Gli argomenti della corrispondenza di Artur Nura per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda a Radio Radicale il 7 dicembre
Corruzione
I dati del rapporto 2014 di Transparency international per la regione balcanica.
Albania
Le sanzioni di Mosca contro Tirana per l'importazione degli ortaggi
dall'Albania.
Macedonia/Fyrom
Le proteste degli
studenti contro la riforma dell'istruzione del governo Gruevski.
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lunedì 8 dicembre 2014
PASSAGGIO IN ONDA
E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est del 7 dicembre 2014.
La trasmissione e' ascoltabile direttamente qui di seguito oppure sul sito di Radio Radicale.
Sommario della puntata
La trasmissione e' ascoltabile direttamente qui di seguito oppure sul sito di Radio Radicale.
Sommario della puntata
lunedì 27 ottobre 2014
CROAZIA: LA BOMBA DELL'ARRESTO DI BANDIC, L'UOMO PIU' POTENTE DI ZAGABRIA
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| Milan Bandic, il tuo uomo al lavoro per la Croazia |
di Marina Szikora
E' esplosa come una bomba la notizia
dell'arresto di Milan Bandic, uno dei politici piu' potenti della
Croazia, per ben dodici anni sindaco della capitale Zagabria e
principale sfidante dell'attuale presidente Ivo Josipovic alle scorse
elezioni presidenziali. Contro il sindaco di Zagabria sono in corso
le indagini per un gran numero di azioni corruttive che risalgono
alla lontananza di diversi anni del suo incarico prestigioso e
potenza politica intoccabile per cosi' lungo tempo. Ma la notizia
dell'arresto del sindaco e poi tutto quello che adesso, di ora in ora
viene alla luce del giorno cioe' appare sulle prime pagine di tutti i
media croati non finisce soltanto come notizie spettacolari nazionali
ma oltrepassa i confini come una realta' politica quasi senza
precedenti.
Il giornale austriaco 'Tiroler
Tageszeittung' ha scritto che l'Ufficio statale per la soppressione
della corruzione (USKOK) conduce indagini contro il sindaco di
Zagabria “a causa di un gran numero di azioni corruttive, abuso di
ufficio e trattamento con potere”. Gli investigatori non volevano
rivelare oltre ma la direzione delle indagini si puo' supporre. Oltre
a Bandic sono stati arrestati anche il presidente della direzione
Zagreb holding che unisce diverse ditte comunali, il capo di una
ditta privata per i rifiuti e altre 16 persone. Il sindaco di
Zagabria e' il politico di piu' alto rango arrestato finora perche'
ancora al potere, scrive il quotidiano austriaco giustamente poiche'
l'ex premier croato Ivo Sanader e' stato arrestato, incriminato e
condannato a carcere da ex premier.
I media stranieri scrivono che
nell'azione nominata “Agram” sono state arrestate tra 15 e 19
persone, manager e impiegati nelle principali aziende della capitale.
Domenica scorsa sono state perseguite le case degli indagati mentre
lunedi' gli uffici dell'amministrazione della citta' e il Zagreb
holding. La giustizia croata, dopo l'arresto e la sentenza definitiva
all'ex premier Ivo Sanader, con le indagini contro un altro politico
di spicco ha nuovamente portato a titoli positivi. Al piu' giovane
stato membro dell'Ue ha portato rispetto nei paesi vicini, BiH e
Serbia dove, dopo l'arresto di Bandic nelle reti sociali e nei media
tradizionali e' stato salutato l'avanzamento della Croazia nella
lotta alla corruzione.
L'arresto del sindaco di Zagabria non
e' stata una sorpresa per i collaboratori politici come nemmeno per i
suoi oppositori, cio' nonostante sono stati in pochi a commentare e
dare dichiarazioni sulla vicenda. L'organizzazione non governativa
“Transparency international” ha dichiarato che l'arresto di
Bandic e' “un epilogo di scandali che da anni si collegano con il
suo nome”. E' da anni che Milan Bandic polarizza l'opinione
pubblica croata. Attualmente politico indipendente, dal 2000, con una
breve pausa, si trova a capo della capitale croata. Quasi dallo
stesso periodo si continuava a parlare delle sue azioni e
comportamenti illeciti. E lui li ha sempre rigettati come intrighi
dei suoi avversari.
L'ascesa politica di Milan Bandic, 58
anni, e' iniziata una quindicina di anni fa. All'epoca membro del
Partito socialdemocratico del defunto Ivica Racan, con degli accordi
politici abili con l'HDZ conservativa e' riuscito a “dipingerne la
capitale in rosso”, scrivono i media internazionali. Dopo che nel
2009 ha deciso da solo di candidarsi alle elezioni presidenziali,
quando invece i socialdemocratici avevano deciso che il loro
candidato sarebbe stato Ivo Josipovic, Bandic viene espulso dal
Partito Socialdemocratico e da allora e' indipendente. Come noto,
alle elezioni presidenziali di circa 5 anni fa, ha vinto l'attuale
presidente Ivo Josipovic e da allora, il sindaco di Zagabria, a
livello nazionale non ha avuto come candidato indipendente nessun
successo. Ma nella capitale si': nel 2013 e' stato rieletto sindaco.
La guida della capitale, dopo l'arresto di Bandic, è stata assunta
dall'attuale vicesindaco Sandra Svaljek. Si tratta di una prestigiosa
economista che non fa parte di nessun partito e che Bandic ha portato
nella sua squadra alle ultime elezioni vinte. Per i media, Svaljek ha
dichiarato che “in questo momento il piu' importante e' che la
citta' continui a funzionare”.
Il giornale austriaco 'Der Standard',
alla notizia dell'arresto, ha scritto che e' stato arrestato il
maratoneta instancabile per sospetta corruzione. E ha precisato che
la sua inquietudine e' leggendaria. Quando Miland Bandic non puo'
dormire, allora la gente dei giornali gia' dalle sette di mattina
deve essere pronta perche' lui vuole ad esempio aprire una nuova
strada o qualcosa di simile a Zagabria.... e cosi' ogni giorno.
Soltanto questo lunedi' era diverso. Il sindaco della capitale croata
si e' svegliato questa vola nella procura statale per la lotta contro
la corruzione...Adesso molti dicono che era soltanto una questione di
tempo. Contro Bandic pendono centinaia di denunce, informa il
giornale austriaco e aggiunge che molto su Bandic si puo' comprendere
soltanto se si conoscono le sue origini.
Bandic proviene da un comune della
Erzegovina, la regione della Bosnia Erzegovina dove in maggioranza
vivono i croati. All'eta di 19 anni, nel 1974 e'arrivato a Zagabria
per studiare, e' rimasto l'uomo della provincia che poi aveva
condotto la politica della capitale come un'azienda di famiglia
erzegovese riunendo intorno a se il suo clan ordinando, delegando e
offrendo. Il suo successo lo poteva ringraziare agli altri della
stessa parte della Bosnia Erzegovina che si sono trasferiti a
Zagabria, soprattutto veterani dell'ultima guerra e profughi dai
villaggi che attualmente vivono nelle periferie della capitale e si
riconoscono nei suoi discorsi. Nel mondo di Bandic, scrive il
giornale di Vienna, non vi e' trasparenza, soltanto dipendenza. Ma
sono in molti a trarne vantaggio.
I zagabresi hanno perdonato al patrono
perfino il fatto che dopo un incidente stradale a causa di
ubriachezza era scappato dal luogo dell'indicente. Perche' anche se
dimettendosi dall'incarico per questo motivo, soltanto tre anni dopo,
e' stato rieletto sindaco. Il giornale aggiunge che anche la Chiesa
cattolica croata era con lui in ogni caso. Bandic aveva corso perfino
“la maratona della Madre di Cristo” dal suo villaggio nativo fino
a Medjugorje, luogo conosciuto come luogo di pellegrinaggio religioso
in BiH e questa maratona Bandic l'aveva dedicata “a tutte le madri”
tra le quali c'erano soprattutto la sua ma anche sua moglie Vera
dalla quale divorzio' nel 1996 per poi risposarla nel 2003. Molti
credono che l'abbia fatto per procurarsi in modo piu' economico la
loro casa.
Il testo è la trascrizione della
corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in ondail 26 ottobre a Radio Radicale.
mercoledì 15 gennaio 2014
TURCHIA: ERDOGAN DENUNCIA IL TENTATIVO DI GOLPE DI GULEN
Ma lo scandalo di queste settimane potrebbe favorire Gul
Il premier turco Recep Tayyip Erdogan è
tornato in questi giorni a reagire allo scandalo di corruzione, che
sta terremotando il suo governo e mettendo a rischio il quadro
politico, affermando che dietro le inchieste si nasconde "il più
ampio, pesante e immorale tentativo di colpo di stato". Pur
senza nominarlo direttamente, il premier in diverse occasioni ha
puntato il dito contro il predicatore islamico Fetullah Gulen, il suo
ex sostenitore che da anni vive in esilio volontario negli Usa, di
aver mascherato un tentativo di golpe con il maxi-scandalo scoppiato
a metà dicembre. Erdogan ha anche invitato gli ambasciatori turchi a
spiegare in modo chiaro ai governi dei Paesi dove si trovano “la
vera faccia”, le “ambizioni e i desideri” e le “dimensioni
del pericolo” di quello che ha definito “l'impero della paura”
creato da Gulen con il suo movimento Hizmet, soprattutto nel settore
giudiziario e nella polizia. Per Erdogan l'obiettivo non il governo o
il suo partito, ma la Turchia stessa, i suoi interessi nazionali e i
suoi 76 milioni di cittadini.
Il governo ha reagito alle inchieste
che hanno coinvolto personalità e imprenditori vicini al premier
(tra cui, secondo alcuni organi di stampa, ci sarebbe anche il figlio
Bilal Erdogan) rimuovendo dall'incarico centinaia di dirigenti e di
funzionari della polizia, fra cui i responsabili delle inchieste
anti-corruzione, e trasferendo due magistrati titolari di due filoni
dell'inchiesta. Erdogan ha inoltre presentato un disegno di legge in
parlamento per porre il Consiglio supremo dei giudici e dei
procuratori (il Csm turco) sotto l'autorità del ministro della
giustizia. Una mossa definita incostituzionale dall'opposizione e che
è finita anche nel mirino di Bruxelles. Dopo il primo incontro a
Strasburgo, fra il commissario europeo all'Allargamento, Stefan
Fuele, e il nuovo ministro degli Affari europei e capo negoziatore
con l'UE, Mevlut Cavusoglu, la Commissione europea ha, infatti,
annunciato che esaminerà la bozza del progetto e che comunicherà la
sua opinione alle autorità di Ankara prima di un qualsiasi voto
parlamentare.
Fuele ha anche precisato di attendersi
che la Turchia “prenda tutte le misure necessarie per assicurare
che le recenti accuse di corruzione siano affrontate senza
discriminazioni o preferenze, in maniera trasparente e imparziale”
e che “qualsiasi cambiamento del sistema giudiziario non deve
mettere in discussione l'impegno della Turchia” a rispettare ai
criteri richiesti dall'UE. Per altro, il premier turco, atteso a
Bruxelles martedì 21 gennaio per un incontro con il presidente della
Commissione, Jose' Manuel Barroso, si è detto disponibile a
“congelare” il progetto di riforma se l'opposizione approverà
una modifica della Costituzione che vada nello stesso senso. Kemal
Kilicdaroglu, leader del CHP, il Partito repubblicano popolare
fondato dal padre della Turchia moderna, Kemal Ataturk, e principale
forza dell'opposizione, ha risposto che se ne può parlare a patto
che sia garantito il principio di separazione dei poteri e
preannunciato un ricorso alla Corte costituzionale. Intanto lo
scontro parlamentare sul provvedimento è degenerato in una rissa con
insulti, schiaffi, lanci di bottigliette d'acqua e perfino di un
tablet.
A favore di una modifica
costituzionale, si è espresso anche il presidente della repubblica,
Abdullah Gul, compagno di partito di Erdogan. Ma più che un assist,
quella di Gul sembra l'ennesima, felpata presa di distanza dal
premier in vista delle presidenziali di agosto, alle quali l'attuale
capo dello stato potrebbe candidarsi contro Erdogan che punta da
tempo alla presidenza della repubblica. Stando a quanto scritto da
Zaman (quotidiano che, per inciso, fa parte della galassia
riconducibile all'organizzazione di Fetullah Gulen) non è escluso
che il presidente possa rifiutarsi di controfirmare la legge sui
giudici se sarà approvata. In effetti, come fanno notare alcuni
analisti, Gul, rispettato dall'opposizione e non ostile a Gulen,
potrebbe essere proprio il principale beneficiario dello scandalo che
sta facendo tremare il quadro politico turco. Prima delle
presidenziali di agosto ci sarà a marzo il test cruciale delle
elezioni locali. A meno che Erdogan non decida di forzare la mano e
provocare elezioni parlamentari anticipate, alle quali comunque non
potrebbe candidarsi per un terzo mandato da premier. Comunque vada le
prossime settimane non ci lasceranno senza notizie dalla Turchia.
sabato 11 gennaio 2014
SPECIALE PASSAGGIO A SUD EST: TERREMOTO POLITICO IN TURCHIA
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| Un'immagine che attacca duramente il premier Erdogan |
Il terremoto politico che rischia di travolgere il premier e il suo partito avviene all'inizio di un anno molto importante, che vedrà la Turchia andare al voto in marzo per le elezioni locali, in agosto per quelle presidenziali e successivamente per quelle politiche. Per il momento l'opinione pubblica turca resta sostanzialmente a guardare e i sondaggi indicano una flessione del consenso per Erdogan e l'Akp (iniziato all'epoca delle proteste per Gezi Park) che resta comunque il partito di maggioranza relativa.
Tutto questo mentre restano irrisolte diverse questioni politiche e istituzionali interne e in uno scenario internazionale (quello che va dal nord Africa all'Asia centrale passando per il Medio Oriente) estremamente complesso, instabile e denso di inconginte in cui la Turchia è uno dei protagonisti. Uno scenario agitato dal conflitto in corso all'interno del mondo islamico e in particolare nella famiglia sunnita.
Per cercare di capire quello che sta accadendo e immaginare la possibile evoluzione nei prossimi mesi, la trasmissione propone le opinioni di Alberto Tetta, giornalista e collaboratore da Istanbul dell'agenzia TMNews, e Fabio Salomoni, ricecatore presso la Koc Universitesi di Istanbul, la relazione su costituzione e democrazia in Turchia tenuta dal professor Andrea Gratteri nell'ambito del convegno "La Turchia come attore globale e regionale" svoltosi presso la SIOI il 16 dicembre, e un passaggio del forum sulla politica internazionale con il ministro degli Esteri Emma Bonino svoltosi a Radio Radicale il 27 dicembre.
La registrazione integrale dello Speciale è ascoltabile direttamente qui
venerdì 10 gennaio 2014
IL TERREMOTO POLITICO IN TURCHIA: ERDOGAN ALL'ATTACCO
Il premier turco Recep Tayyp Erdogan va all'attacco contro magistratura e polizia per reagire agli scandali di corruzione che stanno seriamente minacciando il suo governo ed il suo potere personale. Nei giorni scorsi il governo turco ha deciso la rimozione dall'incarico dei capi della polizia di 16 importanti citta' del paese, fra cui la capitale Ankara, mentre il capo della polizia di Istanbul era gia' stato destituito il mese scorso dopo il primo blitz anti-corruzione del 17 dicembre. E' stato rimosso anche il vicecapo della pubblica sicurezza nazionale. Le 'purghe' di Erdogan – come sono state definite da qualcuno - hanno colpito centinaia di alti funzionari e di agenti della polizia turca, che sono stati destituiti o trasferiti, fra cui la maggior parte di coloro che hanno partecipato alle inchieste anti-corruzione che coinvolgono politici e imprenditori vicini al governo e al partito del premier. Il contrattacco di Erdogan non è però bastato finora a far rientrare la crisi e ora il premier punta ad una riforma della giustizia che riveda i poteri della magistratura.
Molti dei funzionari silurati sono considerati vicini alla confraternita islamica del predicatore Fetullah Gulen, che dopo essere stato un suo sostenitore da tempo ha ingaggiato uno scontro con Erdogan. E proprio questo scontro, sempre più aspro, secondo l'opinione di molti analisti turchi, sta dietro l'ondata di arresti di questi giorni. Il tribunale di Ankara a inizio anno ha aperto un'indagine sulle infiltrazioni della confraternita religiosa nella magistratura dopo la denuncia presentata dell'ex-ministro della Giustizia e vice-presidente dell'Akp, Mehmet Ali Sahin. E per complicare le cose, contro Gulen si è schierato anche il leader di un'altra importante confraternita religiosa, il "Movimento Nur", considerata vicina al governo, facendo presagire uno scontro anche tra i gruppi religiosi che hanno sostenuto fino ad ora Erdogan.
Erdogan deve inoltre fronteggiare critiche e defezioni nel suo stesso partito. Il 25 dicembre i tre ministri coinvolti dalle indagini dopo l'arresto dei loro figli si sono dimessi e il premier ha annunciato un rimpasto di governo che ha coinvolto dieci i membri dell'esecutivo che sono stati sostituiti in accordo con il presidente della Repubblica Abdullah Gul: tra di essi c'è l'ex ministro degli Esteri e attuale ministro per gli Affari europei, Egemen Bagis. La decisione, è ovvio, è stata accolta con irritazione dai diretti interessati, tanto che l'ex titolare dell'Ambiente, Erdogan Bayraktar, ha invitato lo stesso premier a lasciare l'incarico "per amore della nazione".
La possibilità che Erdogan decida di dimettersi per andare a elezioni anticipate lo stesso giorno delle elezioni amministrative già fissate per il prossimo 30 marzo non è da escludere, secondo alcuni osservatori. Il premier, pur in calo di consensi, secondo i sondaggi mantiene ancora un consistente sostegno popolare e potrebbe decidere di andare alla conta con i suoi avversari interni ed esterni. Del resto non sarebbe la prima volta, e lo stesso ordinamento giuridico turco in materia stabilisce tempi e modi in maniera precisa. Un accordo in questo senso tra Erdogan e il presidente della repubblica Abdullah Gul renderebbe possibile l'operazione. Dal canto suo il presidente Abdullah Gul ha assicurato che se vi e' stata corruzione, non verra' nascosta, marcando in qualche modo anche in questa occasione una differenza di toni rispetto al premier. Non solo perché è il presidente della repubblica, ma anche perché è il principale avversario di Erdogan nell'Akp e potrebbe essere il suo sfidante alle prossime elezioni presidenziali.
I toni usati dal premier nelle sue uscite pubbliche, sono stati molto netti fin dai primi giorni in cui lo scandalo è esploso. Il 21 dicembre ha parlato di “reti nello Stato che sono state usate come società segrete”, assicurando che saranno smantellate come è stato fatto per le proteste di Gezi Park. Pochi giorni fa ha denunciato il "tentativo di assassinio" volto a colpire “il futuro e la stabilità" della Turchia sostenendo la tesi di un "complotto" per destabilizzarlo. Ieri ha ripetuto che la sovranità non appartiene alla magistratura né al governo ma al popolo e che se i giudici si prendono un potere che non appartiene loro saranno giudicati per questo.
E in tutto questo, che fanno i militari che per decenni sono stati gli intransigenti custodi dell'ortodossia repubblicana kemalista e ai quali proprio Erdogan è riuscito a togliere potere dopo uno scontro durato vari anni? Il potente esercito turco, per ora non si è fatto coinvolgere dal terremoto politico, ma ha sfruttato l'occasione per tornare a far sentire la sua voce e difendere i propri ufficiali condannati a pesanti pene per cospirazione. Il 27 dicembre lo Stato maggiore ha presentato una denuncia penale alla procura di Ankara contro le condanne di centinaia di ufficiali, sostenendo che le prove sono state "manipolate" e "fabbricate" e sono state "ignorate le argomentazioni della difesa" chiedendo nuovi processi. I vertici militari assicurano di non voler essere coinvolti nella “tangentopoli” che sta scuotendo il quadro politico, ma la stampa filogovernativa non si è lasciata scappare l'occasione di indicare la loro iniziativa come un pretesto per aprire la strada ad un intervento militare.
Le misure prese dal governo di Ankara contro poliziotti e prefetti che indagano sulla corruzione in Turchia sono "soggetto di inquietudine per la UE", ha detto qualche giorno fa il portavoce della Commissione, Olivier Bailly, sottolineando che Bruxelles chiede "immediatamente" ad Ankara di "rispettare i criteri sullo stato di diritto" connessi allo status di Paese candidato all'adesione alla UE e di "prendere misure" per "assicurarsi che le accuse e i comportamenti sbagliati di certi dirigenti siano trattati senza discriminazioni". Intanto, però, ieri il governo ha presentato in parlamento un disegno di legge per mettere sotto piu' stretto controllo il Consiglio supremo dei giudici e dei procuratori (il Csm turco) e il sistema giudiziario. L'esame del provvedimento inizierà la settimana prossima. Secondo le indiscrezioni di stampa il disegno di legge trasferirebbe tutti i poteri giudiziari al ministro della giustizia in modo tale che il sistema giudiziario sia direttamente controllato dall'esecutivo. Se la nuova normativa sarà approvata - e sembra scontato, dato che l'Akp ha la maggioranza assoluta nel parlamento turco – l'UE e non solo avranno un motivo di inquietudine in più.
Molti dei funzionari silurati sono considerati vicini alla confraternita islamica del predicatore Fetullah Gulen, che dopo essere stato un suo sostenitore da tempo ha ingaggiato uno scontro con Erdogan. E proprio questo scontro, sempre più aspro, secondo l'opinione di molti analisti turchi, sta dietro l'ondata di arresti di questi giorni. Il tribunale di Ankara a inizio anno ha aperto un'indagine sulle infiltrazioni della confraternita religiosa nella magistratura dopo la denuncia presentata dell'ex-ministro della Giustizia e vice-presidente dell'Akp, Mehmet Ali Sahin. E per complicare le cose, contro Gulen si è schierato anche il leader di un'altra importante confraternita religiosa, il "Movimento Nur", considerata vicina al governo, facendo presagire uno scontro anche tra i gruppi religiosi che hanno sostenuto fino ad ora Erdogan.
Erdogan deve inoltre fronteggiare critiche e defezioni nel suo stesso partito. Il 25 dicembre i tre ministri coinvolti dalle indagini dopo l'arresto dei loro figli si sono dimessi e il premier ha annunciato un rimpasto di governo che ha coinvolto dieci i membri dell'esecutivo che sono stati sostituiti in accordo con il presidente della Repubblica Abdullah Gul: tra di essi c'è l'ex ministro degli Esteri e attuale ministro per gli Affari europei, Egemen Bagis. La decisione, è ovvio, è stata accolta con irritazione dai diretti interessati, tanto che l'ex titolare dell'Ambiente, Erdogan Bayraktar, ha invitato lo stesso premier a lasciare l'incarico "per amore della nazione".
La possibilità che Erdogan decida di dimettersi per andare a elezioni anticipate lo stesso giorno delle elezioni amministrative già fissate per il prossimo 30 marzo non è da escludere, secondo alcuni osservatori. Il premier, pur in calo di consensi, secondo i sondaggi mantiene ancora un consistente sostegno popolare e potrebbe decidere di andare alla conta con i suoi avversari interni ed esterni. Del resto non sarebbe la prima volta, e lo stesso ordinamento giuridico turco in materia stabilisce tempi e modi in maniera precisa. Un accordo in questo senso tra Erdogan e il presidente della repubblica Abdullah Gul renderebbe possibile l'operazione. Dal canto suo il presidente Abdullah Gul ha assicurato che se vi e' stata corruzione, non verra' nascosta, marcando in qualche modo anche in questa occasione una differenza di toni rispetto al premier. Non solo perché è il presidente della repubblica, ma anche perché è il principale avversario di Erdogan nell'Akp e potrebbe essere il suo sfidante alle prossime elezioni presidenziali.
I toni usati dal premier nelle sue uscite pubbliche, sono stati molto netti fin dai primi giorni in cui lo scandalo è esploso. Il 21 dicembre ha parlato di “reti nello Stato che sono state usate come società segrete”, assicurando che saranno smantellate come è stato fatto per le proteste di Gezi Park. Pochi giorni fa ha denunciato il "tentativo di assassinio" volto a colpire “il futuro e la stabilità" della Turchia sostenendo la tesi di un "complotto" per destabilizzarlo. Ieri ha ripetuto che la sovranità non appartiene alla magistratura né al governo ma al popolo e che se i giudici si prendono un potere che non appartiene loro saranno giudicati per questo.
E in tutto questo, che fanno i militari che per decenni sono stati gli intransigenti custodi dell'ortodossia repubblicana kemalista e ai quali proprio Erdogan è riuscito a togliere potere dopo uno scontro durato vari anni? Il potente esercito turco, per ora non si è fatto coinvolgere dal terremoto politico, ma ha sfruttato l'occasione per tornare a far sentire la sua voce e difendere i propri ufficiali condannati a pesanti pene per cospirazione. Il 27 dicembre lo Stato maggiore ha presentato una denuncia penale alla procura di Ankara contro le condanne di centinaia di ufficiali, sostenendo che le prove sono state "manipolate" e "fabbricate" e sono state "ignorate le argomentazioni della difesa" chiedendo nuovi processi. I vertici militari assicurano di non voler essere coinvolti nella “tangentopoli” che sta scuotendo il quadro politico, ma la stampa filogovernativa non si è lasciata scappare l'occasione di indicare la loro iniziativa come un pretesto per aprire la strada ad un intervento militare.
Le misure prese dal governo di Ankara contro poliziotti e prefetti che indagano sulla corruzione in Turchia sono "soggetto di inquietudine per la UE", ha detto qualche giorno fa il portavoce della Commissione, Olivier Bailly, sottolineando che Bruxelles chiede "immediatamente" ad Ankara di "rispettare i criteri sullo stato di diritto" connessi allo status di Paese candidato all'adesione alla UE e di "prendere misure" per "assicurarsi che le accuse e i comportamenti sbagliati di certi dirigenti siano trattati senza discriminazioni". Intanto, però, ieri il governo ha presentato in parlamento un disegno di legge per mettere sotto piu' stretto controllo il Consiglio supremo dei giudici e dei procuratori (il Csm turco) e il sistema giudiziario. L'esame del provvedimento inizierà la settimana prossima. Secondo le indiscrezioni di stampa il disegno di legge trasferirebbe tutti i poteri giudiziari al ministro della giustizia in modo tale che il sistema giudiziario sia direttamente controllato dall'esecutivo. Se la nuova normativa sarà approvata - e sembra scontato, dato che l'Akp ha la maggioranza assoluta nel parlamento turco – l'UE e non solo avranno un motivo di inquietudine in più.
venerdì 22 marzo 2013
RACCONTA L'EUROPA ALL'EUROPA: CORRUZIONE E CRIMINALITA' ORGANIZZATA IN EX JUGOSLAVIA
Ottava puntata del ciclo di Speciali di Passaggio a Sud
Est che fanno parte del progetto europeo promosso da Osservatorio
Balcani e Caucaso
L'ottavo Speciale prodotto nell'ambito del progetto europeo promosso da Osservatorio Balcani e Caucaso è dedicato ad una questione cruciale per l'integrazione europea dei Balcani occidentali. Le guerre degli anni '90 sono state il terreno di coltura della criminalità organizzata e gli anni successivi ai conflitti hanno visto fiorire la corruzione come sistema di potere. Tuttavia, il processo di integrazione nell'Unione Europea, l'affermazione di politici non compromessi e il consolidarsi di una società civile e di una stampa indipendente stanno favorendo, pur con tutte le difficoltà del caso, contraddizioni e battute d'arresto, un'evoluzione positiva della situazione che lascia sperare per il futuro.
Partecipano alla trasmissione
Cecilia Ferrara, giornalista freelance dell'Investigative Reporting Project Italy
Matteo Tacconi, giornalista e autore del blog Radio Europa Unita
Andrea Lorenzo Capussela, ex direttore economico dell'International Civilian Office in Kosovo
Conclusioni di Luka Zanoni, direttore del portale web di Osservatorio Balcani e Caucaso
Ascolta qui lo Speciale
L'ottavo Speciale prodotto nell'ambito del progetto europeo promosso da Osservatorio Balcani e Caucaso è dedicato ad una questione cruciale per l'integrazione europea dei Balcani occidentali. Le guerre degli anni '90 sono state il terreno di coltura della criminalità organizzata e gli anni successivi ai conflitti hanno visto fiorire la corruzione come sistema di potere. Tuttavia, il processo di integrazione nell'Unione Europea, l'affermazione di politici non compromessi e il consolidarsi di una società civile e di una stampa indipendente stanno favorendo, pur con tutte le difficoltà del caso, contraddizioni e battute d'arresto, un'evoluzione positiva della situazione che lascia sperare per il futuro.
Partecipano alla trasmissione
Cecilia Ferrara, giornalista freelance dell'Investigative Reporting Project Italy
Matteo Tacconi, giornalista e autore del blog Radio Europa Unita
Andrea Lorenzo Capussela, ex direttore economico dell'International Civilian Office in Kosovo
Conclusioni di Luka Zanoni, direttore del portale web di Osservatorio Balcani e Caucaso
Ascolta qui lo Speciale
venerdì 15 marzo 2013
RACCONTA L'EUROPA ALL'EUROPA: IL MONTENEGRO TRA PASSATO E FUTURO
Settima puntata del ciclo di Speciali di Passaggio a Sud
Est che fanno parte del progetto europeo promosso da Osservatorio
Balcani e Caucaso
Conclusioni di Luka Zanoni, direttore della testata giornalistica di Osservatorio Balcani e Caucaso.
Ascolta qui il settimo Speciale "Racconta l'Europa all'Europa": Montenegro
Vai alla pagina dedicata al progetto sul sito di Radio Radicale
Vai al sito di Osservatorio Balcani e Caucaso
Conclusioni di Luka Zanoni, direttore della testata giornalistica di Osservatorio Balcani e Caucaso.
Ascolta qui il settimo Speciale "Racconta l'Europa all'Europa": Montenegro
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giovedì 20 dicembre 2012
SERBIA: IL GOVERNO PROMETTE LOTTA ALLA CORRUZIONE SENZA RIGUARDI PER GLI INTOCCABILI
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| Il vicepremier serbo Aleksandar Vucic |
Di Marina Szikora [*]
Il vicepremier serbo, Aleksandar Vučić, ha annunciato che nelle prossime
settimane si vedra' e si capira' meglio che il Partito Democratico,
l'ex partito di governo, "ha saccheggiato ed impoverito" la
Serbia. Non esistono persone intoccabili e piu' forti della legge, ha
rilevato Vučić in una intervista per l'emittente B92 aggiungendo di
aver messo davanti al giudizio pubblico la sua intera carriera. Al
centro delle indagini, ha annunciato il primo vicepremier serbo, si
troveranno tra gli altri anche le persone che hanno decine e
centinaia di milioni di euro. Per tale motivo questi si aspettano di
rispondere all'attacco con "diverse campagne" ha detto
Vučić spiegando che questa gente ha molti soldi e molti amici e per
questo gli attacchi saranno sempre piu' forti e arriveranno da tutte
le parti. Ma la lotta alla corruzione continuera' e questo sara' uno
dei lavori piu' difficili in Serbia, collegato con molti rischi ma
anche con la sfiducia dei cittadini viste le loro aspettative tradite
nel passato, ha rilevato Vučić, presidente del Partito Serbo del
Progresso. Si e' vantato del fatto che lui non e' comprabile da
nessun politico o oligarca e non rinuncera' a perseguire i
responsabili della corruzione.
Va detto che in questi giorni il
Tribunale speciale serbo per la criminalita' organizzata ha deciso
l'arresto e 30 giorni di stato di fermo per indagini al proprietario
della Delta holding e uno dei serbi piu' ricchi e piu' potenti,
Miroslav Mišković. Stesso destino per suo figlio Marko e altre
cinque persone arrestate a causa di abusi e malversazioni nella
privatizzazione delle ditte di trasporto e per appropriamento
illegale di circa 30 milioni di euro. Il vicepremier serbo Aleksandar
Vučić ha dichiarato che Mišković pagava certi politici
mensilmente perfino di somme tra 30 e 50.000 euro ma non ha
menzionato nessun nome. Ad una conferenza stampa, Vučić ha
sottolineato che ci sono stati molti politici che senza dubbio e
senza nasconderlo erano accanto a Mišković e non dalla parte dello
stato e su queste basi attualmente sono in corso le indagini.
Mišković accumulava il suo impero d'affari e la sua immensa
ricchezza utilizzando la sua posizione privilegiata di cui godeva
grazie ai suoi contatti con il regime di Slobodan Milošević, scrive
il quotidiano serbo 'Blic'.
[*] Corrispondente di Radio Radicale.
Il testo è tratto dalla puntata di Passaggio a Sud Est andata in
onda oggi.
domenica 9 dicembre 2012
CORRUPTION PERCEPTION INDEX 2012: EUROPA SUD ORIENTALE ANCORA INSUFFICIENTE
Cipro e Slovenia sono i Paesi meno
corrotti tra quelli dell'Europa sud orientale, mentre la maglia nera
va a Kosovo e Albania. Tutti gli altri non fanno comunque una gran
bella figura, ma sono in buona compagnia perché insieme a loro c'è
qualche Paese che in teoria dovrebbe essere più “evoluto”, come
l'Italia. Sono i dati che emergono dal Corruption Perception Index
2012, l’Indice di percezione della corruzione che classifica più
di 180 Paesi del mondo per verificare il livello di corruzione nel
settore pubblico, elaborato da Transparency International e
presentato in Italia lo scorso mercoledì 5 dicembre a Milano. La
classifica riflette il livello di corruzione percepito da
imprenditori ed esperti: il valore 100 indica la maggiore pulizia
nelle attività d’impresa, mentre al contrario lo 0 indica il
massimo di corruzione.
I paesi meno corrotti del mondo sono
Nuova Zelanda, Danimarca e Finlandia, primi a pari merito nella
classifica generale 2012 con un indice di 90. All’estremo della
lista i peggiori posti al mondo quanto a corruzione sono
l’Afghanistan, la Corea del Nord e la Somalia, anche loro tutti a
pari merito a 174. Per quanto riguarda l'Europa sud orientale e
balcanica, il Paese più virtuoso è la Repubblica di Cipro, che si
piazza al 29° posto davanti alla Slovenia al 37° e a Malta in 43°
posizione. Seguono, nell'ordine, Turchia (54), Croazia (62), Romania
(66), Macedonia (69), Bosnia Erzegovina (in 72a posizione insieme
all'Italia), Bulgaria e Montenegro (75), Serbia (80), Grecia e
Moldavia (94). Chiudono questa classifica nella classifica, come
dicevo, il Kosovo al 105° posto e l'Albania al 113°. I Paesi
dell'Europa sud orientale e balcanica, dunque, in maggioranza non
raggiungono la sufficienza.
La corruzione, l'opacità del
mercato, la scarsa integrità dei funzionari pubblici, la debolezza
dei controlli, non sono solo una questione di moralità e di eticità
di chi ha responsabilità di governo della cosa pubblica a tutti i
livelli, ma mimano la credibilità stessa di un Paese, allontanano
gli investimenti, inquinano il mercato e finiscono per avere un
impatto devastante sull'economia e quindi sullo sviluppo. Nella
attuale situazione è facile possa instaurarsi un meccanismo perverso
per cui la povertà aumenta le occasioni di corruzione che a loro
volta ingenerano nuova povertà, in un circolo vizioso sempre più
difficile da scardinare. Non a caso lo studio di Transparency
International nota che la corruzione colpisce particolarmente nei
Paesi che più risentono dalla crisi economica e finanziaria. E'
possibile però spezzare la spirale del malaffare affermando sempre
più i diritti di cittadinanza e che i cittadini per primi si sentano
protagonisti del contrasto alla corruzione.
Il Corruption Perception Index
2012 è stato calcolato da Transparency International sui dati
forniti da istituzioni internazionali come il World Economic Forum,
Freedom House, la Economist Intelligence Unit, l'Institute for
Management Development, la Bertelsmann Foundation e le agenzie di
analisi IHS Global Insight e Political Risk Services. Il CPI 2012 non
è confrontabile con quelli precedenti perché l’indice è stato
totalmente rinnovato elaborando un nuovo metodo di calcolo.
E' possibile scaricare il nuovo indice
ed altro materiale dal sito di Transparency International Italia
Precisazione
Nella fretta ho fatto un po' di confusione.
Al secondo paragrafo il numero 174 attribuito a Afghanistan, Nord Corea e Somalia si riferisce alla posizione in classifica, cioè l'ultima, e non all'indice del CPI essendo appunto 100 il massimo positivo.
Allo stesso modo, i numeri attribuiti ai Paesi citati si riferiscono tutti alla loro posizione nella classifica di Transparency International e non al loro inidice di corruzione.
Nella fretta ho fatto un po' di confusione.
Al secondo paragrafo il numero 174 attribuito a Afghanistan, Nord Corea e Somalia si riferisce alla posizione in classifica, cioè l'ultima, e non all'indice del CPI essendo appunto 100 il massimo positivo.
Allo stesso modo, i numeri attribuiti ai Paesi citati si riferiscono tutti alla loro posizione nella classifica di Transparency International e non al loro inidice di corruzione.
giovedì 22 novembre 2012
CROAZIA: L'EX PREMIER IVO SANADER CONDANNATO A DIECI ANNI PER CORRUZIONE
Martedì il tribunale di Zagabria ha
condannato l'ex premier croato Ivo Sanader in primo grado a 10 anni
di carcere per abuso d'ufficio, profitto di guerra e per aver
ricevuto tangenti in due scandali di corruzione, l'affare Hypo Alpe
Adria e quello Ina-Mol. Si tratta del politico di piu' alto rango mai
condannato in Croazia. Il Tribunale di Zagabria ha quindi confermato
le tesi dell'accusa, secondo la quale nel 2008 l'ex primo ministro
ottenne 5 milioni di euro dal gigante petrolifero ungherese MOL per
favorire la sua acquisizione del pacchetto di controllo del gruppo
petrolifero croato INA, all'epoca in maggioranza di proprieta'
pubblica. L'Ufficio anticorruzione croato (USKOK) in effetti lo
accusava di tangenti nel valore di 10 milioni di euro.
Sanader e' stato inoltre riconosciuto
colpevole di aver preso nel 1994, quando era sottosegretario agli
Esteri, una tangente pari a circa 500 mila euro per favorire
l'ingresso sul mercato croato della banca austriaca Hypo Alpe Adria.
Poiche' all'epoca la Croazia era in guerra, Sanader e' stato
condannato come profittatore di guerra, la prima condanna di questo
tipo mai pronunciata in Croazia. Su ordine del giudice, Sanader e'
stato immediatamente trasferito in carcere dove molto probabilmente
aspettera' il processo d'appello. Secondo la decisione del Tribunale,
Sanader deve restituire allo Stato i soldi che in base alla sentenza
ha illegalmente ottenuto. Va aggiunto anche che contro Ivo Sanader,
premier croato dal 2004 al 2009 e politico piu' potente in quel
periodo, e' in corso un altro processo per fondi neri a favore del
suo ex partito, l'Unione democratica croata (HDZ) e per altre due
incriminazioni, sempre su accusa di corruzione i cui processi non
sono ancora iniziati.
Guarda la lettura della sentenza
Guarda la lettura della sentenza
Il giudice Turudić ha rilevato che nel
caso del gigante petrolifero ungherese MOL, Sanader aveva agito
contro gli interessi della Croazia. A causa di questo atto penale, vi
e' la situazione che MOL amministra completamente il gigante
petrolifero croato INA. Con il suo comportamento - ha aggiunto il
giudice rivolgendosi all'imputato - Sanader ha contribuito alla
delusione della gente nelle istituzioni dello stato e alla creazione
di una generale apatia e totale perdita di speranza nella societa':
“Avete creato l'illusione che il lavoro non ha senso e che
l'obiettivo si puo' raggiungere violando le leggi e il morale
dell'intera societa'”, ha detto Turidic.
[*] Il testo è tratto dalla
corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda
oggi a Radio Radicale
Il nome dell'ex premier Sanader è
emerso nelle inchieste sulla rete che lega banche, criminalità
organizzata e politici corrotti, che affonda le sue radici nei
conflitti degli anni '90 e attraversa la vecchia e la nuova Europa,
ruotando in particolare attorno alla Croazia e a parte della sua
classe politica, coinvolgendo la Carinzia di Jorg Haider e l'uomo
forte della Baviera, il democristiano Edmund Stoiber. Una trama
intricata, che diversi giornalisti, in particolare Demagoj Margertic,
sfidando censure, minacce e in alcuni casi pagando con la vita (come
nel caso di Ivo Pukanic e Niko Franjic) hanno cercato in questi anni
di mettere insieme, rivelando intrecci e coperture. In Italia questocomplesso affaire è stato raccontato da Matteo Zola e GaetanoVeninata in un'inchiesta pubblicata da Narcomafie e di cui ho parlato
con gli autori nell'ottobre 2011 nell'intervista che potete riascoltare qui
giovedì 28 giugno 2012
ANCHE LA SERBIA FA I CONTI CON CORRUZIONE E CRIMINALITA' ORGANIZZATA AD ALTO LIVELLO
I sospetti sull'ex presidente Tadic, ma anche sul leader socialista Dacic. Il ruolo di Mladjan Dinkic nella privatizzazione di Mobtel. L'inchiesta austriaca sull'ex premier croato Sanader potrebbe arrivare in Serbia.
Di Marina Szikora [*]
"Anche Belgrado sotto pressione dell'Ue sta iniziando a fare i conti con la corruzione.... il piu' spesso menzionato e l'ex membro del governo Mlađan Dinkić, ma anche lo stesso Boris Tadić ed uno dei suoi piu' fedeli collaboratori, Vuk Jeremić che adesso va alle Nazioni Unite": cosi' un articolo del quotidiano croato 'Večernji list' sulla situazione relativa alla lotta contro la corruzione in Serbia. 'Večernji' aggiunge che in Serbia non e' stato ancora costituito il governo anche se dalle elezioni parlamentari e' passato un mese e mezzo e evidentemente come una specie di preludio nell'accordo sulla coalizione governativa si conducono battaglie su chi e quanto e' corrotto.
Il piu' attaccato e' Mlađan Dinkić, leader del nuovo partito Regioni Unite della Serbia che potrebbe far parte della nuova coalizione intorno a Boris Tadić. Lo scrive il giornale che si ritiene piu' vicino a Tadić, il quotidiano 'Kurir'. Il giornale pubblica un articolo in cui a Mlađan Dinkić viene attribuito il ruolo nella privatizzazione del Mobtel, la rete mobile principale in Serbia su cui la procura austriaca sta svolgendo le indagini. Dinkić, che fu ministro e governatore della Banca popolare serba replica di non essere coinvolto in nessuna indagine ma che si sta indagando su Bogoljub Karić che prima ancora si era impossessato del 51 percento della proprieta' della Mobtel. Va sottolineato che Bogoljub Karić e' da anni latitante a causa di imputazione nel caso Mobtel ma alle ultime elezioni ha appoggiato Tomislav Nikolić, eletto nuovo presidente della Serbia.
'Večernji list' spiega che a tutto cio' negli ultimi giorni si aggiunge l'osservazione dell'istituto internazionale indipendente con sede a Ljubljana, Ifimes che si occupa dei Balcani e del Medio Oriente e in una analisi pubblicata lo scorso venerdi' annuncia una specie di desanaderizzazione della Serbia attraverso il caso di Mlađan Dinkić. Nello scandalo relativo alla vendita di Mobtel aggiungono anche il nome dell'ex presidente serbo Boris Tadić. La “desanaderizzazione” si intende come l'inizio della lotta alla corruzione al piu' alto livello come nel caso dell'ex premier croato Ivo Sanader attualemente sotto processo in Croazia per gravi atti di corruzione e abuso d'ufficio.
L'analisi dell'istituto sloveno, firmata dal suo direttore Zijak Bećirović e da Bakhtar Aljaf afferma che le indagini austriache inevitabilmente arriveranno fino alla Serbia e che si dovra' indagare sul ruolo non soltanto di Mlađan Dinkić bensi' anche su quello di Boris Tadić, Vuk Jeremić e Srđan Šaper, i piu' stretti collaboratori di Tadić. Si ritiene che la persona chiave nelle indagini e' Bogoljub Karić che potrebbe offrire risposte a molte domande e contribuire a concludere le indagini relative alla vendita criminale di Mobtel, concludono gli analisti dell'istituto Ifimes. L'istituto di Ljubljana ed i suoi esperti vengono a volte citati dai media serbi e la loro convincenza aumenta quando vengono citati gli ex politici. Va detto anche che il presidente onorario dell'istituto sloveno e' l'ex presidente croato Stipe Mesić e tra i nomi conosciuti c'e' anche quello di Zoran Živković, ex premier serbo.
Ifimes nelle sua analisi si dichiara apertamente contro Tadić e afferma che il nuovo governo serbo dovrebbe essere formato dai vincitori elettorali, quindi dal Partito del progresso che fino alla sua vittoria presidenziale e' stato guidato da Tomislav Nikolić. Nel caso della Serbia, conclude il quotidiano croato 'Večernji list' una cosa e' certa: dal paese si aspetta che sul suo cammino verso l'Ue bisogna sostanzialmente indagare su 24 casi di privatizzazione delle imprese statali. Quanto alla formazione del nuovo governo sono in corso diversi giochi sotto tavolo. La parola chiave continua ad averla Ivica Dačić, leader dei socialisti di Slobodan Milošević di cui si afferma essere sotto influsso decisivo della Russia e della vedova di Milošević, Mira Marković. Ma anche su Dačić pendono scandali di corruzione. Ultimamente Dačić ha condizionato la sua entrata nel governo con quella di Mlađan Dinkić che, secondo i media di Belgrado, non sarebbe gradito da Boris Tadić.
[*] Il testo è tratto dalla corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi a Radio Radicale. La trasmissione è stata realizzata prima che arrivasse la notizia dell'incarico conferito dal presidente serbo Tomislav Nikolic al socialista Ivica Dacic per la formazione di un governo di coalizione tra Sns e Sps.
Di Marina Szikora [*]
"Anche Belgrado sotto pressione dell'Ue sta iniziando a fare i conti con la corruzione.... il piu' spesso menzionato e l'ex membro del governo Mlađan Dinkić, ma anche lo stesso Boris Tadić ed uno dei suoi piu' fedeli collaboratori, Vuk Jeremić che adesso va alle Nazioni Unite": cosi' un articolo del quotidiano croato 'Večernji list' sulla situazione relativa alla lotta contro la corruzione in Serbia. 'Večernji' aggiunge che in Serbia non e' stato ancora costituito il governo anche se dalle elezioni parlamentari e' passato un mese e mezzo e evidentemente come una specie di preludio nell'accordo sulla coalizione governativa si conducono battaglie su chi e quanto e' corrotto.
Il piu' attaccato e' Mlađan Dinkić, leader del nuovo partito Regioni Unite della Serbia che potrebbe far parte della nuova coalizione intorno a Boris Tadić. Lo scrive il giornale che si ritiene piu' vicino a Tadić, il quotidiano 'Kurir'. Il giornale pubblica un articolo in cui a Mlađan Dinkić viene attribuito il ruolo nella privatizzazione del Mobtel, la rete mobile principale in Serbia su cui la procura austriaca sta svolgendo le indagini. Dinkić, che fu ministro e governatore della Banca popolare serba replica di non essere coinvolto in nessuna indagine ma che si sta indagando su Bogoljub Karić che prima ancora si era impossessato del 51 percento della proprieta' della Mobtel. Va sottolineato che Bogoljub Karić e' da anni latitante a causa di imputazione nel caso Mobtel ma alle ultime elezioni ha appoggiato Tomislav Nikolić, eletto nuovo presidente della Serbia.
'Večernji list' spiega che a tutto cio' negli ultimi giorni si aggiunge l'osservazione dell'istituto internazionale indipendente con sede a Ljubljana, Ifimes che si occupa dei Balcani e del Medio Oriente e in una analisi pubblicata lo scorso venerdi' annuncia una specie di desanaderizzazione della Serbia attraverso il caso di Mlađan Dinkić. Nello scandalo relativo alla vendita di Mobtel aggiungono anche il nome dell'ex presidente serbo Boris Tadić. La “desanaderizzazione” si intende come l'inizio della lotta alla corruzione al piu' alto livello come nel caso dell'ex premier croato Ivo Sanader attualemente sotto processo in Croazia per gravi atti di corruzione e abuso d'ufficio.
L'analisi dell'istituto sloveno, firmata dal suo direttore Zijak Bećirović e da Bakhtar Aljaf afferma che le indagini austriache inevitabilmente arriveranno fino alla Serbia e che si dovra' indagare sul ruolo non soltanto di Mlađan Dinkić bensi' anche su quello di Boris Tadić, Vuk Jeremić e Srđan Šaper, i piu' stretti collaboratori di Tadić. Si ritiene che la persona chiave nelle indagini e' Bogoljub Karić che potrebbe offrire risposte a molte domande e contribuire a concludere le indagini relative alla vendita criminale di Mobtel, concludono gli analisti dell'istituto Ifimes. L'istituto di Ljubljana ed i suoi esperti vengono a volte citati dai media serbi e la loro convincenza aumenta quando vengono citati gli ex politici. Va detto anche che il presidente onorario dell'istituto sloveno e' l'ex presidente croato Stipe Mesić e tra i nomi conosciuti c'e' anche quello di Zoran Živković, ex premier serbo.
Ifimes nelle sua analisi si dichiara apertamente contro Tadić e afferma che il nuovo governo serbo dovrebbe essere formato dai vincitori elettorali, quindi dal Partito del progresso che fino alla sua vittoria presidenziale e' stato guidato da Tomislav Nikolić. Nel caso della Serbia, conclude il quotidiano croato 'Večernji list' una cosa e' certa: dal paese si aspetta che sul suo cammino verso l'Ue bisogna sostanzialmente indagare su 24 casi di privatizzazione delle imprese statali. Quanto alla formazione del nuovo governo sono in corso diversi giochi sotto tavolo. La parola chiave continua ad averla Ivica Dačić, leader dei socialisti di Slobodan Milošević di cui si afferma essere sotto influsso decisivo della Russia e della vedova di Milošević, Mira Marković. Ma anche su Dačić pendono scandali di corruzione. Ultimamente Dačić ha condizionato la sua entrata nel governo con quella di Mlađan Dinkić che, secondo i media di Belgrado, non sarebbe gradito da Boris Tadić.
[*] Il testo è tratto dalla corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi a Radio Radicale. La trasmissione è stata realizzata prima che arrivasse la notizia dell'incarico conferito dal presidente serbo Tomislav Nikolic al socialista Ivica Dacic per la formazione di un governo di coalizione tra Sns e Sps.
martedì 18 ottobre 2011
MAFIA, POLITICA E FINANZA NEI BALCANI
Alta finanza, mafie e politica sullo sfondo dell'area balcanica ed ex jugoslava. E' lo scenario nel quale si intreccia una trama che lega banche, criminalità organizzata e politici corrotti, che affonda le sue radici nei conflitti degli anni '90 e attraversa la vecchia e la nuova Europa, ruotando in particolare attorno alla Croazia e a parte della sua classe politica, coinvolgendo la Carinzia di Jorg Haider e l'uomo forte della Baviera, il democristiano Edmund Stoiber. E' una realtà complessa e intricata, che diversi giornalisti, in particolare Demagoj Margertic, sfidando censure, minacce e in alcuni casi pagando con la vita (come nel caso di Ivo Pukanic e Niko Franjic) hanno cercato di mettere insieme, rivelando intrecci e coperture. In Italia questa storia fatta di cento storie legate tra loro, è stata raccontata in un'inchiesta pubblicata su Narcomafie e che ho segnalato in un post precedente.
Gli autori sono Gaetano Veninata e Matteo Zola, giornalisti e blogger, che ho intervistato per Radio Radicale.
Gli autori sono Gaetano Veninata e Matteo Zola, giornalisti e blogger, che ho intervistato per Radio Radicale.
L'intervista la potete ascoltare direttamente qui
Gaetano Veninata e Matteo Zola curano, con altri, il blog Eastjournal.net
venerdì 14 ottobre 2011
CROAZIA: L'EX PREMIER SANADER A PROCESSO
![]() |
| L'ex premier croato Ivo Sanader |
Sanader, che oggi ha 58 anni, è stato premier dal 2003 al 2009, quando improvvisamente diede le dimissioni e si ritirò dalla vita politica senza spiegarne chiaramente il motivo: di ragioni ce ne potevano però essere molte, tra cui alcuni affari poco chiari in cui Sanader sembrava coinvolto. Arrestato a inizio dicembre 2010 in Austria, sulla base di una mandato spiccato nel suo paese, estradato lo scorso luglio, oggi ha ribadito la sua innocenza davanti al giudice del tribunale regionale di Zagabria, Ivan Turudic, che ha istruito il procedimento, respingendo ogni addebito. Il processo all'ex premier sarà il primo sulle ricchezze accumulate illegalmente nel corso della guerra.
Intanto la Croazia si prepara alle elezioni legislative che si terranno il prossimo 4 dicembre: una tornata elettorale che si preannuncia in salita per l'Unione democratica croata (HDZ), l'ex partito di Sanader oggi guidato dall'attuale premier Jadranka Kosor, mentre l'opposizione di centrosinistra è data in vantaggio nei sondaggi. La lotta alla corruzione è stata proprio una delle condizioni su cui più ha insistito l'Ue prima chiudere positivamente i negoziati che porteranno la Croazia a diventare il 28° membro dell'Unione presumibilmente a metà del 2013.
Sulla vicenda Hypo Alpe Adria, e più in generale la questione della collusione tra politica e criminalità organizzata nell'Europa sud orientale, che toccano anche l'ex premier croato Sanader, vi ricordo l'inchiesta di Gaetano Veninata e Matteo Zola per Narcomafie di cui ho già parlato in un post precedente.
giovedì 4 agosto 2011
LA CORRUZIONE FIORISCE NEI REGIMI ANTIDEMOCRATICI
Intervista del mensile serbo Ekonom East Magazine a Matteo Mecacci, presidente della Commissione per la democrazia, diritti umani e problemi umanitari dell'OSCE, su Balcani e diritti umani
Là dove vi sono regimi autoritari o dove il regime ha tendenze autoritarie, la corruzione è maggiore, ma la repressione non è l’antidoto giusto. Paradossalmente, le tensioni che hanno animato i Balcani e che adesso sono sotto controllo sono riapparse in forme diverse ma altrettanto allarmanti nella Unione Europea. Esiste un largo consenso perché si conduca l’inchiesta sul commercio illegale degli organi nel Kosovo, però tale inchiesta deve essere legale, tutelando i diritti umani.
E’ interessante che nel momento in cui le tensioni che hanno animato i Balcani sono diminuite, nello stesso tempo abbiamo nuove tensioni nell’Europa Occidentale, all’interno della Unione Europea. L’Unione Europea insiste nel rispetto dei diritti umani e nei rapporti di buon vicinato nei Balcani, e nella stessa UE vi sono casi che mettono a rischio il rispetto dei diritti umani o la chiusura dell’area Schengen, ci dice nell’intervista ad Ekonom:east Matteo Mecacci, Presidente della Commissione per la democrazia, i diritti umani e i problemi umanitari dell’OSCE. Mecacci aggiunge che la situazione nei Balcani sta migliorando, soprattutto nei rapporti tra le nazioni, ma vi è bisogno ancora di molto lavoro. «Abbiamo ancora problemi importanti in Kosovo, Bosnia e Macedonia, però le relazioni tra gli stati sono migliorate. I Balcani sono stati una grande sfida per la UE, che non è riuscita a gestire la possibilità che il metodo democratico fosse subito accettato. Questo ritardo ha avuto conseguenze drammatiche durante gli anni novanta, e dopo le guerre è stato difficile riallacciare le relazioni tra gli stati».
Una delle conseguenze di cui Lei parla è il commercio di organi in Kosovo Lei ritiene che le indagini saranno fatte in maniera accurata o ha l’impressione che da alcuni fattori internazionali arrivino segnali di relativizzazione del caso?
Esiste un consenso generale perché venga condotta una indagine seria ed accurata su questi casi. Le accuse che qui vengono formulate sono molto gravi. Dobbiamo far sì che si arrivi alla verità, rispettando il diritto e la legge. Non possiamo parlare di cose che sono ancora agli inizi. Non ho l’impressione che vi sia relativizzazione del problema, vi e solo l’esigenza che le indagini vengano svolte in maniera legale.
Quali sono le maggiori sfide sulla sicurezza su cui oggi si confronta l’Europa?
Per i Paesi Osce, il tema della sicurezza è centrale. In questo momento i maggiori problemi provengono dalle frontiere Osce. Quello che sta avvenendo nel Nord dell’Africa è una delle maggiori sfide per l’Osce. Ma non dimentichiamo la Georgia ed il Kirghizistan. Si tratta di problemi congelati ma ancora attuali.
Come rientra qui il crimine internazionale? Si ha l’impressione che il crimine non conosca le frontiere. Quali sono le forme di lotta alla criminalità organizzata?
Nella lotta alla criminalità organizzata deve esserci collaborazione tra gli stati al più alto livello oltre alla collaborazione tra le polizie. La maniera più efficace rimane però la democratizzazione dei paesi e lo sviluppo economico. Durante la Guerra nei Balcani si sono sviluppate alleanze tra i criminali dei vari stati in lotta che si sono collegati con organizzazioni criminali in tutto il mondo. Le frontiere per il crimine organizzato non esistono. L’integrazione dei Balcani in UE, la collaborazione transnazionale tra le polizie e la cooperazione economica sono tra le misure che aiutano a combattere il crimine organizzato internazionale.
Ciò vale anche per la lotta al terrorismo?
Si. Il terrorismo è un pericolo costante con cui si confronta l’Osce, e soprattutto, il terrorismo come opzione di lotta politica. E ciò è direttamente collegato con i processi democratici. Il terrorismo come opzione politica perde attrattiva quando i processi democratici istituzionali funzionano come devono. La lotta al terrorismo si fa con la cooperazione internazionale tra le polizie ed i servizi di intelligence, ma la democrazia e le istituzioni democratiche sono l’arma migliore per la lotta al terrorismo.
La Serbia ha gravi problemi con la corruzione. Quali sono le raccomandazioni per l’eliminazione di tale problema?
L’anno scorso ho predisposto un rapporto per l’Osce in cui è stata fatta una comparazione tra il livello di democratizzazione dei Paesi ed il livello di corruzione. Lì dove c’è più democrazia e stato di diritto, c’è meno corruzione. Vale naturalmente anche il contrario. Là dove vi sono regimi autoritari o con tendenze autoritarie, la corruzione è maggiore. Le misure repressive non sono quelle che possono risolvere la corruzione. La prevenzione e la trasparenza sono i migliori farmaci contro la corruzione, ciò vuoi dire informazione sulla spesa pubblica e sui funzionari pubblici. L’Osce considera che la lotta alla corruzione è soprattutto preventiva. E’ molto importante il rispetto delle leggi e dello stato di diritto. Spesso si è visto che le leggi esistono ma non vengono applicate.
Come vede i rapporti tra l’Italia ed i Balcani, Lei pensa che l’Italia presti abbastanza attenzione alla Regione, che per logica delle cose dovrebbe essere partner strategico?
Mi sembra che l’Italia sia molto poco attenta sulle questioni mediterranee e nei Balcani. Per l’Italia la Regione dovrebbe essere assolutamente strategica dal punto di vista economico e politico. Il processo di integrazione di tutti i Balcani nella UE dovrebbe essere una priorità costante dell’Italia, assieme alla democratizzazione dell’Africa del Nord. Nel Parlamento italiano sono stato autore di una tra le più importanti opposizioni parlamentari relativa ai contratti di amicizia tra l’Italia e la Libia. La mia posizione così come quella del mio gruppo è che gli affari non possono essere buoni se da una parte c’è un dittatore o una dittatura. E’ importante che Berlusconi venga in Serbia, proprio nel momento in cui la Serbia è sulla strada per entrare nella UE, aldilà dei problemi che Berlusconi in questo momento ha in Italia (La visita di Berlusconi è stata poi annullata nda)
Dove vede Lei la possibilità di allargamento delle relazioni tra l’Italia e la Serbia?
La Serbia è una grande opportunità per le imprese italiane e l’Italia deve capire l’enorme potenziale della Serbia, non solo per la produzione, ma anche per la possibilità di esportazioni verso paesi terzi con cui la Serbia ha accordi favorevoli, in primo luogo si pensi alla Russia e alla Turchia. È molto meglio investire in paesi democratici e in paesi che sono in via di democratizzazione che nei paesi con gli oligarchi al potere, che a prima vista sembrano luoghi in cui il capitale è sicuro, e invece si scopre che è la più insicura destinazione dei capitali e degli investimenti.
La traduzione dell'intervista è tratta dal sito di Radio Radicale
Là dove vi sono regimi autoritari o dove il regime ha tendenze autoritarie, la corruzione è maggiore, ma la repressione non è l’antidoto giusto. Paradossalmente, le tensioni che hanno animato i Balcani e che adesso sono sotto controllo sono riapparse in forme diverse ma altrettanto allarmanti nella Unione Europea. Esiste un largo consenso perché si conduca l’inchiesta sul commercio illegale degli organi nel Kosovo, però tale inchiesta deve essere legale, tutelando i diritti umani.
E’ interessante che nel momento in cui le tensioni che hanno animato i Balcani sono diminuite, nello stesso tempo abbiamo nuove tensioni nell’Europa Occidentale, all’interno della Unione Europea. L’Unione Europea insiste nel rispetto dei diritti umani e nei rapporti di buon vicinato nei Balcani, e nella stessa UE vi sono casi che mettono a rischio il rispetto dei diritti umani o la chiusura dell’area Schengen, ci dice nell’intervista ad Ekonom:east Matteo Mecacci, Presidente della Commissione per la democrazia, i diritti umani e i problemi umanitari dell’OSCE. Mecacci aggiunge che la situazione nei Balcani sta migliorando, soprattutto nei rapporti tra le nazioni, ma vi è bisogno ancora di molto lavoro. «Abbiamo ancora problemi importanti in Kosovo, Bosnia e Macedonia, però le relazioni tra gli stati sono migliorate. I Balcani sono stati una grande sfida per la UE, che non è riuscita a gestire la possibilità che il metodo democratico fosse subito accettato. Questo ritardo ha avuto conseguenze drammatiche durante gli anni novanta, e dopo le guerre è stato difficile riallacciare le relazioni tra gli stati».
Una delle conseguenze di cui Lei parla è il commercio di organi in Kosovo Lei ritiene che le indagini saranno fatte in maniera accurata o ha l’impressione che da alcuni fattori internazionali arrivino segnali di relativizzazione del caso?
Esiste un consenso generale perché venga condotta una indagine seria ed accurata su questi casi. Le accuse che qui vengono formulate sono molto gravi. Dobbiamo far sì che si arrivi alla verità, rispettando il diritto e la legge. Non possiamo parlare di cose che sono ancora agli inizi. Non ho l’impressione che vi sia relativizzazione del problema, vi e solo l’esigenza che le indagini vengano svolte in maniera legale.
Quali sono le maggiori sfide sulla sicurezza su cui oggi si confronta l’Europa?
Per i Paesi Osce, il tema della sicurezza è centrale. In questo momento i maggiori problemi provengono dalle frontiere Osce. Quello che sta avvenendo nel Nord dell’Africa è una delle maggiori sfide per l’Osce. Ma non dimentichiamo la Georgia ed il Kirghizistan. Si tratta di problemi congelati ma ancora attuali.
Come rientra qui il crimine internazionale? Si ha l’impressione che il crimine non conosca le frontiere. Quali sono le forme di lotta alla criminalità organizzata?
Nella lotta alla criminalità organizzata deve esserci collaborazione tra gli stati al più alto livello oltre alla collaborazione tra le polizie. La maniera più efficace rimane però la democratizzazione dei paesi e lo sviluppo economico. Durante la Guerra nei Balcani si sono sviluppate alleanze tra i criminali dei vari stati in lotta che si sono collegati con organizzazioni criminali in tutto il mondo. Le frontiere per il crimine organizzato non esistono. L’integrazione dei Balcani in UE, la collaborazione transnazionale tra le polizie e la cooperazione economica sono tra le misure che aiutano a combattere il crimine organizzato internazionale.
Ciò vale anche per la lotta al terrorismo?
Si. Il terrorismo è un pericolo costante con cui si confronta l’Osce, e soprattutto, il terrorismo come opzione di lotta politica. E ciò è direttamente collegato con i processi democratici. Il terrorismo come opzione politica perde attrattiva quando i processi democratici istituzionali funzionano come devono. La lotta al terrorismo si fa con la cooperazione internazionale tra le polizie ed i servizi di intelligence, ma la democrazia e le istituzioni democratiche sono l’arma migliore per la lotta al terrorismo.
La Serbia ha gravi problemi con la corruzione. Quali sono le raccomandazioni per l’eliminazione di tale problema?
L’anno scorso ho predisposto un rapporto per l’Osce in cui è stata fatta una comparazione tra il livello di democratizzazione dei Paesi ed il livello di corruzione. Lì dove c’è più democrazia e stato di diritto, c’è meno corruzione. Vale naturalmente anche il contrario. Là dove vi sono regimi autoritari o con tendenze autoritarie, la corruzione è maggiore. Le misure repressive non sono quelle che possono risolvere la corruzione. La prevenzione e la trasparenza sono i migliori farmaci contro la corruzione, ciò vuoi dire informazione sulla spesa pubblica e sui funzionari pubblici. L’Osce considera che la lotta alla corruzione è soprattutto preventiva. E’ molto importante il rispetto delle leggi e dello stato di diritto. Spesso si è visto che le leggi esistono ma non vengono applicate.
Come vede i rapporti tra l’Italia ed i Balcani, Lei pensa che l’Italia presti abbastanza attenzione alla Regione, che per logica delle cose dovrebbe essere partner strategico?
Mi sembra che l’Italia sia molto poco attenta sulle questioni mediterranee e nei Balcani. Per l’Italia la Regione dovrebbe essere assolutamente strategica dal punto di vista economico e politico. Il processo di integrazione di tutti i Balcani nella UE dovrebbe essere una priorità costante dell’Italia, assieme alla democratizzazione dell’Africa del Nord. Nel Parlamento italiano sono stato autore di una tra le più importanti opposizioni parlamentari relativa ai contratti di amicizia tra l’Italia e la Libia. La mia posizione così come quella del mio gruppo è che gli affari non possono essere buoni se da una parte c’è un dittatore o una dittatura. E’ importante che Berlusconi venga in Serbia, proprio nel momento in cui la Serbia è sulla strada per entrare nella UE, aldilà dei problemi che Berlusconi in questo momento ha in Italia (La visita di Berlusconi è stata poi annullata nda)
Dove vede Lei la possibilità di allargamento delle relazioni tra l’Italia e la Serbia?
La Serbia è una grande opportunità per le imprese italiane e l’Italia deve capire l’enorme potenziale della Serbia, non solo per la produzione, ma anche per la possibilità di esportazioni verso paesi terzi con cui la Serbia ha accordi favorevoli, in primo luogo si pensi alla Russia e alla Turchia. È molto meglio investire in paesi democratici e in paesi che sono in via di democratizzazione che nei paesi con gli oligarchi al potere, che a prima vista sembrano luoghi in cui il capitale è sicuro, e invece si scopre che è la più insicura destinazione dei capitali e degli investimenti.
La traduzione dell'intervista è tratta dal sito di Radio Radicale
mercoledì 16 marzo 2011
MONTENEGRO: I "FEJSBUKOVCI" PRONTI A SCENDERE IN PIAZZA
Come in Croazia, anche in Montenegro la protesta contro "le mafie" e la crisi economica si prepara a scendere in piazza e Facebook diventa il veicolo della mobilitazione popolare spontanea. I "fejsbukovci", ovvero quelli di Facebook, annunciano una prima manifestazione a Podgorica per lunedì 21 marzo prossimo. Secondo quanto hanno riportato i media locali, due giorni fa il gruppo di facebook, il primo nucleo di "proteste dal basso", contava circa 1400 membri.
Al momento, tra le richieste dei fejsbukovci montenegrini non rientrano le dimissioni del governo di centro destra guidato da Igor Luksic e le elezioni anticipate, come è invece per i vicini croati. Ma i temi di fondo sono gli stessi: crisi economica, perdita di potere d'acquisto dei salari, abbassamento del livello di vita e la controversa vicenda delle privatizzazioni che ha spalancato le porte ad affari leciti e illeciti.
Anche in Montenego gli organizzatori delle proteste sono dei "perfetti sconosciuti" nella politica tradizionale, ma sono invece ben noti al mondo dei blog e dei social network. Diversi esponenti dell'opposizione parlamentare e di Ong hanno però colto l'occasione e sono già iscritti al gruppo di Facebook promotore della manifestazione di lunedì prossimo.
Al momento, tra le richieste dei fejsbukovci montenegrini non rientrano le dimissioni del governo di centro destra guidato da Igor Luksic e le elezioni anticipate, come è invece per i vicini croati. Ma i temi di fondo sono gli stessi: crisi economica, perdita di potere d'acquisto dei salari, abbassamento del livello di vita e la controversa vicenda delle privatizzazioni che ha spalancato le porte ad affari leciti e illeciti.
Anche in Montenego gli organizzatori delle proteste sono dei "perfetti sconosciuti" nella politica tradizionale, ma sono invece ben noti al mondo dei blog e dei social network. Diversi esponenti dell'opposizione parlamentare e di Ong hanno però colto l'occasione e sono già iscritti al gruppo di Facebook promotore della manifestazione di lunedì prossimo.
martedì 11 gennaio 2011
PASSAGGIO IN ONDA
La puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda sabato 8 gennaio a Radio Radicale
La trasmissione si apre con un ricordo di Paolo Pietrosanti, militante e dirigente radicale scomparso prematuramente pochi giorni fa. Pietrosanti fu molto attivo nelle iniziative contro le dittature comuniste dell’Europa centro-orientale e, dopo la caduta del muro di Berlino, si traferì a Praga dove contribuì a dare vita ad un nucleo di radicali molto attivo sui temi transnazionali. Negli anni '90 si impegnò, tra l'altro, per l'istituzione della Corte penale internazionale permanente, per la creazione di un tribunale ad hoc sui crimini contro l'umanità commessi nella ex Jugoslavia e la conseguente campagna per l'incriminazione di Slobodan Milosevic. Per ricordare questo impegno, in particolare, la puntata propone un suo intervento ad una manifestazione radicale che si svolse a Roma nell'ottobre 1998.
Gli altri temi della trasmissione riguardano il semestre di presidenza ungherese dell'Unione Europea; l'integrazione europea di Croazia e Serbia; il problema della corruzione nei paesi dei Balcani occidentali; le reazioni kosovare contro il dossier del Consiglio d'Europa che accusa il premier Hashim Thaci di essere il capo di un'organizzazione criminale responsabile, tra l'altro del traffico illegale di organi espiantati a prigionieri di guerra serbi e non solo durante il conflitto del 1999; i problemi per la formazione del nuovo governo in Bosnia Erzegovina dopo tre mesi dalle elezioni; la situazione politica in Albania.
La trasmissione è stata realizzata con la collaborazione dei corrispondenti Marina Szikora e Artur Nura è riascoltabile qui
oppure sul sito di Radio Radicale nella sezione delle Rubriche.
La trasmissione si apre con un ricordo di Paolo Pietrosanti, militante e dirigente radicale scomparso prematuramente pochi giorni fa. Pietrosanti fu molto attivo nelle iniziative contro le dittature comuniste dell’Europa centro-orientale e, dopo la caduta del muro di Berlino, si traferì a Praga dove contribuì a dare vita ad un nucleo di radicali molto attivo sui temi transnazionali. Negli anni '90 si impegnò, tra l'altro, per l'istituzione della Corte penale internazionale permanente, per la creazione di un tribunale ad hoc sui crimini contro l'umanità commessi nella ex Jugoslavia e la conseguente campagna per l'incriminazione di Slobodan Milosevic. Per ricordare questo impegno, in particolare, la puntata propone un suo intervento ad una manifestazione radicale che si svolse a Roma nell'ottobre 1998.
Gli altri temi della trasmissione riguardano il semestre di presidenza ungherese dell'Unione Europea; l'integrazione europea di Croazia e Serbia; il problema della corruzione nei paesi dei Balcani occidentali; le reazioni kosovare contro il dossier del Consiglio d'Europa che accusa il premier Hashim Thaci di essere il capo di un'organizzazione criminale responsabile, tra l'altro del traffico illegale di organi espiantati a prigionieri di guerra serbi e non solo durante il conflitto del 1999; i problemi per la formazione del nuovo governo in Bosnia Erzegovina dopo tre mesi dalle elezioni; la situazione politica in Albania.
La trasmissione è stata realizzata con la collaborazione dei corrispondenti Marina Szikora e Artur Nura è riascoltabile qui
oppure sul sito di Radio Radicale nella sezione delle Rubriche.
martedì 24 agosto 2010
LA PIAGA DELLA CORRUZIONE NEI BALCANI
Che fare?
Le contromisure possibili sono molte e tutte valide: svincolare il sistema giudiziario dal controllo politico, dare maggior trasparenza a tutti settori del governo, applicare rigidi controlli sul finanziamento dei partiti politici, così come sulle aziende statali e sugli appalti pubblici, rafforzare le agenzie anti-corruzione, adottare leggi adeguate, aumentare gli stipendi di coloro che per il loro ruolo possono essere maggiormente vulnerabili alla corruzione, addestrare la polizia e formare unità investigative specializzate. Inoltre, gli stessi organi di informazione dovrebbero porre fine alla corruzione interna e indagare a fondo anche sui più rilevanti casi di corruzione in modo da aumentare la consapevolezza dell'opinione pubblica.
Da Belgrado, Bucarest, Pristina, Tirana, Skopje, Sarajevo, Sofia, Zagabria e Podgorica le autorità promettono impegno, determinazione e "tolleranza zero" contro corruzione e crimine organizzato, ma manca una reale volontà politica, accompagnata da una generale apatia dei cittadini, da una scarsa consdapevolezza dei propri diritti e delle possibilità di farli valere incidendo sulle decisioni di politici e amministratori locali. Bruxelles non sembra affatto soddisfatta e minaccia di rallentare o congelare il processo di adesione all'Unione Europea.
Balkan Insight ha realizzato una lunga e approfondita indagine che si consiglia vivamente alla lettura e che potete trovare nella traduzione in italiano suol sito di Osservatorio Balcani e Caucaso.
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