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sabato 30 novembre 2013

LA TURCHIA E LE TENTAZIONI AUTORITARIE DI ERDOGAN

Dalla dura repressione di "Occupy Gezi" alle intercettazioni illegali di giornalisti da parte dei servi segreti

Da www.thetimes.co.uk
Almeno 3,6 milioni di persone hanno partecipato alle grandi proteste anti-governative di giugno e luglio in Turchia, partite dalla difesa del Gezi Park di Istanbul e presto indirizzata contro la deriva islamica ed autoritaria del premier Recep Tayyip Erdogan,. Lo riporta un rapporto dei servizi di sicurezza e intelligence pubblicato lunedì scorso dal quotidiano Milliyet. Il documento precisa che fra maggio e luglio si sono svolte 5500 manifestazioni in tutto il paese: solo la provincia di Bayburt, sul Mar Nero, è rimasta estranea alle proteste. Il rapporto della polizia stima inoltre che durante gli scontri sarebbero stati provocati danni per 139 milioni di lire turche (51 milioni di euro). Lo studio traccia anche un “profilo demografico” dei manifestanti sulla base dei dati personali degli arrestati che conferma come il movimento “Occupy Gezi” sia stato animato dai giovani, per la maggior parte laureati e con un reddito basso (meno di 1000 lire turche pari a 370 euro circa): oltre l'80% dei partecipanti aveva meno di 30 anni e oltre la metà fra i 18 e i 25. Dei 5500 arrestati (190 dei quali sono ancora in carcere), metà erano donne e più di tre quarti erano appartenenti alla comunità alevita, una minoranza culturale e religiosa che conta circa 10 milioni di aderenti che praticano un Islam piuttosto eterodosso e liberale e da sempre subiscono pesanti discriminazioni e che sono stati in prima linea nelle proteste. Questi dati hanno provocato la reazione del Partito repubblicano del popolo (principale formazione dell'opposizione ed erede diretto della tradizione kemalista): “Il governo ha creato per caso una ufficio per la schedatura? Come è possibile dire con certezza che il 78% sono aleviti?”, ha chiesto polemicamente il vicesegretario Sezgin Tanrikulu.

Dopo le caldissime giornate di giugno e luglio le manifestazioni sono finite, a parte una brevissima fiammata a settembre, ma gli arresti e i processi contro chi è sceso in piazza continuano. I provvedimenti giudiziari riguardano anche membri delle forze dell'ordine per omicidio. Le proteste della scorsa estate, infatti, sono costate la vita a cinque manifestanti sono morti, mentre ci sono stati 4320 feriti, alcuni dei quali in modo molto grave, mentre altri hanno riportato danni permanenti. Stando all'ordine dei medici, inoltre, i manifestanti feriti sono stati oltre 8mila. La dura repressione decisa dal governo del premier Recep Tayyip Erdogan ha suscitato una pioggia di critiche da tutto il mondo. Ultima in ordine di tempo la condanna giunta in settimana dal Consiglio d'Europa: quanto avvenuto a maggio e giugno scorsi evidenzia ancora una volta il duraturo e sistematico problema dell'insufficiente rispetto dei diritti umani da parte della polizia turca, ha dettoil commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa, Nils Muiznieks, nel rapporto pubblicato martedì 26 e basato sulla visita condotta all'inizio di luglio. Il commissario chiede quindi una revisione delle leggi che regolano il diritto a manifestare, giudicate troppo restrittive.

Nei giorni scorsi è arrivata anche la notizia, riportata dall'edizione online del quotidiano di Ankara Zaman, che il Consiglio Supremo dei Giudici e dei Procuratori ha deciso di avviare una inchiesta dopo che i telefoni di diversi giornalisti sono stati intercettati dai servizi segreti del Mit, che avevano chiesto l'autorizzazione della magistratura usando falsi nomi. Secondo il giornale, diversi giornalisti dell'autorevole quotidiano indipendente Taraf, critico nei confronti del governo del premier Erdogan, fra cui il direttore Ahmet Altan, il vicedirettore Yasmin Congar e alcuni editorialisti, sarebbero stati spiati fra il 2008 e il 2009 dal Mit. Stando Cumhuriyet, altra testata di opposizione, le intercettazioni sarebbero state approvate da Erdogan, cui é considerato vicino il direttore dei servizi segreti Hakan Fidan. Le intercettazioni sarebbero state autorizzate regolarmente da un magistrato, ma secondo il quotidiano Radikal la documentazione presentata dal Mit alla magistratura non indicava i nomi dei giornalisti, ma false generalità di presunti cittadini arabi. I numeri di telefono da sorvegliare erano invece quelli dei cronisti di Taraf. Il presidente della Prima camera del Consiglio Supremo dei Giudici e dei Procuratori, Ibrahim Okur, citato da Radikal, ha confermato l'avvio di una inchiesta precisando che “perfino il Mit non può nascondere informazioni alla giustizia. Non può cancellare i nomi veri delle persone e inviare alla corte nomi falsi”.

sabato 23 novembre 2013

LE ELEZIONI IN AZERBAIJAN, IL PARLAMENTO EUROPEO, L'OSCE... E PINO ARLACCHI

Foto Afp / Tofik Babayev
Il 9 ottobre 2013 in Azerbaijan si sono tenute le elezioni presidenziali. Grazie alla modifica della costituzione del 2009, confermata da un referendum ma criticata dal Consiglio d'Europa e dalla Commissione di Venezia per la sua dubbia democraticità, il presidente Ilham Aliyev ha potuto ricandidarsi per la terza volta consecutiva ed essere rieletto con l’84.5% dei voti. La missione di osservazione a lungo termine (3 mesi) dell’OSCE/ODIHR, guidata da Tana de Zulueta, nel rapporto molto dettagliato del 10 ottobre, ha concluso che le elezioni “sono state compromesse da limitazioni alle libertà di espressione, di riunione e di associazione, che non hanno garantito la parità di condizioni per i candidati”. Un giudizio opposto a quello espresso nel comunicatocongiunto della missione a breve termine (4 giorni) dell'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa (PACE) e di quella del Parlamento europeo, guidata dal deputato socialista Pino Arlacchi, secondo cui “nel complesso nel giorno delle elezioni abbiamo osservato un processo elettorale libero, equo e trasparente”. Per la prima volta, le missioni di monitoraggio internazionale non hanno trovato una mediazione ed hanno emesso comunicati contrastanti.
 
Il caso, ovviamente, suscita reazioni. L’11 ottobre, l'Alto rappresentante per gli Affari Esteri dell’UE, Catherine Ashton, e il commissario all'Allargamento, Štefan Füle, hanno diffuso una dichiarazione congiunta in cui fanno riferimento solo ai risultati della missione OSCE-ODIHR con solo un rapido accenno alle missioni di monitoraggio PE/PACE. Una settimana dopo, nella Commissione Esteri del Parlamento europeo che ha discusso il rapporto della missione guidata da Arlacchi, il gruppo dei Verdi reagisce duramente e in un comunicato ha criticato il rapporto ufficiale della missione PE accusando il Parlamento europeo di perdere credibilità con dichiarazioni che ignorano la realtà della situazione azera danneggiando la reputazione del Parlamento europeo nella lotta per i diritti umani, la democrazia e lo stato di diritto. Anche il gruppo socialista, cui appartiene Arlacchi, ha preso le distanze dalle conclusioni della missione PE/PACE, giudicandole così lontane da quelle dell'OSCE da non poter essere minimamente sostenute. Arlacchi però non ci sta e in un'intervista concessa all'agenzia azera Apa, ha ribadito la sua posizione e ha attaccato l'ODIHR accusandolo di essere formato “da un gruppo di cosiddetti esperti senza responsabilità politica, che non sono stati eletti da nessuno”, dunque facilmente manipolabili, “che vogliono solo essere sicuri di ottenere lavoro alla prossima occasione”.
 
La sicumera di Arlacchi non ha però potuto evitare alla questione di aggravarsi. Tanto più che è venuto fuori il caso dei parlamentari europei che, in occasione delle elezioni del 9 ottobre, si sono recati non ufficialmente in Azerbaijan. L’European Voice, autorevole testata del gruppo Economist, in un articolo del 17 ottobre, ha scritto senza mezzi termini che “una grossolana stupidità o una meschina venalità sembrano essere le uniche spiegazioni plausibili per far sì che un membro del Parlamento europeo scelga di andare a Baku come osservatore non ufficiale alla farsa delle elezioni presidenziali in Azerbaijan della scorsa settimana”. Il giornale riporta la lista (precisando che probabilmente è incompleta) coi nomi dei deputati che “pare si siano dati al turismo elettorale” viaggiando a spese della Società per la promozione delle relazioni tedesco-azero, un'associazione tedesca “che appare come una subdola organizzazione di facciata per gli interessi del governo azero”. Tra questi ci sono alcuni aderenti al gruppo ALDE del quale ha fatto parte anche Arlacchi prima di passare al gruppo socialista. Secondo un funzionario interno al PE, citato da Osservatorio Balcani e Caucaso sotto garanzia di anonimato, “non c'è da stupirsi, è risaputo che vari membri del PE sono sulla 'business list azera'. Vale a dire regali, viaggi, hotel di lusso, eccetera”. La stessa fonte non nasconde che sontuosi cesti natalizi, caviale compreso (quello azero è uno dei migliori), raggiungono tranquillamente gli uffici di Bruxelles.
 
Il Parlamento europeo a questo punto reagisce screditando indirettamente le conclusioni della sua stessa missione e nella risoluzione sulle Politiche di vicinato adottata il 23 ottobre viene messo nero su bianco il rammarico per il fatto che “stando alle conclusioni della missione a lungo termine dell'ODIHR, le recenti elezioni presidenziali tenutesi il 9 ottobre 2013 non abbiano, nemmeno in questo caso, soddisfatto gli standard dell'OSCE, essendo state imposte restrizioni alla libertà di riunione e di espressione; chiede, in tale ottica, alle autorità azere di affrontare e attuare rapidamente tutte le raccomandazioni incluse nell'attuale relazione e in quelle passate elaborate dall'ODIHR/OSCE”. Parole che non piacciono per niente al governo azero che, per bocca del suo capo delegazione in Euronest (l'assemblea istituita nel 2009 che riunisce i deputati del PE con quelli di Armenia, Azerbaijan, Georgia, Moldavia e Ucraina), accusa il PE di voler “creare disordini e sabotare l’Azerbaijan” anche se non è riuscito nel suo “piano di sabotaggio” per “trasformare l’Azerbaijan nella Libia o nella Siria” visto quanto ha dichiarato la missione guidata da Pino Arlacchi. Quindi la delegazione azera sospende la sua presenza in Euronest.
 
Il 7 novembre a Bruxelles, la responsabile della missione di monitoraggio elettorale OSCE/ODIHR in Azerbaijan, si è incontrata con i portavoce dei gruppi della Commissione Esteri alla presenza del Democracy Support and Election Coordination Group (DEG). Stando a quanto si è appreso, la riunione è stata piuttosto accesa, ma non ha prodotto risultati, tanto che è stata aggiornata al prossimo 12 dicembre. In attesa di una possibile conclusione della vicenda, restano al momento due punti fermi. Il primo è che a sette mesi dalle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo, la crisi delle missioni di monitoraggio in Azerbaijan rischia di compromettere l’immagine di un pilastro importante dell'azione esterna e dell'immagine dell'Unione europea. Lo ha scritto anche l'European Stability Initiative in un recentissimo rapporto. Il secondo è che, al centro di questo pasticcio, c'è Pino Arlacchi, del quale si ricorda la spregiudicata gestione dell'ufficio antidroga dell'Onu, denunciata da un suo collaboratore e documentata in un corposo dossier del Partito Radicale Transnazionale. Una gestione tanto discutibile che, alla scadenza, l'incarico non gli fu rinnovato come da prassi consolidata del Palazzo di vetro, ma solo prorogato. Pare che l'allora segretario generale Kofi Annan abbia chiesto esplicitamente ad Arlacchi di dare spontaneamente le dimissioni per levarlo dall'imbarazzo di non riconfermarlo per un secondo mandato. Passano gli anni ma, evidentemente, non cambiano i metodi con cui il sociologo di Gioia Tauro gestisce gli incarichi che riceve (o almeno alcuni di questi).
 
Per informazioni più dettagliate si rimanda alla lettura dell'articolo di Luka Zanoni per OsservatorioBalcani e Caucaso al quale questo post è debitore.
 
 
Informazioni sulla gestione dell'Ufficio Onu per il controllo delle droghe e la prevenzione del crimine diretto da Arlacchi dal 1997 al 2002 sono reperibili sul sito del Partito Radicale Transnazionale.


giovedì 22 marzo 2012

IL SEGRETARIO GENERALE DEL CONSIGLIO D'EUROPA A BELGRADO

di Marina Szikora [*]
Thorbjorn Jagland, segretario generale del Consiglio d'Europa, ha dichiarato in una intervista alla FoNet serba, in occasione della sua visita a Belgrado, che se la Serbia vuole diventare membro dell'Ue allora e' di importanza decisiva continuare il dialogo con Priština ma anche concluderlo con successo. Jagland ritiene che 'la soluzione definitiva' deve essere trovata passo dopo passo. Ha osservato che uno stato non puo' aderire all'Ue se e' in conflitto con i vicini e ha confermato che nei Balcani e' estremamente importante anche il processo di riconciliazione. Tutto questo e' necessario per la Serbia se vuole diventare membro dell'Ue, ha rilevato Jagland.
Parlando del problema Kosovo, Jagland ha valutato che si dovrebbe lasciare lo svolgimento del dialogo tra Belgrado e Priština andando passo dopo passo in questo processo. Sarebbe sbagliato, ritiene il segretario generale del Consiglio d'Europa, passare ora al discorso sulla soluzione definitiva e valuta che sarebbe molto meglio essere pragmatici e alla fine del processo trovare una soluzione finale del problema. Alla domanda relativa all'idea della divisione del Kosovo o sull'autonomia della sua parte settentrionale, Jagland ha risposto che non va bene pregiudicare le cose perche' il discorso sulla soluzione definitiva potrebbe nuocere all'attuale dialogo tra Belgrado e Priština e al processo della riconciliazione nella regione.
Il rappresentante del Consiglio d'Europa si e' congratulato con la Serbia per lo status di candidato all'adesione e ha sottolineato che questo passo in avanti nel processo delle integrazioni e' importante, non soltanto per la Serbia bensi' per tutta l'Europa. E' altrettanto importante, ha detto, che la Serbia continui il lavoro comune nel Consiglio d'Europa poiche' soltanto l'adattamento agli standard di questa organizzazione puo' portare un paese verso il pieno ingresso nell'Ue. Jagland ha rilevato che se si guarda nel passato, e' evidente che non vi e' alcun paese che e' aderito all'Ue senza aver compiuto un lavoro preparatorio nel Consiglio d'Europa. Il segretario generale ritiene importante che la Serbia continui le riforme della giustizia e su questo tema ha parlato a Belgrado con la ministro della giustizia Snežana Malović. Si tratta della base dello stato di diritto, ha rilevato Jagland. Secondo la sua valutazione, su questo piano la sfida piu' grande e' l'istituzione di una giustizia indipendente nonche' la nomina e la destituzione dei giudici e dei procuratori. Siamo pronti ad aiutare la Serbia su questa linea, ha assicurato Jagland rilevando l'importanza della lotta contro la corruzione. La Serbia ha fatto molto sull'attuazione delle riforme e adopera tutti gli strumenti e convenzioni del Consiglio d'Europa relativi al rispetto dei diritti umani e di minoranze, ha concluso il segretario generale del Consiglio d'Europa.
Secondo la direttrice della Cancelleria per le integrazioni europee serba, Milica Delević, la Serbia ha gia' le basi e un meccansimo per il team di negoziatori nel prossimo dialogo con l'Ue. Ha aggiunto che nella luce delle prossime elezioni e la formazione del nuovo gabinetto di ministri, sara' necessaria una ulteriore costruzione nel senso che gli attuali team sarebbero dotati del volto di un nuovo governo. Delević ha precisato che al piu' alto livello politico esiste il corpo di coordinamento che riunisce i ministri guidati dal premier, e si tratta di ministri i cui dicasteri sono maggiormente inclusi nel processo delle integrazioni europee. Si aspetta che il nuovo Governo della Serbia, prima dell'inizio dei negoziati di adesione con l'Ue approvi la proposta di scadenze per adottare gli standard europei nei settori chiave in cui sarebbero illustrate le priorita' di Belgrado nei negoziati con l'Ue. Si sa di gia' che i primi ad essere aperti, saranno i capitoli 23 e 24 relativi alla giustizia, diritti umani, liberta' e sicurazza, scive il quotidiano di Belgrado 'Blic'.

[*] Il testo è tratto dalla corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in oggi a Radio Radicale

sabato 17 marzo 2012

VIOLENZA SULLE DONNE: TURCHIA RATIFICA CONVENZIONE PER PRIMA

La Turchia è il primo Paese ad aver ratificato la convenzione sulla prevenzione e la lotta contro la violenza sulle donne e la violenza domestica, già siglata da diciassette Paesi dopo una riunione dei ministri degli Esteri membri del Consiglio d'Europa lo scorso maggio a Istanbul. In occasione di questa prima ratifica, il Consiglio d'Europa ha rivolto un appello ai governi europei perché seguano l'esempio di Ankara e consentano così una rapida entrata in vigore della convenzione.
Il trattato, che riconosce la violenza contro le donne come una violazione grave dei diritti della persona e come forma di discriminazione, include come reati penali anche mutilazioni genitali, stalking, matrimonio forzato, violenza psicologica, aborto e sterilizzazione forzata. La convenzione prevede inoltre misure di prevenzione delle violenze, di protezione delle vittime e rafforza le sanzioni penali nei confronti degli autori dei reati.

Council of Europe
Convention on preventing and combating violence against women and domestic violence

Explanatory report




mercoledì 11 maggio 2011

COSTRUIRE UN'EUROPA INTEGRATA

“Dalla Scandinavia al Mediterraneo, l'Europa è attraversata da cambiamenti sociali e politici di così vasta portata da mettere in discussione i suoi principi fondamentali. Anche la diversità, da sempre una costante europea che ha arricchito la nostra storia, viene vissuta oggi come una minaccia. I segnali sono davanti ai nostri occhi: intolleranza e fanatismi che dilagano; crescente sostegno a partiti populisti e xenofobi; presenza sempre più massiccia di migranti senza status e senza diritti; comunità "parallele" che non interagiscono con il resto della società; libertà individuali compresse; democrazia, e democrazie, in crisi”.

Inizia così l'intervento pubblicato sul Sole 24 Ore di ieri da Emma Bonino a proposito del rapporto su come combinare libertà e diversità - “due concetti al cuore dell'identità europea nell'Europa del 21° secolo” - elaborato da un gruppo composto di "personalità" europee - Emma Bonino, Timothy Garton Ash, Martin Hirsh, Danuta Hubner, Ayse Kadioglu, Sonja Licht, Vladimir Lukin e Javier Solana - presieduto dall'ex ministro degli Esteri tedesco Joschka Fischer. Il documento, reso pubblico oggi a Strasburgo e redatto su incarico del Segretario generale del Consiglio d'Europa, Thorbjorn Jagland, “propone un'alternativa a questa ondata di populismo e tenta d'indicare la strada per un'Europa più forte e più sicura di sé, e che integri le diversità anziché rifuggirle o respingerle, inutilmente”. Sono 59 le azioni che, secondo i 9 “saggi”, Stati e istituzioni europee devono mettere in atto se vogliono che l'Europa resti uno dei luoghi 'piu' sicuri, liberi, sani, prosperosi, confortevoli e umani del mondo.

Il rapporto - intitolato ''Vivere insieme. Combinare diversita' e liberta' nell'Europa del 21 secolo'' - contiene 17 principi guida indirizzati a governanti, legislatori e attivisti. Secondo gli autori, la base deve essere “una condivisione di fondo sul fatto che la legalità vale per tutti, mettendo però ciascuno in condizione di capire cosa dicono le leggi e come possono essere cambiate”. Ovvero: misure particolari in grado di assicurare uguali opportunità a membri di comunità marginalizzate o svantaggiate. Perché “la libertà di espressione va sempre difesa, mai limitata per rabbonire atteggiamenti violenti o intimidatori; allo stesso tempo, dichiarazioni pubbliche che alimentano il pregiudizio contro minoranze o gruppi d'immigrati non vanno mai ignorate né sottovalutate”.

Quindi, per attuare questi principi, il rapporto invita gli Stati membri del Consiglio d'Europa a concedere i diritti e doveri derivanti dalla cittadinanza, incluso il diritto di voto, al maggior numero di abitanti possibile cominciando dal riconoscere a tutti i residenti stranieri il diritto di voto alle elezioni amministrative. Il rapporto invita gli Stati anche a correggere l'immagine stereotipata degli immigrati e a fornire all'opinione pubblica un quadro più realistico dei bisogni in termini di forza lavoro, considerando anche che, come indicano attente ricerche, senza immigrati, gli europei autoctoni saranno sempre di meno e sempre più vecchi.

Il rapporto segnala anche con forza il grande scandalo del trattamento subito dalla più ampia minoranza europea, cioè quella Rom (stimata tra i 10 e i 12 milioni di persone): una minoranza vista con fastidio qui da noi, ma che nei Paesi dell'Est, non ancora investiti dall'immigrazione musulmana, rappresenta invece una questione centrale.

L'articolo di Emma Bonino sul Sole 24 Ore lo trovate qui

Il testo ufficiale del rapporto in inglese invece è disponibile qui

martedì 22 febbraio 2011

PASSAGGIO IN ONDA

La puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 22 febbraio a Radio Radicale

Argomenti della puntata

La trasmissione è dedicata soprattutto al 39° congresso del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale Transpartito che si è svolto a Chianciano dal 17 al 20 febbraio e che ha visto una significativa presenza di partecipanti provenienti dai Balcani.

Nella prima parte si parla di Kosovo con l'intervista di Stefano Vaccara al rappresentante speciale dell'Onu, Lamberto Zannier, sul suo rapporto al Consiglio di sicurezza e le conseguenze del "Rapporto Marty" del Consiglio d'Europa che accusa l'attuale premier Thaci per i crimini che sarebbero stati commessi contro prigionieri serbi durante la guerra del 1999.

In apertura alcune osservazioni sul rapporto tra Europa e Turchia a proposito delle rivolte in corso nel mondo arabo.

La trasmissione è stata realizzata con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura ed è riascoltabile direttamente qui



oppure sul sito di Radio Radicale nella sezione delle Rubriche scaricabile in podcast per le prossime tre settimane.

venerdì 18 febbraio 2011

INDIPENDENZA KOSOVO: TERZO ANNIVERSARIO TRA INCERTEZZE POLITICHE E ACCUSE GRAVISSIME

Ieri cadeva il terzo anniversario dell'indipendenza kosovara proclamata unilateralmente dalla maggioranza albanese il 17 febbraio del 2008 con il placet di alcune delle maggiori potenze europee (Francia, Germania, Regno Unito e Italia, ma non la Spagna) e mondiali (Usa ma non Russia e Cina). Un anniversario trascorso, però, in un clima politico controverso a causa delle difficoltà per la formazione del nuovo governo a oltre due mesi dalle elezioni anticipate e, soprattutto, a causa delle gravissime accuse contenute nel “rapporto Marty”, approvato circa tre settimane fa dall'assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa, contro il premier kosovaro Hashim Thaci, indicato come un vero e proprio boss mafioso, responsabile, tra l'altro, del presunto traffico d'organi organizzato da membri dell'Esercito di liberazione del Kosovo (Uck) che facevano capo a Thaci e di cui furono vittime prigionieri serbi e no durante e subito dopo la fine della guerra del 1999.

L'altro ieri, mercoledì, Lamberto Zannier, responsabile della missione Onu in Kosovo (Unmik) ha presentato il suo rapporto periodico al Consiglio di sicurezza dell'Onu che ha esaminato anche il “rapporto Marty”. E' stata una riunione piuttosto tesa, che ha visto gli interventi del ministro degli Esteri Serbo, Vuk Jeremic, e della sua omologa kosovara, Vlora Citaku. Jeremic ha chiesto un'indagine penale indipendente sul presunto traffico d'organi di cui aveva parlato tra i primi l'ex procuratrice del Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia, Carla Del Ponte, nel suo libro “La caccia”. Un crimine del quale, secondo quanto emerge dal “rapporto Marty”, molti erano in realtà a conoscenza nella regione.

Secondo Belgrado, le Nazioni Unite non possono non occuparsi di fare luce su crimini così efferati, ma lo scontro, al Consiglio di sicurezza, si è sviluppato in particolare su chi dovrebbe condurre l'inchiesta: Eulex, la missione civile dell'Ue in Kosovo, come sostengono le autorità di Pristina, appoggiate da Usa e Gran Bretagna, o un organismo ad hoc (un tribunale speciale?) come invece chiedono i serbi, con l'appoggio della Russia, sostenendo che Eulex non ha mandato per occuparsi di crimini compiuti fuori dai confini kosovari (le vittime del traffico di organi sarebbero infatti state trasportate nel nord dell'Albania). Mercoledì la tensione al Palazzo di vetro era più forte del solito: se le accuse contenute nel “rapporto Marty” fossero fondate ciò vorrebbe dire che da dieci anni il Kosovo sarebbe governato da criminali di guerra e malavitosi il cui potere sarebbe sostenuto da alcune delle principali democrazie occidentali, Usa in testa, e protetto dalle armi della Nato.

Stefano Vaccara, collaboratore di Radio Radicale dal Palazzo di vetro, ha intervistato Lamberto Zannier che fa il punto della situazione.

L'intervista è disponibile sul sito di Radio Radicale oppure direttamente qui

martedì 1 febbraio 2011

CONSIGLIO D'EUROPA: OK AL "RAPPORTO MARTY" SUI CRIMINI DI GUERRA IN KOSOVO

di Marina Szikora [*]
Il Consiglio d'Europa nella sua sessione di gennaio ha confermato il rapporto di Dick Marty sul traffico di organi umani e criminalita' organizzata in Kosovo e ha dato sostegno alle indagini indipendenti relative a tutti gli elementi e nomi elencati nel rapporto dell'esperto svizzero. La maggioranza dell'Assemblea parlamentare ha approvato la risoluzione che sostiene il "rapporto Marty" confermando l'impegno che deve mettere luce su tutti gli atti criminali. A favore della Risoluzione hanno votato 169 deputati, 8 ne sono stati contrari e 14 gli astenuti. E' stato approvato anche l'emendamento di Dick Marty che chiede la definizione delle competenze dell'Eulex e/o qualche altro organo giuridico internazionale con mandato di svolgere le indagini. La risoluzione approvata lo scorso martedi' chiede la protezione delle fonti giornalistiche in quanto principale condizione del lavoro dei giornalisti e diritto all'informazione pubblica relativa alle questioni di interesse pubblico.

Nel suo intervento a Strasburgo, Dick Marty ha sottolineato che il suo documento sul traffico di organi umani non tratta la questione dello status del Kosovo come nemmeno le relazioni tra Serbia e Kosovo. Secondo le sue parole, non si tratta neanche di un rapporto contro i cittadini del Kosovo o contro il popolo albanese, non e' un rapporto che favoreggia la parte serba bensi' un documento sui diritti umani. Marty ha anche avvertito sulla situazione scandalosa relativa alla protezione dei testimoni nei processi che si trovano davanti al Tribunale per i crimini di guerra in ex Jugoslavia. Nel dibattito che si e' svolto a seguito dell'intervento di Marty, il rappresentante del gurppo dei socialisti, Claus de Vriese ha sottolineato che questo documento conduce al periodo piu' buio della recente storia europea ma ha precisato che "non e' una questione di sentenza, non sta' al CoE di infliggere sentenze, bensi' di chiedere indagini sui possibili crimini" ha detto Vriese.

I gruppi parlamentari dei democratici e dei liberali si sono congratulati con Dick Marty per il suo lavoro difficile e coraggioso in cui, secondo le loro parole, si evita la politica e si focalizza sulle tragedie umane. Dall'altra parte, secondo il rappresentante albanese, Špetim Idrizi, il rapporto di Marty si basa "sulla iniziativa russa appoggiata dalla Serbia" che ha come obiettivo, senza chiare prove, di condannare l'Ue, Stati Uniti, Kosovo, Albania, Hachim Tachi e l'UCK. Secondo il vicepresidente del parlamento kosovaro, Džavid Haljiti, il documento rappresenta una pubblicita' contro l'indipendenza del Kosovo ma ha affermato che il Kosovo e' pronto affinche' siano indagate tutte le accuse nella maniera europea. "La verita' e' primaria per il futuro di pace nei Balcani" ha detto Branko Ružić, il rappresentante della Serbia annunciando che il suo paese dara' pieno sostegno agli sforzi di far luce sul destino delle persone scomparse. Il capo della delegazione parlamentare serba, Dragoljub Mićunović ha rilevato che la democrazia si basa sul rispetto dei diritti umani e che sia compito del CoE ma anche di tutti gli uomini di scoprire la verita'. In questo caso, il signor Dick Marty sta' aiutando la verita', ha detto Mićunović a Strasburgo.

L'esito della sessione parlamentare di PACE e' stato salutato molto positivamente in Serbia. Il capo del gruppo parlamentare "Per la Serbia europea" Nada Kolundžija ritiene che si apre un nuovo capitolo per stabilire la piena verita' su quello che succedeva in Kosovo e ha sottolineato che il documento e' importante per la Serbia perche' illustra le stesse affermazioni che precedentemente sono state individuate in Serbia. Nel Partito democratico serbo ritengono che l'inizio dei colloqui tra Belgrado e Priština non deve essere ostacolato pero' dal fatto che verranno fatte indagini contro alcuni attuali esponenti di lavoro pubblico in Kosovo. Secondo Nada Kolundžija, la risoluzione del CoE non si deve utilizzare a scopi interni politici ma deve contribuire a stabilire la verita', la responsabilita' e portare al processamento dei colpevoli. Miloš Aligrudić, un altro rappresentante serbo e capo del gruppo parlamentare del DSS nel Parlamento serbo, ritiene che sia importante che per la prima volta in una tale istituzione si parla di crimini contro i serbi.

La relatrice del PE per il Kosovo, Ulrike Lunaček ha affermato che le indagini devono essere appoggiate sia dagli stati membri dell'Ue che dagli Stati Uniti. Nel suo comunicato, la relatrice del PE per il Kosovo si aspetta che le autorita' kosovare ma anche quelle albanesi collaborino strettamente nelle indagini con l'Eulex.
"L'opinione pubblica della Serbia e quella internazionale si aspettano che la comunita' internazionale e in particolare KFOR ed EULEX intraprendano misure adeguate affinche' si possa arrivare alla verita' relativa al rapporto di Dick Marty" ha detto Slavica Đukić Dejanović, presidente del Parlamento serbo. Sonja Licht, presidente del Fondo di Belgrado per l'ecellenza politica ha sottolineato l'importanza di trovare la modalita' per condurre indagini serie perche' e' indispensabile per il diritto internazionale e per lo stato di diritto. Secondo le sue parole, a causa del fatto che il Tribunale dell'Aja e la Corte Internazionale permamente (ICC) non hanno competenzei in questo caso, e siccome l'Eulex non puo' efficacemente condurre le indagini in Albania, sara' necessario trovare una modalita' innovativa per condurre indagini internazionali.
Per Čedomir Jovanović, leader del Partito liberaldemocratico la risoluzione e le reazioni dei parlamentari del CoE rappresentano una soddisfazione morale per le famiglie delle persone sequestrate in Kosovo. "La Serbia moderna in questo momento ha molte ragioni per quel tipo di soddisfazione su cui finora non aveva diritto, soprattutto perche' non riuscivamo a trovare dei partner e comprensione nel mondo" ha detto Jovanović a Strasbourgo aggiungendo che la risloluzione di PACE rappresenta incorraggiamento per tutti quelli che in Sebia hanno fatto molto per l'affermazione dei diritti umani, diritti civili e che hanno lottato contro la politica che si realizzava attraverso i crimini.

Per la BBC britannica, Dick Marty ha dichiarato pero' che il suo rapporto sul traffico di organi umani in Kosovo potrebbe restare una lettera morta sulla carta. Secondo Marty, appena si tratta del processo contro qualcuno che riveste un alto incarico politico, viene constatato che semplicemente non ci sono testimoni. Ha aggiunto che i testimoni e le loro famiglie vengono impauriti e ci sono state perfino uccisioni di testimoni. Marty punta anche sul fatto che il piu' scioccante e' che il suo documento ha suscitato scandalo mentre l'uccisione di testimoni negli ultimi anni non ha destato nessuna preoccupazione e si e' rimasti indifferenti. "La comunita' internazionale deve reagire. Il problema e' che ci sono ancora molti ministri e politici appesantiti dalle decisioni prese nel passato e che dovrebbero smentire qualcosa che avevano fatto nel passato" ha valutato Marti. Secondo Marty, la nuova amministrazione americana potrebbe forse stabilire una nuova linea, soprattutto perche' Washington ha molta piu' influenza in Kosovo e nei Balcani e ha molta piu' credibilita' rispetto all'Ue. Marty si e' detto sorpreso dalla dichiarazione della capo della diplomazia europea, Cathrin Aschton che non e' necessario nominare un procuratore speciale per indagare sul traffico di organi. Secondo le sue parole, una tale istituzione giuridica ad hock e' indispensabile e dovrebbe trovarsi fuori dal Kosovo per essere in grado di proteggere i testimoni e le loro famiglie non soltanto durante il processo ma anche dopo. "Le offese del premier albanese Sali Berisha il quale mi da' del antisemita e rassista non sono soltanto volgari, ma rappresentano anche l'abuso politico del mio rapporto per risolvere i problemi interni che sta' affrontando" ha detto criticamente Marty.

[*] Corrispondente di Radio Radicale. Il testo è la trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 1 febbraio

PASSAGGIO IN ONDA

La puntata di Passaggio a Sud Est andato in onda il 1° febbraio a Radio Radicale

Sommario della trasmissione

Albania: il punto della situazione politica con le opinioni di Darien Levani, vicedirettore di AlbaniaNews.it, e di Marjola Rukaj, corrispondente di Osservatorio Balcani e Caucaso
Crimini di guerra: l'assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa approva il "Rapporto Marty", le ripercussioni in Kosovo e Serbia
Kosovo: la formazione del nuovo governo dopo le elezioni politiche anche alla luce delle accuse del "Rapporto Marty" contro il premier Hashim Thaci
Croazia: le nuove difficoltà per l'adesione all'Unione Europea e la crescita dell'euroscetticismo

La trasmissione è stata realizzata con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura ed è riascoltabile direttamente qui


oppure sul sitodi Radio Radicale nella sezione delle Rubriche

martedì 18 gennaio 2011

CONSIGLIO D'EUROPA: SI AVVICINA L'ESAME DEI RAPPORTI MARTY E GARDETTO

A fine gennaio l'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa esaminerà e voterà il rapporto di Dick Marty sul presunto traffico di organi umani in Kosovo e successivamente si occuperà del rapporto sulla protezione dei testimoni nei Balcani redatto dal deputato di Monaco Jean Charles Gardetto secondo il quale in tutti i paesi dell'ex Jugoslavia i testimoni non sono abbastanza protetti soprattutto in Kosovo dove sono maggiormente minacciati.
Sul tema, qui di seguito, la corrispondenza di Marina Szikora per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda sabato 15 gennaio a Radio Radicale.

Il rapporto di Dick Marty sul traffico di organi umani in Kosovo verra' esaminato a fine gennaio e successivamente l'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa votera' anche il rapporto sulla protezione dei testimoni nei Balcani. Il deputato di Monaco ed autore di questo rapporto, Jean Charles Gardetto ritiene che in tutti i paesi dell'ex Jugoslavia i testimoni sono insufficentemente protetti e per di piu', che sono maggiormente minacciati in Kosovo. Nel suo rapporto si dice anche che in Kosovo non esiste nemmeno la legge sulla protezione dei testimoni che vengono perfino uccisi. Come ammesso anche dalle autorita' kosovare, non ci sono ne' avvocati, ne' procuratori ne' giudici che accetterebbero di partecipare nei processi per i crimini di guerra e sulla criminalita' organizzata. L'autore del rapporto sulla protezione dei testimoni nei Balcani in una intervista per la BBC, informa la B92serba, ha detto che le affermazioni contenenti nel Rapporto di Dick Marty sono degne di fiducia e che l'Eulex sia in grado di indagare su quanto indicato nel rapporto ma si tratta in questo caso anche di una decisione politica. Gardetto ha sottolineato che nei Balcani, secondo la sua opinione, non vi e' uno stato perfetto quando si tratta della protezione dei testimoni anche se si puo' dire che la Croazia in questo contesto e' il paese piu' avanzato, mentre la situazione in Kosovo, a tal proposito, e' la piu' grave. Questo, secondo il relatore, e' perche "da una parte non esistono leggi adeguate che acconsentirebbero la protezione dei testimoni. Esiste soltanto la regolamentazione dell'UNMIK che acconesntisce l'attuazione di certe misure, ma e' comunque tutto molto superficiale". Per quanto riguarda l'Eulex, esso lavora in modo professionale ma con mezzi a disposizione. Sono necessarie piu' persone il che renderebbe possibile una migliore protezione dei testimoni, soprattutto quando si tratta di casi in cui per proteggere i testimoni e' necessario trasferire intere famiglie dal Kosovo che di solito sono molto numerose. Nel suo rapporto, Jean Charles Gardetto ha valutato che in Kosovo la situazione e' talmente grave che le autorita' ammettono apertamente che in certi casi sensibili relativi alle accuse per crimini di guerra e' impossibile trovare giudici, procuratori e avvocati. Il Kosovo e' il paese in cui lo stato di diritto e ancora molto debole. Per questo motivo, e' dell'opinione il relatore, "sarebbe utile che le competenze vengano trasferite alla giustizia internazionale o alle corti miste composte da giudici stranieri e locali". Per quanto riguarda il relatore Dick Marty, Gardetto afferma che e' un membro prominente dell'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa, conosciuto per la sua serieta' ed onesta' intelettuale. Si tratta del membro dell'Assemblea che aveva gia' firmato rapporti estremamente delicati come il rapporto sulle prigioni segrete ed illegali della CIA americana in Europa e sul trasferimento illegale dei prigionieri da parte delle autorita' americane. Per questo, Gardetto e' convinto che il documento di Marty e' degno di fiducia. Ma cercare una prova assoluta, afferma, significa in effetti cercare qualcosa che per il relatore e' impossibile ed e' un modo per tentare di svalorizzare il lavoro del relatore parlamentare. Il suo ruolo invece e' quello di formare la sua opinione in base a degli elementi comuni e poi di mandare un messaggio politico indicando che vi sono prove per identificare l'esistenza del problema. Spetta poi agli organi giudiziari, sia nazionali che internazionali di svolgere il loro lavoro, sottolinea Gardetto nell'intervista alla BBC.

                          

martedì 11 gennaio 2011

PASSAGGIO IN ONDA

La puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda sabato 8 gennaio a Radio Radicale

La trasmissione si apre con un ricordo di Paolo Pietrosanti, militante e dirigente radicale scomparso prematuramente pochi giorni fa. Pietrosanti fu molto attivo nelle iniziative contro le dittature comuniste dell’Europa centro-orientale e, dopo la caduta del muro di Berlino, si traferì a Praga dove contribuì a dare vita ad un nucleo di radicali molto attivo sui temi transnazionali. Negli anni '90 si impegnò, tra l'altro, per l'istituzione della Corte penale internazionale permanente, per la creazione di un tribunale ad hoc sui crimini contro l'umanità commessi nella ex Jugoslavia e la conseguente campagna per l'incriminazione di Slobodan Milosevic. Per ricordare questo impegno, in particolare, la puntata propone un suo intervento ad una manifestazione radicale che si svolse a Roma nell'ottobre 1998.

Gli altri temi della trasmissione riguardano il semestre di presidenza ungherese dell'Unione Europea; l'integrazione europea di Croazia e Serbia; il problema della corruzione nei paesi dei Balcani occidentali; le reazioni kosovare contro il dossier del Consiglio d'Europa che accusa il premier Hashim Thaci di essere il capo di un'organizzazione criminale responsabile, tra l'altro del traffico illegale di organi espiantati a prigionieri di guerra serbi e non solo durante il conflitto del 1999; i problemi per la formazione del nuovo governo in Bosnia Erzegovina dopo tre mesi dalle elezioni; la situazione politica in Albania.

La trasmissione è stata realizzata con la collaborazione dei corrispondenti Marina Szikora e Artur Nura è riascoltabile qui



oppure sul sito di Radio Radicale nella sezione delle Rubriche.

                                                  

lunedì 28 giugno 2010

PASSAGGIO IN ONDA

La puntata di Passaggio a Sud Est del 26 giugno a Radio Radicale

In questa puntata un'intervista con lo scrittore Predrag Matvejevic condannato per aver definito "talebani" gli intellettuali che fomentarono l'odio etnico nei Balcani:  a partire dalla sua vicenda personale, il grande intellettuale parla dello stato delle democrazie dell'est europeo (definite "democrature", miscuglio di democrazie e dittature), delle conseguenze lasciate dai conflitti etnici nei Balcani, della crisi dell'Unione Europea e della politica che quasi ovunque sembra ormai aver smarrito ogni legame con la cultura.
Gli altri argomenti della trasmissione: il summit di Istanbul del Processo di Cooperazione del Sud Est Europa; la risoluzione della Commssione Esteri del PE sul Kosovo; la Serbia ed il Kosovo in attesa della decisione della Corte internazionale di giustizia dell'Onu sulla legittimità dell'indipendenza di Pristina; l'Albania e la sua intricata crisi politica di fronte all'Europa; la Croazia festeggia l'anniversario dell'indipendenza mentre proseguono i negoziati per l'adesione all'UE; il premier greco Papandreou auspica una soluzione della disputa con la Macedonia sul nome dell'ex repubblica jugoslava.

La puntata è stata realizzata come sempre con la collaborazione dei corrispondenti Marina Szikora e Artur Nura ed è riascoltabile direttamente qui



oppure è disponibile per il podcast sul sito di Radio Radicale nella sezione delle Rubriche (dove è possibile riascoltare anche tutte le puntate precedenti compresi gli Speciali del mercoledì).

domenica 27 giugno 2010

IL KOSOVO TRA EUROPA, POSSIBILI NUOVI NEGOZIATI E IPOTESI DI PARTIZIONE

Mercoledì scorso, 23 giugno, la Commissione Esteri del Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione in cui si raccomanda il riconoscimento internazionale del Kosovo ai cinque Stati UE che non lo hanno ancora fatto: Cipro, Grecia, Spagna, Slovacchia, Romania "dovrebbero riconoscere la dichiarazione unilaterale indipendenza del Kosovo". Il documento, approvato con 45 voti favorevoli, 14 contrari e due astenuti, ribadisce che il futuro del Kosovo è europeo e auspica "il più presto possibile" l'avvio dei colloqui tecnici per la liberalizzazione dei visti per i cittadini kosovari. Secondo l'ufficio di Ulrike Lunacek, relatrice del Parlamento Ue per il Kosovo, il testo sarà dIscusso dal Parlamento Ue in seduta plenaria a Strasburgo tra il 5 e il 7 luglio prossimo: in caso di approvazione il testo diventerà a tutti gli effetti una risoluzione del PE.

Il documento non è affatto piaciuto a Belgrado: il presidente serbo Boris Tadic, in un secco commento, ha dichiarato che la risoluzione "aumenta le tensioni senza alcuna ragione". E intervenendo al summit del Processo di cooperazione del Sud Est Europa che ha riunito lo stesso giorno ad Istanbul i capi di stato di 13 paesi dell'area, ha invitato l'UE ha dire "chiaramente e senza scuse se è pronta ad accogliere nella sua ala l'intera regione [dei Balcani occidentali] e a contribuire concretamente al raggiungimento di questo obiettivo". Dopo il vertice UE-Balcani occidentali svoltosi il 2 giugno a Sarajevo, in cui Bruxelles ha ribadito che il futuro della regione è nell'UE "la Serbia si aspetta ora [...] che quel messaggio venga tradotto in azione", ha dichiarato Tadic nel suo intervento.

"L'indipendenza dichiarata unilateralmente è solo un altro tentativo di imporre una soluzione unilaterale e un simile risultato è insostenibile" ha dichiarato il presidente serbo ribadendo che Belgrado "non riconoscerà mai e in nessun caso, né esplicitamente, né implicitamente l'indipendenza autoproclamata del Kosovo". La Serbia ha ottenuto di recente l'avvio del processo di ratifica da parte dei 27 Paesi UE dell'Accordo di Stabilizzazione e Associazione, il primo passo formale per l'adesione, siglata mell'aprile 2008 ma da allora rimasta congelata a causa delle resistenze dell'Olanda che lamenta la insufficiente collaborazione delle autorità serbe con il Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia. La questione è l'avvio, da parte della Commissione Europea, della procedura per l'attribuzione alla Serbia dello status di Paese candidato all'adesione all'UE. E' in tale quadro che si discute se imporre o no alla Serbia il riconoscimento del Kosovo come condizione per l'adesione.

Lo stesso giorno della risoluzione approvata dalla Commissione Esteri del PE, l'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa (organismo diverso e indipendente dall'UE che comprende 47 stati europei, 33 dei quali hanno riconosciuto l'indipendenza di Pristina) ha approvato una risoluzione in cui si afferma la necessità "di stabilire contatti operativi con le autorità del Kosovo al fine di rafforzare il suo ruolo nella provincia, pur mantenendo il suo status neutrale" circa l'indipendenza. "Nonostante le divisione sulla questione Kosovo" il documento raccomanda che gli Stati membri del Consiglio d'Europa "dovrebbero essere uniti nel sostenere un maggiore coinvolgimento dell'Organizzazione in Kosovo, nel bene di tutti i cittadini che vi vivono". Inoltre invita Belgrado e Pristina di adottare un "approccio flessibile per facilitare la partecipazione dei loro rappresentanti ai meetings internazionali, indipendentemente dalla questione dello status".

Intanto, mentre si torna a parlare di possibile partizione del Kosovo, un'ipotesi che nessuno sostiene ufficialmente ma che periodicamente compare all'orizzonte, si apprende che i negoziati sullo status del Kosovo tra Belgrado e Pristina potrebbero iniziare in settembre immediatamente dopo la decisione della Corte internazionale di giustizia dell'ONU, attesa per il 22 luglio, chiamata a decidere sulla legittimità della proclamazione di indipendenza alla luce del diritto internazionale. Questo almeno è quanto ha scritto il quotidiano serbo Blic sulla base di non meglio indicate "fonti ben informate". Il pronunciamento della Corte, chiesto e ottenuto dalla Serbia dopo una battaglia diplomatica all'ONU, ha solo valore consultivo, ma avrà un grande peso politico e diplomatico. Non a caso Ramush Haradinaj, leader dell'Alleanza democratica del Kosovo (ex premier ed ex imputato al Tribunale internazionale) ha invitato le forze politiche kosovare a elaborare una piattaforma comune in vista di possibili nuovi colloqui con Belgrado.