E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est del 3 aprile 2016.
La trasmissione e' ascoltabile direttamente qui di seguito oppure sul sito di Radio Radicale.
Sommario della puntata
La prima parte della puntata è dedicata alla
sentenza con cui il Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia ha
assolto il leader ultranazionalista serbo Vojislav Seselj dalle accuse
di crimini di guerra e contro l'umanità commessi durante i conflitti
degli anni '90 in Bosnia, Croazia e Vojvodina: i commenti dei politici
della regione e le reazioni dei sopravvissuti e dei familiari delle
vittime dei conflitti; l'intervista a Luca Leone, giornalista e
scrittore, sui motivi che stanno dietro la decisione (non unanime) dei giudici e le conseguenze della guerra nella realtà della Bosnia di oggi.
Nella
seconda parte si parla delle crisi politiche in Albania, dove si tenta
un difficile dialogo tra maggioranza di centrosinistra e opposizione, in
Macedonia, dove si andrà al voto il prossimo 5 giugno senza garanzie
che si possa risolvere l'attuale stallo politico, ed in Kosovo dove le
opposizioni continuano la loro lotta contro l'accordo con la Serbia
firmato 3 anni fa con la mediazione dell'Ue e tentano la carta delle
elezioni anticipate.
La trasmissione, realizzata con la collaborazione di Marina Sikora e Artur Nura, è ascoltabile direttamente qui
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lunedì 4 aprile 2016
venerdì 1 aprile 2016
ASSOLUZIONE SESELJ: LA "DISSENTING OPINION" DELLA GIUDICE FLAVIA LATTANZI
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| La giudice Flavia Lattanzi |
Leggi qui la "dissenting opinion" della giudice Flavia Lattanzi (in inglese)
giovedì 31 marzo 2016
ASSOLTO VOJSLAV SESELJ
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| Benkovac, 1991: Seselj (sin.) all'inzio della guerra in Croazia |
Ad una settimana esatta dalla condanna
a 40 anni di Radovan Karadzic, il Tribunale internazionale per l'exJugoslavia (Icty) ha assolto il leader ultranazionalista serbo Vosjislav
Seselj dai nove capi di imputazione per crimini di guerra e contro
l'umanità commessi contro croati e musulmani durante i conflitti del
1991-95. Secondo i giudici dell'Aia la procura, che aveva chiesto una
condanna a 28 anni per l'imputato, non è riuscita a provare
l'esistenza di un'impresa criminale congiunta". Seselj, dunque,
è un uomo libero, come ha detto il presidente della giuria
Jean-Claude Antonetti.
Seseslj, che nel 2003 si era
volontariamente costituito ed era poi stato scarcerato per motivi di
salute nel 2014, non ha voluto essere presente alla lettura della
sentenza come aveva fatto sapere da Belgrado e ha elogiato i giudici
del tribunale - definiti "degni di onore e giusti" - dopo
tutti i processi “che hanno accusato serbi innocenti che hanno
ricevuto sentenze draconiane”. Per Seselj i giudici "hanno
dimostrato che la loro professionalità e il loro onore è al di
sopra di qualsiasi pressione politica" e hanno emesso "l'unico
verdetto possibile".
Opposto il giudizio della procura che
in un comunicato dichiara di prendere atto della decisione in attesa
di esaminare le motivazioni dei giudici e giudica comprensibile “che
molte vittime e le comunità resteranno deluse dalla sentenza".
Il procuratore capo, Serge Brammertz, da parte sua ha già annunciato
di voler fare appello e ha parlato di una sentenza "a sorpresa"
sottolineando di condividere la frustrazione di molte delle vittime.
"Non posso essere soddisfatto dell'esito", ha dichiarato
parlando ai giornalisti. "Le motivazioni non sono assolutamente
in linea con la realtà fattuale", ha aggiunto Brammertz.
Seselj doveva risponder di nove capi di
imputazione per crimini commessi nell'ambito del suo
progetto di unificazione di "tutte
le terre serbe". Secondo l'accusa Seselj era dietro agli
assassini di molti croati, musulmani e civili non di
etnia serba, come della deportazione forzata di "decine di
migliaia" di persone da vaste aree della Bosnia Erzegovina,
della Croazia e della Serbia. Inoltre, secondo l'accusa, avrebbe
comandato unità paramilitari chiamate "Gli uomini di Seselj". Per la corte, tuttavia, il caso è
stato presentato in maniera confusa e ambigua e l'accusa non è
riuscita a chiarire il contesto generale in cui si sono svolti gli
eventi. La procura ha dato "al massimo un'interpretazione che
nasconde il modo in cui si sono svolti i fatti e nel caso peggiore li
distorce in relazione alle prove presentate alla camera", ha
dichiarato il presidente della corte Antonetti.
La notizia dell'assoluzione del leader dell'ultranazionalista Partito radicale serbo ha fatto subito il giro delle capitali dei Paesi che furono coinvolti nelle guerre degli anni '90 che segnarono la dissoluzione della Jugoslavia. La Croazia l'ha già definita "vergognosa". Il primo ministro Tihomir Oreskovic, in visita a Vukovar, la città che all'inizio della guerra, nell'autunno del 1991, fu assediata e rasa al suolo dalle forze serbe e fu teatro di un efferato eccidio di civili croati, ha parlato di una “sconfitta della corte dell'Aia e dei procuratori” descrivendo Seselj come “un uomo che ha fatto cose malvagie e non ha mostrato rimorso né allora né oggi".
venerdì 25 marzo 2016
LA CONDANNA DI RADOVAN KARADZIC A 40 ANNI PER CRIMINI DI GUERRA E GENOCIDIO
Intervista a Andrea Rossini di Osservatorio Balcani e Caucaso
Radovan Karadzic, l'ex capo politico dei serbi di Bosnia durante la guerra degli anni '90, è stato condannato in primo grado a 40 anni dal Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia per il genocidio di Srebrenica, l'assedio di Sarajevo e altri crimini di guerra compiuti durante il conflitto del 1992-95 in Bosnia. Anche se i giudici non hanno ritenuto sufficienti gli elementi per provare l'esistenza di un piano genocidiario già dal 1992, la sentenza è comunque importante e potrebbe essere modificata in appello. Giunge però a più di vent'anni dai fatti, dopo un processo durato quasi sei anni e dopo una latitanza dell'imputato protrattasi per quasi 13 anni. Soprattutto giunge in una Bosnia Erzegovina in cui sembrano aver prevalso le divisioni e la pulizia etnica che furono teorizzate e perseguite da Karadzic durante gli anni del suo potere.
Radovan Karadzic, l'ex capo politico dei serbi di Bosnia durante la guerra degli anni '90, è stato condannato in primo grado a 40 anni dal Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia per il genocidio di Srebrenica, l'assedio di Sarajevo e altri crimini di guerra compiuti durante il conflitto del 1992-95 in Bosnia. Anche se i giudici non hanno ritenuto sufficienti gli elementi per provare l'esistenza di un piano genocidiario già dal 1992, la sentenza è comunque importante e potrebbe essere modificata in appello. Giunge però a più di vent'anni dai fatti, dopo un processo durato quasi sei anni e dopo una latitanza dell'imputato protrattasi per quasi 13 anni. Soprattutto giunge in una Bosnia Erzegovina in cui sembrano aver prevalso le divisioni e la pulizia etnica che furono teorizzate e perseguite da Karadzic durante gli anni del suo potere.
giovedì 24 marzo 2016
EMMA BONINO SULLA CONDANNA DI RADOVAN KARADZIC A 40 ANNI PER GENOCIDIO E CRIMINI DI GUERRA
Intervista di Lorenzo Rendi per Radio Radicale
Emma Bonino commenta la condanna dell'ex leader politico dei serbi di Bosnia, Radovan Karadzic, a 40 anni per crimini contro l'umanità, crimini di guerra, sterminio e deportazione e per il genocidio di Srebrenica e l'assedio di Sarajevo.
Emma Bonino, che nel luglio del 1995 era Commissario europeo agli aiuti umanitari, dopo una missione in Bosnia fu tra i primissimi ad accorgersi e a denunciare pubblicamente quanto era accaduto a Srebrenica.
Nell'intervista si ricorda anche l'iniziativa dei radicali per l'incriminazione di Slobodan Milosevic e l'istituzione di un tribunale ad hoc per giudicare i crimini commessi durante i conflitti nell'ex Jugoslavia.
Emma Bonino commenta la condanna dell'ex leader politico dei serbi di Bosnia, Radovan Karadzic, a 40 anni per crimini contro l'umanità, crimini di guerra, sterminio e deportazione e per il genocidio di Srebrenica e l'assedio di Sarajevo.
Emma Bonino, che nel luglio del 1995 era Commissario europeo agli aiuti umanitari, dopo una missione in Bosnia fu tra i primissimi ad accorgersi e a denunciare pubblicamente quanto era accaduto a Srebrenica.
Nell'intervista si ricorda anche l'iniziativa dei radicali per l'incriminazione di Slobodan Milosevic e l'istituzione di un tribunale ad hoc per giudicare i crimini commessi durante i conflitti nell'ex Jugoslavia.
KARADZIC CONDANNATO A 40 ANNI PER CRIMINI DI GUERRA E GENOCIDIO
Il Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia ha giudicato l'ex capo politico dei serbi di Bosnia colpevole per il genocidio di Srebrenica, l'assedio di Sarajevo e altri crimini commessi durante la guerra del 1992-95. La corte ha invece giudicato non sufficienti le prove per l'accusa di genocidio relativa ai fatti avvenuti in una serie di villaggi.
Quarant'anni di carcere: questa la condanna decisa dalla 3a sezione del Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia al termine del processo di primo grado contro Radovan Karadzic, l'ex leader dei serbi di Bosnia durante il conflitto degli anni '90, giudicato colpevole di genocidio, uccisioni, deportazioni e altri crimini di guerra. Una sentenza che sulle prime ha scontentato molti: la difesa, ovviamente, ma anche i parenti delle vittime e i sopravvissuti che speravano nella condanna all'ergastolo chiesta dal procuratore Tieger. Inoltre la corte non ha ritenuto sufficienti le prove che volevano dimostrare l'esistenza di un piano genocidiario premeditato e organizzato dalla dirigenza serbo-bosniaca fin dall'inizio del conflitto. Altro elemento di delusione è che la sentenza è giunta a più di vent'anni dai fatti, a quasi un anno e mezzo dalla chiusura di un processo durato 5 anni che si è celebrato dopo ben 13 anni di latitanza dell'imputato che nel frattempo aveva potuto vivere pressoché indisturbato nonostante sul suo capo pendesse una taglia di 5 milioni di dollari. Una latitanza durata fino al luglio del 2008 quando Karadzic, grazie ai cambiamenti politici che nel frattempo erano avvenuti in Serbia, fu finalmente arrestato a Belgrado dove esercitava la professione di medico specializzato in medicina alternativa e psicologia sotto il falso nome di Dragan David Dabic.
Oltre che per il massacro di Srebrenica, il più grave crimine di guerra compiuto in Europa dalla fine della seconda guerra mondiale, costato la vita a oltre 8000 bosgnacchi maschi e giudicato come genocidio dalla giustizia internazionale, la Corte ha giudicato Karadzic responsabile anche di omicidio e persecuzione di civili per le atrocità commesse durante i 44 mesi dell'assedio di Sarajevo nel quale morirono circa 10mila persone. A questi reati si aggiunge la "presa di ostaggi" compiuta con il sequestro di 284 caschi blu dell'Onu usati come scudi umani contro i bombardamenti della Nato. Il tribunale dell'Aja ha ritenuto invece insufficienti gli elementi forniti dall'accusa per estendere l'accusa di genocidio anche agli eccidi compiuti a Bratunac, Prijedor, Foca, Kljuc, Sanski Most, Vlasenica e Zvornik. Per questi episodi Karadzic è stato comunque ritenuto colpevole di crimini contro l'umanità, omicidio e persecuzione.
Il video delle lettura della sentenza di condanna per Radovan Karadzic
Alla lettura delle sentenza, nell'aula del tribunale internazionale all'Aja, hanno assistito rappresentanti delle associazioni delle Donne e Madri di Srebrenica, degli ex detenuti dei campi di concentramento, delle Donne vittime di guerra, dei Genitori dei bambini uccisi e rappresentanti di altre organizzazioni giunti appositamente dalla Bosnia, assieme a decine e decine di giornalisti, diplomatici e insegnanti, ricercatori e rappresentanti della società civile.
Val al sito del Tribunale Internazionale per l'ex Jugoslavia
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| Radovan Karadzic mentre ascolta la sentenza |
Oltre che per il massacro di Srebrenica, il più grave crimine di guerra compiuto in Europa dalla fine della seconda guerra mondiale, costato la vita a oltre 8000 bosgnacchi maschi e giudicato come genocidio dalla giustizia internazionale, la Corte ha giudicato Karadzic responsabile anche di omicidio e persecuzione di civili per le atrocità commesse durante i 44 mesi dell'assedio di Sarajevo nel quale morirono circa 10mila persone. A questi reati si aggiunge la "presa di ostaggi" compiuta con il sequestro di 284 caschi blu dell'Onu usati come scudi umani contro i bombardamenti della Nato. Il tribunale dell'Aja ha ritenuto invece insufficienti gli elementi forniti dall'accusa per estendere l'accusa di genocidio anche agli eccidi compiuti a Bratunac, Prijedor, Foca, Kljuc, Sanski Most, Vlasenica e Zvornik. Per questi episodi Karadzic è stato comunque ritenuto colpevole di crimini contro l'umanità, omicidio e persecuzione.
Il video delle lettura della sentenza di condanna per Radovan Karadzic
Alla lettura delle sentenza, nell'aula del tribunale internazionale all'Aja, hanno assistito rappresentanti delle associazioni delle Donne e Madri di Srebrenica, degli ex detenuti dei campi di concentramento, delle Donne vittime di guerra, dei Genitori dei bambini uccisi e rappresentanti di altre organizzazioni giunti appositamente dalla Bosnia, assieme a decine e decine di giornalisti, diplomatici e insegnanti, ricercatori e rappresentanti della società civile.
Val al sito del Tribunale Internazionale per l'ex Jugoslavia
giovedì 12 dicembre 2013
TRIBUNALE INTERNAZIONALE: BRAMMERTZ, “PERSEGUIRE CHI HA AIUTATO I LATITANTI”
Di Marina Szikora
La settimana scorsa, alla riunione del
Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite in cui e’ stato
presentato il rapporto annuale del Tribunale dell’Aja che giudica i
crimini commessi in ex Jugoslavia, il procuratore generale Serge
Brammertz ha espresso un giudizio positivo sulla collaborazione della
Serbia con il Tribunale, aggiungendo che e’ pero' necessario
perseguire e indagare su coloro che hanno aiutato la fuga dei
criminali latitanti. Il capo della procura dell’Aja ha rilevato che
la Serbia “ha continuato a svolgere un ruolo importante per
assicurare la conclusione del lavoro dell’Ufficio della procura
dell’Aja” e ha aggiunto che i rappresentanti del governo serbo
durante l’incontro a Belgrado hanno ribadito le precedenti garanzie
che la collaborazione con l’Aja sara’ continuata. Cio’ riguarda
in particolare l’avvicinamento ai testimoni e la loro deposizione
davanti al Tribunale. Brammertz ha aggiunto che adesso e’
necessario che la Serbia, dopo l’arresto degli ultimi latitanti,
Mladić e Hadžić, renda disponibili le informazioni complessive
relative alla loro fuga e alla latitanza durata per cosi’ lungo
tempo, nonche’ sulle indagini e il perseguimento di coloro che li
hanno assistiti nella latitanza. Alla riunione del Consiglio di
sicurezza e’ intervenuto anche il presidente del Tribunale, Theodor
Meron il quale ha presentato il rapporto sul lavoro del tribunale nel
periodo dal 1 agosto 2012 al 31 luglio 2013. Secondo la sua
valutazione, il processo di primo grado contro Radovan Karadžić,
dovrebbe essere concluso nel ottobre 2015 mentre quello contro Goran
Hadžić entro la fine dell’anno. Il processo a Ratko Mladić
potrebbe durare fino alla fine del 2016. Secondo Meron il Tribunale
ha svolto un lavoro importante negli ultimi due decenni conducendo
processi contro 161 persone ed ha aiutato le giustizie nazionali nei
Balcani a condurre autonomamente i processi.
Il testo è tratto dalla trascrizione
della corripondenza per la puntata di Passaggio a Sud est andata inonda oggi a Radio Radicale
lunedì 18 febbraio 2013
IL TRIBUNALE INTERNAZIONALE HA CONTRIBUITO ALLA RICONCILIAZIONE IN EX JUGOSLAVIA?
Il dibattito on-line di Osservatorio Balcani e Caucaso
Nel 1993 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha creato il Tribunale Penale Internazionale dell'Aja per l'ex Jugoslavia, nella convinzione che questa istituzione avrebbe “contribuito al ristabilimento e al mantenimento della pace” nella regione. Dopo 20 anni, il Tribunale si avvia a concludere la propria attività. Entro la fine dell'anno prossimo, il TPI cesserà di esistere. Il bilancio del Tribunale fatto dal suo presidente, Theodor Meron, nell'ultimo rapporto presentato all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, è oltremodo positivo: “I successi [del Tribunale] – ha dichiarato Meron - hanno contribuito [...] a portare la pace e la riconciliazione nei Paesi dell'ex Jugoslavia [...] forgiando una nuova cultura internazionale di responsabilità”.
È davvero così?
Dal 20 febbraio al 5 marzo risponderanno al quesito posto da Osservatorio Balcani e Caucaso: Refik Hodžić, giornalista, documentarista, esperto di comunicazione e giustizia transizionale e Janine Natalya Clark, analista e ricercatrice universitaria con al suo attivo numerose pubblicazioni dedicate al Tribunale dell'Aja e alla giustizia penale internazionale.
Chiunque può partecipare al dibattito commentando le posizioni dei due ospiti oppure prendendo parte al sondaggio. La pagina del dibattito andrà on-line il 20 febbraio sul sito di Osservatorio Balcani e Caucaso
Il dibattito è promosso all'interno del progetto europeo Racconta l'Europa all'Europa.
martedì 10 luglio 2012
EX JUGOSLAVIA: L'IMPORTANZA DEL TRIBUNALE PENALE INTERNAZIONALE
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| Ratko Mladic sul banco degli imputati |
E' ripreso ieri all'Aja, al Tribunale
internazionale per l'ex Jugoslavia, il processo a carico all'ex capo
militare dei serbi di Bosnia Erzegovina, Ratko Mladic, arrestato nel
maggio 2011 in Serbia, dopo quasi sedici anni di latitanza, chiamato
a rispondere dell'accusa di genocidio e crimini guerra, il più grave
dei quali è il massacro di Srebrenica, compiuto nel luglio 1995 e
qualificato come “genocidio” dalla Corte internazionale di
giustizia dell'Onu. Mladic, che oggi ha 70 anni, è malato e si
dichiara non colpevole, deve rispondere di 11 capi d'accusa e
rischia l'ergastolo.
La procura ha annunciato che intende
presentare 400 testimoni a carico dell'imputato. Il primo di questi è
Elvedin Pasic, oggi 34enne, sopravvissuto al massacro di Grabovica,
nella Bosnia settentrionale, dove circa 150 persone furono eliminate
dai militari serbo-bosniaci al comando di Mladic nel novembre 1992,
poco dopo lo scoppio del conflitto. Pasic aveva solo 14 anni quando
kle truppe serbo-bosniache fecero irruzione nel suo villaggio
imprigionando uomini, donne e bambini e istituendo un campo di
detenzione in una scuola vicina. Le audizioni dei testimoni
dell'Accusa dovrebbero proseguire fino al 20 luglio, prima della
pausa estiva dei lavori del Tpi.
Il processo era iniziato il 16 maggio,
ma era stato quasi subito sospeso dopo che la procura aveva ammesso
un errore nella consegna di migliaia di pagine di documenti alla
difesa dell’ex generale. Ieri c'è stato un nuovo colpo di scena: i
difensori dell'imputato hanno infatti chiesto ai giudici di rinviare
il caso di sei mesi a causa delle recenti modifiche delle regole di
presentazione delle prove introdotte dalla Corte. Secondo i legali
con la nuova procedura i giudici hanno permesso ai procuratori di
presentare un numero maggiore di prove documentali rispetto a prima,
dunque “urge un’azione da parte della Corte per evitare un
potenziale e probabile errore giudiziario”. Da qui la richiesta di
sospensione per sei mesi.
La questione sollevata dai legali di Mladic non è la prima a cui il Tribunale ha dovuto far fronte negli ormai non pochi anni della sua esistenza. Qui di seguito vi propongo un report
sul Tribunale penale internazionale per l'ex Jugoslavia: la sua particolare natura e alcuni
problemi organizzativi e procedurali sorti in questi anni di
attività. L'autore è Riccardo De Mutiis, esperto di relazioni
internazionali, particolarmente sotto il profilo giuridico, e
conoscitore e analista della realtà serba, e di quella balcanica più
in generale, anche per aver partecipato a diverse missioni
patrocinate da istituzioni internazionali.
Il Tribunale Penale Internazionale per l'ex Jugoslavia
di Riccardo de Mutiis
L’ Aja può essere considerata la
capitale mondiale della giustizia: infatti hanno sede nella città
olandese sia la Corte di Giustizia internazionale, competente a
giudicare le controversie tra Stati, sia la Corte Penale
Internazionale, istituita nel 2002 per perseguire singoli individui
accusati di crimini di guerra, genocidio e crimini contro l’umanità, sia il Tribunale Penale Internazionale per l‘ex Jugoslavia,
denominazione ufficiale ICTY (International Criminal Tribunal for
the former Yugoslavia), istituito nel 1993 dall’ONU (con la
risoluzione 827 del Consiglio di Sicurezza) per giudicare i crimini
commessi nell’ex Jugoslavia durante i conflitti che hanno
infiammato il paese balcanico nell’ultimo decennio del secolo
scorso. E proprio la natura affatto particolare del Tribunale Penale
per l’ex Jugoslavia, organo giurisdizionale di creazione politica,
ha in un certo qual modo originato la crisi intervenuta nelle
relazioni tra l’ONU ed il Tribunale stesso nel periodo in cui alla
guida della procura dell’Aja vi era un personaggio deciso e
carismatico come Carla Del Ponte.
La Del Ponte, che ha guidato la procura
dal 1999 al 2007, lamentava che il suo lavoro era di fatto ostacolato
dall’ostruzionismo del governo jugoslavo, guidato all’epoca da
Vojislav Kostunica: in particolare rimproverava alle autorità di
Belgrado di non consegnare i documenti relativi alle indagini svolte
dalla procura, di non ricercare attivamente gli imputati, di non
contattare i testimoni ed in qualche caso di scoraggiarli dal deporre
dinanzi al Tribunale, di rinviare sine die l’approvazione della
legge sulla cooperazione con il Tribunale. A fronte di questo
atteggiamento non collaborativo la procuratrice svizzera chiedeva
agli organismi internazionali ed agli USA di non erogare
finanziamenti alla Jugoslavia fino a quando questa non avesse
iniziato a cooperare concretamente con il Tribunale. L’ iniziativa
della Del Ponte, che racconta l’episodio nel suo libro “La
caccia”, veniva stigmatizzato dal segretario generale delle Nazioni
Unite, Kofi Annan, il quale la invitava a non intromettersi in
questioni, quali quella relativa agli aiuti economici da concedere a
Belgrado, di natura politica e quindi non di competenza del Tribunale
(in una missiva Kofi Annan invitava espressamente la procuratrice “a
limitare i suoi interventi a questioni che più direttamente
rientrino nella sfera delle sue competenze legittime”).
Appare davvero difficile indicare quale
dei due protagonisti della vicenda sia nel giusto: ha ragione la Del
Ponte quando, trovatasi nella impossibilità di portare a termine le
indagini a causa della mancata collaborazione delle autorità
jugoslave, chiede alla comunità internazionale di subordinare la
concessione di aiuti allo stato balcanico alla cooperazione con il
Tribunale, oppure ha ragione Kofi Annan quando afferma che
l’atteggiamento della Del Ponte sconfinava nell’ambito politico
e quindi esorbitava dalle competenze del Tribunale, che avevano
natura esclusivamente giuridica? Probabilmente il motivo dell’impasse
risiede nel fatto che il Tribunale, ed in special modo la procura,
non possiede, diversamente dalle istituzioni giudiziarie nazionali,
strutture in grado di assicurare in via coercitiva l’esecuzione
dei propri provvedimenti. Infatti la procura dell’Aja non ha alla
proprie dipendenze una struttura operativa che abbia competenza sul
territorio serbo, vi si possa recare per acquisire documenti, sentire
testimoni, arrestare imputati: di qui la necessità per gli
inquirenti di ricorrere alla collaborazione con le autorità di
Belgrado e di qui la necessità di chiedere un intervento politico
nel caso in cui quella collaborazione non venga offerta. In altre
parole il Tribunale, pur essendo indipendente dal punto di vista
giudiziario, non dispone dei poteri di cui gode una corte di
giustizia in uno stato sovrano.
Come le corti nazionali il Tribunale ha
il potere di emettere intimazioni nei confronti di individui ed
istituzioni affinché forniscano documenti ed altro materiale
probatorio e di spiccare mandati di arresto internazionali; ma a
differenza delle corti nazionali non dispone di una polizia
giudiziaria che svolga ricerche ed arresti, per tali attività deve
ricorrere necessariamente alla collaborazione dello stato
interessato. E la mancanza di tale potere spinge necessariamente il
Tribunale nel regno della politica. Ma, oltre a quello appena
esaminato, il Tribunale soffre anche di altre disfunzioni. E’ il caso della norma secondo cui i
giudizi dinanzi al Tribunale per l‘ex Jugoslavia non possono
svolgersi in assenza dell’imputato, contrariamente a quanto accade
nella maggior parte dei Paesi, in cui l‘imputato può essere
giudicato in contumacia. E la necessità della presenza
dell’imputato, che abbiamo visto dipendere dalla esecuzione del
mandato di cattura internazionale, e quindi in ultima analisi da
quella collaborazione dell’ex Stato jugoslavo che spesso è
mancata, ha ritardato l’inizio di alcuni importanti procedimenti
per diversi anni. In alcuni casi tra il periodo in cui vennero
commessi i crimini e l’inizio dei relativi procedimenti sono
trascorsi più di dieci anni, è il caso dei giudizi contro Karadzic,
Mladic e Hadzic. E’ evidente come in tali casi non sia agevole
istruire il giudizio, soprattutto perché i testimoni potrebbero non
ricordare fatti avvenuti in un’epoca così lontana. Per ovviare ad
un simile inconveniente sarebbe sufficiente modificare la regola del
Tribunale che prevede la presenza obbligatoria dell’imputato con
quella, in vigore in quasi tutti i Paesi europei , secondo cui il
procedimento può svolgersi anche in assenza dell’imputato, a
condizione che gli venga notificato l’atto di accusa.
Un altro problema è quello
rappresentato dallo schema operativo della procura dell’ICTY,
creato dal viceprocuratore Graham Blewitt sulla falsariga del modello
utilizzato dalla unità della procura australiana che lui dirigeva, e
che si occupava di perseguire ex nazisti sospettati di crimini di
guerra durante la seconda guerra mondiale: di conseguenza vennero
assunti dalla procura degli investigatori con esperienza in indagini
relative a quel genere di reati. Ma gli indiziati dalla procura
australiana erano principalmente guardie dei campi di concentramento
ed altre figure di basso livello, ragion per cui è del tutto
evidente che un sistema operativo finalizzato a perseguire persone
che in sostanza hanno solo eseguito ordini criminali altrui non è
assolutamente adatto a perseguire soggetti, quali quelli incriminati
dall’ICTY , che ricoprivano i vertici politici e militari di uno
stato. Quello che si vuole dire è che per incriminare un ministro,
un capo di stato, un generale di stato maggiore è necessaria
sensibilità politica, conoscenza del contesto storico in cui sono
avvenuti i fatti, capacità di individuare profili di responsabilità
penale in atti di natura politica: è necessaria, in altre parole,
una preparazione tecnica, un back ground professionale che colui che
indaga il guardiano di un lager non ha.
Un caso emblematico della
impreparazione degli investigatori della procura è stato quello in
cui alcuni di essi interrogarono l’ ex
capo dei servizi segreti croati, Josip Manolic: costui, nel corso
della sua dichiarazione, fece riferimento al servizio di informazioni
dell’esercito jugoslavo, indicandolo con il suo acronimo KOS
(Kontrabavestaina sluzba) e con somma sorpresa realizzò che i suoi
intervistatori non conoscevano quella sigla, e quindi , ritenendoli
non affidabili, decise di non proseguire una collaborazione che
avrebbe potuto fornito un notevole aiuto, in termine di acquisizione
di informazioni assolutamente riservate, alla procura. L’impreparazione dimostrata dagli investigatori della procura nel caso
Manolic può essere equiparata a quella di un investigatore russo che
non conosce il significato della sigla CIA o, al contrario, a quella
di un investigatore americano al quale rimanga oscuro il significato
dell’acronimo KGB. Il problema rappresentato dalla impreparazione
degli investigatori venne risolto dalla Del Ponte, la quale, una
volta nominata al vertice della procura, modificò il modello
operativo di Brewitt ed assunse procuratori ed analisti che
conoscevano lo scenario storico e politico in cui si erano verificati
i crimini oggetto di indagine: non a caso nel 2005 Manolic venne
nuovamente contattato e questa volta convinto a collaborare da uno
staff investigativo che parlava la sua lingua e conosceva la storia
del suo paese. Ma il modello operativo australiano presentava una
ulteriore caratteristica che di fatto ostacolava il lavoro della procura dell’Aja: la rigida ripartizione delle competenze tra
investigatori e procuratori.
Nel sistema australiano la polizia
svolge , in esclusiva, la funzione inquirente ed al termine delle
indagini rimette gli atti al procuratore il quale decide se formulare
o meno l’ atto di accusa. Non vi è, per la procura , nessuna
possibilità di incidere sulle indagini svolte dalla polizia ed è
evidente come questo schema operativo non poteva che rivelarsi
inadeguato per indagini complesse come quelle relative ai criminali
di guerra. Il procuratore si trovava infatti a dovere costruire
l’incriminazione sulla base di elementi raccolti secondo una
impostazione alla cui formulazione era rimasto estraneo e che nella
maggior parte dei casi non condivideva. Anche in questo caso il
sistema operativo della procura venne riformato dopo l’
insediamento al vertice della procura della Del Ponte, ed un
contributo decisivo in tal senso venne dal sostituto procuratore
Clint Williamson. La direzione delle indagini di polizia
venne infatti affidata ai procuratori, e ciò sulla base dell’ovvia
constatazione per cui è colui che costruisce l’ incriminazione,
appunto il procuratore, che deve decidere su quali aspetti si deve
indagare .La squadra operativa della procura venne poi potenziata
attraverso l’assunzione di investigatori e procuratori di diversa
provenienza, dotati delle conoscenze specifiche necessarie per
affrontare i diversi casi: quindi analisti politici particolarmente
esperti del contesto della ex Jugoslavia, conoscitori del diritto
della nazione balcanica, professionisti in gradi di esprimersi anche
in lingua serbo-croata.
Questa breve analisi dei problemi che
hanno caratterizzato la vita del Tribunale per l’ex Jugoslavia si
chiude con un accenno a quello che è stato l’ aspetto che ha
colpito in modo particolare i mass media. Il riferimento è a quella
norma che prevede la possibilità, per l‘imputato, di rinunciare ad
essere difeso da un legale e quindi di difendersi da solo. Della
norma, tipica di un sistema giuridico di common law, ed in quanto
tale non prevista in ordinamenti di civil law quali quello italiano,
si sono serviti i più importanti imputati del Tribunale, Milosevic e
Seselji, per trasformare il processo in arena politica, per
effettuare una serie di contestazioni che nulla avevano di giuridico
e che hanno avuto il solo effetto di prolungare in modo eccessivo i
tempi del processo. Sarebbe auspicabile, in futuro, che tale norma
venisse abolita e, più in generale che venisse adottata tout
court, per la regolamentazione del processo, il sistema in vigore
presso i Paesi di civil law: tale sistema, infatti , per il fatto di
prevedere in modo rigoroso e tassativo, anche sotto il profilo
temporale, le attività che possono essere svolte durante il
procedimento, e per il fatto di prevedere obbligatoriamente
l’assistenza tecnica per l'imputato, ben difficilmente può
originare inconvenienti e lungaggini procedurali.
In conclusione non si può negare che
il Tribunale per l'ex Jugoslavia, nonostante le disfunzioni su cui ci
si è soffermati, abbia ottenuto risultati importanti: ha processato,
per la prima volta nella storia, un capo di Stato, Slobodan Milosevic, ed ha
incriminato, dalla sua fondazione fino alla fine del 2007, ben 161
persone. Ma la creazione del Tribunale Penale per l’ex Jugoslavia
ha anche un altro significato, ed è forse il più importante:
dimostra la volontà della comunità internazionale di perseguire gli
autori di crimini spaventosi ovunque essi si trovino ed in questo
senso rappresenta anche un deterrente non trascurabile per militari e
politici, ormai consapevoli che i loro atti criminosi vengono puniti
senza limiti di spazio e di tempo da una autorità internazionale.
domenica 22 agosto 2010
DEL PONTE: "HO LA COSCIENZA A POSTO. L'INCHIESTA SU DI ME E' UN'ASSURDITA'"
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| La sede del Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia all'Aja |
La decisione di aprire un'inchiesta a carico dell'ex procuratore capo è stata presa lo scorso 29 giugno dal giudice Jean-Claude Antonetti, ma è stata rivelata questa settimana dal quotidiano britannico "The Guardian". Il fascicolo è stato aperto sulla bese delle accuse rivolte alla Del Ponte dal leader del Partito radicale serbo, l'ultranazionalista Vojislav Seselj, sotto processo all'Aja per crimini di guerra e crimini contro l'umanità, secondo il quale certi testimoni avrebbero parlato di "privazione del sonno nel corso degli interrogatori, pressioni psicologiche, ricatto, minacce o versamenti finanziari illegali".
L'indagine, che sarà condotta da un giudice indipendente, dovrà "indagare su eventuali intimidazioni o pressioni, anche indirette, esercitate da certi inquirenti dell'accusa", come si legge nella decisione del giudice Antonetti, pubblicata sul sito internet dell'Icty e dovrà inoltre appuraree se esistono "motivi sufficienti" per avviare una procedura per oltraggio.
L'atto del Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia
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