E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est del 27 marzo 2016.
La trasmissione e' ascoltabile direttamente qui di seguito oppure sul sito di Radio Radicale.
Sommario della puntata
La prima parte della trasmissione è dedicata alla condanna di Radovan Karadzic in primo grado a 40 anni decisa dal Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia per i crimini commessi nel corso della guerra in Bosnia Erzegovina, l'assedio di Sarajevo e il genocidio di Srebrenica. I commenti della comunità internazionale e nei paesi della regione e le opinioni di Emma Bonino e di Andrea Rossini di Osservatorio Balcani e Caucaso.
Nella seconda parte del programma le reazioni ed i commenti sugli attentati di Bruxelles e sul rischio di diffusione del fondamentalismo islamico e di infiltrazioni jihadiste nei Balcani legate ai flussi di profughi e migranti.
Infine, nell'ultima parte, un'interessante analisi pubblicata sul quotidiano serbo Politika che mette a confronto il negoziato di adesione all'Unione Europea della Turchia e della Serbia.
In apertura l'iniziativa del comitato per la candidatura del grande scrittore Predrag Matvejevic al premio Nobel per la letteratura.
La trasmissione, realizzata con la collaborazione di Marina Sikora e Artur Nura, è ascoltabile direttamente qui
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domenica 27 marzo 2016
venerdì 25 marzo 2016
LA CONDANNA DI RADOVAN KARADZIC A 40 ANNI PER CRIMINI DI GUERRA E GENOCIDIO
Intervista a Andrea Rossini di Osservatorio Balcani e Caucaso
Radovan Karadzic, l'ex capo politico dei serbi di Bosnia durante la guerra degli anni '90, è stato condannato in primo grado a 40 anni dal Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia per il genocidio di Srebrenica, l'assedio di Sarajevo e altri crimini di guerra compiuti durante il conflitto del 1992-95 in Bosnia. Anche se i giudici non hanno ritenuto sufficienti gli elementi per provare l'esistenza di un piano genocidiario già dal 1992, la sentenza è comunque importante e potrebbe essere modificata in appello. Giunge però a più di vent'anni dai fatti, dopo un processo durato quasi sei anni e dopo una latitanza dell'imputato protrattasi per quasi 13 anni. Soprattutto giunge in una Bosnia Erzegovina in cui sembrano aver prevalso le divisioni e la pulizia etnica che furono teorizzate e perseguite da Karadzic durante gli anni del suo potere.
Radovan Karadzic, l'ex capo politico dei serbi di Bosnia durante la guerra degli anni '90, è stato condannato in primo grado a 40 anni dal Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia per il genocidio di Srebrenica, l'assedio di Sarajevo e altri crimini di guerra compiuti durante il conflitto del 1992-95 in Bosnia. Anche se i giudici non hanno ritenuto sufficienti gli elementi per provare l'esistenza di un piano genocidiario già dal 1992, la sentenza è comunque importante e potrebbe essere modificata in appello. Giunge però a più di vent'anni dai fatti, dopo un processo durato quasi sei anni e dopo una latitanza dell'imputato protrattasi per quasi 13 anni. Soprattutto giunge in una Bosnia Erzegovina in cui sembrano aver prevalso le divisioni e la pulizia etnica che furono teorizzate e perseguite da Karadzic durante gli anni del suo potere.
giovedì 23 ottobre 2014
BOSNIA: TRE ANALISI SUL VOTO DEL 12 OTTOBRE
Le elezioni del 12 ottobre in Bosnia Erzegovina hanno toccato praticamente tutte le istituzioni elettive del Paese. I 3.278.908 cittadini aventi diritto al voto (2.037.076 nella Federacija BiH, l'entità croato-bosgnacca, e 1.241.832 nella Republika Srpska, l'entità a maggioranza serba) erano chiamati a eleggere i 3 presidenti della presidenza nazionale tripartita, il presidente e 2 vicepresidenti della Republika Srpska, 42 parlamentari del parlamento nazionale, 83 parlamentari della RS, 98 membri del parlamentari e 289 rappresentanti cantonali della Federacija. In tutto 518 posti per i quali i candidati in lizza erano 7.748 (3.276 donne; 4.472 uomini) riuniti in 98 tra partiti, coalizioni e candidati indipendenti. Questo diluvio di numeri è il frutto dell'assetto istituzionale determinato dagli accordi di pace di Dayton che nel 1995 posero fine al conflitto fotografando la situazione sul terreno. E sono proprio quegli accordi che hanno determinato una situazione politico-istituzionale che appare ormai senza via d'uscita e che sta allontanando sempre più il Paese dalla prospettiva dell'integrazione in quella Unione Europea che ha essa stessa responsabilità nella situazione.
Qui di seguito tre interessanti commenti usciti nei giorni scorsi sull'esito del voto in Bosnia del 12 ottobre
La Bosnia di ieri
Andrea Oskari Rossini, Osservatorio Balcani e Caucaso, 13 ottobre 2014
Così la Bosnia torna al 1990
Rodolfo Toè, Il Foglio, 14 ottobre 2014
Il pantano politico bosniaco
Matteo Tacconi, Rassegna Est, 20 ottobre 2014
Qui di seguito tre interessanti commenti usciti nei giorni scorsi sull'esito del voto in Bosnia del 12 ottobre
La Bosnia di ieri
Andrea Oskari Rossini, Osservatorio Balcani e Caucaso, 13 ottobre 2014
Così la Bosnia torna al 1990
Rodolfo Toè, Il Foglio, 14 ottobre 2014
Il pantano politico bosniaco
Matteo Tacconi, Rassegna Est, 20 ottobre 2014
martedì 11 febbraio 2014
LA CRISI DEL SISTEMA BOSNIA
Scende il livello della protesta in Bosnia dopo i tre giorni di violente manifestazioni dello scorso fine settimana. Ma la tensione resta elevata perché le richieste dei dimostranti rimangono tutte lì, pronte a far da combustibile al malcontento. Forse si è parlato un po' troppo presto di “primavera bosniaca”, ma i movimenti nel paese e nella regione potrebbero anche trovare un minimo comun denominatore su cui costruire un fronte comune. Sui muri di Tuzla i dimostranti hanno scritto: “Morte al nazionalismo”. Solidarietà è arrivata loro anche da Belgrado. Forse, per la prima volta, si profila un possibile superamento delle divisioni etniche e nazionaliste che le classi politiche oggi sotto accusa hanno sfruttato per ingabbiare la società e guadagnare consenso. Un consenso ormai in caduta libera. E mentre spunta l'ipotesi dell'invio di nuovi rinforzi militari internazionali, l'Europa si trova di fronte alla crisi del sistema bosniaco costruito sugli accordi di pace di Dayton: una crisi non solo economica, ma, appunto, di sistema.
Qui di seguito l'articolo di Andrea Rossini pubblicato oggi su Osservatorio Balcani e Caucaso.
Bosnia Erzegovina, il giorno dopo
Andrea Rossini – Osservatorio Balcani e Caucaso, 11 febbraio 2014
In Bosnia Erzegovina (BiH) le mobilitazioni sono continuate in tutto il fine settimana e nella giornata di ieri, nonostante le dimissioni dei primi ministri dei cantoni di Tuzla, Sarajevo, Mostar e Bihać, del responsabile della sicurezza nella capitale, Himzo Selimović, e il rilascio della maggior parte dei dimostranti arrestati nei giorni scorsi. La rivolta innescata dai lavoratori di alcune fabbriche privatizzate di Tuzla, che venerdì è culminata in una giornata di scontri con la polizia e nella distruzione di edifici governativi in alcune delle maggiori città del paese, si è però trasformata nei giorni scorsi in una serie di sit-in e di presìdi pacifici di fronte alle principali sedi delle istituzioni. L'atmosfera sembra essere quella di una calma densa di aspettative. Nessuno azzarda previsioni su quali sviluppi potrebbe avere l'esplosione di rabbia manifestatasi la scorsa settimana.
Le proteste, con la parziale eccezione di Tuzla, appaiono ancora disorganizzate o organizzate in maniera del tutto informale, tramite i social media o il passaparola. Le mobilitazioni principali continuano a riguardare le città della Federazione di Bosnia Erzegovina, una delle due entità in cui è diviso il paese, e non la Republika Srpska. Le richieste dei dimostranti, nonostante alcune differenze legate alle situazioni locali, sono quelle di un ricambio della classe politica (dimissioni), costituzione di un governo tecnico, e rilascio degli arrestati. Il manifesto degli operai e cittadini del cantone di Tuzla chiede ai dimostranti di non abbandonare le strade ma di mantenere l'ordine pubblico, collaborando con polizia e protezione civile (la polizia a Tuzla in alcuni casi si è schierata con i dimostranti), di annullare i contratti di privatizzazione delle 5 ditte la cui situazione ha dato origine alle proteste (Dita, Polihem, Poliolhem, Gumara e Konjuh) e di “restituire le fabbriche ai lavoratori riavviando la produzione dove possibile”.
Mondo hooligan
Il presidente della Federazione di Bosnia Erzergovina, Živko Budimir, ha detto che “i politici hanno inteso la voce della gente forte e chiaro”, ma ha respinto la richiesta di dimettersi e dichiarato che la violenza deve cessare. Sulla stessa linea le dichiarazioni di Bakir Izetbegović, uno dei tre presidenti della BiH, e di Zlatko Lagumdžija, ministro degli Esteri. Secondo quest'ultimo, leader del Partito socialdemocratico, “il comprensibile malessere della popolazione è stato manipolato da gruppi che hanno l'obiettivo di distruggere [il paese].”
La maggior parte della classe politica sembra in generale concorde nell'indicare gruppi di hooligan come responsabili di quanto avvenuto nei giorni scorsi e nel tentare di unire la popolazione nella condanna della violenza, e quindi delle proteste. Alcuni hanno persino paragonato i manifestanti di venerdì a Sarajevo con gli aggressori della città negli anni della guerra. La distruzione dell'archivio storico conservato nell'edificio della Presidenza, in particolare, raggiunto dalle fiamme durante gli incidenti di venerdì, ha creato sgomento in una città che ha subito la distruzione della Biblioteca durante la guerra degli anni '90. In una situazione ancora torbida, segnata dalla frenetica ricerca di un capro espiatorio, sui social media si è però affacciata la notizia secondo cui in realtà l'archivio sarebbe intatto. Lo sostengono diversi rappresentanti della società civile sarajevese tra cui Damir Imamović, amatissimo interprete di sevdah, e la regista Jasmila Žbanić, che hanno riportato le dichiarazioni dei lavoratori dell'archivio che contrastano con la versione ufficiale.
Aldin Arnautović, sul portale di informazione BIRN, ha messo in rilievo come il paragone con gli anni '90 equivalga di fatto a preparare il terreno per il linciaggio dei dimostranti. Allo stesso modo ha commentato su Radio Sarajevo anche Mile Stoijć, noto giornalista locale, sostenendo che “gli hooligan si trovano nelle strutture del potere”, mentre coloro che hanno partecipato agli scontri rappresentano la generazione “di quelli che sono nati durante la guerra, in povertà e senza speranza, cresciuti in un ambiente sciovinista, di odio, xenofobia e di miseria materiale e spirituale, e che oggi cercano di portare l’attenzione sulla propria esistenza in questo modo, perché non hanno altri mezzi.”
La regione
Le dichiarazioni dell'Alto Rappresentante della comunità internazionale in Bosnia Erzegovina Valentin Inzko, secondo cui “se la situazione peggiorasse dovremmo ricorrere all'invio di truppe dell'Unione europea”, non hanno certamente contribuito a disinnescare la tensione. Anche perché il quadro regionale è – se possibile – ancora più torbido di quello interno.
Domenica il vice premier serbo, Aleksandar Vučić, si è incontrato con i leader serbo bosniaci Milorad Dodik e Mladen Bosić, per discutere gli sviluppi della crisi in Bosnia Erzegovina. Milorad Dodik, presidente della Republika Srpska (RS), l'entità bosniaca a maggioranza serba, ha dichiarato che l'obiettivo delle proteste è “destabilizzare la RS per provocare l'intervento della comunità internazionale nelle vicende del paese”, e che “il caos nella Federazione […] mostra che la BiH non può sopravvivere alle sfide interne e che non funziona.”
Il primo ministro della Croazia, Zoran Milanović, si è invece recato a Mostar, dichiarando di voler “calmare la situazione”. La visita è stata criticata da Željko Komšić, uno dei tre presidenti della Bosnia Erzegovina, secondo cui il premier croato sarebbe dovuto andare a Sarajevo. Interrogato sul perché non si fosse recato nella capitale, Milanović ha risposto ai giornalisti che “Mostar è più vicina” alla Croazia.
Nella cittadina dell'Erzegovina oggi a maggioranza croata, le sirene della divisione etnica non sembrano per il momento attecchire. Nei giorni scorsi i dimostranti, oltre all'edificio del governo, hanno attaccato in maniera bipartisan sia la sede del partito croato HDZ che del bosniaco musulmano SDA. Un giovane mostarino, Teo Grančić, ha scritto un articolo che sta avendo molto successo in rete spiegando che le proteste di Mostar “non le hanno fatte i musulmani, né gli hooligan, né gli anarchici, né gente pagata per farlo. Le ha fatte il popolo.”
Morte al nazionalismo
Sui muri di Tuzla, nei primi giorni delle proteste, gli operai hanno scritto “Dimissioni! Morte al nazionalismo!” Per il momento, nessuno è riuscito a mettere il cappello etnico ai dimostranti. Al contrario, solidarietà ai manifestanti bosniaci è arrivata anche da Belgrado, dove ieri si è svolta una manifestazione cui hanno partecipato alcune centinaia di persone, convocate semplicemente su Facebook da un gruppo denominato “Sostegno dalla Serbia alla gente di Tuzla”. Nella convocazione si scrive che “la migliore solidarietà che possiamo mostrare è organizzarci anche noi contro il saccheggio delle risorse della gente che continua da ormai 20 anni, attraverso guerre e privatizzazioni.”
Il sindacato di polizia serbo ha preso sul serio l'iniziativa, dichiarando di temere che simili dimostrazioni possano verificarsi anche lì. “E' logico che uno scenario simile si possa verificare anche in Serbia, dove [come in BiH] c'è una massa di disoccupati, di occupati senza salario, la corruzione ad ogni livello e cittadini manipolati politicamente”, hanno scritto domenica i poliziotti in una dichiarazione riportata dal portale BIRN.
Crisi di sistema
Quella della Bosnia Erzegovina, però, non è solamente la versione balcanica della crisi che da anni stiamo vivendo in tutta Europa. Quella bosniaca è una crisi di sistema. Il sistema di Dayton, che è servito a fermare la guerra, non funziona più. Lo stesso Richard Holbrooke, suo artefice, nel primo decennale degli accordi confidò che non avrebbe mai pensato sarebbero durati così a lungo. Una costituzione che è in contrasto con la Convenzione Europea per i Diritti dell'Uomo, che antepone i diritti dei gruppi etnici a quelli dei singoli cittadini, non può funzionare per un paese europeo. Per questo lo stesso percorso di integrazione europea della Bosnia Erzegovina è divenuto un labirinto.
L'Unione europea lo ha di fatto sospeso congelando 47 milioni di euro di fondi di pre adesione (IPA) nel 2013, e rimandando indefinitamente i preparativi per la concessione di un nuovo pacchetto di fondi. Le élite politiche bosniaco erzegovesi, tuttavia, non hanno alcun incentivo per cambiare un sistema che garantisce la loro sopravvivenza. Lo stesso meccanismo elettorale è articolato in modo da perpetuare la divisione ad ogni livello delle istituzioni. Nell'indifferenza europea e internazionale, ai bosniaci non resta che l'espressione dello sdegno, e della rabbia.
Lo scrittore di Sarajevo Aleksandar Hemon, da anni residente a Chicago, ha però messo in guardia sui rischi dell'attuale situazione. Intervenendo sul portale Radiosarajevo, ha scritto che “la rabbia è ormai in metastasi, ed è difficile pensare a come tutto questo si potrà riportare alla calma. In Bosnia Erzegovina non ci sono strutture per trasformare questa rabbia in forza politica o in una qualche forma positiva. Si diffonde come il fuoco nel bosco. Se cade una goccia di sangue, non c'è ritorno.”
Qui di seguito l'articolo di Andrea Rossini pubblicato oggi su Osservatorio Balcani e Caucaso.
Bosnia Erzegovina, il giorno dopo
Andrea Rossini – Osservatorio Balcani e Caucaso, 11 febbraio 2014
In Bosnia Erzegovina (BiH) le mobilitazioni sono continuate in tutto il fine settimana e nella giornata di ieri, nonostante le dimissioni dei primi ministri dei cantoni di Tuzla, Sarajevo, Mostar e Bihać, del responsabile della sicurezza nella capitale, Himzo Selimović, e il rilascio della maggior parte dei dimostranti arrestati nei giorni scorsi. La rivolta innescata dai lavoratori di alcune fabbriche privatizzate di Tuzla, che venerdì è culminata in una giornata di scontri con la polizia e nella distruzione di edifici governativi in alcune delle maggiori città del paese, si è però trasformata nei giorni scorsi in una serie di sit-in e di presìdi pacifici di fronte alle principali sedi delle istituzioni. L'atmosfera sembra essere quella di una calma densa di aspettative. Nessuno azzarda previsioni su quali sviluppi potrebbe avere l'esplosione di rabbia manifestatasi la scorsa settimana.
Le proteste, con la parziale eccezione di Tuzla, appaiono ancora disorganizzate o organizzate in maniera del tutto informale, tramite i social media o il passaparola. Le mobilitazioni principali continuano a riguardare le città della Federazione di Bosnia Erzegovina, una delle due entità in cui è diviso il paese, e non la Republika Srpska. Le richieste dei dimostranti, nonostante alcune differenze legate alle situazioni locali, sono quelle di un ricambio della classe politica (dimissioni), costituzione di un governo tecnico, e rilascio degli arrestati. Il manifesto degli operai e cittadini del cantone di Tuzla chiede ai dimostranti di non abbandonare le strade ma di mantenere l'ordine pubblico, collaborando con polizia e protezione civile (la polizia a Tuzla in alcuni casi si è schierata con i dimostranti), di annullare i contratti di privatizzazione delle 5 ditte la cui situazione ha dato origine alle proteste (Dita, Polihem, Poliolhem, Gumara e Konjuh) e di “restituire le fabbriche ai lavoratori riavviando la produzione dove possibile”.
Mondo hooligan
Il presidente della Federazione di Bosnia Erzergovina, Živko Budimir, ha detto che “i politici hanno inteso la voce della gente forte e chiaro”, ma ha respinto la richiesta di dimettersi e dichiarato che la violenza deve cessare. Sulla stessa linea le dichiarazioni di Bakir Izetbegović, uno dei tre presidenti della BiH, e di Zlatko Lagumdžija, ministro degli Esteri. Secondo quest'ultimo, leader del Partito socialdemocratico, “il comprensibile malessere della popolazione è stato manipolato da gruppi che hanno l'obiettivo di distruggere [il paese].”
La maggior parte della classe politica sembra in generale concorde nell'indicare gruppi di hooligan come responsabili di quanto avvenuto nei giorni scorsi e nel tentare di unire la popolazione nella condanna della violenza, e quindi delle proteste. Alcuni hanno persino paragonato i manifestanti di venerdì a Sarajevo con gli aggressori della città negli anni della guerra. La distruzione dell'archivio storico conservato nell'edificio della Presidenza, in particolare, raggiunto dalle fiamme durante gli incidenti di venerdì, ha creato sgomento in una città che ha subito la distruzione della Biblioteca durante la guerra degli anni '90. In una situazione ancora torbida, segnata dalla frenetica ricerca di un capro espiatorio, sui social media si è però affacciata la notizia secondo cui in realtà l'archivio sarebbe intatto. Lo sostengono diversi rappresentanti della società civile sarajevese tra cui Damir Imamović, amatissimo interprete di sevdah, e la regista Jasmila Žbanić, che hanno riportato le dichiarazioni dei lavoratori dell'archivio che contrastano con la versione ufficiale.
Aldin Arnautović, sul portale di informazione BIRN, ha messo in rilievo come il paragone con gli anni '90 equivalga di fatto a preparare il terreno per il linciaggio dei dimostranti. Allo stesso modo ha commentato su Radio Sarajevo anche Mile Stoijć, noto giornalista locale, sostenendo che “gli hooligan si trovano nelle strutture del potere”, mentre coloro che hanno partecipato agli scontri rappresentano la generazione “di quelli che sono nati durante la guerra, in povertà e senza speranza, cresciuti in un ambiente sciovinista, di odio, xenofobia e di miseria materiale e spirituale, e che oggi cercano di portare l’attenzione sulla propria esistenza in questo modo, perché non hanno altri mezzi.”
La regione
Le dichiarazioni dell'Alto Rappresentante della comunità internazionale in Bosnia Erzegovina Valentin Inzko, secondo cui “se la situazione peggiorasse dovremmo ricorrere all'invio di truppe dell'Unione europea”, non hanno certamente contribuito a disinnescare la tensione. Anche perché il quadro regionale è – se possibile – ancora più torbido di quello interno.
Domenica il vice premier serbo, Aleksandar Vučić, si è incontrato con i leader serbo bosniaci Milorad Dodik e Mladen Bosić, per discutere gli sviluppi della crisi in Bosnia Erzegovina. Milorad Dodik, presidente della Republika Srpska (RS), l'entità bosniaca a maggioranza serba, ha dichiarato che l'obiettivo delle proteste è “destabilizzare la RS per provocare l'intervento della comunità internazionale nelle vicende del paese”, e che “il caos nella Federazione […] mostra che la BiH non può sopravvivere alle sfide interne e che non funziona.”
Il primo ministro della Croazia, Zoran Milanović, si è invece recato a Mostar, dichiarando di voler “calmare la situazione”. La visita è stata criticata da Željko Komšić, uno dei tre presidenti della Bosnia Erzegovina, secondo cui il premier croato sarebbe dovuto andare a Sarajevo. Interrogato sul perché non si fosse recato nella capitale, Milanović ha risposto ai giornalisti che “Mostar è più vicina” alla Croazia.
Nella cittadina dell'Erzegovina oggi a maggioranza croata, le sirene della divisione etnica non sembrano per il momento attecchire. Nei giorni scorsi i dimostranti, oltre all'edificio del governo, hanno attaccato in maniera bipartisan sia la sede del partito croato HDZ che del bosniaco musulmano SDA. Un giovane mostarino, Teo Grančić, ha scritto un articolo che sta avendo molto successo in rete spiegando che le proteste di Mostar “non le hanno fatte i musulmani, né gli hooligan, né gli anarchici, né gente pagata per farlo. Le ha fatte il popolo.”
Morte al nazionalismo
Sui muri di Tuzla, nei primi giorni delle proteste, gli operai hanno scritto “Dimissioni! Morte al nazionalismo!” Per il momento, nessuno è riuscito a mettere il cappello etnico ai dimostranti. Al contrario, solidarietà ai manifestanti bosniaci è arrivata anche da Belgrado, dove ieri si è svolta una manifestazione cui hanno partecipato alcune centinaia di persone, convocate semplicemente su Facebook da un gruppo denominato “Sostegno dalla Serbia alla gente di Tuzla”. Nella convocazione si scrive che “la migliore solidarietà che possiamo mostrare è organizzarci anche noi contro il saccheggio delle risorse della gente che continua da ormai 20 anni, attraverso guerre e privatizzazioni.”
Il sindacato di polizia serbo ha preso sul serio l'iniziativa, dichiarando di temere che simili dimostrazioni possano verificarsi anche lì. “E' logico che uno scenario simile si possa verificare anche in Serbia, dove [come in BiH] c'è una massa di disoccupati, di occupati senza salario, la corruzione ad ogni livello e cittadini manipolati politicamente”, hanno scritto domenica i poliziotti in una dichiarazione riportata dal portale BIRN.
Crisi di sistema
Quella della Bosnia Erzegovina, però, non è solamente la versione balcanica della crisi che da anni stiamo vivendo in tutta Europa. Quella bosniaca è una crisi di sistema. Il sistema di Dayton, che è servito a fermare la guerra, non funziona più. Lo stesso Richard Holbrooke, suo artefice, nel primo decennale degli accordi confidò che non avrebbe mai pensato sarebbero durati così a lungo. Una costituzione che è in contrasto con la Convenzione Europea per i Diritti dell'Uomo, che antepone i diritti dei gruppi etnici a quelli dei singoli cittadini, non può funzionare per un paese europeo. Per questo lo stesso percorso di integrazione europea della Bosnia Erzegovina è divenuto un labirinto.
L'Unione europea lo ha di fatto sospeso congelando 47 milioni di euro di fondi di pre adesione (IPA) nel 2013, e rimandando indefinitamente i preparativi per la concessione di un nuovo pacchetto di fondi. Le élite politiche bosniaco erzegovesi, tuttavia, non hanno alcun incentivo per cambiare un sistema che garantisce la loro sopravvivenza. Lo stesso meccanismo elettorale è articolato in modo da perpetuare la divisione ad ogni livello delle istituzioni. Nell'indifferenza europea e internazionale, ai bosniaci non resta che l'espressione dello sdegno, e della rabbia.
Lo scrittore di Sarajevo Aleksandar Hemon, da anni residente a Chicago, ha però messo in guardia sui rischi dell'attuale situazione. Intervenendo sul portale Radiosarajevo, ha scritto che “la rabbia è ormai in metastasi, ed è difficile pensare a come tutto questo si potrà riportare alla calma. In Bosnia Erzegovina non ci sono strutture per trasformare questa rabbia in forza politica o in una qualche forma positiva. Si diffonde come il fuoco nel bosco. Se cade una goccia di sangue, non c'è ritorno.”
giovedì 5 aprile 2012
20 ANNI FA L'ASSEDIO DI SARAJEVO
Intervista a Andrea Rossini di Osservatorio Balcani e Caucaso
Il 5 aprile è considerata la data di inizio dell'assedio di Sarajevo, il più lungo della storia bellica moderna, durato circa più di millequattrocento giorni e costato oltre 11mila morti (1600 bambini) e 50mila feriti. Massimo Nava sul Corriere della Sera ricorda i quasi quattro lunghissimi anni dell'assedio di Sarajevo, le distruzioni e le sofferenze e i morti di quella tragedia avvenuta nel cuore e sotto gli occhi dell'Europa. "Alla contabilità del massacro - scrive tra l'altro Nava - si sommò la distruzione fisica e morale di una «polis» autenticamente multiculturale e multireligiosa, la Sarajevo delle quattro religioni, la Gerusalemme dei Balcani". Scrive ancora Massimo Nava che "l'assedio di Sarajevo significò la messa in pratica della «pulizia etnica» teorizzata dal fanatismo nazionalista fino al grande eccidio di Srebrenica. Per questo crimine morale e culturale, oltre che per le vittime, occorre conservare la memoria di Sarajevo. La tragedia della «polis» bosniaca portò a compimento il progetto di spartizione territoriale del Paese". Venti anni dopo, continua Nava, "Sarajevo e la Bosnia sono ricostruite, molte ferite sono medicate, ma l'identità della «polis» è stata cancellata nonostante il ricambio generazionale. Si spera non per sempre, ma questa amara constatazione accompagna la memoria dei morti e il futuro dei sopravvissuti".
Eppure, nonostante tutto, nonostante i tanti problemi dell'oggi, nonostante quell'assedio e quella guerra abbiano cambiato il volto di Sarajevo e della Bosnia Erzegovina, quattro anni di guerra non possono cancellare completamente la storia secolare della "Gerusalemme dei Balcani", di quello che è stato per secoli un punto di incontro, di convivenza e di mescolanza di popoli, etnie, religioni e culture. Ne è convinto Andrea Rossini di Osservatorio Balcani e Caucaso che Sarajevo e la Bosnia le conosce bene per averci anche vissuto come spiega nell'intervista che gli ho fatto per Radio Radicale e che potete ascoltare qui di seguito.
Venti anni fa cominciava l'assedio di Sarajevo. Intervista a Andrea Rossini di Osservatorio Balcani e Caucaso.
Il 5 aprile è considerata la data di inizio dell'assedio di Sarajevo, il più lungo della storia bellica moderna, durato circa più di millequattrocento giorni e costato oltre 11mila morti (1600 bambini) e 50mila feriti. Massimo Nava sul Corriere della Sera ricorda i quasi quattro lunghissimi anni dell'assedio di Sarajevo, le distruzioni e le sofferenze e i morti di quella tragedia avvenuta nel cuore e sotto gli occhi dell'Europa. "Alla contabilità del massacro - scrive tra l'altro Nava - si sommò la distruzione fisica e morale di una «polis» autenticamente multiculturale e multireligiosa, la Sarajevo delle quattro religioni, la Gerusalemme dei Balcani". Scrive ancora Massimo Nava che "l'assedio di Sarajevo significò la messa in pratica della «pulizia etnica» teorizzata dal fanatismo nazionalista fino al grande eccidio di Srebrenica. Per questo crimine morale e culturale, oltre che per le vittime, occorre conservare la memoria di Sarajevo. La tragedia della «polis» bosniaca portò a compimento il progetto di spartizione territoriale del Paese". Venti anni dopo, continua Nava, "Sarajevo e la Bosnia sono ricostruite, molte ferite sono medicate, ma l'identità della «polis» è stata cancellata nonostante il ricambio generazionale. Si spera non per sempre, ma questa amara constatazione accompagna la memoria dei morti e il futuro dei sopravvissuti".
Eppure, nonostante tutto, nonostante i tanti problemi dell'oggi, nonostante quell'assedio e quella guerra abbiano cambiato il volto di Sarajevo e della Bosnia Erzegovina, quattro anni di guerra non possono cancellare completamente la storia secolare della "Gerusalemme dei Balcani", di quello che è stato per secoli un punto di incontro, di convivenza e di mescolanza di popoli, etnie, religioni e culture. Ne è convinto Andrea Rossini di Osservatorio Balcani e Caucaso che Sarajevo e la Bosnia le conosce bene per averci anche vissuto come spiega nell'intervista che gli ho fatto per Radio Radicale e che potete ascoltare qui di seguito.
Venti anni fa cominciava l'assedio di Sarajevo. Intervista a Andrea Rossini di Osservatorio Balcani e Caucaso.
venerdì 31 dicembre 2010
SREBRENICA, 15 ANNI DOPO
Nel 2010 che si sta per chiudere cadevano due ricorrenze importanti per la storia recente dei Balcani: il decennale della caduta di Milosevic e il quidicesimo anniversario della firma degli accordi di pace di Dayton che posero fine della guerra in Bosnia Erzegovina. Pochi mesi fa, ricorreva anche il quindicesimo anniversario del genocidio di Srebrenica che reappresenta insieme uno degli ultimi atti della guerra e il più efferato crimine commesso nel corso del conflitto bosniaco.
L'11 luglio scorso, in occasione del quindicesimo anniversario del massacro di Srebrenica che, come si ricorda sempre, costituisce il più grave crimine contro l'umanità commesso in Europa dalla fine della seconda guerra mondiale, Radio Radicale ha mandato in onda un mio servizio con voci, memorie, testimonianze e riflessioni sul presente di Srebrenica e della Bosnia per guardare ad un futuro possibile e non dimenticare quello che accadde nel 1995.
Il servizio potete riascoltarlo sul sito di Radio Radicale oppure direttamente qui
Il servizio comprende anche tre interviste
a Andrea Rossini di Osservatorio Balcani e Caucaso, autore del documentario "Dopo Srebrenica"
a Edi Rabini, animatore del progetto "Adopt Srebrenica" della Fondazione Alexander Langer
e al grande intellettuale e scrittore Predrag Matvejevic.
giovedì 1 luglio 2010
SREBRENICA, 15 ANNI DOPO
Con Andrea Rossini di Osservatorio Balcani e Caucaso, autore dei documentari "Europa, Srebrenica" (1999) e "Dopo Srebrenica. La memoria, il presente" (2005) ho parlato di cosa rappresenta Srebrenica oggi alla luce dell'evoluzione della situazione nei Balcani, ma anche dei processi e delle sentenze del Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia. L'intervista è disponibile sul sito di Radio Radicale oppure direttamente qui
Quindici anni dopo è ancora difficile parlare di dialogo e convivenza a Srebrenica, ma c'è che lavora ogni giorno perché dall'elaborazione del passato possa nascere una possibilità di futuro. Da questa speranza nasce il progetto "Adopt Srebrenica" promosso dalla Fondazione Alexander Langer e dall'associazione Tuzlanska Amica del quale ho parlato con Edi Rabini, da sempre attivo nell'ambito del dialogo interculturale, già collaboratore di Alexander Langer e animatore della Fondazione che porta il suo nome oltre che del progetto per Srebrenica. L'intervista la potete ascoltare sul sito di Radio Radicale oppure qui
Entrambe le interviste saranno proposte anche in una trasmissione speciale su Srebrenica che Radio Radicale manderà in onda l'11 luglio. Il programma che ho preparato proporrà anche testimonianze, riflessioni e documenti sonori di quei giorni tratti dall'archivio di Radio Radicale e da altre fonti.
martedì 2 marzo 2010
RIPRESO IL PROCESSO A KARADZIC
Ieri mattina all'Aja è ripreso il processo contro Radovan Karadzic davanti ai giudici del Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia. Il procedimento era iniziato il 26 ottobre scorso, quindici mesi dopo l'arresto del super ricercato ex capo politico dei serbi di Bosnia, ma si era subito interrotto perché Karadzic, che ha scelto di difendersi da solo come aveva fatto Slobodan Milosevic, non si era infatti ripresentato in aula dopo la prima udienza sostenendo di aver bisogno di più tempo per preparare la sua difesa. I giudici hanno accolto la sua richiesta, ma gli hanno anche assegnato un avvocato e se l'imputato sceglierà nuovamente di non presentarsi, il processo andrà avanti senza di lui. A giudicare dalle prime battute di questa ripresa sembrerebbe che Karadzic abbia deciso di adottare una tattica un po' diversa, ma staremo a vedere. Intanto vi consiglio di leggere il pezzo di Andrea Rossini pubblicato ieri sul sito di Osservatorio Balcani e Caucaso per ripercorrere la strategia dell'imputato e quella del Tribunale e il percorso tortuoso della giustizia per i crimini contro l'umanità commessi negli anni '90 in Europa.
Scrive tra l'altro Rossini, in apertura del pezzo: "Karadžić aveva chiesto un rinvio di dieci mesi. Ne ha guadagnati quattro. E' un buon negoziatore. Lo ha già dimostrato in un periodo non troppo lontano della nostra storia (1992-95) prendendo in giro per anni la diplomazia europea ed internazionale. Ora, nell'arena del TPI, sembra avviato a confermare le sue capacità". E conclude: "Le vittime hanno bisogno di risarcimento, non di teatro. Hanno bisogno di capire quello che viene fatto dalla giustizia internazionale e perché. Sotto questo profilo, quello della comunicazione, l'azione del TPI è stata finora ampiamente deficitaria. Il processo Karadžić rappresenta una nuova occasione. Se si trascinerà in un lungo negoziato, in una battaglia legale dai contorni sfumati, l'autorità del Tribunale potrebbe subire un nuovo colpo. Nonostante gli importantissimi risultati sin qui raggiunti".
Scrive tra l'altro Rossini, in apertura del pezzo: "Karadžić aveva chiesto un rinvio di dieci mesi. Ne ha guadagnati quattro. E' un buon negoziatore. Lo ha già dimostrato in un periodo non troppo lontano della nostra storia (1992-95) prendendo in giro per anni la diplomazia europea ed internazionale. Ora, nell'arena del TPI, sembra avviato a confermare le sue capacità". E conclude: "Le vittime hanno bisogno di risarcimento, non di teatro. Hanno bisogno di capire quello che viene fatto dalla giustizia internazionale e perché. Sotto questo profilo, quello della comunicazione, l'azione del TPI è stata finora ampiamente deficitaria. Il processo Karadžić rappresenta una nuova occasione. Se si trascinerà in un lungo negoziato, in una battaglia legale dai contorni sfumati, l'autorità del Tribunale potrebbe subire un nuovo colpo. Nonostante gli importantissimi risultati sin qui raggiunti".
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