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lunedì 14 marzo 2016

MIGRANTI: LE PROPOSTE DI ANKARA A BRUXELLES

La puntata del 12 marzo di Spazio Transnazionale, trasmissione di Radio Radicale sull'attualità internazionale in collaborazione con OltreRadio

Focus sulle proposte della Turchia all’Unione Europea in tema di immigrazione.
Intervengono Mariano Giustino (Direttore della rivista “Diritto e Libertà”), Marco Guadagnino (Responsabile dei contenuti e della comunicazione della Divisione Programmi Internazionali di “Save the Children”), Giampiero Gramaglia (Analista dell’Istituto Affari Internazionali), Roberto Spagnoli (Vice Capo redattore di RadioRadicale), Danilo Taino (Corrispondente dalla Germania per il Corriere della Sera) in collegamento da Berlino.

Ascolta qui la trasmissione

sabato 12 marzo 2016

UE-TURCHIA: LA MANCANZA DI UNA VISIONE STRATEGICA

La vicenda del compromesso tra Unione Europea e Turchia sulla crisi dei profughi porta al pettine tutti i nodi del controverso processo di integrazione della Mezzaluna e la mancanza di un pensiero strategico, di una visione e medio-lungo termine che ha caratterizzato le leadership di entrambe le parti in causa e che sarebbero invece stati necessari in una trattativa così importante quanto delicata.

L'UE, dopo aver deciso di dare via libera formalmente al negoziato con la Turchia per l'adesione nel 2005, lo ha di fatto bloccato. Protagoniste di questo evidente voltafaccia sono state la Francia del presidente Sarkozy e la Germania della cancelliera Merkel. La stessa che, dopo aver proposto un “partenariato rafforzato” con Ankara, ora, pressata dalle circostanze, sembra sostenere una “partnership privilegiata” che fa della Turchia una sorta di 29° stato membro dell'Unione.

In tempi di Brexit e di messa in discussione degli accordi di Schengen, se non della stessa Unione, è chiaro che è meglio avere una Germania che chiede maggiore integrazione anziché accodarsi ai governi euroscettici. Però in questa situazione di crisi e di divisione tra i 28, l'UE, se non proprio sotto ricatto, si trova comunque in una situazione di debolezza di fronte al presidente Erdogan proprio nel momento in cui il governo di Ankara appare più lontano dagli standard comunitari.

Senza almanaccare sull'esistenza o meno di una “agenda segreta”, c'è da domandarsi se l'uomo forte di Ankara sia mai stato davvero interessato all'adesione all'UE o se non abbia solo usato opportunisticamente questa prospettiva. C'è da chiedersi, anche, se in tutti questi anni ci siamo un po' illusi sulla Turchia di Erdogan, vedendo solo ciò che ci piaceva credere di vedere (quasi l'Akp fosse una sorte di “Democrazia islamica” simile ai partiti democristiani europei), invece dei segnali preoccupanti che pure arrivavano dal Bosforo.

La svolta autoritaria che abbiamo visto concretizzarsi con la brutale repressione delle proteste di Gezi Park e la furiosa reazione allo scandalo del 2013 era stata preceduta da segnali preoccupanti. C'erano state però, insieme, aperture impensate come quella sulla “questione curda”, diventata appunto questione politica dopo decenni di conflitto e decine di migliaia di morti. Anche l'uso opportunistico dell'Islam (perché di questo si tratta) che Erdogan ha fatto fin dal suo arrivo al potere avrebbe dovuto suonare un altro campanello d'allarme.

Se l'UE avesse aperto da subito i capitoli negoziali su diritti umani e libertà fondamentali, forse oggi la situazione ad Ankara sarebbe diversa, ma del senno di poi, come si sa, son pieni i fossi (e gli editoriali). Ma questa è la Turchia e questo il governo con cui dobbiamo trattare oggi (facendo finta di non vedere la guerra in corso nel sud-est curdo, la repressione della libertà di stampa e le relazioni pericolose con l'Isis). Anche perché Erdogan prima o poi passerà, mentre la Turchia sarà sempre lì, in posizione strategica in uno degli scenari geopolitici più complicati e instabili del globo.

Avremmo bisogno di classi politiche lungimiranti e invece ci dobbiamo affidare a politici di piccolo cabotaggio il cui orizzonte non va al di là delle prime elezioni utili. Per cui una leader di medio livello come Angela Merkel emerge come una statista. E per fortuna c'è almeno la cancelliera a chiedere più Europa per rispondere alla crisi dell'Unione. Perché se non si rilancia la costruzione di una “patria europea”, federalista e democratica, il destino sarà quello del ritorno all'Europa delle patrie. Sempre più piccole, sempre più divise, sempre più ininfluenti.

sabato 5 marzo 2016

TURCHIA: LA REPRESSIONE DI ERDOGAN CONTRO ZAMAN

Ennesimo duro attacco in Turchia alla libertà di stampa e alla libertà di informazione. Nella notte tra venerdì e sabato la polizia turca ha fatto irruzione nella sede del quotidiano di opposizione Zaman, il più diffuso del paese. Questo dopo la sentenza di un tribunale di Istanbul che ha ordinato il commissariamento del giornale e l'allontanamento degli amministratori e dei giornalisti sgraditi.
Centinaia di persone hanno protestato davanti alla sede del giornale e hanno cercato di impedire l'irruzione della polizia. Per disperderli sono intervenuti i reparti antisommossa che, stando alle testimonianze, hanno fatto uso di gas lacrimogeni e idranti per disperdere i manifestanti.
Per mettere sotto controllo il gruppo editoriale Feza, al quale oltre a Zaman fanno capo anche la sua edizione in inglese Zaman Today. l'agenzia di stampa Cihan, il settimanale Acsyon e l'emittente televisiva Samanyolu, l'accusa è quella ormai consueta usata dal regime – ormai possiamo definirlo così – del presidente RecepTayyip Erdogan per mettere a tacere le voci critiche: “propaganda terroristica”.
Questa volta non a favore dei guerriglieri curdi, ma del presunto stato parallelo che sarebbe stato creato dal magnate e predicatore sunnita Fetullah Gulen, ex alleato e sostenitore di Erdogan, poi diventato suo acerrimo nemico.




Dopo aver disperso i manifestanti che si erano riuniti davanti alla sede del quotidiano, la polizia ha fatto irruzione nella redazione e ha letteralmente buttato fuori i giornalisti e gli amministratori. I giornalisti sono riusciti a mettere online sul sito del quotidiano la cronaca e le immagini delle cariche della polizia al di fuori della sede del giornale e poi l'irruzione nella redazione. In precedenza il direttore del quotidiano nel corso di un'assemblea aveva parlato ai giornalisti dicendo: “Questo è un giorno nero per la democrazia”
Il leader del Chp, il principale partito di opposizione, Kemal Kilicdaroglu, ha denunciato l'azione della magistratura definendola un colpo alla libertà di espressione. Condanne sono arrivate anche dall'estero: il commissario europeo all'Allargamento Johannes Hahn ha detto di essere estremamente preoccupato per quanto accaduto. Il Dipartimento di Stato americano ha definito inquietanti le azioni giudiziarie per mettere a tacere gli organi di informazione sgraditi al al potere ricordando che la Turchia è candidata all'adesione all'Unione europea e deve rispettare la libertà di stampa. "I diritti fondamentali non sono negoziabili”.



A Zaman è successo quello che era già accaduto per il gruppo editoriale Ipker che era stato commissariato alla vigilia delle elezioni dello scorso novembre sempre per il suo legame con l'organizzazione che fa capo alla al predicatore e magnate Fetullah Gulen. “Oggi è un giorno di vergogna per la libertà dei media in Turchia. La Costituzione è stata sospesa”, ha detto tra l'altro la direttrice della versione online di Zaman, Sevgi Akarcesme, che ha parlato ai giornalisti della stampa internazionale davanti alla sede del giornale. Ricordiamo che la Costituzione turca vieta il sequestro di tipografie e delle attrezzature necessarie alla stampa dei giornali.
Una petizione su internet è stata lanciata da Index on Censorship che chiede al tribunale di Istanbul di rivedere la decisione e al presidente Erdogan di mettere fine alla repressione degli organi di informazione. “Le autorità turche - si legge tra l'altro nella petizione - hanno confermato di non rispettare più la libertà dei media che è la base di ogni società democratica. Noi sottoscritti chiediamo al tribunale di rivedere la sua decisione di porre sotto sequestro Zaman e chiediamo alla comunità internazionale di prendere posizione contro i ripetuti tentativi della Turchia di soffocare i media liberi e indipendenti “. La petizione è stata lanciata sulla piattaforma Change.org.



Non sfugge una coincidenza tra la decisione di commissariare Zaman e l'allontanamento forzato dei dei giornalisti e degli amministratori e il vertice di lunedì 7 marzo a Bruxelles tra il Governo turco. L'Unione Europea da molto tempo chiude gli occhi di fronte alle violazioni alla libertà di stampa e di espressione in Turchia vista la potente arma di ricatto che Erdogan ha in mano. Bruxelles ha stanziato tre miliardi per a sostenere la Turchia nell'accoglienza dei profughi che arrivano dalla Siria e delle altre zone di conflitto del Medio Oriente ed evitare che arrivino sulle coste europee.  Ormai sono centinaia di migliaia in territorio turco e, purtroppo, nulla fa pensare che l'atteggiamento europeo possa cambiare molto presto vista la debolezza e le divisioni tra i 28 su come affrontare e gestire la crisi dei profughi.

Post aggiornato il 11/03/2016

venerdì 25 aprile 2014

LA COMUNITA' ARMENA RISPONDE ALLE CONDOGLIANZE DI ERDOGAN

La turchia di Erdogan non si smentisce…negazionista è, e negazionista rimane.

Alla vigilia del 99° anniversario del Genocidio armeno il premier turco Erdogan ha rilasciato un comunicato, diramato in ben sette lingue, armeno compreso, nel quale si lascia andare a talune considerazioni sugli “accadimenti della prima guerra mondiale”. La stampa internazionale ha dato ovviamente molta enfasi alle suddette dichiarazioni che taluni, molto affrettatamente, hanno giudicato una apertura turca sulla questione armena. In realtà una attenta lettura del testo evidenzia, accanto a qualche timida frase di circostanza, la consueta impostazione negazionista della Turchia. Che anzi esce rafforzata proprio dalle frasi del leader turco condite dai soliti distinguo e prese di circostanza.

Il “Consiglio per la comunità armena di Roma” si associa alle reazioni negative che giungono dagli armeni di tutto il mondo ed invita a vigilare contro il negazionismo turco che, a pochi mesi dal centenario del Genocidio armeno, continua a caratterizzare la politica di Ankara. Il messaggio di Erdogan, a parte le “condoglianze ai nipoti” degli armeni, rafforza ancor di più l’antistorica posizione turca, cerca di mettere sullo stesso piano un milione e mezzo di armeni trucidati con alcune decine di migliaia di soldati turchi caduti nel corso delle avventate campagne militari dei generali ottomani; addita, inequivocabilmente, agli armeni la responsabilità se ancora oggi la questione del Grande Male non è risolta e getta nello stesso calderone della Grande Guerra un popolo sterminato dalla ferocia dei Giovani Turchi e tutti coloro che hanno perso la vita nel corso della guerra. Guerra che diviene, ancora una volta, una cortina fumogena dietro alla quale celare la grande strage armena.

Il “Consiglio per la comunità armena di Roma” rifiuta con fermezza ogni atto che non sia un pieno e formale riconoscimento di responsabilità per il genocidio del popolo armeno. Nessun tentativo di “depistaggio” diplomatico potrà mai arrestare il diritto alla Memoria che gli armeni in ogni angolo del mondo reclamano a gran voce; il 24 aprile ed ogni giorno dell’anno.

Il memoriale del genocidio armeno a Erevan (Foto Z@doune/Flickr)

giovedì 24 aprile 2014

GENOCIDIO DEGLI ARMENI: LE CONDOGLIANZE DI ERDOGAN

Recep Tayyip Erdogan
In occasione del 99° anniversario dell'inizio del genocidio degli armeni, che viene commemorato ogni anno il 24 aprile, il primo ministro turco Recep Tayyp Erdogan ha espresso le condoglianze dello Stato turco ai discendenti di coloro che persero la vita “all'inizio del ventesimo secolo”. Nella nota diffusa dall'ufficio del premier si legge: “Speriamo che tutti gli armeni che persero la vita nel contesto dell'inizio del ventesimo secolo riposino in pace e porgiamo le nostre condoglianze ai loro nipoti”.

“Gli incidenti della prima guerra mondiale - prosegue la nota - sono nostra sofferenza condivisa. Valutare questo doloroso periodo di storia con una prospettiva di giusta memoria è una responsabilità della gente comune e degli studiosi”. Nella dichiarazione, Erdogan sottolinea anche l'importanza della libertà di espressione e del rispetto della pluralità nei riguardi della storia: “In Turchia, esprimere opinioni diverse e pensieri in modo libero sugli eventi del 1915 è requisito per una prospettiva pluralistica così come per una cultura di democrazia e modernità”.

E' la prima volta che un leader turco compie un gesto del genere che, in qualche modo, ha quindi un valore storico. Tuttavia, il testo, tradotto in diverse lingue, tra cui anche l'armeno, se da una parte accenna alle “conseguenze disumane” della deportazione e ammette che essa riveste “un significato particolare per i nostri cittadini armeni e per tutti gli armeni nel mondo”, dall'altra parte si guarda bene dall'utilizzare il termine “genocidio” che la Turchia continua a rifiutare recisamente. Erdogan esprime comunque il desiderio che “gli armeni che hanno perso la vita all'inizio del ventesimo secolo riposino in pace e noi porgiamo le nostre condoglianze ai loro nipoti”.

Il 24 aprile gli armeni commemorano l'inizio dello sterminio deciso dal governo dei “Giovani Turchi” nell'ultima fase della caduta dell'impero ottomano e cominciato con gli arresti e la successiva eliminazione della élite armena di Costantinopoli (Istanbul). In seguito centinaia di migliaia di armeni subirono la deportazione e violenze di ogni genere che provocarono la morte di 1 milione e mezzo di persone. Secondo molti storici, quello degli armeni rappresenta il primo genocidio del ventesimo secolo. La repubblica turca, succeduta all'impero, ha però sempre contestato questa cifra, sostenendo che ci furono vittime in ogni parte, che i morti armeni furono molti meno e che la loro uccisione non fu il prodotto di uno sterminio pianificato.

Armeni impiccati ad Aleppo nel 1915


martedì 1 aprile 2014

ELEZIONI IN TURCHIA: ERDOGAN HA VINTO MA ORA E' PIU' DEBOLE

Intervista a Antonio Ferrari, editorialista del Corriere della Sera

Il partito Akp del premier turco Recep Tayyip Erdogan ha vinto le elezioni amministrative in Turchia con un risultato al di là delle aspettative, ma il referendum sul premier ha spaccato il paese e la sua leadership è indebolita, così il suo futuro politico appare in declino e la prospettiva di elezione alla presidenza della repubblica si fa ora più lontana.



Ascolta qui l'intervista per Radio Radicale

lunedì 31 marzo 2014

TURCHIA: ERDOGAN PIU' FORTE DI TUTTO VINCE LE ELEZIONI LOCALI

Vittoria elettorale, economia forte, mancanza di un'alternativa politica: il premier si prepara (forse) alle presidenziali, ma resta l'incognita del grande nemico Fetullah Gulen.


Non sono bastate le accuse di corruzione, né le proteste contro la svolta autoritaria degli ultimi mesi e nemmeno certe rivelazioni compromettenti diffuse ultimamente: l'Akp del premier Recep Tayyip Erdogan ha vinto nettamente le elezioni amministrative di ieri, ottenendo oltre il 45% dei voti contro il 28% al principale partito di opposizione, il Chp. L'Akp conserva inoltre il controllo delle due principali città del paese, Istanbul e Ankara, mentre Smirne rimane, come da tradizione, al Chp. Da più parti si segnalano denunce di irregolarità, fra l'altro in molte decine di città è mancata la luce durante le operazioni di spoglio delle schede elettorali, ma la vittoria di Erdogan appare incontestabile, con un calo di 4 punti rispetto al trionfale 49,6 delle politiche del 2011, ma con un deciso balzo in avanti rispetto alle precedenti amministrative.

La stampa filo governativa ha accolto con toni trionfali il "voto di fiducia", come lo ha definito Sabah, ottenuto ieri dal premier, mentre Takym titola "Vai avanti, Maestro, il popolo è con te" e Star sottolinea che l'Akp e Erdogan "sono entrati nella storia con l'ottava vittoria elettorale consecutiva". Per Yeni Akit, invece, Erdogan ha "schiacciato gli avversari" e ha fatto collassare la "sporca alleanza fra Gulen, il Chp e le forze del male". Sul fronte opposto, l'autorevole analista Murat Yetkin, dalle colonne di Hurryet, invita a guardare in faccia la "nuda verità della politica turca": "La maggioranza degli elettori ha chiuso occhi e orecchie davanti alle accuse di corruzione perche' Erdogan glielo ha chiesto, ed ha ancora una grande influenza su di loro".

Oltre alla vittoria elettorale, Erdogan incassa anche le buone notizie sull'economia della Turchia che nel quarto trimestre 2013 è cresciuta ad un ritmo leggermente più veloce (+4,4% rispetto al +4,3 del terzo trimestre), mentre la crescita economica dell'intero anno si è attestata a +4%, rispetto al +2,1% del 2012. I mercati turchi, da parte loro, hanno reagito positivamente alla vittoria di Erdogan, evidentemente nella convinzione che questo garantisca stabilità al Paese: la Borsa di Istanbul oggi ha aperto con un +1,95%, mentre la lira turca ha toccato quota 2,163 rispetto al dollaro, il valore più alto dal 29 gennaio scorso.

Dopo la parentesi elettorale l'Unione Europea auspica che la Turchia rilanci gli sforzi per le riforme necessarie per proseguire il già complicato (e incerto) negoziato per l'adesione. Il che significa, ha detto ai giornalisti a Bruxelles Maja Kocijancic, portavoce dell'Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune europea, Catherine Ashton, “impegnarsi di nuovo pienamente sulle riforme in linea con gli standard europei sullo stato di diritto e sui diritti fondamentali”. La portavoce ha poi parlato degli "sviluppi preoccupanti" degli ultimi tre mesi e ha invocato sforzi "per raggiungere tutti i cittadini, inclusi quelli che non hanno votato per la maggioranza", in modo da assicurare "il più forte coinvolgimento possibile sulle riforme".

Le prime dichiarazioni di Erdogan dopo la vittoria, tuttavia, non promettono niente di buono. Parlando dal balcone della sede del Akp ad Ankara davanti a migliaia di sostenitori in festa, il premier ha annunciato, infatti, che ora i “traditori” della nazione “la pagheranno”. "Non ci sarà uno stato nello stato, è giunta l'ora di eliminarli", ha tuonato Erdogan con un chiaro riferimento a Fetullah Gulen, il capo della potente organizzazione cultural-religiosa Hizmet, che da grande sostenitore è diventato il più acerrimo nemico del premier che lo accusa di complottare per far cadere il suo governo. Il messaggio è chiaro: gli oppositori, da qualunque parte provengano, continueranno a trovare pane per i loro denti.

"Il popolo della Turchia oggi ha smontato tutti i piani e le trappole amorali, quelli che hanno attaccato la Turchia sono stati smentiti", ha affermato ancora il leader dell'Akp nella manifestazione che ha celebrato la vittoria. Cumhuriyet scrive che dal premier è venuto un "messaggio di rivalsa", mentre Radikal ritiene che Erdogan abbia pronunciato "minacce" e Karsi parla di "democrazia oscurata". La definizione pare appropriata, viste le misure prese contro Internet e social media, per non dire delle persecuzioni contro i giornalisti non allineati. E d'altra parte, con un successo simile, perché Erdogan dovrebbe tenere in conto gli ammonimenti di Bruxelles a lavorare sui diritti umani e sui diritti fondamentali “per vedere dei progressi reali della Turchia sul percorso europeo"? Siamo sicuri che gli interessi ancora quel percorso?

Ora, secondo molti osservatori, la vittoria di ieri spingerà Erdogan a presentarsi alle presidenziali del 10 agosto, le prime che si svolgeranno con elezione diretta, dopo la modifica della Costituzione voluta e ottenuta grazie alla forza parlamentare dell'Akp. Con l'appoggio della maggior parte della popolazione e l'economia che si mantiene forte, i favori del pronostico sono dalla sua. Di contro l'opposizione non appare in grado di proporre non solo un candidato, ma soprattutto una proposta politica e una “vision”, altrettanto forte. Gulen a parte, i maggiori problemi per Erdogan potrebbero venire dal suo stesso partito: ma all'Akp conviene azzoppare un cavallo così vincente? Certo, sul piano internazionale il bilancio non è altrettanto esaltante, ma da che mondo e mondo non è con la politica estera che si vincono le elezioni. In ogni modo, si prepara una nuova fase di forti tensioni: trattandosi della Turchia è quasi una non-notizia, ma ciò non la rende meno vera.


giovedì 6 marzo 2014

TURCHIA: LA SITUAZIONE POLITICA E IL FUTURO DI ERDOGAN

Intervista a Marta Ottaviani

Il premier turco Recep Tayyip Erdogan si prepara alle elezioni locali del 30 marzo dopo le grandi proteste per Gezi Park della scorsa estate, mai del tutto spente nonostante la dura repressione, e dopo gli scandali di corruzione emersi negli ultimi mesi che hanno terremotato il governo, messo in seria difficoltà il suo partito Akp, e appannato la sua immagine.
Le elezioni amministrative sono molto importanti in Turchia perché non esiste un livello intermedio tra le amministrazioni locali e il governo centrale e perché il voto avviene in contemporanea in tutto il Paese. L'appuntamento del 30 marzo rappresenterà, quindi, un vero e proprio test sulla tenuta dell'Akp, dopo un decennio di potere incontrastato, e sul futuro politico di Erdogan soprattutto in vista delle presidenziali della prossima estate, le prime in cui i cittadini turchi voteranno direttamente l'elezione del loro presidente.
Con una opposizione politica praticamente inesistente, i veri avversari del premier saranno la situazione economica, la cui grande crescita nel decennio ha accompagnato e sostenuto le fortune politiche di Erdogan ma che ora non appare più florida come una volta, e il leader religioso Fetulah Gulen, un tempo grande sostenitore dell'Akp, ma oggi acerrimo avversario di Erdogan. Da considerare anche il ruolo dell'attuale presidente Abdullah Gul, che dopo essere stato per molti anni il fedele numero 2 di Erdogan, da tempo, anche grazie al suo ruolo istituzionale, ha cercato di smarcarsi dal premier.

Ascolta qui l'intervista per Radio Radicale



Marta Ottaviani, dopo essere stata per alcuni anni corrispondente dalla Turchia per l'agenzia TMNews, attualmente collabora con i quotidiani L'Avvenire e La Stampa. E' autrice dei volumi "Mille e una Turchia" e "Cose da Turchi", entrambi pubblicati da Mursia.

venerdì 7 febbraio 2014

TURCHIA: OLTRE LO SCONTRO ERDOGAN vs. GÜLEN, LA FINE DEL MIRACOLO ECONOMICO?


Il 30 marzo si vota in Turchia per il rinnovo delle amministrazioni locali e in vista di questo importante appuntamento elettorale, il clima politico si fa piuttosto rovente. Dopo l'estate di proteste per Gezi Park a metà dicembre è scoppiato lo scandalo di corrusione che ha provocato un terremoto nel quadro politico e che avviene nell'ambito del durissimo scontro in atto tra Recep Tayyip Erdogan e Fetullah Gülen, il potente capo del movimento cultural-religioso Hizmet che accusa il premier di stare minando il "modello turco" con le sue scelte politiche, sia sul piano interno che su quello internazionale. Ora c'è un ulteriore fattore che potrebbe rimescolare ulteriormente le carte: la possibile fine del miracolo economico vissto dalla Turchia nell'ultimo decennio, che è stato il maggiore successo di Erdogan e che ha consolidato l'ascesa della nuova classe dirigente espressa dall'Akp.
Di tutto questo ho parlato con Matteo Tacconi in un'intervista per Radio Radicale a partire dal suo pezzo pubblicato su Osservatorio Balcani e Caucaso.

Ascolta qui l'intervista a Matteo Tacconi




Crisi turca, il fattore economico
di Matteo Tacconi – pubblicato il 30 gennaio 2014 su Osservatorio Balcani e Caucaso

Lo scontro tra il primo ministro turco Recep Tayyip Erdoğan e Fethullah Gülen, capo di Hizmet, potente movimento culturale e religioso, con forti ramificazioni nell’educazione e nei media, continua a tenere la Turchia su una corda, tesissima, di violino.

La storia ormai è nota. Tutto è cominciato a dicembre, quando è scattata un’inchiesta giudiziaria, su corruzione e dintorni, che ha portato all’arresto di diverse persone. Tra queste i figli di tre ministri. Che si sono dimessi. Erdoğan, oltre a loro, ha cambiato altri sette membri della sua squadra, cercando di allontanare dall’esecutivo l’ombra insidiosa della maxi-inchiesta.

Erdoğan vs Gülen

Questo è stato solo l’inizio. Nei giorni e nelle settimane seguenti il capo del governo ha dato il via a due purghe. L’una tra i quadri della polizia, con centinaia di ufficiali, tra Istanbul e la capitale Ankara, spostati da funzioni inquirenti a mansioni inferiori. L’altra nella magistratura, dove una raffica di nuove nomine ai vertici delle procure ha ridisegnato gli equilibri del potere giudiziario, in senso favorevole all’esecutivo.

Ma perché tutto questo? Qui sta il punto. Secondo Erdoğan l’inchiesta sulla corruzione, che ha lambito anche uno dei suoi figli, Bilal, è un attacco inaudito al suo governo, costruito artificiosamente da Fethullah Gülen grazie alle sponde importanti che può vantare nei ranghi di polizia e magistratura. Ne è scaturito il contrattacco, durissimo. Gülen respinge le accuse.

In ogni caso è innegabile che i rapporti tra i due si sono incrinati. Prima erano molto buoni. L’ascesa al potere di Erdoğan, avvenuta ormai più di dieci anni fa, è legata tra le altre cose alla mobilitazione elettorale dei seguaci di Hizmet e all’assorbimento di alcune delle idee del gülenismo – molti lo dipingono come la versione islamica del calvinismo – nella piattaforma dell’Akp, il partito del primo ministro.

Molte cose sono cambiate negli ultimi tempi. A Gülen non è piaciuta la sterzata di Erdoğan sui rapporti con Israele, piombati verso il basso, né la gestione dei fatti di Gezi Park. Il suo timore è che il cosiddetto modello turco, sintesi tra democrazia e islam, evolva in qualcosa di più autoritario. In questa cornice si iscrive la “tangentopoli”, legata a doppio filo alle imminenti scadenze elettorali. A marzo ci sono le amministrative, in agosto le presidenziali, le prime con voto diretto. Non è escluso che Erdoğan voglia salire sul gradino più alto delle istituzioni, facendone il perno del sistema. Si dice che a Gülen questa ipotesi non piaccia affatto.

Arriva lo “sboom”

C’è comunque un altro fattore che potrebbe ripercuotersi sulla scacchiera politica condizionando le mosse dei giocatori, specialmente quelle di Erdoğan. È l’economia. Molti analisti sono dell’avviso che la stagione d’oro della Turchia, esplosa proprio nel momento in cui l’Akp prese il potere, nel 2002, sta volgendo al termine. In questo arco di tempo il paese ha compiuto un balzo in avanti eccezionale, che tra il 2002 e il 2012 ha visto i redditi individuali passare da 3.676 a 10.666 dollari l’anno. La crescita è stata accompagnata dalla riduzione vistosa del debito pubblico (da circa il 70% a circa il 40%) e dalla contrazione di inflazione e deficit.

Adesso la curva potrebbe flettersi. Uno dei motivi è l’effetto che, sui paesi emergenti, Turchia inclusa, potrebbe avere il tapering in America, ossia la fine della politica di acquisto di titoli pubblici, che ha viaggiato in parallelo con una strategia di forte riduzione dei tassi. Questo ha spinto gli investitori a muoversi sui mercati emergenti, dove tassi più alti hanno garantito ritorni maggiori. Turchia, Brasile, India, Cina e altri paesi ne hanno beneficiato fortemente. Tuttavia gli stimoli della Federal Reserve vanno verso l’esaurimento e la tendenza dei capitali, già visibile, è quella di uscire da questi mercati, dove i rischi sono maggiori, riconcentrandosi su quelli occidentali, più sicuri e sulla strada della ripresa.

Le conseguenze, in Turchia, sono già tangibili. La Lira turca s’è deprezzata rapidamente, arrivando ai minimi sul Dollaro e schizzando giù notevolmente proprio a ridosso dei fatti di Gezi Park e delle recenti vicissitudini tra Erdoğan e Gülen. Segno che tra quadro economico e scenario politico potrebbe innescarsi o già si è innescato un intreccio pericoloso.

Ai problemi della Lira, che la Banca centrale turca ha cercato di risollevare con una manovra pesante sui tassi, appena portati dal 7,75 al 12%, anche allo scopo di contenere l’inflazione, va aggiunto il fatto che in Turchia il deficit delle partite correnti, ovvero lo scarto tra quanto si esporta e quanto si importa, è molto alto, come spesso capita in economie in espansione: si hanno risorse, dunque si compra. Attualmente il valore di questo parametro s’aggira sul 7-8% del Pil. Ankara lo copre appoggiandosi sui capitali stranieri in entrata. Il rischio di una loro fuoriuscita, stimolato dall’effetto tapering, può avere conseguenze rilevanti. Senza contare che l’economia, in generale, sta rallentando. Da qui al 2018 la crescita media dovrebbe attestarsi sul 4% (stime Fmi), ma in virtù dei tassi “cinesi” degli anni passati (9,2% nel 2010; 8,8% nel 2011), questo stesso rallentamento potrebbe essere avvertito addirittura come una recessione, sostiene qualche analista.

Insomma, Erdoğan, che ha sempre usato crescita e progresso come leve elettorali, potrebbe ritrovarsi con le armi un po’ spuntate. Lo scontro aperto con Gülen e l’esibizione dei muscoli sembrano rientrare in un gioco di polarizzazione dell’elettorato che depotenzi, facendola scivolare in secondo piano, la questione economica.

lunedì 3 febbraio 2014

TURCHIA: ALLE ELEZIONI CONTERANNO PIU' GLI SCANDALI O L'ECONOMIA?

Il premier turco e leader dell'Akp, Recep Tayyip Erdogan
Anche se alle elezioni locali in Turchia mancano poco meno di due mesi la campagna elettorale è ormai entrata nel vivo e, nonostante la stagione, la temperatura politica è già torrida. Non essendoci, nel sistema turco, un livello intermedio di governon tra amministrazioni locali ed esecutivo (come sono per esempio le regioni italiane o i laender tedeschi), il rinnovo dei consigli provinciali e comunali, che avviene in contemporanea in tutto il Paese, assume un grande rilievo: quello del 30 marzo 2014 sarà un test cruciale da cui potrà dipendere il futuro politico del primo ministro Recep Tayyip Erdogan. Secondo i sondaggi, il Partito della giustizia e dello sviluppo (Akp) rimane la prima formazione politica in Turchia. Ma le proteste contro il governo che per settimane hanno attraversato tutto il Paese la scorsa estate e lo scandalo tangenti che ha terremotato il quadro politico, riaccendendo lo scontro tra governo e magistratura, ha duramente colpito il partito del premier che appare in calo nelle intenzioni di voto e potrebbe addirittura perdere Istanbul, la sua roccaforte più importante oltre che città simbolo del Paese.

Le elezioni di marzo aprono un periodo elettorale che passerà per le presidenziali di agosto (le prime a elezione diretta) e arriverà alle politiche del 2015: dopo un decennio di successi, le amministrative di marzo potrebbero segnare l'inizio della parabola discendente dell'Akp e per lo stesso Erdogan. Secondo un sondaggio dell'istituto di ricerca Metropoll reso noto giovedì scorso la popolarità del premier sarebbe al 39,4%, cioè quasi dimezzata rispetto al 2007, quando poco meno di 3/4 dei cittadini turchi appoggiavano il suo operato. Un calo che non risparmia neanche il presidente della Repubblica Abdullah Gul, un tempo fedele alleato ma ora indicato come possibile avversario di Erdogan alle presidenziali, che in questi mesi ha cercato, grazie al suo ruolo istituzionale, di smarcarsi dall'immagine del premier. La cosa interessante è che mentre nell'ultimo mese, da quando è scoppiato lo scandalo della corruzione, mentre Erdogan ha perso poco più del 9% dei consensi, Gul ha perso quasi il doppio, mantenendo comunque quasi venti punti in più di gradimento rispetto al premier.

Che la posta in gioco sia alta e che il rischio di sconfitta a Istanbul il prossimo 30 marzo sia tutt'altro che remota, lo dimostra anche la decisione di Erdogan di scendere in campo direttamente per sostenere il candidato dell'Akp Kadir Topbas contro Mustafa Sarigul, presidente della municipalità di Sisli e suo principale sfidante sostenuto dal Partito repubblicano del popolo (Chp). Con un attacco di estrema durezza il premier, in una manifestazione pubblica, ha mostrato il rapporto preparato dalla commissione istituita dallo stesso Chp per indagare sui presunti illeciti commessi dalla municipalità di Sisli che avrebbe rilasciato autorizzazioni edilizie irregolari per decine di milioni di dollari. Sarigul, da parte sua, ha respinto ogni accusa sostenendo che non c'è nessun processo in corso a suo carico e che il consiglio di stato turco ha già archiviato il caso anni fa e che Erdogan sta portando avanti una campagna diffamatoria per minare la sua popolarità.

In effetti, mentre ad Ankara il candidato dell'Akp, Melih Gokcek, non dovrebbe avere problemi per la vittoria e a Izmir, storica roccaforte dell'opposizione, il sindaco del Chp si avvia alla riconferma, a Istanbul, stando ad un recente sondaggio dell'istituto Sonar, Sarigul sarebbe in leggero vantaggio su Topbas, attuale primo cittadino e fedelissimo del premier. Istanbul è una roccaforte del partito islamico moderato fin dai tempi del Partito della prosperità nel 1994. Erdogan ha iniziato la sua scalata al potere proprio come sindaco della città e perderla oggi rappresenterebbe un colpo durissimo e forse irreparabile: il segno della fine di un ciclo politico di grandi trasformazioni rappresentato dall'ascesa al potere di una nuova classe dirigente, dal ridimensionamento del vecchio establishment kemalista (in primis dei militari) e da uno sviluppo economico cresciuto con tassi da tigre asiatica. Ma ora proprio dall'economia arrivano segnali inquietanti. Forse, più che dalle piazze della protesta o dalle inchieste sugli scandali, i voti contro Erdogan potrebbero uscire dai portafogli degli elettori turchi.
[basato su un lancio dell'agenzia TMNews]

mercoledì 15 gennaio 2014

TURCHIA: ERDOGAN DENUNCIA IL TENTATIVO DI GOLPE DI GULEN

Ma lo scandalo di queste settimane potrebbe favorire Gul

Il premier turco Recep Tayyip Erdogan è tornato in questi giorni a reagire allo scandalo di corruzione, che sta terremotando il suo governo e mettendo a rischio il quadro politico, affermando che dietro le inchieste si nasconde "il più ampio, pesante e immorale tentativo di colpo di stato". Pur senza nominarlo direttamente, il premier in diverse occasioni ha puntato il dito contro il predicatore islamico Fetullah Gulen, il suo ex sostenitore che da anni vive in esilio volontario negli Usa, di aver mascherato un tentativo di golpe con il maxi-scandalo scoppiato a metà dicembre. Erdogan ha anche invitato gli ambasciatori turchi a spiegare in modo chiaro ai governi dei Paesi dove si trovano “la vera faccia”, le “ambizioni e i desideri” e le “dimensioni del pericolo” di quello che ha definito “l'impero della paura” creato da Gulen con il suo movimento Hizmet, soprattutto nel settore giudiziario e nella polizia. Per Erdogan l'obiettivo non il governo o il suo partito, ma la Turchia stessa, i suoi interessi nazionali e i suoi 76 milioni di cittadini.

Il governo ha reagito alle inchieste che hanno coinvolto personalità e imprenditori vicini al premier (tra cui, secondo alcuni organi di stampa, ci sarebbe anche il figlio Bilal Erdogan) rimuovendo dall'incarico centinaia di dirigenti e di funzionari della polizia, fra cui i responsabili delle inchieste anti-corruzione, e trasferendo due magistrati titolari di due filoni dell'inchiesta. Erdogan ha inoltre presentato un disegno di legge in parlamento per porre il Consiglio supremo dei giudici e dei procuratori (il Csm turco) sotto l'autorità del ministro della giustizia. Una mossa definita incostituzionale dall'opposizione e che è finita anche nel mirino di Bruxelles. Dopo il primo incontro a Strasburgo, fra il commissario europeo all'Allargamento, Stefan Fuele, e il nuovo ministro degli Affari europei e capo negoziatore con l'UE, Mevlut Cavusoglu, la Commissione europea ha, infatti, annunciato che esaminerà la bozza del progetto e che comunicherà la sua opinione alle autorità di Ankara prima di un qualsiasi voto parlamentare.

Fuele ha anche precisato di attendersi che la Turchia “prenda tutte le misure necessarie per assicurare che le recenti accuse di corruzione siano affrontate senza discriminazioni o preferenze, in maniera trasparente e imparziale” e che “qualsiasi cambiamento del sistema giudiziario non deve mettere in discussione l'impegno della Turchia” a rispettare ai criteri richiesti dall'UE. Per altro, il premier turco, atteso a Bruxelles martedì 21 gennaio per un incontro con il presidente della Commissione, Jose' Manuel Barroso, si è detto disponibile a “congelare” il progetto di riforma se l'opposizione approverà una modifica della Costituzione che vada nello stesso senso. Kemal Kilicdaroglu, leader del CHP, il Partito repubblicano popolare fondato dal padre della Turchia moderna, Kemal Ataturk, e principale forza dell'opposizione, ha risposto che se ne può parlare a patto che sia garantito il principio di separazione dei poteri e preannunciato un ricorso alla Corte costituzionale. Intanto lo scontro parlamentare sul provvedimento è degenerato in una rissa con insulti, schiaffi, lanci di bottigliette d'acqua e perfino di un tablet.

A favore di una modifica costituzionale, si è espresso anche il presidente della repubblica, Abdullah Gul, compagno di partito di Erdogan. Ma più che un assist, quella di Gul sembra l'ennesima, felpata presa di distanza dal premier in vista delle presidenziali di agosto, alle quali l'attuale capo dello stato potrebbe candidarsi contro Erdogan che punta da tempo alla presidenza della repubblica. Stando a quanto scritto da Zaman (quotidiano che, per inciso, fa parte della galassia riconducibile all'organizzazione di Fetullah Gulen) non è escluso che il presidente possa rifiutarsi di controfirmare la legge sui giudici se sarà approvata. In effetti, come fanno notare alcuni analisti, Gul, rispettato dall'opposizione e non ostile a Gulen, potrebbe essere proprio il principale beneficiario dello scandalo che sta facendo tremare il quadro politico turco. Prima delle presidenziali di agosto ci sarà a marzo il test cruciale delle elezioni locali. A meno che Erdogan non decida di forzare la mano e provocare elezioni parlamentari anticipate, alle quali comunque non potrebbe candidarsi per un terzo mandato da premier. Comunque vada le prossime settimane non ci lasceranno senza notizie dalla Turchia.

sabato 11 gennaio 2014

SPECIALE PASSAGGIO A SUD EST: TERREMOTO POLITICO IN TURCHIA

Un'immagine che attacca duramente il premier Erdogan
Il mondo politico turco è scosso dallo scandalo di corruzione che sta colpendo il governo, esponenti dell'Akp e uomini d'affari legati al premier Recep Tayyip Erdogan. Le inchieste e il conseguente scontro tra esecutivo e magistratura hanno alla base il conflitto con il predicatore islamico Fetullah Gulen e la sua potente organizzazione, che da sostenitori dell'ascesa politica dell'Akp e del suo leader sono diventati negli ultimi anni loro acerrimi avversari.
Il terremoto politico che rischia di travolgere il premier e il suo partito avviene all'inizio di un anno molto importante, che vedrà la Turchia andare al voto in marzo per le elezioni locali, in agosto per quelle presidenziali e successivamente per quelle politiche. Per il momento l'opinione pubblica turca resta sostanzialmente a guardare e i sondaggi indicano una flessione del consenso per Erdogan e l'Akp (iniziato all'epoca delle proteste per Gezi Park) che resta comunque il partito di maggioranza relativa.
Tutto questo mentre restano irrisolte diverse questioni politiche e istituzionali interne e in uno scenario internazionale (quello che va dal nord Africa all'Asia centrale passando per il Medio Oriente) estremamente complesso, instabile e denso di inconginte  in cui la Turchia è uno dei protagonisti. Uno scenario agitato dal conflitto in corso all'interno del mondo islamico e in particolare nella famiglia sunnita.

Per cercare di capire quello che sta accadendo e immaginare la possibile evoluzione nei prossimi mesi, la trasmissione propone le opinioni di Alberto Tetta, giornalista e collaboratore da Istanbul dell'agenzia TMNews, e Fabio Salomoni, ricecatore presso la Koc Universitesi di Istanbul, la relazione su costituzione e democrazia in Turchia tenuta dal professor Andrea Gratteri nell'ambito del convegno "La Turchia come attore globale e regionale" svoltosi presso la SIOI il 16 dicembre, e un passaggio del forum sulla politica internazionale con il ministro degli Esteri Emma Bonino svoltosi a Radio Radicale il 27 dicembre.

La registrazione integrale dello Speciale è ascoltabile direttamente qui


venerdì 10 gennaio 2014

IL TERREMOTO POLITICO IN TURCHIA: ERDOGAN ALL'ATTACCO

Il premier turco Recep Tayyp Erdogan va all'attacco contro magistratura e polizia per reagire agli scandali di corruzione che stanno seriamente minacciando il suo governo ed il suo potere personale. Nei giorni scorsi il governo turco ha deciso la rimozione dall'incarico dei capi della polizia di 16 importanti citta' del paese, fra cui la capitale Ankara, mentre il capo della polizia di Istanbul era gia' stato destituito il mese scorso dopo il primo blitz anti-corruzione del 17 dicembre. E' stato rimosso anche il vicecapo della pubblica sicurezza nazionale. Le 'purghe' di Erdogan – come sono state definite da qualcuno - hanno colpito centinaia di alti funzionari e di agenti della polizia turca, che sono stati destituiti o trasferiti, fra cui la maggior parte di coloro che hanno partecipato alle inchieste anti-corruzione che coinvolgono politici e imprenditori vicini al governo e al partito del premier. Il contrattacco di Erdogan non è però bastato finora a far rientrare la crisi e ora il premier punta ad una riforma della giustizia che riveda i poteri della magistratura.

Molti dei funzionari silurati sono considerati vicini alla confraternita islamica del predicatore Fetullah Gulen, che dopo essere stato un suo sostenitore da tempo ha ingaggiato uno scontro con Erdogan. E proprio questo scontro, sempre più aspro, secondo l'opinione di molti analisti turchi, sta dietro l'ondata di arresti di questi giorni. Il tribunale di Ankara a inizio anno ha aperto un'indagine sulle infiltrazioni della confraternita religiosa nella magistratura dopo la denuncia presentata dell'ex-ministro della Giustizia e vice-presidente dell'Akp, Mehmet Ali Sahin. E per complicare le cose, contro Gulen si è schierato anche il leader di un'altra importante confraternita religiosa, il "Movimento Nur", considerata vicina al governo, facendo presagire uno scontro anche tra i gruppi religiosi che hanno sostenuto fino ad ora Erdogan.

Erdogan deve inoltre fronteggiare critiche e defezioni nel suo stesso partito. Il 25 dicembre i tre ministri coinvolti dalle indagini dopo l'arresto dei loro figli si sono dimessi e il premier ha annunciato un rimpasto di governo che ha coinvolto dieci i membri dell'esecutivo che sono stati sostituiti in accordo con il presidente della Repubblica Abdullah Gul: tra di essi c'è l'ex ministro degli Esteri e attuale ministro per gli Affari europei, Egemen Bagis. La decisione, è ovvio, è stata accolta con irritazione dai diretti interessati, tanto che l'ex titolare dell'Ambiente, Erdogan Bayraktar, ha invitato lo stesso premier a lasciare l'incarico "per amore della nazione".

La possibilità che Erdogan decida di dimettersi per andare a elezioni anticipate lo stesso giorno delle elezioni amministrative già fissate per il prossimo 30 marzo non è da escludere, secondo alcuni osservatori. Il premier, pur in calo di consensi, secondo i sondaggi mantiene ancora un consistente sostegno popolare e potrebbe decidere di andare alla conta con i suoi avversari interni ed esterni. Del resto non sarebbe la prima volta, e lo stesso ordinamento giuridico turco in materia stabilisce tempi e modi in maniera precisa. Un accordo in questo senso tra Erdogan e il presidente della repubblica Abdullah Gul renderebbe possibile l'operazione. Dal canto suo il presidente Abdullah Gul ha assicurato che se vi e' stata corruzione, non verra' nascosta, marcando in qualche modo anche in questa occasione una differenza di toni rispetto al premier. Non solo perché è il presidente della repubblica, ma anche perché è il principale avversario di Erdogan nell'Akp e potrebbe essere il suo sfidante alle prossime elezioni presidenziali.

I toni usati dal premier nelle sue uscite pubbliche, sono stati molto netti fin dai primi giorni in cui lo scandalo è esploso. Il 21 dicembre ha parlato di “reti nello Stato che sono state usate come società segrete”, assicurando che saranno smantellate come è stato fatto per le proteste di Gezi Park. Pochi giorni fa ha denunciato il "tentativo di assassinio" volto a colpire “il futuro e la stabilità" della Turchia sostenendo la tesi di un "complotto" per destabilizzarlo. Ieri ha ripetuto che la sovranità non appartiene alla magistratura né al governo ma al popolo e che se i giudici si prendono un potere che non appartiene loro saranno giudicati per questo.

E in tutto questo, che fanno i militari che per decenni sono stati gli intransigenti custodi dell'ortodossia repubblicana kemalista e ai quali proprio Erdogan è riuscito a togliere potere dopo uno scontro durato vari anni? Il potente esercito turco, per ora non si è fatto coinvolgere dal terremoto politico, ma ha sfruttato l'occasione per tornare a far sentire la sua voce e difendere i propri ufficiali condannati a pesanti pene per cospirazione. Il 27 dicembre lo Stato maggiore ha presentato una denuncia penale alla procura di Ankara contro le condanne di centinaia di ufficiali, sostenendo che le prove sono state "manipolate" e "fabbricate" e sono state "ignorate le argomentazioni della difesa" chiedendo nuovi processi. I vertici militari assicurano di non voler essere coinvolti nella “tangentopoli” che sta scuotendo il quadro politico, ma la stampa filogovernativa non si è lasciata scappare l'occasione di indicare la loro iniziativa come un pretesto per aprire la strada ad un intervento militare.

Le misure prese dal governo di Ankara contro poliziotti e prefetti che indagano sulla corruzione in Turchia sono "soggetto di inquietudine per la UE", ha detto qualche giorno fa il portavoce della Commissione, Olivier Bailly, sottolineando che Bruxelles chiede "immediatamente" ad Ankara di "rispettare i criteri sullo stato di diritto" connessi allo status di Paese candidato all'adesione alla UE e di "prendere misure" per "assicurarsi che le accuse e i comportamenti sbagliati di certi dirigenti siano trattati senza discriminazioni". Intanto, però, ieri il governo ha presentato in parlamento un disegno di legge per mettere sotto piu' stretto controllo il Consiglio supremo dei giudici e dei procuratori (il Csm turco) e il sistema giudiziario. L'esame del provvedimento inizierà la settimana prossima. Secondo le indiscrezioni di stampa il disegno di legge trasferirebbe tutti i poteri giudiziari al ministro della giustizia in modo tale che il sistema giudiziario sia direttamente controllato dall'esecutivo. Se la nuova normativa sarà approvata - e sembra scontato, dato che l'Akp ha la maggioranza assoluta nel parlamento turco – l'UE e non solo avranno un motivo di inquietudine in più.

sabato 30 novembre 2013

LA TURCHIA E LE TENTAZIONI AUTORITARIE DI ERDOGAN

Dalla dura repressione di "Occupy Gezi" alle intercettazioni illegali di giornalisti da parte dei servi segreti

Da www.thetimes.co.uk
Almeno 3,6 milioni di persone hanno partecipato alle grandi proteste anti-governative di giugno e luglio in Turchia, partite dalla difesa del Gezi Park di Istanbul e presto indirizzata contro la deriva islamica ed autoritaria del premier Recep Tayyip Erdogan,. Lo riporta un rapporto dei servizi di sicurezza e intelligence pubblicato lunedì scorso dal quotidiano Milliyet. Il documento precisa che fra maggio e luglio si sono svolte 5500 manifestazioni in tutto il paese: solo la provincia di Bayburt, sul Mar Nero, è rimasta estranea alle proteste. Il rapporto della polizia stima inoltre che durante gli scontri sarebbero stati provocati danni per 139 milioni di lire turche (51 milioni di euro). Lo studio traccia anche un “profilo demografico” dei manifestanti sulla base dei dati personali degli arrestati che conferma come il movimento “Occupy Gezi” sia stato animato dai giovani, per la maggior parte laureati e con un reddito basso (meno di 1000 lire turche pari a 370 euro circa): oltre l'80% dei partecipanti aveva meno di 30 anni e oltre la metà fra i 18 e i 25. Dei 5500 arrestati (190 dei quali sono ancora in carcere), metà erano donne e più di tre quarti erano appartenenti alla comunità alevita, una minoranza culturale e religiosa che conta circa 10 milioni di aderenti che praticano un Islam piuttosto eterodosso e liberale e da sempre subiscono pesanti discriminazioni e che sono stati in prima linea nelle proteste. Questi dati hanno provocato la reazione del Partito repubblicano del popolo (principale formazione dell'opposizione ed erede diretto della tradizione kemalista): “Il governo ha creato per caso una ufficio per la schedatura? Come è possibile dire con certezza che il 78% sono aleviti?”, ha chiesto polemicamente il vicesegretario Sezgin Tanrikulu.

Dopo le caldissime giornate di giugno e luglio le manifestazioni sono finite, a parte una brevissima fiammata a settembre, ma gli arresti e i processi contro chi è sceso in piazza continuano. I provvedimenti giudiziari riguardano anche membri delle forze dell'ordine per omicidio. Le proteste della scorsa estate, infatti, sono costate la vita a cinque manifestanti sono morti, mentre ci sono stati 4320 feriti, alcuni dei quali in modo molto grave, mentre altri hanno riportato danni permanenti. Stando all'ordine dei medici, inoltre, i manifestanti feriti sono stati oltre 8mila. La dura repressione decisa dal governo del premier Recep Tayyip Erdogan ha suscitato una pioggia di critiche da tutto il mondo. Ultima in ordine di tempo la condanna giunta in settimana dal Consiglio d'Europa: quanto avvenuto a maggio e giugno scorsi evidenzia ancora una volta il duraturo e sistematico problema dell'insufficiente rispetto dei diritti umani da parte della polizia turca, ha dettoil commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa, Nils Muiznieks, nel rapporto pubblicato martedì 26 e basato sulla visita condotta all'inizio di luglio. Il commissario chiede quindi una revisione delle leggi che regolano il diritto a manifestare, giudicate troppo restrittive.

Nei giorni scorsi è arrivata anche la notizia, riportata dall'edizione online del quotidiano di Ankara Zaman, che il Consiglio Supremo dei Giudici e dei Procuratori ha deciso di avviare una inchiesta dopo che i telefoni di diversi giornalisti sono stati intercettati dai servizi segreti del Mit, che avevano chiesto l'autorizzazione della magistratura usando falsi nomi. Secondo il giornale, diversi giornalisti dell'autorevole quotidiano indipendente Taraf, critico nei confronti del governo del premier Erdogan, fra cui il direttore Ahmet Altan, il vicedirettore Yasmin Congar e alcuni editorialisti, sarebbero stati spiati fra il 2008 e il 2009 dal Mit. Stando Cumhuriyet, altra testata di opposizione, le intercettazioni sarebbero state approvate da Erdogan, cui é considerato vicino il direttore dei servizi segreti Hakan Fidan. Le intercettazioni sarebbero state autorizzate regolarmente da un magistrato, ma secondo il quotidiano Radikal la documentazione presentata dal Mit alla magistratura non indicava i nomi dei giornalisti, ma false generalità di presunti cittadini arabi. I numeri di telefono da sorvegliare erano invece quelli dei cronisti di Taraf. Il presidente della Prima camera del Consiglio Supremo dei Giudici e dei Procuratori, Ibrahim Okur, citato da Radikal, ha confermato l'avvio di una inchiesta precisando che “perfino il Mit non può nascondere informazioni alla giustizia. Non può cancellare i nomi veri delle persone e inviare alla corte nomi falsi”.

lunedì 28 ottobre 2013

KOSOVO: ERDOGAN PROVOCA UNA CRISI TRA TURCHIA E SERBIA

“Il Kosovo è Turchia e la Turchia è Kosovo”, ha detto il premier turco a Prizren. Belgrado grida allo scandalo, pretende scuse ufficiali e chiede l'intervento dell'UE

E' crisi tra Serbia e Turchia a proposito del Kosovo. La scorsa settimana, il premier turco Recep Tayyip Erdogan, parlando a migliaia di persone a Prizren durante una visita ufficiale, affiancato dal premier kosovaro Hashim Thaci e da quello albanese Edi Rama, prima ha esaltato gli stretti legami storici e culturali con il Kosovo, definito la sua “seconda patria”, poi ha affermato che i popoli turco e kosovaro hanno la stessa storia e la stessa civilizzazione. Non contento si è spinto oltre dichiarando che “il Kosovo è Turchia e la Turchia è Kosovo”. Parole che hanno fatto saltare sulle sedie la massime autorità della Serbia, che non intendono accettare la secessione di Pristina, mentre invece la Turchia è stato il primo Paese a riconoscere l'indipendenza nel 2008. Il Kosovo è la culla spirituale e nazionale della Serbia che non ha certo coltivato una buona memoria dei cinque secoli di dominazione ottomana.

La reazione di Belgrado è stata quindi furiosa. Il governo ha parlato di “grossolana violazione del diritto internazionale” e di “interferenza negli affari interni della Serbia” e ha chiesto spiegazioni alle autorità turche giudicando le parole di Erdogan nocive per le relazioni tra i due Paesi e di ostacolo agli sforzi della Serbia per normalizzare le situazione nella regione e in Kosovo in particolare. Il premier Ivica Dacic ha annunciato una protesta ufficiale, e ha definito quelle di Erdogan affermazioni “non diplomatiche” che non contribuiscono alla stabilità politica in Kosovo. Il vice premier Vucic ha parlato da parte sua di “enorme scandalo” e ha chiesto le scuse immediate da parte di Erdogan. Il premier turco, ha osservato Vucic, sa molto bene che “il Kosovo non è turco sin dalle guerre balcaniche” di un secolo fa. Di affermazioni scandalose ha parlato anche il presidente del parlamento Nebojsa Stefanovic.

In un duro comunicato, il presidente Tomislav Nikolic ha sottolineato il suo costante impegno per favorire rapporti amichevoli e corretti con la Turchia. “Tutto il tempo ho ammonito il presidente turco che non era corretto il comportamento della dirigenza di Ankara nell'esigere che altri Paesi riconoscessero l'indipendenza del Kosovo”, ha detto Nikolic. Ma con le sue affermazioni a Prizren, con “il mancato rispetto della sovranità della Serbia, con la revisione della storia”, Erdogan “distrugge i buoni e amichevoli rapporti fra i nostri due Paesi”. Affondando il coltello, Nikolic ha poi affermato che “le idee di Kemal Ataturk non sono più le idee della dirigenza turca” aggiungendo di aspettarsi che “in Turchia trionfi la ragione e che Ankara si scusi con la Serbia per questa aggressione senza armi”. Senza scuse ufficiali Nikolic ha annunciato il congelamento della sua partecipazione ai prossimi incontri della “rilaterale” Serbia-Turchia-Bosnia Erzegovina.

Ad Ankara devono essersi resi conto di aver commesso un passo falco piuttosto serio. Per un Paese, la Turchia, che punta ad un ruolo di primo piano, sia politica che economico, nei Balcani, contrariare proprio uno dei Paesi chiave della Regione, la Serbia, e proprio su una questione delicatissima come quella del Kosovo (per di più a pochi giorni dalle elezioni locali) non è certo una mossa particolarmente acuta. Per questo, il ministro degli Esteri Ahmet Davutoglu è intervenuto oggi cercando di gettare acqua sul fuoco e sostenendo che Erdogan è stato frainteso. Citato dai media belgradesi, Davutoglu ha detto che le parole di Erdogan sono state citate fuori contesto del suo discorso e che ad esse è stato attribuito un significato lontano dalle intenzioni del premier. Ma Belgrado cerca di allargare il caso e di coinvolgere Bruxelles dicendosi “convinta” che l'Unione europea reagirà “prendendo le misura adeguate nei confronti della Turchia, così come fa nei casi in cui un processo di pace viene disturbato”.

domenica 13 ottobre 2013

GENERAZIONE GEZI PARK


Da FaiNotizia.It un ritratto della giovane generazione turca protagonista delle proteste di piazza di giugno e luglio contro il premier Recep Tayyip Erdoğan. Un video di Andrea Di Grazia, con la collaborazione con Ilknur Doganay, giornalista e traduttrice, Jenk K., pilota di droni telecomandati, e il fotografo Burac Baructu.
Realizzato dopo lo sgombero di Gezi Park, il documentario tratteggia l'immagine di un movimento nonviolento nato dal basso e diffusosi grazie ai social network e al semplice passaparola. I sei protagonisti spiegano (in lingua turca ed inglese con sottotitoli in italiano) origini e motivazioni del loro dissenso nei confronti della linea tradizionalista e repressiva adottata dal governo turco contro le proteste che ha provocato 4 morti durante gli scontri con la polizia, 8000 feriti ed oltre 5000 arresti, tra i quali anche quelli dei reporter italiani Daniele Stefanini e Mattia Cacciatori, liberati in seguito all'intervento dell'ambasciata italiana. Il racconto passa in rassegna l'idea di un'Europa che appare sempre più lontana e simbolo di modernità, di una democrazia saldamente ancorata alle tradizioni islamiche, le difficoltà ed i divieti imposti ai ragazzi in pubblico.

Guarda qui Gezi Park Generation




“NON SI TRATTA DI UN ALBERO, MA DELLA DEMOCRAZIA”.
Ovvero da piazza Taksim ad un diverso futuro possibile

La protesta che tra giugno e luglio è dilagata nelle strade della Turchia, e che ha avuto nella piazza Taksim di Istanbul il suo epicentro, è stata molto di più e molto altro che non gli scontri che abbiamo visto nelle cronache dei telegiornali. Dal Gezi Park alle città dell'Anatolia teatro di decine di manifestazioni, è sceso in piazza un popolo multiforme e colorato fatto di giovani, studenti, intellettuali, massaie, militanti politici autorganizzati, curdi, musulmani, atei, aleviti che con i loro cartelli, i loro slogan e nelle loro assemblee spontanee hanno cercato di proporre un'idea di libertà in cui progettare una nuova convivenza possibile.

Tutto è partito dalla decisione delle autorità di cancellare l'ultimo spazio verde del centro di Istanbul per costruire al suo posto un centro commerciale, appartamenti di lusso ed una moschea. All’inizio i manifestanti erano pochi. La notte del 31 maggio la polizia è intervenuta duramente attaccando i giovani che si trovavano nel parco e distruggendo l'accampamento. La repressione violenta di quella protesta pacifica ha fatto scattare la reazione: grazie ai social network e ai media indipendenti, la rivolta è dilagata in decine di città di tutto il Paese, perfino nell’Anatolia da cui proviene quella nuova classe dirigente e imprenditoriale portata al potere da Erdogan e che in questi anni è stata il motore del successo economico turco.

La protesta non riguardava più solo gli alberi da salvare in un piccolo parco di Istanbul, ma ha espresso il malcontento verso un primo ministro e un governo accusati di metodi autoritari e repressivi. Nelle piazze è sceso un movimento spontaneo e trasversale, non riconducibile a nessuna etichetta politica o ideologica. Molti dei partecipanti non aveva mai preso parte ad alcuna manifestazione politica. Ed è apparso subito chiaro che “Taksim non era Tahrir”, che questa protesta non era affatto assimilabile alle “primavere arabe”. La Turchia è una democrazia, il premier Erdoğan è stato eletto per tre volte attraverso elezioni regolari e il movimento di Gezi Parkı non puntava alla caduta del governo. “Occupy Gezi Parkı” è diverso e peculiare anche rispetto a “Occupy Wall Street” e agli altri movimenti scesi in piazza in molti Paesi contro le misure adottate dai vari governi per far fronte alla crisi economica.

Sotto accusa era la politica di Erdoğan considerata autoritaria, moralistica e paternalistica, che fa sempre più riferimento ai princìpi religiosi e rappresenta un regressione rispetto ai principi di libertà e laicità su cui è stata fondata la Turchia moderna. Il movimento partito da Gezi Parkı, al contrario, proponeva un pensiero politico basato sul dialogo, che non rifiuta i diversi orientamenti ideologici e religiosi presenti nella società turca e proponeva una modalità di organizzazione e di partecipazione nuova rispetto a quella codificata fino ad oggi nel quadro politico turco così come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi, anche dopo la prepotente ascesa dell'Akp. A Gezi Parkı vi erano luoghi di discussione e di confronto, spazi per la danza, la lettura, l'espressione artistica e per i bambini, proiezioni e concerti. Un'organizzazione libera e sperimentale, senza gerarchie prestabilite.

Ciò che si è coagulato al Gezi Parkı di Istanbul ed è poi dilagato nelle piazze di tante altre città è un malcontento che da anni cova nelle pieghe della parte più consapevole della società turca, di un Paese, cioè, che ha vissuto nell'ultimo decennio uno straordinario successo economico, ma che resta agli ultimi posti della classifiche mondiali sulla libertà di espressione e in cui la forte coscienza nazionale viene declinata da tutti i principali partiti in un nazionalismo intollerante usato come arma per controllare le minoranze e ostacolare il dissenso. Il malessere è esploso per la difesa di qualche centinaio di alberi, ma ciò che è in gioco, in realtà, è il futuro della democrazia turca e la speranze di una generazione che chiede libertà di parola, di religione, di pensiero e di scelte di vita e un pieno rispetto dei diritti umani e civili. La protesta è ferma, per ora, ma il malcontento è sempre tutto lì. [RS]


lunedì 9 settembre 2013

TURCHIA DI NUOVO IN PIAZZA: SI PREPARA UN AUTUNNO CALDO

La ritorsione contro la Siria, dopo la strage di civili con armi chimiche del 21 agosto, che solo pochi giorni fa sembrava questione di ore, sembra al momento non più così imminente, ma intanto la disponibilità della Turchia a partecipare ad un'azione militare a fianco degli Stati Uniti ha riacceso la scorsa settimana le proteste contro il governo di Recep Tayyip Erdogan, interrotte nel mese di agosto dopo due mesi di manifestazioni quasi quotidiane, soprattutto a Istanbul. Il Partito della democrazia e della pace (Bdp), il partito filo-curdo che siede nel Parlamento di Ankara, ai primi di settembre ha portato decine di miglia di persone in piazza in tutto il Paese in occasione della giornata mondiale della pace raccogliendo l'appoggio dai partiti della sinistra. I cortei maggiori, con momenti di tensione e vari incidenti, si sono svolti a Diyarbakir, Van e Istanbul, dove i manifestanti hanno cercato di formare una catena umana per disegnare un grande simbolo della pace. A piazza Taksim le forze dell'ordine hanno impedito la manifestazione facendo più volte uso di lacrimogeni e idranti. Il Gezi Parki, intanto, era stato chiuso per evitare che divenisse l'epicentro di nuove proteste. Dall'inizio del campionato di calcio, inoltre, i tifosi hanno approfittato delle partite per scandire slogan a favore del movimento “Occupy Gezi” nonostante le minacce del ministro degli interni Guler che ad agosto aveva avvertito che non sarebbero stati tollerati “slogan a sfondo ideologico e politico". In agitazione anche gli studenti universitari ad Ankara per contrastare i progetti del comune che prevedono l'abbattimento di molti alberi dentro e fuori dal campus dell'Università tecnica del Medio Oriente (Metu), uno dei più ampi spazi verdi della capitale turca, per la costruzione di una strada.

Nonostante le iniziative del governo per prevenire nuove proteste , l'autunno in arrivo sembra preannunciarsi piuttosto caldo e la possibile partecipazione turca ad un'azione militare contro Damasco rischia di dare nuovo slancio al movimento “Occupy Gezi” fornendo nuovi argomenti e favorendo l'allargamento del fronte di coloro che per vari motivi, e magari partendo da posizioni politiche e ideali assai distanti tra loro, trovano però ragioni convergenti nell'opporsi al governo Erdogan. Per impedire che le manifestazioni di Ankara si diffondano nelle altre università del Paese, il ministro degli Interni Guler ha emesso una circolare che invita prefetti e accademici ad alzare la guardia affinché non si verifichino contestazioni a esponenti del governo o parlamentari in visita negli atenei. Con un occhio alle elezioni amministrative del marzo 2014 lo stesso premier Erdogan è tornato a scagliarsi di nuovo contro gli attivisti pro-Gezi come aveva fatto all'inizio delle manifestazioni. "Il futuro della Turchia sarà determinato solo dalla gente e e dalle urne e non da coloro che fanno terrorismo per le strade, né dai mercati, né dai media, né dai social media", ha detto il primo ministro giorni fa nel corso di un evento pubblico ad Ankara, affermando che "nessuno ha parlato delle centinaia di poliziotti feriti, che sono intervenuti con attenzione a ogni tipo di vandalismo e di violenza".

Erdogan ha poi reiterato le sue critiche a quella che ha definito la "lobby dei tassi d'interesse", sostenendo che "l'occidente non vuole una Turchia sviluppata dal punto di vista economico" e rincarando la dose con un attacco durissimo all'Unione Europea accusata di condurre, con "alcuni
altri ambienti" non meglio identificati, una "campagna diffamatoria" contro il governo turco. In una
conferenza ad Ankara, il premier turco ha accusato in blocco i 28 Paesi membri dell'Ue di diffondere informazioni distorte per alterare l'orientamento dell'opinione pubblica sulla Turchia e sui progressi compiuti negli ultimi anni nel campo dei diritti umani. Facendo un riferimento preciso all'uso di gas lacrimogeni contro i manifestanti di Gezi Park, lo scorso giugno, Erdogan ha sostenuto che i poliziotti turchi sono stati picchiati e che nonostante questo molti di loro hanno agito in modo tollerante fino all'ultimo, aggiungendo che i gas lacrimogeni impiegati per reprimere le manifestazioni di piazza esistono già nell'acquis comunitario dell'Ue". Quanto agli arresti e ai processi di giornalisti, per Erdogan l'opinione pubblica europea e mondiale è stata disinformata in modo sistematico da quegli stessi ambienti che stanno ora informando il mondo in modo distorto sulla questione della libertà di espressione in Turchia. Il premier continua a godere di un ampio appoggio popolare, ma in vista delle elezioni di marzo ha deciso di portarsi avanti con il lavoro.

mercoledì 26 giugno 2013

LA TURCHIA DOPO GEZI PARKI

Intervista di Radio Radicale a Marta Ottaviani

A quasi quattro settimane dal loro inizio, le proteste di Istanbul e delle altre città della Turchia, che continuano, anche se in maniera meno clamorosa rispetto agli scorsi giorni, dopo lo sgombero di Gezi Parki, rappresentano un punto di non ritorno per la società turca. Le tante anime di un movimento non organizzato, che ha spiazzato il politico, opposizione compresa, ma con le idee chiare. La prova di forza del premier Recep Tayyip Erdogan che si fa forza di un consenso popolare che resta comunque massiccio. La trattativa con i curdi. La decisione dell'Unione Europea di rilanciare il processo di adesione aprendo un nuovo capitolo negoziale quando tutto lasciava supporre un nuova chiusura: una risposta, per quanto condizionata, certamente positiva inviata non tanto a Erdogan e al governo, ma alla Turchia e alla sua gente che si è dimostrata più avanti della propria classe politica.

Marta Ottaviani è corrispondente dell'agenzia TMNews e collaboratrice dei quotidiani Avvenire e La Stampa per il quale cura il blog "Mille e una Turchia".

L'intervista è ascoltabile direttamente qui



lunedì 10 giugno 2013

TURCHIA: ERDOGAN, "LA NOSTRA PAZIENZA HA UN LIMITE". SI PROFILA LA BATTAGLIA?

Un altro fine settimana è passato ma non è chiaro cosa voglia fare il governo turco per risolvere la situazione a Gezi Parki, l'area verde nel centro di Istanbul la cui difesa da una colata di cemento è stato il detonatore delle proteste divampate in tutta la Turchia contro l'autoritarismo del premier Recep Tayyip Erdogan che ieri ha tenuto ben quattro discorsi per ribadire, per l'ennesima volta, che “la nostra pazienza ha un limite e sta per finire” tornando a definire “saccheggiatori” la gente in piazza. Come intenda gestire la situazione, però, ancora non è dato saperlo. Nel quarto intervento di ieri ha detto anche che “verrà parlata una lingua comprensibile ai manifestanti”, il che, visto quello che hanno fatto le forze dell'ordine in piazza in questi giorni, non fa presagire nulla di buono. Qualcuno pensa, però, che Erdogan, in realtà, pensi di prenderli per stanchezza, aspettando che la protesta si indebolisca.
Intanto l'occupazione pacifica di Gezi Park è ormai giunta all'ottavo giorno: le barricate sulla strade verso piazza Taksim sono state tutte rinforzate, tranne una che i manifestanti hanno tolto, come richiesto dalle autorità cittadine per lasciare una via di accesso ai mezzi di soccorso. Se con il governo i rapporti sono tesi, con il prefetto di Istanbul, invece, c'è una specie di dialogo: “So che siete sotto gli alberi in maniera pacifica vorrei essere lì con voi” ha twittato ieri il prefetto. Gli scontri più violenti in questo fine settimana si sono verificati infatti ad Ankara, mentre a Istanbul circolavano voci incontrollate secondo le quali la polizia si stava preparando a sgomberare piazza Taksim nella notte fra domenica e lunedì.

EMMA BONINO: "LA TURCHIA SCELGA SE ESSERE DEMOCRAZIA MATURA O STATO AUTORITARIO"

Pannella a Radio Radicale: "Erdogan poteva essere (e forse può ancora) quello che i democristiani furono per la realizzazione dell’Unione europea"

Le dichiarazioni di Erdogan sono ''un segno di debolezza, soprattutto laddove denuncia un complotto internazionale''. Lo ha detto il ministro degli Esteri, Emma Bonino, intervistata da Lucia Annunziata a "In mezz'ora" su Rai 3 e augurandosi che il premier turco accetti l'appello alla moderazione che giunge dai paesi amici e che il premier scelga di "dialogare con chi manifesta pacificamente". Per Bonino, che è definita "amica della Turchia", il Paese deve ora decidere se puntare "ad una democrazia matura o insistere su uno stile di governo che e' diventato molto autoritario in questi ultimi anni". Alla domanda di Annunziata che le ha chiesto con chi andrebbe a parlare se andasse oggi in Turchia, con il governo o con i manifestanti, la titolare della Farnesina ha risposto: "Con entrambi, ma certamente andrei a parlare con Erdogan", per convincerlo ad ascoltare anche chi protesta pacificamente.

Qui il video integrale dell'intervista di Lucia Annunziata a Emma Bonino



Sulle manifestazioni in Turchia contro il governo è intervenuto anche Marco Pannella che, parlando a Radio Radicale nel corso della conversazione settimanale domenicale condotta ieri da Valter Vecellio, ha dettodi avere avuto “un riflesso un pochino diverso” da quello di Emma Bonino: “In questo momento, molto responsabilmente, [Emma] ha detto cose più severe rispetto alle reazioni di Erdogan alle proteste. Ma io tengo molto presente anche il resto, pur rispetto a questo giudizio che condivido, cioè che Erdogan – disarmato dalla sua scelta storica – si accontenti di essere islamico e basta”.
Il leader radicale ha parlato dellle colpe di noi europei rispetto alla Turchia: “Noi lo dicevamo, oggi è necessario che la grande storia di Ataturk si democratizzi. In Erdogan, che poteva essere e forse può ancora essere quello che i democristiani furono, cioè il meglio della realizzazione dell’Unione europea dal nostro punto di vista, cioè democratico-islamico… Ma aspettando alle porte dell’Europa gli è mancato questo: se entro in Europa non dovrò io difendermi da una minoranza che in nome della grandezza di Ataturk ne esercita solo l’autoritarismo. Una Turchia che ha avuto il coraggio e la grandezza di essere per la Nato nella sua posizione, quando l’impero sovietico la circondava da tutte le parti, con l’Europa che dice di no, dargli forse un altro pensiero forte: allora dobbiamo scegliere il Medio oriente da una posizione di minoranza per fare la democrazia islamica. Parlo di una cosa da comprendere, da verificare”.