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sabato 16 maggio 2015

SREBRENICA, LA GIUSTIZIA NEGATA

Da qualche giorno è in libreria il nuovo libro di Luca Leone, “SREBRENICA. LA GIUSTIZIA NEGATA”, scritto a quattro mani con Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia.
 
A venti anni dal genocidio Leone e Noury hanno deciso di affrontre quella vicenda terribile con un linguaggio semplice e in forma di dialogo con l'obiettivo non solo di raccontare cause, svolgimento e conseguenze del genocidio di Srebrenica, ma di analizzare tutto ciò che ruota da vent’anni intorno a questo orrore della storia europea contemporanea.

L'11 luglio 1995: oltre ottomila (ma alcune stime parlano di più di diecimila) maschi tra i 12 e i 76 anni vengono catturati, torturati, uccisi e inumati in fosse di massa. Lo stesso destino tocca ad alcune giovani donne che vemngono prima stuprate e poi uccise. Le vittime sono bognacchi (bosniaci di religione musulmana), da oltre tre anni assediati dalle forze ultranazionaliste serbo-bosniache agli ordini di Ratko Mladić e dalle bande di paramilitari serbi. Venti anni dopo, Mladic e Karadzic (l'allora capo politico dei serbo-bosniaci) sono sotto processo all'Aja, alcuni capi paramilitari sono morti, ma ancora molti dei carnefici di allora sono a piede libero e una parte dell'opinione pubblica serba li considera "eroi" lasciando un profondo senso di ingiustizia e di impotenza nei sopravvissuti.
 

Il libro di Leone e Noury è un reportage nel buco nero della guerra e del dopoguerra bosniaco e nella mancanza di giustizia che seguita al genocidio di Srebrenica, una delle pagine più nere della storia europea del Novecento e sicuramente la peggiore dalla fine della seconda guerra mondiale. In questo viaggio attraverso uno degli eventi più importanti e mostruosi della storia del Novecento gli autori si sono fatti accompagnare da amici importanti com Moni Ovadia, Miralem Pjanic, Irfanka Pašagic, Silvio Ziliotto. Che hanno scritto quanto segue.

“L’ipocrisia, il cinismo e l’indifferenza della politica interessata solo al potere, fanno sì che ancora, a Srebrenica, le vittime degli orrori debbano vedersi quotidianamente davanti, impuniti, arroganti, beffardi, minacciosi – spesso trasformati in eroi –, molti dei loro carnefici o quelli dei loro cari sepolti in fosse comuni o fatti a pezzi e conservati in frigoriferi, gli stupratori individuali e di massa, e non possano elaborare immani sofferenze e lutti atroci. Noi piccoli o grandi militanti della Memoria e attivisti dell’integrità inviolabile dell’uomo, ci sentiamo presi alla gola da un insopprimibile senso di impotenza sfregiato da revisionismi e negazionismi. Qualcosa però possiamo farlo!”. (Moni Ovadia)

“Luca Leone e Riccardo Noury sanno quanto sia importane raccontare ciò che è stato fatto a Srebrenica e quanto sia vitale che anche gli altri, più persone possibile, sentano e facciano qualcosa affinché finalmente avvenga quello che le Donne di Srebrenica da anni chiedono durante le loro proteste non violente, che si svolgono l’11 di ogni mese a Tuzla: ‘Noi vogliamo verità e giustizia, e vogliamo condanne per i criminali’”. (Irfanka Pašagic)

“Il popolo bosniaco va accompagnato e aiutato verso quell’Europa che qui ha dimenticato a lungo le sue carte dei diritti e da qui deve ripartire in un cammino, arduo ma possibile, di pace e giustizia”. (Silvio Ziliotto)

“I bosniaci hanno un cuore grande e meritano un futuro positivo. Spero davvero che andrà sempre meglio. Io continuerò a fare il massimo per aiutare il mio Paese”. (Miralem Pjanic)
Ci accompagnano, inoltre, in questo viaggio, alcune associazioni importanti, Amnesty International in testa, quindi Rete, Sie, Iscos, Associazione per i popoli minacciati.

Il consiglio di Passaggio a Sud Est è di leggere “SREBRENICA. LA GIUSTIZIA NEGATA” e, se ancora non lo avete fatto, anche gli altri lavori che in questi anni Luca Leone ha dedicato alla sua amata Bosnia e che trovate sul sito della Infinito Edizioni. 

Leggi qui la prefazione del libro

GLI AUTORI

Luca Leone
(Albano Laziale, 1970), giornalista professionista e saggista, è laureato in Scienze politiche.
È direttore editoriale e co-fondatore della casa editrice Infinito edizioni. Ha scritto e scrive per molte testate. Ha firmato, tra gli altri, per Infinito edizioni: Srebrenica. I giorni della vergogna (2005-2011); Bosnia Express (2010); Saluti da Sarajevo (2011); I bastardi di Sarajevo (2014).

Riccardo Noury
E' il portavoce di Amnesty International Italia, organizzazione non governativa per i diritti umani di cui fa parte dal 1980. Ha curato Non sopportiamo la tortura (Rizzoli Libri Illustrati, 2001), Poesie da Guantánamo (Edizioni Gruppo Abele, 2007) ed è stato coautore di Un errore capitale (EdizioniCultura della Pace, 1999). Blogger per Il Corriere della Sera, Il Fatto Quotidiano e Articolo 21. Zemaniano.

 

giovedì 20 novembre 2014

"I BASTARDI DI SARAJEVO": INTERVISTA A LUCA LEONE

"I bastardi di Sarajevo" (Infinito Edizioni) è l'ultima fatica editoriale di Luca Leone, giornalista, scrittore ed editore. Il suo primo romanzo, dopo tanti saggi, per raccontare la realtà di Sarajevo e della Bosnia di oggi: un Paese e la sua capitale prede della corruzione politica interna e internazionale, in cui èsempre più difficile avere speranze per il futuro.
  

Ascolta qui l'intervista a Luca Leone





I BASTARDI DI SARAJEVO
Una città in balìa della corruzione, un Paese senza speranze di futuro, il fantasma del passato che torna dall’Italia
Prefazione di Riccardo Noury. Introduzione di Silvio Ziliotto. Postfazione di Eldina Pleho

Leggi la prefazione

Acquistabile in libreria o direttamente sul sito di Infinito Edizioni

giovedì 30 ottobre 2014

I BASTARDI DI SARAJEVO

Una città in balìa della corruzione, un Paese senza speranze di futuro, il fantasma del passato che torna dall’Italia
Il nuovo libro di Luca Leone, con prefazione di Riccardo Noury, introduzione di Silvio Ziliotto e postfazione di Eldina Pleho

“Io e te siamo musulmani per convenienza, corrotti per scelta, scaltri per divertimento, potenti per vocazione, Nihad… perché tu non sei migliore di me, rassegnati… sei il servo perfetto per il perfetto padrone…!”.

“La scrittura acre e tosta di Leone manda di morte e polvere da sparo e ci indirizza verso un’Ade balcanica senza ritorno e senza via d’uscita, ove la cartolina ridente della Bosnia Erzegovina e della pittoresca Sarajevo si scolora, accartoccia, annerisce, come buttata nelle braci ardenti del camino della Storia recente, per poi divenire velina nera e negativo evanescente che scompare in cenere”. (Silvio Ziliotto)

I bastardi di Sarajevo ringhiano forte, sia nel presente che nei ricordi del passato dei protagonisti del libro. C’è la crudeltà e la spregiudicatezza dei carnefici e la sofferenza taciuta delle vittime, soprattutto donne. La voglia di rivoluzione dei giovani e la saggezza rassegnata e ironica di un Professore. La brama sanguinaria di certi turisti e la ricerca di redenzione da parte di chi – come molti di noi – ha guardato da spettatore la guerra e non ha fatto ciò che doveva. I personaggi sfilano davanti al lettore sul palcoscenico decadente di una Sarajevo dai mille angoli bui, con l’autore che tesse una trama perfetta e avvincente fatta di soli dialoghi. Il teatro dei bastardi di Sarajevo non ha ancora calato il sipario.

“Non è un giallo, quello di Luca Leone. Il colore dominante de I bastardi di Sarajevo è il nero: non solo come genere letterario noir, quanto soprattutto come colore dell’umore del presente e prospettiva del futuro. La Sarajevo che Leone descrive è una Sarajevo ancora sotto assedio”. (Riccardo Noury)

“Al termine della lettura di questo libro, resta ancora uno spiraglio di luce per la disgraziata umanità bosniaca che, comunque, continua a resistere”. (Eldina Pleho)


LUCA LEONE (Albano Laziale, 1970), giornalista professionista e saggista, è laureato in Scienze politiche. È direttore editoriale e co-fondatore della casa editrice Infinito edizioni. Ha scritto e scrive per molte testate. Ha firmato, tra gli altri, per Infinito edizioni: Srebrenica. I giorni della vergogna, (2005-2011); Bosnia Express, Infinito edizioni (2010); Saluti da Sarajevo, 2011; Mister sei miliardi (2012); Fare editoria (2013).
Il suo blog: lucaleone.blogspot.com; Facebook: Luca Leone; Twitter: @LeoneBiH

venerdì 13 luglio 2012

ME NE VADO A EST

Italiane e italiani nell'Europa ex comunista

La Cina è vicina, si diceva tanti anni fa, guardando preoccupati o affascinati, secondo i punti di vista, al Paese della rivoluzione maoista. Anche oggi la Cina è vicina, molto vicina, diventata ormai la potenza politica ed economica con cui facciamo i conti da qualche anno. La Cina è vicina all'Italia, anche per gli scambi commerciali e gli interessi economici. Sui quali si esercitano politici, analisti e commentatori. Ma l'oriente cinese non è il solo che ci riguarda. C'è un altro Est, che è molto più vicino a noi e che è anche più importante di quello cinese. Ci riferiamo all'est europeo e per capire di cosa stiamo parlando basta dire che per ogni imprenditore italiano che investe in Cina ve ne sono quattro che fanno altrettanto e si spostano nell'Europa dell'Est.

Migliaia di imprese italiane hanno deciso di portare in tutto o in parte la loro produzione nei Paesi che una volta si trovavano oltre quella che era stata definita la “cortina di ferro”, nella parte di Europa che si è aperta al mercato dopo il crollo del muro di Berlino. Accanto agli imprenditori ci sono altre migliaia di italiani e italiane che, per i motivi più diversi, hanno deciso di lasciare il Belpaese e andare a vivere in quello che una volta era l'Europa comunista. E' un fenomeno importante, ma troppo spesso sottovalutato. A questa lacuna pone rimedio un libro uscito a maggio di quest'anno che racconta proprio le storie degli italiani che ha deciso di investire il proprio lavoro e la propria vita in questa parte del nostro continente e le realtà che hanno trovato e con cui devono fare i conti.

Il libro si intitola Me ne vado a Est. Imprenditori e cittadini italiani nell’Europa ex comunista, è pubblicato da Infinito Edizioni ed è stato scritto a quattro mani da Matteo Ferrazzi, laureato in Economia politica, ricercatore presso Prometeia ed economista all'ufficio studi di Unicredit, giornalista, ha partecipato come speaker a decine di conferenze internazionali sulle tematiche dell'Est Europa e ha scritto numerosi rapporti, contributi a libri e articoli (vive tra Vienna, l'Est Europa e Milano potete contattarlo scrivendo a matteo.ferrazzi@fastwebnet.it), e da Matteo Tacconi, giornalista indipendente che scrive di Balcani, Europa centro-orientale e area russa, ha all'attivo due libri (Kosovo, la storia, la guerra, il futuro e C'era una volta il Muro, viaggio nell'Europa ex comunista, entrambi editi da Castelvecchi, ha curato Narconomics, inchiesta a più mani sul narcotraffico internazionale (Lantana) e che oltre alle diverse testate per cui scrive (Europa, Limes, East, Narcomafie, Popoli, Reset, Linkiesta e altre ancora) potete trovare sul suo blog www.radioeuropaunita.wordpress.com

La registrazione dell'intervista è disponibile sul sito di Radio Radicale, oppure è ascoltabile direttamente qui




Me ne vado a Est
Imprenditori e cittadini italiani nell’Europa ex comunista
Di Matteo Ferrazzi e Matteo Tacconi
Introduzione di Federico Ghizzoni
Postfazione di Angelo Tantazzi
Con il patrocinio di Confindustria Balcani e East

“Me ne vado a Est è un volume unico nel suo genere. In una qualunque libreria si trovano libri sulla Cina, sull’India, sul Brasile, sulla Russia. Mai, però, un testo come questo, che sapesse dare una visione complessiva sull’Europa dell’Est e che avesse il coraggio e la capacità di raccontare le storie di coloro che hanno varcato l’ex Cortina di ferro”. (Federico Ghizzoni, a.d. UniCredit)

Migliaia di imprenditori e cittadini italiani hanno lasciato il Belpaese per andare a vivere e a produrre a Est, nei Paesi dell’Europa orientale e balcanica un tempo oltrecortina. Me ne vado a Est racconta le storie di chi ce l’ha fatta e di chi non ce l’ha fatta – imprenditori e manager, calciatori e veline. E, soprattutto, spiega le economie e i sistemi politici di questi Paesi con passione e semplicità, mettendo in evidenza luci e ombre di un processo che sta cambiando l’industria italiana e tutte le nostre vite.
Me ne vado a est ci spiega che l’80 per cento delle imprese italiane attive nell’Europa dell’Est lavora principalmente in quattro Paesi: Romania, Polonia, Ungheria e Bulgaria. Le aziende italiane con più di 2,5 milioni di euro di fatturato annuo attive in questi quattro Paesi sono 4.000 e rappresentano un quinto della presenza imprenditoriale italiana nel mondo. Sommando le aziende italiane attive in Serbia, Bosnia, Macedonia e altri Paesi, le cifre sono ancora più sorprendenti. Ancora più straordinario è il fatto che il numero di imprese italiane presenti nell’Europa dell’Est è quattro volte superiore a quello delle aziende, sempre italiane, attive in Cina. Se tenessimo conto anche delle piccole e piccolissime imprese, la proporzione sarebbe ancora più accentuata. Idem per l’import-export: importiamo dall’Europa orientale tre volte e mezzo quello che importiamo dalla Cina; esportiamo a Est un flusso di merci otto volte superiore a quello diretto verso il Dragone.
Me ne vado a Est prova a colmare un grave vuoto di conoscenza e a tracciare un’analisi dei Paesi di destinazione e a spiegare le ragioni, le delusioni e le difficoltà che spingono a varcare la frontiera.  

“Il testo di Ferrazzi e Tacconi non è un libro solo per economisti. Mette insieme elementi di storia, di cultura e di politica, aneddoti, vicende sociali. È una piccola enciclopedia, adatta ai curiosi come ai viaggiatori, che aiuterà a riscoprire l’Est, una regione che è ormai parte integrante del nostro panorama produttivo e culturale”. (Angelo Tantazzi)

Per informazioni, Infinito edizioni: 06/93162414 www.infinitoedizioni.it
Maria Cecilia Castagna: 320/3524918

sabato 8 ottobre 2011

SALUTI DA SARAJEVO

Oggi è sabato, il fine settimana promette di essere all'insegna del bel tempo (anche se il clima è decisamente più fresco) e quindi lascio da parte le questioni più strettamente politiche per segnalarvi un libro. Non è un saggio di analisi geopolitica e nemmeno un romanzo legato a temi storici: è una guida dedicata ad un città, alla sua storia, alla sua realtà e al suo futuro. Una guida dedicata a Sarajevo, una delle più belle città europee: e dico belle nel senso più ampio della parola. Se non l'avete ancora vista andateci, giratela a piedi, annusatela, toccate le sue pietre, guardatele, quelle vecchie e quelle nuove. Magari arrivateci da Belgrado dopo aver trascorso 8 lente ore di treno e aver attraversato un pezzo di ex Jugoslavia, cioè di storia europea, cioè di storia nostra.

Il libro che vi voglio segnalare è appena uscito da poco in libreria e si intitola SALUTI DA SARAJEVO, ha 132 pagine e costa € 14,50. Lo ha scritto Luca Leone e ha una prefazione di Eldina Pleho e un'introduzione di Kanita Ita Focak. E' pubblicato da Infinito Edizioni. Si presenta come l'unica guida, a colori, su Sarajevo e sulla sua storia.
Spiega il comunicato dell'editore: Saluti da Sarajevo è un omaggio a una città stupenda, straziata fin nel profondo dell’anima dalla barbarie della guerra ma, ciò nonostante, ineguagliabile per la sua capacità di accogliere e di stupire. Saluti da Sarajevo narra 4.500 anni di storia della città e ne racconta gli scorci e l’essenza attraverso splendide immagini a colori e consigli di percorsi di visita, concentrandosi sulla sua urbanità incredibile, sulla sua innata e insopprimibile tolleranza e laicità.
Seguendo la scelta fatta con Bosnia Express – ovvero avviare una nuova fase di narrazione sulla Bosnia Erzegovina, che non si occupi più solo del passato e in particolare della guerra ma che invece si concentri sul presente e sulle prospettive future – l’autore di Saluti da Sarajevo racconta con immagini a colori di alta qualità e testi la Capitale bosniaca di oggi, descrivendone scorci, percorsi, storia, sviluppo, contraddizioni, e disegnando un libro a metà strada tra il reportage giornalistico, il diario di viaggio e la guida sia per neofiti che per conoscitori della città.
Saluti da Sarajevo, progetto unico nel suo genere, porta il lettore a confrontarsi con una Sarajevo inattesa, nuova, a tratti altera ma sempre accogliente, concentrandosi sui suoi quartieri e luoghi più importanti e unici, che raccontano una storia e mille storie affascinanti e uniche, come unica sa, può e deve essere Sarajevo.

“Nessuno può raccontare Sarajevo meglio di coloro che ne comprendono l’essenza. L’autore di questo libro è uno di loro, una persona che cerca di imparare la lezione che Sarajevo vuole tramandare all’umanità, una lezione che pensavamo di avere già imparato... Benvenuti a Sarajevo, una città non perfetta ma che vi può raccontare una storia che vi renderà molto più vicini alla perfezione che tutti desideriamo”. (Eldina Pleho)

“A sedici-diciassette anni ho conosciuto il mio futuro marito. Lui, nato sarajevese da un’antica famiglia, mi portava nei posti più belli e dall’alto mi faceva vedere la sua città, mi raccontava le storie degli abitanti, delle sue vie, delle case. Mi raccontava la bellezza delle tradizioni portate da queste parti da vari popoli... E non so più se mi sono innamorata prima di lui o della sua città”. (Kanita Ita Focak)

Leggi la prefazione al libro di Eldina Pleho

Val sito di Infinito Edizioni

venerdì 1 luglio 2011

BOSNIA: IL DISCONOSCIMENTO DELL'ALTRO COME PERSONA

La dichiarazione di due grandi psichiatri italiani su “Il sentiero dei tulipani”
Due grandi psichiatri italiani – il dottor Domenico Casagrande e il dottor Lorenzo Toresini – hanno studiato approfonditamente IL SENTIERO DEI TULIPANI. PSICONAZIONALISMO IN BOSNIA ERZEGOVINA del ricercatore storico e scrittore Angelo Lallo (Infinito edizioni, 2011) e hanno redatto di loro pugno una dichiarazione che sia per l’autore che per l’editore costituisce un vanto. La riportiamo a beneficio di lettori, stampa, specialisti della mente, poiché riteniamo il testo di seguito estremamente importante e splendidamente descrittivo di un libro di eccezionale qualità e assolutamente unico nel suo genere.


“La Psichiatria nata dalle radici del pensiero borghese ha nel suo codice genetico i princìpi di tolleranza nei confronti del “diverso” che non meritava la punizione della sofferenza nelle segrete. Con la psichiatria sociale – tentativo di inventare uno strumento di controllo sociale nel territorio – e l’eugenetica nasceva lo strumentario del depistaggio della devianza psicopatologica e sociale, con l’allontanamento dei diversi dal consesso dei sedicenti normali.
La storia spesso è certamente fatta di elementi imponderabili, seppur talvolta indimostrabili, ma in Bosnia e Erzegovina durante l’ultimo conflitto la logica della pulizia etnica si è coniugata efficacemente con quella della psichiatria sociale. “Il sentiero dei tulipani” di Angelo Lallo ha evidenziato che quando si utilizza l’armamentario della paura e dell’angoscia a protezione di un gruppo o di una etnia, l’effetto è la distruzione del presupposto dell’eguaglianza degli uomini. Il conflitto in Bosnia e Erzegovina rappresenta il paradigma esemplare del disconoscimento dell’altro come persona, gruppo e nazione”.

Dr. Domenico Casagrande
Psichiatra - componente del Comitato Scientifico della Fondazione San Servolo IRSESC (Istituto di Ricerche e Studi sull’Emarginazione Sociale e Culturale) di Venezia

Dr. Lorenzo Toresini
Psichiatra - Primario del Servizio di Salute Mentale di Merano (Bz)

30 giugno 2011


IL SENTIERO DEI TULIPANI
Lo stupro di cinquantamila donne, oltre centomila morti, la devastazione della Bosnia Erzegovina affondano le radici nello psiconazionalismo, cui è dedicato questo libro, assolutamente unico. Il nazionalismo balcanico si è intrecciato con teorie di studiosi appartenenti a varie discipline, animati da un’ideologia esasperata. Nei Balcani ci si è trovati di fronte a un nazionalismo che ha operato una torsione verso discipline psichiatriche, con sconfinamenti teorici tratti da psicologia, filosofia, storia e genetica. Una variante del nazionalismo, questa, che ha trovato piena sintonia con gli ambienti militari, politici, economici che ne hanno assunto le teorie, utilizzandole come base per le pulizie etniche e gli eccidi – incluso il genocidio di Srebrenica – della guerra in Bosnia e in Croazia (1991-1995) e, successivamente, come protezione per non essere condannati per i crimini commessi.
“Il sentiero dei tulipani dovrebbe essere letto e studiato in tutte le scuole bosniache. Quelle stesse scuole in cui vige un sistema non di rado di apartheid tra gli studenti delle diverse nazionalità e in cui i ragazzi studiano su libri bugiardi scritti e stampati non con la logica di insegnare la Storia ma con il fine di inculcare la propaganda”. (Luca Leone)

©Infinito edizioni 2011

lunedì 26 aprile 2010

IL BOSCO DOPO IL MARE

In occasione del 25 aprile, la casa editrice Infinito Edizioni ha messo a disposizione un testo scritto dal grande intellettuale Predrag Matvejevic per presentare "Il bosco dopo il mare" il libro di Giacomo Scotti, dedicato alla lotta antifascista e antinazista nei Balcani e al sacrificio di migliaia di italiani, a fianco delle forze di liberazione partigiane jugoslave. Buona lettura.


Di Giacomo Scotti, poeta, narratore e favolista, instancabile ricercatore, pubblicista e traduttore in italiano di non so quante opere letterarie nostre e dall’italiano nella nostra lingua, ho già scritto in diverse occasioni. La sua energia e i risultati letterari da essa scaturiti suscitano il mio profondo rispetto e alimentano la nostra pluriennale amicizia.

Ambedue siamo venuti a trovarci spesso in situazioni non proprio piacevoli, che io definisco come posizioni “fra il tradimento e l’offesa”. Negli ambienti plurinazionali nei quali abbiamo operato per lunghissimi anni – Giacomo Scotti a Fiume, nel Quarnero, in Istria e a Trieste, a tutela e nelle file della comunità italiana, io nella Jugoslavia multietnica e soprattutto nella Croazia in cui ho vissuto e nella Bosnia-Erzegovina dove sono nato – qualsiasi parola critica indirizzata alla propria comunità nazionale, maggioritaria o minoritaria che sia, viene interpretata sovente come un tradimento, mentre la critica rivolta a un esponente di un’altra cerchia o di un’altra nazione è vista e respinta come un’offesa. Queste reazioni restringono lo spazio della parola critica, lo trasformano via via in una fenditura sempre più stretta, nella quale il significato della stessa critica si esaurisce, si perde.

Più volte mi è capitato di prendere le difese di Scotti e del suo diritto alla “critica di tutto l’esistente” come essa veniva definita dalla sinistra nell’ex Jugoslavia. Scotti non mi è rimasto debitore, venendomi in aiuto soprattutto quando, dopo essere emigrato in Francia, andai a vivere in Italia in volontario esilio. Ci eravamo dati reciprocamente la mano già mezzo secolo addietro.

Il bosco dopo il mare, il libro di Scotti sugli Italiani che passarono nelle file partigiane nei Balcani, un terreno nel quale l’autore scava con ottimi risultati sin dagli inizi degli anni Sessanta del secolo da poco tramontato, ha lasciato in me una profonda impressione, mi ha commosso. Ha ridestato i ricordi di un tempo che segnò la mia tarda infanzia e la mia prima giovinezza, vissute nella nativa Mostar occupata dall’esercito italiano. Perciò, invece di ricorrere a un discorsetto d’occasione e di scrivere parole di elogio, di ammirazione sulla vita e sull’opera di una persona come solitamente si usa in occasione degli anniversari – e Scotti ha appena festeggiato gli 80 anni di vita e i 60 di una feconda scrittura senza aver perso la freschezza intellettuale e tanto meno l’entusiasmo creativo – mi sembra più appropriato dedicargli un brano della mia biografia molto strettamente legato all’Italia e a questo nuovo racconto partigiano di Scotti, nel quale il narratore e il ricercatore/storico si confondono. Il brano è intitolato Mario, e Mario è in qualche maniera il parente più prossimo, forse un fratello, sia per Giacomo che per me, ma soprattutto per il protagonista principale – Clemente Vavassori – del libro di Scotti.

A volte, sia in Jugoslavia che in Italia, si è evitato di parlare dei “garibaldini”, come noi chiamavamo quei soldati italiani che, disertando l’esercito occupatore di Mussolini, scelsero di entrare nelle file della Resistenza antifascista jugoslava, nelle file dell’esercito partigiano di Tito. Riproporre nuovamente questo tema oggi, quando anche in Italia varie mitologie del passato cercano di ribaltare e stravolgere la realtà storica, mi sembra giustificato e opportuno.

* * *

Si tratta di alcuni episodi di un tempo lontano, che influirono fra l’altro sul mio rapporto con l’Italia. Senza di loro, forse, non mi sarei deciso a stabilirmi in questo Paese emigrando dall’ex Jugoslavia in guerra. La mia testimonianza potrebbe essere intitolata Come ho conosciuto l’italiano. Il ragazzino di allora non distingueva “un italiano” dall’italiano in genere.

Era primavera, primi giorni di aprile. Allora cominciò la guerra nel nostro Paese. Ricordo uno strano contrasto: da una parte le giornate luminose e serene, dall’altra i volti scuri e preoccupati. Nel cielo volavano aerei e sganciavano bombe sulla città dove vivevo con mia madre e una sorellina. Mio padre era stato mobilitato nell’esercito e mandato al fronte. All’epoca, nel 1941, non conoscevo neppure il significato della parola fronte, né sapevo dove potesse trovarsi.

A Mostar ci sono diversi ponti sul fiume, tra questi lo Stari Most (il ponte vecchio), che dà il nome alla città. Vi correvo quasi ogni giorno per osservare la Neretva che continuava a scorrere, come aveva sempre fatto, come scorre tuttora. Guardavo nell’acqua e, nell’aria, i gabbiani che venivano dal mare per posarsi accanto a me sul parapetto in pietra. In Erzegovina ci sono più pietre che terra. E la vita è dura.

La nostra città fu occupata dalle truppe italiane. Guardavo quei soldati con sospetto e timore. Il primo che incontrai aveva in testa un elmetto dal quale scendeva un ciuffo di penne: sentii che quei soldati con svolazzanti piume di gallo erano chiamati bersaglieri. Ne fui spaventato, avevo appena compiuto otto anni. Mi parve che fosse mio dovere proteggere la famiglia, essendo “l’unico maschio di casa”. Soprattutto difendere mia sorella, di alcuni anni più piccola di me. Divenni, ai miei stessi occhi, il suo protettore. Mi sentivo molto più adulto, più grande della mia età. La sera, prima di addormentarmi, pregavo con sincero ardore. Smisi di giocare. Evitavo d’incontrare i compagni di giochi. Avevo un cagnolino bianco che si chiamava Buška, divenne il mio migliore amico. Soffrivo nel vedere mia madre costretta a faticare tutta la giornata fuori casa. Era ancora giovane e bella, per me la più bella madre del mondo. Diventavo geloso quando si fermava a parlare con qualcuno: “Andiamo via, su!”, la tiravo per la gonna.

Mio padre non ci dava notizie; presto venimmo a sapere che era finito in un campo di lavori forzati, in qualche parte della lontana Germania. Avevano scoperto che era nato a Odessa e questo bastò per sbatterlo nel lager. Cominciai a scrivergli lettere, le spedivo a un indirizzo che, accanto al nome e al cognome, comprendeva soltanto due parole: “lager” e “Deutchland”. Nella mia innocenza pensavo che i postini sapessero certamente dove si trovava mio padre. Fu così che cominciai a scrivere. Talvolta, ripensandoci, ho l’impressione di non aver fatto altro che scrivere lettere per tutta la vita. Spesso spedite a indirizzi sbagliati…

Eravamo privi di tutto: mancavano il pane e il vestiario, la legna e il carbone per scaldarsi. Mia sorella si faceva sempre più pallida col passare dei giorni. La prese in cura un anziano dottore che da poco era riuscito a fuggire dalla “zona di occupazione” tedesca in Croazia trovando rifugio nella “zona italiana”, dove gli ebrei – e lui era un ebreo – si sentivano più sicuri. Il dottor Jungwiert – così si chiamava, ricordo bene il suo nome – pronunciò un giorno una parola che al solo sentirla mi gelò il sangue nelle vene: “Tubercolosi”. C’era un solo rimedio, spiegò: “Bisogna nutrirla bene”. E con cosa, dottore?

Poi successe qualcosa di peggio: nostra madre tornò dal lavoro con alcuni denti in meno. L’unica merce che si poteva vendere o scambiare per procurarsi dei generi alimentari era l’oro. Mia madre aveva alcuni denti d’oro e se li era fatti estrarre per venderli in cambio di cibo. Ma non bastarono. Tutto quello che era stato comprato fu ben presto consumato. E mia sorella non era ancora guarita.

Qui comincia appunto la storia che voglio raccontare.

Nelle vicinanze della nostra abitazione si trovava una caserma nella quale si sistemarono i soldati italiani. Cercavo di non badarci. Giravo alla larga per non incontrarli, la loro presenza mi era sgradita. Ma un giorno mia madre m’incoraggiò: “È gente che canta. Alcuni pregano pure, certamente ci sono delle brave persone anche fra di loro”. Mi suggerì di avvicinarmi a quei soldati per pregare qualcuno di loro di darci un po’ di riso per la mia piccola sorella. Imparai alcune parole italiane: dare, riso, sorellina, malata. Passai accanto a un soldato, poi a un secondo e a un terzo, farfugliando quelle parole, ma nessuno alzò gli occhi su di me. Probabilmente pensarono che fossi un mendicante. Il primo suonava l’armonica a bocca, il secondo guardava delle fotografie, il terzo era semplicemente immerso nei suoi pensieri. Fermatomi davanti al terzo, pronunciai per la seconda volta le quattro parole imparate a memoria, stavolta spiccicando meglio le sillabe. Mancavano le preposizioni, il verbo non era coniugato. La grammatica era assente ma speravo d’essere capito. Il soldato, infatti, trasalì, mi guardò, mi accarezzò i capelli, disse qualcosa che non capivo. Compresi però di essere di fronte a un uomo mite. Mi fece segno di aspettare, mi avrebbe portato qualcosa.

Tornò presto con una piccola gavetta militare, di color verde, con il coperchio di latta zincata. Il recipiente era pieno di riso cotto e condito. Non lo assaggiai nemmeno, portai subito tutto a casa. Tornai davanti alla caserma l’indomani, ci tornai anche dopodomani, e poi ogni giorno, per farmi riempire la gavetta con la minestra di riso.

Mia sorella, cibandosi di quel rancio militare, prese a star meglio. Ecco, conobbi così “l’italiano”, un soldato che si chiamava Mario. E questa fu la più bella storia in una triste infanzia.

Nell’autunno del Quarantatrè l’esercito italiano in Erzegovina e negli altri territori occupati cessò di combattere. I soldati fuggirono da varie parti, si dispersero. Alcuni passarono nelle file partigiane, altri si arresero ai tedeschi e finirono nello Stalag. Oppure furono trasferiti forzosamente sul fronte orientale, verso l’inverno russo che i giovani mediterranei non sopportavano; altri ancora vagarono qua e là per sfuggire alla cattura, decisi a raggiungere la costa adriatica, mettere le mani su qualche trabaccolo e passare sulla sponda opposta. Tornare a casa. A quell’epoca avevo ormai compiuto undici anni e mi rendevo conto di quello che stava succedendo.

Una sera, sul tardi, qualcuno bussò alla porta della nostra abitazione. Chi è?

“Mario”.

Entrò in casa silenzioso e guardingo. A mio zio, che si trovava nel corridoio d’ingresso, rivolse alcune parole: il soldato cercava un rifugio, una salvezza. Dietro la nostra casa c'era un piccolo locale che serviva da lavanderia. Lo sistemammo “provvisoriamente” in quel vano. Ma trepidavamo per lui e per noi stessi, nel timore che potessero scoprirlo. Ogni giorno, verso l’ora di pranzo, di nascosto, portavo a Mario una parte del poco cibo che noi si riusciva a trovare. Glielo portavo nella stessa gavetta verde che proprio lui mi aveva dato. Non so chi di noi due attendesse con maggior ansia quell’incontro: Mario che rimaneva per l’intero giorno solo e inquieto nell’angusta lavanderia, oppure io che all’improvviso ero diventato “grande”, pari agli adulti, complice del loro gioco. A quel punto sapevo già dire qualcosa di più delle quattro parole d’italiano e riuscivo anche a capire meglio. Imparai, tra l’altro, alcune parole di una canzone canticchiata da Mario, nella quale si parlava di Lugano: Addio Lugano bella… Ma dov’era Lugano? Che città meravigliosa era mai quella cantata dal mio “amico segreto”?

Non ricordo bene quanto tempo durarono quei nostri incontri. Ripensandoci, a volte mi pare che si protrassero a lungo, altre volte che passarono presto. Un giorno Mario mi spiegò che desiderava incontrare di nuovo mio zio, voleva parlargli. Mio zio aveva evitato la chiamata al fronte per una ferita alla gamba, che gli era valsa la destinazione a non so quali lavori nelle “retrovie”, a compiti sulla cui natura non osavamo chiedergli spiegazioni. S’incontrarono quella stessa sera, senza di me. L’indomani Mario sparì.

Mi sentivo triste, abbattuto. Perchè non mi aveva avvertito? Come ha potuto? Gli scrissi una lettera piena di rimproveri, ma non sapevo a quale indirizzo spedirla. Mia madre mi disse che dovevo gettarla nel fuoco, distruggerla, “per non farla trovare”, per evitare guai. Perchè, aggiunse, “Mario ha raggiunto il bosco”. E questo, a quell’epoca, significava che si era unito ai partigiani.

La guerra continuò. Continuarono anche le nostre tribolazioni, ma ormai ci eravamo abituati. I parenti che vivevano in campagna ci portavano ogni tanto quel poco di cibo che bastava a tenerci in vita. Vendemmo tutto ciò che si poteva vendere. C’indebitammo.

Trascorrevo tutto il tempo libero a suonare su un vecchio pianoforte, sognando di diventare un pianista famoso e guadagnare, così, un sacco di quattrini, tanti da poter pagare i debiti, rimettere a posto i denti della mamma, sfamare tutti i bambini della città. Mi innamorai di una giovane suora che mi dava lezioni gratuite di piano, avevo già dodici anni.

Si attendeva da un giorno all’altro che la guerra finisse. Ogni sera ascoltavamo Radio Londra. A Napoli c’erano già gli alleati. I russi si avvicinavano ormai ai confini del nostro Paese e proprio da loro mi attendevo il miracolo: ero sicuro di trovare fra i soldati russi, quando sarebbero arrivati da noi, qualcuno dei parenti di mio padre che fino ad allora non eravamo riusciti a conoscere. Un parente che sicuramente aveva una bella voce per cantare. Gli davo i nomi che trovai nella letteratura russa che cominciavo a leggere in lingua: Anatolij, Serghej, Vsevolod.

Il 13 febbraio 1945 finalmente Mostar venne liberata. In città entrarono i partigiani. In mezzo a loro c’erano numerosi combattenti italiani sparsi tra le varie brigate. C’era anche un intero battaglione chiamato Garibaldi. La sera di quel lungo e freddo giorno di febbraio qualcuno tornò a bussare alla porta della nostra casa. Il cuore mi salì in gola. Dal suono o meglio dalla cadenza e dall’intensità di quel bussare riconobbi qualcosa che già avevo sentito. Era il bussare di una mano familiare.

“Sono Mario”.

Era tornato! Mi abbracciò, mi piantò sulle sue ginocchia. Rimase con noi non so quanto nella gelida stanza della nostra casa. “Tornerò domani”, s’accomiatò. E venne ogni giorno, per tre o quattro settimane, fino a quando il suo battaglione rimase in città. Tornò ad aiutarci. Le navi alleate avevano cominciato a gettare le ancore nel porto di Dubrovnik, sbarcando armi, munizioni e viveri per l’esercito partigiano e per la popolazione. Sui pacchi degli aiuti stava scritto UNRRA. Ancora ricordo com’erano fatti. C’era di tutto in quei pacchi, dal vestiario alla cioccolata. Aspettavamo l’arrivo di Mario ogni giorno verso mezzogiorno, chiedendoci che cosa ci avrebbe portato.

Ma la guerra non era finita. I partigiani si accingevano a sfondare le linee tedesche per proseguire la marcia verso il nord del Paese. All’inizio di aprile, liberarono Sarajevo. Nel corso della primavera – l’ultima primavera di guerra – se ne andò anche Mario per partecipare alle operazioni finali. “Tornerò”, disse nella nostra lingua: “Vratit ću se!”.

Non tornò.

Non riuscimmo a sapere più nulla di lui. Le ultime operazioni belliche impegnarono l’esercito in scontri durissimi: i partigiani erano abituati alla guerriglia, non alla guerra frontale. Molti persero la vita in quelle battaglie di aprile e nei primi giorni di maggio. Se avesse potuto, Mario sarebbe certamente tornato.

Sapeva che io lo aspettavo.

Ma non tornò.

La storia che ho voluto raccontare, tuttavia, non è ancora terminata. La guerra lasciò irrisolti molti problemi su un territorio verso il quale la grande Storia non è stata molto tenera. Mi avviai agli studi superiori, ma non a quelli di musica: m’iscrissi al quadriennio di lingue e letterature romanze a Sarajevo; presi a studiare seriamente anche l’italiano. A causa dell’insonnia e della depressione – disturbi cominciati probabilmente con le notti passate in bianco durante la guerra – fui costretto a lasciare i libri. Nel frattempo mi chiamarono alla leva militare. La naia mi toccò nel periodo peggiore: era scoppiata la cosiddetta “crisi di Trieste”, che minacciava di trasformarsi in una nuova guerra. Dalla caserma di Zemun, presso Belgrado, dove si trovava il mio battaglione, fui trasferito sul monte Platak che domina la città di Rijeka/Fiume. In quella regione di frontiera il nostro addestramento militare, con tiri, finte battaglie e lunghe marce, continuò giorno dopo giorno, nelle ore mattutine e in quelle pomeridiane. Eravamo pronti a intervenire nel vicino Territorio di Trieste suddiviso nelle Zone A e B. Le marce si protraevano per diverse ore, cadevamo a terra per la stanchezza; correvamo all’assalto di immaginari fortini e trincee nemiche, eseguendo gli ordini, sparando e urlando “hurrah”. Gli allarmi si ripetevano ogni notte, lasciandoci poche ore di sonno. Servivano a tenerci pronti a qualsiasi evenienza. “Sveglia! Il nemico non dorme!”, urlavano gli ufficiali di picchetto, ma non dormivo neppure io. Anche dall’altra parte del confine le giovani reclute italiane si preparavano alla resa dei conti con “sti slavi”, anche loro si addestravano, marciavano, correvano all’assalto, sparavano contro di noi con tutte le armi. Mi tormentava un pensiero: “E se Mario avesse un figlio e quel ragazzo fosse dall’altra parte del confine? Se scoppiasse la vera guerra e lo colpissi?”. Mi consolavo pensando al fatto che ero un cattivo tiratore, avrei certamente mancato il bersaglio. Anche oggi, quando in Italia incontro qualche mio coetaneo, mi chiedo se non sia stato in mezzo a coloro che io avrei dovuto uccidere o che avrebbero potuto uccidere me.

Una sera, alla periferia di Fiume, sentii tre ragazzi e una ragazza che, seduti in disparte, cantavano in italiano la canzone Vola, colomba bianca vola… Cantavano sottovoce, con nostalgia, ma anche con una punta di orgoglio. Quando scorsero il soldato che si avvicinava – ero io – se la diedero a gambe. Non riuscivo a credere ai miei occhi: c’è qualcuno che fugge alla mia vista, cioè al cospetto di un ragazzo pallido e nervoso, studente universitario senza laurea, figlio di un emigrato di Odessa, “amico di Mario”!

Ben presto mi fu raccontata la storia dell’esodo dei nostri italiani dalle terre istroquarnerine. Venni a conoscere anche l’altra storia, quella dei massacri compiuti dalle Camicie nere in Dalmazia e in Montenegro durante l’occupazione. Non riuscivo a credere o non volevo credere né all’una né all’altra, eppure sentivo e intuivo che in entrambe c’era del vero. Fu così che divenni anch’io un componente della minoranza, non soltanto nazionale o politica, ma della minoranza in assoluto. Ignoravo dove la cosa mi avrebbe portato. Forse non soltanto nella letteratura.

Qualche anno più tardi, avendo conosciuto non pochi intellettuali della minoranza italiana del territorio istro-quarnerino, mi fu più facile capire i problemi di quegli italiani esuli e di quelli “rimasti con noi” e talvolta dimenticati dai loro connazionali. Era possibile collaborare con q uel piccolo “popolo d’Italia” nella Jugoslavia che non era ancora “ex”: ricordo in questa occasione Giacomo, Eros, Nelida, Lucio, Alessandro, Claudio e altri amici che conobbi prima di arrivare nella patria di Mario.

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