento di delusione è che la sentenza è giunta a più di vent'anni dai fatti, a quasi un anno e mezzo dalla chiusura di un processo durato 5 anni che si è celebrato dopo ben 13 anni di latitanza dell'imputato che nel frattempo aveva potuto vivere pressoché indisturbato nonostante sul suo capo pendesse una taglia di 5 milioni di dollari. Una latitanza durata fino al luglio del 2008 quando Karadzic, grazie ai cambiamenti politici che nel frattempo erano avvenuti in Serbia, fu finalmente arrestato a Belgrado dove esercitava la professione di medico specializzato in medicina alternativa e psicologia sotto il falso nome di Dragan David Dabic.

Oltre che per il massacro di Srebrenica, il più grave crimine di guerra compiuto in Europa dalla fine della seconda guerra mondiale, costato la vita a oltre 8000 bosgnacchi maschi e giudicato come genocidio dalla giustizia internazionale, la Corte ha giudicato Karadzic responsabile anche di omicidio e persecuzione di civili per le atrocità commesse durante i 44 mesi dell'assedio di Sarajevo nel quale morirono circa 10mila persone. A questi reati si aggiunge la "presa di ostaggi" compiuta con il sequestro di 284 caschi blu dell'Onu usati come scudi umani contro i bombardamenti della Nato. Il tribunale dell'Aja ha ritenuto invece insufficienti gli elementi forniti dall'accusa per estendere l'accusa di genocidio anche agli eccidi compiuti a Bratunac, Prijedor, Foca, Kljuc, Sanski Most, Vlasenica e Zvornik. Per questi episodi Karadzic è stato comunque ritenuto colpevole di crimini contro l'umanità, omicidio e persecuzione.

Il video delle lettura della sentenza di condanna per Radovan Karadzic


Alla lettura delle sentenza, nell'aula del tribunale internazionale all'Aja, hanno assistito rappresentanti delle associazioni delle Donne e Madri di Srebrenica, degli ex detenuti dei campi di concentramento, delle Donne vittime di guerra, dei Genitori dei bambini uccisi e rappresentanti di altre organizzazioni giunti appositamente dalla Bosnia, assieme a decine e decine di giornalisti, diplomatici e insegnanti, ricercatori e rappresentanti della società civile.


Val al sito del Tribunale Internazionale per l'ex Jugoslavia

sabato 16 maggio 2015

SREBRENICA, LA GIUSTIZIA NEGATA

Da qualche giorno è in libreria il nuovo libro di Luca Leone, “SREBRENICA. LA GIUSTIZIA NEGATA”, scritto a quattro mani con Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia.
 
A venti anni dal genocidio Leone e Noury hanno deciso di affrontre quella vicenda terribile con un linguaggio semplice e in forma di dialogo con l'obiettivo non solo di raccontare cause, svolgimento e conseguenze del genocidio di Srebrenica, ma di analizzare tutto ciò che ruota da vent’anni intorno a questo orrore della storia europea contemporanea.

L'11 luglio 1995: oltre ottomila (ma alcune stime parlano di più di diecimila) maschi tra i 12 e i 76 anni vengono catturati, torturati, uccisi e inumati in fosse di massa. Lo stesso destino tocca ad alcune giovani donne che vemngono prima stuprate e poi uccise. Le vittime sono bognacchi (bosniaci di religione musulmana), da oltre tre anni assediati dalle forze ultranazionaliste serbo-bosniache agli ordini di Ratko Mladić e dalle bande di paramilitari serbi. Venti anni dopo, Mladic e Karadzic (l'allora capo politico dei serbo-bosniaci) sono sotto processo all'Aja, alcuni capi paramilitari sono morti, ma ancora molti dei carnefici di allora sono a piede libero e una parte dell'opinione pubblica serba li considera "eroi" lasciando un profondo senso di ingiustizia e di impotenza nei sopravvissuti.
 

Il libro di Leone e Noury è un reportage nel buco nero della guerra e del dopoguerra bosniaco e nella mancanza di giustizia che seguita al genocidio di Srebrenica, una delle pagine più nere della storia europea del Novecento e sicuramente la peggiore dalla fine della seconda guerra mondiale. In questo viaggio attraverso uno degli eventi più importanti e mostruosi della storia del Novecento gli autori si sono fatti accompagnare da amici importanti com Moni Ovadia, Miralem Pjanic, Irfanka Pašagic, Silvio Ziliotto. Che hanno scritto quanto segue.

“L’ipocrisia, il cinismo e l’indifferenza della politica interessata solo al potere, fanno sì che ancora, a Srebrenica, le vittime degli orrori debbano vedersi quotidianamente davanti, impuniti, arroganti, beffardi, minacciosi – spesso trasformati in eroi –, molti dei loro carnefici o quelli dei loro cari sepolti in fosse comuni o fatti a pezzi e conservati in frigoriferi, gli stupratori individuali e di massa, e non possano elaborare immani sofferenze e lutti atroci. Noi piccoli o grandi militanti della Memoria e attivisti dell’integrità inviolabile dell’uomo, ci sentiamo presi alla gola da un insopprimibile senso di impotenza sfregiato da revisionismi e negazionismi. Qualcosa però possiamo farlo!”. (Moni Ovadia)

“Luca Leone e Riccardo Noury sanno quanto sia importane raccontare ciò che è stato fatto a Srebrenica e quanto sia vitale che anche gli altri, più persone possibile, sentano e facciano qualcosa affinché finalmente avvenga quello che le Donne di Srebrenica da anni chiedono durante le loro proteste non violente, che si svolgono l’11 di ogni mese a Tuzla: ‘Noi vogliamo verità e giustizia, e vogliamo condanne per i criminali’”. (Irfanka Pašagic)

“Il popolo bosniaco va accompagnato e aiutato verso quell’Europa che qui ha dimenticato a lungo le sue carte dei diritti e da qui deve ripartire in un cammino, arduo ma possibile, di pace e giustizia”. (Silvio Ziliotto)

“I bosniaci hanno un cuore grande e meritano un futuro positivo. Spero davvero che andrà sempre meglio. Io continuerò a fare il massimo per aiutare il mio Paese”. (Miralem Pjanic)
Ci accompagnano, inoltre, in questo viaggio, alcune associazioni importanti, Amnesty International in testa, quindi Rete, Sie, Iscos, Associazione per i popoli minacciati.

Il consiglio di Passaggio a Sud Est è di leggere “SREBRENICA. LA GIUSTIZIA NEGATA” e, se ancora non lo avete fatto, anche gli altri lavori che in questi anni Luca Leone ha dedicato alla sua amata Bosnia e che trovate sul sito della Infinito Edizioni. 

Leggi qui la prefazione del libro

GLI AUTORI

Luca Leone
(Albano Laziale, 1970), giornalista professionista e saggista, è laureato in Scienze politiche.
È direttore editoriale e co-fondatore della casa editrice Infinito edizioni. Ha scritto e scrive per molte testate. Ha firmato, tra gli altri, per Infinito edizioni: Srebrenica. I giorni della vergogna (2005-2011); Bosnia Express (2010); Saluti da Sarajevo (2011); I bastardi di Sarajevo (2014).

Riccardo Noury
E' il portavoce di Amnesty International Italia, organizzazione non governativa per i diritti umani di cui fa parte dal 1980. Ha curato Non sopportiamo la tortura (Rizzoli Libri Illustrati, 2001), Poesie da Guantánamo (Edizioni Gruppo Abele, 2007) ed è stato coautore di Un errore capitale (EdizioniCultura della Pace, 1999). Blogger per Il Corriere della Sera, Il Fatto Quotidiano e Articolo 21. Zemaniano.

 

martedì 3 febbraio 2015

CROAZIA E SERBIA NON SONO COLPEVOLI DI GENOCIDIO

La Corte Internazionale di Giustizia ha emesso oggi la sentenza sulle accuse incrociate per i crimini commessi durante la guerra del 1991-1995

Né Belgrado né Zagabria sono responsabili di genocidio per le violenze commesse durante le guerre della ex Jugoslavia. Lo ha deciso oggi la Corte internazionale di giustizia all'Aja, che era stata chiamata a pronunciarsi sulle accuse incrociate presentate dalla Croazia contro la Serbia nel 1999 e dalla Serbia contro la Croazia nel 2010. I giudici internazionali hanno stabilito che nessuna delle due parti è riuscita provare che i crimini commessi durante il conflitto avessero il fine di compiere un genocidio.

Il 2 luglio del 1999 il governo croato dell'epoca accusò l'allora Repubblica Federale di Jugoslavia (Serbia e Montenegro) di violazione della Convenzione ONU del 1948 sul genocidio in riferimento alle operazioni di pulizia etnica commesse nel 1991 a Vukovar dagli occupanti serbi durante il conflitto scoppiato dopo che Zagabria aveva dichiarato l'indipendenza dalla Jugoslavia. La Croazia chiedeva anche un risarcimento per i danni "a persone e cose oltre che all'economia croata e all'ambiente". Nel 2010, la Serbia presentò a sua volta un ricorso sostenendo che 6500 serbi morirono e altre decine di migliaia furono costretti a fuggire nel 1995 a causa dell'operazione militare con cui Zagabria riconquistò la Krajina dove i serbi avevano autoproclamato uno stato indipendente.

La Croazia ha espresso la sua insoddisfazione per la sentenza di oggi, anche se il primo ministro Zoran Milanovic ha garantito che Zagabria la accetterà in maniera civile: “Noi dobbiamo accettare la decisione [...], è definitiva e non c'è possibilità di fare appello".

Secondo il ministro egli Esteri serbo Ivica Dacic, invece, la sentenza di oggi “sarà forse uno degli avvenimenti più importanti per le le relazioni bilaterali con la Croazia" e "segnerà probabilmente la fine di un processo durato 15, 20 anni” mettendo fine “alla lotta tra due Paesi per dimostrare che è stato il peggiore criminale". Secondo Dacic "è forse un'opportunità di lasciarci il passato alle spalle e di guardare al futuro".

Sulla stessa lunghezza d'onda il presidente serbo Tomislav Nikolic che ha affermato di volere una "pace durevole" nei Balcani: "Io spero che nell'avvenire la Serbia e la Croazia abbiano la forza di risolvere assieme quello che ostacola la possibilità d'instaurare un periodo di pace durevole e di prosperità nella nostra regione", ha detto Nikolic, parlando accanto al premier serbo Alksandar Vucic.

Fino ad ora mai un paese è stato condannato per genocidio sulla base della Convenzione del 1948. Nel 2007, quando la Corte internazionale si pronunciò sul massacro di Srebrenica compiuto ai danni dei musulmani di Bosnia dai militari serbo-bosniaci nel luglio 2005, i giudici stabilirono che la Serbia non era imputabile del genocidio, ma solo di non aver agito per impedirlo.

lunedì 12 gennaio 2015

"QUI TIRANA": LA CORRISPONDENZA DI ARTUR NURA

Gli argomenti della corrispondenza di Artur Nura per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda a Radio Radicale l'11 gennaio


Albania/1
La situazione politica generale all'inizio del nuovo anno dopo che il 2014 è stato contrassegnato dal continuo scontro tra la maggioranza di centro-sinistra che sostiene il governo del premier Edi Rama, leader del Partito socialista, e l'opposizione guidata dal sindaco di Tirana, Lulzim Basha, leader del Partito democratico, principale forza del centro-destra.

Albania/2
La visita a Tirana del relatore del Parlamento europeo per l'Albania per fare il punto sull'approvazione delle riforme richieste dall'UE rese difficili dallo scontro parlamentare tra maggioranza e opposizione che sta rallentando il processo di integrazione dopo la candidatura all'adesione finalmente e faticosamente raggiunta lo scorso anno.

Kosovo
Procede l'iter della legge che istituisce il tribunale speciale per giudicare i crimini di guerra commessi durante il conflitto del 1998/99, così come richiesto da Bruxelles nell'ultimo rapporto della Commissione europea sullo stato di avanzamento del processo di integrazione. Intanto prosegue il procedimento penale su alcuni crimini commessi durante la guerra che coinvolge alcuni importanti esponenti politici kosovari all'epoca dirigenti dell'Uck (l'Esercito di liberazione del Kosovo).

La registrazione integrale della puntata del 11 gennaio è ascoltabile direttamente qui http://www.radioradicale.it/scheda/430842

lunedì 15 dicembre 2014

IL CASO SESELJ AL CONSIGLIO DI SICUREZZA ONU

Di Marina Szikora
Il caso Seselj, dopo le fortissime critiche da parte della Croazia che hanno visto l'invio di una lettera aperta del capo dello stato croato, Ivo Josipovic al presidente del Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia, Theodor Meron, dopo l'approvazione all'unanimita' di una dichiarazione di condanna del Parlamento croato, succeduta subito dall'iniziativa dei deputati croati al Parlamento europeo che ha prodotto una forte risoluzione di condanna e la richiesta del PE verso il Tribunale di riesaminare la propria decisione sul rilascio di Seselj, martedi' del caso Seselj si e' discusso anche al Palazzo di Vetro a New York, in concreto alla riunione annuale del Consiglio di Sicurezza dell'ONU sul lavoro del Tribunale internazionale. I rappresentanti croati all'ONU hanno parlato soltanto del caso Seselj che ha suscitato un raffreddamento delle relazioni tra Croazia e Serbia, informano i media croati. L'ambasciatore serbo all'ONU, Milan Milanovic, ha accusato la Croazia di utilizzare il Consiglio di sicurezza per condurre una politica elettorale nazionale. Il rappresentante serbo ha poi girato il discorso sulla situazione della minoranza serbe e sui presunti incidenti contro i serbi in Croazia, rilevando i problemi del ritorno dei profughi serbi in Croazia e la restituzione delle loro proprieta'.

Vladimir Drobnjak, ambasciatore croato presso le Nazioni Unite ha detto invece che il Consiglio di Sicurezza non e' il luogo per discutere della situazione della minoranza serba in Croazia. “Seselj invece e' una questione di cui bisogna discutere, mentre il collegamento della mancanza delle reazioni serbe sul caso Seselj con la questione della minoranza non e' soltanto terribilmente improprio ma dimostra anche la non comprensione serba di questo problema” ha detto l'ambasciatore croato e ha aggiunto che “la Serbia non ha imparato certe lezioni del passato”. Il rappresentante serbo ha replicato che la Serbia non appoggia le dichiarazioni belliche di Seselj ma non accetta nemmeno una colpa e responsabilita' collettive. La responsabilita' per i comportamenti di Seselj, secondo Belgrado e' del Tribunale dell'Aja che lo ha rilasciato. La retorica di odio non esiste soltanto in Serbia, bensi' nell'intera regione, ha detto l'ambasciatore serbo rilevando che dell'importanza di Seselj in Serbia parlano i risultati elettorali secondo i quali Seselj e' stato marginalizzato. Secondo il rappresentante croato il rilascio di Seselj e' invece dannoso per la pace e stabilita' in Europa Sudorientale, un'umiliazione per le vittime e compromette le basi fondamentali del Tribunale sull'ex Jugoslavia. “Aspettare undici anni la giustizia e' gia' di per se difficile, ma vederlo libero con provocazioni scandalose e' assolutamente inaccettabile e offensivo” ha detto l'ambasciatore Drobnjak.

Precedentemente a questa aspra discussione tra i due ambasciatori all'ONU, il procuratore dell'Aja, Serge Brammertz ha chiesto la revoca della decisione del rilascio di Seselj. Bremmertz ha detto che Seselj ha ignorato gli ordini del Tribunale e che ha offeso le vittime. Ha aggiunto che le reazioni sul rilascio di Seselj e la ripetizione della retorica di 20 anni fa ricordano quanto la riconciliazione sia fragile. Anche gli Stati Uniti, in seno all'ONU hanno condannato il comportamento bellico di Seselj che secondo Washington rappresenta una sfida alla riconciliazione nella regione. Cosi', nel suo intervento David Pressman, l'ambasciatore americano al Consiglio di Sicurezza ONU. Pressman ha invitato i governi della regione di “fare il tutto possibile a fin di evitare la retorica bellica” e assicurare la piena collaborazione con il Tribunale. Il rappresentante russo, Evgenij Zagajnov non ha voluto invece commentare il comportamento di Seselj, ma ha detto che il fatto di mancanza della sentenza dopo 12 anni di processo rappresenta “il non adempimento degli standard giuridici”.
“Rispettando tutta la complessita' di questo caso, ci aspettiamo dal Tribunale che la sentenza a Seselj venga pronunciata al piu' presto possibile” ha detto la rappresentante britannica rilevando che la sentenza in tempo giusto e' cruciale per la riconciliazione. Il presidente del Tribunale, Theodor Meron non ha fatto riferimento al comportamento di Seselj dopo il rilascio. Ma nel suo intervento ha rilevato che lo stato di salute degli imputati, soprattutto quello di Goran Hadzic, Ratko Mladic e Vojislav Seselj rende la situazione difficile e rallenta i processi.

Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud est andata in onda il 14 dicembre a Radio Radicale

lunedì 8 dicembre 2014

SESELJ: LA PROCURA DEL TRIBUNALE INTERNAZIONALE CHIEDE IL RIENTRO IN CARCERE

Di Marina Szikora
Le iniziative giuste e la pressione orchestrata all'unanimita' hanno avuto il suo effetto positivo sull'ICTY, anche se la decisione del rilascio di Seselj, concordano tutti, non doveva nemmeno succedere. La procura dell'Aja ha chiesto che l'imputato Vojislav Seselj torni nel carcere di Scheweningen perche' il suo comportamento in liberta' compromette le basi della decisione del suo rilascio condizionato, e' stato comunicato dall'Aja. Ricordiamolo, il Tribunale aveva preso la decisione del rilascio temporaneo di Seselj argomentandola con la possibilita' che l'imputato avesse una cura adeguata nell'ambiente piu' adeguato, viste le condizioni della sua salute, ma garantendo al tempo stesso la sicurazza dei testimoni e l'intero processo giudiziario.Vojislav Seselj non tornera' pero' volontariamente all'Aja. Lo ha detto il vicepresidente dell'ultranazionalista Partito Radicale Serbo (SRS), Nemanja Sarovic e ha aggiunto che Seselj ha terminato il suo lavoro all'Aja: “Come e che cosa fara' prossimamente, chiedetelo ad Aleksandar Vucic e Tomislav Nikolic”, ha detto Sarovic, stretto collaboratore di Seselj.

Il premier croato, Zoran Milanovic, il quale ha cancellato la sua partecipazione alla riunione bilaterale dei capi di governo dell'Europa centrale e sudorientale con il premier cinese Li Keqiang, fissato per questo mese a Belgrado, ha dichiarato di aspettarsi che le autorita' serbe rispettino i loro obblighi e restituiscano l'imputato per crimini di guerra Vojislav Seselj all'Aja. Milanovic ha aggiunto che il suo desiderio, tutto il tempo, era quello di sentire Belgrado distanziarsi dalla retorica di odio costantemente diffusa da Seselj sin dal suo rilascio in liberta' provvisoria. “Non c'era bisogno di mostrare questi muscoli inesistenti” ha detto il premier croato precisando di aver soltanto voluto che la gente in Serbia prenda posizione per dire che quello che Seselj dice e' un male. “E' noto a tutti quanto io personalmente e il mio esecutivo ci stiamo impegnando per il rispetto delle minoranze in Croazia, soprattutto quella piu' vasta, la minoranza serba, e mi aspetto quindi almeno un minimo di correttezza e umanita' da parte di Belgrado, ma forse mi aspetto troppo” ha detto Milanovic.

Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 7 dicembre a Radio Radicale

martedì 18 novembre 2014

VUKOVAR E L'IMBROGLIO ETNICO

Ventitre anni fa cadeva la città croata di Vukovar dopo quasi tre mesi di pesante assedio da parte dell'esercito ancora ufficialmente federale jugoslavo ma di fatto serbo, e delle milizie paramilitari - le "Aquile bianche" e le "Tigri" del Comandante Arkan - che nei giorni seguenti si resero responsabili di una feroce pulizia etnica. Tutt'oggi Vukovar è considerata dai croati "città martire" della guerra e il suo nome appare sempre nel triste rosario delle località teatro dei crimini contro l'umanità compiuti durante le guerre jugoslave degli anni '90. Tuttavia, quella etnica è solo una delle chiavi per comprendere la natura dei conflitti che accompagnarono la dissoluzione della Jugoslavia. I popoli balcanici erano divisi, certo, ma quanto ha pesato la propaganda nazionalista, la manipolazione della storia e l'uso distorto delle mitologie nel far esplodere in maniera tragica la ormai irreversibile crisi del sistema titino? Quella etnica è stata certamente una componente, ma non ne è stata la causa che va ricercata, invece, nei giochi di potere e negli interessi di politici senza scrupoli, dentro e fuori i Balcani.

In occasione dell'anniversario della caduta di Vukovar, come utile elemento di riflessione, riporto qui di seguito l'articolo di Matteo Zola pubblicato due anni fa su Eastjournal,net

Quando i serbi sparavano sui serbi. Vukovar e l’imbroglio etnico
di Matteo Zola - 17 ottobre 2012
Quello di Vukovar non fu un assedio, fu un sacrificio rituale, un urbicidio. Fu il trionfo dell’inganno, il giro di valzer del gran ballo in maschera dove demoni e lupi danzavano sulle macerie della Jugoslavia. La storia ci racconta che Vukovar, città che in quel 1991 di guerra era al 44% croata e al 37% serba (il resto si divideva in sedici nazionalità minori, tra cui la tedesca, la magiara e l’italiana), fu assediata dalle truppe dell’Armata Popolare (l’esercito jugoslavo, nda) che presto lasciò il campo ai paramilitari serbi di Arkan e Seselj, le famigerate Tigri e Aquile bianche. L’esito fu un eccidio e un esodo dei croati dalla “loro” città mentre, il 17 novembre 1991, i serbi entravano tra le macerie di Vukovar. Poi, all’alba del 4 agosto 1995, la città veniva “riconquistata” dai croati che, a loro volta, si abbandoneranno alla pulizia etnica nei confronti della popolazione serba. Una doppia pulizia etnica che ha, di fatto, consacrato la chiave di lettura “razziale” del conflitto jugoslavo. Certo i crimini ci sono stati, ambo le parti, ma la chiave di lettura etnica convince poco. Vediamo perché.

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IL RITORNO DI SESELJ

Seselj e Arkan all'epoca delle guerre jugoslave
Vojislav Šešelj, leader ultranazionalista del Partito radicale serbo (Srs), sotto processo per crimini di guerra e crimini contro l'umanità commessi durante le guerre jugoslave degli anni '90, è tornato a Belgrado il 12 novembre scorso dopo che il Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia ne ha ordinato la libertà provvisoria per motivi di salute e per permettergli di essere curato in Serbia. Šešelj, che ha 60 anni, era detenuto nel carcere internazionale di Scheveningen (L'Aja) dal 2003 mentre le sentenza del processo che lo vede imputato è attesa non prima del prossimo anno.

I medici serbi che lo hanno in cura hanno dichiarato che è ammalato di tumore al colon che si sarebbe diffuso anche al fegato. Secondo quanto stabilito dai giudici del Tpi, Šešelj non dovrà interferire con le vittime o i testimoni coinvolti nel processo a suo carico e dovrà far rientro al tribunale quando richiesto. E' però innegabile che il suo ritorno in libertà (seppure condizionata) mentre il processo non è ancora giunto a conclusione a 11 anni da suo inizio, rappresenta, come nel caso di Slobodan Milosevic, morto in carcere, una sconfitta per il Tpi e per la giustizia internazionale.

È probabile che Šešelj cercherà ora di rilanciare il Srs, rimasto ormai fuori del parlamento e pesantemente ridimensionato a favore del Partito serbo del progresso (Sns) dell'attuale presidente Tomislav Nikolic, ex braccio destro di Seselj, e del premier Aleksandar Vucic. Il tentativo potrebbe anche ottenere qualche successo, considerando che due anni di governo del Sns ha deluso una parte degli elettori nazionalisti, ma molti esponenti del Srs si sono nel frattempo piazzati in posti chiave, mentre quelli rimasti fedeli a Šešelj sono fuori dal sistema.

Centinaia di suoi sostenitori si sono recati all'aeroporto in cui è atterrato il volo proveniente da Amsterdam e hanno poi manifestato nel centro di Belgrado in favore di Seselj.

Vedi la fotostoria pubblicata da TPortal,hr

lunedì 17 novembre 2014

SESELJ TORNA A BELGRADO PER SCONFIGGERE I DUE 'CANCRI' NIKOLIC E VUCIC

Vojislav Seselj
Di Marina Szikora
In coincidenza, più o meno, con la partenza da Belgrado del premier albanese Edi Rama, protagonista di uno scontro con il suo omologo serbo Alksandar Vucic a proposito del Kosovo, ecco l'arrivo di un'altra grana pesante per la leadership serba: il ritorno, dopo 11 anni di carcere, di Vojislav Seselj, leader dell'estremo radicalismo nazionalista serbo, sotto processo davanti al Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia. Il quotidiano serbo 'Politika' in vista dell'arrivo di Seselj a Belgrado si e' chiesto chi e' che attende Seselj? E scrive che Seselj alla fine ritorna in paese: molto piu' tardi di quanto i suoi fedeli ma poi ridimensionati seguaci politici lo avevano sperato, e comunque prima di quanto se lo aspettavano quelli che lo avevano scortato e salutato in partenza da Belgrado. Il giornale ricorda che i resti dei resti del partito politico serbo che una volta era il piu' potente e maggior organizzato partito negli ultimi anni, alludendo all'ultranazionalista Partito Radicale Serbo, spesso gridavano con manifesti annunciando un rientro trionfale del loro leader dall'Aja. Spesso sembravano tragicomici con sempre la stessa iconografia e con sempre gli stessi preannunci, scrive 'Politika', ma osserva che Seselj non soltanto non attendeva la Serbia, ma ad attenderlo hanno rinunciato nel frattempo anche alcuni dei suoi piu' stretti collaboratori, alludendo proprio alle massime cariche dell'attuale stato serbo. E secondo il giornale di Belgrado, il ritorno di Seselj adesso e' comunque una specie di ritorno da vincitore anche se forse “ferito a morte”. Non bisogna dimenticare che Seselj non ha mai riconosciuto il Tribunale dell'Aja e le sue regole, non ha mai inoltrato la domanda di essere liberato prima del tempo, come nemmeno accettato “le garanzie” e le condizioni delle autorita' serbe. Alla fine hanno dovuto rilasciarlo senza ancora una sentenza.


giovedì 3 aprile 2014

A SARAJEVO UNA CONFERENZA CONTRO LE VIOLENZE SESSUALI NEI CONFLITTI ARMATI

di Marina Szikora
La settimana scorsa, a Sarajevo, si e' svolta una conferenza internazionale importante dedicata alla prevenzione delle violenze sessuali nei conflitti armati. Come luogo dello svolgimento di questo evento, la scelta di Sarajevo e' stata molto significativa, in quanto citta' simbolo delle sofferenze della sanguinosa guerra degli anni novanta. Partecipanti di questa conferenza sono stati il ministro degli esteri britannico William Hague, la sua collega croata Vesna Pusić e l'attrice Angelina Jolie. La ministro degli Esteri ed affari europei Vesna Pusić vi ha partecipato in qualità di copromotorice dell'iniziativa per l'approvazione di una Dichiarazione delle Nazioni Unite per la prevenzione delle violenze sessuali nei conflitti armati. Hague, Pusić e Jolie hanno avvertito che tutt'oggi in giro per il mondo milioni di persone sono sottoposti a violenze brutali che distruggono la loro dignita' e lasciano conseguenze permanenti, piu' difficili da superare rispetto a tutti i danni materiali che portano le guerre. Hanno chiesto soprattutto maggiore ruolo delle forze internazionali di pace per ostacolare le violenze sessuali e gli stupri nelle zone di guerra.

Va sottolineato che proprio William Hague ed Angelina Jolie sono stati quelli che si sono maggiormente impegnati su questo tema trovando motivo proprio nelle guerre dell'ex Jugoslavia in cui ci sono state decine di migliaia di donne violentate mentre soltanto alcune decine di colpevoli di questi orrendi crimini sono stati portati a rispondere davanti ai tribunali. Angelina Jolie fu insignita nel 2012 della cittadinanza onoraria di Sarajevo dopo che nel 2011 aveva partecipato alla realizzazione di un lungometraggio dedicato proprio alla violenza sulle donne durante la guerra in Bosnia.Vogliamo aiutare la Bosnia Erzegovina a superare le dolorose eredita' del passato, ha detto il ministro britannico Hague aggiungendo che l'obiettivo e' quello di ostacolare la ripetizione di tali crimini in tutto il mondo. La ministro Pusić da parte sua ha espresso forte sostegno alla lotta contro le violenze sessuali nelle guerre rilevando che questi crimini devono essere chiaramente definiti e trattati come crimini di guerra e cosi' devono anche essere puniti. Secondo Pusić, gli stupri di guerra sono forse l'arma piu' efficace delle pulizie etniche. Va detto anche che in Croazia recentemente e' stata presentata la proposta di legge sui diritti delle vittime di violenze sessuali durante la guerra degli anni novanta che definisce queste violenze come crimini di guerra senza prescrizione.

Sempre durante la sua visita a Sarajevo, la ministro degli esteri ed affari europei Vesna Pusić ha avuto anche l'incontro bilaterale con il suo collega bosniaco Zlatko Lagumdžija. I due ministri continueranno a cercare un nuovo approccio di adesione della Bosnia all'UE a fin di accelerare il cammino di eurointegrazione che da tempo e' bloccato. Lagumdžija ha qualificato la ministro croata come “promotore del futuro europeo della Bosnia Erzegovina” e in questa ottica si valuta anche l'iniziativa croata verso una nuova strategia per l'adesione del Paese all'UE. Un nuovo approccio e' necessario ma al tempo stesso la Bosnia deve mostrare prontezza e fermezza nell'attuazione delle indispensabili riforme, hanno valutato Vesna Pusić e il presidente del Consiglio di ministri della Bosnia Vjekoslav Bevanda.

Pusic ha ribadito che all'interno dell'Unione ci sara' un processo di consultazioni alle quali si potrebbe stabilire una posizione relativa ad un possibile approccio piu' attivo nei confronti della Bpsnia. Bevanda ha detto che il suo paese non chiede l'abbassamento dei criteri per l'adesione all'UE, nessun sconto e la Bosnia e' intenzionata a fare i compiti a casa ma il desiderio e' quello di aprire la prosepettiva europea che attualmente si trova in stato di blocco. Secondo Vesna Pusić, la Croazia ha interesse a vedere la Bosnia, paese vicino, come stabile e in pace. Il tema dell'allargamento dell'Ue sui Balcani occidentali, ha ribadito Pusić, e' molto importante, soprattutto nei rapporti geopolitici attuali. L'approccio attuale dell'Ue secondo il quale la Bosnia Erzegovina deve adempiere ad alcune condizioni molto impegnative prima di avanzare sul percorso europeo, non ha dato finora nessun frutto.

venerdì 28 marzo 2014

UN SITO INTERNET PER LA VERITA' SUI CRIMINI DI GUERRA IN KOSOVO

"Zona di (Ir)Responsibilità” è il sito messo online dal Humanitarian Law Centre di Belgrado lunedì scorso, 24 marzo, per tentare di chiarire il ruolo della Serbia alla fine del 1990 nel conflitto del Kosovo e le responsabilità di funzionari governativi, polizia e ufficiali dell'esercito jugoslavo per i crimini commessi durante la guerra. Lo scopo del sito è anche quello di ricordare al governo serbo che deve essere fatto molto di più sia per perseguire i responsabili che per dare giustizia alle vittime.

Durante la campagna di bombardamenti della NATO, che iniziò il 24 marzo del 1999 e proseguì per due mesi e mezzo, le forze serbe organizzarono una campagna militare che provocò l'espulsione di 800.000 albanesi dal Kosovo. Secondo i dati del HLC, 7000 kosovari albanesi furono uccisi.
"Donne, bambini e anziani furono eliminati con esecuzioni di massa. I loro corpi furono bruciati, gettati nei pozzi o sepolti in luoghi segreti", ha affermato l'organizzazione per i diritti umani.

Il Tribunale dell'Aja ha finora condannato sei tra funzionari del governo e ufficiali dell'esercito e della polizia serbi giudicandoli responsabili di una sistematica campagna di omicidi e di persecuzione contro gli albanesi del Kosovo, condannandoli a pene detentive dai 14 ai 22 anni.
I Tribunali serbi stanno esaminando diversi casi relativi a crimini di guerra comoiuti in Kosovo , concentrandosi però principalmente sui responsabili materiali dei reati e lasciando invece gli alti funzionari fuori dalle aule di tribunale.