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lunedì 4 aprile 2016

PASSAGGIO IN ONDA

E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est del 3 aprile 2016.
La trasmissione e' ascoltabile direttamente qui di seguito oppure sul sito di Radio Radicale.


Sommario della puntata


La prima parte della puntata è dedicata alla sentenza con cui il Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia ha assolto il leader ultranazionalista serbo Vojislav Seselj dalle accuse di crimini di guerra e contro l'umanità commessi durante i conflitti degli anni '90 in Bosnia, Croazia e Vojvodina: i commenti dei politici della regione e le reazioni dei sopravvissuti e dei familiari delle vittime dei conflitti; l'intervista a Luca Leone, giornalista e scrittore, sui motivi che stanno dietro la decisione (non unanime) dei giudici e le conseguenze della guerra nella realtà della Bosnia di oggi.

Nella seconda parte si parla delle crisi politiche in Albania, dove si tenta un difficile dialogo tra maggioranza di centrosinistra e opposizione, in Macedonia, dove si andrà al voto il prossimo 5 giugno senza garanzie che si possa risolvere l'attuale stallo politico, ed in Kosovo dove le opposizioni continuano la loro lotta contro l'accordo con la Serbia firmato 3 anni fa con la mediazione dell'Ue e tentano la carta delle elezioni anticipate.


La trasmissione, realizzata con la collaborazione di Marina Sikora e Artur Nura, è ascoltabile direttamente qui


venerdì 1 aprile 2016

ASSOLUZIONE SESELJ: LA "DISSENTING OPINION" DELLA GIUDICE FLAVIA LATTANZI

La giudice Flavia Lattanzi
La sentenza con cui è stato assolto Vojslav Seselj non è stata condivisa dalla giudice italiana Flavia Lattanzi, componente del collegio del Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia che ha giudicato non colpevole il leader ultranazionalista serbo. Per la procura Seselj era direttamente coinvolto o non aveva impedito i crimini indicati nel nove capi d'accusa dei quali era stato chiamato a rispondere: tre crimini contro l'umanità (per persecuzione, deportazione e atti disumani di trasferimento forzato) e sei crimini di guerra (per assassinio, tortura e trattamenti crudeli, distruzione casuale, distruzione o danneggiamento volontario di istituzioni dedicate alla religione o all'istruzione, saccheggio di proprietà pubbliche o private). Per questi reati l'accusa aveva chiesto una condanna a 28 anni di reclusione. Una posizione condivisa dalla giudice italiana che ha votato contro l'assoluzione perché "la giuria non ha tenuto conto del clima di intimidazione che Seselj e i suoi hanno imposto ai testimoni" e non ha "ragionato adeguatamente" sulle prove pur ammettendo che i crimini erano stati compiuti, tanto più che c'erano le prove che Seselj avesse istigato al compimento dei delitti. Come si sa, invece, gli altri due componenti del collegio, il francese Jean-Claude Antonetti e il senegalese Mandiaye Niang, sono stati di diverso avviso e Seselj è stato assolto

Leggi qui la "dissenting opinion" della giudice Flavia Lattanzi (in inglese)

giovedì 31 marzo 2016

ASSOLTO VOJSLAV SESELJ

Benkovac, 1991: Seselj (sin.) all'inzio della guerra in Croazia
Ad una settimana esatta dalla condanna a 40 anni di Radovan Karadzic, il Tribunale internazionale per l'exJugoslavia (Icty) ha assolto il leader ultranazionalista serbo Vosjislav Seselj dai nove capi di imputazione per crimini di guerra e contro l'umanità commessi contro croati e musulmani durante i conflitti del 1991-95. Secondo i giudici dell'Aia la procura, che aveva chiesto una condanna a 28 anni per l'imputato, non è riuscita a provare l'esistenza di un'impresa criminale congiunta". Seselj, dunque, è un uomo libero, come ha detto il presidente della giuria Jean-Claude Antonetti.

Seseslj, che nel 2003 si era volontariamente costituito ed era poi stato scarcerato per motivi di salute nel 2014, non ha voluto essere presente alla lettura della sentenza come aveva fatto sapere da Belgrado e ha elogiato i giudici del tribunale - definiti "degni di onore e giusti" - dopo tutti i processi “che hanno accusato serbi innocenti che hanno ricevuto sentenze draconiane”. Per Seselj i giudici "hanno dimostrato che la loro professionalità e il loro onore è al di sopra di qualsiasi pressione politica" e hanno emesso "l'unico verdetto possibile".

Opposto il giudizio della procura che in un comunicato dichiara di prendere atto della decisione in attesa di esaminare le motivazioni dei giudici e giudica comprensibile “che molte vittime e le comunità resteranno deluse dalla sentenza". Il procuratore capo, Serge Brammertz, da parte sua ha già annunciato di voler fare appello e ha parlato di una sentenza "a sorpresa" sottolineando di condividere la frustrazione di molte delle vittime. "Non posso essere soddisfatto dell'esito", ha dichiarato parlando ai giornalisti. "Le motivazioni non sono assolutamente in linea con la realtà fattuale", ha aggiunto Brammertz.

Seselj doveva risponder di nove capi di imputazione per crimini commessi nell'ambito del suo
progetto di unificazione di "tutte le terre serbe". Secondo l'accusa Seselj era dietro agli assassini di molti croati, musulmani e civili non di etnia serba, come della deportazione forzata di "decine di migliaia" di persone da vaste aree della Bosnia Erzegovina, della Croazia e della Serbia. Inoltre, secondo l'accusa, avrebbe comandato unità paramilitari chiamate "Gli uomini di Seselj". Per la corte, tuttavia, il caso è stato presentato in maniera confusa e ambigua e l'accusa non è riuscita a chiarire il contesto generale in cui si sono svolti gli eventi. La procura ha dato "al massimo un'interpretazione che nasconde il modo in cui si sono svolti i fatti e nel caso peggiore li distorce in relazione alle prove presentate alla camera", ha dichiarato il presidente della corte Antonetti.


La notizia dell'assoluzione del leader dell'ultranazionalista Partito radicale serbo ha fatto subito il giro delle capitali dei Paesi che furono coinvolti nelle guerre degli anni '90 che segnarono la dissoluzione della Jugoslavia. La Croazia l'ha già definita "vergognosa". Il primo ministro Tihomir Oreskovic, in visita a Vukovar, la città che all'inizio della guerra, nell'autunno del 1991, fu assediata e rasa al suolo dalle forze serbe e fu teatro di un efferato eccidio di civili croati, ha parlato di una “sconfitta della corte dell'Aia e dei procuratori” descrivendo Seselj come “un uomo che ha fatto cose malvagie e non ha mostrato rimorso né allora né oggi".


venerdì 25 marzo 2016

LA CONDANNA DI RADOVAN KARADZIC A 40 ANNI PER CRIMINI DI GUERRA E GENOCIDIO

Intervista a Andrea Rossini di Osservatorio Balcani e Caucaso

Radovan Karadzic, l'ex capo politico dei serbi di Bosnia durante la guerra degli anni '90, è stato condannato in primo grado a 40 anni dal Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia per il genocidio di Srebrenica, l'assedio di Sarajevo e altri crimini di guerra compiuti durante il conflitto del 1992-95 in Bosnia. Anche se i giudici non hanno ritenuto sufficienti gli elementi per provare l'esistenza di un piano genocidiario già dal 1992, la sentenza è comunque importante e potrebbe essere modificata in appello. Giunge però a più di vent'anni dai fatti, dopo un processo durato quasi sei anni e dopo una latitanza dell'imputato protrattasi per quasi 13 anni. Soprattutto giunge in una Bosnia Erzegovina in cui sembrano aver prevalso le divisioni e la pulizia etnica che furono teorizzate e perseguite da Karadzic durante gli anni del suo potere.



giovedì 24 marzo 2016

EMMA BONINO SULLA CONDANNA DI RADOVAN KARADZIC A 40 ANNI PER GENOCIDIO E CRIMINI DI GUERRA

Intervista di Lorenzo Rendi per Radio Radicale

Emma Bonino commenta la condanna dell'ex leader politico dei serbi di Bosnia, Radovan Karadzic, a 40 anni per crimini contro l'umanità, crimini di guerra, sterminio e deportazione e per il genocidio di Srebrenica e l'assedio di Sarajevo.
Emma Bonino, che nel luglio del 1995 era Commissario europeo agli aiuti umanitari, dopo una missione in Bosnia fu tra i primissimi ad accorgersi e a denunciare pubblicamente quanto era accaduto a Srebrenica.
Nell'intervista si ricorda anche l'iniziativa dei radicali per l'incriminazione di Slobodan Milosevic e l'istituzione di un tribunale ad hoc per giudicare i crimini commessi durante i conflitti nell'ex Jugoslavia.



KARADZIC CONDANNATO A 40 ANNI PER CRIMINI DI GUERRA E GENOCIDIO

Il Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia ha giudicato l'ex capo politico dei serbi di Bosnia colpevole per il genocidio di Srebrenica, l'assedio di Sarajevo e altri crimini commessi durante la guerra del 1992-95. La corte ha invece giudicato non sufficienti le prove per l'accusa di genocidio relativa ai fatti avvenuti in una serie di villaggi.

Radovan Karadzic mentre ascolta la sentenza
Quarant'anni di carcere: questa la condanna decisa dalla 3a sezione del Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia al termine del processo di primo grado contro Radovan Karadzic, l'ex leader dei serbi di Bosnia durante il conflitto degli anni '90, giudicato colpevole di genocidio, uccisioni, deportazioni e altri crimini di guerra. Una sentenza che sulle prime ha scontentato molti: la difesa, ovviamente, ma anche i parenti delle vittime e i sopravvissuti che speravano nella condanna all'ergastolo chiesta dal procuratore Tieger. Inoltre la corte non ha ritenuto sufficienti le prove che volevano dimostrare l'esistenza di un piano genocidiario premeditato e organizzato dalla dirigenza serbo-bosniaca fin dall'inizio del conflitto. Altro elemento di delusione è che la sentenza è giunta a più di vent'anni dai fatti, a quasi un anno e mezzo dalla chiusura di un processo durato 5 anni che si è celebrato dopo ben 13 anni di latitanza dell'imputato che nel frattempo aveva potuto vivere pressoché indisturbato nonostante sul suo capo pendesse una taglia di 5 milioni di dollari. Una latitanza durata fino al luglio del 2008 quando Karadzic, grazie ai cambiamenti politici che nel frattempo erano avvenuti in Serbia, fu finalmente arrestato a Belgrado dove esercitava la professione di medico specializzato in medicina alternativa e psicologia sotto il falso nome di Dragan David Dabic.

Oltre che per il massacro di Srebrenica, il più grave crimine di guerra compiuto in Europa dalla fine della seconda guerra mondiale, costato la vita a oltre 8000 bosgnacchi maschi e giudicato come genocidio dalla giustizia internazionale, la Corte ha giudicato Karadzic responsabile anche di omicidio e persecuzione di civili per le atrocità commesse durante i 44 mesi dell'assedio di Sarajevo nel quale morirono circa 10mila persone. A questi reati si aggiunge la "presa di ostaggi" compiuta con il sequestro di 284 caschi blu dell'Onu usati come scudi umani contro i bombardamenti della Nato. Il tribunale dell'Aja ha ritenuto invece insufficienti gli elementi forniti dall'accusa per estendere l'accusa di genocidio anche agli eccidi compiuti a Bratunac, Prijedor, Foca, Kljuc, Sanski Most, Vlasenica e Zvornik. Per questi episodi Karadzic è stato comunque ritenuto colpevole di crimini contro l'umanità, omicidio e persecuzione.

Il video delle lettura della sentenza di condanna per Radovan Karadzic


Alla lettura delle sentenza, nell'aula del tribunale internazionale all'Aja, hanno assistito rappresentanti delle associazioni delle Donne e Madri di Srebrenica, degli ex detenuti dei campi di concentramento, delle Donne vittime di guerra, dei Genitori dei bambini uccisi e rappresentanti di altre organizzazioni giunti appositamente dalla Bosnia, assieme a decine e decine di giornalisti, diplomatici e insegnanti, ricercatori e rappresentanti della società civile.


Val al sito del Tribunale Internazionale per l'ex Jugoslavia

giovedì 12 dicembre 2013

TRIBUNALE INTERNAZIONALE: BRAMMERTZ, “PERSEGUIRE CHI HA AIUTATO I LATITANTI”

Di Marina Szikora
La settimana scorsa, alla riunione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite in cui e’ stato presentato il rapporto annuale del Tribunale dell’Aja che giudica i crimini commessi in ex Jugoslavia, il procuratore generale Serge Brammertz ha espresso un giudizio positivo sulla collaborazione della Serbia con il Tribunale, aggiungendo che e’ pero' necessario perseguire e indagare su coloro che hanno aiutato la fuga dei criminali latitanti. Il capo della procura dell’Aja ha rilevato che la Serbia “ha continuato a svolgere un ruolo importante per assicurare la conclusione del lavoro dell’Ufficio della procura dell’Aja” e ha aggiunto che i rappresentanti del governo serbo durante l’incontro a Belgrado hanno ribadito le precedenti garanzie che la collaborazione con l’Aja sara’ continuata. Cio’ riguarda in particolare l’avvicinamento ai testimoni e la loro deposizione davanti al Tribunale. Brammertz ha aggiunto che adesso e’ necessario che la Serbia, dopo l’arresto degli ultimi latitanti, Mladić e Hadžić, renda disponibili le informazioni complessive relative alla loro fuga e alla latitanza durata per cosi’ lungo tempo, nonche’ sulle indagini e il perseguimento di coloro che li hanno assistiti nella latitanza. Alla riunione del Consiglio di sicurezza e’ intervenuto anche il presidente del Tribunale, Theodor Meron il quale ha presentato il rapporto sul lavoro del tribunale nel periodo dal 1 agosto 2012 al 31 luglio 2013. Secondo la sua valutazione, il processo di primo grado contro Radovan Karadžić, dovrebbe essere concluso nel ottobre 2015 mentre quello contro Goran Hadžić entro la fine dell’anno. Il processo a Ratko Mladić potrebbe durare fino alla fine del 2016. Secondo Meron il Tribunale ha svolto un lavoro importante negli ultimi due decenni conducendo processi contro 161 persone ed ha aiutato le giustizie nazionali nei Balcani a condurre autonomamente i processi.

Il testo è tratto dalla trascrizione della corripondenza per la puntata di Passaggio a Sud est andata inonda oggi a Radio Radicale


lunedì 18 febbraio 2013

IL TRIBUNALE INTERNAZIONALE HA CONTRIBUITO ALLA RICONCILIAZIONE IN EX JUGOSLAVIA?


Il dibattito on-line di Osservatorio Balcani e Caucaso

Nel 1993 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha creato il Tribunale Penale Internazionale dell'Aja per l'ex Jugoslavia, nella convinzione che questa istituzione avrebbe “contribuito al ristabilimento e al mantenimento della pace” nella regione. Dopo 20 anni, il Tribunale si avvia a concludere la propria attività. Entro la fine dell'anno prossimo, il TPI cesserà di esistere. Il bilancio del Tribunale fatto dal suo presidente, Theodor Meron, nell'ultimo rapporto presentato all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, è oltremodo positivo: “I successi [del Tribunale] – ha dichiarato Meron - hanno contribuito [...] a portare la pace e la riconciliazione nei Paesi dell'ex Jugoslavia [...] forgiando una nuova cultura internazionale di responsabilità”.
È davvero così?

Dal 20 febbraio al 5 marzo risponderanno al quesito posto da Osservatorio Balcani e Caucaso: Refik Hodžić, giornalista, documentarista, esperto di comunicazione e giustizia transizionale e Janine Natalya Clark, analista e ricercatrice universitaria con al suo attivo numerose pubblicazioni dedicate al Tribunale dell'Aja e alla giustizia penale internazionale.

Chiunque può partecipare al dibattito commentando le posizioni dei due ospiti oppure prendendo parte al sondaggio. La pagina del dibattito andrà on-line il 20 febbraio sul sito di Osservatorio Balcani e Caucaso

Il dibattito è promosso all'interno del progetto europeo Racconta l'Europa all'Europa.




martedì 10 luglio 2012

EX JUGOSLAVIA: L'IMPORTANZA DEL TRIBUNALE PENALE INTERNAZIONALE


Ratko Mladic sul banco degli imputati
E' ripreso ieri all'Aja, al Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia, il processo a carico all'ex capo militare dei serbi di Bosnia Erzegovina, Ratko Mladic, arrestato nel maggio 2011 in Serbia, dopo quasi sedici anni di latitanza, chiamato a rispondere dell'accusa di genocidio e crimini guerra, il più grave dei quali è il massacro di Srebrenica, compiuto nel luglio 1995 e qualificato come “genocidio” dalla Corte internazionale di giustizia dell'Onu. Mladic, che oggi ha 70 anni, è malato e si dichiara non colpevole, deve rispondere di 11 capi d'accusa e rischia l'ergastolo.
La procura ha annunciato che intende presentare 400 testimoni a carico dell'imputato. Il primo di questi è Elvedin Pasic, oggi 34enne, sopravvissuto al massacro di Grabovica, nella Bosnia settentrionale, dove circa 150 persone furono eliminate dai militari serbo-bosniaci al comando di Mladic nel novembre 1992, poco dopo lo scoppio del conflitto. Pasic aveva solo 14 anni quando kle truppe serbo-bosniache fecero irruzione nel suo villaggio imprigionando uomini, donne e bambini e istituendo un campo di detenzione in una scuola vicina. Le audizioni dei testimoni dell'Accusa dovrebbero proseguire fino al 20 luglio, prima della pausa estiva dei lavori del Tpi.
Il processo era iniziato il 16 maggio, ma era stato quasi subito sospeso dopo che la procura aveva ammesso un errore nella consegna di migliaia di pagine di documenti alla difesa dell’ex generale. Ieri c'è stato un nuovo colpo di scena: i difensori dell'imputato hanno infatti chiesto ai giudici di rinviare il caso di sei mesi a causa delle recenti modifiche delle regole di presentazione delle prove introdotte dalla Corte. Secondo i legali con la nuova procedura i giudici hanno permesso ai procuratori di presentare un numero maggiore di prove documentali rispetto a prima, dunque “urge un’azione da parte della Corte per evitare un potenziale e probabile errore giudiziario”. Da qui la richiesta di sospensione per sei mesi.

La questione sollevata dai legali di Mladic non è la prima a cui il Tribunale ha dovuto far fronte negli ormai non pochi anni della sua esistenza. Qui di seguito vi propongo un report sul Tribunale penale internazionale per l'ex Jugoslavia: la sua particolare natura e alcuni problemi organizzativi e procedurali sorti in questi anni di attività. L'autore è Riccardo De Mutiis, esperto di relazioni internazionali, particolarmente sotto il profilo giuridico, e conoscitore e analista della realtà serba, e di quella balcanica più in generale, anche per aver partecipato a diverse missioni patrocinate da istituzioni internazionali.


Il Tribunale Penale Internazionale per l'ex Jugoslavia

di Riccardo de Mutiis
L’ Aja può essere considerata la capitale mondiale della giustizia: infatti hanno sede nella città olandese sia la Corte di Giustizia internazionale, competente a giudicare le controversie tra Stati, sia la Corte Penale Internazionale, istituita nel 2002 per perseguire singoli individui accusati di crimini di guerra, genocidio e crimini contro l’umanità, sia il Tribunale Penale Internazionale per l‘ex Jugoslavia, denominazione ufficiale ICTY (International Criminal Tribunal for the former Yugoslavia), istituito nel 1993 dall’ONU (con la risoluzione 827 del Consiglio di Sicurezza) per giudicare i crimini commessi nell’ex Jugoslavia durante i conflitti che hanno infiammato il paese balcanico nell’ultimo decennio del secolo scorso. E proprio la natura affatto particolare del Tribunale Penale per l’ex Jugoslavia, organo giurisdizionale di creazione politica, ha in un certo qual modo originato la crisi intervenuta nelle relazioni tra l’ONU ed il Tribunale stesso nel periodo in cui alla guida della procura dell’Aja vi era un personaggio deciso e carismatico come Carla Del Ponte.

La Del Ponte, che ha guidato la procura dal 1999 al 2007, lamentava che il suo lavoro era di fatto ostacolato dall’ostruzionismo del governo jugoslavo, guidato all’epoca da Vojislav Kostunica: in particolare rimproverava alle autorità di Belgrado di non consegnare i documenti relativi alle indagini svolte dalla procura, di non ricercare attivamente gli imputati, di non contattare i testimoni ed in qualche caso di scoraggiarli dal deporre dinanzi al Tribunale, di rinviare sine die l’approvazione della legge sulla cooperazione con il Tribunale. A fronte di questo atteggiamento non collaborativo la procuratrice svizzera chiedeva agli organismi internazionali ed agli USA di non erogare finanziamenti alla Jugoslavia fino a quando questa non avesse iniziato a cooperare concretamente con il Tribunale. L’ iniziativa della Del Ponte, che racconta l’episodio nel suo libro “La caccia”, veniva stigmatizzato dal segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, il quale la invitava a non intromettersi in questioni, quali quella relativa agli aiuti economici da concedere a Belgrado, di natura politica e quindi non di competenza del Tribunale (in una missiva Kofi Annan invitava espressamente la procuratrice “a limitare i suoi interventi a questioni che più direttamente rientrino nella sfera delle sue competenze legittime”).

Appare davvero difficile indicare quale dei due protagonisti della vicenda sia nel giusto: ha ragione la Del Ponte quando, trovatasi nella impossibilità di portare a termine le indagini a causa della mancata collaborazione delle autorità jugoslave, chiede alla comunità internazionale di subordinare la concessione di aiuti allo stato balcanico alla cooperazione con il Tribunale, oppure ha ragione Kofi Annan quando afferma che l’atteggiamento della Del Ponte sconfinava nell’ambito politico e quindi esorbitava dalle competenze del Tribunale, che avevano natura esclusivamente giuridica? Probabilmente il motivo dell’impasse risiede nel fatto che il Tribunale, ed in special modo la procura, non possiede, diversamente dalle istituzioni giudiziarie nazionali, strutture in grado di assicurare in via coercitiva l’esecuzione dei propri provvedimenti. Infatti la procura dell’Aja non ha alla proprie dipendenze una struttura operativa che abbia competenza sul territorio serbo, vi si possa recare per acquisire documenti, sentire testimoni, arrestare imputati: di qui la necessità per gli inquirenti di ricorrere alla collaborazione con le autorità di Belgrado e di qui la necessità di chiedere un intervento politico nel caso in cui quella collaborazione non venga offerta. In altre parole il Tribunale, pur essendo indipendente dal punto di vista giudiziario, non dispone dei poteri di cui gode una corte di giustizia in uno stato sovrano.

Come le corti nazionali il Tribunale ha il potere di emettere intimazioni nei confronti di individui ed istituzioni affinché forniscano documenti ed altro materiale probatorio e di spiccare mandati di arresto internazionali; ma a differenza delle corti nazionali non dispone di una polizia giudiziaria che svolga ricerche ed arresti, per tali attività deve ricorrere necessariamente alla collaborazione dello stato interessato. E la mancanza di tale potere spinge necessariamente il Tribunale nel regno della politica. Ma, oltre a quello appena esaminato, il Tribunale soffre anche di altre disfunzioni. E’ il caso della norma secondo cui i giudizi dinanzi al Tribunale per l‘ex Jugoslavia non possono svolgersi in assenza dell’imputato, contrariamente a quanto accade nella maggior parte dei Paesi, in cui l‘imputato può essere giudicato in contumacia. E la necessità della presenza dell’imputato, che abbiamo visto dipendere dalla esecuzione del mandato di cattura internazionale, e quindi in ultima analisi da quella collaborazione dell’ex Stato jugoslavo che spesso è mancata, ha ritardato l’inizio di alcuni importanti procedimenti per diversi anni. In alcuni casi tra il periodo in cui vennero commessi i crimini e l’inizio dei relativi procedimenti sono trascorsi più di dieci anni, è il caso dei giudizi contro Karadzic, Mladic e Hadzic. E’ evidente come in tali casi non sia agevole istruire il giudizio, soprattutto perché i testimoni potrebbero non ricordare fatti avvenuti in un’epoca così lontana. Per ovviare ad un simile inconveniente sarebbe sufficiente modificare la regola del Tribunale che prevede la presenza obbligatoria dell’imputato con quella, in vigore in quasi tutti i Paesi europei , secondo cui il procedimento può svolgersi anche in assenza dell’imputato, a condizione che gli venga notificato l’atto di accusa.

Un altro problema è quello rappresentato dallo schema operativo della procura dell’ICTY, creato dal viceprocuratore Graham Blewitt sulla falsariga del modello utilizzato dalla unità della procura australiana che lui dirigeva, e che si occupava di perseguire ex nazisti sospettati di crimini di guerra durante la seconda guerra mondiale: di conseguenza vennero assunti dalla procura degli investigatori con esperienza in indagini relative a quel genere di reati. Ma gli indiziati dalla procura australiana erano principalmente guardie dei campi di concentramento ed altre figure di basso livello, ragion per cui è del tutto evidente che un sistema operativo finalizzato a perseguire persone che in sostanza hanno solo eseguito ordini criminali altrui non è assolutamente adatto a perseguire soggetti, quali quelli incriminati dall’ICTY , che ricoprivano i vertici politici e militari di uno stato. Quello che si vuole dire è che per incriminare un ministro, un capo di stato, un generale di stato maggiore è necessaria sensibilità politica, conoscenza del contesto storico in cui sono avvenuti i fatti, capacità di individuare profili di responsabilità penale in atti di natura politica: è necessaria, in altre parole, una preparazione tecnica, un back ground professionale che colui che indaga il guardiano di un lager non ha.

Un caso emblematico della impreparazione degli investigatori della procura è stato quello in cui alcuni di essi interrogarono l’ ex capo dei servizi segreti croati, Josip Manolic: costui, nel corso della sua dichiarazione, fece riferimento al servizio di informazioni dell’esercito jugoslavo, indicandolo con il suo acronimo KOS (Kontrabavestaina sluzba) e con somma sorpresa realizzò che i suoi intervistatori non conoscevano quella sigla, e quindi , ritenendoli non affidabili, decise di non proseguire una collaborazione che avrebbe potuto fornito un notevole aiuto, in termine di acquisizione di informazioni assolutamente riservate, alla procura. L’impreparazione dimostrata dagli investigatori della procura nel caso Manolic può essere equiparata a quella di un investigatore russo che non conosce il significato della sigla CIA o, al contrario, a quella di un investigatore americano al quale rimanga oscuro il significato dell’acronimo KGB. Il problema rappresentato dalla impreparazione degli investigatori venne risolto dalla Del Ponte, la quale, una volta nominata al vertice della procura, modificò il modello operativo di Brewitt ed assunse procuratori ed analisti che conoscevano lo scenario storico e politico in cui si erano verificati i crimini oggetto di indagine: non a caso nel 2005 Manolic venne nuovamente contattato e questa volta convinto a collaborare da uno staff investigativo che parlava la sua lingua e conosceva la storia del suo paese. Ma il modello operativo australiano presentava una ulteriore caratteristica che di fatto ostacolava il lavoro della procura dell’Aja: la rigida ripartizione delle competenze tra investigatori e procuratori.

Nel sistema australiano la polizia svolge , in esclusiva, la funzione inquirente ed al termine delle indagini rimette gli atti al procuratore il quale decide se formulare o meno l’ atto di accusa. Non vi è, per la procura , nessuna possibilità di incidere sulle indagini svolte dalla polizia ed è evidente come questo schema operativo non poteva che rivelarsi inadeguato per indagini complesse come quelle relative ai criminali di guerra. Il procuratore si trovava infatti a dovere costruire l’incriminazione sulla base di elementi raccolti secondo una impostazione alla cui formulazione era rimasto estraneo e che nella maggior parte dei casi non condivideva. Anche in questo caso il sistema operativo della procura venne riformato dopo l’ insediamento al vertice della procura della Del Ponte, ed un contributo decisivo in tal senso venne dal sostituto procuratore Clint Williamson. La direzione delle indagini di polizia venne infatti affidata ai procuratori, e ciò sulla base dell’ovvia constatazione per cui è colui che costruisce l’ incriminazione, appunto il procuratore, che deve decidere su quali aspetti si deve indagare .La squadra operativa della procura venne poi potenziata attraverso l’assunzione di investigatori e procuratori di diversa provenienza, dotati delle conoscenze specifiche necessarie per affrontare i diversi casi: quindi analisti politici particolarmente esperti del contesto della ex Jugoslavia, conoscitori del diritto della nazione balcanica, professionisti in gradi di esprimersi anche in lingua serbo-croata.

Questa breve analisi dei problemi che hanno caratterizzato la vita del Tribunale per l’ex Jugoslavia si chiude con un accenno a quello che è stato l’ aspetto che ha colpito in modo particolare i mass media. Il riferimento è a quella norma che prevede la possibilità, per l‘imputato, di rinunciare ad essere difeso da un legale e quindi di difendersi da solo. Della norma, tipica di un sistema giuridico di common law, ed in quanto tale non prevista in ordinamenti di civil law quali quello italiano, si sono serviti i più importanti imputati del Tribunale, Milosevic e Seselji, per trasformare il processo in arena politica, per effettuare una serie di contestazioni che nulla avevano di giuridico e che hanno avuto il solo effetto di prolungare in modo eccessivo i tempi del processo. Sarebbe auspicabile, in futuro, che tale norma venisse abolita e, più in generale che venisse adottata tout court, per la regolamentazione del processo, il sistema in vigore presso i Paesi di civil law: tale sistema, infatti , per il fatto di prevedere in modo rigoroso e tassativo, anche sotto il profilo temporale, le attività che possono essere svolte durante il procedimento, e per il fatto di prevedere obbligatoriamente l’assistenza tecnica per l'imputato, ben difficilmente può originare inconvenienti e lungaggini procedurali.

In conclusione non si può negare che il Tribunale per l'ex Jugoslavia, nonostante le disfunzioni su cui ci si è soffermati, abbia ottenuto risultati importanti: ha processato, per la prima volta nella storia, un capo di Stato, Slobodan Milosevic, ed ha incriminato, dalla sua fondazione fino alla fine del 2007, ben 161 persone. Ma la creazione del Tribunale Penale per l’ex Jugoslavia ha anche un altro significato, ed è forse il più importante: dimostra la volontà della comunità internazionale di perseguire gli autori di crimini spaventosi ovunque essi si trovino ed in questo senso rappresenta anche un deterrente non trascurabile per militari e politici, ormai consapevoli che i loro atti criminosi vengono puniti senza limiti di spazio e di tempo da una autorità internazionale.

domenica 22 agosto 2010

DEL PONTE: "HO LA COSCIENZA A POSTO. L'INCHIESTA SU DI ME E' UN'ASSURDITA'"

La sede del Tribunale internazionale
per l'ex Jugoslavia all'Aja
"Non mi devo rimproverare nulla, ho la coscienza a posto". Carla Del Ponte non ci sta e respinge l'accusa di aver esercitato pressioni e intimidazioni sui testimoni quando guidava la procura del Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia (Icty), definendo "un'assurdita'" l'inchiesta avviata dallo stesso Tribunale nei confronti suoi e di due suoi ex collaboratori. Intervistata dal settimanale "Il Caffè", la Del Ponte, attuale ambasciatrice della Svizzera in Argentina, spiega che vorrebbe poter ribattere alle accuse, ma di non poterlo fare dal momento che il suo incarico diplomatico le impedisce di parlare senzae l'autorizzazione del ministero degli Esteri elvetico.
La decisione di aprire un'inchiesta a carico dell'ex procuratore capo è stata presa lo scorso 29 giugno dal giudice Jean-Claude Antonetti, ma è stata rivelata questa settimana dal quotidiano britannico "The Guardian". Il fascicolo è stato aperto sulla bese delle accuse rivolte alla Del Ponte dal leader del Partito radicale serbo, l'ultranazionalista Vojislav Seselj, sotto processo all'Aja per crimini di guerra e crimini contro l'umanità, secondo il quale certi testimoni avrebbero parlato di "privazione del sonno nel corso degli interrogatori, pressioni psicologiche, ricatto, minacce o versamenti finanziari illegali".
L'indagine, che sarà condotta da un giudice indipendente, dovrà "indagare su eventuali intimidazioni o pressioni, anche indirette, esercitate da certi inquirenti dell'accusa", come si legge nella decisione del giudice Antonetti, pubblicata sul sito internet dell'Icty e dovrà inoltre appuraree se esistono "motivi sufficienti" per avviare una procedura per oltraggio.

L'atto del Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia