E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est del 26 aprile 2015.
La trasmissione e' ascoltabile direttamente qui di seguito oppure sul sito di Radio Radicale.
Sommario della puntata
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lunedì 27 aprile 2015
venerdì 24 aprile 2015
UNA RIFLESSIONE SUL GENOCIDIO ARMENO
Oggi 24 aprile ricorre il centenario dell'inizio del genocidio degli armeni. Scrivo volutamente “genocidio” ben consapevole di quale dibattito sia in corso da molto tempo sui quei fatti di cento anni fa e di come ci sia chi, pur non negando la realtà dei massacri e la loro dimensione, resti cauto nell'usare questa parola. E quanto i nervi siano scoperti lo ha dimostrato pochi giorni fa la polemica suscitata dall'omelia di papa Francesco in San Pietro.
E' forse meglio usare la definizione di “pulizia etnica”? Gli armeni furono eliminati non perché armeni ma perché, cristiani alleati della Russia zarista, rappresentavano un avversario per la politica dei “giovani turchi”? Forse è così, ma una differente definizione non cambia la realtà delle cose: centinaia di migliaia di donne, uomini e bambini furono deportati, uccisi o lasciati morire, perché la loro etnia era vista come un ostacolo ad un disegno politico.
A differenza dello sterminio degli ebrei, che era costitutivo dell'ideologia nazista, l'annientamento degli armeni fu deciso e organizzato perché in quel momento era utile alla politica turca. Ciò che è accaduto agli armeni è analogo a quanto subito dai bosgnacchi in Bosnia. E il massacro di Srebrenica è stato qualificato dalla giustizia internazionale come “genocidio”. Perché allora tutte queste resistenze ad accettare questa definizione per il massacro degli armeni?
Se la Turchia di oggi non può essere messa sul banco degli accusati per quei fatti di cento anni fa, non può però nemmeno continuare a rifiutarsi di discutere. Si chiede alla Turchia ufficiale di accettare di confrontarsi con il proprio passato, così come è stato chiesto alla Germania o come viene chiesto alla Serbia. Così, sia detto per inciso, come dovrebbe una buona volta fare l'Italia sulla Libia o sui Balcani, anziché nascondersi dietro il mito degli “italiani brava gente” o dietro la retorica a buon mercato sulle foibe.
In Turchia, e in Armenia, molti e non solo tra gli storici, riflettono e discutono senza pregiudizi. Aiuterebbe, probabilmente, sei governi e i parlamenti che ogni anno chiedono “mea culpa” o votano risoluzioni sul genocidio armeno, non fingessero di non vedere la tante questioni aperte, attorno alle quali ruotano interessi non sempre confessabili, a partire dalla vicenda del Nagorno-Karabakh.
Oggi, però, lasciamo perdere le polemiche storiche e le analisi geopolitiche, e per un momento pensiamo alle donne, agli uomini, ai bambini che cento anni fa furono stritolati dalla macchina implacabile della guerra e dei nazionalismi solo perché appartenevano all'etnia sbagliata nel momento sbagliato. Mi pare che Hitler disse una volta che nessuno avrebbe più ricordato lo sterminio degli ebrei così come nessuno ricordava quello degli armeni. Per fortuna non è stato così.
lunedì 20 aprile 2015
PASSAGGIO IN ONDA
E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est del 19 aprile 2015.
La trasmissione e' ascoltabile direttamente qui di seguito oppure sul sito di Radio Radicale.
Sommario della puntata
La trasmissione e' ascoltabile direttamente qui di seguito oppure sul sito di Radio Radicale.
Sommario della puntata
giovedì 16 aprile 2015
SUL "GENOCIDIO" ARMENO IL PAPA HA SBAGLIATO
Intervista a Carlo Panella, i
Sul genocidio armeno qualcuno ha mal consiglia papa Francesco. Non gli è stato detto che la sua denuncia del "genocidio armeno" tradisce la sua missione di pacificazione degli animi e delle nazioni e avrà conseguenze negative per la sorte dei cristiani del Medio Oriente. Non gli è stato detto che la posizione del governo turco è comunque da rispettare; che se la Turchia rifiuta essenzialmente il termine di "genocidio" ha le sue ragioni storiche per far questo, ma è disponibile a discutere di un massacro che non nega.
Sono questi gli errori compiuti da papa Francesco con la sua omelia in San Pietro nella quale ha qualificato come "genocidio" le deportazioni e i massacri degli armeni compiuti cento anni fa in Turchia nel periodo del governo dei "giovani turchi, a meno di un anno dall'inizio della prima guerra mondiale. Errori che Panella ha elencato in un pezzo pubblicato sull'Huffington Post e che ha approfondito nell'intervista a Radio Radicale che potete ascoltare qui di seguito.
Sul genocidio armeno qualcuno ha mal consiglia papa Francesco. Non gli è stato detto che la sua denuncia del "genocidio armeno" tradisce la sua missione di pacificazione degli animi e delle nazioni e avrà conseguenze negative per la sorte dei cristiani del Medio Oriente. Non gli è stato detto che la posizione del governo turco è comunque da rispettare; che se la Turchia rifiuta essenzialmente il termine di "genocidio" ha le sue ragioni storiche per far questo, ma è disponibile a discutere di un massacro che non nega.
Sono questi gli errori compiuti da papa Francesco con la sua omelia in San Pietro nella quale ha qualificato come "genocidio" le deportazioni e i massacri degli armeni compiuti cento anni fa in Turchia nel periodo del governo dei "giovani turchi, a meno di un anno dall'inizio della prima guerra mondiale. Errori che Panella ha elencato in un pezzo pubblicato sull'Huffington Post e che ha approfondito nell'intervista a Radio Radicale che potete ascoltare qui di seguito.
lunedì 13 aprile 2015
GENOCIDIO ARMENO: IL CORAGGIO DI PAPA FRANCESCO
Intervista a Franca Giansoldati, vaticanista del quotidiano Il Messaggero
Franca Giansoldati, vaticanista de Il Messaggero, autrice del libro "La marcia senza ritorno. Il genocidio armeno" (Salerno editrice), spiega a Radio Radicale perché quella di papa Francesco di usare la parola "genocidio" per qualificare la deportazione e i massacri degli armeni del 1915 ordinati dal governo dei "giovani turchi", è stata una scelta coraggiosa pur sapendo di toccare un nervo sensibilissimo della Turchia contemporanea. E infatti la reazione di Ankara non si è fatta attendere ed è stata durissima.
Tuttavia le parole pronunciate dal papa, spiega Giansoldati, se da una parte sono una novità assoluta nella storia della Chiesa cattolica, dall'altra non hanno l’intenzione di esacerbare gli animi "ma di riconoscere il passato per poter costruire un’armonia nel presente". Il papa ama il poolo e turco e non lo considera responsabile di quei massacri, dice ancora la vaticanista del Messaggero, ed il suo è richiamo dal significato profondo all’ecumenismo del sangue: quel milione e mezzo di morti è un tema ci riguarda in maniera diretta.
Franca Giansoldati, vaticanista de Il Messaggero, autrice del libro "La marcia senza ritorno. Il genocidio armeno" (Salerno editrice), spiega a Radio Radicale perché quella di papa Francesco di usare la parola "genocidio" per qualificare la deportazione e i massacri degli armeni del 1915 ordinati dal governo dei "giovani turchi", è stata una scelta coraggiosa pur sapendo di toccare un nervo sensibilissimo della Turchia contemporanea. E infatti la reazione di Ankara non si è fatta attendere ed è stata durissima.
Tuttavia le parole pronunciate dal papa, spiega Giansoldati, se da una parte sono una novità assoluta nella storia della Chiesa cattolica, dall'altra non hanno l’intenzione di esacerbare gli animi "ma di riconoscere il passato per poter costruire un’armonia nel presente". Il papa ama il poolo e turco e non lo considera responsabile di quei massacri, dice ancora la vaticanista del Messaggero, ed il suo è richiamo dal significato profondo all’ecumenismo del sangue: quel milione e mezzo di morti è un tema ci riguarda in maniera diretta.
venerdì 25 aprile 2014
LA COMUNITA' ARMENA RISPONDE ALLE CONDOGLIANZE DI ERDOGAN
La turchia di Erdogan non si
smentisce…negazionista è, e negazionista rimane.
Alla vigilia del 99° anniversario del
Genocidio armeno il premier turco Erdogan ha rilasciato un
comunicato, diramato in ben sette lingue, armeno compreso, nel quale
si lascia andare a talune considerazioni sugli “accadimenti della
prima guerra mondiale”. La stampa internazionale ha dato ovviamente
molta enfasi alle suddette dichiarazioni che taluni, molto
affrettatamente, hanno giudicato una apertura turca sulla questione
armena. In realtà una attenta lettura del testo evidenzia, accanto a
qualche timida frase di circostanza, la consueta impostazione
negazionista della Turchia. Che anzi esce rafforzata proprio dalle
frasi del leader turco condite dai soliti distinguo e prese di
circostanza.
Il “Consiglio per la comunità armena
di Roma” si associa alle reazioni negative che giungono dagli
armeni di tutto il mondo ed invita a vigilare contro il negazionismo
turco che, a pochi mesi dal centenario del Genocidio armeno, continua
a caratterizzare la politica di Ankara. Il messaggio di Erdogan, a
parte le “condoglianze ai nipoti” degli armeni, rafforza ancor di
più l’antistorica posizione turca, cerca di mettere sullo stesso
piano un milione e mezzo di armeni trucidati con alcune decine di
migliaia di soldati turchi caduti nel corso delle avventate campagne
militari dei generali ottomani; addita, inequivocabilmente, agli
armeni la responsabilità se ancora oggi la questione del Grande Male
non è risolta e getta nello stesso calderone della Grande Guerra un
popolo sterminato dalla ferocia dei Giovani Turchi e tutti coloro che
hanno perso la vita nel corso della guerra. Guerra che diviene,
ancora una volta, una cortina fumogena dietro alla quale celare la
grande strage armena.
Il “Consiglio per la comunità armena
di Roma” rifiuta con fermezza ogni atto che non sia un pieno e
formale riconoscimento di responsabilità per il genocidio del popolo
armeno. Nessun tentativo di “depistaggio” diplomatico potrà mai
arrestare il diritto alla Memoria che gli armeni in ogni angolo del
mondo reclamano a gran voce; il 24 aprile ed ogni giorno dell’anno.
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| Il memoriale del genocidio armeno a Erevan (Foto Z@doune/Flickr) |
giovedì 24 aprile 2014
GENOCIDIO DEGLI ARMENI: LE CONDOGLIANZE DI ERDOGAN
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| Recep Tayyip Erdogan |
In occasione del 99° anniversario
dell'inizio del genocidio degli armeni, che viene commemorato ogni
anno il 24 aprile, il primo ministro turco Recep Tayyp Erdogan ha
espresso le condoglianze dello Stato turco ai discendenti di coloro
che persero la vita “all'inizio del ventesimo secolo”. Nella nota diffusa
dall'ufficio del premier si legge: “Speriamo che tutti gli armeni
che persero la vita nel contesto dell'inizio del ventesimo secolo
riposino in pace e porgiamo le nostre condoglianze ai loro nipoti”.
“Gli incidenti della prima guerra
mondiale - prosegue la nota - sono nostra sofferenza condivisa.
Valutare questo doloroso periodo di storia con una prospettiva di
giusta memoria è una responsabilità della gente comune e degli
studiosi”. Nella dichiarazione, Erdogan sottolinea anche
l'importanza della libertà di espressione e del rispetto della
pluralità nei riguardi della storia: “In Turchia, esprimere
opinioni diverse e pensieri in modo libero sugli eventi del 1915 è
requisito per una prospettiva pluralistica così come per una cultura
di democrazia e modernità”.
E' la
prima volta che un leader turco compie un gesto del genere che, in
qualche modo, ha quindi un valore storico. Tuttavia, il testo, tradotto in diverse lingue,
tra cui anche l'armeno, se da una parte accenna alle “conseguenze disumane” della
deportazione e ammette che essa riveste “un significato particolare
per i nostri cittadini armeni e per tutti gli armeni nel mondo”, dall'altra parte
si guarda bene dall'utilizzare il termine “genocidio” che la
Turchia continua a rifiutare recisamente. Erdogan esprime comunque il
desiderio che “gli armeni che hanno perso la vita all'inizio del
ventesimo secolo riposino in pace e noi porgiamo le nostre
condoglianze ai loro nipoti”.
Il 24 aprile gli armeni commemorano
l'inizio dello sterminio deciso dal governo dei “Giovani Turchi”
nell'ultima fase della caduta dell'impero ottomano e cominciato con
gli arresti e la successiva eliminazione della élite armena di
Costantinopoli (Istanbul). In seguito centinaia di migliaia di armeni
subirono la deportazione e violenze di ogni genere che provocarono la
morte di 1 milione e mezzo di persone. Secondo molti storici, quello
degli armeni rappresenta il primo genocidio del ventesimo secolo. La
repubblica turca, succeduta all'impero, ha però sempre contestato
questa cifra, sostenendo che ci furono vittime in ogni parte, che i
morti armeni furono molti meno e che la loro uccisione non fu il
prodotto di uno sterminio pianificato.
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| Armeni impiccati ad Aleppo nel 1915 |
lunedì 21 gennaio 2013
SEI ANNI DOPO SIAMO SEMPRE TUTTI HRANT DINK
Sei anni fa, il 19 gennaio del 2007,
davanti alla sede del suo giornale Agos, nel quartiere di Osmanbey a
Istanbul, veniva assassinato Hrant Dink, il giornalista e scrittore
turco di origine armena. Era nato il 15 settembre del 1954 e si era
sempre battuto per la ricerca del dialogo tra turchi ed armeni.
Questo suo impegno lo fece finire nel mirino dei nazionalisti e per
la sua attività pubblicistica nell'ottobre del 2004 fu condannato a
sei mesi di prigione sulla base del famigerato articolo 301 del
codice penale turco che puniva chi fosse ritenuto colpevole di aver
diffamato pubblicamente l'identità turca (nel 2008 l'articolo fu poi
attenuato, anche in conformità alle richieste dell'Unione Europea,
circoscrivendolo alle offese allo Stato e agli organi costituzionali
e riducendo le pene previste).
Il processo, le intimidazioni e le
minacce non fecero mai venire meno l'impegno di Hrant Dink e la sua
fiducia nel dialogo e nella giustizia: ci vollero tre colpi di
pistola, sparati a bruciapelo alla schiena in una delle più
affollate vie di Istanbul. Il suo assassinio provocò un enorme
emozione in tutta la Turchia e il suo funerale si trasformò in una
enorme manifestazione. All'insegna dello slogan “Siamo tutti Dink,
siamo tutti armeni”, oltre centomila persone scesero in piazza per
chiedere pace e riconciliazione. Sei anni dopo la sua morte, resta
intatto il messaggio di un giornalista, di un intellettuale, ma
soprattutto di un grande uomo che con la sua morte ha dato coraggio a
tante persone di far sentire la propria voce contro un'ideologia
nazionalista e reazionaria che vorrebbe impedire ai turchi di pensare
con la loro testa.
Al contrario di quanto volevano coloro
che hanno armato la mano del giovane fanatico assassino, Hrant Dink è
diventato il simbolo della Turchia che vuole maggiore democrazia,
libertà di parola e pluralismo. Il processo per la sua uccisione
resta un test cruciale non solo per il governo di Recep Tayyp Erdogan
e per la nuova classe dirigente emersa nell'ultimo decennio, ma per
il futuro stesso della democrazia turca. Stabilire la verità e fare
giustizia è importante per la famiglia di Hrant Dink, ovviamente, e
per la comunità armena, ma è importante anche per la Turchia intera
e per l'intera Europa. Un'Europa sempre più impaurita e diffidente,
dove nazionalisti e xenofobi di ogni risma sembrano pericolosamente
prendere piede, quasi che gli anticorpi prodotti dal cataclisma dei
genocidi del XX secolo abbiano ormai perso la loro capacità di
fermare la malattia, come ammoniva Primo Levi. Per questo è
importante, oggi come sei anni fa, continuare a dire “Siamo tutti
Hrant Dink”.
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