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domenica 17 aprile 2016

PASSAGGIO IN ONDA

E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est del 17 aprile 2016.
La trasmissione e' ascoltabile direttamente qui di seguito oppure sul sito di Radio Radicale.


Argomenti della puntata


Albania, Croazia, Elezioni, Immigrazione, Informazione, Integrazione, Kosovo, Macedonia, Onu, Rifugiati, Serbia, Unione Europea.

sabato 12 marzo 2016

UE-TURCHIA: LA MANCANZA DI UNA VISIONE STRATEGICA

La vicenda del compromesso tra Unione Europea e Turchia sulla crisi dei profughi porta al pettine tutti i nodi del controverso processo di integrazione della Mezzaluna e la mancanza di un pensiero strategico, di una visione e medio-lungo termine che ha caratterizzato le leadership di entrambe le parti in causa e che sarebbero invece stati necessari in una trattativa così importante quanto delicata.

L'UE, dopo aver deciso di dare via libera formalmente al negoziato con la Turchia per l'adesione nel 2005, lo ha di fatto bloccato. Protagoniste di questo evidente voltafaccia sono state la Francia del presidente Sarkozy e la Germania della cancelliera Merkel. La stessa che, dopo aver proposto un “partenariato rafforzato” con Ankara, ora, pressata dalle circostanze, sembra sostenere una “partnership privilegiata” che fa della Turchia una sorta di 29° stato membro dell'Unione.

In tempi di Brexit e di messa in discussione degli accordi di Schengen, se non della stessa Unione, è chiaro che è meglio avere una Germania che chiede maggiore integrazione anziché accodarsi ai governi euroscettici. Però in questa situazione di crisi e di divisione tra i 28, l'UE, se non proprio sotto ricatto, si trova comunque in una situazione di debolezza di fronte al presidente Erdogan proprio nel momento in cui il governo di Ankara appare più lontano dagli standard comunitari.

Senza almanaccare sull'esistenza o meno di una “agenda segreta”, c'è da domandarsi se l'uomo forte di Ankara sia mai stato davvero interessato all'adesione all'UE o se non abbia solo usato opportunisticamente questa prospettiva. C'è da chiedersi, anche, se in tutti questi anni ci siamo un po' illusi sulla Turchia di Erdogan, vedendo solo ciò che ci piaceva credere di vedere (quasi l'Akp fosse una sorte di “Democrazia islamica” simile ai partiti democristiani europei), invece dei segnali preoccupanti che pure arrivavano dal Bosforo.

La svolta autoritaria che abbiamo visto concretizzarsi con la brutale repressione delle proteste di Gezi Park e la furiosa reazione allo scandalo del 2013 era stata preceduta da segnali preoccupanti. C'erano state però, insieme, aperture impensate come quella sulla “questione curda”, diventata appunto questione politica dopo decenni di conflitto e decine di migliaia di morti. Anche l'uso opportunistico dell'Islam (perché di questo si tratta) che Erdogan ha fatto fin dal suo arrivo al potere avrebbe dovuto suonare un altro campanello d'allarme.

Se l'UE avesse aperto da subito i capitoli negoziali su diritti umani e libertà fondamentali, forse oggi la situazione ad Ankara sarebbe diversa, ma del senno di poi, come si sa, son pieni i fossi (e gli editoriali). Ma questa è la Turchia e questo il governo con cui dobbiamo trattare oggi (facendo finta di non vedere la guerra in corso nel sud-est curdo, la repressione della libertà di stampa e le relazioni pericolose con l'Isis). Anche perché Erdogan prima o poi passerà, mentre la Turchia sarà sempre lì, in posizione strategica in uno degli scenari geopolitici più complicati e instabili del globo.

Avremmo bisogno di classi politiche lungimiranti e invece ci dobbiamo affidare a politici di piccolo cabotaggio il cui orizzonte non va al di là delle prime elezioni utili. Per cui una leader di medio livello come Angela Merkel emerge come una statista. E per fortuna c'è almeno la cancelliera a chiedere più Europa per rispondere alla crisi dell'Unione. Perché se non si rilancia la costruzione di una “patria europea”, federalista e democratica, il destino sarà quello del ritorno all'Europa delle patrie. Sempre più piccole, sempre più divise, sempre più ininfluenti.

RIFUGIATI: FARE RETE PER AGIRE E ACCOGLIERE

Una iniziativa di Osservatorio Balcani e Caucaso



Abbiamo lasciato per anni i paesi confinanti con la Siria ad affrontare da soli una crisi umanitaria spaventosa e ci siamo ricordati della guerra in Medioriente solo quando i profughi hanno preso la rotta balcanica. Adesso da struzzi ci stiamo trasformando in bestie feroci, disposti a tutto per arginare l'afflusso di richiedenti asilo. Arriveranno lo stesso. Adottare retoriche paranoiche e scelte securitarie, per far crescere le paure, per guadagnare facili punti politici, per non dover assumersi responsabilità nel trovare soluzioni ad una crisi complessa non è umano e rischia di distruggere l'Europa e farci pagare un prezzo enorme.

Ma è possibile resistere: rilanciamo con l’accoglienza che è necessaria, oltre che dovuta. Sono tante le iniziative già in corso, un arcipelago di resistenze che deve mettersi in rete e salvarci dal baratro in cui rischiamo di cadere. Osservatorio Balcani e Caucaso ha aperto una apposita sezione del portale a disposizione delle notizie e delle segnalazioni dei lettori su chi ha deciso di reagire all'attuale deriva prendendosi delle responsabilità, agendo, provando a capirne di più.

E' possibile compilare il form presente nella pagina o scrivere direttamente a
responsabilita@balcanicaucaso.org

martedì 16 febbraio 2016

LA BOSNIA CHIEDE L'ADESIONE ALL'UNIONE EUROPEA

Lunedì 15 febbraio il presidente di turno della presidenza tripartita della Bosnia-Erzegovina, il croato-bosniaco Dragan Covic, ha presentato ufficialmente la domanda di adesione all'Unione Europea. Il 2016 sarà un "anno pieno di sfide", ha dichiarato Covic, a Bruxelles. "Dobbiamo far  crescere la nostra economia" e "con le prossime elezioni locali avremo l'occasione per dimostrare che possiamo riformare il nostro Paese", ha aggiunto. "Vediamo che il nostro primo vicino, la Croazia, è già membro dell'Ue. Il Montenegro e la Serbia hanno intrapreso anche loro il cammino di integrazione. Anche la Bosnia Erzegovina fa parte di questo continente".

Già "candidato potenziale" all'adesione dal 2003, la Bosnia- Erzegovina non è riuscita fino ad ora ad ottenere lo status di candidato a causa delle dispute interne tra i politici che rappresentano le tre comunità del Paese, quella serba, quella croata e quella bosgnacca. Il rilancio del processo di integrazione è appoggiato dalla Gran Bretagna e della Germania, ma per superare positivamente i diversi passaggi formali necessari a ottenere l'adesione la Bosnia-Erzegovina dovrà portare avanti impegnativa riforme istituzionali, economiche e sociali fino ad ora sostenzialmente bloccate dai veti incrociati tra i rappresentanti politici delle varie etnie, dal complesso quadro istituzionale prodotto dagli accordi di pace di Dayton del 1995 e dalle spinte centrifughe portate avanti in particolare dalla dirigenza della Republika Srpska (l'entità a maggioranza serba) e dal suo uomo forte Milorad Dodik.

Sulla candidatura della Bosnia-Erzegovina all'adesione all'Unione Europea segnalo l'interessante e puntuale analisi di Luca Leone sul suo blog Occhio Critico.

sabato 17 gennaio 2015

ALLARGAMENTO UE: IL MAGRO BILANCIO DEL SEMESTRE ITALIANO

Intervista a Davide Denti, vicedirettore di Eastjournal.net

Il 13 gennaio si è chiuso definitivamente il semestre italiano di presidenza del Consiglio dell’Unione europea. Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, a Strasburgo, nel suo discorso davanti al Parlamento europeo, ha sottolineato l'importanza dell'integrazione europea dei Balcani, citando espressamente Albania, Serbia e Montenegro. Il 2014 avrebbe potuto essere un anno favorevole all'avanzamento del processo di integrazione della regione: la presidenza di turno è toccata, infatti, prima alla Grecia e poi all'Italia, due paesi tradizionalmente amici dei Balcani. Inoltre, c'erano stati in precedenza fatti positivi: nel 2013 l’accordo sulla normalizzazione delle relazioni tra Serbia e Kosovo e l'ingresso della Croazia nell'UE; nel 2014 l'avvio dei negoziati di adesione con la Serbia, lo status di Paese candidato dell'Albania, l'Accordo di stabilizzazione e associazione con il Kosovo (che non dovrà passare per la ratifica dei 28 Paesi membri).

Per quanto riguarda la politica d’allargamento, il bilancio del semestre italiano rimane invece assai magro. L’unico passo avanti formale è stata l’apertura di quattro nuovi capitoli negoziali con il Montenegro e il lancio della macro-regione adriatico-ionica, iniziativa importante ma che convolge 4 Paesi membri UE (Italia, Grecia, Croazia e Slovenia) e 4 Paesi candidati (Albania, Bosnia, Montenegro e Serbia), ma non potrà contare su risorse e un bilancio aggiuntivo rispetto ai vari fondi UE e bilaterali ed esclude Kosovo e Macedonia per via dei veti della Grecia e della Serbia. Ma proprio la Grecia si è mostrata ben poco interessata al proprio ruolo storico, mentre le tante scadenze elettorali, dalle elezioni europee a quelle in Bosnia, Serbia e Kosovo, hanno ulteriormente fatto perdere tempo. Così il 2014 è stato un anno sprecato e la presidenza italiana non è riuscita a portare a casa quasi nulla.

Questo in estrema sintesi il contenuto dell'analisi di Davide Denti pubblicata su Eastjournal.net

Ascolta qui l'intervista per Radio Radicale



Allargamento UE, il magro bilancio della presidenza italiana del Consiglio UE
di Davide Denti - Eastjournal.net, 14 gennaio 2015

Da SARAJEVO - Il 13 gennaio, con il passaggio di consegne alla Lettonia, si è chiuso definitivamente il semestre italiano di presidenza del Consiglio dell’Unione europea. E anche per quanto riguarda la politica d’allargamento, il bilancio del semestre rimane magro. L’unico passo avanti formale dei paesi dei Balcani occidentali verso l’integrazione europea è stata l’apertura di quattro nuovi capitoli negoziali con il Montenegro, oltre al lancio della strategia macroregionale adriatico-ionica. Ferme al palo Serbia e Albania, i maggiori paesi della regione, così come Macedonia, Kosovo e Bosnia ed Erzegovina.

lunedì 22 dicembre 2014

BOSNIA ERZEGOVINA: PROSPETTIVA EUROPEA “LAST MINUTE”?

Di Marina Szikora
L'Unione Europea e' pronta con “occhi nuovi” ad esaminare la situazione in Bosnia Erzegovina e fare nuove mosse a fin di aiutare questo paese ad andare avanti. In cambio si aspetta serieta' e responsabilita' dei politici bosniaci. Cosi' almeno si afferma dopo che recentemente e' avvenuta una visita della nuova Alta rappresentante della politica estera e di sicurezza dell'UE, Federica Mogherini, e del commissario europeo all'Allargamento, Johannes Hahn. L'Unione concorda nell'intenzione di dare alla Bosnia Erzegovina una nuova chance per incamminarsi nelle riforme e nel processo di integrazione europea. In questa ottica, la visita di Mogherini e Hahn si vede come un segno di appoggio europeo ma anche una specie di prova: “Abbiamo il mandato chiaro di sondare la volonta' politica della neo eletta leadership e la sua prontezza di inserirsi nei processi che non sono formali bensi' sostanziali e che ci aiuteranno a muoverci avanti”, ha detto l'Alta rappresentante dell'Unione Europea, Mogherini.

Quando si tratta della Bosnia Erzegovina, a Bruxelles tutti concordano che la situazione di stallo che dura da tempo, e' inammissibile. Pero', come osserva la Deutche Welle in un recente articolo, mentre nel Paese molti si aspettano che i funzionari europei arrivino con “una proposta pronta” che si rispecchia innanzitutto nell'iniziativa anglo-tedesca, a Bruxelles dicono che questa proposta sia ancora una delle molte che si stanno esaminando quando si tratta del nuovo approccio europeo al nodo politico ed economico di questo Paese. I dati sono impietosi e parlano del piu' alto tasso di disoccupazione tra i giovani in Europa, perfino del 59 per cento. Con il 28 per cento, la Bosnia e' il secondo paese in Europa per il numero di disoccupati in assoluto e ha inoltre il piu' basso livello di qualita' dell'ambiente imprenditoriale ma anche la piu' alta percezione di corruzione.

Il testo è tratto dalla corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 21 dicembre a Radio Radicale

mercoledì 29 ottobre 2014

SOLO NOI STESSI POSSIAMO RENDERCI EUROPEI O NON EUROPEI

Qui di seguito il testo del discorso che il premier albanese Edi Rama ha pronunciato la scorsa settimana ad una conferenza tenutasi presso l'Ambasciata italiana di Tirana. Si tratta di una serie di riflessioni sull'Europa di oggi, sui Balcani e sull'integrazione europea, dopo la conquista dello status di Paese candidato all'adesione da parte dell'Albania e anche attraverso quanto accaduto recentemente tra Serbia e Albania dopo la partita di calcio tra le due nazionali sospesa a causa degli incidenti scoppiati a causa del drone che ha portato in volo sullo stadio di Belgrado uno striscione nazionalista albanese.
Il testo è quello pubblicato sul sito di Osservatorio Balcani e Caucaso.

Voglio cominciare il mio discorso citando un grande europeista e amico degli albanesi, nonché amico mio. Si chiama Romano Prodi ed è un grande onore averlo qui con noi oggi: “Il fondamento dell’Europa era mettere insieme diversi Paesi per costruire qualcosa di nuovo, chiudere con la tragedia del passato, lavorare insieme, mettere le risorse in comune per costruire un futuro prospero e in pace. Oggi, il presente assorbe il senso del futuro e l’Europa della speranza è diventata l’Europa della paura”.
Credo che l’Europa della paura abbia molte sfaccettature e gran parte di queste ho potuto osservarle in prima persona. Come albanese e come balcanico mi sono sentito in dovere di difendere con grande vigore europeista l’Europa della speranza, davanti ad europei olandesi, inglesi, che l’Europa della paura faceva apparire scettici sull’allargamento stesso.
Ovviamente non ho niente contro olandesi e inglesi, perché di europei impauriti ve ne sono fino ai vertici politici di molti altri paesi membri dell’Unione europea. Invece, albanesi e balcanici disillusi dell’Europa unita, difficilmente li trovi, anche a cercarli nei caffè delle provincie più sperdute, dove bolle il caffè della politica albanese o balcanica, simili tra di loro.

giovedì 8 maggio 2014

SERBIA: L’INGRESSO NELL’UE TRA LE PRIORITA' DEL NUOVO GOVERNO

Di Marina Szikora
Uno degli obiettivi principali della politica estera della Serbia e’ l’ingresso nell’Unione Europea. Cosi’ il primo vicepremier e ministro degli esteri serbo, Ivica Dačić a seguito di una riunione con la ministro senza portofoglio incaricata dell’integrazione europea, Jadranka Joksimović, e con la capo della squadra negoziale con Bruxelles, Tanja Miščević. La riunioe e’ stata dedicata alla situazione attuale dei colloqui in corso con Bruxelles e alle misure necessarie da intraprendere per migliorare il coordinamento dei soggetti governativi che si occupano dell’integrazione europea. Dačić ha rilevato che la Serbia adesso spetta un grande lavoro a fin di mantenere la dinamica dei negoziati. Il primo vicepremier ha precisato che si e’ in attesa della decisione se a giugno ci sara’ una seconda conferenza intergovernativa tra la Commissione europea e la Serbia. "La Serbia deve rafforzare la sua politica estera e accelerare il processo delle riforme per aprire al piu’ presto certi capitoli negoziali con l'Unione europea", ha sottolineato Dačić.

La velocita’ dell'integrazione euroepa non dipende dalla Commissione europea bensi’ dall’avanzamento che i paesi candidati compiono per raggiungere i criteri e dagli stati membri dell’Ue, ha  detto il portavoce della Commissione europea Petar Stano rispondendo alla domanda dell’agenzia di stampa serba Tanjug quanto sia reale che la Serbia concluda i negoziati di adesione entro il 2020. Infatti, Stano ha ricordato che il Consiglio europeo decide sull’apertura e chiusura di tutti i 35 capitoli del processo negoziale. L’esperto politico serbo, Dušan Janjić rileva che l’ingresso della Serbia nell’Ue dipende dall’attuazione delle indispensabili riforme, dall’adempimento delle condizioni dei 35 capitoli negoziali nonche’ dalla piena normalizzazione delle relazioni tra Belgrado e Priština. Ma che cosa si intende sulla piena normalizzazione, questo non e’ stato ancora definito, osserva Janjić.

E dopo la visita di Cathrine Ashton settimana scorsa a Belgrado, all’indomani dell’insediamento del nuovo governo serbo, questa settimana invece e’ stata la volta del commissario europeo all’allargamento Stefan Feule. Segnali questi, come definito dallo stesso Fuele, di grandi aspettative da parte dell’Ue verso il nuovo esecutivo serbo. Bruxelles si aspetta un avanzamento reale nell’attuazione dell’accordo politico tra Belgrado e Priština affinche’ sia la Serbia che il Kosovo, in base alle loro posizioni, possano avanzare nel processo di adesione. Giovedi’ poi il tema della prospettiva europea dei Balcani sara’ all’ordine del giorno della conferenza ministeriale tra l’Unione europea e i paesi dei Balcani occidentali a Salonicco, in Grecia. La conferenza sara’ presieduta da Stefan Feule e dal commissario per l’Energia, Gunther Oettlinger.

Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi a Radio Radicale

giovedì 17 aprile 2014

I MINISTRI DEGLI ESTERI DELL'UE SUL FUTURO EUROPEO DELLA BOSNIA

Di Marina Szikora
Lunedi’ a Lussemburgo i ministri degli esteri dei 28 stati membri dell’Ue hanno discusso della BiH. Il processo di integrazione europea della Bosnia Erzegovina da lungo tempo in stallo a causa della fallita implementazione della sentenza Sejdić-Finci, deve muoversi dal punto fermo, concordano i capi di diplomazia dell’UE. La Bosnia come tema di discussione e’ stata messa in agenda grazie ad una iniziativa dell’Austria e Ungheria. Il rispetto della sentenza Sejdić-Finci resta una questione molto importante, ma il paese deve affrontare “una serie di problemi” economici e sociali per far avanzare il processo di integrazione europea al momento bloccato, ha detto l’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’Unione, Catherine Ashton in vista di questa riunione. Ma l’UE e’ pronta a individuare una nuova strategia nei confronti della Bosnia Erzegovina che sarebbe meno incentrata sulla necessita’ di rispettare la sentenza in questione e piu’ rivolta alla necessita’ e importanza delle riforme economiche e sociali.

In conclusione e’ stato approvato il cosidetto “Patto per la crescita” una decisione questa dell’UE per far ripartire il processo di integrazione. Nelle conclusioni dei ministri riuniti a Lussemburgo si ribadisce l’impegno inequivocabile a favore dell’integrita’ territoriale della Bosnia Erzegovina e a favore della sua prospettiva europea. Il documento dei ministri condanna fermamente “l’inaccettabile retorica secessionista” e si ricorda che Sarajevo rischia di rimanere indietro nel processo di avvicinamento a Bruxelles a causa “della mancanza di volonta’ da parte dei politici bosniaci” a differenza di altri paesi della regione che stanno facendo progressi. Adesso tocca alla Bosnia o meglio ai suoi politici ad intraprendere quello che sono i loro obblighi per il benessere del paese e del proprio popolo. I ministri delgi Esteri del 28 ricordano le proteste popolari all’inizio dell’anno che hanno travolto l’intero paese e quindi spetta ai leader politici offrire risposte concrete relative alle aspettative e preoccupazioni espresse dai cittadini. Le priorita’ da affrontare, rileva il documento dell’UE, sono l’attuazione delle riforme sociali ed economiche tra cui emergente il problema dell’altissimo tasso di disoccupazione, la necessita’ di migliorare il coordinamento delle politiche economiche e di bilancio, la creazione di un migliore ambiente imprenditoriale, un maggiore coinvolgimento della societa’ civile e dei giovani.

Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi a Radio Radicale

giovedì 6 marzo 2014

PUSIC CHIEDE ALLARGAMENTO NATO E UN NUOVO MODELLO DI INTEGRAZIONE EUROPEA PER LA BOSNIA

Vesna Pusic
Di Marina Szikora
La scorsa settimana, durante la sua visita a Washington, la ministro degli Esteri e dehli Affari europei croata, Vesna Pusić, ha dichiarato che il prossimo vertice della NATO che si svolgera' in settembre in Gran Bretagna dovrebbe essere un summit di allargamento poiche' ci sono alcuni paesi dell'Europa sudorientale che sono pronti per l'adesione o per proseguire l'avanzamento verso l'adesione alla NATO. Al contrario pero', anche se la decisione non e' stata ancora presa formalmente, si ha l'impressione che il prossimo vertice dell'Alleanza non sara' un vertice di allargamento. La posizione croata e' che un ulteriore allargamento ci dovrebbe essere e che nella regione balcanica ci sono alcuni paesi che hanno i requisiti per questo, ha detto Vesna Pusić a seguito del suo incontro con il vicesegretario di stato americano William Burns. La Croazia insieme all'Albania ha aderito alla NATO nel 2009, mentre il Montenegro, la Bosnia Erzegovina e la Macedonia sono attualmente a diversi livelli di integrazione nell'Alleanza. Anche se membro del programma della NATO 'Partenariato per la pace', la Serbia ha proclamato invece la sua neutralita' e al momento non vuole aderire.

Durante il loro incontro, la capo della diplomazia croata e il rappresentante americano hanno parlato in particolare della situazione in Bosnia Erzegovina dove come sappiamo, i disordini sociali si sono trasformati in una ribellione politica contro il potere a tutti i livelli. “Il partenariato transatlantico e' necessario per la Bosnia, ma in gran parte questa e' una questione europea e l'Unione deve svolgere un ruolo cruciale”, ha rilevato Pusić. Il ministro croato ha informato il sottosegretario di stato americano Burns dell'iniziativa croata relativa alla Bosnia Erzegovina di cui si discutera' alla prossima riunione del Consiglio per gli affari europei dell'UE. Secondo Vesna Pusić si tratta di un modello specifico dell'adesione della Bosnia che verrebbe definito dalla Commissione Europea e secondo il quale la soluzione “della difficile ed instabile situazione” sarebbe parte e non precondizione per l'inizio del processo di negoziati. Questa iniziativa, ha spiegato Vesna Pusić, significherebbe una prospettiva di adesione piu' sicura e piu' palpabile e incorporerebbe nel processo negoziale la soluzione del problema che oggi e' all'ordine del giorno e che destabilizza l'intera regione.

Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 6 marzo a Radio Radicale

giovedì 27 febbraio 2014

UNA SOLUZIONE EUROPEA PER LA BOSNIA ERZEGOVINA

Di Marina Szikora
Dopo il fallimento del tentativo di raggiungere una soluzione per l’implementazione della sentenza “Sejdić-Finci” della Corte europea per i diritti dell’uomo, condizione chiave per sbloccare il percorso di integrazione europea della Bosnia Erzegovina, durante il suo incontro con i rappresentanti politici del Paese, il commissario europeo all’Allagramento, Stefan Fuele, ha lasciato il compito irrisolto alle istituzioni locali. La sentenza della Cedu riguarda la modifica della Costituzione che concede a coloro che non dichiarano alcuna appartenenza etnica o appartengono a una minoranza etnica diversa da uno dei tre “popoli costituenti” (bosgnacchi, croati e serbi), la possibilita’ di costituirsi in gruppo indipendente nel parlamento. Tuttavia, la Commissione Europea continua a ribadire che non e’ finito il suo impegno per il benessere del Paese e dei suoi cittadini.

Il portavoce del commissario Fuele, Peter Stano, afferma che senza l’implementazione della sentenza “Sejdić-Finci” la BiH non puo’ avanzare sulla via europea perche’ senza adempiere questa condizione non puo’ presentare una richiesta credibile per l’adesione all’Unione come nemmeno attuare l’Accordo di stabilizzazione e associazione. L’Asa e’ a sua volta importante per mettere in moto l’intero processo politico ed economico tra il potenziale candidato e l’Unione Europea, ha precisato Stano. E’ il primo importante passo sulla via verso l’Ue ed esso, nel caso della Bosnia Erzegovina, non puo’ accadere senza l’applicazione della sentenza della Cedu, ovvero finche’ il paese viola i suoi obblighi internazionali, ha detto il portavoce Stano.

Bruxelles si dice preoccupata poiche’ il processo di integrazione europea della Bosnia Erzegovina sta diventando sempre piu’ lento e complicato. Pero’ la Commissione, queste almeno le informazioni, attualmente sta esaminando tre iniziative per la Bosnia. La prima sarebbe focalizzata su una migliore governabilita’ dell’economia del Paese: questa iniziativa dovrebbe essere presentata tra breve a Londra e in questo senso, la Commissione intende aiutare la Bosnia a preparare un programma nazionale delle riforme economiche in risposta ad un mercato di lavoro che non funziona, per un migliore coordinamento della politica economica e fiscale nonche’ per migliori condizioni agli affari. La seconda iniziativa della Commissione sarebbe la formazione di un comune gruppo di lavoro UE-Bosnia al fine di accelerare l’implementazione dei progetti che l’Unione finanzia nel Paese: l’obiettivo sarebbe quello di risolvere in modo piu’ veloce e visibile i problemi economici e sociali in Bosnia. Infine, la terza iniziativa riguarda l’ampliamento dell’attuale dialogo strutturale nel settore della giustizia: questa volta l’iniziativa sarebbe focalizzata sulla lotta alla corruzione.

Testo tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 27 febbraio a Radio Radicale

venerdì 24 gennaio 2014

RIUSCIRA' LA SERBIA A ENTRARE NELL'UE NEL 2020?

Martedì 21 gennaio, con la conferenza intergovernativa a Bruxelles, sono iniziati ufficialmente i negoziati per l'adesione della Serbia all'Unione Europea. Si tratta indubbiamente di un risultato estremamente importante per un Paese che 14 anni fa, di questi tempi, fa era alla vigilia dell'enesimo conflitto (quello per il Kosovo) in cui lo aveva trascinato lungo tutti gli anni Novanta il regime nazionalista e autoritario di Slobodan Milosevic. Ed è singolare e significativo che a conquistare questo traguardo siano stati proprio dei personaggi politici che si sono compromessi con quel regime, come l'attuale presidente Tomislav Nikolic e l'attuale premier Ivica Dacic. 
Dacic, nelle sue dichiarazioni, ha detto che la Serbia punta a diventare il 29 Paese membro dell'UE: l'obiettivo è quello di chiudere i negoziati entro il 2018 per poi perfezionare l'ingresso formale nel 2020. Obiettivo ambizioso che si scontra con la realtà di un processo che si preannuncia assai complicato e quindi presumibilmente più lungo di quanto indicato dal premier serbo. I problemi sul tappeto sono tanti e di non poco conto a cominciare da quello dello status del Kosovo. 
A questo proposito ecco qui l'interessante post di Davide Denti pubblicato su Eastjournal.net, che abbiamo citato nella puntata di Passaggio a Sud Est di ieri. 
Tanti auguri alla Serbia e buona lettura.
 
Serbia: iniziano i negoziati adesione. Nell'UE entro il 2020?
di Davide Denti - da Eastjournal.net
“Oggi è l’inizio di capitolo interamente nuovo nelle relazioni UE-Serbia, ed un successo significativo, – ha commentato il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso. – Elogio la Serbia per le sue riforme, sforzi e progressi compiuti negli scorsi anni. I cittadini serbi hanno forti aspirazioni europee, e noi continueremo a sostenere la Serbia affinché continui a fare progressi, passo a passo, nel suo cammino europeo.”
“E’ un giorno storico per la Serbia”, ha dichiarato il primo ministro Ivica Dačić. “Probabilmente è il più importante dalla seconda guerra mondiale”, ha aggiunto il vicepremier Aleksandar Vučić. Dopo anni di ritardo, dovuto alle reticenze della leadership di Belgrado a collaborare con il tribunale dell’Aja e a normalizzare i propri rapporti con il Kosovo, la Serbia si avvia quindi nell’ultima fase del suo cammino di integrazione europea. La fase forse più complessa, e che prenderà ancora diversi anni, durante la quale Belgrado dovrà introdurre sostanziali riforme per portare la propria legislazione in linea con gli standard europei (l’acquis comunitario). Ma Belgrado punta in alto.

Nell’UE entro il 2020? La scommessa di Dačić

“Sono sicuro che la Serbia sarà il prossimo Stato membro”: entrare nell’UE entro il 2020 è l’obiettivo dichiarato del primo ministro serbo Ivica Dačić.  Il governo di Belgrado vorrebbe concludere i negoziati entro il 2018, così da incassare le ratifiche dei 28 stati membri in un paio d’anni e sedere da pari ai tavoli di Bruxelles entro il 2020.
Una previsione che appare azzardata: ci sono voluti otto anni alla Croazia per “entrare in Europa”, dal 2005 al 2013, difficile che Belgrado (che si trova davanti anche lo scoglio del Kosovo) possa mettercene la metà. Di certo la Serbia punta a diventare il nuovo pupillo di Bruxelles nei Balcani e riconquistare un ruolo di leader regionale anche per quanto riguarda il processo d’integrazione europea. Non dovrebbe esserle difficile, viste le secche in cui si trovano oggi la Macedonia, il Montenegro, o l’Albania, per non parlare della Bosnia.
Inoltre i partiti di governo a Belgrado, progressisti (SNS) e socialisti (SPS), ci hanno messo la faccia nel puntare verso Bruxelles, ed è probabile che vogliano far valere i risultati ottenuti “in Europa” nella campagna elettorale che si aprirà a breve in Serbia in vista delle elezioni anticipate, non ancora confermate ma da molti previste per il 16 marzo. Per non perdere una preziosa occasione di visibilità il presidente della repubblica serba e capo del partito progressista Tomislav Nikolić, che non era presente a Bruxelles con Dačić e Vučić, ha fatto diffondere un video con lo slogan “Un presidente responsabile, cittadini soddisfatti, Serbia di successo”, in cui si rimarca il suo contributo alla lotta a crimine e corruzione, all’accordo fra Belgrado e Pristina e all’affermazione della pace e della stabilità nella regione. Il video si chiude con il messaggio “Insieme fino alla piena adesione all’Ue – il presidente serbo Tomislav Nikolić.”
Infine,  la data non sembra scelta a caso: nel 2020 si conclude il ciclo budgetario settennale UE appena iniziato, se la Serbia per allora fosse stato membro potrebbe sedere al tavolo della negoziazione budgetaria e garantirsi in anticipo la sua fetta di fondi strutturali. Ma sarà ben difficile che l’orizzonte UE 2020 si concretizzi per Belgrado: una data più realistica potrebbe essere il 2022-2025, con otto anni di negoziati e due-tre di ratifiche, dando per scontata la non ovvia risoluzione della questione dello status del Kosovo.

Quando il gioco si fa duro…

Dopo lo storico accordo Dačić-Thaçi sulla normalizzazione delle relazioni con il Kosovo, e dopo i tentennamenti del Consiglio UE di giugno 2013, oltre che dopo la telenovela dell’accordo di associazione Serbia-UE (entrato in vigore a settembre, a cinque anni dalla firma, per via di una birreria contesa con la Lituania) la Serbia si avvia così nell’ultima parte del suo percorso di avvicinamento all’Unione Europea. L’apertura dei negoziati conferma la prospettiva europea della Serbia e l’accelerazione impressa dall’amministrazione conservatrice Nikolić-Dačić alle relazioni con Bruxelles.
I negoziati si apriranno con alcuni dei capitoli più controversi, come il capitolo 23 su Magistratura e diritti fondamentali e il 24 su Giustizia, libertà e sicurezza: quei capitoli che, come appreso dalla Commissione nell’esperienza della Croazia, sono particolarmente di rilievo per i paesi dei Balcani occidentali. Meglio iniziare a lavorarci il prima possibile quindi, sapendo che servirà prendersi tutto il tempo necessario per verificare l’introduzione e la messa in atto di profonde riforme: è il nuovo approccio di Bruxelles, che precedentemente preferiva carburare con i capitoli meno problematici (nel caso del Montenegro, che ha anch’esso appena aperto i negoziati sui capitoli 23 e 24, la Commissione aveva iniziato un anno fa con i capitoli su scienza, ricerca, educazione e cultura). “Sarà un esercizio impegnativo ma equo e obiettivo”, ha assicurato il Commissario UE all’allargamento Štefan Füle, “che non si limiterà a ‘barrare le caselle’ ma andrà a verificare l’effettiva messa in pratica delle riforme”.
I capitoli su giustizia e diritti, assieme a quelli su ambiente, agricoltura e controlli finanziari, erano già stati individuati dalla Commissione europea nel suo screening iniziale come i più impegnativi per la Serbia, che dovrà allinearli all’acquis legislativo europeo. Belgrado dovrà introdurre riforme profonde del suo sistema giudiziario, inclusa la lotta alla corruzione e al crimine organizzato, e la protezione dei diritti umani (i casi contro la Serbia presso la Corte europea dei diritti umani danno una casistica delle questioni aperte), inclusa una significativa protezione della libertà d’espressione delle minoranze (è il caso del Gay Pride di Belgrado, che da anni non può tenersi per le minacce e violenze degli ultranazionalisti). Dovranno anche terminare i casi di intimidazione dei giornalisti, serbi e stranieri, di cui ha recentemente fatto esperienza Lily Lynch del portale Balkanist. 

Il nodo Kosovo

L’avvio dei negoziati d’adesione è la ricompensa attesa e meritata che Belgrado incassa per il suo impegno nel dialogo bilaterale con il Kosovo e per aver adempiuto a tutte le altre condizioni, inclusa la piena cooperazione con il tribunale penale internazionale dell’Aja per i crimini commessi nell’ex Jugoslavia. Se Bruxelles avesse mancato di ricompensare la Serbia, dopo già sei mesi di ritardo rispetto alla prima occasione disponibile per farlo, avrebbe inviato a Belgrado il messaggio che gli stati membri UE non sono seri nel loro approccio e coerenti con le proprie promesse, mandando all’aria il funzionamento della strategia di condizionalità applicata dall’Ue.
I negoziati d’adesione della Serbia e la normalizzazione delle relazioni tra Serbia e Kosovo procederanno in parallelo  rinforzandosi a vicenda. Da parte sua, il Kosovo sta negoziando con l’Ue un accordo d’associazione e stabilizzazione che possa portare anche alla liberalizzazione del regime dei visti. La Commissione europea continuerà a verificare la messa in atto degli accordi dell’aprile 2013 sulla normalizzazione delle relazioni durante il processo negoziale, così come la messa in atto dell’accordo d’associazione Ue-Serbia e l’impegno di Belgrado nella cooperazione regionale. D’altronde le sfide non mancano, come hanno dimostrato le dimissioni prima ancora di assumere l’incarico del tanto anelato sindaco serbo di Mitrovica Nord, Krstimir Pantić, definite irrilevanti dal ministro serbo per Kosovo e Metohija, Aleksandar Vulin, ma che costringeranno ad un nuovo turno elettorale a Mitrovica e che ritarderanno la costituzione della Comunità dei comuni serbi del Kosovo prevista dall’accordo. E presto si porrà anche la questione della partecipazione al voto dei serbi del Kosovo  alle legislative serbe.

giovedì 23 gennaio 2014

L'UNIONE EUROPEA HA APERTO UFFICIALMENTE I NEGOZIATI DI ADESIONE DELLA SERBIA

Bruxelles, 21 gennaio 2014: il premier serbo Ivica Dacic
e il presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy
Di Marina Szikora
Martedi' alla coferenza intergovernativa, una cerimonia solenne svoltasi presso il Consiglio europeo a Bruxelles, per la Serbia si sono aperti formalmente i negoziati di adesione all'Ue. In questa occasione l'Ue e' stata rappresentata dal ministro degli esteri greco Evangelos Venizelos, a nome dell'attuale presidenza greca e dal commissario all'allargamento Ue, Stefan Fuele, mentre a nome della Serbia vi hanno partecipato il presidente del governo serbo, Ivica Dačić e il suo vice, Aleksandar Vučić. Secondo i media serbi, la presenza dei ministri di altri paesi dell'Ue non e' stata una usanza consueta. Vi hanno partecipato anche i capi di diplomazia dell'Austria Sebastian Kurz, della Croazia Vesna Pusić, della Romania, Titus Korleatean. In piu' il segretario di stato per le questioni europeee ungherese Eniko Gyuri, il ministro tedesco Michael Rod e il ministro francese per le questioni europee Tieri Repanten.

Secondo la ministra croata Vesna Pusić la Serbia e la Croazia hanno molti temi del passato che devono essere risolti ma questo e' un segnale sicuro che ci sono temi anche per il futuro. Cio' non significa che i temi del passato spariranno – al contrario, c'e' molto lavoro da fare e ci sono molte questioni difficili, ma dall'altra parte vi e' anche un impegno chiaro per il futuro, ha detto Vesna Pusić. Ha aggiunto che ogni processo e' specifico e ogni adesione e' individuale, ma e' importante che il processo e' iniziato. Cio' e' importante per la Serbia ma anche per l'intera regione. Pusić ha rilevato che davanti alla Serbia vi e' un periodo difficile ma anche molto importante e dall'esperienza croata e' chiaro che il processo di adesione e' ugualmente importante cosi' come la stessa membership. Il processo di adesione significa costruire lo stato secondo criteri molto specifici, attraverso le riforme, il paese si stabilizza e normalizza, ha concluso la ministro degli esteri croata Vesna Pusić.

Secondo il protocollo, alla conferenza che si e' svolta ai margini della riunione del Consiglio degli affari esteri dell'Ue, e' stata presentata la cornice dei negoziati dell'Ue e subito dopo la piattaforma negoziale della Serbia. La cornice dei negoziati ha tre parti: i principi base del processo negoziale, i contenuti dei negoziati e la procedura negoziale. 35 i capitoli di negoziati di cui maggiore attenzione ha destato l’ultimo capitolo cioe’ quello relativo alla normalizzazione delle relazioni tra Belgrado e Priština. E’ previsto anche che prima dell’ingresso della Serbia nell’Ue, Belgrado e Priština firmino un accordo giuridicamente vincolante il che secondo le interpretazioni dei diplomatici europei, scrive il quotidiano serbo ‘Blic’, non significa una richiesta di riconoscere formalmente l’indipendenza del Kosovo bensi’ una garanzia che il processo di normalizzazione avra’ un carattere permanente. Secondo le regole stabilite precedentemente, tra i primi saranno aperti i capitoli relativi alla giustizia, polizia e salvaguardia dei diritti fondamentali mentre nel caso  concreto della Serbia lo stesso trattamento avra’ il capitolo 35, quello sulle relazioni con il Kosovo.

Tutto sommato, i documenti dell’Ue consegnati alla Serbia rilevano che l’obiettivo dei negoziati di adesione e’ l’ingresso della Serbia nell’Ue ma questo obiettivo dipendera’ soltanto dai risultati che la Serbia riuscira’ a raggiungere nell’adattamento agli standard europei e in base alla normalizzazione delle relazioni con il Kosovo. La Serbia dovra’ dedicare particolare attenzione allo stato di diritto, vale a dire alla riforma della giustizia e lotta contro la corruzione e criminalita’ organizzat noche’ alla riforma dell’amministrazione statale, liberta’ dei media e diritti di minoranze. Tra le priorita’ ci sono anche il rafforzamento dell’economia e il miglioramento del clima imprenditoriale.

E’ chiaro che in questi giorni i media in Serbia trattano il processo di adesione all’Ue con particolare attenzione. Il quotidiano ‘Blic’ ha fatto una specie di analisi del processo negoziale di una volta e quello odierno. Rileva che i negoziati di adesione sono un processo che dura diversi anni e che con il tempo e’ diventato sempre piu’ complesso: una volta non consisteva di misure e i paesi candidati conducevano i negoziati come gruppo, quale i paesi dell’Est che hanno aderito nel 2004. La Slovacchia ad esempio, nel primo anno di negoziati, precisa ‘Blic’ ha aperto la meta’ dei capitoli, quelli piu’ facili, mentre la Serbia dovra’ iniziare con i capitoli piu’ difficili, come quelli relativi alla giustizia, riforme giudiziarie, stato di diritto e sicurezza. Dopo l’esperienza con la Bulgaria e Romania che non hanno adempiuto pienamente gli standard, l’Ue nel 2011 ha stabilito un nuovo approccio dell’adesione che richiede l’apertura di questi capitoli all’inizio dei negoziati e la loro chiusura soltanto alla fine dell’intero processo.

Questo approccio e’ stato adoperato per la prima volta nel caso del Montenegro. I negoziati, prosegue il quotidiano serbo, sono adesso un processo lungo che richiede consistenti riforme e investimenti che dipendono dalla prontezza e dall’adattamento del paese con l’Ue ed il suo acquis communitaires. In questo processo, non raramente, ci sono ostacoli di contenziosi bilaterali del paese candidato con qualcuno degli Stati membri. Nel caso della Croazia, ricorda ‘Blic’ i negoziati sono durati sei anni e in una fase l’apertura dei negoziati e’ stata bloccata dalla Slovenia a causa del contenzioso sul confine.

Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi a Radio Radicale

martedì 7 gennaio 2014

AUGURI EUROPA

Come promesso, con la fine delle vacanze, torniamo online. Per iniziare l'anno nuovo vi propongo un pezzo di Massimo Nava uscito sul Corriere della Sera lo scorso 20 dicembre. A maggio del prossimo anno si voterà per il rinnovo del Parlamento europeo. In questi ultimi anni, in molti Paesi, anche all'interno dell'Unione Europea, sono sorti e si sono diffusi movimenti antieuropei, populisti e xenofobi. Anche in un Paese tradizionalmente europeista come l'Italia ormai nell'opinione pubblica crescono sentimenti di rifiuto per l'integrazione e per una prospettiva federalista. “Tutti a casa” è la nuova parola d'ordine: classi dirigenti, istituzioni, parlamenti, governi, banche, euro, Europa. La retorica tutto accomuna, appiattisce e confonde senza indicare alternative, ma solo slogan. E' brutta una prospettiva, ma è quella che abbiamo davanti e occorre tenerlo ben presente. Auguri Europa e auguri a tutti noi.

L'alleanza dei profeti del tanto peggio e il pericolo delle nuove barriere
di Massimo Nava – Corriere della Sera, 20 dicembre 2013

Nelle Operette morali di Leopardi, il venditore di almanacchi promette un anno più felice dei precedenti. Ma il poeta ci dice che sperare è inutile, la condizione umana non prevede la felicità. Eppure, l'almanacco 2014 offrirebbe qualche motivo di ottimismo, sia in Italia, sia in Europa: la fine della recessione, la ripresa americana, un po' di crescita, un po' più di stabilità politica, qualche segnale di ricambio generazionale, un importante passo avanti del sistema bancario continentale e quindi verso l'integrazione. Quello di giovedì è stato un buon giorno per l'Europa, che rassicura i mercati e dovrebbe rassicurare i risparmiatori.

Ma sono motivi di ottimismo poco seducenti, male impacchettati, portati da un Babbo Natale europeo antipatico anche ai bambini. Motivi non sufficienti a ridare serenità a famiglie e imprese e a quanti – giovani e anziani – vedono il futuro come una minaccia e non hanno nemmeno i soldi per comperare l'almanacco. Motivi non sufficienti nemmeno per rendere più seducenti gli ideali europei: si parla di passi avanti, di buona direzione, di equilibri complicati fra esigenze ed egoismi. E di scadenze che avranno concretezza fra qualche anno.

Movimenti e partiti antieuropei, populisti e xenofobi – nelle piazze e nei media – non hanno bisogno di promettere la felicità. A loro non interessa l'andamento dello spread. A loro basta ricordare gli anni bui che stiamo vivendo e indicarne cause e colpevoli: le classi dirigenti, la politica, le banche, l'Europa, la moneta unica. Il linguaggio è diretto, semplice, immediatamente comprensibile. “via tutti”, come urla il popolo dei forconi. L'”euro è un crimine”, come sbraitano i leghisti. “Prima di tutto la nazione”, come vanno propagandando le tante marine Le Pen in ascesa in tutta Europa. “Sarà sempre peggio”, dicono tutti.

A volte - come si dice – ci azzeccano. E nessuno può permettersi di disprezzare le ragioni della pancia. Alla protesta e al malessere di larghi strati della popolazione, non si può contrapporre soltanto una sorta di dogmatica religiosità europea, per cui nella è discutibile di ciò che si fa o non si fa a Bruxelles. Né si può liquidare ogni istanza come populismo e demagogia. I populismi si nutrono dei fenomeni economici e sociali che hanno più marcato il nostro tempo: impoverimento dei cittadini e declassamento degli Stati nazionali.

Con facili slogan è anche facile fare confusione e sostenere che le due cose siano legate. Ma l'impoverimento non è una fatalità, né la conseguenza della costruzione europea. Mentre l'indebolimento degli Stati è un processo irreversibile. Si stenta a comprendere e a far comprendere che nessun Paese – nemmeno la Germania – può farcela da solo. E che l'Europa (6 per cento della popolazione mondiale, 20 per cento un secolo fa!) è la sola forma possibile di protezione e sviluppo.

“Sarà sempre peggio” non è una speculazione filosofica. E' un autoconvincimento collettivo che inonda sondaggi e talk show per cui sembra non ci siano antidoti. I tempi del “fare” sono troppo lunghi rispetto alla scadenza delle rate e delle bollette. I motivi di ottimismo, troppo invisibili. La pedagogia è un'arma spuntata nel corto circuito di un'informazione rapida, spettacolarizzata, che racconta un presente perpetuo, una realtà percepita, spezzo banalizzata, raramente rapportata alla storia, alla memoria, al confronto di realtà differenti, magari lontane dalla nostra.

Il linguaggio della politica si specchia in questo presente perpetuo, a volte lo insegue, raramente lo indirizza. L'Europa, anziché coordinarli, deresponsabilizza Stati e governi, nel senso che l'Europa è spesso il comodo alibi o il capro espiatorio delle insufficienze delle politiche nazionali. Basta riflettere sulle politiche dell'immigrazione: insufficienti risposte comuni, egiustiche sovranità nazionali in materia.

Oggi l'”europhobia” ha una carta in più: il tentativo di coordinamento programmatico e culturale dei movimenti, per entrare a piedi uniti nel prossimo parlamento europeo. Via vecchi armamentari ideologici (“non siamo né di destra, né di sinistra”, si sente dire sempre più spesso) per costruire nuove barriere e condizionare l'Europa di domani. Non è contraddittorio entrarci in forze per bloccarla. E' pericoloso.

giovedì 19 dicembre 2013

SERBIA: DA GENNAIO I NEGOZIATI DI ADESIONE ALL'UE

Di Marina Szikora
I negoziati di adesione della Serbia con l’Unione Europea inizieranno definitivamente a gennaio. Lo hanno deciso i ministri degli Esteri dell’Ue riunitisi lunedì e martedì a Bruxelles in preparazione del Consiglio europeo che si svolge oggi e domani. Nel momento, quindi, in cui scriviamo questa corrispondenza siamo ancora in attesa dell’ultima parola che spetta appunto ai capi di Stato e di governo, ma già si sa, stando a quanto deciso dai capi delle diplomazie dei 28, a che punto stanno le cose relative al cammino europeo della Serbia.
I ministri degli esteri non hanno fissato una data precisa, ma, secondo le informazioni, la conferenza intergovernativa che segnerà il vero avvio dei negoziati, sarà convocata dalla Grecia che dal 1° gennaio assumerà la presidenza di turno dell’UE. Vi è stata una prima proposta del 21 gennaio come data della convocazione di questa conferenza e secondo quanto riportato dall'agenzia di stampa serba Tanjug questa data resta comunque la più probabile.
I ministri degli Esteri dell’UE hanno inserito nella cornice dei negoziati anche la controversa clausola con cui si afferma che Belgrado e Priština, entro la fine dei negoziati di adesione della Serbia, devono firmare un accordo giuridicamente vincolante. Su questa clausola ha insistito particolarmente la Germania, ma anche la Gran Bretagna.
Il Consiglio continuerà a seguire con attenzione l’impegno permanente della Serbia sulla normalizzazione delle relazioni con il Kosovo, nonché l’attuazione di tutto quello che è stato raggiunto con l’accordo, si legge nella bozza delle conclusioni del Consiglio ministeriale e si aggiunge che Belgrado e Priština non potranno porre veti reciproci sul processo di integrazione.
La Serbia viene invitata, inoltre, a prestare particolare attenzione allo stato di diritto e soprattutto alle riforme nei settori della giustizia e della lotta alla corruzione e alla criminalità organizzata. Infine, Belgrado dovrà assicurare l’indipendenza delle istituzioni, la libertà dei media, il miglioramento del settore economico e imprenditoriale e la protezione delle minoranze, in particolare quella dei rom e della popolazione Lgbt.

Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata inonda oggi a Radio Radicale.

mercoledì 18 dicembre 2013

UE, VIA LIBERA AL NEGOZIATO CON LA SERBIA: REAZIONI E COMMENTI

“Ho detto ai ministri quanto sia rimasta colpita dai progressi fatti e dall'impegno mostrato dai due premier e dalle rispettive delegazioni [impegnati nei colloqui per la normalizzazione delle relazioni tra Belgrado e Pristina, ndr] Se si guarda all'elenco dei risultati ottenuti dall'accordo di aprile, credo che sia davvero impressionante. In alcuni campi siamo andati anche oltre e più veloci di quanto pensassi”. Lo ha detto lunedì scorso l'Alto rappresentante per la politica estera dell'Unione Europea, Catherine Ashton, al termine della prima giornata di lavori del Consiglio Affari esteri a Bruxelles, rispondendo al corrispondente della televisione serba. La Ashton aveva così anticipato il giudizio positivo contenuto nel suo rapporto sul dialogo Belgrado-Pristina che ha poi presentato martedì ai capi delle diplomazie dei 28. Restano da definire i dettagli di alcune questioni, per esempio nel settore giudiziario, ma la Serbia ha compiuto progressi impressionanti nella normalizzazione delle relazioni con Pristina, ed è tempo di avviare il negoziato di adesione con la UE, è in definitiva la conclusione a cui è arrivata la responsabile della politica estera di Bruxelles che in questa veste continua a mediare il dialogo tra Serbia e Kosovo.




“Vivissima soddisfazione” è stata espressa dal Ministro degli Esteri Emma Bonino per la decisione presa dai ministri degli Esteri dell’Unione Europea di dare via libera all'avvio dei negoziati per l’adesione della Serbia all’UE con la convocazione della prima Conferenza Intergovernativa il prossimo gennaio. "Si tratta di un momento storico perla Serbia e per i Balcani”, afferma il ministro Bonino, secondo una nota ufficialedella Farnesina nella quale ricorda che “l’Italia ha sempre incoraggiato e sostenuto il percorso europeo di Belgrado, in particolare gli sforzi di quest’ultima nell’adempimento delle misure concordate con le Autorità di Pristina lo scorso 19 aprile, volte alla realizzazione di una progressiva normalizzazione nei rapporti tra Serbia e Kosovo e la cui positiva attuazione ha rappresentato la condizione principale posta dall’UE per poter procedere all’apertura dei negoziati di adesione”. Il nostro ministro degli Esteri ha quindi riaffermato che “l’Italia continuerà a garantire il suo convinto sostegno al percorso europeo di Belgrado, che, proprio grazie al prossimo avvio dei negoziati, compie un fondamentale e irreversibile passo in avanti”.

Soddisfazione, ovviamente, è stata espressa dal premier serbo Ivica Dacic, che in un'intervista alla tv di stato Rts ha parlato di “obiettivo storico”, di un via libera per Belgrado deciso “all’unanimità” dai 28, come “mi ha rivelato al telefono Ashton”. Un risultato, ha detto ancora il premier, “atteso da generazioni e da molti governi” prima del suo e che ora “non è più solo un sogno” per la leadership serba e per i cittadini, “ma la realtà”. E' la fine di un processo e contemporaneamente “l’inizio di un altro molto più difficile”.

In una conferenza stampa a Belgrado, Dacic ha detto di non vedere per Belgrado alcun obbligo di riconoscere l'indipendenza del Kosovo nelle conclusioni con cui i ministri degli Esteri dell'UE hanno dato il via libera all'inizio del negoziato di adesione con la Serbia. Dacic ha anche detto anche di ritenere che la Serbia entrerà nella UE più velocemente di ogni altro Paese, sottolineando che la velocità del negoziato dipenderà dall'impegno e dalla serietà con cui verrà portato avanti. Finora il negoziato più rapido è stato quello della Slovacchia, durato cinque-sei anni: la Serbia secondo Dacic è in grado di fare altrettanto, dato che il suo governo “non solo ha aperto la porta all'Europa ma ha già fatto un passo al suo interno”.

Non tutti però sono così soddisfatti e ottimisti come il capo della diplomazia europea, il nostro ministro degli Esteri e i vertici di Belgrado. A Pristina, il via libera di Bruxelles alla Serbia è stato accolto con scetticismo e reazioni generalmente negative da diversi analisti secondo i quali l'Unione Europea ha sopravvalutato i progressi fatti da Belgrado nel dialogo con le autorità kosovare. Secondo il politologo Ilir Deda, direttore dell'istituto 'Kipred', dopo quello di aprile si dovrebbe arrivare ad un secondo accordo fra Belgrado e Pristina dato che fino ad ora i colloqui hanno favoritola parte serba, che continuerà così a mantenere la sua influenza nelle zone a maggioranza serba, mentre per il Kosovo continuerà una situazione di statu quo. Anche Arten Korenica ritiene che Bruxelles abbia volutamente accelerato la strada della Serbia verso l'integrazione europea, nonostante Belgrado non abbia applicato tutti i punti dell'accordo del 19 aprile. Generalmente negativi anche i commenti della stampa kosovara. I quotidiani Koha Ditore e Tribuna criticano in particolare il rapporto molto positivo sulla Serbia fatto dalla Ashton, mentre per Pristina Bruxelles ritiene per ora sufficiente l'avvio del negoziato per l'Accordo di stabilizzazione e associazione.

BELGRADO CE L'HA FATTA: IL 21 GENNAIO INIZIA IL NEGOZIATO PER L'ADESIONE ALLA UE

Sarà il 21 gennaio 2014: in quel giorno la Serbia inizierà ufficialmente il suo cammino verso il traguardo dell'ingresso nell'Unione Europea. E' questa la notizia venuta ieri da Bruxelles, alla vigilia del Consiglio europeo. Forse non casualmente, sono stati gli “ex jugoslavi” ministri degli Esteri sloveno, Karl Erjavec, e croata, Vesna Pusic, a informare per primi che Belgrado ce l'ha fatta e che, dopo aver incassato dal Consiglio europeo dello scorso giugno l”ok” all'apertura del negoziato di adesione all'UE, ora ha ottenuto anche la tanto agognata data per l'apertura ufficiale delle trattative.

Dopo una lunga riunione, nella quale è stato illustrato ai ministri degli Esteri dell’Unione il rapporto sul dialogo tra Belgrado e Pristina, e in base anche al giudizio positivo dell'Alto rappresentante per la politica estera europea, Catherine Ashton, che di quel dialogo è stata ed è la mediatrice, alla fine è arrivato il via libera dei Ventotto. La data sarà ufficialmente confermata dalla presidenza di turno greca che inizia il 1° gennaio, ma ormai è certo che in un martedì del gennaio 2014 la Serbia volterà una pagina fondamentale della sua storia recente: quello che seguirà non sarà un negoziato né breve, né facile, ci saranno battute d'arresto e slanci in avanti, ma una fase nuova inizia, anche formalmente.

Ieri, via Twitter, il commissario europeo all’Allargamento Stefan Fuele ha confermato che Bruxelles e i governi europei hanno voluto riconoscere la bontà del processo di riforme avviato in Serbia, i passi avanti fatti e soprattutto la disponibilità ad arrivare ad una normalizzazione delle relazioni con il Kosovo. Un processo di normalizzazione che però per Belgrado al momento non comprende il riconoscimento dell'indipendenza del Kosovo e questo scoglio riemergerà molto presto nei negoziati con Bruxelles. Tanto più che per Fuele il negoziato dovrebbe essere “comprensivo”.

La Germania, da parte sua, auspica una “piena normalizzazione” delle relazioni tra Serbia e Kosovo, un'espressione che assomiglia così tanto al riconoscimento dell’indipendenza di Pristina che, secondo l'agenzia di stampa serba Tanjug, dovrebbe alla fine essere esclusa dal documento ufficiale sull’inizio dei negoziati. Anche perché sulla questione non c'è unanimità nemmeno tra i Paesi membri dell'UE, cinque dei quali, lo ricordiamo, non hanno ancora riconosciuto l'indipendenza del Kosovo e non intendono farlo, per il momento.

Forse anche per questo, per ora si preferisce guardare alla metà (o forse un quarto) del bicchiere già piena e lasciare al futuro negoziato trovare il modo di riempire il resto. In conferenza stampa Fuele ha voluto dare ampio riscontro a quelli che ha definito “gli enormi sforzi” compiuti dai vertici di Belgrado e di Pristina per cercare di trovare un compromesso sui tanti punti di contrasto. Sforzi che sono valsi a Pristina l'auspicio che entro la primavera siano concluse le trattative in corso per l’Accordo di Stabilizzazione e Associazione con l'UE. Il problema, semmai, per il Kosovo, per la Serbia, ma non solo per loro, è capire quale Europa ci sarà fra qualche anno.

Comunque, per il momento è indubbio che la Serbia abbia raggiunto un “obiettivo storico”, come ha detto alla tv di Stato il premier Ivica Dacic. Un risultato “atteso da generazioni e da molti governi” prima dell'attuale e che ora “non è più solo un sogno ma una realtà”, per gli attuali vertici serbi, ma anche per una buona parte dei cittadini. Finisce un processo, quello che ha portato alla decisione unanime dei Ventotto sull'apertura dei negoziati con Belgrado, e nello stesso tempo ne inizia un altro “molto più difficile”. Che questo sia riuscito all'attuale leadership conservatrice e nazionalista moderata del presidente Nikolic, del premier Dacic e del vicepremier Vucic, invece che a quella precedente, guidata dall'ex presidente filo-europeo Tadic è, forse, solo uno scherzo della Storia.

mercoledì 9 ottobre 2013

TIRANA: CONFERENZA STAMPA DEI MINISTRI DEGLI ESTERI BONINO E BUSHATI

La ministro Emma Bonino e, a sinistra, il suo omologo
albanese  Ditmir Bushati (Foto Stefano Marrella)
A Tirana per una visita ufficiale di due giorni la ministro degli Esteri Emma Bonino ha incontrato, tra gli altri, il suo omologo albanese Ditmir Bushati: è stato il secondo incontro nel giro di pochi giorni, dato che i due avevano già avuto un colloquio alla fine di settembre al Palazzo di vetro a New York, a margine dei lavori dell'Assemblea generale dell'Onu. Al termine dell'incontro i due ministri hanno tenuto un breve incontro con la stampa nel quale hanno riassunto i temi del loro incontro e le principali questioni bilaterali aperte tra i due Paesi.


Dichiarazione del ministro degli Esteri albanese Ditmir Bushati
E’ un piacere, privilegio ed emozione per me come ministro degli Esteri, di aver ricevuto oggi non solo un mio omologo, ma lo spirito europeo dell’Italia ed una delle piu’ intrepide attiviste del diritto internazionale e delle questioni umanitarie, Emma Bonino.
Abbiamo concordato in pieno sulle eccellenti relazioni, radicate da tempo, tra l’Italia e l’Albania e la necessita’ che queste relazioni vengano  impostate su un piu’ alto livello, sia tramiet un miglire sfruttamento degli strumenti esistenti, che nei settori di comune interesse, a partire da quelli politici ed economici a quelli nel settore della Difesa, cultura, educazione e degli scambi bilaterali.
Abbiamo avuto uno scambio di opinioni ed abbiamo pienamente concordato sul sostegno dhe l’Italia ha dato all’Albania nel suo percorso euroatlantico, con l’adesione alla Nato ed adesso con il processo di integrazione europea e la necessita’ di un’azione piu’ sincronizzata dell’Albania con il governo italiano anche in vista del fatto che il 2014 sara’ un anno determinante, non solo perche’ l’Italia, uno dei paesi fondatori dell’Ue guidera’ nel secondo semestre l’Ue, ma anche per le nostre ambizioni di avanzare nel processo di adesione all’Ue. L’Italia e’ stata e rimane un partner strategico che ci ha sempre sostenuto. In questo contesto ho ringraziato il ministro Bonino anche della chiara posizione espressa dal premierEnrico Letta all’assemblea delle Nazioni Unite, il quale ha riconfermato che la politica di allargamnto e’ stata una politica di successo e che deve proseguire anche con i paesi dei Balcani per poter portare piu’ democrazia e stabilita’ in tutta l’Europa.
Ho riconfermato la posizione del governo albanese ad andare avanti con le riforme ed in particolare con quelle riforme relative allo Stato di diritto, che sono importanti non solo per l’attuale livello di trasformazione democratica ed economica del nostro paese, ma anch per creare un clima piu’ favorevole agli investimenti esteri, e l’Italia e’ il principale investitore bilaterale.
Ho riconfermato anche l’impegno del governo albanese a collaborare con l’opposizione nell’ambito dell’inclusivita’ per poter definire l’agenda europea del paese quale una priorita’ nazionale.

Sintesi delle dichiarazioni del ministro degli Esteri italiano Emma Bonino
Emma Bonino ha ricordato il suo legame con l'Albania, Paese che, ha detto, “ho frequentato e amato anche da semplice militante del Partito radicale transnazionale” con un riferimento al congresso svoltosi nel 2002 proprio a Tirana.
Quanto all'oggi Emma Bonino ha sottolineato la possibilità che Italia e Albania hanno di fare insieme cose di grande importanza. Sul piano economico, per esempio, i già ottimi rapporti bilaterali, la presenza di quattrocento piccole e medie imprese italiane e di una grande banca come Intesa San Paolo creano le condizioni per attrarre grandi imprese italiane in particolare nei settori dell'energia e delle infrastrutture. Da questo punto di vista il Trans Adriatic Pipeline è un'occasione essenziale di connessione e sviluppo per i nostri due Paesi, ha detto Emma Bonino, aggiungendo che per l'Albania la “bretella” dello Ionic Adriatic Pipeline crea un ulteriore opportunità di integrazione regionale.
Infine la ministro ha rassicurato sul sostegno italiano all'integrazione europea dell'Albania, ribadendo la sua previsione che l'ormai prossimo rapporto annuale della Commissione europea sarà positivo ed esprimendo il suo ottimismo circa una decisione favorevole alla concessione della candidatura all'adesione da parte del Consiglio europeo di dicembre, obiettivo per il quale l'Italia si è molto spesa intessendo una rete di alleanze favorevoli tra i 28. Emma Bonino ha ricordato che il 2014 sarà l'anno del Mediterraneo, con la presidenza di turno dell'UE prima della Grecia e poi, nel secondo semestre, proprio dell'Italia. Sarà dunque un anno di grandi possibilità per l'Albania che però è chiamata a fare la sua parte per il rientro nella famiglia europea.
Emma Bonino ha confermato l'attenzione dell'Italia nei confronti dell'Albania, attenzione che avviene anche attraverso la presenza di Radio Radicale e al lavoro di informazione che svolge sistematicamente ogni settimana e che consente agli italiani di sapere quello che accade in Albania e nell'area balcanica in generale.

Guarda qui il video integrale della conferenza stampa dei ministri Emma Bonino e Ditmir Bushati 
(riprese di Stefano Marrella per Radio Radicale / Radioradicale.It)




PROSEGUE LA VISITA UFFICIALE DELLA MINISTRO BONINO IN ALBANIA

L'arrivo di Emma Bonino a Tirana
(Foto Stefano Marrella)
Prosegue la visita ufficiale della ministro degli Esteri Emma Bonino in Albania a pochi giorni dalla presentazione del rapporto annuale della Commissione Europea sullo stato di avanzamento del processo di integrazione atteso per il prossimo 16 ottobre. L'integrazione europea dell'Albania è uno dei temi al centro di questa visita ufficiale, una questione molto sentita nel “Paese delle aquile” che, dopo aver firmato l'Accordo di stabilizzazione e associazione, si è vista negare per due volte la concessione dello status di Paese candidato a causa della lentezza delle riforme richieste da Bruxelles.

In un incontro informale con giornalisti albanesi e italiani svoltosi ieri sera alla nostra ambasciata a Tirana, Emma Bonino ha detto di avere buoni motivi per credere che il rapporto del 16 ottobre sarà positivo per l'Albania e si è detta fiduciosa che il Consiglio europeo di dicembre darà via libera alla candidatura all'adesione probabilmente senza fissare però la data di apertura dei negoziati. Decisione che verrebbe rimandata al successivo Consiglio di marzo o tutt'al più a quello di giugno che segnerà anche l'inizio del semestre di presidenza dell'UE da parte dell'Italia, che sostiene fortemente l'integrazione dell'Albania e si è mossa in questi mesi per creare una rete di alleanze adatta allo scopo.

E' evidentemente, ha aggiunto Emma Bonino, che una volta conquistato lo status, spetterà all'Albania portare a compimento il processo di riforme richieste dall'UE e di cui il Paese ha urgente bisogno. Come ama ripetere spesso la nostra ministro degli Esteri, “il tango si balla in due”: l'adesione all'Unione Europea è una grande opportunità, ma richiede anche molta disciplina. E l'Italia è un esempio evidente in questo senso.

La visita proseguirà oggi con un'agenda molto fitta di incontri con le massime autorità albanesi: il presidente della reubblica, Bujar Nishani, il premier Edi Rama, il presidente del parlamento, Ilir Meta, e il ministro degli Esteri, Ditmir Bushati. In programma anche un intervento ad una tavola rotonda con imprenditrici italiane ed albanesi, presso l'Istituto italiano di cultura, e un incontro con imprenditori italiani che operano in Albania presso la residenza dell'ambasciatore italiano Massimo Gaiani. L'Italia è il principale partner commerciale dell'Albania e secondo solo alla Grecia come volume di investimenti nel Paese. Particolarmente importante, come abbiamo già avuto modo di dire, il partenariato nel settore energetico con il progetto del Trans Adriatic Pipeline che è una delle questioni al centro della visita.

Testo della corrispondenza andata in onda questa mattina a Radio Radicale




giovedì 26 settembre 2013

LA TERZA EDIZIONE DEL BELGRADE SECURITY FORUM

La settimana scorsa si è tenuta la terza edizione del Belgrade Security Forum organizzato dal Belgrade Fund for Politically Excellence, dal Movimento europeo in Serbia e dal Centro di Belgrado per la politica di sicurezza. Al centro del confronto questioni attuali e di sicurezza internazionale, la politica estera e l'economia, le relazioni internazionali, l'integrazione europea, ma anche l’influenza delle relazioni tra Belgrado e Priština sulla stabilità dei Balcani, il processo di riconciliazione internazionale, eccetera.

Di Marina Szikora
La presidente del Fondo per l’eccellenza politica, Sonja Licht ha osservato che per la regione dei Balcani Occidentali il piu’ importante e’ di portare a compimento il sogno dell’adesione all’Ue e di superare tutti gli ostacoli che ci sono su questo cammino. Secondo le sue parole, i Balcani vogliono essere sulla mappa delle vicende mondiali. “Siamo consapevoli della nostra dimensione e vogliamo essere una parte della soluzione e non un problema” ha detto Sonja Licht. Uno dei partecipanti e’ stato anche il ministro degli esteri slovacco Miroslav Lajčak il quale ha rilevato che per i paesi dei Balcani Occidentali, sulla via verso l’Ue, di importanza cruciale e’ dimostrare la volonta’ politica e fermezza a risolvere i problemi come lo ha fatto la Serbia. Dall’altra parte, ha detto Lajčak, a Skopje e a Sarajevo non vi e’ volonta’ politica per risolvere i problemi, in Macedonia quello relativo al nome, in BiH quello che riguarda la questione „Sejdić-Finci” ovvero la modifica della Costituzione. Per quanto riguarda l’allargamento, Lajčak ha detto che i tempi di “romanticismo” relativi all’allargamento dell’Ue sono finiti e adesso tutti parlano della crisi e c’e’ meno attenzione ed entusiasmo verso i Balcani Occidentali. Dopo aver definito “terribile” la vicenda dell’uccisione del rappresentante dell’Eulex al nord del Kosovo, il capo della diplomazia slovacca ha avvertito che tali azioni non sono tollerabili. La proposta sulla normalizzazione delle relazioni tra Belgrado e Priština, secondo la sua opinione, e’ arrivata troppo presto e nessuna questione deve avere una posizione privilegiata rispetto ad altre durante i negoziati di adesione. Si tratta infatti della proposta che sarebbe stata promossa in questi giorni da parte della Germania e Gran Bretagna secondo la quale il capitol 35 sul Kosovo si aprirebbe subito all’inizio dei negoziati di adesione con la Serbia. Cosi’, osserva Lajčak, si ha l’impressione che questa proposta e’ molto piu’ importante delle indispensabili riforme che la Serbia deve intraprendere.

Ai margini della conferenza, il capo della delegazione Ue in Serbia, Michael Devenport si e’ detto ottimista quanto si tratta dell’inizio dei negoziati di adesione della Serbia con l’Ue ma che e’ ancora troppo presto per valutare come sara’ la cornice di negoziati dell’Ue. La posizione tedesca resta tra le piu’ ferma. La piena attuazione dell’accordo di Bruxelles fino al 20 dicembre e’ la condizione della Germania per la decisione di aprire i negoziati della Serbia con l’Ue. Preoccupano i problem relativi alla garanzia della liberta’ di circolazione e piena integrazione della polizia e giustizia nel sistema kosovaro, ha detto Ernst Reichel, inviato speciale del ministero degli esteri tedesco incaricato per i Balcani Occidentali. In un colloquio informale con alcuni giornalisti serbi, scrive il quotidiano serbo ‘Blic’, Reichel ha ripetuto che la questione del Kosovo e della piena normalizzazione delle relazioni tra Belgrado e Priština sono la condizione politica principale ma ha assicurato anche che non ci sono nuovi condizionamenti tedeschi. Il rappresentante tedesco, gia’ ambasciatore tedesco a Priština, ha incontrato a Belgrado i piu’ importanti politici in Serbia. Anche se gli e’ stato garantito che Belgrado e’ pronta a soddisfare l’intero Accordo di Bruxelles, secondo la sua opinione a causa dei lenti cambiamenti sul terreno, la Serbia rischia la ripetizione di pressioni per risolvere i problemi in questione.

La Serbia e’ pronta per i negoziati di adesione con l’Ue e un suo posto nel cleb europeo non sarebbe un dono bensi’ il risultato del processo di riforme, ha valutato invece l’ex ministro degli esteri italiano Franco Frattini il quale ha altrettanto partecipato al Forum di sicurezza di Belgrado. In una intervista all’agenzia di stampa serba Tanjug, Frattini ha ribadito che i leader serbi hanno raggiunto un accordo storico con Priština, intrapreso un risico politico firmando l’accordo di Bruxelles e adesso questo accordo lo stanno attualizzando con il Kosovo. Secondo Frattini questo e’ un segno della devozione politica. In ricambio, sottolinea Frattini, la Serbia dovrebbe aspettarsi, giustamente, risultati positivi. In questo senso, ha spiegato, bisogna condurre le riforme, soddisfare le richieste ma anche l’Europa, deve fare qualcosa di visibile e palpabile per l’opinione pubblica. Frattini ha ricordato, che mentre era commissario europeo incaricato per la politica dei visti, in Serbia e’ stato introdotto il regime senza visti e questo, secondo lui, e’ stato forse il piu’ palpabile messaggio che l’Europa e’ vicina alla Serbia ed i serbi hanno compreso che e’ altrettanto nel loro interesse l’avvicinamento all’Europa. L’ex ministro degli esteri italiano ha valutato che il processo dell’unificazione europea non sara’ compiuto finche’ tutti i paesi dei Balcani Occidentali non diventeranno membri a pieno titolo dell’Ue. Parlando delle prospettive europee dei Balcani Occidentali, Frattini ha osservato che a causa di difficili momenti in questi tempi di crisi e della stanchezza sull’allargamento, alcuni paesi del blocco europeo ritengono sia arrivato il tempo di pausa. “Penso che questo sarebbe un errore. L’allargamento e l’adesione non sono un dono ai paesi… bensi’ il risultato del processo di riforme” ha concluso Frattini.

Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 26 settembre 2013 a Radio Radicale.