E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est del 15 marzo 2015.
La trasmissione e' ascoltabile direttamente qui di seguito oppure sul sito di Radio Radicale.
Sommario della puntata
Energia: le iniziative di Italia e Slovenia e la mobilitazione dei cittadini costringe il governo croato a sospendere gli accordi con le compagnie petrolifere per la ricerca di idrocarburi nell'Adriatico mentre il premier Zoran Milanovic apre ad un referendum popolare.
Albania: il caso del presunto attentato contro il parlamentare ex socialista Tom Doshi sconvolge la politica albanese e fa salire la tensione tra il governo di centro sinistra del premier Edi Rama, e il presidente del Parlamento Ilir Meta, e l'opposizione di centro-destra guidata dal sindaco di Tirana Lulzim Basha.
Croazia: la visita del ministro degli Esteri serbo Ivica Dacic a Zagabria; la possibile candidatura della vicepremier e ministro degli Esteri, Vesna Pusic, alla carica di segretario generale dell'Onu.
La trasmissione propone in apertura un ricordo di Zoran Djindjic, il premier democratico ed europeista serbo, simbolo della rinascita dopo le guerre degli anni '90 e la fine del regime di Milosevic, assassinato a Belgrado il 12 marzo del 2003.
La trasmissione, realizzata con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura, è ascoltabile direttamente qui
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domenica 15 marzo 2015
domenica 16 marzo 2014
OGGI LA SERBIA VA AL VOTO, RICORDANDO ZORAN DJINDJIC
Oggi in Serbia si vota per il rinnovo del Parlamento e dal risultato del voto dipenderà la formazione del nuovo governo. I sondaggi danno largamente in testa il Partito serbo del progresso capeggiato dall'attuale vicepremier Aleksandar Vucic: è lo stesso partito dell'attuale capo dello Stato, Tomislav Nikolic. Una formazione politica nata dalla scissione dall'ultranazionalista Partito radicale serbo, ormai ridotta ad una esigua minoranza e il cui leader, Vojslav Seselj, è sotto processo all'Aja per crimini di guerra. Sotto la guida di Nikolic e Vucic il Sns è approdato a posizioni conservatrici moderate aperte all'integrazione europea. In coalizione con Partito socialista dell'attuale premier, Ivica Dacic, è stato infatti l'artefice della conquista del negoziato ufficiale per l'adesione all'Unione Europea, un obiettivo sfuggito negli anni precedenti ai governi dichiaratamente europeisti guidati dal Partito democratico dell'ex presidente della repubblica Boris Tadic, che dopo la sconfitta elettorale del 2012 ha dato vita ad una nuova formazione politica.
Le elezioni di oggi, cadono a pochi giorni dall'undicesimo anniversario dell'assassinio di Zoran Djindjic, avvenuto il 12 marzo 2003: Il premier della Serbia e presidente del Partito democratico fu colpito e morte da un cecchino mentre scendeva dalla propria vettura nel cortile del palazzo del Parlamento di Belgrado. Una vicenda che sconvolse la Serbia e la comunità internazionale per il ruolo che Djindjic stava svolgendo e avrebbe potuto svolgere per il futuro del Paese dopo le guerre degli anni '90 e nel pieno del periodo oscuro e difficile seguito alla caduta del regime di Milosevic nel 2000. Se oggi la Serbia, pur con tutti i suoi problemi e molte questioni ancora irrisolte, non è più quella dell'inizio del millennio, lo si deve soprattutto ad un uomo come Djindjic e a quello che ha saputo costruire nella sua breve vita politica e a quello cha lasciato come eredità.
Qui di seguito un testo scritto da Riccardo De Mutiis, esperto di relazioni internazionali, conoscitore della realtà balcanica anche per aver partecipato a diverse missioni patrocinate da istituzioni internazionali. Passaggio a Sud Est ha già pubblicato diversi suoi pezzi: per ritrovarli clicca qui.
Il 12 marzo 2003 a Belgrado spirava forte la kosava, il vento che viene dai Carpazi, filtra attraverso il Portil de Fier e segue il corso del Danubio finendo con l’investire la capitale serba. Ed in quella giornata ventosa la città bianca e l'intera nazione vengono tramortite da una notizia terribile, quella dell’assassinio di Zoran Djindjic, primo ministro della repubblica federata serba (all’epoca la Serbia era parte dell’Unione di Serbia e Montenegro, la compagine statale che il 4 febbraio 2003 prese il posto della Jugoslavia fino al 2006, quando il Montenegro dichiara l'indipendenza). Sono passati undici anni dalla morte di Djindjic ed è davvero difficile dire qualcosa di nuovo sulla carriera politica o sull'assassinio dello statista serbo: due argomenti su cui si è davvero detto e scritto tanto e che, peraltro, si intersecano fino a diventare un tutt'uno, dato che secondo la lettura più accreditata le ragioni dell'assassinio vanno ricercate proprio nella linea politica seguita da Djindjic.
Vi sono tuttavia due aspetti su cui giornalisti e scrittori, soprattutto stranieri, si sono soffermati meno e su cui forse è il caso di spendere qualche parola. Il primo aspetto da porre in evidenza è quello della totale diversità di Djindjic rispetto ai politici dell’ex Jugoslavia suoi contemporanei: una diversità che si concretizza non solo nei contenuti della sua visione politica, ma anche nel suo modo di proporsi e di relazionarsi con l'esterno. Zoran Djindjic sale agli onori della ribalta politica nel 1997 quando, a capo della eterogenea coalizione “Zajedno” (Insieme), infligge nelle elezioni amministrative una cocente ed inaspettata sconfitta a Slobodan Milosevic e viene eletto sindaco di Belgrado. A quell’epoca i leader dei vari Stati nati dalle ceneri della ex Jugoslavia si caratterizzano per una immagine del tutto ordinaria: vestono abiti da budja (il termine serbo-croato che sta per apparatchik), in qualche occasione di una taglia superiore a quella giusta, senza nessuna concessione all’eleganza. E’ un tratto, questo, che accomuna Franjo Tudjiman, con le sue insolite e sorpassate lenti fotocromatiche, Alija Izetbegovic con la sua eterna e logora cravatta rossa, ed anche Stipe Mesic, preso di mira dai caricaturisti per le sue sopracciglia incredibilmente cespugliose.
Zoran Djindjic è del tutto diverso: alto ed atletico, veste eleganti completi scuri ed è proprio il suo look, prima ancora che la sua politica, a catturare l’attenzione dei media e della gente. Insomma il nuovo arrivato, prima di tutto dal punto di vista dell’immagine, segna un distacco netto nei confronti dei suoi predecessori, ed è un messaggio che i politici della sua generazione colgono immediatamente, partendo dal suo amico montenegrino Milo Djukanovic, passando per il suo epigono Boris Tadic, per finire con il croato Ivo Sanader: tutti eleganti, curati nell'immagine, fisicamente prestanti. Ma se i politici contemporanei colgono i caratteri innovativi di Djindjic, almeno quelli esteriori, e li replicano, la massa resta sconcertata dall'irruzione di questo uomo così diverso da quelli che lo hanno preceduto. E Djindjic stesso, animale politico di razza, si rende perfettamente conto di non avere l’appeal giusto per conquistare un elettorato legato a valori tradizionali e su cui ancora incide mezzo secolo di conformismo comunista.
Su tale presupposto, sulla consapevolezza della propria estraneità al tessuto sociale serbo ed ai suoi valori, si fonda la sofisticata strategia posta in essere da Djindjic in occasione delle elezioni presidenziali jugoslave del 2000: da un lato, grazie al suo carisma ed alle sue doti organizzative, riesce ad unire in un’unica coalizione le forze che si oppongono a Milosevic, e dall’altro, per aumentare la presa sull’elettorato di tale coalizione, vi mette a capo un uomo in cui in cui i serbi si riconoscono, Vojislav Kostunica. All’epoca Kostunica è assolutamente sconosciuto in Europa e nel suo stesso paese non è un politico di primo piano. Tuttavia è una persona che appartiene al mondo serbo, ed in particolare è un tipico esponente di quella parte della Serbia in cui Milosevic ha il nocciolo duro dei suoi elettori: non certo la Serbia della capitale o la Serbia di Novi Sad, ma quella del sud, quella della Sumadija, più in generale la Serbia rurale, i cui valori fondamentali, quelli patriarcali, del nazionalismo e della stretta osservanza ortodossa sono incarnati alla perfezione da Kostunica.
Kostunica è lo strumento attraverso il quale Djindjic riesce ad assicurare alla sua coalizione Dos (Demokratska Opozicija Srbije, Opposizione Democratica Serbia) il consenso di buona parte dell’elettorato tradizionalmente legato a Milosevic e quindi la vittoria: il vodz Slobodan viene sconfitto nettamente e Kostunica viene eletto presidente dell’Unione di Serbia e Montenegro. Di lì a qualche mese Djindjic guida l’opposizione a vincere anche le elezioni serbe e sarà lui, questa volta, a guidare l’esecutivo federale. La coalizione, a questo punto, sembra avere partita vinta su tutti i fronti, con Kostunica alla guida della federazione jugoslava e Djindjic a capo della repubblica serba. Ma non è così e i contrasti tra i due non tardano ad emergere. E’ chiaro sin dall’inizio che i due non sono fatti per intendersi, per formazione, carattere, abitudini e frequentazioni: all’economista Djindjic, che ha studiato e si è formato professionalmente in Germania, sempre elegante e sicuro di sé, spesso in compagnia della telegenica moglie Ruzica nelle apparizioni pubbliche e che preferisce per le sue esternazioni la stampa internazionale (preferibilmente tedesca, “Die Welt” e “Der Spiegel“), si contrappone il giurista Kostunica, laureato alla università di Belgrado, evidentemente a disagio nei contesti internazionali, in cui si è segnalato per le frizioni avute con Carla Del Ponte, all'epoca procuratrice del Tribunale penale internazionale. La differenza caratteriale tra i due è esemplificata dalla diversità degli hobby: Djindjic preferisce fare sport nel tempo libero, ed infatti si frattura un piede giocando a calcio nel febbraio 2003, mentre Kostunica è noto per la sua passione per i gatti, che ospita in buon numero nella sua casa belgradese.
Da un punto di vista politico la diversità tra i due è evidenziata dallo stesso nome dei partiti politici che ciascuno di essi capeggia. Kostunica presiede lo Sds (Srpska demokratska stranka, Partito democratico serbo), mentre Djindjic è il leader del Ds (Demokratska stranka, Partito democratico): denominazioni quasi identiche, divergenti solo per l'aggettivo “srpska” cioè serbo, presente nel nome del partito di Kostunica ed assente in quello di Djindjic, a significare che la connotazione serba, cioè nazionalista, caratterizza il programma del primo e non quello del secondo. Non a caso il contrasto tra i due leader nasce a proposito di una questione di sapore tipicamente nazionalista, quella relativa al Kosovo, alla cui eventuale indipendenza Kostunica si oppone decisamente, mentre la posizione sul punto di Djindjic è più sfumata. Ed è di nuovo un problema che chiama in causa l’orgoglio nazionale serbo, quello della sorte di Milosevic, a rendere irrimediabile il contrasto tra Kostunica, nazionalista più per calcolo che per convinzione, e Djindjic, europeista convinto. Secondo Kostunica Milosevic deve essere processato da un tribunale serbo, mentre Djindjic vuole che venga giudicato dal Tribunale internazionale sulla ex Jugoslavia dell’Aja e la spunta, facendo arrestare Slobo nel marzo 2001 e consegnandolo alle autorità della giustizia internazionale: il tutto all’insaputa pare (ma questa è tutta un'altra storia), di Kostunica.
La vicenda della morte di Zoran Djindjic, e qui passiamo al secondo aspetto della vicenda che è interessante sottolineare, presenta degli aspetti particolari, sconosciuti ad altri omicidi politici che pure hanno segnato la vita di altri Paesi, ed in questo senso rappresenta l’ ennesima dimostrazione della assoluta unicità della storia serba. Ciò che rende l’assassinio un fatto irripetibile, senza eguali nelle vicende straniere, è la reazione che esso scatena da parte delle autorità. Una reazione originata dalle modalità di esecuzione del delitto: Djindjic viene assassinato in pieno giorno nel cortile della Skuspstina, il parlamento serbo, e cioè il cuore della nuova politica. Il primo ministro viene colpito nella sua sede istituzionale, il parlamento: il messaggio è chiaro, si tratta di una sfida alle istituzioni statali, di cui è in gioco la stessa sopravvivenza. Le autorità si rendono conto che coloro che hanno ucciso Djindjic hanno degli appoggi, anche ad alto livello, all'interno dell’apparato statale, in particolare tra la magistratura e le forze armate, ed optano quindi per una reazione drastica: viene proclamato lo stato d’emergenza, si da il via all’operazione "Sablja" (sciabola) finalizzata ad individuare mandanti ed esecutori materiali del delitto. Vengono chiusi i giornali sospettati di essere collegati con la mafia di Zemun, agli arrestati vengono negati i contatti con gli avvocati e vengono tenuti all’oscuro dei capi d’imputazione per diversi giorni, vengono bruscamente licenziati i magistrati indiziati di collusione con i mandanti dell’ omicidio, vengono distrutti gli immobili di proprietà Dusan Spasojevic, leader del “clan di Zemun”, indiziato di essere al vertice del complotto, e lo stesso Spasojevic viene ucciso per la resistenza opposta al momento dell’arresto in circostanza ancora da chiarire, il tutto con circa 7000 fermi di polizia nel giro di un mese. In sostanza una sospensione dello stato di diritto, una parentesi di negazione dei diritti di difesa garantiti da qualsiasi regime democratico agli indagati: in una parola un fatto che non ha precedenti nella storia europea del dopoguerra.
Se poi riportiamo la vicenda di Djindjic dal contesto internazionale a quello nazionale, ci rendiamo conto di come essa si ponga nel solco di una tradizione, ancora una volta unicamente e tipicamente serba, segnata dalla morte violenta dei leader istituzionali. Si parte con l’assassinio del principe di Serbia Mihailo III Obrenovic nel 1868 e si continua con l’omicidio del re Alessandro I Obrenovic e della moglie Draga nel 1903, i cui corpi vengono mutilati e gettati dalle finestre del palazzo reale: una efferatezza ed una ferocia che rivivrà in alcuni episodi delle guerre jugoslave dell’ultimo decennio del millennio. E per una sorta di nemesi storica muore assassinato nel 1934 anche il re Alessandro I, appartenente alla dinastia dei Karadjordjevic, che erano stati i mandanti degli omicidi degli Obrenovic. Di morte violenta cessa di vivere nel 2000 anche l’ex presidente della repubblica serba Ivan Stambolic ed il cerchio si chiude, lo sappiamo, nel marzo 2001 con l’omicidio di Zoran Djindjic (un caso a parte è quello dello stesso Milosevic, che muore mentre è detenuto nel carcere di Scheveningen, in Olanda). Nessuno stato europeo, ma forse nessuna nazione al mondo, ha avuto tanti morte violente dei suoi capi di stato o di governo.
A undici anni dalla morte di Djindjic, la prima osservazione che sorge spontanea a coloro che hanno frequentato e vissuto di persona Belgrado e la Serbia nell’ultimo decennio è che il leader politico serbo è molto più amato e considerato da morto di quanto lo fosse stato da vivo. Popolare ed amato, in vita, Zoran Djindjic, non lo era stato mai, e di ciò egli era perfettamente conscio, se è vero che aveva dichiarato “Popularity is not my job” ad una testata giornalistica straniera che lo aveva intervistato. Ma a distanza di dieci anni il ricordo di Djindjic è più vivo che mai, e la misura dell’interesse dei serbi per la sua figura non la danno tanto le celebrazioni ufficiali, ma, invece, la presenza nelle librerie di tante pubblicazioni che parlano della sua storia e della sua politica ("Akademija", la famosa e storica libreria belgradese sulla Mihailova è un infallibile termometro al riguardo). C'è il libro scritto dallo stesso Djindjic sulla integrazione europea della Serbia, “Put Srbije u Europu”, e la raccolta delle sue metafore, ma è soprattutto la sua “Biografija”, scritta da Bojan Dimitrijevic a riscuotere successo tra i lettori.
La ragione del permanere di tanto interesse per la figura di Zoran Djindjic è forse rappresentata dal carattere eccezionale dell’atto politico che lo ha reso famoso e forse gli è costato la vita: la consegna di Milosevic alla giustizia internazionale. Nessun capo di stato europeo, e torniamo per l’ ennesima volta al tema della singolarità delle vicende serbe, aveva compiuto un atto del genere, rischiando di essere considerato, come in effetti molti all’epoca considerarono Djindjic, un traditore. Ma se le commemorazioni di Djindjic, a un decennio dalla sua morte, sono ancora così sentite e partecipate ciò vuol dire che non solo gli analisti politici ma anche e soprattutto la gente comune hanno compreso il significato della scelta dell’ex primo ministro: la consegna di Milosevic era un atto necessario affinché la nazione recuperasse non solo stabilità e tranquillità interna, decisamente a rischio con il vozd a piede libero, ma anche credibilità internazionale. Valgano, per comprendere il senso dell’operazione decisa da Djindjic, le parole di Enzo Bettiza : Djindjic, consegnando Milosevic al Tribunale dell’ Aja ha umiliato l’orgoglio serbo, ma ha salvato l’onore dei serbi.
giovedì 30 gennaio 2014
PARLAMENTARI EUROPEI CHIEDONO DI FARE LUCE SULL’ASSASSINIO DI ZORAN ĐINĐIĆ
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| Zoran Djindjic |
Di Marina Szikora
ll chiarimento del retroscena politico
dell’uccisione dell’ex premier democratico della Serbia, Zoran
Đinđić [vittima di un attentato a Belgrado il 12 marzo 2003,
n.d.r.] dovrebbe essere inserito come condizione nel capitolo
giustizia e diritti fondamentali del negoziato di adesione della
Serbia all’Unione Europea. Lo pensano alcuni deputati europei con a
capo l’eurodeputato sloveno e relatore per la Serbia Jelko Kacin.
Infatti e’ questa la richiesta di quattro deputati dei principali
gruppi politici del Parlamento europeo i quali hanno inviato una
lettera alla Commissione europea in cui sottolineano che lo stato di
diritto in Serbia non potra’ essere rafforzato senza far luce sui
crimini del regime di Slobodan Milošević e una completa indagine
sull’assassinio di Đinđić “i cui esecutori sono dietro le
sbarre ma i cui mandanti ancora in libertà”.
Secondo questi deputati europei le
recenti indiscrezioni secondo le quali l’ex capo dei servizi
segreti di Milošević potrebbe essere rilasciato dal carcere se
collaborasse con la procura che indaga sull'assassinio di Đinđić,
sono una ragione in piu’ per preoccuparsi che gli interessi
particolari del regime Milošević potrebbero fermare o rallentare
le riforme dell’attuale governo in Serbia. Gli eurodeputati
ritengono che queste misure avrebbero delle conseguenze importanti
per tentare di eliminare i difetti pericolosi del sistema dei servizi
segreti in Serbia che ancora persistono, come i collegamenti e le
collusioni con la criminalita’ organizzata. Infine, sarebbero un
test definitivo per valutare l’indipendenza e l'efficacenza della
giustizia serba.
Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 30 gennaio a Radio Radicale.
giovedì 14 marzo 2013
LA SERBIA RENDE OMAGGIO A ZORAN ĐINĐIĆ A DIECI ANNI DAL SUO ASSASSINIO
di Marina Szikora, corrispondente di
Radio Radicale
Il 12 marzo sono trascorsi esattamente
dieci anni dall'assassinio dell'allora premier serbo Zoran Đinđić.
Quel giorno, gli spari dei cecchini si sono sentiti poco dopo
mezzogiorno nel cortile della sede del governo serbo. Martedi', a
distanza di dieci anni da questo tragico evento a Belgrado e' stato
reso omaggio al premier assassinato con una “Marcia per Zoran”.
La marcia e' stata organizzata dal Partito Democratico, del quale
Đinđić era il leader, e dal Partito liberaldemocratico serbo.
Decine migliaia di cittadini di Belgrado hanno reso omaggio al primo
premier democratico dopo la caduta di Milošević: tra di essi anche
i collaboratori di Đinđić di quell'epoca. In testa al corteo
c'erano l'ex presidente della Serbia, Boris Tadić, l'attuale
presidente del Partito Democratico, Dragan Đilas, e il leader
liberaldemocratico, Čedomir Jovanović. Il corteo ha marciato per le
strade di Belgrado, dalla sede del governo fino al cimitero dove e'
sepolto Đinđić. Nelle dichiarazioni ai giornalisti, i cittadini di
Belgrado hanno maggiormente ripetuto che Đinđić aveva una energia
inesauribile, rappresentava "una nuova Serbia", aveva una
visione e che "non si e' nemmeno consapevoli di quello che si è
perso".
Il commento apparso sul sito della
Radiotelevisione statale croata notava come l'omaggio sia stato reso
anche da quelli contro i quali il premier ucciso aveva lottato e che
oggi governano la Serbia, cioe' i socialisti di Milošević e gli ex
ultranazionalisti radicali di Vojislav Šešelj. Il patrimonio di
Zoran Đinđić e' l'indice per un futuro migliore. Nell'epoca del
suo breve mendato da premier di appena due anni, Zoran Đinđić ha
estradato all'Aja Slobodan Milošević e Vojislav Šešelj, un fatto
che i nazionalisti serbi non gli hanno perdonato. Gli assassini di
Đinđić, tra cui Milorad Ulemek “Legija” si trovano da tempo in
carcere ma i mandanti dell'assassinio sono ancora in liberta'.
Il testo è tratto dalla trascrizione
della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in
onda oggi a Radio Radicale
martedì 12 marzo 2013
DIECI ANNI FA L'ASSASSINIO DI ZORAN DJINDJIC
"Mai nella storia abbiamo avuto un'occasione così buona di entrare in Europa dalla porta principale. Questa porta non resterà sempre aperta. Ora è semiaperta, e siamo stati noi a creare questo spiraglio dopo che era stata sprangata. Solo due anni fa nessuno credeva che avremmo avuto l'occasione di diventare membri dell'Unione Europea. Oggi questa è una chance concreta. Voi e noi, insieme, siamo riusciti a creare questa occasione. Perché abbiamo dimostrato all'Europa che può contare su di noi, sulle persone normali e di buon senso che vivono in questo paese, ma nessuno ci spingerà in Europa. Non siamo così importanti, così necessari. Se noi non procederemo abbastanza svelti verso l'Europa, l'Europa se ne andrà."
Dieci anni fa, il 12 marzo 2003, veniva assassinato Zoran Djindjic. Il premier della Serbia e presidente del Partito democratico fu colpito e morte da un cecchino mentre scendeva dalla propria vettura nel cortile del palazzo del Parlamento di Belgrado. Una vicenda che sconvolse la Serbia e la comunità internazionale per il ruolo che Djindjic stava svolgendo e avrebbe potuto svolgere per il futuro del Paese dopo le guerre degli anni '90 e nel pieno del periodo oscuro e difficile seguito alla caduta del regime di Milosevic nel 2000.
Djindjic era stato eletto nel gennaio del 2001 e già nel suo primo intervento, rivolgendosi ai membri del Parlamento, il neo premier aveva sottolineato il principale impegno del suo esecutivo: inaugurare una stagione politica nuova per risolvere i tanti problemi ereditati dal regime di Milosevic a partire dall'economia distrutta da dieci anni di conflitti, fino al problema del Kosovo. L’avvio delle riforme economiche e sociali, l'impegno per una maggiore trasparenza nella vita politica, l'impegno contro la criminalità politico-mafiosa, la volontà di collaborazione con la giustizia internazionale, con l'arresto di Milosevic e la sua consegna al Tribunale internazionale per la ex Jugoslavia, consentirono a Djindjic e al suo governo di riconquistare la considerazione della comunità internazionale e fecero riguadagnare rispetto alla Serbia.
In una delle sue ultime interviste, replicando alla critica di non essere abbastanza patriottico, Djindjic rispose che per lui patriottismo significava impegnarsi affinché i suoi figli potessero rimanere a vivere nel loro Paese, potessero parlare la loro lingua e non dovessero essere costretti emigrare in cerca di lavoro. Oppositore di Slobodan Milosevic, sincero democratico, uomo di cultura, europeista, Zoran Djindjić fu un nemico giurato della Serbia dei criminali: criminali di guerra, mafiosi, politici corrotti. Ma i suoi oppositori, le trame occulte che legavano apparati dello Stato, elementi del vecchio regime, ex militari, militari in servizio e organizzazioni criminali, in quegli anni erano ancora potenti. L’impegno di Djindjic diventò troppo scomodo e la decisione di eliminarlo divenne inevitabile.
Tre giorni dopo l’attentato che gli costò la vita, centinaia di migliaia di cittadini parteciparono ai funerali del leader che stava dando una speranza ai serbi che volevano lasciarsi alle spalle il regime di Milosevic. Alle esequie erano presenti anche settanta delegazioni internazionali. Lo stesso giorno dell’assassinio, il governo serbo accusò come organizzatori ed esecutori i membri del cosiddetto "clan di Zemun", indicando come capi di questo gruppo Milorad Ulemek Legija, ex comandante della disciolta "Unità per le operazioni speciali", i famigerati "Berretti rossi", Dusan Spasojevic e Mile Lukovic Kum.
L'inchiesta permetterà di scoprire che il cecchino che sparò contro il premier, Zvezdan Jovanović, apparteneva al potente clan mafioso di Zemun. Le indagini e i processi hanno portato all’arresto di altri membri del clan che, con le loro testimonianze, hanno inchiodato Milorad Ulemek "Legija". Organizzatori e esecutori materiali dell'omicidio sono quindi stati assicurati alla giustizia, ma ciò che non è stato chiarito e che probabilmente resterà tra i misteri della Serbia moderna è chi furono i mandanti politici dell'assassinio di Zoran Djindjic.
Oggi, in Serbia tante cose sono cambiate, ma tanti problemi sono rimasti sul tappeto. In un periodo di incertezza politica e sociale, con la pesante crisi economica in atto e una crisi di governo in vista e la possibilità di elezioni anticipate il prossimo autunno, a poco più di un anno da quelle del maggio 2012 che hanno cambiato gli equilibri politici a Belgrado, ci si chiede se in Serbia ci sia qualcuno oggi in grado di riprendere l’opera iniziata da Zoran Djindjic, e di dare finalmente alla Serbia quella prospettiva democratica, riformatrice ed europea che la sua uccisione ha fino ad oggi ritardato.
venerdì 8 marzo 2013
RACCONTA L'EUROPA ALL'EUROPA: LA SERBIA A DIECI ANNI DALL'OMICIDIO DI ZORAN DJINDJIC
Sesta puntata del ciclo di Speciali di Passaggio a Sud Est che fanno parte del progetto europeo promosso da Osservatorio Balcani e Caucaso
La realtà politica, sociale e culturale della Serbia, paese chiave della regione, a dieci anni dall'assassinio di Zoran Djindjic, il premier che fu il simbolo della rinascita dopo gli anni oscuri del crollo della Jugoslavia, del regime di Milosevic e delle guerre che insanguinarono i Balcani.
Dieci anni dopo il traumatico omicidio di Djindjic, a che punto è la Serbia, qual è la situazione politica, come procede il processo di integrazione nell'Unione europea, quali probemi restano irrisolti, quali energie fanno sperare in un futuro migliore?
Partecipano alla trasmissione:
Ivan Vejvoda, vicepresidente del German Marshall Fund e uno dei maggiori intellettuali serbi
Dragan Petrovic, corrispondente dell'Ansa da Belgrado,
Federico Sicurella, corrispondente di Osservatorio Balcani e Caucaso.
Con le opinioni di Srdjan Bogosavljevic, di Ipsos Strategic Marketing, e di Sonja Licht, fondatrice e presidente del Belgrade Fund for Political Excellence.
Conclusioni di Luka Zanoni, direttore della testata giornalistica di Osservatorio Balcani e Caucaso.
Ascolta qui il sesto Speciale "Racconta l'Europa all'Europa": Serbia
Vai alla pagina dedicata al progetto sul sito di Radio Radicale
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La realtà politica, sociale e culturale della Serbia, paese chiave della regione, a dieci anni dall'assassinio di Zoran Djindjic, il premier che fu il simbolo della rinascita dopo gli anni oscuri del crollo della Jugoslavia, del regime di Milosevic e delle guerre che insanguinarono i Balcani.
Dieci anni dopo il traumatico omicidio di Djindjic, a che punto è la Serbia, qual è la situazione politica, come procede il processo di integrazione nell'Unione europea, quali probemi restano irrisolti, quali energie fanno sperare in un futuro migliore?
Partecipano alla trasmissione:
Ivan Vejvoda, vicepresidente del German Marshall Fund e uno dei maggiori intellettuali serbi
Dragan Petrovic, corrispondente dell'Ansa da Belgrado,
Federico Sicurella, corrispondente di Osservatorio Balcani e Caucaso.
Con le opinioni di Srdjan Bogosavljevic, di Ipsos Strategic Marketing, e di Sonja Licht, fondatrice e presidente del Belgrade Fund for Political Excellence.
Conclusioni di Luka Zanoni, direttore della testata giornalistica di Osservatorio Balcani e Caucaso.
Ascolta qui il sesto Speciale "Racconta l'Europa all'Europa": Serbia
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giovedì 7 marzo 2013
PASSAGGIO IN ONDA
E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est trasmessa da Radio Radicale oggi 7 marzo. La trasmissione è ascoltabile nella sezione "In Onda" del blog oppure, insieme a quelle precedenti, sul sito di Radio Radicale.
giovedì 15 marzo 2012
SERBIA: LA CANDIDATURA ALL'UE E LA MEMORIA DI ZORAN DJINDJIC
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| Zoran Djindjic |
Sono passati nove anni dall'uccisione del premier serbo Zoran Đinđić e in occasione di questa tragica ricorrenza, sono in molti a ricordarlo, soprattutto nel momento in cui questo anniversario coincide praticamente con l'attribuzione dello status di candidato alla Serbia. Si parla della sua lotta senza compromessi per la democrazia e per l'ordinamento democratico che e' l'essenza dell'idea europea. Molti affermano che la Serbia in Europa e' indubbiamente un progetto di Zoran Đinđić e che la candidatura all'adesione all'Ue e' la vittoria delle sue idee.
L'ex premier serbo fu stato assassinato nel cortile della sede del governo serbo il 12 marzo 2003. Đinđić fu il primo premier serbo dopo la caduta del regime di Slobodan Milošević e dopo l'arrivo al potere del DOS, l'Opposizione democratica della Serbia. Durante il suo mandato inizio' il processo della democratizzazione della societa' serba e le riforme economiche e sociali. Il governo di Đinđić si impegnava per la collaborazione con il Tribunale dell'Aja e in quell'epoca furono arrestati alcuni imputati dell'Aja tra cui anche l'ex presidente della Serbia e della Jugoslavia, Slobodan Milošević, estradato all'Aja il 28 giugno 2001.
Nel maggio 2007, l'ex comandante delle unita' per le operazioni speciali del Ministero degli interni serbo, Milorad Ulemek e' stato condannao a 40 anni di carcere per aver organizzato l'assassinio di Đinđić mentre come esecutore diretto, altrettanto a 40 anni di reculusione e' stato giustiziato l'ex vice comandante di queste unita', Zvezdan Jovanović. Le sentenze sono state confermate nel 2008 in secondo grado e poi nel 2009 in terzo grado.
La presidente del Fondo per l'eccellenza politica di Belgrado, Sonja Liht afferma che anche se molti vedono Đinđić come un prediletto dell'Occidente, durante la sua vita non aveva il sostegno necessario per le sue decisioni politiche pragmatiche e spesso rischiose. "Zoran Đinđić era un uomo estremamente ambizioso nel senso di raggiungere i cambiamenti, era veloce a prendere decisioni essenziali e come una locomotiva ha cercato di spingere il paese in avanti. Pero' dobbiamo ricordare anche che, purtroppo, mentre era vivo non ha ottenuto il sufficiente appoggio nemmeno dalla stessa Europa – piu' gli e' stato promesso di quello che gli e' stato dato. Molte cose sono anche nostra responsabilita' ma non siamo soltanto noi responsabili per il cammino della Serbia negli ultimi 12 anni" ha detto Sonja Liht per la Deutsche Welle. Va sottolineato che la Procura per il criminale organizzato ha deciso che non sono state trovate sufficienti prove per sollevare le accuse che potrebbero scoprire lo sfondo politico dell'assassinio dell'ex premier serbo.
Svetlana Lukić, redatrice di 'Peščanik', uno dei rari media indipendenti in Serbia, scrive il settimanale croato 'Nacional', in occasione dell'anniversario dell'uccisione di Đinđić ritiene che e' cinico dire che vi sia una continuita' seria con la politica di Zoran Đinđić in Serbia. Lukić ricorda che la Serbia ha le stesse condizioni come gli altri paesi candidati, in piu' la questione della collaborazione con l'Aja e il Kosovo. Se la prima questione e' stata risolta, il Kosovo, afferma Lukić, non e' nemmeno vicino alla soluzione il che e' visibile anche dalle diverse interpretazioni sugli accordi raggiunti. Se anche questa condizione viene considerata adempiuta, tutte le altre condizioni, vale a dire le riforme dello stato, a partire dalle riforme della giustizia, dei media, della lotta alla corruzione, la restituzione, niente e' stato fatto. Per questa ragione, e' dell'opinione Svetlana Lukić, le riforme iniziate da Zoran Đinđić, da allora praticamente non si sono piu' mosse e ritiene che in molte cose si e' andati perfino indietro. Lukić critica che in vista delle elezioni tutte le opzioni sono aperte e per nessuna cosa, che si pensa avvenuta, non si e' certi che sia veramente accaduta. In questo senso punta sul fatto che in Serbia non si sa qual'e' l'accordo tra Belgrado e Priština. Ne' in Serbia, ne i serbi in Kosovo, ne' gli albanesi kosovari, non sanno qual'e' il contenuto degli accordi, afferma questa giornalista.
[*] Il testo è tratto dalla puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi a Radio Radicale
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