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lunedì 31 marzo 2014

TURCHIA: ERDOGAN PIU' FORTE DI TUTTO VINCE LE ELEZIONI LOCALI

Vittoria elettorale, economia forte, mancanza di un'alternativa politica: il premier si prepara (forse) alle presidenziali, ma resta l'incognita del grande nemico Fetullah Gulen.


Non sono bastate le accuse di corruzione, né le proteste contro la svolta autoritaria degli ultimi mesi e nemmeno certe rivelazioni compromettenti diffuse ultimamente: l'Akp del premier Recep Tayyip Erdogan ha vinto nettamente le elezioni amministrative di ieri, ottenendo oltre il 45% dei voti contro il 28% al principale partito di opposizione, il Chp. L'Akp conserva inoltre il controllo delle due principali città del paese, Istanbul e Ankara, mentre Smirne rimane, come da tradizione, al Chp. Da più parti si segnalano denunce di irregolarità, fra l'altro in molte decine di città è mancata la luce durante le operazioni di spoglio delle schede elettorali, ma la vittoria di Erdogan appare incontestabile, con un calo di 4 punti rispetto al trionfale 49,6 delle politiche del 2011, ma con un deciso balzo in avanti rispetto alle precedenti amministrative.

La stampa filo governativa ha accolto con toni trionfali il "voto di fiducia", come lo ha definito Sabah, ottenuto ieri dal premier, mentre Takym titola "Vai avanti, Maestro, il popolo è con te" e Star sottolinea che l'Akp e Erdogan "sono entrati nella storia con l'ottava vittoria elettorale consecutiva". Per Yeni Akit, invece, Erdogan ha "schiacciato gli avversari" e ha fatto collassare la "sporca alleanza fra Gulen, il Chp e le forze del male". Sul fronte opposto, l'autorevole analista Murat Yetkin, dalle colonne di Hurryet, invita a guardare in faccia la "nuda verità della politica turca": "La maggioranza degli elettori ha chiuso occhi e orecchie davanti alle accuse di corruzione perche' Erdogan glielo ha chiesto, ed ha ancora una grande influenza su di loro".

Oltre alla vittoria elettorale, Erdogan incassa anche le buone notizie sull'economia della Turchia che nel quarto trimestre 2013 è cresciuta ad un ritmo leggermente più veloce (+4,4% rispetto al +4,3 del terzo trimestre), mentre la crescita economica dell'intero anno si è attestata a +4%, rispetto al +2,1% del 2012. I mercati turchi, da parte loro, hanno reagito positivamente alla vittoria di Erdogan, evidentemente nella convinzione che questo garantisca stabilità al Paese: la Borsa di Istanbul oggi ha aperto con un +1,95%, mentre la lira turca ha toccato quota 2,163 rispetto al dollaro, il valore più alto dal 29 gennaio scorso.

Dopo la parentesi elettorale l'Unione Europea auspica che la Turchia rilanci gli sforzi per le riforme necessarie per proseguire il già complicato (e incerto) negoziato per l'adesione. Il che significa, ha detto ai giornalisti a Bruxelles Maja Kocijancic, portavoce dell'Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune europea, Catherine Ashton, “impegnarsi di nuovo pienamente sulle riforme in linea con gli standard europei sullo stato di diritto e sui diritti fondamentali”. La portavoce ha poi parlato degli "sviluppi preoccupanti" degli ultimi tre mesi e ha invocato sforzi "per raggiungere tutti i cittadini, inclusi quelli che non hanno votato per la maggioranza", in modo da assicurare "il più forte coinvolgimento possibile sulle riforme".

Le prime dichiarazioni di Erdogan dopo la vittoria, tuttavia, non promettono niente di buono. Parlando dal balcone della sede del Akp ad Ankara davanti a migliaia di sostenitori in festa, il premier ha annunciato, infatti, che ora i “traditori” della nazione “la pagheranno”. "Non ci sarà uno stato nello stato, è giunta l'ora di eliminarli", ha tuonato Erdogan con un chiaro riferimento a Fetullah Gulen, il capo della potente organizzazione cultural-religiosa Hizmet, che da grande sostenitore è diventato il più acerrimo nemico del premier che lo accusa di complottare per far cadere il suo governo. Il messaggio è chiaro: gli oppositori, da qualunque parte provengano, continueranno a trovare pane per i loro denti.

"Il popolo della Turchia oggi ha smontato tutti i piani e le trappole amorali, quelli che hanno attaccato la Turchia sono stati smentiti", ha affermato ancora il leader dell'Akp nella manifestazione che ha celebrato la vittoria. Cumhuriyet scrive che dal premier è venuto un "messaggio di rivalsa", mentre Radikal ritiene che Erdogan abbia pronunciato "minacce" e Karsi parla di "democrazia oscurata". La definizione pare appropriata, viste le misure prese contro Internet e social media, per non dire delle persecuzioni contro i giornalisti non allineati. E d'altra parte, con un successo simile, perché Erdogan dovrebbe tenere in conto gli ammonimenti di Bruxelles a lavorare sui diritti umani e sui diritti fondamentali “per vedere dei progressi reali della Turchia sul percorso europeo"? Siamo sicuri che gli interessi ancora quel percorso?

Ora, secondo molti osservatori, la vittoria di ieri spingerà Erdogan a presentarsi alle presidenziali del 10 agosto, le prime che si svolgeranno con elezione diretta, dopo la modifica della Costituzione voluta e ottenuta grazie alla forza parlamentare dell'Akp. Con l'appoggio della maggior parte della popolazione e l'economia che si mantiene forte, i favori del pronostico sono dalla sua. Di contro l'opposizione non appare in grado di proporre non solo un candidato, ma soprattutto una proposta politica e una “vision”, altrettanto forte. Gulen a parte, i maggiori problemi per Erdogan potrebbero venire dal suo stesso partito: ma all'Akp conviene azzoppare un cavallo così vincente? Certo, sul piano internazionale il bilancio non è altrettanto esaltante, ma da che mondo e mondo non è con la politica estera che si vincono le elezioni. In ogni modo, si prepara una nuova fase di forti tensioni: trattandosi della Turchia è quasi una non-notizia, ma ciò non la rende meno vera.


lunedì 3 febbraio 2014

TURCHIA: ALLE ELEZIONI CONTERANNO PIU' GLI SCANDALI O L'ECONOMIA?

Il premier turco e leader dell'Akp, Recep Tayyip Erdogan
Anche se alle elezioni locali in Turchia mancano poco meno di due mesi la campagna elettorale è ormai entrata nel vivo e, nonostante la stagione, la temperatura politica è già torrida. Non essendoci, nel sistema turco, un livello intermedio di governon tra amministrazioni locali ed esecutivo (come sono per esempio le regioni italiane o i laender tedeschi), il rinnovo dei consigli provinciali e comunali, che avviene in contemporanea in tutto il Paese, assume un grande rilievo: quello del 30 marzo 2014 sarà un test cruciale da cui potrà dipendere il futuro politico del primo ministro Recep Tayyip Erdogan. Secondo i sondaggi, il Partito della giustizia e dello sviluppo (Akp) rimane la prima formazione politica in Turchia. Ma le proteste contro il governo che per settimane hanno attraversato tutto il Paese la scorsa estate e lo scandalo tangenti che ha terremotato il quadro politico, riaccendendo lo scontro tra governo e magistratura, ha duramente colpito il partito del premier che appare in calo nelle intenzioni di voto e potrebbe addirittura perdere Istanbul, la sua roccaforte più importante oltre che città simbolo del Paese.

Le elezioni di marzo aprono un periodo elettorale che passerà per le presidenziali di agosto (le prime a elezione diretta) e arriverà alle politiche del 2015: dopo un decennio di successi, le amministrative di marzo potrebbero segnare l'inizio della parabola discendente dell'Akp e per lo stesso Erdogan. Secondo un sondaggio dell'istituto di ricerca Metropoll reso noto giovedì scorso la popolarità del premier sarebbe al 39,4%, cioè quasi dimezzata rispetto al 2007, quando poco meno di 3/4 dei cittadini turchi appoggiavano il suo operato. Un calo che non risparmia neanche il presidente della Repubblica Abdullah Gul, un tempo fedele alleato ma ora indicato come possibile avversario di Erdogan alle presidenziali, che in questi mesi ha cercato, grazie al suo ruolo istituzionale, di smarcarsi dall'immagine del premier. La cosa interessante è che mentre nell'ultimo mese, da quando è scoppiato lo scandalo della corruzione, mentre Erdogan ha perso poco più del 9% dei consensi, Gul ha perso quasi il doppio, mantenendo comunque quasi venti punti in più di gradimento rispetto al premier.

Che la posta in gioco sia alta e che il rischio di sconfitta a Istanbul il prossimo 30 marzo sia tutt'altro che remota, lo dimostra anche la decisione di Erdogan di scendere in campo direttamente per sostenere il candidato dell'Akp Kadir Topbas contro Mustafa Sarigul, presidente della municipalità di Sisli e suo principale sfidante sostenuto dal Partito repubblicano del popolo (Chp). Con un attacco di estrema durezza il premier, in una manifestazione pubblica, ha mostrato il rapporto preparato dalla commissione istituita dallo stesso Chp per indagare sui presunti illeciti commessi dalla municipalità di Sisli che avrebbe rilasciato autorizzazioni edilizie irregolari per decine di milioni di dollari. Sarigul, da parte sua, ha respinto ogni accusa sostenendo che non c'è nessun processo in corso a suo carico e che il consiglio di stato turco ha già archiviato il caso anni fa e che Erdogan sta portando avanti una campagna diffamatoria per minare la sua popolarità.

In effetti, mentre ad Ankara il candidato dell'Akp, Melih Gokcek, non dovrebbe avere problemi per la vittoria e a Izmir, storica roccaforte dell'opposizione, il sindaco del Chp si avvia alla riconferma, a Istanbul, stando ad un recente sondaggio dell'istituto Sonar, Sarigul sarebbe in leggero vantaggio su Topbas, attuale primo cittadino e fedelissimo del premier. Istanbul è una roccaforte del partito islamico moderato fin dai tempi del Partito della prosperità nel 1994. Erdogan ha iniziato la sua scalata al potere proprio come sindaco della città e perderla oggi rappresenterebbe un colpo durissimo e forse irreparabile: il segno della fine di un ciclo politico di grandi trasformazioni rappresentato dall'ascesa al potere di una nuova classe dirigente, dal ridimensionamento del vecchio establishment kemalista (in primis dei militari) e da uno sviluppo economico cresciuto con tassi da tigre asiatica. Ma ora proprio dall'economia arrivano segnali inquietanti. Forse, più che dalle piazze della protesta o dalle inchieste sugli scandali, i voti contro Erdogan potrebbero uscire dai portafogli degli elettori turchi.
[basato su un lancio dell'agenzia TMNews]

sabato 11 gennaio 2014

SPECIALE PASSAGGIO A SUD EST: TERREMOTO POLITICO IN TURCHIA

Un'immagine che attacca duramente il premier Erdogan
Il mondo politico turco è scosso dallo scandalo di corruzione che sta colpendo il governo, esponenti dell'Akp e uomini d'affari legati al premier Recep Tayyip Erdogan. Le inchieste e il conseguente scontro tra esecutivo e magistratura hanno alla base il conflitto con il predicatore islamico Fetullah Gulen e la sua potente organizzazione, che da sostenitori dell'ascesa politica dell'Akp e del suo leader sono diventati negli ultimi anni loro acerrimi avversari.
Il terremoto politico che rischia di travolgere il premier e il suo partito avviene all'inizio di un anno molto importante, che vedrà la Turchia andare al voto in marzo per le elezioni locali, in agosto per quelle presidenziali e successivamente per quelle politiche. Per il momento l'opinione pubblica turca resta sostanzialmente a guardare e i sondaggi indicano una flessione del consenso per Erdogan e l'Akp (iniziato all'epoca delle proteste per Gezi Park) che resta comunque il partito di maggioranza relativa.
Tutto questo mentre restano irrisolte diverse questioni politiche e istituzionali interne e in uno scenario internazionale (quello che va dal nord Africa all'Asia centrale passando per il Medio Oriente) estremamente complesso, instabile e denso di inconginte  in cui la Turchia è uno dei protagonisti. Uno scenario agitato dal conflitto in corso all'interno del mondo islamico e in particolare nella famiglia sunnita.

Per cercare di capire quello che sta accadendo e immaginare la possibile evoluzione nei prossimi mesi, la trasmissione propone le opinioni di Alberto Tetta, giornalista e collaboratore da Istanbul dell'agenzia TMNews, e Fabio Salomoni, ricecatore presso la Koc Universitesi di Istanbul, la relazione su costituzione e democrazia in Turchia tenuta dal professor Andrea Gratteri nell'ambito del convegno "La Turchia come attore globale e regionale" svoltosi presso la SIOI il 16 dicembre, e un passaggio del forum sulla politica internazionale con il ministro degli Esteri Emma Bonino svoltosi a Radio Radicale il 27 dicembre.

La registrazione integrale dello Speciale è ascoltabile direttamente qui


venerdì 10 gennaio 2014

IL TERREMOTO POLITICO IN TURCHIA: ERDOGAN ALL'ATTACCO

Il premier turco Recep Tayyp Erdogan va all'attacco contro magistratura e polizia per reagire agli scandali di corruzione che stanno seriamente minacciando il suo governo ed il suo potere personale. Nei giorni scorsi il governo turco ha deciso la rimozione dall'incarico dei capi della polizia di 16 importanti citta' del paese, fra cui la capitale Ankara, mentre il capo della polizia di Istanbul era gia' stato destituito il mese scorso dopo il primo blitz anti-corruzione del 17 dicembre. E' stato rimosso anche il vicecapo della pubblica sicurezza nazionale. Le 'purghe' di Erdogan – come sono state definite da qualcuno - hanno colpito centinaia di alti funzionari e di agenti della polizia turca, che sono stati destituiti o trasferiti, fra cui la maggior parte di coloro che hanno partecipato alle inchieste anti-corruzione che coinvolgono politici e imprenditori vicini al governo e al partito del premier. Il contrattacco di Erdogan non è però bastato finora a far rientrare la crisi e ora il premier punta ad una riforma della giustizia che riveda i poteri della magistratura.

Molti dei funzionari silurati sono considerati vicini alla confraternita islamica del predicatore Fetullah Gulen, che dopo essere stato un suo sostenitore da tempo ha ingaggiato uno scontro con Erdogan. E proprio questo scontro, sempre più aspro, secondo l'opinione di molti analisti turchi, sta dietro l'ondata di arresti di questi giorni. Il tribunale di Ankara a inizio anno ha aperto un'indagine sulle infiltrazioni della confraternita religiosa nella magistratura dopo la denuncia presentata dell'ex-ministro della Giustizia e vice-presidente dell'Akp, Mehmet Ali Sahin. E per complicare le cose, contro Gulen si è schierato anche il leader di un'altra importante confraternita religiosa, il "Movimento Nur", considerata vicina al governo, facendo presagire uno scontro anche tra i gruppi religiosi che hanno sostenuto fino ad ora Erdogan.

Erdogan deve inoltre fronteggiare critiche e defezioni nel suo stesso partito. Il 25 dicembre i tre ministri coinvolti dalle indagini dopo l'arresto dei loro figli si sono dimessi e il premier ha annunciato un rimpasto di governo che ha coinvolto dieci i membri dell'esecutivo che sono stati sostituiti in accordo con il presidente della Repubblica Abdullah Gul: tra di essi c'è l'ex ministro degli Esteri e attuale ministro per gli Affari europei, Egemen Bagis. La decisione, è ovvio, è stata accolta con irritazione dai diretti interessati, tanto che l'ex titolare dell'Ambiente, Erdogan Bayraktar, ha invitato lo stesso premier a lasciare l'incarico "per amore della nazione".

La possibilità che Erdogan decida di dimettersi per andare a elezioni anticipate lo stesso giorno delle elezioni amministrative già fissate per il prossimo 30 marzo non è da escludere, secondo alcuni osservatori. Il premier, pur in calo di consensi, secondo i sondaggi mantiene ancora un consistente sostegno popolare e potrebbe decidere di andare alla conta con i suoi avversari interni ed esterni. Del resto non sarebbe la prima volta, e lo stesso ordinamento giuridico turco in materia stabilisce tempi e modi in maniera precisa. Un accordo in questo senso tra Erdogan e il presidente della repubblica Abdullah Gul renderebbe possibile l'operazione. Dal canto suo il presidente Abdullah Gul ha assicurato che se vi e' stata corruzione, non verra' nascosta, marcando in qualche modo anche in questa occasione una differenza di toni rispetto al premier. Non solo perché è il presidente della repubblica, ma anche perché è il principale avversario di Erdogan nell'Akp e potrebbe essere il suo sfidante alle prossime elezioni presidenziali.

I toni usati dal premier nelle sue uscite pubbliche, sono stati molto netti fin dai primi giorni in cui lo scandalo è esploso. Il 21 dicembre ha parlato di “reti nello Stato che sono state usate come società segrete”, assicurando che saranno smantellate come è stato fatto per le proteste di Gezi Park. Pochi giorni fa ha denunciato il "tentativo di assassinio" volto a colpire “il futuro e la stabilità" della Turchia sostenendo la tesi di un "complotto" per destabilizzarlo. Ieri ha ripetuto che la sovranità non appartiene alla magistratura né al governo ma al popolo e che se i giudici si prendono un potere che non appartiene loro saranno giudicati per questo.

E in tutto questo, che fanno i militari che per decenni sono stati gli intransigenti custodi dell'ortodossia repubblicana kemalista e ai quali proprio Erdogan è riuscito a togliere potere dopo uno scontro durato vari anni? Il potente esercito turco, per ora non si è fatto coinvolgere dal terremoto politico, ma ha sfruttato l'occasione per tornare a far sentire la sua voce e difendere i propri ufficiali condannati a pesanti pene per cospirazione. Il 27 dicembre lo Stato maggiore ha presentato una denuncia penale alla procura di Ankara contro le condanne di centinaia di ufficiali, sostenendo che le prove sono state "manipolate" e "fabbricate" e sono state "ignorate le argomentazioni della difesa" chiedendo nuovi processi. I vertici militari assicurano di non voler essere coinvolti nella “tangentopoli” che sta scuotendo il quadro politico, ma la stampa filogovernativa non si è lasciata scappare l'occasione di indicare la loro iniziativa come un pretesto per aprire la strada ad un intervento militare.

Le misure prese dal governo di Ankara contro poliziotti e prefetti che indagano sulla corruzione in Turchia sono "soggetto di inquietudine per la UE", ha detto qualche giorno fa il portavoce della Commissione, Olivier Bailly, sottolineando che Bruxelles chiede "immediatamente" ad Ankara di "rispettare i criteri sullo stato di diritto" connessi allo status di Paese candidato all'adesione alla UE e di "prendere misure" per "assicurarsi che le accuse e i comportamenti sbagliati di certi dirigenti siano trattati senza discriminazioni". Intanto, però, ieri il governo ha presentato in parlamento un disegno di legge per mettere sotto piu' stretto controllo il Consiglio supremo dei giudici e dei procuratori (il Csm turco) e il sistema giudiziario. L'esame del provvedimento inizierà la settimana prossima. Secondo le indiscrezioni di stampa il disegno di legge trasferirebbe tutti i poteri giudiziari al ministro della giustizia in modo tale che il sistema giudiziario sia direttamente controllato dall'esecutivo. Se la nuova normativa sarà approvata - e sembra scontato, dato che l'Akp ha la maggioranza assoluta nel parlamento turco – l'UE e non solo avranno un motivo di inquietudine in più.

martedì 4 giugno 2013

TURCHIA: LA FORZA E I LIMITI DELLA PROTESTA

Qui di seguito riporto un articolo di Sabine Freizer, a lungo responsabile del Programma Europa dell'International Crisis Group, pubblicato originariamente sul quotidiano Today's Zaman il 2 giugno scorso e tradotto in italiano sul sito di Osservatorio Balcani e Caucaso.



Turchia: reclamare il proprio spazio


C'era il sapore della vittoria quando i dimostranti di Istanbul, il primo giugno, hanno riguadagnato Piazza Taksim, il cuore della città. Le proteste erano iniziate qualche giorno prima quando un piccolo gruppo di attivisti aveva bloccato le ruspe pronte a sradicare gli alberi del Parco Gezi, proprio dietro la piazza centrale di Taksim, il primo passo per la costruzione di un grande edificio al posto della zona verde.

I manifestanti hanno organizzato un sit-in pacifico contro il quale la polizia è intervenuta più volte con un uso eccessivo della forza. Poi, il 31 maggio, dopo che la polizia aveva transennato il parco, la protesta si è riversata nelle strade di Taksim, dove per tutto il giorno la polizia ha lanciato lacrimogeni contro la gente che si assemblava nella piazza centrale, lungo la principale arteria pedonale di Taksim, İstiklal Avenue o nelle strade vicine.

Infine, nel pomeriggio del primo giugno, sono scesi in piazza in migliaia per protestare contro l'atteggiamento della polizia e quest'ultima si è ritirata.

I cittadini di Istanbul hanno dimostrato di essere in grado di reclamare il loro spazio pubblico. Ma cos'altro hanno dimostrato questi eventi della vita politica e della democrazia in Turchia?

Chiaramente, non si è trattato di alcuna “Primavera araba” o “Rivolta di piazza Tahir”, come troppo in fretta è stato affermato da alcuni sui social media, nei primi sovreccitati momenti. Come ha subito ricordato il primo ministro turco Recep Tayyip Erdoğan, la Turchia è una democrazia e chiunque abbia problemi con la politica espressa dal governo può scegliere una via diversa alle elezioni.

Ciononostante questi eventi mostrano l'esistenza di un forte senso di frustrazione nei confronti della situazione politica nel paese. Molte delle persone che sono scese per strada hanno la sensazione che la loro voce non venga più ascoltata.

Nelle ultime elezioni, tenutesi nel giugno 2011, quasi il 50% delle preferenze sono andate al Partito per la giustizia e lo sviluppo (AKP), il 26% al Partito repubblicano del popolo (CHP) e il 5,5% al Partito di Azione nazionalista (MHP). Da allora l'AKP, e in particolar modo il primo ministro, hanno in modo incrementale fatto pesare la propria posizione di maggioranza, di contro l'opposizione è stata incapace di guadagnare spazio.

Nel frattempo, i media hanno perso gran parte della loro voce. Giornalisti sono stati licenziati o coinvolti in casi di diffamazione per il loro atteggiamento critico o per i loro articoli di giornalismo investigativo. Secondo il Comitato per la difesa dei giornalisti (CPJ) quasi 50 giornalisti sarebbero attualmente dietro le sbarre. Se vi è un po' di coraggioso dibattito sulla carta stampata e sui social media, dove alcuni commentatori hanno migliaia di follower, la televisione turca sembra invece, a volte, quasi sovietica.

Nel fine settimana, mentre gli scontri stavano proseguendo nel centro di Istanbul e in altre città, la maggior parte dei principali canali televisivi mandavano in onda programmi culturali e di intrattenimento. I turchi o si sintonizzavano su un canale pressoché sconosciuto, “Halk TV” (TV della gente) oppure si rivolgevano ai social media. Mentre la CNN International andava in onda con dirette da Piazza Taksim, la sera del primo giugno, la CNN Turchia faceva vedere delfini e pinguini.

Da notare che questo è un momento chiave della politica turca, i legislatori stanno riscrivendo la costituzione. Non dovrebbe forse essere la prospettiva dell'adozione di una nuova costituzione a promuovere il dibattito e la partecipazione? Ma se nel  2012, si erano tenuti alcuni incontri pubblici sul tema, da allora il dibattito sulla nuova carta si è svolto perlopiù dietro le porte chiuse della relativa commissione parlamentare.

Anche in questo caso i media non hanno aiutato. Le notizie in merito sono state quasi sempre negative: la commissione non riesce a trovare l'accordo; alla commissione sono stati dati altri tre mesi; l'AKP sta per riunire e proporre un proprio testo. Sino ad ora la grande maggioranza dei cittadini turchi non ha sentito alcun senso di responsabilità e partecipazione nel processo.

Gli eventi dei giorni scorsi possono cambiare le cose.

Le dimostrazioni, partite per difendere un parco, si sono presto trasformate in aperta contestazione al primo ministro. La sua linea dura e intransigente dimostrata la mattina del primo giugno, e la sua decisione di continuare con i progetti di eliminazione del Parco Gezi, hanno contribuito a spingere in strada molti cittadini di mezz'età di Istanbul che si stavano ancora chiedendo se erano stati sufficientemente “attivisti” nell'affrontare i lacrimogeni della polizia. Nei successivi cortei di massa uno dei principali slogan è stato “Erdoğan, dimettiti”.

Il primo ministro è ben lontano dal lasciare il suo posto, e probabilmente ha ancora il sostegno del 50% degli elettori del paese. Vi sono voci secondo le quali le riforme costituzionali possano essere utilizzate dall'AKP per trasformare il paese in un sistema presidenziale, con Erdoğan che andrebbe ad assumere il nuovo - e potenziato - ruolo di presidente alle elezioni del 2014. Dato un mandato di 5 anni, se eletto due volte, Erdoğan potrebbe restare alla guida della Turchia per un altro decennio, sino al 2023, il centesimo anniversario dalla fondazione del paese.

Le proteste di Istanbul hanno dimostrato di cosa sono in grado i cittadini se si uniscono, attraversando linee di divisione religiose, economiche e ideologiche. Ma mostrano anche tutti i limiti delle azioni per strada in una democrazia che si basa sullo stato di diritto.

Le prossime battaglie dovrebbero infatti avvenire in parlamento e alle elezioni, ed il 2014 in questo senso - con le elezioni amministrative e presidenziali ed un possibile referendum sulla nuova carta costituzionale - potrebbe fornire ampie possibilità. Per per non dissipare tale opportunità i media, i partiti politici e le élites di governo devono però iniziare a prendere sul serio i loro ruoli democratici. E' tempo di reclamare uno spazio nella solita - ma essenziale – politica.

lunedì 3 giugno 2013

TURCHIA: COSA VUOLE DAVVERO ERDOGAN?

Un centro commercialea (e una moschea) al posto del parco Gezi di Istanbul, una legge restrittiva sulla vendita di alcolici (in un Paese in cui il loro consumo riguarda comunque una piccola minoranza della popolazione), il celebre pianista Fazil Say che finisce in guai giudiziari per un tweet un po' infelice, lo scrittore di origine armena Sevan Nisanyan condannato per una frase ritenuta offensiva per il Profeta. E ancora: il non riconoscimento degli Aleviti, i troppi giornalisti in carcere, l'articolo 101 del codice penale che, nonostante le modifiche, resta una spada di Damocle sulla libertà di espressione, la rivalutazione del passato ottomano, la riprovazione per la pubblicità "lasciva", il sindaco di Ankara che invita ad evitare affettuosità in pubblico, la riforma in senso presidenzialista (non ancora approvata) della costituzione.


Qual è il vero progetto politico di Erdogan? Che ne è dell'Akp da molti paragonato alla Dc italiana o alla Cdu tedesca? E che fine ha fatto il pragmatismo del premier che in un decennio ha dato visibilità alla Turchia religiosa e conservatrice (ma non estremista), ha portato al potere una nuova classe dirigente scalzando il vecchio establishment kemalista e ha saputo innescare una crescita economica senza precedenti? Il premier, forte di tre vittorie elettorali consecutive a furor di popolo, negli ultimi tempi sembra sempre più preda di pulsioni autoritarie: si dice convinto che "la religione non impone nulla di male"; definisce "manciata di saccheggiatori" le persone scese in piazza in questi giorni e violentemente aggredite e picchiate dalla polizia; definisce i social media (Twitter in testa) "la peggiore minaccia alla società"; liquida tutti coloro che consumano alcolici come "alcolizzati"; dichiara pubblicamente che la legge precedente sull'alcol era stata scritta da un ubriacone, dimenticando che l'autore era nientepopodimenoche Ataturk in persona.

Negli ultimi mesi, a proposito delle iniziative e degli atteggiamenti venuti dal premier Erdogan mi sono trovato d'accordo con gli osservatori e gli esperti che vedevano in esse più la solita disposizione turca all'autoritarismo piuttosto che la prova del disegno islamista dell'Akp. E però, gli avvenimenti delle ultime settimane fanno sorgere il timore che le due pulsioni possano saldarsi, materializzando le fosche previsioni dei più accesi critici di Erdogan. Scrive oggi il professor Renzo Guolo su Repubblica: "Più un partito islamista come l'Akp [...] diventa 'affidabile' sul piano sistemico, interno e internazionale, tanto più dovrà irrigidirsi sul piano de valori e dei costumi. In Turchia come altrove. Se attenua troppo il suo profilo religioso, intacca il consenso dell'elettorato islamista. Ne va della stessa matrice originaria di una formazione che [...] ha radici nell'islam politico".

Erdogan, in effetti, è stato una figura di spicco del disciolto Refah Partisi e finì in carcere nel 1998 con l'accusa di incitamento all'odio religioso per aver declamato pubblicamente i versi del poeta Ziya Gökalp: "Le moschee sono le nostre caserme, le cupole i nostri elmetti, i minareti le nostre baionette ed i fedeli i nostri soldati". Uscito dal carcere, fondò il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (Akp), su posizioni più moderate rispetto a precedenti formazioni islamche turche. Considerati i trascorsi e visti gli avvenimenti degli ultimi mesi non bisogna necessariamente essere accecati dal pregiudizio per nutrire qualche timore sui rischi di involuzione in Turchia. Piuttosto, proprio chi, come il sottoscritto, ha sempre guardato con interesse alla politica di Erdogan, sia sul piano interno che su quello internazionale, e resta convinto dell'adesione della Turchia all'Unione Europea, non può non essere oggi molto preoccupato, senza per questo rimpiangere i tempi degli interventi dei militari a difesa della laicità della repubblica kemalista. [RS]

venerdì 6 gennaio 2012

TURCHIA: ARRESTATO L'EX CAPO DI STATO MAGGIORE ILKER BASBUG

Ilker Basbug (File Photo)
Iniziamo il 2012 con una notizia clamorosa che arriva oggi dalla Turchia: una nuova puntata dell'annoso scontro tra governo islamico-moderato e forze armate che, nonostante le basse temperature stagionali, ha fatto immediatamente arrivare al calor bianco la temperatura politica a cavallo del Bosforo. L'ex capo di Stato maggiore turco, Ilker Babsug, è stato infatti arrestato oggi con l'accusa di voler rovesciare il governo di Recep Tayyip Erdogan. Il provvedimento, senza precedenti, è l'ennesimo episodio del braccio di ferro fra l'esercito, pilastro fondamentale dell'establishment kemalista, e il governo islamico-moderato. Basbug è l'ultimo degli ufficiali che, in ordine di tempo, sono stati arrestati nelle indagini su presunte cospirazioni contro il governo dell'Akp, ma è la prima volta nella storia del paese che un così alto grado militare viene posto in custodia cautelare.

Il 2 gennaio la magistratura ha aperto un'inchiesta a carico del generale nell'ambito dell'indagine sul presunto coinvolgimento delle forze armate nell'apertura di siti web di propaganda antigovernativa. Il nome di Basbug sarebbe stato fatto da diversi testimoni che lo avrebbero accusato di aver ordinato la creazione dei siti: tra gli accusatori l'ex primo comandante dell'esercito, il generale Hasan Igsiz, il generale Mehmet Eroz e il capitano Murat Uslukilic. La propaganda anti Akp su Internet rientrerebbe in un più ampio piano risalente al 2010, denominato “Piano d'azione per la lotta al sistema reazionario”. Secondo quanto riferito dall'avvocato Ilkay Sezer all'emittente Ntv, Basbug ha negato le accuse e ha definito "tragicomici" i capi di imputazione, ma dopo un interrogatorio durato sette ore i magistrati hanno deciso di arrestarlo.

L'ex capo di Stato maggiore, che ha guidato le forze armate dal 2008 al 2010, è accusato anche di essere coinvolto nella pubblicazione del comunicato dell'aprile 2007, con cui l'esercito lasciava intendere che sarebbe potuto intervenire se Abdullah Gul, uno dei massimi esponenti dell'Akp, già ministro degli Esteri di Erdogan, fosse stato eletto presidente della Repubblica. Un pronunciamento che subito rimandò la memoria ai colpi di stato con cui i militari nel passato avevano esautorato governi accusati di voler rovesciare i fondamenti della repubblica kemalista. Nelle elezioni del luglio 2007 Erdogan conquistò una maggioranza parlamentare tale da consentirgli di avviare le prime riforme per indebolire l'influenza delle forze armate e a mettere mano alla Costituzione del 1982, frutto dal golpe militare del 1980. Gul fu poi eletto presidente nell'agosto successivo.

Su Basbug grava, inoltre, il pesante sospetto di una possibile partecipazione a Ergenekon, l'organizzazione segreta che avrebbe cercato di destabilizzare il Paese con la violenza per rovesciare il governo Erdogan. Fino a questo momento sono oltre 300 le persone coinvolte nell'inchiesta, fra cui giornalisti, docenti universitari, imprenditori, intellettuali e, naturalmente, militari. Molti pensano o sospettano, però, che il caso sia stato gonfiato e sfruttato dal governo per mettere fuori gioco o quanto meno in difficoltà personaggi particolarmente critici nei confronti del governo. In effetti, lo scontro tra l'establishment, depositario (vero o presunto) dell'eredità kemalista e l'Akp, interprete della nuova classe dirigente anatolica arrivata al potere nell'ultimo decennio, va avanti da anni, e senza esclusione di colpi. Martedì scorso, la procura generale di Ankara, ha annunciato un atto d'accusa contro i due autori del golpe del 1980 ancora in vita: l'ex capo di stato maggiore Kenan Evren, che oggi ha 95 anni, e l'ex capo delle forze aeree, Tahsin Sahinkaya. L'iniziativa è stata interpretata da una parte dell'opinione pubblica come un ulteriore avvertimento dell'esecutivo alle forze armate.

Sarà estremamente interessante osservare ora che sviluppi avrà il clamoroso arresto di Basbug e, più in generale il braccio di ferro governo-militari. Certo, questo durissimo colpo all'establishment, proprio all'inizio dell'anno in cui Erdogan dovrebbe procedere con il progetto di riforma della costituzione per il quale non ha i numeri sufficienti in parlamento, fa supporre che i prossimi mesi saranno piuttosto tormentati. Per la Turchia si è trattato certamente di un inizio d'anno col botto. E non certo in senso pirotecnico. [RS]

venerdì 5 agosto 2011

TURCHIA, ACCORDO ERDOGAN/MILITARI: COMINCIA LA SECONDA REPUBBLICA?

L'accordo tra il premier turco Erdogan e i militari sui nuovi vertici delle forze armate segna una svolta storica per la Turchia: per la prima volta l'etablishment militare deve arretrare di fronte al potere politico. E' forse l'inizio della "seconda repubblica", ma il governo islamico-moderato deve dimostrare di voler utilizzare la nuova situazione per estendere diritti e libertà


Non è ancora un armistizio, ma un “cessate il fuoco” sì. Una tregua con cui il premier turco Recep Tayyip Erdogan e i militari hanno deciso, almeno per ora, di sospendere le ostilità che si trascinano ormai da anni tra governo islamico-moderato e establishment militare. Il Supremo Consiglio Militare turco ha infatti concluso ieri la sua riunione, dopo quattro giorni di lavori, trovando un compromesso sui nuovi vertici delle forze armate. Si tratta di un risultato importante e per nulla scontato, viste le premesse, ovvero le clamorose dimissioni in blocco del capo di stato maggiore generale Isik Kosaner e dei vertici delle tre armi annunciate il 29 luglio scorso. Alla base di quella decisione senza precedenti, c’erano gli arresti avvenuti nei mesi scorsi di alti ufficiali dell'esercito accusati di fare parte dell'organizzazione segreta Ergenekon, che in passato avrebbe cercato di rovesciare l'attuale esecutivo islamico-moderato con il cosiddetto piano “Balyoz” (colpo di martello), risalente al 2003. A dare fuoco alle polveri è stato però il rifiuto di Erdogan di promuovere i militari che sono attualmente in carcere in attesa di giudizio per quell’inchiesta.

L’accordo sulle nuove nomine è stato raggiunto grazie alla lunga e delicata mediazione portata avanti dallo stesso Erdogan e dal capo di stato maggiore ad interim, Necdet Ozel, che ha dovuto trattare con un esecutivo che non ha mai fatto mistero di voler sottomettere le forze armate alla politica, restringendo il ruolo e il potere che per oltre tre quarti di secolo esse hanno avuto nella repubblica turca fondata da Kemal Ataturk. Proprio le dimissioni in blocco dei vertici militari potrebbero, però, avere indotto Erdogan a cercare un accordo con maggiore convinzione. In effetti, il compromesso, frutto di un "ampio consenso" secondo la stampa turca, è stato trovato dopo riunioni fiume e, a giudicare dall’esito del negoziato, Ozel per il momento sembra essersi dimostrato all'altezza del ruolo che si è trovato a ricoprire. Erdogan, da parte sua, ha ottenuto un risultato che alla lunga potrebbe dimostrarsi di enorme portata, ovvero sottomettere le nomine dei vertici militari al potere politico, nello stesso tempo, però, dovrà ora dimostrare abilità e diplomazia nei rapporti con le forze armate, che mantengono pur sempre un ruolo rilevante nella società turca.


Ozel, un pragmatico, non pregiudizialmente ostile al governo in carica e disponibile ad una trattativa sulla questione curda, è stato così confermato capo di stato maggiore generale. Il comando dell’esercito è stato assegnato al generale Hairy Kivrioglu, la figura meno sgradita al governo tra i candidati possibili, per quanto non certo fra i favoriti di Erdogan. Nel 2015, Kivrioglu, secondo la prassi, dovrebbe poi prendere il posto di Ozel. L'aeronautica passa invece sotto il comando del generale Mehmet Erten, mentre al vertice della marina arriva l’ammiraglio Murat Bilgel. Ozel è riuscito, inoltre, a mettere in stand-by per un anno i 14 militari in carcere per i quali il governo voleva il pensionamento. Su questo punto delicatissimo, Erdogan ha rinunciato per ora a calcare la mano rinviando la questione all'anno prossimo. Per quanto riguarda, infine, i due “duri” Saldiray Berk e Aslan Guner (famoso per aver negato due volte il saluto alla moglie del presidente Gul perché indossa il velo islamico), il primo andrà in pensione, mentre l’altro, un po’ a sorpresa ma non troppo, andrà a dirigere l'accademia militare.

L’esito della trattativa può essere interpretato anche come frutto di un atteggiamento diplomatico di Erdogan, interessato forse più a consolidare i nuovi rapporti di forza del governo nei confronti delle forze armate, piuttosto che a imporre a tutti i costi il suo potere. Anche perché, i nuovi comandanti militari sono tutti ufficiali formatisi in una Turchia in cui le forze armate erano autorizzate a intervenire nella vita civile se la situazione lo richiedeva. E non hanno esitato a farlo ogni volta che lo hanno ritenuto opportuno: con veri e propri colpi di stato (come nel 1960, nel ’70 e nell’80), con “pronunciamenti”, come quello con cui nel 1997 costrinsero alle dimissioni l’allora premier Erbakan (padre politico di Erdogan), o come l’”avvertimento” lanciato via Internet nel 2007 proprio a Erdogan, con cui tentarono di impedire l’elezione di Gul alla presidenza della repubblica. Un’iniziativa che però non ebbe successo e che costituì il primo successo di Erdogan nel suo braccio di ferro con i militari. Ora, quale che sia l’andamento del confronto Akp/militari nel futuro più o meno immediato, è un fatto che, per la prima volta, i militari hanno ceduto di fronte al governo e in Turchia, da più parti, gli analisti cominciano a parlare di "seconda repubblica", prodotto delle trasformazioni cominciate quando l’AKP salì al governo nel 2002 e che hanno portato ad un graduale ridimensionamento dell’influenza delle Forze armate, parallelo alla perdita di potere delle élites kemaliste.

Tuttavia, l’irrompere sulla scena politica di strati sociali tradizionalmente esclusi dai meccanismi di governo, grazie all’ascesa dell’Akp, e l’esclusione dell’esercito dalla politica, ha scritto per esempio Aslı Aydıntaşbaş su Milliyet, “non sta a significare che la lotta per la democrazia sia finita. Abbiamo ancora problemi di democrazia e di diritti umani. Non avremo più ‘il regime di sicurezza nazionale’, ma non c’è dubbio che concetti come ‘autoritarismo civile’, ‘autoritarismo soft’ e ‘democrazia illiberale’ siano ancora molto attuali”. Con il ridimensionamento del potere dei militari l’Akp dovrà dunque dimostrare di saper utilizzare la nuova situazione per estendere e rafforzare i diritti di cittadinanza e le libertà fondamentali. Da questo punto di vista la questione curda rappresenta un vero e proprio banco di prova per il governo. “Tutte le giustificazioni avanzate finora sugli impedimenti creati dalle autorità militari non avranno più senso”, ha affermato Filiz Koçali, co-leader del Bdp (il Partito della pace e democrazia che rappresenta i curdi in parlamento), e “il segnale più palpabile del passaggio da un autoritarismo militare ad un governo realmente democratico – o ad uno stato di polizia-militarista – si vedrà dai passi compiuti nella questione curda”. [RS]

lunedì 20 giugno 2011

COSA PENSA LA TURCHIA?

Capire la nuova Turchia dal di dentro: è questo l'intento di "Che cosa pensa la Turchia?", una raccolta di nove saggi scritti da esperti turchi e personalità politiche di diversa provenienza (islamici, laici, curdi e liberali) che analizzano in che modo questioni importanti come l'identità nazionale, la democratizzazione e l'evoluzione della politica estera di Ankara sono viste dall'interno della nuova Turchia.
Il volume è pubblicato dall'European Council on Foreign Relation (ECFR) ed è stato realizzato in collaborazione con il Centre for Economics and Foreign Policy Studies (EDAM) di Istanbul, il Centre for Liberal Strategies (CLS) di Sofia la Mercator Stiftung che ha fornito il supporto finanziario. I saggi sono stati raccolti nel corso di due missioni di studio a Istanbul, Ankara e Gaziantep condotte nel mese di novembre 2010 e nel febbraio-marzo 2011.

Tre sono le questioni principali che sono state poste agli autori dei testi:
1. La nuova Turchia con la sua diversità interna, è in grado di riconciliare tensioni storiche e guarire ferite profonde?
2. La Turchia si sta muovendo verso il consolidamento di conquiste democratiche o è minacciata da una tirannia populista della maggioranza o addirittura da un regime autoritario?
3. Perché la Turchia sta agendo in maniera indipendente dall'Occidente? E' un partner o una rivale per l'UE e gli Stati Uniti, in particolare nei Paesi vicini?

Molti turchi si sentono alienati dalla crescente riluttanza dell'Unione Europea ad ammettere la Turchia come Paese membro e di conseguenza l'UE è assente da molti dibattiti interni anche se in diverse questioni potrebbe avere un ruolo importante: la questione dell'identità e delle differenze interne, con particolare attenzione alla questione curda; il processo di democratizzazione e di riforma costituzionale; lo sviluppo economico e i massici legami con Europa; l'attrazione che la Turchia può esercitare sui suoi vicini del Medio Oriente grazie ai suoi stretti legami economici e politici con l'Europa. Il volume fornisce una serie di prospettive e di opinioni dirette che danno conto del ivace dibattito politico in corso in Turchia
La pubblicazione, in formato Pdf e in inglese, è scaricabile direttamente dal sito dell' European Council on Foreign Relation.

L'ECFR ha chiesto a diverse personalità europee un commento sui contenuti del volume, sulle analisi e le opinioni proposte. Qui di seguito vi riporto (in inglese) quello di Emma Bonino (ringrazio Filippo Di Robilant per la segnalazione).

What does Turkey think?
Giovedì 16 giugno, 2011

On the report: it is a collection of recent essays from leading Turkish intellectuals, political figures, journalists and diplomats that bring together a range of perspectives on Turkey's dilemmas, priorities and aspirations. The aim of the report is to offer a reference point for an international audience looking at better understanding the backdrop of Turkey's recent transformations. The report's starting point is that Turkey is no longer the country the West once knew and, in order to unravel the puzzle that Turkey is today, it is necessary to delve deeper into the ways the country sees itself and the world (in questo senso è nel solco del lavoro fatto dai due rapporti dell'Independent Commission). The report singles out three key areas of public discussion. The first is a rather familiar one: can the new Turkey deal with its internal diversity, reconcile historical tensions and heel deep wounds? (in altre parole, mettere assieme i conservatori dell'AKP, i secolaristi, i Curdi, gli alevi, le comunità non musulmane, gli intellettuali liberali, ecc...?). The answer is overall hopeful, though rethinking fundamental issues such as nationhood, citizenship and relations between state and religion is still a work in progress and the solutions are not obvious. The second key area is a fairly new one. It is a reflection of the fact that, while Turkey has replaced the tutelage of the military-bureaucratic apparatus with a more advanced democratic regime, the AKP has been in a leading position for a decade (meno di Berlusconi da noi, sic!). Is Turkey moving in the direction of consolidating democratic achievements or is it threatened by populist majoritarianism, or even authoritarian rule with a socially conservative tinge? Some fear "putinisation" at the horizon (i recenti risultati elettorali dovrebbero contenere questo processo). The third key area explores the reordering of Turkey's foreign relations. Why is Turkey acting independently from the West? Is it a partner or a rival of the US and the EU? All the authors seem to agree that change in foreign policy has to do with the redistribution of global political, economic and ideological power. So the issue of how to bring Europe back surfaces again. The EU may be increasingly absent from Turkey's public debates - and, in parallel, the Turkish public is losing faith that Turkey will ever make it in the EU - but the EU has not lost its significance altogether. For instance, it plays an important role in each of the three areas of debate explored by the report. Nobody in Turkey would challenge the fact that a revitalised membership perspective would affect positively the pace and the quality of the democratisation process; nor that the country's competitiveness in the global economy depends largely on access to the EU's massive internal market. In other words, if it's true that it's too early to write the EU off, it's equally true that in the current situation the EU is not indispensable and a prolonged status quo scenario is possible. The reason for this is that, above all, Turkey is self-confindent and optimistic (because of its economic growth, its demographic profile and its foreign policy assertiveness), which makes it non-Western at a moment when the West is pessimistic. This makes Turkey generally unaware of its structural vulnerability and pushes it to underestimate others (in particular: if it doesn't carry on with reforms it will end up caught between Europe's high-tech economies and Asia's low-wage economies; that foreign policy successes may be seriously put under stress as stakes increase and room for manoeuvre narrow; and growing polarisation of society may lead to authoritarianism). So, for the moment, the EU does not appear to be Turkey's major strategic objective, but rather its insurance policy. The status quo looks stable. While the opinion polls still register considerable levels of support for Turkish accession, support for the EU is heavily mediated by party affiliation: if AKP decided to change its position on the EU, the current figures could change dramatically. For this reason, the report concludes that, to make interdependence work, the EU needs to readily engage the new Turkey.

Comments: the report is an excellent reference point but it is obviously politically overshadowed by the election results of last Sunday. For Erdogan they were an extraordinary achievement given that he has won three absolute majorities in a row, which makes him a towering figure at home and a confident statesman abroad. AKP won about 50% of the vote on Sunday, up from 47% in 2007 although it translated in less seats, from 331 to 326. He now faces a greater number of adversaries in Parliament, in particular the Republican People's Party (135 seats, eredi di Ataturk) whose new leader, Kemal Kilicdaroglu, has revamped what was a shrine-worshipper into a viable social democratic party, and the Kurdish movement (36 seats) that has now become part of mainstream politics. Turkish voters have clearly denied Erdogan a supermajority that would have enabled him to fashion a new Constitution moving Turkey from a parliamentary to a presidential system along French lines. AKP has amended in the past the current Constitution so that future presidents will no longer be elected by Parliament but by universal suffrage. In Turkey's already highly centralized system and already-polarized political environment, a "one-party" Constitution and a move towards a presidential system does not look like a good idea: it could lead to rivalry or paralysis between a strengthened president and a traditionally powerful Prime Minister, both backed by popular mandate; or it could further erode checks and balances and thus reinforce autocratic tendencies. Erdogan acknowledged, in his victory speech, that the new arithmetic of Parliament needs dialogue with the Opposition and cross-party consensus for constitutional changes. His words are welcomed but this cooperation will be up-hill, not least because of his increasingly imperious attitude and intolerance to criticism.