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lunedì 27 aprile 2015

PASSAGGIO IN ONDA

E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est del 26 aprile 2015.
La trasmissione e' ascoltabile direttamente qui di seguito oppure sul sito di Radio Radicale.



Sommario della puntata

L'apertura è dedicata ad una riflessione sul centenario del massacro degli armeni, in Turchia, commemorato il 24 aprile e alle recenti polemiche sull'uso della parola "genocidio" per qualificare quei tragici eventi del 1915.

In primo piano il tema dell'immigrazione: l'opinione di Emma Bonino dopo l'ennesima e spaventosa strage di migranti nel Canale di Sicilia, una rassegna di analisi sull'attuale situazione e dopo il Consiglio europeo straordinario e la posizione della Croazia. 

Si parla poi delle difficoltà e delle resistenze al processo di allargamento dell'Unione Europea. 

Le reazioni e le polemiche sulle dichiarazioni del premier albanese Edi Rama sulla "inevitabile" riunificazione tra Albania e Kosovo, in un quadro di integrazione nell'Unione Europea. La collaborazione economica tra Tirana e Pristina. Kosovo: le reazioni alla nomina del nuovo procuratore capo dello Stato accusato di corruzione. Macedonia: lo scontro tra maggioranza e opposizione e le preoccupazioni europee dopo l'attacco armato ad una stazione di polizia; le continue e ripetute minacce e intimidazioni ai giornalisti e i rischi per la libertà di stampa. 

La trasmissione, realizzata con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura,è ascoltabile direttamente qui

venerdì 24 aprile 2015

UNA RIFLESSIONE SUL GENOCIDIO ARMENO



Oggi 24 aprile ricorre il centenario dell'inizio del genocidio degli armeni. Scrivo volutamente “genocidio” ben consapevole di quale dibattito sia in corso da molto tempo sui quei fatti di cento anni fa e di come ci sia chi, pur non negando la realtà dei massacri e la loro dimensione, resti cauto nell'usare questa parola. E quanto i nervi siano scoperti lo ha dimostrato pochi giorni fa la polemica suscitata dall'omelia di papa Francesco in San Pietro.


 E' forse meglio usare la definizione di “pulizia etnica”? Gli armeni furono eliminati non perché armeni ma perché, cristiani alleati della Russia zarista, rappresentavano un avversario per la politica dei “giovani turchi”? Forse è così, ma una differente definizione non cambia la realtà delle cose: centinaia di migliaia di donne, uomini e bambini furono deportati, uccisi o lasciati morire, perché la loro etnia era vista come un ostacolo ad un disegno politico.
 

A differenza dello sterminio degli ebrei, che era costitutivo dell'ideologia nazista, l'annientamento degli armeni fu deciso e organizzato perché in quel momento era utile alla politica turca. Ciò che è accaduto agli armeni è analogo a quanto subito dai bosgnacchi in Bosnia. E il massacro di Srebrenica è stato qualificato dalla giustizia internazionale come “genocidio”. Perché allora tutte queste resistenze ad accettare questa definizione per il massacro degli armeni?
 

Se la Turchia di oggi non può essere messa sul banco degli accusati per quei fatti di cento anni fa, non può però nemmeno continuare a rifiutarsi di discutere. Si chiede alla Turchia ufficiale di accettare di confrontarsi con il proprio passato, così come è stato chiesto alla Germania o come viene chiesto alla Serbia. Così, sia detto per inciso, come dovrebbe una buona volta fare l'Italia sulla Libia o sui Balcani, anziché nascondersi dietro il mito degli “italiani brava gente” o dietro la retorica a buon mercato sulle foibe.
 

In Turchia, e in Armenia, molti e non solo tra gli storici, riflettono e discutono senza pregiudizi. Aiuterebbe, probabilmente, sei governi e i parlamenti che ogni anno chiedono “mea culpa” o votano risoluzioni sul genocidio armeno, non fingessero di non vedere la tante questioni aperte, attorno alle quali ruotano interessi non sempre confessabili, a partire dalla vicenda del Nagorno-Karabakh.
 

Oggi, però, lasciamo perdere le polemiche storiche e le analisi geopolitiche, e per un momento pensiamo alle donne, agli uomini, ai bambini che cento anni fa furono stritolati dalla macchina implacabile della guerra e dei nazionalismi solo perché appartenevano all'etnia sbagliata nel momento sbagliato. Mi pare che Hitler disse una volta che nessuno avrebbe più ricordato lo sterminio degli ebrei così come nessuno ricordava quello degli armeni. Per fortuna non è stato così.

lunedì 20 aprile 2015

PASSAGGIO IN ONDA

E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est del 19 aprile 2015.
La trasmissione e' ascoltabile direttamente qui di seguito oppure sul sito di Radio Radicale.



Sommario della puntata

Argomento principale della puntata è lo scontro politico-diplomatico tra Turchia e Vaticano dopo le parole del Papa che ha definito "genocidio" il massacro degli armeni avvenuto cento anni fa con le opinioni di Franca Gansoldati, vaticanista de Il Messaggero, Carlo Panella, giornalista esperto di Islam, e Marco Perduca, rappresentante del Partito Radicale all'Onu. In appendice anche le ripercussioni che questa polemica avrà sul prossimo viaggio del Papa in Bosnia Erzegovina. 

Gli altri argomenti
Le risoluzioni della Commissione Esteri del Parlamento Europeo su Albania e Bosnia; il vertice di Brdo sui Balcani; le tensioni tra Belgrado, Pristina e Tirana dopo le dichiarazioni del premier albanese sulla riunificazione "inevitabile" tra Albania e Kosovo; il rapporto Jacqué sulla missione civile europea Eulex in Kosovo. 

Questa puntata di Passagio a Sud Est è dedicata a Klodian Elezi, il ragazzo italiano di origini albanesi, morto a 21 anni lavorando in un cantiere della Tangenziale Esterna di Milano (una delle grandi opere collegate all'Expo 2015)

La trasmissione, realizzata con la collaborazione di Marina Szikora a Artur Nura, è ascoltabile direttamente qui

giovedì 16 aprile 2015

SUL "GENOCIDIO" ARMENO IL PAPA HA SBAGLIATO

Intervista a Carlo Panella, inviato in Medio Oriente, esperto di Islam e islamismo

Sul genocidio armeno qualcuno ha mal consiglia papa Francesco. Non gli è stato detto che la sua denuncia del "genocidio armeno" tradisce la sua missione di pacificazione degli animi e delle nazioni e avrà conseguenze negative per la sorte dei cristiani del Medio Oriente. Non gli è stato detto che la posizione del governo turco è comunque da rispettare; che se la Turchia rifiuta essenzialmente il termine di "genocidio" ha le sue ragioni storiche per far questo, ma è disponibile a discutere di un massacro che non nega.

Sono questi gli errori compiuti da papa Francesco con la sua omelia in San Pietro nella quale ha qualificato come "genocidio" le deportazioni e i massacri degli armeni compiuti cento anni fa in Turchia nel periodo del governo dei "giovani turchi, a meno di un anno dall'inizio della prima guerra mondiale. Errori che Panella ha elencato in un pezzo pubblicato sull'Huffington Post e che ha approfondito nell'intervista a Radio Radicale che potete ascoltare qui di seguito.



lunedì 13 aprile 2015

GENOCIDIO ARMENO: IL CORAGGIO DI PAPA FRANCESCO

Intervista a Franca Giansoldati, vaticanista del quotidiano Il Messaggero

Franca Giansoldati, vaticanista de Il Messaggero, autrice del libro "La marcia senza ritorno. Il genocidio armeno" (Salerno editrice), spiega a Radio Radicale perché quella di papa Francesco di usare la parola "genocidio" per qualificare la deportazione e i massacri degli armeni del 1915 ordinati dal governo dei "giovani turchi", è stata una scelta coraggiosa pur sapendo di toccare un nervo sensibilissimo della Turchia contemporanea. E infatti la reazione di Ankara non si è fatta attendere ed è stata durissima.

Tuttavia le parole pronunciate dal papa, spiega Giansoldati, se da una parte sono una novità assoluta nella storia della Chiesa cattolica, dall'altra non hanno l’intenzione di esacerbare gli animi "ma di riconoscere il passato per poter costruire un’armonia nel presente". Il papa ama il poolo e turco e non lo considera responsabile di quei massacri, dice ancora la vaticanista del Messaggero, ed il suo è richiamo dal significato profondo all’ecumenismo del sangue: quel milione e mezzo di morti è un tema ci riguarda in maniera diretta.

 

venerdì 25 aprile 2014

LA COMUNITA' ARMENA RISPONDE ALLE CONDOGLIANZE DI ERDOGAN

La turchia di Erdogan non si smentisce…negazionista è, e negazionista rimane.

Alla vigilia del 99° anniversario del Genocidio armeno il premier turco Erdogan ha rilasciato un comunicato, diramato in ben sette lingue, armeno compreso, nel quale si lascia andare a talune considerazioni sugli “accadimenti della prima guerra mondiale”. La stampa internazionale ha dato ovviamente molta enfasi alle suddette dichiarazioni che taluni, molto affrettatamente, hanno giudicato una apertura turca sulla questione armena. In realtà una attenta lettura del testo evidenzia, accanto a qualche timida frase di circostanza, la consueta impostazione negazionista della Turchia. Che anzi esce rafforzata proprio dalle frasi del leader turco condite dai soliti distinguo e prese di circostanza.

Il “Consiglio per la comunità armena di Roma” si associa alle reazioni negative che giungono dagli armeni di tutto il mondo ed invita a vigilare contro il negazionismo turco che, a pochi mesi dal centenario del Genocidio armeno, continua a caratterizzare la politica di Ankara. Il messaggio di Erdogan, a parte le “condoglianze ai nipoti” degli armeni, rafforza ancor di più l’antistorica posizione turca, cerca di mettere sullo stesso piano un milione e mezzo di armeni trucidati con alcune decine di migliaia di soldati turchi caduti nel corso delle avventate campagne militari dei generali ottomani; addita, inequivocabilmente, agli armeni la responsabilità se ancora oggi la questione del Grande Male non è risolta e getta nello stesso calderone della Grande Guerra un popolo sterminato dalla ferocia dei Giovani Turchi e tutti coloro che hanno perso la vita nel corso della guerra. Guerra che diviene, ancora una volta, una cortina fumogena dietro alla quale celare la grande strage armena.

Il “Consiglio per la comunità armena di Roma” rifiuta con fermezza ogni atto che non sia un pieno e formale riconoscimento di responsabilità per il genocidio del popolo armeno. Nessun tentativo di “depistaggio” diplomatico potrà mai arrestare il diritto alla Memoria che gli armeni in ogni angolo del mondo reclamano a gran voce; il 24 aprile ed ogni giorno dell’anno.

Il memoriale del genocidio armeno a Erevan (Foto Z@doune/Flickr)

giovedì 24 aprile 2014

GENOCIDIO DEGLI ARMENI: LE CONDOGLIANZE DI ERDOGAN

Recep Tayyip Erdogan
In occasione del 99° anniversario dell'inizio del genocidio degli armeni, che viene commemorato ogni anno il 24 aprile, il primo ministro turco Recep Tayyp Erdogan ha espresso le condoglianze dello Stato turco ai discendenti di coloro che persero la vita “all'inizio del ventesimo secolo”. Nella nota diffusa dall'ufficio del premier si legge: “Speriamo che tutti gli armeni che persero la vita nel contesto dell'inizio del ventesimo secolo riposino in pace e porgiamo le nostre condoglianze ai loro nipoti”.

“Gli incidenti della prima guerra mondiale - prosegue la nota - sono nostra sofferenza condivisa. Valutare questo doloroso periodo di storia con una prospettiva di giusta memoria è una responsabilità della gente comune e degli studiosi”. Nella dichiarazione, Erdogan sottolinea anche l'importanza della libertà di espressione e del rispetto della pluralità nei riguardi della storia: “In Turchia, esprimere opinioni diverse e pensieri in modo libero sugli eventi del 1915 è requisito per una prospettiva pluralistica così come per una cultura di democrazia e modernità”.

E' la prima volta che un leader turco compie un gesto del genere che, in qualche modo, ha quindi un valore storico. Tuttavia, il testo, tradotto in diverse lingue, tra cui anche l'armeno, se da una parte accenna alle “conseguenze disumane” della deportazione e ammette che essa riveste “un significato particolare per i nostri cittadini armeni e per tutti gli armeni nel mondo”, dall'altra parte si guarda bene dall'utilizzare il termine “genocidio” che la Turchia continua a rifiutare recisamente. Erdogan esprime comunque il desiderio che “gli armeni che hanno perso la vita all'inizio del ventesimo secolo riposino in pace e noi porgiamo le nostre condoglianze ai loro nipoti”.

Il 24 aprile gli armeni commemorano l'inizio dello sterminio deciso dal governo dei “Giovani Turchi” nell'ultima fase della caduta dell'impero ottomano e cominciato con gli arresti e la successiva eliminazione della élite armena di Costantinopoli (Istanbul). In seguito centinaia di migliaia di armeni subirono la deportazione e violenze di ogni genere che provocarono la morte di 1 milione e mezzo di persone. Secondo molti storici, quello degli armeni rappresenta il primo genocidio del ventesimo secolo. La repubblica turca, succeduta all'impero, ha però sempre contestato questa cifra, sostenendo che ci furono vittime in ogni parte, che i morti armeni furono molti meno e che la loro uccisione non fu il prodotto di uno sterminio pianificato.

Armeni impiccati ad Aleppo nel 1915


lunedì 21 gennaio 2013

SEI ANNI DOPO SIAMO SEMPRE TUTTI HRANT DINK

Sei anni fa, il 19 gennaio del 2007, davanti alla sede del suo giornale Agos, nel quartiere di Osmanbey a Istanbul, veniva assassinato Hrant Dink, il giornalista e scrittore turco di origine armena. Era nato il 15 settembre del 1954 e si era sempre battuto per la ricerca del dialogo tra turchi ed armeni. Questo suo impegno lo fece finire nel mirino dei nazionalisti e per la sua attività pubblicistica nell'ottobre del 2004 fu condannato a sei mesi di prigione sulla base del famigerato articolo 301 del codice penale turco che puniva chi fosse ritenuto colpevole di aver diffamato pubblicamente l'identità turca (nel 2008 l'articolo fu poi attenuato, anche in conformità alle richieste dell'Unione Europea, circoscrivendolo alle offese allo Stato e agli organi costituzionali e riducendo le pene previste).

Il processo, le intimidazioni e le minacce non fecero mai venire meno l'impegno di Hrant Dink e la sua fiducia nel dialogo e nella giustizia: ci vollero tre colpi di pistola, sparati a bruciapelo alla schiena in una delle più affollate vie di Istanbul. Il suo assassinio provocò un enorme emozione in tutta la Turchia e il suo funerale si trasformò in una enorme manifestazione. All'insegna dello slogan “Siamo tutti Dink, siamo tutti armeni”, oltre centomila persone scesero in piazza per chiedere pace e riconciliazione. Sei anni dopo la sua morte, resta intatto il messaggio di un giornalista, di un intellettuale, ma soprattutto di un grande uomo che con la sua morte ha dato coraggio a tante persone di far sentire la propria voce contro un'ideologia nazionalista e reazionaria che vorrebbe impedire ai turchi di pensare con la loro testa.

Al contrario di quanto volevano coloro che hanno armato la mano del giovane fanatico assassino, Hrant Dink è diventato il simbolo della Turchia che vuole maggiore democrazia, libertà di parola e pluralismo. Il processo per la sua uccisione resta un test cruciale non solo per il governo di Recep Tayyp Erdogan e per la nuova classe dirigente emersa nell'ultimo decennio, ma per il futuro stesso della democrazia turca. Stabilire la verità e fare giustizia è importante per la famiglia di Hrant Dink, ovviamente, e per la comunità armena, ma è importante anche per la Turchia intera e per l'intera Europa. Un'Europa sempre più impaurita e diffidente, dove nazionalisti e xenofobi di ogni risma sembrano pericolosamente prendere piede, quasi che gli anticorpi prodotti dal cataclisma dei genocidi del XX secolo abbiano ormai perso la loro capacità di fermare la malattia, come ammoniva Primo Levi. Per questo è importante, oggi come sei anni fa, continuare a dire “Siamo tutti Hrant Dink”.