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sabato 5 marzo 2016

TURCHIA: LA REPRESSIONE DI ERDOGAN CONTRO ZAMAN

Ennesimo duro attacco in Turchia alla libertà di stampa e alla libertà di informazione. Nella notte tra venerdì e sabato la polizia turca ha fatto irruzione nella sede del quotidiano di opposizione Zaman, il più diffuso del paese. Questo dopo la sentenza di un tribunale di Istanbul che ha ordinato il commissariamento del giornale e l'allontanamento degli amministratori e dei giornalisti sgraditi.
Centinaia di persone hanno protestato davanti alla sede del giornale e hanno cercato di impedire l'irruzione della polizia. Per disperderli sono intervenuti i reparti antisommossa che, stando alle testimonianze, hanno fatto uso di gas lacrimogeni e idranti per disperdere i manifestanti.
Per mettere sotto controllo il gruppo editoriale Feza, al quale oltre a Zaman fanno capo anche la sua edizione in inglese Zaman Today. l'agenzia di stampa Cihan, il settimanale Acsyon e l'emittente televisiva Samanyolu, l'accusa è quella ormai consueta usata dal regime – ormai possiamo definirlo così – del presidente RecepTayyip Erdogan per mettere a tacere le voci critiche: “propaganda terroristica”.
Questa volta non a favore dei guerriglieri curdi, ma del presunto stato parallelo che sarebbe stato creato dal magnate e predicatore sunnita Fetullah Gulen, ex alleato e sostenitore di Erdogan, poi diventato suo acerrimo nemico.




Dopo aver disperso i manifestanti che si erano riuniti davanti alla sede del quotidiano, la polizia ha fatto irruzione nella redazione e ha letteralmente buttato fuori i giornalisti e gli amministratori. I giornalisti sono riusciti a mettere online sul sito del quotidiano la cronaca e le immagini delle cariche della polizia al di fuori della sede del giornale e poi l'irruzione nella redazione. In precedenza il direttore del quotidiano nel corso di un'assemblea aveva parlato ai giornalisti dicendo: “Questo è un giorno nero per la democrazia”
Il leader del Chp, il principale partito di opposizione, Kemal Kilicdaroglu, ha denunciato l'azione della magistratura definendola un colpo alla libertà di espressione. Condanne sono arrivate anche dall'estero: il commissario europeo all'Allargamento Johannes Hahn ha detto di essere estremamente preoccupato per quanto accaduto. Il Dipartimento di Stato americano ha definito inquietanti le azioni giudiziarie per mettere a tacere gli organi di informazione sgraditi al al potere ricordando che la Turchia è candidata all'adesione all'Unione europea e deve rispettare la libertà di stampa. "I diritti fondamentali non sono negoziabili”.



A Zaman è successo quello che era già accaduto per il gruppo editoriale Ipker che era stato commissariato alla vigilia delle elezioni dello scorso novembre sempre per il suo legame con l'organizzazione che fa capo alla al predicatore e magnate Fetullah Gulen. “Oggi è un giorno di vergogna per la libertà dei media in Turchia. La Costituzione è stata sospesa”, ha detto tra l'altro la direttrice della versione online di Zaman, Sevgi Akarcesme, che ha parlato ai giornalisti della stampa internazionale davanti alla sede del giornale. Ricordiamo che la Costituzione turca vieta il sequestro di tipografie e delle attrezzature necessarie alla stampa dei giornali.
Una petizione su internet è stata lanciata da Index on Censorship che chiede al tribunale di Istanbul di rivedere la decisione e al presidente Erdogan di mettere fine alla repressione degli organi di informazione. “Le autorità turche - si legge tra l'altro nella petizione - hanno confermato di non rispettare più la libertà dei media che è la base di ogni società democratica. Noi sottoscritti chiediamo al tribunale di rivedere la sua decisione di porre sotto sequestro Zaman e chiediamo alla comunità internazionale di prendere posizione contro i ripetuti tentativi della Turchia di soffocare i media liberi e indipendenti “. La petizione è stata lanciata sulla piattaforma Change.org.



Non sfugge una coincidenza tra la decisione di commissariare Zaman e l'allontanamento forzato dei dei giornalisti e degli amministratori e il vertice di lunedì 7 marzo a Bruxelles tra il Governo turco. L'Unione Europea da molto tempo chiude gli occhi di fronte alle violazioni alla libertà di stampa e di espressione in Turchia vista la potente arma di ricatto che Erdogan ha in mano. Bruxelles ha stanziato tre miliardi per a sostenere la Turchia nell'accoglienza dei profughi che arrivano dalla Siria e delle altre zone di conflitto del Medio Oriente ed evitare che arrivino sulle coste europee.  Ormai sono centinaia di migliaia in territorio turco e, purtroppo, nulla fa pensare che l'atteggiamento europeo possa cambiare molto presto vista la debolezza e le divisioni tra i 28 su come affrontare e gestire la crisi dei profughi.

Post aggiornato il 11/03/2016

lunedì 31 marzo 2014

TURCHIA: ERDOGAN PIU' FORTE DI TUTTO VINCE LE ELEZIONI LOCALI

Vittoria elettorale, economia forte, mancanza di un'alternativa politica: il premier si prepara (forse) alle presidenziali, ma resta l'incognita del grande nemico Fetullah Gulen.


Non sono bastate le accuse di corruzione, né le proteste contro la svolta autoritaria degli ultimi mesi e nemmeno certe rivelazioni compromettenti diffuse ultimamente: l'Akp del premier Recep Tayyip Erdogan ha vinto nettamente le elezioni amministrative di ieri, ottenendo oltre il 45% dei voti contro il 28% al principale partito di opposizione, il Chp. L'Akp conserva inoltre il controllo delle due principali città del paese, Istanbul e Ankara, mentre Smirne rimane, come da tradizione, al Chp. Da più parti si segnalano denunce di irregolarità, fra l'altro in molte decine di città è mancata la luce durante le operazioni di spoglio delle schede elettorali, ma la vittoria di Erdogan appare incontestabile, con un calo di 4 punti rispetto al trionfale 49,6 delle politiche del 2011, ma con un deciso balzo in avanti rispetto alle precedenti amministrative.

La stampa filo governativa ha accolto con toni trionfali il "voto di fiducia", come lo ha definito Sabah, ottenuto ieri dal premier, mentre Takym titola "Vai avanti, Maestro, il popolo è con te" e Star sottolinea che l'Akp e Erdogan "sono entrati nella storia con l'ottava vittoria elettorale consecutiva". Per Yeni Akit, invece, Erdogan ha "schiacciato gli avversari" e ha fatto collassare la "sporca alleanza fra Gulen, il Chp e le forze del male". Sul fronte opposto, l'autorevole analista Murat Yetkin, dalle colonne di Hurryet, invita a guardare in faccia la "nuda verità della politica turca": "La maggioranza degli elettori ha chiuso occhi e orecchie davanti alle accuse di corruzione perche' Erdogan glielo ha chiesto, ed ha ancora una grande influenza su di loro".

Oltre alla vittoria elettorale, Erdogan incassa anche le buone notizie sull'economia della Turchia che nel quarto trimestre 2013 è cresciuta ad un ritmo leggermente più veloce (+4,4% rispetto al +4,3 del terzo trimestre), mentre la crescita economica dell'intero anno si è attestata a +4%, rispetto al +2,1% del 2012. I mercati turchi, da parte loro, hanno reagito positivamente alla vittoria di Erdogan, evidentemente nella convinzione che questo garantisca stabilità al Paese: la Borsa di Istanbul oggi ha aperto con un +1,95%, mentre la lira turca ha toccato quota 2,163 rispetto al dollaro, il valore più alto dal 29 gennaio scorso.

Dopo la parentesi elettorale l'Unione Europea auspica che la Turchia rilanci gli sforzi per le riforme necessarie per proseguire il già complicato (e incerto) negoziato per l'adesione. Il che significa, ha detto ai giornalisti a Bruxelles Maja Kocijancic, portavoce dell'Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune europea, Catherine Ashton, “impegnarsi di nuovo pienamente sulle riforme in linea con gli standard europei sullo stato di diritto e sui diritti fondamentali”. La portavoce ha poi parlato degli "sviluppi preoccupanti" degli ultimi tre mesi e ha invocato sforzi "per raggiungere tutti i cittadini, inclusi quelli che non hanno votato per la maggioranza", in modo da assicurare "il più forte coinvolgimento possibile sulle riforme".

Le prime dichiarazioni di Erdogan dopo la vittoria, tuttavia, non promettono niente di buono. Parlando dal balcone della sede del Akp ad Ankara davanti a migliaia di sostenitori in festa, il premier ha annunciato, infatti, che ora i “traditori” della nazione “la pagheranno”. "Non ci sarà uno stato nello stato, è giunta l'ora di eliminarli", ha tuonato Erdogan con un chiaro riferimento a Fetullah Gulen, il capo della potente organizzazione cultural-religiosa Hizmet, che da grande sostenitore è diventato il più acerrimo nemico del premier che lo accusa di complottare per far cadere il suo governo. Il messaggio è chiaro: gli oppositori, da qualunque parte provengano, continueranno a trovare pane per i loro denti.

"Il popolo della Turchia oggi ha smontato tutti i piani e le trappole amorali, quelli che hanno attaccato la Turchia sono stati smentiti", ha affermato ancora il leader dell'Akp nella manifestazione che ha celebrato la vittoria. Cumhuriyet scrive che dal premier è venuto un "messaggio di rivalsa", mentre Radikal ritiene che Erdogan abbia pronunciato "minacce" e Karsi parla di "democrazia oscurata". La definizione pare appropriata, viste le misure prese contro Internet e social media, per non dire delle persecuzioni contro i giornalisti non allineati. E d'altra parte, con un successo simile, perché Erdogan dovrebbe tenere in conto gli ammonimenti di Bruxelles a lavorare sui diritti umani e sui diritti fondamentali “per vedere dei progressi reali della Turchia sul percorso europeo"? Siamo sicuri che gli interessi ancora quel percorso?

Ora, secondo molti osservatori, la vittoria di ieri spingerà Erdogan a presentarsi alle presidenziali del 10 agosto, le prime che si svolgeranno con elezione diretta, dopo la modifica della Costituzione voluta e ottenuta grazie alla forza parlamentare dell'Akp. Con l'appoggio della maggior parte della popolazione e l'economia che si mantiene forte, i favori del pronostico sono dalla sua. Di contro l'opposizione non appare in grado di proporre non solo un candidato, ma soprattutto una proposta politica e una “vision”, altrettanto forte. Gulen a parte, i maggiori problemi per Erdogan potrebbero venire dal suo stesso partito: ma all'Akp conviene azzoppare un cavallo così vincente? Certo, sul piano internazionale il bilancio non è altrettanto esaltante, ma da che mondo e mondo non è con la politica estera che si vincono le elezioni. In ogni modo, si prepara una nuova fase di forti tensioni: trattandosi della Turchia è quasi una non-notizia, ma ciò non la rende meno vera.


giovedì 6 marzo 2014

TURCHIA: LA SITUAZIONE POLITICA E IL FUTURO DI ERDOGAN

Intervista a Marta Ottaviani

Il premier turco Recep Tayyip Erdogan si prepara alle elezioni locali del 30 marzo dopo le grandi proteste per Gezi Park della scorsa estate, mai del tutto spente nonostante la dura repressione, e dopo gli scandali di corruzione emersi negli ultimi mesi che hanno terremotato il governo, messo in seria difficoltà il suo partito Akp, e appannato la sua immagine.
Le elezioni amministrative sono molto importanti in Turchia perché non esiste un livello intermedio tra le amministrazioni locali e il governo centrale e perché il voto avviene in contemporanea in tutto il Paese. L'appuntamento del 30 marzo rappresenterà, quindi, un vero e proprio test sulla tenuta dell'Akp, dopo un decennio di potere incontrastato, e sul futuro politico di Erdogan soprattutto in vista delle presidenziali della prossima estate, le prime in cui i cittadini turchi voteranno direttamente l'elezione del loro presidente.
Con una opposizione politica praticamente inesistente, i veri avversari del premier saranno la situazione economica, la cui grande crescita nel decennio ha accompagnato e sostenuto le fortune politiche di Erdogan ma che ora non appare più florida come una volta, e il leader religioso Fetulah Gulen, un tempo grande sostenitore dell'Akp, ma oggi acerrimo avversario di Erdogan. Da considerare anche il ruolo dell'attuale presidente Abdullah Gul, che dopo essere stato per molti anni il fedele numero 2 di Erdogan, da tempo, anche grazie al suo ruolo istituzionale, ha cercato di smarcarsi dal premier.

Ascolta qui l'intervista per Radio Radicale



Marta Ottaviani, dopo essere stata per alcuni anni corrispondente dalla Turchia per l'agenzia TMNews, attualmente collabora con i quotidiani L'Avvenire e La Stampa. E' autrice dei volumi "Mille e una Turchia" e "Cose da Turchi", entrambi pubblicati da Mursia.

venerdì 7 febbraio 2014

TURCHIA: OLTRE LO SCONTRO ERDOGAN vs. GÜLEN, LA FINE DEL MIRACOLO ECONOMICO?


Il 30 marzo si vota in Turchia per il rinnovo delle amministrazioni locali e in vista di questo importante appuntamento elettorale, il clima politico si fa piuttosto rovente. Dopo l'estate di proteste per Gezi Park a metà dicembre è scoppiato lo scandalo di corrusione che ha provocato un terremoto nel quadro politico e che avviene nell'ambito del durissimo scontro in atto tra Recep Tayyip Erdogan e Fetullah Gülen, il potente capo del movimento cultural-religioso Hizmet che accusa il premier di stare minando il "modello turco" con le sue scelte politiche, sia sul piano interno che su quello internazionale. Ora c'è un ulteriore fattore che potrebbe rimescolare ulteriormente le carte: la possibile fine del miracolo economico vissto dalla Turchia nell'ultimo decennio, che è stato il maggiore successo di Erdogan e che ha consolidato l'ascesa della nuova classe dirigente espressa dall'Akp.
Di tutto questo ho parlato con Matteo Tacconi in un'intervista per Radio Radicale a partire dal suo pezzo pubblicato su Osservatorio Balcani e Caucaso.

Ascolta qui l'intervista a Matteo Tacconi




Crisi turca, il fattore economico
di Matteo Tacconi – pubblicato il 30 gennaio 2014 su Osservatorio Balcani e Caucaso

Lo scontro tra il primo ministro turco Recep Tayyip Erdoğan e Fethullah Gülen, capo di Hizmet, potente movimento culturale e religioso, con forti ramificazioni nell’educazione e nei media, continua a tenere la Turchia su una corda, tesissima, di violino.

La storia ormai è nota. Tutto è cominciato a dicembre, quando è scattata un’inchiesta giudiziaria, su corruzione e dintorni, che ha portato all’arresto di diverse persone. Tra queste i figli di tre ministri. Che si sono dimessi. Erdoğan, oltre a loro, ha cambiato altri sette membri della sua squadra, cercando di allontanare dall’esecutivo l’ombra insidiosa della maxi-inchiesta.

Erdoğan vs Gülen

Questo è stato solo l’inizio. Nei giorni e nelle settimane seguenti il capo del governo ha dato il via a due purghe. L’una tra i quadri della polizia, con centinaia di ufficiali, tra Istanbul e la capitale Ankara, spostati da funzioni inquirenti a mansioni inferiori. L’altra nella magistratura, dove una raffica di nuove nomine ai vertici delle procure ha ridisegnato gli equilibri del potere giudiziario, in senso favorevole all’esecutivo.

Ma perché tutto questo? Qui sta il punto. Secondo Erdoğan l’inchiesta sulla corruzione, che ha lambito anche uno dei suoi figli, Bilal, è un attacco inaudito al suo governo, costruito artificiosamente da Fethullah Gülen grazie alle sponde importanti che può vantare nei ranghi di polizia e magistratura. Ne è scaturito il contrattacco, durissimo. Gülen respinge le accuse.

In ogni caso è innegabile che i rapporti tra i due si sono incrinati. Prima erano molto buoni. L’ascesa al potere di Erdoğan, avvenuta ormai più di dieci anni fa, è legata tra le altre cose alla mobilitazione elettorale dei seguaci di Hizmet e all’assorbimento di alcune delle idee del gülenismo – molti lo dipingono come la versione islamica del calvinismo – nella piattaforma dell’Akp, il partito del primo ministro.

Molte cose sono cambiate negli ultimi tempi. A Gülen non è piaciuta la sterzata di Erdoğan sui rapporti con Israele, piombati verso il basso, né la gestione dei fatti di Gezi Park. Il suo timore è che il cosiddetto modello turco, sintesi tra democrazia e islam, evolva in qualcosa di più autoritario. In questa cornice si iscrive la “tangentopoli”, legata a doppio filo alle imminenti scadenze elettorali. A marzo ci sono le amministrative, in agosto le presidenziali, le prime con voto diretto. Non è escluso che Erdoğan voglia salire sul gradino più alto delle istituzioni, facendone il perno del sistema. Si dice che a Gülen questa ipotesi non piaccia affatto.

Arriva lo “sboom”

C’è comunque un altro fattore che potrebbe ripercuotersi sulla scacchiera politica condizionando le mosse dei giocatori, specialmente quelle di Erdoğan. È l’economia. Molti analisti sono dell’avviso che la stagione d’oro della Turchia, esplosa proprio nel momento in cui l’Akp prese il potere, nel 2002, sta volgendo al termine. In questo arco di tempo il paese ha compiuto un balzo in avanti eccezionale, che tra il 2002 e il 2012 ha visto i redditi individuali passare da 3.676 a 10.666 dollari l’anno. La crescita è stata accompagnata dalla riduzione vistosa del debito pubblico (da circa il 70% a circa il 40%) e dalla contrazione di inflazione e deficit.

Adesso la curva potrebbe flettersi. Uno dei motivi è l’effetto che, sui paesi emergenti, Turchia inclusa, potrebbe avere il tapering in America, ossia la fine della politica di acquisto di titoli pubblici, che ha viaggiato in parallelo con una strategia di forte riduzione dei tassi. Questo ha spinto gli investitori a muoversi sui mercati emergenti, dove tassi più alti hanno garantito ritorni maggiori. Turchia, Brasile, India, Cina e altri paesi ne hanno beneficiato fortemente. Tuttavia gli stimoli della Federal Reserve vanno verso l’esaurimento e la tendenza dei capitali, già visibile, è quella di uscire da questi mercati, dove i rischi sono maggiori, riconcentrandosi su quelli occidentali, più sicuri e sulla strada della ripresa.

Le conseguenze, in Turchia, sono già tangibili. La Lira turca s’è deprezzata rapidamente, arrivando ai minimi sul Dollaro e schizzando giù notevolmente proprio a ridosso dei fatti di Gezi Park e delle recenti vicissitudini tra Erdoğan e Gülen. Segno che tra quadro economico e scenario politico potrebbe innescarsi o già si è innescato un intreccio pericoloso.

Ai problemi della Lira, che la Banca centrale turca ha cercato di risollevare con una manovra pesante sui tassi, appena portati dal 7,75 al 12%, anche allo scopo di contenere l’inflazione, va aggiunto il fatto che in Turchia il deficit delle partite correnti, ovvero lo scarto tra quanto si esporta e quanto si importa, è molto alto, come spesso capita in economie in espansione: si hanno risorse, dunque si compra. Attualmente il valore di questo parametro s’aggira sul 7-8% del Pil. Ankara lo copre appoggiandosi sui capitali stranieri in entrata. Il rischio di una loro fuoriuscita, stimolato dall’effetto tapering, può avere conseguenze rilevanti. Senza contare che l’economia, in generale, sta rallentando. Da qui al 2018 la crescita media dovrebbe attestarsi sul 4% (stime Fmi), ma in virtù dei tassi “cinesi” degli anni passati (9,2% nel 2010; 8,8% nel 2011), questo stesso rallentamento potrebbe essere avvertito addirittura come una recessione, sostiene qualche analista.

Insomma, Erdoğan, che ha sempre usato crescita e progresso come leve elettorali, potrebbe ritrovarsi con le armi un po’ spuntate. Lo scontro aperto con Gülen e l’esibizione dei muscoli sembrano rientrare in un gioco di polarizzazione dell’elettorato che depotenzi, facendola scivolare in secondo piano, la questione economica.

mercoledì 15 gennaio 2014

TURCHIA: ERDOGAN DENUNCIA IL TENTATIVO DI GOLPE DI GULEN

Ma lo scandalo di queste settimane potrebbe favorire Gul

Il premier turco Recep Tayyip Erdogan è tornato in questi giorni a reagire allo scandalo di corruzione, che sta terremotando il suo governo e mettendo a rischio il quadro politico, affermando che dietro le inchieste si nasconde "il più ampio, pesante e immorale tentativo di colpo di stato". Pur senza nominarlo direttamente, il premier in diverse occasioni ha puntato il dito contro il predicatore islamico Fetullah Gulen, il suo ex sostenitore che da anni vive in esilio volontario negli Usa, di aver mascherato un tentativo di golpe con il maxi-scandalo scoppiato a metà dicembre. Erdogan ha anche invitato gli ambasciatori turchi a spiegare in modo chiaro ai governi dei Paesi dove si trovano “la vera faccia”, le “ambizioni e i desideri” e le “dimensioni del pericolo” di quello che ha definito “l'impero della paura” creato da Gulen con il suo movimento Hizmet, soprattutto nel settore giudiziario e nella polizia. Per Erdogan l'obiettivo non il governo o il suo partito, ma la Turchia stessa, i suoi interessi nazionali e i suoi 76 milioni di cittadini.

Il governo ha reagito alle inchieste che hanno coinvolto personalità e imprenditori vicini al premier (tra cui, secondo alcuni organi di stampa, ci sarebbe anche il figlio Bilal Erdogan) rimuovendo dall'incarico centinaia di dirigenti e di funzionari della polizia, fra cui i responsabili delle inchieste anti-corruzione, e trasferendo due magistrati titolari di due filoni dell'inchiesta. Erdogan ha inoltre presentato un disegno di legge in parlamento per porre il Consiglio supremo dei giudici e dei procuratori (il Csm turco) sotto l'autorità del ministro della giustizia. Una mossa definita incostituzionale dall'opposizione e che è finita anche nel mirino di Bruxelles. Dopo il primo incontro a Strasburgo, fra il commissario europeo all'Allargamento, Stefan Fuele, e il nuovo ministro degli Affari europei e capo negoziatore con l'UE, Mevlut Cavusoglu, la Commissione europea ha, infatti, annunciato che esaminerà la bozza del progetto e che comunicherà la sua opinione alle autorità di Ankara prima di un qualsiasi voto parlamentare.

Fuele ha anche precisato di attendersi che la Turchia “prenda tutte le misure necessarie per assicurare che le recenti accuse di corruzione siano affrontate senza discriminazioni o preferenze, in maniera trasparente e imparziale” e che “qualsiasi cambiamento del sistema giudiziario non deve mettere in discussione l'impegno della Turchia” a rispettare ai criteri richiesti dall'UE. Per altro, il premier turco, atteso a Bruxelles martedì 21 gennaio per un incontro con il presidente della Commissione, Jose' Manuel Barroso, si è detto disponibile a “congelare” il progetto di riforma se l'opposizione approverà una modifica della Costituzione che vada nello stesso senso. Kemal Kilicdaroglu, leader del CHP, il Partito repubblicano popolare fondato dal padre della Turchia moderna, Kemal Ataturk, e principale forza dell'opposizione, ha risposto che se ne può parlare a patto che sia garantito il principio di separazione dei poteri e preannunciato un ricorso alla Corte costituzionale. Intanto lo scontro parlamentare sul provvedimento è degenerato in una rissa con insulti, schiaffi, lanci di bottigliette d'acqua e perfino di un tablet.

A favore di una modifica costituzionale, si è espresso anche il presidente della repubblica, Abdullah Gul, compagno di partito di Erdogan. Ma più che un assist, quella di Gul sembra l'ennesima, felpata presa di distanza dal premier in vista delle presidenziali di agosto, alle quali l'attuale capo dello stato potrebbe candidarsi contro Erdogan che punta da tempo alla presidenza della repubblica. Stando a quanto scritto da Zaman (quotidiano che, per inciso, fa parte della galassia riconducibile all'organizzazione di Fetullah Gulen) non è escluso che il presidente possa rifiutarsi di controfirmare la legge sui giudici se sarà approvata. In effetti, come fanno notare alcuni analisti, Gul, rispettato dall'opposizione e non ostile a Gulen, potrebbe essere proprio il principale beneficiario dello scandalo che sta facendo tremare il quadro politico turco. Prima delle presidenziali di agosto ci sarà a marzo il test cruciale delle elezioni locali. A meno che Erdogan non decida di forzare la mano e provocare elezioni parlamentari anticipate, alle quali comunque non potrebbe candidarsi per un terzo mandato da premier. Comunque vada le prossime settimane non ci lasceranno senza notizie dalla Turchia.

sabato 11 gennaio 2014

SPECIALE PASSAGGIO A SUD EST: TERREMOTO POLITICO IN TURCHIA

Un'immagine che attacca duramente il premier Erdogan
Il mondo politico turco è scosso dallo scandalo di corruzione che sta colpendo il governo, esponenti dell'Akp e uomini d'affari legati al premier Recep Tayyip Erdogan. Le inchieste e il conseguente scontro tra esecutivo e magistratura hanno alla base il conflitto con il predicatore islamico Fetullah Gulen e la sua potente organizzazione, che da sostenitori dell'ascesa politica dell'Akp e del suo leader sono diventati negli ultimi anni loro acerrimi avversari.
Il terremoto politico che rischia di travolgere il premier e il suo partito avviene all'inizio di un anno molto importante, che vedrà la Turchia andare al voto in marzo per le elezioni locali, in agosto per quelle presidenziali e successivamente per quelle politiche. Per il momento l'opinione pubblica turca resta sostanzialmente a guardare e i sondaggi indicano una flessione del consenso per Erdogan e l'Akp (iniziato all'epoca delle proteste per Gezi Park) che resta comunque il partito di maggioranza relativa.
Tutto questo mentre restano irrisolte diverse questioni politiche e istituzionali interne e in uno scenario internazionale (quello che va dal nord Africa all'Asia centrale passando per il Medio Oriente) estremamente complesso, instabile e denso di inconginte  in cui la Turchia è uno dei protagonisti. Uno scenario agitato dal conflitto in corso all'interno del mondo islamico e in particolare nella famiglia sunnita.

Per cercare di capire quello che sta accadendo e immaginare la possibile evoluzione nei prossimi mesi, la trasmissione propone le opinioni di Alberto Tetta, giornalista e collaboratore da Istanbul dell'agenzia TMNews, e Fabio Salomoni, ricecatore presso la Koc Universitesi di Istanbul, la relazione su costituzione e democrazia in Turchia tenuta dal professor Andrea Gratteri nell'ambito del convegno "La Turchia come attore globale e regionale" svoltosi presso la SIOI il 16 dicembre, e un passaggio del forum sulla politica internazionale con il ministro degli Esteri Emma Bonino svoltosi a Radio Radicale il 27 dicembre.

La registrazione integrale dello Speciale è ascoltabile direttamente qui