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martedì 3 febbraio 2015

CROAZIA E SERBIA NON SONO COLPEVOLI DI GENOCIDIO

La Corte Internazionale di Giustizia ha emesso oggi la sentenza sulle accuse incrociate per i crimini commessi durante la guerra del 1991-1995

Né Belgrado né Zagabria sono responsabili di genocidio per le violenze commesse durante le guerre della ex Jugoslavia. Lo ha deciso oggi la Corte internazionale di giustizia all'Aja, che era stata chiamata a pronunciarsi sulle accuse incrociate presentate dalla Croazia contro la Serbia nel 1999 e dalla Serbia contro la Croazia nel 2010. I giudici internazionali hanno stabilito che nessuna delle due parti è riuscita provare che i crimini commessi durante il conflitto avessero il fine di compiere un genocidio.

Il 2 luglio del 1999 il governo croato dell'epoca accusò l'allora Repubblica Federale di Jugoslavia (Serbia e Montenegro) di violazione della Convenzione ONU del 1948 sul genocidio in riferimento alle operazioni di pulizia etnica commesse nel 1991 a Vukovar dagli occupanti serbi durante il conflitto scoppiato dopo che Zagabria aveva dichiarato l'indipendenza dalla Jugoslavia. La Croazia chiedeva anche un risarcimento per i danni "a persone e cose oltre che all'economia croata e all'ambiente". Nel 2010, la Serbia presentò a sua volta un ricorso sostenendo che 6500 serbi morirono e altre decine di migliaia furono costretti a fuggire nel 1995 a causa dell'operazione militare con cui Zagabria riconquistò la Krajina dove i serbi avevano autoproclamato uno stato indipendente.

La Croazia ha espresso la sua insoddisfazione per la sentenza di oggi, anche se il primo ministro Zoran Milanovic ha garantito che Zagabria la accetterà in maniera civile: “Noi dobbiamo accettare la decisione [...], è definitiva e non c'è possibilità di fare appello".

Secondo il ministro egli Esteri serbo Ivica Dacic, invece, la sentenza di oggi “sarà forse uno degli avvenimenti più importanti per le le relazioni bilaterali con la Croazia" e "segnerà probabilmente la fine di un processo durato 15, 20 anni” mettendo fine “alla lotta tra due Paesi per dimostrare che è stato il peggiore criminale". Secondo Dacic "è forse un'opportunità di lasciarci il passato alle spalle e di guardare al futuro".

Sulla stessa lunghezza d'onda il presidente serbo Tomislav Nikolic che ha affermato di volere una "pace durevole" nei Balcani: "Io spero che nell'avvenire la Serbia e la Croazia abbiano la forza di risolvere assieme quello che ostacola la possibilità d'instaurare un periodo di pace durevole e di prosperità nella nostra regione", ha detto Nikolic, parlando accanto al premier serbo Alksandar Vucic.

Fino ad ora mai un paese è stato condannato per genocidio sulla base della Convenzione del 1948. Nel 2007, quando la Corte internazionale si pronunciò sul massacro di Srebrenica compiuto ai danni dei musulmani di Bosnia dai militari serbo-bosniaci nel luglio 2005, i giudici stabilirono che la Serbia non era imputabile del genocidio, ma solo di non aver agito per impedirlo.

giovedì 13 marzo 2014

CRIMINI DI GUERRA: PROSEGUE IL DIBATTIMENTO ALLA CORTE INTERNAZIONALE DI GIUSTIZIA

La Serbia respinge l'accusa di genocidio e la rivolta contro la Croazia. Zagabria non rinuncerà alle celebrazioni della Operazione Tempesta.

Di Marina Szikora
Nonostante le richieste della Serbia, la Croazia non rinuncera’ a festeggiare l’operazione militare ’Tempesta’, un’azione con la quale ha garantito la propria liberta’ e integrita’ territoriale. Cosi’ il capo dello stato croato Ivo Josipović a seguito delle richieste da parte della Serbia e a proposito della causa per genocidio intentata dalla Croazia contro la Serbia e della reciproca azione legale mossa da quest'ultima contro la Croazia, il cui dibattimento è in corso alla Corte internazionale di giustizia dell’Aja. Zagabria pretende che Belgrado sanzioni i responsabili dei crimini compiuti durante la guerra degli anni Novanta, che riveli la sorte delle 1663 persone date ancora per disperse e che vengano restituite alla Croazia le collezioni d’arte trafugate. In piu’ Zagabria reclama le riparazioni di guerra e il risarcimento dei danni materiali. Dall’altra parte, Belgrado pretende che Zagabria punisca i responsabili dei crimini commessi ai danni della popolazione serba in Croazia e che crei le condizioni per il rimpatrio dei serbi sfollati dalle proprie case. Belgrado pretende inoltre che la Croazia abolisca la festa nazionale del 5 agosto in cui si celebra la Giornata della vittoria e del ringraziamento patriottico e la Giornata dei difensori croati, anniversario della liberazione di Knin e di una vasta zona croata a suo tempo occupata dai serbi.

Alla Corte internazionale di giustizia dell’Aja la settimana scorsa il team legale croato ha presentato le argomentazioni dell’accusa per genocidio contro la Serbia, mentre questa settimana e’ la volta della causa intentata da parte della Serbia secondo la quale la Croazia avrebbe commesso un genocidio durante l’operazione militare Tempesta. “Noi siamo adesso una societa’ matura e democratica, che apprezza la sua storia e la sua guerra per la patria, una guerra di difesa giusta. Naturalmente, laddove ci sono stati i crimini, anche da parte nostra, siamo pronti a reagire. Ci sono anche i dati del numero di processi che sono in corso in Croazia”, ha detto il presidente Ivo Josipović a proposito della questione che continua ad appesantire le relazioni tra Zagabria e Belgrado. Josipović non vuole pero’ speculare sull’esito del processo che e’ in corso davanti alla Corte internazionale di giustizia, ma ha rilevato che la prassi giudiziaria ha dimostrato che il genocidio e’ un crimine molto complesso.

Durante la settimana scorsa alla corte dell’Aja si e’ potuto ricordare e ascoltare di attacchi pianificati in modo sistematico e sadico dall’Armata popolare jugoslava e dalle milizie serbe ai danni dei villaggi a maggioranza croata nella Slavonia orientale che, come illustrato dagli avvocati croati, avevano un unico scopo, quello dello sterminio dei croati in quell’area. “Nell’arco di un anno dall’inizio dell’occupazione, quelle che erano delle comunita’ pacifiche vennero completamente distrutte. L’intenzione di annientare la popolazione croata e’ chiara come lo sono i numeri che lo dimostrano”, ha detto Helen Law, rappresentante del team legale croato illustrando ai giudici della Corte intenazionale la sorte che hanno dovuto subire i villaggi croati e le citta’, in primo luogo quella di Vukovar.

Da lunedi’ invece il dibattito e’ continuato con l’esposizione del team legale serbo. Saša Obradović, capo del team dei legali serbi, ha rilevato che sono i serbi ad essere stati vittime del genocidio anche se tanti croati hanno sofferto durante la guerra in Croazia. Secondo Obradović, la Croazia non ha presentato alcuna prova, documento o dichiarazione che confermi la presenza del crimine di genocidio da parte  della Serbia, vale a dire dell’Armata nazionale jugoslava o dei serbi di Croazia. All’inizio della sua esposizione, il capo della squadra legale serba ha espresso comunque rammarico per tutte le vittime, incluse quelle croate: “A nome del governo e del popolo serbo esprimo sincero rammarico per tutte le vittime della guerra e dei crimini commessi durante il conflitto armato in Croazia, a prescindere dalla definizione giuridica di quei crimini e dalla loro origine etnica e nazionale. Ogni vittima merita rispetto e ricordo”, ha detto Obradović.

La Serbia pero’, secondo l’esposizione di Obradović, non puo’ rispondere per i crimini commessi poiche’ essa all’epoca non esisteva nemmeno come stato indipendente. La principale colpa della Croazia nei confronti della Serba sarebbe, secondo la tesi del team legale serbo, il genocidio contro la popolazione serba durante l’operazione “Tempesta” che aveva il fine di eliminare i serbi come gruppo etnico. In questa azione, ha indicato Obradović, sono stati uccisi 1719 serbi, 900 sarebbero ancora i dispersi mentre si aspetta ancora l’indentificazione di 400 corpi esumati.

Il teso è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 13 marzo a Radio Radicale

giovedì 6 marzo 2014

CRIMINI DI GUERRA: CROAZIA E SERBIA DAVANTI ALLA CORTE INTERNAZIONALE DI GIUSTIZIA

di Marina Szikora
Del passato, quello della guerra sanguinosa degli anni Novanta, si parlera' davanti alla Corte internazionale di giustizia dell'Aja dove lunedi' 1 marzo e' iniziata l'udienza principale nella causa per genocidio presentata dalla Croazia contro la Serbia e della causa che la Serbia a sua volta ha avviato contro la Croazia per lo stesso crimine. Il massimo organismo giudiziario delle Nazioni Unite nelle prossime quattro settimane, in una serie di udienze ascoltera' molte testimonianze di atti di genocidio e di pulizia etnica della popolazione croata durante l'aggressione serba in Croazia e gli argomenti della causa avviata invece da Belgrado per dimostrare che durante l'operazione “Tempesta” e' stato commesso un genocidio nei confronti della popolazione serba in Croazia. Si tratta della sanguinosa guerra combattuta tra il 1991 e il 1995 e in cui ci sono stati oltre 20 mila morti e centinaia di migliaia di profughi. Zagabria presento' per prima il 2 luglio 1999 l'accusa di genocidio contro Belgrado chiedendo un risarcimento finanziario, la punizione di tutti i criminali di guerra, informazioni sulle persone ancora disperse e la restituzione del patrimonio storico e culturale depredato dai serbi. Belgrado rispose con una analoga accusa il 4 gennaio 2010 imputando alla Croazia di genocidio e pulizia etnica ai danni di 250 mila serbi costretti a fuggire dalla Krajina durante e dopo l'operazione “Tempesta” del 1995.

Vesna Crnić-Groti, a capo del team legale croato, nel suo intervento lunedi' ha sottolineato che soltanto la Corte internazionale di giustizia puo' stabilire che i crimini commessi a Vukovar e altrove in Croazia rappresentano un genocidio. Ha avvertito sulla riluttanza della politica e della giustizia serbe ad affrontare i crimini e di punire i loro responsabili. La rappresentante croata ha rilevato che Belgrado segretamente e pubblicamente aveva sostenuto l'istituzione delle zone autonome serbe in Croazia offrendo loro appoggio politico e militare, cosi' come aveva appoggiato e incoraggiato le forze estremiste paramilitari. I funzionari ed esperti giuridici serbi sono convinti che la Serbia non puo' perdere in questo processo. E' stato valutato pero' che il prezzo piu' alto potrebbero pagarlo le relazioni tra Belgrado e Zagabria. Secondo la parte serba non ci saranno prove sufficienti per dimostrare che la Serbia ha commesso il genocidio. In questo senso, il noto professore di diritto internazionale, Tibor Varady ricorda che nella storia del diritto internazionale nessun paese e' stato mai condannato per genocidio. Comunque vada, e anche se i giuristi serbi ritengono che non ci dovrebbero essere sorprese all'Aja, sia Belgrado che Zagabria hanno preparato i loro team di migliori esperti che rappresenteranno i due paesi. L'elenco dei testimoni e' segreto e le testimonianze dovranno essere sotto embargo fino al primo aprile, il tempo fino a quando durera' il dibattimento.

Il capo del team di giuristi della Serbia, Saša Obradović ha valutato importante che la decisione relativa alla causa e contro causa per genocidio porti ad una soluzione che permettera' di costruire relazioni di buon vicinato tra i due paesi. Obradović ha rilevato la posizione della Serbia: anche se incontestabili, i gravi crimini che sono stati commessi durante la guerra contro la popolazione croata e non serba “non si possono qualificare come genocidio”. Obradović ha precisato che la Serbia durante l'udienza illustrera' le prove della sua contro accusa in cui si afferma che l'operazione “Tempesta” rappresentava “il culmine di intenzioni criminali” del governo croato e delle forze militari croate a fin di eliminare la popolazione serba della Krajina e che questa operazione aveva carattere di genocidio. Sempre in vista dell'inizio del dibattito, il capo rappresentante della Serbia ha ricordato che non e' stato il governo serbo a sollevare la causa e che esso aveva impegnato grandi sforzi affinche' si potesse giungere ad una riconciliazione e ad una soluzione fuori dalla corte, cosa che pero' non e' accaduta. “Giunti a questo passo, il nostro compito e' prima di tutto quello di dimostrare che i delitti commessi nel 1991 in Croazia non si possono qualificare come genocidio e poi dimostrare che i crimini che sono stati commessi nei confronti dei serbi, soprattutto quelli durante la 'Tempesta' avevano carattere di genocidio”, ha detto Obradović. “Questa non e' una partita e non siamo qui per dare delle valutazioni bensi' per illustrare quello che e' veramente accaduto, presentare i fatti e lasciare alla Corte la decisione finale”, ha detto il ministro della giustizia croata Orsat Miljenić partecipando lunedi' alla prima udienza del dibattimento.

Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 6 marzo a Radio Radicale.

giovedì 27 febbraio 2014

PUSIĆ E VUČIĆ: IL PASSATO QUESTIONE DELLA CORTE, LA COLLABORAZIONE COMPITO DEL PRESENTE E DEL FUTURO

Le accuse reciproche tra Croazia e Serbia sui crimini di guerra stanno per arrivare davanti alla Corte internazionale di giustizia dell'Onu

Di Marina Szikora
La Serbia e la Croazia, attraverso le reciproche cause per genocidio davanti alla Corte Internazionale di Giustizia delle Nazioni Unite all’Aja risolveranno i problemi del passato, mentre la politica attuale e le relazioni tra Zagabria e Belgrado guarderanno al presente el futuro. Questa la valutazione comune della vicepresidente del governo croato e ministro degli Esteri e affari europei, Vesna Pusić, e del vicepremier uscente serbo Aleksandar Vučić a seguito del loro incontro lunedi’ a Belgrado.”Quali che siano gli sviluppi all’Aja, concordiamo che si tratta di risolvere i problemi del passato, mentre il nostro lavoro e’ quello di prenderci cura del presente e della vita della gente adesso e nel futuro”, ha sottolineato Vesna Pusić alla conferenza stampa congiunta. Aleksandar Vučić da parte sua ha rilevato che entrambi i paesi si impegneranno comunemente e faranno tutto il possibile affinche’ i problemi del passato non “avvelenino le relazioni bilaterali e il fatto che le vicende del passato si vedano in modi diversi”, la Croazia in un modo, la Serbia nel modo del tutto diverso.

Quello di lunedi’ è stato il terzo incontro tra Pusić e Vučić nell’arco di 11 mesi e si è tenuto ad una settimana della prima udienza nella cause per genocidio mosse, l'uno contro l'altro, dai due Paesi davanti alla Corte di Giustizia dell’Aja. La ministro Pusić ha ricordato che “ci sono stati la volonta’ e gli sforzi” affinche’ i problemi dei procedimenti si risolvessero in un modo diverso ma “purtroppo questo non si e’ riuscito a fare, le precondizioni non sono state adempiute”. Una delle condizioni chiave per la Croazia e’ la questione delle persone scomparse e qui non ci sono stati passi avanti. Pusić ha valutato che le quattro settimane di illustrazione delle prove davanti alla Corte dell’Aja non saranno per niente piacevoli, ma le autorita’ sia di Belgrado che di Zagabria non devono permettere che quest’atmosfera si trasferisca sulle attuali relazioni tra i due Stati.

Anche Vučić concorda che le argomentazioni “non devono alzare le tensioni e le passioni” tra i cittadini dei due Paesi. Confermando che non e’ stato raggiunto un accordo sul ritiro delle accuse perche’ “secondo la Croazia le condizioni non sono adempiute” mentre la Serbia afferma di “aver fatto il tutto possibile e che altri dati non ha potuto trovare e consegnare”, Vučić ha sottolineato che per le generazioni giovani “e’ sbagliato entrare nel processo davanti alla Corte Internazionale di Giustizia poiche’ esse non hanno una catarsi da attraversare”. Le due parti concordano di avere la responsabilita’ per la stabilita’ dei loro Paesi ma anche dell’intera regione poiche’ entrambi hanno scelto la via europea e le riforme. Vučić ha informato che a questo incontro la Serbia ha consegnato alla Croazia 38.439 registrazioni aeree che dovrebbero servire per la legalizzazione degli edifici costruiti illegalmente in Croazia. Pusić ha spiegato che la Croazia apprezza molto questo gesto di Belgrado poiche’ servira’ ad aiutare a risolvere oltre 800.000 richieste di legalizzazione.

Il vicepremier serbo ha ammesso che la parte serba non ha rispettato una delle precedenti promesse che riguarda la stampa dei libri in lingua materna per gli allievi della comunita’ croata in Serbia. A tal proposito ha promesso di impegnarsi personalmente affinche’ questo problema sia risolto al piu’ presto possibile. In compenso, Vučić ha chiesto alla sua ospite croata maggiore collaborazione per quanto riguarda la sistemazione dei profughi serbi e il rispetto dei diritti dei serbi al cirillico in Croazia. Vesna Pusić ha ribadito che nel contesto del processo di integrazione europea della Serbia, Zagabria avra’ le stesse posizioni: pieno sostegno nel processo ma anche richiesta di implementare e rispettare gli standard europei. “Tutto quello che non e’ parte del processo di integrazione europea verrà risolto bilateralmente“, ha rilevato Pusić.

Alla conferenza stampa congiunta, inevitabile e’ stata la domanda della posizione croata e serbia relativa alla situazione in Bosnia Erzegovina. Pusić e Vučić hanno sottolineato che per entrambi i Paesi e’ importante la pace nella regione. Secondo la ministro Pusić la questione di una terza entita’ in Bosnia Erzegovina, vale a dire quella croata separata da quella bosgnacca, non e’ all’ordine del giorno della politica croata, ma e’ invece un modello di stabilizzazione della situazione in Bosnia Erzegovina. La Croazia ne e’ responsabile anche in quanto membro dell’Unione Europea, ha rilevato Pusić.

Testo tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 27 febbraio a Radio Radicale

giovedì 16 dicembre 2010

PASSAGGIO IN ONDA

La puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda sabato 11 dicembre a Radio Radicale

Gli argomenti principali della trasmissione riguardano le elezioni politiche di domani 12 dicembre in Kosovo e l'arresto dell'ex premier croato Ivo Sanader. Inoltre: le sentenza con cui il Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia ha ridotto le pene ai militari serbi responsabili dei crimini commessi a Vukovar, il premio ricevuto dal presidente croato Ivo Josipovic nella Republika Srpska e la prossima decisione della Corte internazionale di giustizia dell'Onu sui confini dei territori albanesi dei Balcani.

La puntata di Passaggio a Sud Est è stata realizzata con la collaborazione dei corrispondenti Marina Szikora e Artur Nura ed è riascoltabile qui




oppure sul sito di Radio Radicale nella sezione delle Rubriche

                                      

mercoledì 11 agosto 2010

UN'OPPORTUNITA' PER LA SERBIA

Il 23 luglio scorso, all'indomani del parere della Corte internazionale di Giustizia dell'Onu secondo il quale la dichiarazione di indpendenza del Kosovo non contrasta con le norme del diritto internazionale, né con la risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza, nonostante il "verdetto" dei giudici dell'Aja sia stata una sconfitta per la Serbia ho scritto che il parere dell'Icj può essere l'occasione per riprendere la ricerca di una soluzione condivisa della questione del Kosovo. A distanza di tre settimane non ho cambiato opinione. Penso che nonostante le apparenze le autorità di Belgrado hanno un'occasione unica per rilanciare il negoziato, mostrarsi all'altezza della situazione e pensare al futuro dei propri cittadini chiedendo uguale assunzione di responsabilità a tutti gli altri protagonisti della partita.

Che la Serbia debba sfruttare l’opportunità del parere dellIcj sul Kosovo per migliorare la sua posizione verso l’Ue e per favorire il processo di allargamento è quanto sostiene Antonella Valmorbida, direttore di ALDA, l'Associazione delle agenzie per la democrazia locale, in un testo pubblicato oggi da Osservatorio Balcani e Caucaso.

Ne cito un passaggio:
"Ma se la Serbia non dovesse riconoscere l’indipendenza del Kosovo per motivi interni, questo – oggi come oggi – non bloccherebbe il processo di creazione di uno stato separato. Questa dinamica non è in fase di arresto, anzi. La fine del progetto non è del tutto precisa ma il percorso non sembra subire interruzioni. Un Kosovo gestito dalla Serbia è una prospettiva reale oggi? È difficile pensarlo. Nel rifiuto assoluto di collaborare, la Serbia potrebbe perdere un’opportunità e rimanere, dopo un certo periodo con una situazione che preveda: a) un Kosovo indipendente e staccato dalla Serbia b) una mancata negoziazione con l’UE e un percorso più difficile di ripresa. Può l’idea di un’amicizia con la Russia o altri alleati dell’ex blocco orientale fare la differenza? La Serbia è uno Stato europeo, e non potrà scappare al proprio destino, che è in Europa".

Il testo integrale lo trovate qui

So che diversi lettori non saranno d'accordo, ma invece il punto è proprio questo: chiudere con il passato (senza rinnegarlo ma elaborandolo, ovvero facendoci i conti) e avere il coraggio di guardare al futuro per il proprio bene. Non si tratta di stabilire dove passa la frontiera, ma di fare in modo di abolirla del tutto quella frontiera e l'unica strada possibile, sia per la Serbia, sia per il Kosovo, è quella che porta in Europa.

martedì 3 agosto 2010

KOSOVO, CORTE DI GIUSTIZIA: RASSEGNA STAMPA

Il parere della Corte internazionale di giustizia dell'Onu sulla legittimità dell'indipendenza kosovara ha prodotto, com'è giusto e naturale, una montagna di reazioni e anche la stampa italiana ha dato il suo contributo alla pubblicazione delle opinioni di molti analisti ed esperti (o presunti tali) . Ve ne propongo alcuni tra quelli che ho potuto leggere, altri mi sono sicuramente sfuggiti.

Premessa: lo stesso giorno della pubblicazione del parere della Corte, Tomas Miglierina, sul sito di Osservatorio Balcani e Caucaso, faceva notare che i giudici hanno stabilito a maggioranza che l'indipendenza del Kosovo non è illegale (perché non contrasta con le norme del diritto internazionale, né con la risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza), ma "questo non significa che sia anche legittima". Una sottigliezza dovuta alla scelta dei giudici "di dare l'interpretazione più stretta e tecnica possibile al quesito che l'Assemblea, su iniziativa della Serbia, aveva rivolto loro".

Nei titoli dei quotidiani italiani del giorno dopo i due termini finiscono per equivalersi. Alcuni esempi: La Stampa, "Legale il kosovo indipendente"; Il Messaggero, "La corte dell'Aja: legittima l'indipendenza del Kosovo"; Corriere della Sera, "Indipendenza del Kosovo legittima"; Il Riformista, "L'Aja dice che l'indipendenza del Kosovo è legale".

E veniamo ai commenti che, nel bene e nel male, mi sono sembrati degni di nota e sui quali mi permetto qualche osservazione personale.

Elena Ragusin a pag. 7 del Sole 24 Ore di venerdì 23 luglio (titolo, "L'Aja: sì all'indipendenza del Kosovo"), scrive che gli scenari aperti dal pronunciamento della Corte sono tre, "anche se la perentorietà del parere dell'Icj di fatto riduce ad uno solo il possibile percorso per la stabilizzazione del Kosovo e dell'intera area balcanica: vale a dire l'avvio di nuove trattative, con la mediazione dell'Unione Europea, per la concessione di larghe autonomie al nord del Kosovo [...] sul modello dell'Alto Adige". Gli altri due scenari, che però "da ieri di fatto non sembrano più realistici", sono la spartizione o la creazione di una divisione tipo quella di Cipro.

Sempre il 23 luglio, sulla prima del Riformista ("L'Aja dice che l'indipendenza del Kosovo è legale") Luigi Spinola, dopo aver realisticamente ricordato che "a Belgrado sanno da tempo che il Kosovo è perduto ma nessuno è pronto ad ammetterlo", scrive che "la partizione teoricamente potrebbe risolversi lungo il fiume Ibar, che spacca in due la città di Mitrovica [...] La frontiera de facto del nuovo Stato è già qui. La spartizione certo non risolverebbe i problemi dei serbi rinchiusi nelle enclave. Ma un eventuale accordo potrebbe convincere Belgrado a smantellare le istituzioni parallele che tiene in piedi in Kosovo". Tuttavia, l'ipotesi "è destinata a rimanere sulla carta" per vari motivi.

Anche Marina Verna sulla Stampa del 23 ("Legale il kosovo indipendente"), dopo aver esordito constatando che il parere della Corte "era previsto e così è stato", nota opportunamente che "i prossimi giorni non saranno facili" perché "Pristina ha aspettative precise" ma la Serbia non ha intenzione di concedere nulla.

Questi tre articoli, tra quelli che ho potuto leggere, in qualche modo si pongono pacatamente il problema del dopo, di quello che potrà accadere dopo il parere dell'Icj e dopo le eventuali decisioni che potranno seguire la discussione prevista per settembre all'Assemblea generale dell'Onu, senza lasciarsi andare a disegnare scenari catastrofici.

Molti altri commenti pubblicati "a caldo" mi sono sembrati invece essere più attirati dalle possibili conseguenze che il "precedente" costituito dal parere dell'Icj sul Kosovo potrebbe provocare in altre aree dell'Europa e del resto del mondo alle prese con spinte separatiste e movimenti indipendentisti più o meno violenti. Scontata la citazione dei casi di Abkhazia e Ossezia, gli esempi citati vanno dai serbo-bosniaci ai còrsi, dai curdi agli albanesi di Macedonia, dagli abkhazi agli uiguri, dal Tibet ai Paesi Baschi, da Cipro Nord alla Transdnistria e via discorrendo fino ai "lumbard" di casa nostra.

Marco Berti, sul Messaggero del 23 luglio ("La corte dell'Aja: legittima l'indipendenza del Kosovo"), scrive che "ora il timore della comunità internazionale è che nella ex provincia kosovara si crei nuovamente tensione fra serbi e albanesi". Anche Lamberto Zannier, inviato speciale del segretario generale dell'Onu per la regione, nell'intervista pubblicata da Repubblica lo stesso giorno, ammette che "c'è sempre il rischio che una scintilla possa innescare un processo di crisi sul terreno difficilmente gestibile da parte della comunità internazionale", ma si mostra scettico sulla possibilità che questi attriti possano degenerare auspicando un dialogo diretto tra Belgrado e Pristina come "prossimo passo verso la normalizzazione del Kosovo".

C'è invece chi vede nero, nerissimo: "Il Kosovo indipendente è una bomba ad orologeria piazzata nel cuore dell'Europa. Guai a dimenticarlo", ammonisce Alan J. Kuperman, sentito da Francesco Carella per Libero (articolo del 25 luglio intitolato "La Serbia presenterà il conto per il Kosovo indipendente"). Kuperman viene definito scienziato della politica, esperto di conflitti etnici e nientepopodimenoche massima autorità nel campo degli studi sui Balcani. Dunque, secondo la massima autorità, "la Corte, di fatto, ha avallato un principio ad alto rischio: l'indipendenza di un paese si ottiene con la ribellione", (ah sì?) la qual cosa, dice sempre la massima autorità, "può dare la stura ad altre rivendicazioni pericolose e non solo nell'area balcanica. Pensi solo ai Paesi Baschi, alla Corsica, ai turco-ciprioti e a tante altre realtà difficili". Insomma, dice il professore, "la verità è che si sta scherzando con il fuoco" e si chiede: "Chi, allo stato delle cose, potrebbe vietare alla Republika Srpska di dichiarare la propria indipendenza"? A quel punto, prosegue inperterrito, "il rischio di una nuova guerra serbo-bosniaca diventerebbe concreto". Parola della massima autorità nel campo degli studi sui Balcani che, a mio modesto parere, se invece di seguire l'evoluzione della vicenda dal suo studio all'università del Texas, come scrive Carella, andasse un po' più "nel campo" eviterebbe di fare affermazioni che hanno scarsa aderenza alla realtà.

Il che non impedirebbe purtroppo a Libero di pubblicarne altrettante, come quelle del professor Luca Galantini che il 23 luglio (titolo "L'avamposto cristiano terra di conquista dell'estremismo islamico"), teneva diligentemente a informare i suoi lettori di quanto sia "risaputo nelle cancellerie occidentali che da tempo, nell'area balcanica, il fondamentalismo islamico ha dato avvio ad un 'jihad bianco', ovverossia una silente quanto efficacissima opera di conquista delle istituzioni politiche, delle leve di governo, dei centri economici e dell'opinione pubblica attraverso gli ingentissimi finanziamenti provenienti da paesi come l'Arabia Saudita gli Emirati, l'Iran e la Turchia". E naturalmente "questa opera invasiva si coniuga alla martellante propaganda religiosa islamica di profilo fondamentalista che tali governi sostengono attraverso le numerose comunità musulmane presenti nei Balcani". Insomma, il "cinico pragmatismo" e la "debolezza intrinseca" dell'Ue rischiano di fare del Kosovo il monumento alla memoria dell'identità cristiana dei Balcani. Nonostante sia docente universitario di diritto internazionale, Galantini nel suo articolo mostra una certa confusione sulla storia dei Balcani e una discreta non conoscenza della attuale situazione della regione unita ad una lettura distorta della realtà politica di paesi assai differenti fra di loro come Arabia Saudita, Turchia e Iran che si possono spiegare solo con il furore ideologico anti-islamico.

Continua...

giovedì 29 luglio 2010

KOSOVO INDIPENDENTE: LE REAZIONI SERBE AL PARERE DELLA CORTE INTERNAZIONALE DI GIUSTIZIA

Nonostante la profonda delusione per il parere della Corte Internazionale di Giustizia dell'Onu, secondo cui la dichiarazione d'indipendenza del Kosovo non è illegale perché non contrasta con le norme del diritto internazionale, né con la risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza, il governo serbo non si arrende e ha annunciato la ferma intenzione di difendere le sue ragioni nel dibattito che si svolgerà alla prossima Assemblea generale delle Nazioni Unite. Lo ha annunciato all'indomani del pronunciamenteo della Corte il primo ministro serbo Mirko Cvetkovic. Non tutti in Serbia però la pensano così: il leader del Partito liberal-democratico, Cedomir Jovanovic, da sempre favorevole all'indipendenza kosovara, sostiene infatti che il parere dell'Icj impegna ora la Serbia a incamminarsi con decisione sulla strada dell'integrazione europea e della democratizzazione della società e che la classe politica deve avere la forza di mandare un messaggio ai cittadini serbi sul futuro del loro paese.

Qui di seguito il testo della corrispondenza di Marina Szikora per lo Speciale di Passaggio a Sud Est andato in onda ieri sera a Radio Radicale e dedicato alle reazioni e ai commenti sul parere espresso dai giudici dell'Aja.


La Serbia vuole tornare a battersi contro ultreriori riconoscimenti del Kosovo e soprattutto contro l'ammissione di Pristina in seno alle Nazioni Unite, proprio laddove considera avere ancora forti sostegni e alleati che insieme a Belgrado sono contrari alla secessione del Kosovo. Secondo Cvetkovic, il governo serbo ha stabilito che la CIG non ha risposto alla questione fondamentale sulla legittimita' del diritto alla secessione degli albenesi kosovari e che non ha legalizzato il tentativo di secessione etnicamente motivato. Cvetkovic ha rilevato che la Serbia non ha ottenuto l'aiuto da parte della CIG in una situazione in cui il diritto internazionale e' stato violato a suo danno e ha aggiunto che il parere consultativo della Corte non ha chiuso le porte alle attivita' della politica estera della Serbia relative alla difesa della sua integrita' territoriale.

Belgrado proseguira' quindi con la sua battaglia per la soluzione del problema Kosovo in seno alle Nazioni Unite e il segnale verde e' stato dato anche da parte del parlamento serbo riunitosi in una sessione straordinaria lunedi'. 192 di un totale di 220 deputati presenti in aula hanno votato a favore di questa decisione. In difesa della necessita' di assumersi una posizione unica, sia del governo che dell'opposizione, intervenendo in Parlamento, il presidente Boris Tadic ha replicato alle posizioni di alcuni partiti di opposizione secondo i quali la Serbia puo' entrare facilmente nell'Ue se rinunciasse al Kosovo. Tadic ha negato queste affermazioni dicendo che si tratta di una politica del tutto sbagliata e che «l'Unione ha bisogno della Serbia cosi' come la Serbia ha bisogno dell'Ue». In questo momento e nella sua prosssima iniziativa all'Assemblea generale delle Nazioni Unite, nonche' per quanto riguarda la politica regionale, la Serbia deve dimostrare ancora una volta di essere un fattore di stabilita' e pace e di condurre una politica razionale e pianificata «e non una politica che rappresenta nuovamente il chiasso dei tamburi di guerra» ha detto il capo dello stato serbo sottolineando che la Serbia non condurra' mai piu' una guerra in Kosovo e che il problema del Kosovo lo vuole risolvere attraverso una politica di pace.

Uno dei partiti parlamentari che ha votato contro la prossima strategia della Serbia approvata lunedi' in parlamento dopo un lungo ed acceso dibattito e' stato il Partito liberal-democratico di Cedomir Jovanovic. Secondo il leader liberal-democratico la decisione della CIG impegna la Serbia a cambiamenti e ora bisogna avere la forza di mandare il messaggio ai cittadini della Serbia sul futuro del loro Paese. La Serbia, deve piu' decisamente che mai incamminarsi verso le integrazioni europee e verso la democratizzazione della societa', ha sottolineato Jovanovic aggiungendo che «il verdetto della CIG mette il punto su una politica sbagliata, sopravvissuta troppo a lungo ma allo stesso tempo non rappresenta la sconfitta ne' del popolo serbo ne' della Serbia. Cedomir Jovianovic ha rilevato che la Serbia deve essere capace di costruirsi sui nuovi valori e su idee migliori affinche' sia possibile credere realmente nelle relazioni diverse tra Kosovo e Serbia.

Il ministro degli esteri della Serbia Vuk Jeremic ha annunciato che le attivita' diplomatiche della Serbia gia' nelle prossime settimane saranno molto intense e che gli inviati speciali del presidente della Serbia si recheranno in 55 paesi per portare il messaggio personale di Tadic relativo alla richiesta di non riconoscere l'indipendenza di Pristina. Uno di questi inviati si e' recato a Bruxelles per illustrate la posizione e la proposta serba al consiglio di ministri dell'Ue riunitosi martedi' a proposito della decisione della CIG. Il capo della diplomazia serba conosciuto per la sua rigida fermezza in difesa degli interessi serbi, ha aggiunto che quello che in questo momento sta' accadento nelle relazioni internazionali e' un precedente estremamente pericoloso e che la questione della secessione e' lasciata largamente aperta alle interpretazioni di diversi movimenti secessionisti nel mondo. La questione della secessione deve essere chiusa con un dibattito all'Assemble generale dell'Onu poiche' non si tratta soltanto dell'interesse della Serbia bensi' dell'interesse di un gran numero di paesi nel mondo, ha avvertito il capo della diplomazia serba. «Noi siamo pronti a colloqui sulle questioni pratiche da subito, siamo pronti tutto questo tempo e abbiamo una cornice chiara per questi colloqui. La cornice e' stata confermata dal Consiglio di sicurezza lo scorso novembre 2008, con il piano del segretario generale dell'Onu in sei punti per il quale hanno votato tutti che in quel momento erano presenti alla riunione del Consiglio di sicurezza» ha ricordato Jeremic. Il ministro serbo ha aggiunto che dopo la decisione dell'Assemblea generale si aprira' lo spazio per un dialogo serio in cui la comunita' internazionale, innanzitutto l'Ue, avra' un ruolo molto importante.

Bisogna sottolineare anche che per ora, il parere della CIG non ha influenzato le posizioni di Mosca che continua a non riconoscere l'indipendenza della regione meridionale serba. Il portavoce del ministero degli esteri russo, Andrej Nesterenko ha confermato che la ferma posizione di Mosca «di non riconoscere l'indipendenza del Kosovo resta invariabile» e ha aggiunto che «la soluzione della questione kosovara e' possibile soltanto attraverso il proseguimento dei negoziati tra le parti interessate, in base alle decisioni della Risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza dell'Onu». «Siamo pronti a proseguire a contribuirvi attivamente» ha precisato Nesterenko.

Per quanto riguarda il segretario generale della NATO, Anders Fogh Rasmussen il parere consultativo della CIG non avra' nessun impatto sull'operato e sul mandato della KFOR in Kosovo. In un breve comunicato, Rasmussen ha rilevato di «aver preso atto» della valutazione della Corte dell'Aja e ha sottolinaeato che «la KFOR continuera' a svolgere il suo mandato di salvaguardia della sicurezza e protezione in modo neutrale in tutto il Kosovo».

La decisione della CIG dell'Aja e' ancora una conferma al diritto di indipendenza dell'Abkhazia e Ossetia meridionale, ha dichiarato il presidente della non riconosciuta repubblica separatista dell'Abkhazia Sergej Bagaps e ha aggiunto che Ossetia meridionale e Abkhazia hanno maggiori basi storico-giuridiche rispetto all'indipendenza del Kosovo. Secondo le sue parole, la decisone della CIJ ha dimostrato «l'assoluta correttezza della decisione della Russia di riconoscere l'indipendenza dell'Abkhazia e Ossetia meridionale».

Il parere della CIG sull'indipendenza del Kosovo non ha cambiato le posizioni contrastanti dei politici della Bosnia Erzegovina. Nei paesi della regione, la BiH e' il paese che non ha riconosciuto l'indipendenza del Kosovo soprattutto a causa della posizione in merito alla questione dei rappresentanti serbo bosniaci nelle istituzioni della BiH. Il mambro serbo della presidenza tripartita della BiH, Nebojsa Radmanovic ha annunciato che la politica del suo Paese non cambiera' nemmeno dopo la decisione della CIG. «Nonostante la decisione della CIG non permettero' che la BiH riconosca il Kosovo. Il parere della CIG e' unilaterale e rappresenta solo un punto di vista» ha dichiarato Radmanovic. Stesso vale per il premier della Repubblica Srpska, l'entita' a maggioranza serba della BiH, Milorad Dodik il quale ha rigettato come inaccettabile la posizione della CIG. «Le istituzioni giudiziarie non stanno dalla parte della giustizia e del diritto bensi' dalla parte dell'attuazione di dura forza nelle relazioni politiche» ha commentato Dodik. Per l'attuale presidente della presidenza a rotazione, l'esponente bosgnacco, Haris Silajdzic «questo e' il risultato di una politica sbagliata, soprattutto del regime di Slobodan Milosevic e della repressione in Kosovo durata per lunghi anni. La BiH non ha condotto una tale politica, al contrario, e' stata vittima di questa politica, compreso il genocidio e per questo e non soltanto per questo l'integrita' della BiH e' garantita. Ogni tentativo che porterebbe nella direzione opposta verrebbe ostacolato, proprio come quest'ultimo» ha detto Silajdzic. Secondo il rappresentante croato della Presidenza della BiH, Zeljko Komsic, la posizione della CIG mette il punto finale giuridico alla dissoluzione dell'ex Jugoslavia. «Spero che da questo molti sapranno trarre il messaggio che cosi' si rafforzera' innanzitutto la Serbia democratica» ha detto Komsic esprimendo speranza in nuove relazioni nella regione per tutti.

Fonti diplomatiche affermano che il presidente Tadic e il premier kosovaro Thaqi non hanno accettato il dialogo ma non hanno nemmeno rifiutato l’aiuto offerto dall’Ue trasmesso dall’alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’Ue Catherine Ashton, scrive il quotidiano di Zagabria ‘Vjesnik’. Secondo queste informazioni, una decina di paesi avrebbero informato la presidenza belga che sarebbe necessario un tempo ulteriore per le consultazioni. Le ragioni non sono state rivelate ma risulterebbe che per molti non e’ chiaro come il parere della CIG potrebbe riflettersi sulla questione curda nonche’ sullo status delle regioni che in un modo o nell’altro aspirano ad una maggiore indipendenza rispetto ai paesi matrici, incluso qui il Kashmir in India e il Tibet in Cina. Altra ragione sarebbe il fatto che nessuno vuole vedere l’affogamento della Serbia, scrive ‘Vjesnik’.

PASSAGGIO SPECIALE: L'INDIPENDENZA DEL KOSOVO NON E' ILLEGALE

La scorsa settimana la Corte internazionale di Giustizia dell'Onu ha reso noto il suo parere sull'indipendenza del Kosovo. Com'è noto la Corte, con un voto a maggioranza (10 voti a favore contro 4, mentre un giudice non era presente alla votazione) ha stabilito che l'indipendenza proclamata dai kosovari albanesi il 17 febbraio del 2008 non contrasta né con le norme del diritto internazionale, né con la risoluzione 1244 con cui il Consiglio di sicurezza nel 1999 ha istituito un regime di autogoverno nell'ambito della Missione delle Nazioni Unite (Unmik) nella (ex) provincia serba. Si trattava di un parere consultivo senza un valore legale, ma con un ovvio ma non per questo meno importante peso politico e diplomatico.

Lo Speciale di Passaggio a Sud Est andato in onda ieri sera a Radio Radicale è stato dedicato ai commenti, alle analisi e alle reazioni provocate dal parere della Corte. Lo potete ascoltare qui



Lo Speciale andato in onda mercoledì scorso 21 luglio faceva invece il punto della situazione alla vigilia della pubblicazione delle decisioni dei giudici dell'Aja. Lo potete riascoltare qui



Entrambe le puntate, come tutti gli Speciali precedenti, sono disponibili sul sito di Radio Radicale.

venerdì 23 luglio 2010

KOSOVO: LA DECISIONE DELL'ICJ PUO' ESSERE L'OCCASIONE GIUSTA

La Corte internazionale di giustizia dell'Onu
Previsioni smentite. Ci si aspettava un parere "equidistante" (o ambiguo, secondo i punti di vista) e invece la Corte internazionale di giustizia dell'Onu ha deciso che la dichiarazione d'indipendenza del Kosovo non è illegale. Esultanza a Pristina, disappunto a Belgrado, gioia tra i baschi e gli abkhazi, sgomento a Mitrovica. Quello che la Corte dell'Aja non ha chiarito, però, è se l'indipendenza è anche legittima. O meglio, i 14 giudici hanno preferito attenersi ad una valutazione strettamente tecnica lasciando la risposta politica all'Assemblea generale delle Nazioni Unite che a settembre affonterà la questione. Intanto, ovviamente, ognuno interpreta il verdetto di ieri come meglio crede. La mia impressione, però, è che molti commentatori non abbiano letto bene la decisione della Corte.

Se lo volete fare trovate qui la sintesi del parere consultivo dell'Icj

Qui invece trovate il comunicato stampa

Da questo punto di vista mi sembra interessante quanto ha scritto ieri Tomas Miglierina su Osservatorio Balcani e Caucaso. La domanda posta dalla Serbia nel 2008 era: la dichiarazione di indipendenza del Kosovo ha violato o no il diritto internazionale? La risposta della Icj è no. Per tre motivi:
1 - non esiste un divieto a proclamare l'indipendenza
2 - la risoluzione 1244 del 1999 del Consiglio di sicurezza ha istituito un'amministrazione temporanea, ma non ha riservato al Cds il diritto a decidere lo status del Kosovo
3 - i parlamentari kosovari che hanno dichiarato l'indipendenza hanno agito come rappresentanti eletti dal loro popolo.

Queste considerazioni possono sembrare sottigliezze da azzeccagarbugli, ma quando si ragiona di diritto è meglio maneggiare il bisturi di un chirurgo piuttosto che un'ascia da taglialegna. Detto questo è ovvio che poi ognuno è libero di fare le proprie valutazioni sulla decisione dell'Icj. Intanto, in attesa di approfondire meglio e di leggere i pareri degli esperti, penso si possa comunque fare qualche osservarzione.

La prima è che Belgrado ha subito una sconfitta: aveva chiesto un parere giuridico sulla legalità dell'indipendenza della sua provincia e dal punto di vista giuridico ha avuto torto. D'altra parte - seconda osservazione - Pristina non ha vinto: quello del Kosovo resta un caso diverso e a sé stante rispetto ad altre situazioni analoghe. Non si capisce quindi - terza osservazione - cosa abbiano da gioire i baschi o i corsi e come questa decisione della Icj possa essere fatta valere nei casi di Cipro Nord o della Republika Srpska di Bosnia. E non credo neppure - altra osservazione - che il parere possa innescare secessioni in queste e in altre aree "calde" del pianeta. Almeno voglio sperarlo.

Il problema semmai è gestire la situazione sul terreno, prevenire e controllare l'esplodere di possibili violenze, rassicurare la popolazione serba del Kosovo, smorzare gli eccdessivi entusiasmi di quella albanese. Il ruolo dell'Ue da questo punto di vista è essenziale: la decisione dei giudici dell'Aja, nonostante le apparenze, mi sembra possa fornire uno stimolo per riavviare i negoziati tra Belgrado e Pristina. Non sullo status, ma sulla tante altre questioni che vanno affrontate e risolte. E' un'occasione che Bruxelles, nonostante le divisioni sull'argomento tra i Paesi membri, può sfruttare positivamente, visto che la prospettiva europea riguarda sia la Serbia che il Kosovo. Una prima idea sulle inclinazioni europee ce la faremo lunedì con la riunione dei ministri degli Esteri dei Ventisette.