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lunedì 27 aprile 2015

PASSAGGIO IN ONDA

E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est del 26 aprile 2015.
La trasmissione e' ascoltabile direttamente qui di seguito oppure sul sito di Radio Radicale.



Sommario della puntata

L'apertura è dedicata ad una riflessione sul centenario del massacro degli armeni, in Turchia, commemorato il 24 aprile e alle recenti polemiche sull'uso della parola "genocidio" per qualificare quei tragici eventi del 1915.

In primo piano il tema dell'immigrazione: l'opinione di Emma Bonino dopo l'ennesima e spaventosa strage di migranti nel Canale di Sicilia, una rassegna di analisi sull'attuale situazione e dopo il Consiglio europeo straordinario e la posizione della Croazia. 

Si parla poi delle difficoltà e delle resistenze al processo di allargamento dell'Unione Europea. 

Le reazioni e le polemiche sulle dichiarazioni del premier albanese Edi Rama sulla "inevitabile" riunificazione tra Albania e Kosovo, in un quadro di integrazione nell'Unione Europea. La collaborazione economica tra Tirana e Pristina. Kosovo: le reazioni alla nomina del nuovo procuratore capo dello Stato accusato di corruzione. Macedonia: lo scontro tra maggioranza e opposizione e le preoccupazioni europee dopo l'attacco armato ad una stazione di polizia; le continue e ripetute minacce e intimidazioni ai giornalisti e i rischi per la libertà di stampa. 

La trasmissione, realizzata con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura,è ascoltabile direttamente qui

venerdì 24 aprile 2015

UNA RIFLESSIONE SUL GENOCIDIO ARMENO



Oggi 24 aprile ricorre il centenario dell'inizio del genocidio degli armeni. Scrivo volutamente “genocidio” ben consapevole di quale dibattito sia in corso da molto tempo sui quei fatti di cento anni fa e di come ci sia chi, pur non negando la realtà dei massacri e la loro dimensione, resti cauto nell'usare questa parola. E quanto i nervi siano scoperti lo ha dimostrato pochi giorni fa la polemica suscitata dall'omelia di papa Francesco in San Pietro.


 E' forse meglio usare la definizione di “pulizia etnica”? Gli armeni furono eliminati non perché armeni ma perché, cristiani alleati della Russia zarista, rappresentavano un avversario per la politica dei “giovani turchi”? Forse è così, ma una differente definizione non cambia la realtà delle cose: centinaia di migliaia di donne, uomini e bambini furono deportati, uccisi o lasciati morire, perché la loro etnia era vista come un ostacolo ad un disegno politico.
 

A differenza dello sterminio degli ebrei, che era costitutivo dell'ideologia nazista, l'annientamento degli armeni fu deciso e organizzato perché in quel momento era utile alla politica turca. Ciò che è accaduto agli armeni è analogo a quanto subito dai bosgnacchi in Bosnia. E il massacro di Srebrenica è stato qualificato dalla giustizia internazionale come “genocidio”. Perché allora tutte queste resistenze ad accettare questa definizione per il massacro degli armeni?
 

Se la Turchia di oggi non può essere messa sul banco degli accusati per quei fatti di cento anni fa, non può però nemmeno continuare a rifiutarsi di discutere. Si chiede alla Turchia ufficiale di accettare di confrontarsi con il proprio passato, così come è stato chiesto alla Germania o come viene chiesto alla Serbia. Così, sia detto per inciso, come dovrebbe una buona volta fare l'Italia sulla Libia o sui Balcani, anziché nascondersi dietro il mito degli “italiani brava gente” o dietro la retorica a buon mercato sulle foibe.
 

In Turchia, e in Armenia, molti e non solo tra gli storici, riflettono e discutono senza pregiudizi. Aiuterebbe, probabilmente, sei governi e i parlamenti che ogni anno chiedono “mea culpa” o votano risoluzioni sul genocidio armeno, non fingessero di non vedere la tante questioni aperte, attorno alle quali ruotano interessi non sempre confessabili, a partire dalla vicenda del Nagorno-Karabakh.
 

Oggi, però, lasciamo perdere le polemiche storiche e le analisi geopolitiche, e per un momento pensiamo alle donne, agli uomini, ai bambini che cento anni fa furono stritolati dalla macchina implacabile della guerra e dei nazionalismi solo perché appartenevano all'etnia sbagliata nel momento sbagliato. Mi pare che Hitler disse una volta che nessuno avrebbe più ricordato lo sterminio degli ebrei così come nessuno ricordava quello degli armeni. Per fortuna non è stato così.

lunedì 20 aprile 2015

PASSAGGIO IN ONDA

E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est del 19 aprile 2015.
La trasmissione e' ascoltabile direttamente qui di seguito oppure sul sito di Radio Radicale.



Sommario della puntata

Argomento principale della puntata è lo scontro politico-diplomatico tra Turchia e Vaticano dopo le parole del Papa che ha definito "genocidio" il massacro degli armeni avvenuto cento anni fa con le opinioni di Franca Gansoldati, vaticanista de Il Messaggero, Carlo Panella, giornalista esperto di Islam, e Marco Perduca, rappresentante del Partito Radicale all'Onu. In appendice anche le ripercussioni che questa polemica avrà sul prossimo viaggio del Papa in Bosnia Erzegovina. 

Gli altri argomenti
Le risoluzioni della Commissione Esteri del Parlamento Europeo su Albania e Bosnia; il vertice di Brdo sui Balcani; le tensioni tra Belgrado, Pristina e Tirana dopo le dichiarazioni del premier albanese sulla riunificazione "inevitabile" tra Albania e Kosovo; il rapporto Jacqué sulla missione civile europea Eulex in Kosovo. 

Questa puntata di Passagio a Sud Est è dedicata a Klodian Elezi, il ragazzo italiano di origini albanesi, morto a 21 anni lavorando in un cantiere della Tangenziale Esterna di Milano (una delle grandi opere collegate all'Expo 2015)

La trasmissione, realizzata con la collaborazione di Marina Szikora a Artur Nura, è ascoltabile direttamente qui

giovedì 16 aprile 2015

SUL "GENOCIDIO" ARMENO IL PAPA HA SBAGLIATO

Intervista a Carlo Panella, inviato in Medio Oriente, esperto di Islam e islamismo

Sul genocidio armeno qualcuno ha mal consiglia papa Francesco. Non gli è stato detto che la sua denuncia del "genocidio armeno" tradisce la sua missione di pacificazione degli animi e delle nazioni e avrà conseguenze negative per la sorte dei cristiani del Medio Oriente. Non gli è stato detto che la posizione del governo turco è comunque da rispettare; che se la Turchia rifiuta essenzialmente il termine di "genocidio" ha le sue ragioni storiche per far questo, ma è disponibile a discutere di un massacro che non nega.

Sono questi gli errori compiuti da papa Francesco con la sua omelia in San Pietro nella quale ha qualificato come "genocidio" le deportazioni e i massacri degli armeni compiuti cento anni fa in Turchia nel periodo del governo dei "giovani turchi, a meno di un anno dall'inizio della prima guerra mondiale. Errori che Panella ha elencato in un pezzo pubblicato sull'Huffington Post e che ha approfondito nell'intervista a Radio Radicale che potete ascoltare qui di seguito.



lunedì 13 aprile 2015

GENOCIDIO ARMENO: IL CORAGGIO DI PAPA FRANCESCO

Intervista a Franca Giansoldati, vaticanista del quotidiano Il Messaggero

Franca Giansoldati, vaticanista de Il Messaggero, autrice del libro "La marcia senza ritorno. Il genocidio armeno" (Salerno editrice), spiega a Radio Radicale perché quella di papa Francesco di usare la parola "genocidio" per qualificare la deportazione e i massacri degli armeni del 1915 ordinati dal governo dei "giovani turchi", è stata una scelta coraggiosa pur sapendo di toccare un nervo sensibilissimo della Turchia contemporanea. E infatti la reazione di Ankara non si è fatta attendere ed è stata durissima.

Tuttavia le parole pronunciate dal papa, spiega Giansoldati, se da una parte sono una novità assoluta nella storia della Chiesa cattolica, dall'altra non hanno l’intenzione di esacerbare gli animi "ma di riconoscere il passato per poter costruire un’armonia nel presente". Il papa ama il poolo e turco e non lo considera responsabile di quei massacri, dice ancora la vaticanista del Messaggero, ed il suo è richiamo dal significato profondo all’ecumenismo del sangue: quel milione e mezzo di morti è un tema ci riguarda in maniera diretta.

 

giovedì 1 maggio 2014

PASSAGGIO IN ONDA

E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 1 maggio 2014.
La trasmissione e' ascoltabile direttamente qui di seguito oppure sul sito di Radio Radicale.



Sommario della trasmissione


Elezioni europee 2014: per la prima volta nella storia dell'Unione il presidente della Commissione Europea sarà scelto in base all'esito del prossimo voto per il Parlamento e per la prima volta i principali candidati hanno potuto confrontare le loro proposte nel primo confronto televisivo organizzato da Euronews a Maastricht.

Macedonia/Fyrom: l'esito del voto delle elezioni presidenziali e parlamentari di domenica 27 aprile conferma le previsioni della vigilia; confermato il presidente uscente Giorgi Ivanov, vince il partito del premier Nikola Gruevski; diviso come da tradizione il voto degli albanesi; l'opposizione socialdemocratica denuncia irregolarità, ma per l'Osce il processo elettorale è stato sostanzialmente regolare.

Slovenia: la premier Alenka Bratusek è ad un passo dalle dimissioni dopo la spaccatura in Slovenia Positiva, causata dallo scontro con il sindaco di Lubiana Zoran Jankovic tornato alla presidenza del partito; il sostanziale via libera del presidente Borut Pahor rende ormai praticamente certe le elezioni anticipate.

Albania: sempre tesa la situazione politica a causa del perdurare della dura contrapposizione tra la maggioranza di centro-sinistra che sostiene il governo di Edi Rama e l'opposizione di centro-destra guidata dal sindaco di Tirana Lulzim Basha.

Serbia: dopo la grande vittoria alle elezioni del 16 marzo il leader del Partito del progresso serbo Aleksandar Vucic ha ricevuto la fiducia per il suo governo che, nonostante la larga maggioranza in Parlamento, ripropone l'alleanza con i socialisti di Ivica Dacic che diventa vicepremier e ministro degli Esteri.

Croazia: governo al lavoro per trovare le giuste misure per favorire la ripresa dopo questi anni di crisi economica che ha toccato pesantemente anche i cittadini croati.

Grecia: un punto sulla situazione politica, in vista delle elezioni europee, e i primi segnali di ripresa economica, certificati anche dai creditori internazionali, dopo la durissima crisi di questi anni che continua comunque a farsi sentire pesantemente tra i cittadini sempre più delusi dalla politica e stanchi anche delle proteste di piazza. Nell'intervista a Elisabetta Casalotti, giornalista del quotidiano Elefterotypia, si parla anche delle drammatiche condizioni delle carceri greche e della mancanza di interventi per porre rimedio alla situazione.

In apertura di trasmissione torniamo sul 99° anniversario dell'inizio del genocidio degli armeni, commemorato il 24 aprile, con la risposta sdegnata della comunità armena al premier Recep Tayyip Erdogan che esprimendo le condoglianze sue e della Turchia ai nipoti delle vittime non ha usato la parola genocidio e ha messo sullo stesso piano le vittime armene e i soldati turchi morti nel 1915.

La trasmissione, realizzata con la collaborazione dei corrispondenti Marina Szikora e Artur Nura, è ascoltabile direttamente qui



venerdì 25 aprile 2014

LA COMUNITA' ARMENA RISPONDE ALLE CONDOGLIANZE DI ERDOGAN

La turchia di Erdogan non si smentisce…negazionista è, e negazionista rimane.

Alla vigilia del 99° anniversario del Genocidio armeno il premier turco Erdogan ha rilasciato un comunicato, diramato in ben sette lingue, armeno compreso, nel quale si lascia andare a talune considerazioni sugli “accadimenti della prima guerra mondiale”. La stampa internazionale ha dato ovviamente molta enfasi alle suddette dichiarazioni che taluni, molto affrettatamente, hanno giudicato una apertura turca sulla questione armena. In realtà una attenta lettura del testo evidenzia, accanto a qualche timida frase di circostanza, la consueta impostazione negazionista della Turchia. Che anzi esce rafforzata proprio dalle frasi del leader turco condite dai soliti distinguo e prese di circostanza.

Il “Consiglio per la comunità armena di Roma” si associa alle reazioni negative che giungono dagli armeni di tutto il mondo ed invita a vigilare contro il negazionismo turco che, a pochi mesi dal centenario del Genocidio armeno, continua a caratterizzare la politica di Ankara. Il messaggio di Erdogan, a parte le “condoglianze ai nipoti” degli armeni, rafforza ancor di più l’antistorica posizione turca, cerca di mettere sullo stesso piano un milione e mezzo di armeni trucidati con alcune decine di migliaia di soldati turchi caduti nel corso delle avventate campagne militari dei generali ottomani; addita, inequivocabilmente, agli armeni la responsabilità se ancora oggi la questione del Grande Male non è risolta e getta nello stesso calderone della Grande Guerra un popolo sterminato dalla ferocia dei Giovani Turchi e tutti coloro che hanno perso la vita nel corso della guerra. Guerra che diviene, ancora una volta, una cortina fumogena dietro alla quale celare la grande strage armena.

Il “Consiglio per la comunità armena di Roma” rifiuta con fermezza ogni atto che non sia un pieno e formale riconoscimento di responsabilità per il genocidio del popolo armeno. Nessun tentativo di “depistaggio” diplomatico potrà mai arrestare il diritto alla Memoria che gli armeni in ogni angolo del mondo reclamano a gran voce; il 24 aprile ed ogni giorno dell’anno.

Il memoriale del genocidio armeno a Erevan (Foto Z@doune/Flickr)

giovedì 24 aprile 2014

GENOCIDIO DEGLI ARMENI: LE CONDOGLIANZE DI ERDOGAN

Recep Tayyip Erdogan
In occasione del 99° anniversario dell'inizio del genocidio degli armeni, che viene commemorato ogni anno il 24 aprile, il primo ministro turco Recep Tayyp Erdogan ha espresso le condoglianze dello Stato turco ai discendenti di coloro che persero la vita “all'inizio del ventesimo secolo”. Nella nota diffusa dall'ufficio del premier si legge: “Speriamo che tutti gli armeni che persero la vita nel contesto dell'inizio del ventesimo secolo riposino in pace e porgiamo le nostre condoglianze ai loro nipoti”.

“Gli incidenti della prima guerra mondiale - prosegue la nota - sono nostra sofferenza condivisa. Valutare questo doloroso periodo di storia con una prospettiva di giusta memoria è una responsabilità della gente comune e degli studiosi”. Nella dichiarazione, Erdogan sottolinea anche l'importanza della libertà di espressione e del rispetto della pluralità nei riguardi della storia: “In Turchia, esprimere opinioni diverse e pensieri in modo libero sugli eventi del 1915 è requisito per una prospettiva pluralistica così come per una cultura di democrazia e modernità”.

E' la prima volta che un leader turco compie un gesto del genere che, in qualche modo, ha quindi un valore storico. Tuttavia, il testo, tradotto in diverse lingue, tra cui anche l'armeno, se da una parte accenna alle “conseguenze disumane” della deportazione e ammette che essa riveste “un significato particolare per i nostri cittadini armeni e per tutti gli armeni nel mondo”, dall'altra parte si guarda bene dall'utilizzare il termine “genocidio” che la Turchia continua a rifiutare recisamente. Erdogan esprime comunque il desiderio che “gli armeni che hanno perso la vita all'inizio del ventesimo secolo riposino in pace e noi porgiamo le nostre condoglianze ai loro nipoti”.

Il 24 aprile gli armeni commemorano l'inizio dello sterminio deciso dal governo dei “Giovani Turchi” nell'ultima fase della caduta dell'impero ottomano e cominciato con gli arresti e la successiva eliminazione della élite armena di Costantinopoli (Istanbul). In seguito centinaia di migliaia di armeni subirono la deportazione e violenze di ogni genere che provocarono la morte di 1 milione e mezzo di persone. Secondo molti storici, quello degli armeni rappresenta il primo genocidio del ventesimo secolo. La repubblica turca, succeduta all'impero, ha però sempre contestato questa cifra, sostenendo che ci furono vittime in ogni parte, che i morti armeni furono molti meno e che la loro uccisione non fu il prodotto di uno sterminio pianificato.

Armeni impiccati ad Aleppo nel 1915


giovedì 22 dicembre 2011

GENOCIDIO ARMENO: PARIGI E ANKARA SULL'ORLO DELLA ROTTURA

E' crisi diplomatica tra Turchia e Francia: Ankara ha richiamato oggi il suo ambasciatore a Parigi dopo che l'Assemblea nazionale francese ha approvato una legge che punisce la negazione dei genocidi. Il provvedimento, presentato da una deputata dell'Ump, il partito del presidente Nicolas Sarkozy, con il sostegno del governo, prevede di "reprimere la contestazione o la grossolana minimizzazione" di qualsiasi genocidio con la condanna fino ad un anno di prigione e una multa di 45.000 euro. Nonostante non lo indichi esplicitamente, il riferimento obbligato, anche a causa delle posizioni più volte espresse dal presidente francese, è alla questione del genocidio armeno. Ciò ha suscitato nei giorni scorsi la dura reazione delle autorità di Ankara che hanno anche inviato due delegazioni a Parigi - una di parlamentari, l'altra di uomini d'affari - per tentare di bloccare l'iter del provvedimento. La vigilia del voto odierno è stata così segnata dalle minacce di rappresaglie diplomatiche e commerciali e dalle esortazioni dei vertici turchi, compreso un appello a Sarkozy del presidente turco Abdullah Gul che ha parlato di una legge "inaccettabile", mentre il ministro degli Esteri, Ahmet Davutoglu, ha affermato che Sarkozy aveva promesso la rinuncia al progetto direttamente al premier Erdogan. Quest'ultimo è stato a sua volta durissimo: “Quelli che vogliono vedere un genocidio dovrebbero indagare sulla propria sporca, sanguinosa storia. Se l'Assemblea nazionale francese vuole interessarsi della storia si deve anche preoccupare di fare luce su quanto avvenuto in Africa, Ruanda e Algeria”.

Ieri la portavoce del governo aveva dichiarato che la legge non è contro la Turchia e che Parigi intende mantenere le importanti relazioni che ha con Ankara. Oggi, però, prima del voto il governo francese ha indurito i toni e, per bocca del ministro per gli Affari europei, Jean Leonetti, ha definito quelle turche "minacce a vanvera" che la Francia non intende neppure prenderle sul serio. Parigi farebbe meglio però a essere un po' meno sprezzante visto che l'interscambio commerciale tra tra i due Paesi vale circa 12 miliardi di euro all'anno ed il migliaio di aziende transalpine che operano in Turchia rischiano di veder sfumare appalti ed affari in ambiti importanti come trasporti, armamenti e nucleare. Inoltre, la crisi arriva in un momento in cui l'appoggio di Ankara è indispensabile in dossier caldissimi come quello siriano e quello del nucleare iraniano, sui quali Parigi è esposta in primo piano. Ci sarebbe da interrogarsi, quindi, sul senso di un'iniziativa che, se condivisibile nello spirito e nel contenuto, appare quanto meno intempestiva e tale da giustificare il sospetto delle autorità turche che la legge nasconda in realtà solo la volontà di corteggiare la numerosa comunità armena residente in Francia in vista delle presidenziali del 2012. Un sospetto non infondato dato che già nel 2007, prima della sua elezione, Sarkozy aveva promesso l'adozione di un provvedimento del genere e che nell'ottobre scorso era tornato a definire “inaccettabile” la negazione del genocidio armeno.

domenica 25 aprile 2010

PASSAGGIO IN ONDA

La puntata di Passaggio a Sud Est in onda il 24 aprile alle 22,30 a Radio Radicale

L'apertura è dedicata al genocidio degli armeni di cui ricorre oggi il 95° anniversario: il 24 aprile del 1915, con la deportazione degli armeni di Istanbul, cominciava il Medz Yeghern, il "grande male", che sarebbe proseguito con le "marce della morte" e con i massacri perpetrati dall'esercito turco e dalle milizie curde. Una pagina tragica che pesa ancora oggi sul presente della Turchia, sul negoziato per l'adesione all'Unione Europea, sugli sforzi per la normalizzazione dei rapporti con l'Armenia e per la pacificazione del caicaso con la soluzione della questione del Nagorno Karabakh.

Il programma prosegue poi facendo il punto delle iniziative politico-diplomatiche per la preparazione della conferenza internazionale sui Balcani che si terrà il 2 giugno a Sarajevo, con in primo piano la questione della partecipazione del Kosovo del quale la Serbia non intende riconoscere l'indipendenza. Si continua con la situazione della Bosnia Erzegovina al centro dell'attenzione di Unione Europea e Stati Uniti e con la Macedonia che ha tra l'altro firmato alcuni accordi con l'Albania.

La seconda parte è interamente dedicata alle elezioni presidenziali del 18 aprile a Cipro Nord e alla vittoria del premier nazionalista Dervish Eroglu con le sintesi di due interviste ai parlamentari radicali Marco Perduca e Maurizio Turco, entrambi cittadini della Repubblica Turca di Cipro del Nord.

La trasmissione, realizzata con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura, è riascoltabile direttamente qui



oppure scaricabile con il podcast dal sito di Radio Radicale

lunedì 22 marzo 2010

PASSAGGIO IN ONDA


Passaggio a Sud Est
è in onda
il sabato alle 22,30
su Radio Radicale



Nella puntata di sabato 20 marzo 2010 si parla di Albania, Bosnia, Kosovo, Macedonia e della conferenza sui Balcani di Brdo. E inoltre: la situazione in Turchia dopo il voto sul genocidio armeno al parlamento svedese e alla Commissione Esteri della Camera Usa e un bilancio del primo mese di mandato del neo presidente croato Ivo Josipovic per quanto riguarda la politica estera. Infine un'intervista a Elisabetta Valgiusti dell'Associazione Salva I Monasteri sulla questione della difesa del patrimonio storico e religioso dei serbi del Kosovo

La puntata è disponibile sul sito di Radio Radicale

mercoledì 17 marzo 2010

LA TURCHIA DI NUOVO SULL'ORLO DI UNA CRISI DI NERVI?

In qualche modo era prevedibile. Il recente riconoscimento del genocidio degli armeni da parte del parlamento svedese e, pochi giorni prima, della Commissione Esteri della Camera Usa (che potrebbe preludere ad un voto analogo da parte dell'intero Congresso) rischia di compromettere seriamente il processo di riavvicinamento tra Turchia ed Armenia da poco iniziato tra grandi difficoltà e diffidenze reciproche.

Il premier turco Recep Tayyip Erdogan ha ventilato la possibilità di espellere dal paese le migliaia di immigrati irregolari armeni in risposta alle risoluzioni adottate in Svezia e Usa. In Turchia vivono circa centomila armeni, soprattutto donne, che lavorano come in particolare come baby-sitter o domestiche."Cosa farò domani? Se necessario dirò loro 'Via, tornate nel vostro paese', non sono obbligato a tenerli in Turchia", ha detto Erdogan in un'intervista rilasciata martedì sera alla Bbc e rilanciata il giorno seguente con grande evidenza da gran parte della stampa turca.

Iniziative come quelle dei parlamentari svedesi e statunitensi, secondo Erdogan, "sfortunatamente, hanno un impatto negativo sulle nostre buone attitudini"e "colpiscono gli stessi cittadini armeni e alla fine tutto si blocca". Riferendosi ai recenti colloqui per riavviare i rapporti diplomatici con l'Armenia, culminati lo scorso anno nella sigla di alcuni protocolli (per altro non ancora ratificati dai due parlamenti), Erdogan ha detto: "Noi abbiamo teso la nostra mano, ma se la nostra controparte chiude la sua mano in un pugno, non c'è nulla che possiamo fare".

Nemmeno da Erevan, del resto, arrivano segnali incoraggianti. L'Armenia accusa la Turchia di mettere a serio rischio il processo di normalizzazione dei rapporti bilaterali creando "difficoltà ed ostacoli" nuovi, ha detto il ministro degli Esteri, Edward Nalbandyan, facendo riferimento al mancato riconoscimento del genocidio armeno e alle polemiche tra Ankara ed i Paesi che invece il genocidio lo hanno riconosciuto.

"Le dichiarazioni infondate da parte turca sul fatto che la risoluzione all'esame o adottata presso la Camera dei rappresentanti Usa, dal parlamento svedese e in altri Paesi potrebbe danneggiare la normalizzazione turco-armena sono solo uno scudo per coprire il fatto che la stessa Turchia non risparmia sforzi per creare precondizioni che generano difficoltà e ostacoli nel processo di normalizzazione", ha dichiarato il ministro degli Esteri armeno, secondo quanto riportato dall'agenzia Interfax, auspicando che "le autorità turche comprendano la gravità delle conseguenze che il perserverare di questa politica potrebbe avere".

In questi stessi giorni l'Akp, il partito islamico-moderato del premier Erdogan, ha depositato al parlamento turco la bozza di una nuova legge elettorale nella quale non figura più la possibilità di stampare materiale elettorale in lingua curda. La legge introduce alcuni importanti cambiamenti in materia di correttezza del voto e di trasparenza del finanziamento delle campagne elettorali, ma non prevede la possibilità di stampare e diffondere materiale elettorale in lingua curda.

La soluzione della questione curda è (era?) uno dei cavalli di battaglia del premier Erdogan con l'obiettivo di porre fine al lunghissimo e sanguinoso conflitto che ha condannato alla povetà e all'arretratezza il sud est del Paese. In questo quadro erano stati autorizzati corsi universitari in lungua curda e l'apertura del canale televisivo in curdo alla tv pubblica. Nei mesi scorsi si era pure parlato di un piano di pace a cui avrebbe partecipato anche il leader del Pkk, Abdullah Ocalan, detenuto nell'isola di Irmrali dove sconta una condanna all'ergastolo.

Il passo indietro del partito di maggioranza sulla legge elettorale arriva ora dopo la chiusura del partito curdo Dtp nel dicembre scorso da parte della Corte Costituzionale. E proprio le aperture alla minoranza curda e la possibilità di un accordo di pace con i guerriglieri separatisti avevano messo Erdogan nel mirino sia dell'opposizione nazionalista di destra del Mhp, sia di quella kemalista del Chp.

Tutti questi fatti messi in fila possono far immaginare che i prossimi mesi per la Turchia saranno tutt'altro che tranquilli.

In Turchia da tempo si sta svolgendo uno scontro istituzionale tra governo, militari e magistratura che rappresenta lo specchio del più vasto sommovimento sociale che oppone le varie componenti della socità turca: prinsipalmente quella legata all'establishment kemalista e la nuova classe dirigente emersa con Erdogan e l'Akp, ma anche un'anima "modernista" che vorrebbe guardare la futuro lasciandosi alle spalle proprio le contrapposizioni tra "tradizionalisti" laici e "modernizzatori" islamico-moderati.

Nel luglio del 2011 ci saranno le elezioni politiche. Le amministrative del 2009 hanno indicato un calo del favore popolare e la possibilità di ripetere fra 16 mesi una vittoria plebiscitaria come quella del 2007 appare al momento assai scarsa. Il che significa che Erdogan, pur vincendo le elezioni, potrebbe non avere più la possibilità di governare con la solida maggioranza monocolore dell'Akp. Di mezzo c'è anche la riforma della costituzione per la quale l'Akp non ha abbastanza voti in parlamento (essendo venuto meno l'appoggio dei rappresentanti curdi). Erdogan sembra intenzionato quindi a giocare nei prossimi mesi la carta del referendum popolare.

Le dure reazioni di Erdogan dopo il voto in Usa e Svezia sulla questione del genocidio degli armeni si possono allora interpretare anche come un tentativo di far leva sul nazionalismo turco (sempre presente in tutti gli strati sociali in varie declinazioni), rispondendo agli attacchi dell'opposizione, togliendo argomenti ai militari e ricompattando il proprio partito. Il tutto condito con una politica estera giocata a tutto campo, da potenza regionale (quale la Turchia non fa mistero di voler diventare), senza mettere in discussione le tradizionali alleanze ma in totale autonomia.

Con tutta probabilità nei prossimi mesi ne vedremo delle belle. La Turchia rischia di trovarsi una volta di più a camminare per i mesi a venire sull'orlo di una crisi di nervi. E comunque sia, ancora una volta, sarà il caso di seguire con molta attenzione quanto avverrà a cavallo del Bosforo.

venerdì 12 marzo 2010

GENOCIDIO ARMENO: DOPO GLI USA LA SVEZIA, ANKARA FURIBONDA

Il Parlamento svedese
Ieri il Parlamento svedese, a sopresa e malgrado il parere contrario del governo, ha adottato una mozione che riconosce il genocidio degli armeni del 1915. Il testo presentato dall'opposizione di sinistra è passato con un solo voto di maggioranza (131 contro 130) grazie a quattro deputati della maggioranza di centrodestra che non hanno rispettato la linea del loro partito e hanno votato in favore della mozione. Il voto del Parlamento svedese arriva dopo quello della commissione Esteri della Camera dei Rappresentanti Usa che ha messo in crisi i già non facili rapporti tra Ankara e Washington.

La reazione turca non si è fatta attendere ed è stata dura: "Condanniamo fermamente questa decisione. Il nostro popolo e il nostro governo respingono questa decisione macchiata di gravi errori e priva di fondamento" ha dichiarato il governo turco. Il premier Recep Tayyip Erdogan si è espresso con toni altrettanto netti in un discorso televisivo in cui ha affermato che la Turchia "non si farà intimidire, non si inchinerà di fronte a questi fatti compiuti, questi atti in malafede, questi atteggiamenti irresponsabili".

Il ministro degli Esteri svedese, Carl Bildt, ha immediatamente annunciato che la linea del suo governo, che sostiene la candidatura della Turchia all'Unione Europea, "resta invariata" e ha definito un errore il voto del parlamento. Linea ribadita dall'ambasciatore svedese ad Ankara che ha precisato che "il compito di pronunciarsi sugli avvenimenti storici va lasciato agli storici" e che Stoccolma vuole mantenere "buone relazioni" con Ankara. Il voto, secondo l'ambasciatore avra' inevitabili ripercussioni sui rapporti diplomatici ed economici tra Turchia e Svezia.

E infatti l'ambasciatore svedese è stato convocato al ministero degli Esteri turco, mentre la sua omologa turca a Stoccolma è stata richiamata in patria "per consultazioni", mentre il premier turco ha annullato la visita in Svezia prevista per la prossima settimana.. Tutti passi molto gravi secondo la prassi della diplomazia internazionale. Ma le conseguenze più serie potrebbero essere altre: secondo Erdogan, iniziative come quella del Parlamento svedese (e come quella Usa, aggiungo io) "avranno un impatto negativo sulle relazioni tra la Turchia e l'Armenia, che siamo tentando di normalizzare".

Ankara ed Erevan hanno firmato a ottobre 2009 due protocolli d'intesa che prevedono la normalizzazione delle relazioni diplomatiche e l'apertura delle frontiere. Entrambi gli accordi, tuttavia, non sono stati ancora ratificati dai rispettivi parlamenti. Due sono i punti cruciali del negoziato. Il primo è quello dei massacri degli armeni per mano ottomana che Erevan (non da sola) considera un genocidio. Il secondo è la questione della regione a maggioranza armena del Nagorno-Karabakh, che negli anni Novanta ha autoproclamato l'indipendenza dall'Azerbaigian, paese strettamente legato per ragioni storiche e culturali con la Turchia.

Il presidente armeno Serzh Sarkisian, da Parigi dove si trova in visita ufficiale, in un'intervista al quotidiano francese Le Figaro, ha minacciato il ritiro della firma dagli accordi per la normalizzazione dei rapporti diplomatici con la Turchia se Ankara utilizzerà "per altri fini" questa fase. "Il mio desiderio di stabilire relazioni normali è grande, ma le dichiarazioni recenti della Turchia mi fanno credere che non ratificheranno i protocolli in un futuro prossimo", ha affermato il capo di stato armeno, protagonista, con il suo omologo turco Abdullah Gul, del disgelo tra i due paesi. Sarkisian rimprovera alla Turchia di "non smetterla di porre problemi preventivi alla ratifica, tra cui il principale è quello che concerne il Nagorno Karabakh". Erevan, ha ribadito il capo di stato, ha già chiarito che ratificherà l'accordo "non appena lo farà il Parlamento turco".

martedì 9 marzo 2010

ANCORA SUL GENOCIDIO ARMENO

Grazie ad Andrea G. segnalo un interessante pezzo di Nicholas Kristof, inviato speciale e commentatore del New York Times. Il pezzo, con misura e prudenza che traspare già dal titolo, propone alcune riflessioni e perplessità sul voto della Commissione Esteri della Camera Usa. Alcune sono analoghe a quelle che in questi giorni ho fatto io e che ho letto in vari articoli sui giornali italiani e in diversi blog, ma ci sono anche altre osservazioni. Comunque la si pensi mi sembra una lettura utile. Ve lo riporto qui di seguito nella traduzione in italiano "rubata" dal blog di Andrea.

Parlando, non da armeno...
Il Congresso ha sempre rifiutato di prendere misure serie contro i genocidio in corso. E allora è un progress il fatto che la commissione degli affari esteri abbia votato ieri la condanna del genocidio armenio del 1915? Vale la pena per il Congresso di trattare di un genocidio in qualche modo, anche se con 95 anni di ritardo?
Prima, qualche premessa. Sono in parte armeno (mio padre creò Kristof da Krzysztofowicz, la versione polacca di Hachikian, un cognome ben armeno). (…) Non ci sono storie familiari legate al genocidio, ma penso che le prove siano chiare e che “genocidio” sia la parola adatta per ciò che è successo, ed è per questo che mi riferisco sempre a questi fatti come “genocidio armeno”. È anche vero che la Turchia ha dei problemi a riconoscere la sua brutalità verso armeni e curdi, sebbene nell’ultima decade la situazione sia andata molto meglio. Ho parlato della questione con il primo ministro Recep Tayyip Erdogan un paio di volte, ed è lontano anni luce dai suoi predecessori (e anche qualche anno luce indietro di quanto ci sia bisogno).
Il problema è che non vedo per quale ragione il Congresso debba occuparsi del genocidio del 1915, soprattutto in un tempo in cui non può affrontare problemi urgenti oggi. Se il Congresso inizia a deragliare guardando alle ingiustizie del passato, non raggiungerà mai agli affari presenti. E non è una risoluzione che aiuterà gli armeni. Al contrario, la reazione forse danneggerà il recente disgelo nelle relazioni turco-armeno, un importante sviluppo per la regione. Quella riconciliazione turco-armena è qualcosa che il congresso potrebbe aver sostenuto con una risoluzione.
I politici, compreso Barack Obama, durante le campagne elettorali parlano spesso del genocidio degli armeni perché vogliono i voti degli armeni-americani. In carica cercano di annientare queste risoluzioni anziché offendere gratuitamente un alleato. Ecco perché il segretario di Stato Hillary Clinton disse all’ultimo minuto che era una cattiva idea.
È sciocco per la Turchia essere offesi dalla risoluzione? Certo, ma probabilmente saremmo stati ugualmente offesi se tutta l’Europa avesse votato risoluzioni denunciando le politiche di genocidio verso i nativi americani (indiani d’America, ndt) nel XIX secolo, o il quasi-genocidio commesso da noi a inizio del XX secolo. Dovremmo sostenere ulteriormente la Turchia lungo il percorso della riconciliazione con armeni e curdi. Colpendoli — anche per qualche peccato storico— non raggiungeremmo quest’obiettivo. Chiunque pensi che la diplomazia è dir la verità non conosce la diplomazia.
Già oggi ho ricevuto qualche mail in cui si affermava che la vera storia è che Israele sta cercando di punier la turchia per le sue dure critiche all’invasione di Gaza a fine 2008 (Stando a Ha’aretz, Israele si è opposta o è rimasta neutrale alla risoluzione). Questo punto di vista si impadronirà del mondo islamico e incoraggerà fondamentalisti e nazionalisti in Turchia. Sostenere il nazionalismo turco non mi sembra la maniera migliore per onorare le vittime del genocidio armeno.
Così se il Congresso vuole far passare una risoluzione, perché non ne fa una condannando la passività statunitense nel 1915, quando il genocidio stava iniziando? La nostra ambasciata nell’Impero ottomano inviava in patria telegrammi chiarendo la grandezza dello sterminio e chiedendo aiuto, ma il presidente Woodrow Wilson non volle immischiarsi. Quindi, prima di “infangare” all’estero, sarebbe utile fare un po’ di autocritica.

domenica 7 marzo 2010

PASSAGGIO IN ONDA


Passaggio a Sud Est
è in onda
il sabato alle 22,30
su Radio Radicale



Gli argomenti della puntata di sabato 6 marzo 2010

Turchia/Armenia: gli interrogativi dopo il voto della Commissione Esteri della Camera Usa sul genocidio degli armeni
Grecia: la situazione politica e sociale dopo il varo dei provvedimenti anti crisi, intervista a Elisabetta Casalotti giornalista del quotidiano Elfterotypia
Croazia: il primo viaggio ufficiale del presidente Ivo Josipovic a Bruxelles per incontrare i vertici Ue e le Ong tra cui Non c'è Pace senza Giustizia e il Partito Radicale Transnazionale
Balcani: la visita del ministro degli Esteri francese Kouchner che invita Serbia e Kosovo al dialogo
Kosovo: il processo al leader indipendentista Albin Kurti
Albania: i socialisti rientrano in parlamento ma proseguono le proteste contro il governo accusato di brogli elettorali
Macedonia: il governo vuole fare chiarezza sull'emigrazione verso i Paesi Ue

La trasmissione è curata e condotta da Roberto Spagnoli con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura

sabato 6 marzo 2010

IL PASTICCIO ARMENO

Continua a far discutere il voto con cui la Commissione Esteri della Camera dei Rappresentanti Usa ha approvato un documento che riconosce il genocidio degli armeni mandando su tutte le furie il governo turco e mettendo una seria ipoteca sulle buone relazioni tra Ankara e Washington, che già non passano un buon momento, qualora il documento dovesse poi essere confermato dalla Camera nel suo complesso.
Oltre al ruolo geopolitico che la Turchia svolge in un crocevia fondamentale tra aree estremamente sensibili (Medio oriente, Asia minore, Balcani e Caucaso) e su dossier diversi e convergenti (dai rapporti con la Russia a quelli con la Cina, dal nucleare iraniano alle strategie europee di approvvigionamento energetico), la partnership con Ankara è fondamentale per altre questioni che passano quasi inosservate ma che invece hanno un notevole peso.
Per esempio quella che segnala oggi il Foglio in un articolo a pagina 3. Cito: "A Baghdad i genieri delle forze armate americane aspettano di conoscere il piano di rimpatrio. Hanno ancora diecimila camion, mille carri armati  e ventimila Humvee. Smantellare la basi  rimaste in territorio iracheno sarà un'operazione costosa e difficile: secondo lo stato maggiore, ci sono tremila 'heavy items', oggetti pesanti, da riportare verso casa. la strada più sicura è quella che attraversa il Kurdistan, nella parte settentionale del paese, sino al confine con la Turchia che fa parte della Nato e ha mostrato in molte occasioni di essere un alleato affidabile. La pista alternativa passa per il Kuwait, ma si tratta di una soluzione rischiosa perché espone le truppe agli attacchi delle milizie paramilitari sostenute dall'Iran".
E non c'è solo il rischio di chiusura del passaggio delle truppe di terra americane in territorio turco o di chiusura delle basi aeree turche dove fanno scalo gli aerei Usa in volo da e per Kabul e Baghdad. Come scrive Glauco Maggi su Libero di oggi in un articolo a pagina 22, "sono in ballo sostanziose commesse militari dell'esercito turco a favore delle ditte Usa Lockheed Martin, Boeing, Raython, United Technologies e Northrop Grumman che hanno espresso la paura di essere escluse per ripicca politica".

Update:
Della questione parlano anche Tiziana Prezzo/Cose Turche, Andrea G./Istanblues e Giulio Meotti/Zakor

venerdì 5 marzo 2010

ANCHE IN SERBIA I TEMPI STANNO CAMBIANDO

"The Times They Are a-Changin'", cantava Bob Dylan nel 1964 per avvertire che i tempi stanno cambiando e i figli sono pronti a rivoltarsi contro i loro padri. Mi è venuto in mente il titolo di questa canzone famosissima quando ho letto la notizia che il Parlamento serbo, grazie alle aperture di progressisti e socialisti, potrebbe varare in tempi brevi la risoluzione di condanna del massacro di Srebrenica voluta e sostenuta dal presidente Boris Tadic. Ora, a parte la canzone di Dylan che si riferisce ad altri tempi e ha altri significati, è un fatto che le cose in Serbia da qualche tempo hanno cominciato a cambiare. Poco per volta, non senza contraddizioni e contraccolpi, il Paese sta cercando di fare i conti con sé stesso e di recuperare il tempo perduto dietro ai deliri nazionalisti panserbi di Slobodan Milosevic e dei suoi sodali e tirapiedi.

Ero a Belgrado nel 2008 sia quando Boris Tadic vinse le elezioni battendo l'allora radicale Tomislav Nikolic al ballottaggio, sia quando pochi mesi dopo la coalizione europeista vinse elezioni che secondo i sondaggi avrebbero invece visto un'affermazione degli ultranazionalisti radicali con i nazionalisti moderati a fare da ago della bilancia. La sera delle presidenziali ero nella sede del Partito Democratico (Ds) di Tadic, invece la sera delle elezioni politiche ero a Zemun nel quartier generale dei Radicali, zeppo di giornalisti della stampa internazionale. I turboserbi già assaporavano il gusto della vittoria. Fin a quando dal Cesid giunsero le prime notizie che lo spoglio delle schede elettorali stava dando la vittoria agli europeisti.

Dopo di allora è venuta prima la scelta del Partito socialista serbo (Sps, che fu di Slobodan Milosevic ma oggi è guidato dal giovane e pragmatico Ivica Dacic) di far parte della maggioranza che sostiene l'attuale governo europeista e poi la scissione dell'ala moderata dei Radicali che, sotto la guida di Nikolic ha abbandonato Vojslav Seselj (sotto processo all'Aja per crimini di guerra) e il Partito Radicale Serbo al suo destino dando vita al Partito Progressista Serbo (Sns). Ora la Serbia, proseguendo la transizione democratica che dovrà portarla all'adesione all'UE, sembra prossima a far cadere un altro tabù. Il Partito socialista ed il Partito progressista si sono detti disponibili ad approvare la risoluzione parlamentare di condanna del massacro di Srebrenica del luglio 1995, quando le truppe serbo-bosniache guidate dal generale Ratko Mladic, massacrarono 8000 civili musulmani (secondo le stime ufficiali).

Oggi il quotidiano Blic scrive che "Ivica Dacic (attuale ministro dell'Interno, ndr) e Tomislav Nikolic sono pronti a sostenere la risoluzione su Sebrenica la cui parte introduttiva fa riferimento alla decisione della Corte internazionale di giustizia del luglio 1995, secondo cui a Srebrenica fu commesso un genocidio". Certo, i problemi non mancano, prima di tutto dal punto di vista lessicale. Proprio l'uso o meno nel testo della parola "genocidio", infatti, dovrebbe essere uno dei nodi da sciogliere durante il dibattito parlamentare che dovrebbe svolgersi "entro la fine di marzo",secondo le indicazioni del presidente del Parlamento serbo, Slavica Dukic-Dejanovic, anche se il calendario è ancora da fissare.

L'apertura da parte di progressisti e socialisti per ora non è niente di più che un'indiscrezione, che però basta a indicare che tipo di trasformazione sia in atto nella politica e nella società civile serba. A parte la minoranza dei Radicali ultranazionalisti, la questione non è più legata al riconoscimento o meno delle responsabilità serbe di quanto avvenne a Srebrenica quasi quindici anni fa, ma a come definire quel crimine. Stando alle notizie che circolano sui media, la bozza della risoluzione proporrebbe un compromesso tra quanti - come i Democratici e i Liberali - sono favorevoli a condannare il "genocidio" di Srebrenica e quanti - Socialisti e Progressisti- preferiscono parlare di "crimine di guerra", come gli altri commessi nel corso delle guerre jugoslave degli anni Novanta, e di cui furono vittime anche i serbi. La soluzione di compromesso proporrebbe un testo che invece di usare direttamente la parola "genocidio" parlerebbe dei "gravi crimini contro i bosgnacchi commessi a Srebrenica nel 1995" che "sono stati qualificati come genocidio dalla Corte internazionale di giustizia e dal Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia".

Da un punto di vista strettamente politico, tuttavia, la parte significativa della risoluzione è un'altra. Il presidente Tadic, spiegando il suo forte appoggio all'iniziativa, ha parlato della necessità di "protezione dell'interesse nazionale" chiedendo al parlamento un pronunciamento in grado di compensare in qualche modo la mancata cattura del super ricercato Mladic. Di particolare importanza, quindi, è la parte del testo in cui si afferma che "il parlamento sostiene le misure per punire tutti i responsabili" della strage di Srebrenica. Quindi, anche l'ex generale la cui mancata cattura a quasi quindici anni dalla fine della guerra di Bosnia resta per Belgrado motivo di grave imbarazzo internazionale e soprattutto un ostacolo insormontabile per aprire definitivamente il processo di adesione all'Unione Europea. Se la risoluzione sarà approvata con questa affermazione sarà una conferma che il mondo politico serbo, nella sua grande maggioranza, sembra oggi pronto finalmente a guardare in faccia alla propria storia per guardare al futuro. The Times They Are a-Changin', anche in Serbia.

CUI PRODEST?

La Commissione Esteri della Camera dei Rappresentanti Usa, con un solo voto di scarto (23 a 22) ha approvato una risoluzione che definisce "genocidio" il massacro degli armeni compiuto dai turchi negli ultomi anni dell'Impero ottomano. Nonostante le pressioni sia di Obama che della Clinton la Commissione Esteri, anche se di strettissima misura, ha deciso di dare questo schiaffo ad Ankara. Che non l'ha presa bene, ovviamente, e per il momento ha "richiamato" il proprio ambasciatore a Washington "per consultazioni". Nel felpato liguaggio diplomatico è una decisione grave.
Se fra qualche tempo anche la Camera dovesse votare nello stesso modo la rottura delle relazioni potrebbe essere dietro l'angolo. Cosa che però quasi certamente non accadrà, per almeno due motivi: perché la Casa Bianca farà di tutto per compromettere ulteriormente i rapporti con un alleato fondamentale in un'area geopolitica di cruciale importanza e soprattutto perché né Ankara, né Washington avrebbero interesse a rompere le relazioni per una montagna di valide ragioni. Ma intanto il gelo è calato e non è detto che la temperatura si rialzi tanto presto, nonostante la promavera vicina. Anche perché il voto della Commissione Esteri pesa anche sul quadro politico interno della Turchia ed espone Erdogan e il suo governo agli attacchi di chi non vede di buon occhio il disgelo con l'Armenia. Inoltre, da tempo la politica estera turca è piuttosto dinamica e molti attori potrebbero essere interessati a mettere un cuneo nei rapporti tra Turchia ed Occidente.
Chiunque sia un minimo esperto di cose turche, anche chi nutra simpatia per la causa degliarmeni non può che rimanere perplesso di fronte alla presa di posizione della Commissione Esteri della camera Usa. La domanda dunque è: a chi serve quel voto? Agli Usa certo no e all'Europa nemmeno. Non serve ad Ankara, ma nemmeno all'Armenia. Rischia di avere contraccolpi in uno scacchiere complesso, delicato e instabile come quello che va dai Balcani all'Asia minore, dal Caucaso al Medio Oriente. E dunque: cui prodest?

CORREZIONE
Al secondo paragrafo, la frase "la Casa Bianca farà di tutto per compromettere ulteriormente i rapporti" è da leggersi  "farà di tutto per NON compromettere" (correzione del 6 marzo).