Intervista a Matteo Tacconi
Coordinatore del portale RassegnaEst.com
La crisi economica della Russia dipende dalle sanzioni decise da Stati Uniti ed Unione Europea, ma soprattutto dalla caduta del prezzo del petrolio e dalla svalurtazione del rublo: una situazione che ha origini antecedenti alla crisi con l'Ucraina. L'interscasmbio con l'Italia e il ruolo italiano nel quadro delle sanzioni decise dall'Unione Europea.
Ascolta qui l'intervista a Radio Radicale
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giovedì 5 marzo 2015
mercoledì 25 febbraio 2015
GRECIA: L'ACCORDO ALL'EUROGRUPPO E' UNA VITTORIA O NO PER TSIPRAS?
Intervista a Dimitri Deliolanes
Corrispondente dall'Italia della Radiotelevisione pubblica greca
L'Eurogruppo ha dato parere positivo alla prima lista di riforme presentata dal nuovo governo greco guidato da Alexis Tsipras.
Dopo la grande vittoria alle elezioni anticipate di gennaio, è una vittoria o una sconfitta per il leader di Syriza?
Ascolta direttamente qui l'intervista per Radio Radicale
Corrispondente dall'Italia della Radiotelevisione pubblica greca
L'Eurogruppo ha dato parere positivo alla prima lista di riforme presentata dal nuovo governo greco guidato da Alexis Tsipras.
Dopo la grande vittoria alle elezioni anticipate di gennaio, è una vittoria o una sconfitta per il leader di Syriza?
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venerdì 6 febbraio 2015
DEBITO GRECO: I NODI DELLA QUESTIONE
A due settimane dalla vittoria elettorale che ha portato Syriza al governo in Grecia, con i primi passi compiuti dal neo premier Alexis Tsipras e dal suo ministro dell’Economia, Yanis Varoufakis, si sono delineati con precisione le questioni che oppongono Atene alle istituzioni europee e agli altri partner comunitari. Un utile promemoria compilato dall’agenzia Askanews li mette in fila con ordine e permette di aver chiari i termini della questione.
Primo problema: il "prestito ponte". Atene lo chiede per poter fronteggiare le esigenze di finanziamento fino a quando si potrà chiudere un accordo complessivo: il mese di maggio, secondo quanto ha dichiarato Varoufakis. Il problema è che la Banca centrale europea ha fatto chiaramente capire di non pensarci nemmeno. Dall’Eurotower di Francoforte hanno fatto sapere, informalmente, che Draghi ha spiegato al ministro greco che alla Bce è vietato il finanziamento dei debiti pubblici. L'idea di costruire il "prestito ponte" emettendo titoli di Stato a breve scadenza da far comprare alla Bce sembra dunque impraticabile e occorre trovare in fretta un'altra strada visto che il 28 febbraio scade il programma di sostegno europeo.
Il secondo problema è la Troika. L'organismo formato da Banca centrale europea, Commissione europea e Fondo monetario internazionale, e che finora ha avuto un ruolo centrale in questa vicenda, è il principale bersaglio di Syriza e dei movimenti politici che contestano le politiche economiche dell'UE e di tutti i governi dell’area Euro. Ora che è arrivata al governo sull’onda di un vasto consenso popolare, Syriza deve rispettare le sue promesse elettorali rifiutando di trattare con la Troika. L'Unione Europea su questo non è pregiudizialmente ostile, ma una riforma dell'organismo richiede tempi lunghi che la Grecia non si può permettere. Dunque, o Atene ammorbidisce le sue richieste oppure sarà difficile anche solo avviare una discussione.
La terza questione riguarda la necessità di trovare dei punti su cui trattare o quanto meno un terreno comune su cui avviare il negoziato. Il taglio netto e consistente del debito greco, su cui insiste il nuovo esecutivo di Atene, è una prospettiva che le istituzioni europee e i maggiori partner, che sono ormai creditori diretti della Grecia, non possono accettare in questi termini. I Paesi creditori possono accettare una proroga delle scadenze dei pagamenti e di rivedere i tassi di interesse, ma non certo la riduzione richiesta dai greci. Anche qui, a meno di un ammorbidimento delle posizioni da una parte o dall'altra, è difficile capire come si possa trovare un compromesso.
C'è poi il problema che la questione va ben oltre l'ambito dell'unione monetaria. Gli investitori che hanno accettato di scommettere sul recente ritorno sul mercato della Grecia dopo anni, si sono trovati in mano titoli di Stato triennali con un valore diminuito di circa un terzo rispetto a quello di acquisto. Penalizzarli ulteriormente rischia di far cadere la reputazione della Grecia così in basso da impedirle per molti anni di finanziarsi sul mercato e allungherebbe il tempo necessario per ricorrere agli aiuti dell'Unione.
Infine c'è il problema del rapporto con il Fondo monetario internazionale. Se da una parte il Fmi ha fatto
qualche autocritica sulle politiche imposte alla Grecia, ora non può non pretendere la restituzione di quanto erogato e dunque potrebbe mostrarsi più intransigente anche degli stessi tedeschi. Un diverso trattamento per la Grecia costiutirebbe infatti un precedente dalle conseguenze imprevedibili per tutti i programmi di aiuto presenti e futuri con altri Paesi. Le dichiarazioni di Cristine Lagarde nei giorni delle elezioni greche sono state eloquenti a questo proposito, così come la netta smentita che da New York è arrivata alle affermazioni di Varoufakis sull'avvio di negoziati.
L'11 febbraio è prevista un riunione straordinaria dei Paesi dell'area Euro sulla situazione della Grecia. Lo ha annunciato la portavoce del presidente dell'Eurogruppo Dijsselbloem. La data limite per trovare un'intesa resta il 28 febbraio, quando scade il programma di assistenza finanziaria.
[Fonte Agenzia Askanews]
Primo problema: il "prestito ponte". Atene lo chiede per poter fronteggiare le esigenze di finanziamento fino a quando si potrà chiudere un accordo complessivo: il mese di maggio, secondo quanto ha dichiarato Varoufakis. Il problema è che la Banca centrale europea ha fatto chiaramente capire di non pensarci nemmeno. Dall’Eurotower di Francoforte hanno fatto sapere, informalmente, che Draghi ha spiegato al ministro greco che alla Bce è vietato il finanziamento dei debiti pubblici. L'idea di costruire il "prestito ponte" emettendo titoli di Stato a breve scadenza da far comprare alla Bce sembra dunque impraticabile e occorre trovare in fretta un'altra strada visto che il 28 febbraio scade il programma di sostegno europeo.
Il secondo problema è la Troika. L'organismo formato da Banca centrale europea, Commissione europea e Fondo monetario internazionale, e che finora ha avuto un ruolo centrale in questa vicenda, è il principale bersaglio di Syriza e dei movimenti politici che contestano le politiche economiche dell'UE e di tutti i governi dell’area Euro. Ora che è arrivata al governo sull’onda di un vasto consenso popolare, Syriza deve rispettare le sue promesse elettorali rifiutando di trattare con la Troika. L'Unione Europea su questo non è pregiudizialmente ostile, ma una riforma dell'organismo richiede tempi lunghi che la Grecia non si può permettere. Dunque, o Atene ammorbidisce le sue richieste oppure sarà difficile anche solo avviare una discussione.
La terza questione riguarda la necessità di trovare dei punti su cui trattare o quanto meno un terreno comune su cui avviare il negoziato. Il taglio netto e consistente del debito greco, su cui insiste il nuovo esecutivo di Atene, è una prospettiva che le istituzioni europee e i maggiori partner, che sono ormai creditori diretti della Grecia, non possono accettare in questi termini. I Paesi creditori possono accettare una proroga delle scadenze dei pagamenti e di rivedere i tassi di interesse, ma non certo la riduzione richiesta dai greci. Anche qui, a meno di un ammorbidimento delle posizioni da una parte o dall'altra, è difficile capire come si possa trovare un compromesso.
C'è poi il problema che la questione va ben oltre l'ambito dell'unione monetaria. Gli investitori che hanno accettato di scommettere sul recente ritorno sul mercato della Grecia dopo anni, si sono trovati in mano titoli di Stato triennali con un valore diminuito di circa un terzo rispetto a quello di acquisto. Penalizzarli ulteriormente rischia di far cadere la reputazione della Grecia così in basso da impedirle per molti anni di finanziarsi sul mercato e allungherebbe il tempo necessario per ricorrere agli aiuti dell'Unione.
Infine c'è il problema del rapporto con il Fondo monetario internazionale. Se da una parte il Fmi ha fatto
qualche autocritica sulle politiche imposte alla Grecia, ora non può non pretendere la restituzione di quanto erogato e dunque potrebbe mostrarsi più intransigente anche degli stessi tedeschi. Un diverso trattamento per la Grecia costiutirebbe infatti un precedente dalle conseguenze imprevedibili per tutti i programmi di aiuto presenti e futuri con altri Paesi. Le dichiarazioni di Cristine Lagarde nei giorni delle elezioni greche sono state eloquenti a questo proposito, così come la netta smentita che da New York è arrivata alle affermazioni di Varoufakis sull'avvio di negoziati.
L'11 febbraio è prevista un riunione straordinaria dei Paesi dell'area Euro sulla situazione della Grecia. Lo ha annunciato la portavoce del presidente dell'Eurogruppo Dijsselbloem. La data limite per trovare un'intesa resta il 28 febbraio, quando scade il programma di assistenza finanziaria.
[Fonte Agenzia Askanews]
lunedì 2 febbraio 2015
LA VITTORIA DI ALEXIS TSIPRAS VISTA DALLA CROAZIA
Di Marina Szikora
La vittoria del partito dell'estrema sinistra Syriza alle elezioni anticipate greche e' un evento storico sia per la Grecia che per l'Europa, scrive in un commento, subito dopo l'esito del voto, uno dei piu' noti giornalisti e analisti di politica estera croato e precisa che alla vittoria netta di Syriza ha aiutato il sistema elettorale greco. Pero', piaccia o non piaccia, la vittoria di Syrize e' un buon segnale sia per la Grecia che per l'Europa, prosegue questo commento e rileva che per la prima volta, alle elezioni ha vinto il partito che ha contrastato apertamente la dittatura di Bruxelles e di Berlino. Quando nel 2012 il socialista Francois Hollande ha vinto alle elezioni presidenziali francesi, la sua prima visita di stato e' stata quella in Germania, ricorda l'autore, Damir Matkovic e aggiunge che i messaggi elettorali e post elettorali di Alexis Tsipras fanno presumere pero' che ne' la Germania ne' l'Ue non potranno ignorare le richieste e proposte greche. Nelle prime reazioni la Germania ha rigettato ogni idea di nuovi negoziati. Anche se la cancelliera Angela Merkel e' il sostenitore piu' duro del pieno adempimento degli obblighi greci, persino a prezzo di una ripresa piu' lenta dell'economia greca, non e' da trascurare il fatto che nel febbraio 1953 con l'Accordo di Londra gli alleati avevano cancellato la meta' dei debiti tedeschi. Era chiaro che la Germania distrutta dalla guerra non poteva riprendersi sotto un debito cosi' pesante. La Germania aveva ottenuto un'altra agevolazione: il debito veniva pagato soltanto con i soldi dell'esportazione delle merci e dei servizi. In altre parole, se i creditori volevano i loro soldi, dovevano importare di piu' dalla Germania. All'epoca, tra i creditori che cosi' generosamente avevano alleggerito il debito tedesco, c'era anche la Grecia, ricorda l'analista politico croato.
Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 1 febbraio a Radio Radicale
La vittoria del partito dell'estrema sinistra Syriza alle elezioni anticipate greche e' un evento storico sia per la Grecia che per l'Europa, scrive in un commento, subito dopo l'esito del voto, uno dei piu' noti giornalisti e analisti di politica estera croato e precisa che alla vittoria netta di Syriza ha aiutato il sistema elettorale greco. Pero', piaccia o non piaccia, la vittoria di Syrize e' un buon segnale sia per la Grecia che per l'Europa, prosegue questo commento e rileva che per la prima volta, alle elezioni ha vinto il partito che ha contrastato apertamente la dittatura di Bruxelles e di Berlino. Quando nel 2012 il socialista Francois Hollande ha vinto alle elezioni presidenziali francesi, la sua prima visita di stato e' stata quella in Germania, ricorda l'autore, Damir Matkovic e aggiunge che i messaggi elettorali e post elettorali di Alexis Tsipras fanno presumere pero' che ne' la Germania ne' l'Ue non potranno ignorare le richieste e proposte greche. Nelle prime reazioni la Germania ha rigettato ogni idea di nuovi negoziati. Anche se la cancelliera Angela Merkel e' il sostenitore piu' duro del pieno adempimento degli obblighi greci, persino a prezzo di una ripresa piu' lenta dell'economia greca, non e' da trascurare il fatto che nel febbraio 1953 con l'Accordo di Londra gli alleati avevano cancellato la meta' dei debiti tedeschi. Era chiaro che la Germania distrutta dalla guerra non poteva riprendersi sotto un debito cosi' pesante. La Germania aveva ottenuto un'altra agevolazione: il debito veniva pagato soltanto con i soldi dell'esportazione delle merci e dei servizi. In altre parole, se i creditori volevano i loro soldi, dovevano importare di piu' dalla Germania. All'epoca, tra i creditori che cosi' generosamente avevano alleggerito il debito tedesco, c'era anche la Grecia, ricorda l'analista politico croato.
Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 1 febbraio a Radio Radicale
lunedì 26 gennaio 2015
LA CRISI ECONOMICA FAVORISCE I NAZIONALISMI IN EUROPA
Di Marina Szikora
Il quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung, nell'edizione del 15 gennaio 2015 ha pubblicato un articolo in cui l'ex ministro degli esteri tedesco Joschka Fischer scrive che le conseguenze della crisi finanziaria hanno contribuito alla rinascita del nazionalismo in Europa. Un tale sviluppo della situazione, secondo Fischer, nuoce all'Ue e la politica deve offrire finalmente qualcosa che sara' in grado di contrastarlo. Fischer afferma che si scorge la fine della crisi dell'euro e che almeno i mercati finanziari si sono calmati nonostante il fatto che il cambio della valuta sta affondando e l'economia nei paesi meridionali dell'Ue in crisi sta stagnando. L'intera zona euro soffre perche' praticamente o quasi per niente non vi e' crescita e perche' vi e' la minaccia di deflazione, scrive l'ex ministro tedesco. Vista l'evidente incapacita' dell'Eurogruppo di porre finalmente fine alla crisi che dura da anni o di offrire ai paesi colpiti qualcosa di simile alla prospettiva di crescita, piuttosto che offrire appelli rituali e una dura politica di risparmio, non sorprende il fatto che in molti paesi membri dell'Ue sta scomparendo la pazienza per la politica di risparmio. Dallo spazio politico, avverte Fischer, arriva la minaccia di una grande catastrofe per il progetto europeo.
Uno scatto potrebbe essere nuovamente la Grecia. Come lo si poteva aspettare, il parlamento di Atene non e' riuscito ad eleggere il nuovo presidente con la maggioranza di due terzi. Il parlamento e' quindi stato sciolto e adesso, il 25 gennaio ci saranno le nuove elezioni alle quali c'e' il grande rischio dell'arrivo di Syriza al potere, il partito dei socialisti di sinistra. A condizione di vincere e di non voler fare il grande broglio elettorale. Syriza quindi deve insistere sui nuovi negoziati relativi al ricompenso degli aiuti finanziari della Troika, vale a dire dell'Ue, della Banca centrale europea e del Fondo monetario internazionale. Nel caso che i negoziati falliscano, il governo di Syriza dovra' intraprendere misure unilaterali, spiega Fischer. Precisa che il controverso favoreggiato delle elezioni greche, Cipras da settimane e' in contatto con Berlino, Parigi e con la Banca europea centrale. I colloqui con il capo della Coalizione della sinistra radicale si conducono anche attraverso il segretario di stato Asmussen che per questo non ha nemmeno un mandato ufficiale. Ma gia' da adesso si puo' prevedere che i nuovi negoziati e concessioni dopo la vittoria elettorale di Syriza porteranno ad effetti di slavina nella zona di crisi meridionale dell'Ue e in Francia.
Il quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung, nell'edizione del 15 gennaio 2015 ha pubblicato un articolo in cui l'ex ministro degli esteri tedesco Joschka Fischer scrive che le conseguenze della crisi finanziaria hanno contribuito alla rinascita del nazionalismo in Europa. Un tale sviluppo della situazione, secondo Fischer, nuoce all'Ue e la politica deve offrire finalmente qualcosa che sara' in grado di contrastarlo. Fischer afferma che si scorge la fine della crisi dell'euro e che almeno i mercati finanziari si sono calmati nonostante il fatto che il cambio della valuta sta affondando e l'economia nei paesi meridionali dell'Ue in crisi sta stagnando. L'intera zona euro soffre perche' praticamente o quasi per niente non vi e' crescita e perche' vi e' la minaccia di deflazione, scrive l'ex ministro tedesco. Vista l'evidente incapacita' dell'Eurogruppo di porre finalmente fine alla crisi che dura da anni o di offrire ai paesi colpiti qualcosa di simile alla prospettiva di crescita, piuttosto che offrire appelli rituali e una dura politica di risparmio, non sorprende il fatto che in molti paesi membri dell'Ue sta scomparendo la pazienza per la politica di risparmio. Dallo spazio politico, avverte Fischer, arriva la minaccia di una grande catastrofe per il progetto europeo.
Uno scatto potrebbe essere nuovamente la Grecia. Come lo si poteva aspettare, il parlamento di Atene non e' riuscito ad eleggere il nuovo presidente con la maggioranza di due terzi. Il parlamento e' quindi stato sciolto e adesso, il 25 gennaio ci saranno le nuove elezioni alle quali c'e' il grande rischio dell'arrivo di Syriza al potere, il partito dei socialisti di sinistra. A condizione di vincere e di non voler fare il grande broglio elettorale. Syriza quindi deve insistere sui nuovi negoziati relativi al ricompenso degli aiuti finanziari della Troika, vale a dire dell'Ue, della Banca centrale europea e del Fondo monetario internazionale. Nel caso che i negoziati falliscano, il governo di Syriza dovra' intraprendere misure unilaterali, spiega Fischer. Precisa che il controverso favoreggiato delle elezioni greche, Cipras da settimane e' in contatto con Berlino, Parigi e con la Banca europea centrale. I colloqui con il capo della Coalizione della sinistra radicale si conducono anche attraverso il segretario di stato Asmussen che per questo non ha nemmeno un mandato ufficiale. Ma gia' da adesso si puo' prevedere che i nuovi negoziati e concessioni dopo la vittoria elettorale di Syriza porteranno ad effetti di slavina nella zona di crisi meridionale dell'Ue e in Francia.
domenica 25 gennaio 2015
#GRECIA2015: SPECIALE ELEZIONI
Uno Speciale di Passaggio a Sud Est per capire che Paese e con che spirito e quali aspettative i cittadini greci vanno alle urne oggi per elezioni anticipate (provocate dallo scioglimento del Parlamento in seguito alla mancata elezione del presidente della repubblica) che in base a tutti i sondaggi vedrà la vittoria di Syriza, la "Coalizione della sinistra radicale", guidata da Alexis Tsipras.
Quali sono i possibili scenari dopo il voto; quali saranno le possibili conseguenze sul resto dell'Unione Europea e sulla moneta unica; quali effetti la vittoria di Syriza potrebbe avere sul rilancio della prospettiva federalista e democratica per l'Europa.
Interventi in trasmissione di:
Elisabetta Casalotti, giornalista di Elefterotipia (in collegamento da Atene)
Dimitri Deliolanes, corrispondente dall'Italia della radiotelevisione greca Ert (in collegamento da Atene)
Antonio Ferrari, editorialista del Corriere della Sera,
Marco Cappato, dirigente radicale, consigliere del Gruppo radicale federalista europeo al Comune di Milano
Ascolta qui la trasmissione
Quali sono i possibili scenari dopo il voto; quali saranno le possibili conseguenze sul resto dell'Unione Europea e sulla moneta unica; quali effetti la vittoria di Syriza potrebbe avere sul rilancio della prospettiva federalista e democratica per l'Europa.
Interventi in trasmissione di:
Elisabetta Casalotti, giornalista di Elefterotipia (in collegamento da Atene)
Dimitri Deliolanes, corrispondente dall'Italia della radiotelevisione greca Ert (in collegamento da Atene)
Antonio Ferrari, editorialista del Corriere della Sera,
Marco Cappato, dirigente radicale, consigliere del Gruppo radicale federalista europeo al Comune di Milano
Ascolta qui la trasmissione
martedì 20 gennaio 2015
LE GRECIA, L'EUROPA E LA DEMOCRAZIA
Ecco perché un radicale liberista si augura la vittoria di Tsipras
di Marco Cappato, Consigliere del Gruppo Radicale federalista europeo al Comune di Milano, tesoriere dell'Associazione Luca Coscioni
Il Manifesto - 20 gennaio 2015
L'eventuale successo di Tsipras sarebbe (a titolo personalissimo) una buona notizia anche per me, radicale e liberista, perché segnalerebbe l’esigenza di democratizzazione federalista della politica economica europea e rappresenterebbe una speranza persino per obiettivi antistatalisti e liberali estranei a Tsipras.
Prima il metodo: la “governance” economica europea non è “governo” perché è il risultato di una selva di trattati tecnicamente complicatissimi cresciuti attorno al fiscal compact e sottratti ad un processo democratico. Non vale obiettare che la responsabilità è comunque di governi democratici, perché il filtro della governance è opaco e tecnicistico al punto da non tollerare interazione con l’opinione pubblica. Una vittoria di Tsipras impedirebbe ai protagonisti della governance europea di operare prescindendo dall’opinione pubblica di un paese europeo che raccoglie ampi riscontri anche in altri paesi. I Greci possono avere torto, ma l’ostilità contro Bruxelles e Berlino è problema europeo prima che greco. La democratizzazione federalista delle politiche economiche europee è obiettivo non più rinviabile, e il semplice fatto che Tsipras sia favorito sta obbligando l’Unione europea (e la Germania nell’Ue) a trattare la questione più seriamente, a partire dalle trattative sull’acquisto di titoli di Stato da parte della Banca centrale europea.
Se vince Tsipras, infatti, la linea Draghi esce rafforzata nella richiesta di riforme istituzionali nella direzione federalista, per trasformare l’acquisto di debito pubblico da misura d’emergenza a soluzione strutturale di governo europeo dei debiti sovrani; si rafforza la proposta di Michel Rocard che la Banca centrale europea possa prestare direttamente a tasso zero ai paesi in avanzo primario, attivando il ciclo virtuoso della diminuzione del costo del debito.
Solo così esiste una speranza di arrivare a ridurre gradualmente debiti consistenti, magari riuscendo, paradossalmente, ad evitare ciò che Tsipras propone: la ristrutturazione dei debiti nazionali, che potrebbe comunque essere necessaria in paesi come l’Italia, come lo è stata per la Grecia (ma la Germania è riuscita a scaricare il costo sul fondo monetario internazionale invece che sulla banche tedesche) o come lo fu nel ’53 per la Germania, quando la comunità internazionale evitò di ripetere l’errore dell’umiliazione del debito che dopo la prima guerra mondiale spianò la strada al nazismo.
Passando dal metodo al merito, la speranza “liberista” in Tsipras è certamente meno scontata, ma è fondata. Finché un paese come il nostro è soffocato dagli 80 miliardi di interessi sul debito pubblico, l’ostacolo a politiche liberali è immenso perché l’effetto delle riforme finirebbe inghiottito dal pozzo senza fondo del debito e degli interessi, come accaduto per le riforme delle pensioni o per le privatizzazioni. Schiacciati dal debito, non rimane spazio per ricentrare la spesa dall’assistenzialismo al welfare, per disinvestire da aziende partecipate inefficienti e investire nella conversione ecologica e contro il dissesto idrogeologico. La popolarità di una rivoluzione liberale, ancora necessaria, era forte negli anni ’90 ma, dopo il boicottaggio anti-costituzionale dei referendum radicali, è oggi indebolita sia da 20 anni di promesse non mantenute da parte di chi ha usato i vessilli liberali per svendere privilegi monopolistici, sia dalla sensazione che ogni “sacrificio” sia vano di fronte ai vincoli di debito e deficit. Non è un caso se due economisti liberisti come Alesina e Giavazzi propongono di passare per lo sfondamento del vincolo del 3% del rapporto tra deficit e debito pubblico per realizzare riforme pur molto diverse o opposte da quelle di Tsipras.
Conoscendo gli epigoni italiani di Tsipras, dove la “sua” lista è servita da scialuppa di salvataggio per gli spezzoni della sinistra conservatrice italiota, c’è certamente il rischio che sia usato o si lasci usare per riproporre soluzioni stataliste, corporativiste e di difesa di ciò che rimane dell’iniquo welfare dei garantiti (che sono sempre di meno) contro gli ultimi (che sono sempre di più). Il rischio c’è, ma è meglio correrlo, perché l’alternativa è la certezza depressiva e antidemocratica della “governance” europea. Una boccata di ossigeno federalista europeo, e magari persino liberale, può essere una delle conseguenze della eventuale vittoria di Tsipras.
di Marco Cappato, Consigliere del Gruppo Radicale federalista europeo al Comune di Milano, tesoriere dell'Associazione Luca Coscioni
Il Manifesto - 20 gennaio 2015
L'eventuale successo di Tsipras sarebbe (a titolo personalissimo) una buona notizia anche per me, radicale e liberista, perché segnalerebbe l’esigenza di democratizzazione federalista della politica economica europea e rappresenterebbe una speranza persino per obiettivi antistatalisti e liberali estranei a Tsipras.
Prima il metodo: la “governance” economica europea non è “governo” perché è il risultato di una selva di trattati tecnicamente complicatissimi cresciuti attorno al fiscal compact e sottratti ad un processo democratico. Non vale obiettare che la responsabilità è comunque di governi democratici, perché il filtro della governance è opaco e tecnicistico al punto da non tollerare interazione con l’opinione pubblica. Una vittoria di Tsipras impedirebbe ai protagonisti della governance europea di operare prescindendo dall’opinione pubblica di un paese europeo che raccoglie ampi riscontri anche in altri paesi. I Greci possono avere torto, ma l’ostilità contro Bruxelles e Berlino è problema europeo prima che greco. La democratizzazione federalista delle politiche economiche europee è obiettivo non più rinviabile, e il semplice fatto che Tsipras sia favorito sta obbligando l’Unione europea (e la Germania nell’Ue) a trattare la questione più seriamente, a partire dalle trattative sull’acquisto di titoli di Stato da parte della Banca centrale europea.
Se vince Tsipras, infatti, la linea Draghi esce rafforzata nella richiesta di riforme istituzionali nella direzione federalista, per trasformare l’acquisto di debito pubblico da misura d’emergenza a soluzione strutturale di governo europeo dei debiti sovrani; si rafforza la proposta di Michel Rocard che la Banca centrale europea possa prestare direttamente a tasso zero ai paesi in avanzo primario, attivando il ciclo virtuoso della diminuzione del costo del debito.
Solo così esiste una speranza di arrivare a ridurre gradualmente debiti consistenti, magari riuscendo, paradossalmente, ad evitare ciò che Tsipras propone: la ristrutturazione dei debiti nazionali, che potrebbe comunque essere necessaria in paesi come l’Italia, come lo è stata per la Grecia (ma la Germania è riuscita a scaricare il costo sul fondo monetario internazionale invece che sulla banche tedesche) o come lo fu nel ’53 per la Germania, quando la comunità internazionale evitò di ripetere l’errore dell’umiliazione del debito che dopo la prima guerra mondiale spianò la strada al nazismo.
Passando dal metodo al merito, la speranza “liberista” in Tsipras è certamente meno scontata, ma è fondata. Finché un paese come il nostro è soffocato dagli 80 miliardi di interessi sul debito pubblico, l’ostacolo a politiche liberali è immenso perché l’effetto delle riforme finirebbe inghiottito dal pozzo senza fondo del debito e degli interessi, come accaduto per le riforme delle pensioni o per le privatizzazioni. Schiacciati dal debito, non rimane spazio per ricentrare la spesa dall’assistenzialismo al welfare, per disinvestire da aziende partecipate inefficienti e investire nella conversione ecologica e contro il dissesto idrogeologico. La popolarità di una rivoluzione liberale, ancora necessaria, era forte negli anni ’90 ma, dopo il boicottaggio anti-costituzionale dei referendum radicali, è oggi indebolita sia da 20 anni di promesse non mantenute da parte di chi ha usato i vessilli liberali per svendere privilegi monopolistici, sia dalla sensazione che ogni “sacrificio” sia vano di fronte ai vincoli di debito e deficit. Non è un caso se due economisti liberisti come Alesina e Giavazzi propongono di passare per lo sfondamento del vincolo del 3% del rapporto tra deficit e debito pubblico per realizzare riforme pur molto diverse o opposte da quelle di Tsipras.
Conoscendo gli epigoni italiani di Tsipras, dove la “sua” lista è servita da scialuppa di salvataggio per gli spezzoni della sinistra conservatrice italiota, c’è certamente il rischio che sia usato o si lasci usare per riproporre soluzioni stataliste, corporativiste e di difesa di ciò che rimane dell’iniquo welfare dei garantiti (che sono sempre di meno) contro gli ultimi (che sono sempre di più). Il rischio c’è, ma è meglio correrlo, perché l’alternativa è la certezza depressiva e antidemocratica della “governance” europea. Una boccata di ossigeno federalista europeo, e magari persino liberale, può essere una delle conseguenze della eventuale vittoria di Tsipras.
mercoledì 10 dicembre 2014
GRECIA: IL GOVERNO ANNUNCIA ELEZIONI PRESIDENZIALI ANTICIPATE, CROLLA LA BORSA
Intervista a Elisabetta Casalotti, giornalista di Elftherotypia
Il premier greco Antonis Samaras ha annunciato che le elezioni presidenziali anticipate si terranno con due mesi di anticipo: il parlamento voterà il successore di Karolos Papoulias il 17 dicembre. Se, come quasi certo, non sarà raggiunto il qorum necessario, le successive votazioni si terranno il 22 e il 27 dicembre. In caso di mancata elezione (ipotesi assai probabile, visto che il candidato unico, l'ex commissario europeo Stavros Dimas, potrà contare su una maggioranza di 155 voti ma per l'elezione ne occorrono 180 che difficilmente potrà ottenere) il parlamento sarà sciolto e si andrà a elezioni anticipate, probabilmente all'inizio di febbraio. Tutti i sondaggi danno al momento in vantaggio Syriza, la coalizione della sinistra radicale che intende rinegioziare il piano si salvataggio internazionale. Da marzo, però, la Grecia sarà priva di protezione.
Le notizie provenienti dalla Grecia hanno provocato una tempesta sui mercati: la borsa di Atenza è crollata di quasi il 13% - il ribasso peggiore da 27 anni - trascinando al ribasso tutte le piazze finianziarie europee che in un giorno hanno bruciato oltre 200 miliardi. Anche lo spread dei titoli di Stato greci è schizzato verso l'alto. Si riaffacciano così i timori per il futuro dell'euro. Tutto questo mentre la Grecia si prepara ad un Natale al freddo e sempre all'insegna della profonda crisi economica e sociale che da diversi anni attanaglia il Paese.
Intanto il paese è scosso dalla vicenda di Nikos Romanos, il giovani studente di 21 anni, in carcere con pesanti accuse, in sciopero della fame (che minaccia di trasformare in scioperio della sete) per ottenere il permesso dis tudiare all'università, e le cui condizioni si sono aggravate al punto da far temere seriamente per la sua vita.
Ascolta l'intervista per Radio Radicale
Il premier greco Antonis Samaras ha annunciato che le elezioni presidenziali anticipate si terranno con due mesi di anticipo: il parlamento voterà il successore di Karolos Papoulias il 17 dicembre. Se, come quasi certo, non sarà raggiunto il qorum necessario, le successive votazioni si terranno il 22 e il 27 dicembre. In caso di mancata elezione (ipotesi assai probabile, visto che il candidato unico, l'ex commissario europeo Stavros Dimas, potrà contare su una maggioranza di 155 voti ma per l'elezione ne occorrono 180 che difficilmente potrà ottenere) il parlamento sarà sciolto e si andrà a elezioni anticipate, probabilmente all'inizio di febbraio. Tutti i sondaggi danno al momento in vantaggio Syriza, la coalizione della sinistra radicale che intende rinegioziare il piano si salvataggio internazionale. Da marzo, però, la Grecia sarà priva di protezione.
Le notizie provenienti dalla Grecia hanno provocato una tempesta sui mercati: la borsa di Atenza è crollata di quasi il 13% - il ribasso peggiore da 27 anni - trascinando al ribasso tutte le piazze finianziarie europee che in un giorno hanno bruciato oltre 200 miliardi. Anche lo spread dei titoli di Stato greci è schizzato verso l'alto. Si riaffacciano così i timori per il futuro dell'euro. Tutto questo mentre la Grecia si prepara ad un Natale al freddo e sempre all'insegna della profonda crisi economica e sociale che da diversi anni attanaglia il Paese.
Intanto il paese è scosso dalla vicenda di Nikos Romanos, il giovani studente di 21 anni, in carcere con pesanti accuse, in sciopero della fame (che minaccia di trasformare in scioperio della sete) per ottenere il permesso dis tudiare all'università, e le cui condizioni si sono aggravate al punto da far temere seriamente per la sua vita.
Ascolta l'intervista per Radio Radicale
lunedì 10 novembre 2014
CROAZIA: LE PREVISIONI ECONOMICHE NEGATIVE DELLA COMMISSIONE EUROPEA
Di Marina Szikora
Con il titolo “La Croazia, il nuovissimo stato membro non trova un facile approccio alla prosperita'” la Reuters britannica descrive l'attuale situazione del 28-esimo stato membro dell'Ue. Mentre a mezzogiorno e' impressionante il mercato centrale nella capitale pittoresca croata con i suoi colori, suoni e profumi, scrive il giornalista della Reuters, nel pomeriggio, quando i mercanti richiudono le loro bancarelle, il piu' giovane stato membro dell'Ue dimostra anche l'altro lato: i poveri iniziano a raccogliere la frutta e la verdura gettata per terra. “Lo vedo sempre di piu'” afferma una fruttivendola e aggiunge che e' ancora piu' triste il fatto che non si tratta soltanto di pensionati che lo fanno e i senzatetto, adesso lo fanno anche le persone giovani”. La Croazia non ha goduto nulla del grande boom che potevano godere i paesi della classe 2004-10, maggiormente ex paesi comunistici e paesi dell'Europa dell'Est i quali aderirono all'Ue dieci anni fa quando ancora l'economia mondiale fioriva, scrive la Reuters e aggiunge che la Croazia ha mancato a questo punto di partenza soprattutto a causa di un potere autoritario che aveva afferrato Zagabria poco prima dell'inizio delle guerre le quali portarono poi alla dissoluzione della Jugoslavia. Nel frattempo la Croazia ha riguadagnato il credito democratico, ma ha dovuto combattere per cambiare i mercati perduti e ha dovuto rinunciare ai suoi cantieri navali sovvenzionati per poter soddisfare i criteri dell' adesione all'Ue. La poverta' non e' inconsueta nelle vicinanze balcaniche della Croazia, osserva la Reuters, oppure nelle tasche dei ricchi paesi Occidentali dell'Ue sei anni dopo l'inizio della crisi finanziaria globale.
Con il titolo “La Croazia, il nuovissimo stato membro non trova un facile approccio alla prosperita'” la Reuters britannica descrive l'attuale situazione del 28-esimo stato membro dell'Ue. Mentre a mezzogiorno e' impressionante il mercato centrale nella capitale pittoresca croata con i suoi colori, suoni e profumi, scrive il giornalista della Reuters, nel pomeriggio, quando i mercanti richiudono le loro bancarelle, il piu' giovane stato membro dell'Ue dimostra anche l'altro lato: i poveri iniziano a raccogliere la frutta e la verdura gettata per terra. “Lo vedo sempre di piu'” afferma una fruttivendola e aggiunge che e' ancora piu' triste il fatto che non si tratta soltanto di pensionati che lo fanno e i senzatetto, adesso lo fanno anche le persone giovani”. La Croazia non ha goduto nulla del grande boom che potevano godere i paesi della classe 2004-10, maggiormente ex paesi comunistici e paesi dell'Europa dell'Est i quali aderirono all'Ue dieci anni fa quando ancora l'economia mondiale fioriva, scrive la Reuters e aggiunge che la Croazia ha mancato a questo punto di partenza soprattutto a causa di un potere autoritario che aveva afferrato Zagabria poco prima dell'inizio delle guerre le quali portarono poi alla dissoluzione della Jugoslavia. Nel frattempo la Croazia ha riguadagnato il credito democratico, ma ha dovuto combattere per cambiare i mercati perduti e ha dovuto rinunciare ai suoi cantieri navali sovvenzionati per poter soddisfare i criteri dell' adesione all'Ue. La poverta' non e' inconsueta nelle vicinanze balcaniche della Croazia, osserva la Reuters, oppure nelle tasche dei ricchi paesi Occidentali dell'Ue sei anni dopo l'inizio della crisi finanziaria globale.
lunedì 3 novembre 2014
CROAZIA: IL PRESIDENTE IVO JOSIPOVIC INTERVISTATO DAL FINANCIAL TIMES
Di Marina Szikora
A due mesi, piu' o meno, dalle elezioni presidenziali in Croazia, di cui la data ufficiale non e' ancora stata decisa, l'attuale presidente Ivo Josipovic rilascia una intervista al giornale britannico, 'The Financial Times'. In questa intervista, il capo dello stato croato si appella ai suoi cittadini di superare la sfiducia che nutrono nei confronti delle riforme. Secondo Josipovic, proprio la sfiducia verso il capitalismo che e' diffusa nella societa' croata e' una delle ragioni per cui nessun governo croato finora non ha voluto attuare le riforme necessarie per poter modernizzare l'economia e sanare le finanze pubbliche. Josipovic afferma che nessuno dei governi croati e' riuscito ad attuare le riforme economiche indispensabili per attirare gli investimenti stranieri, creare nuovi posti di lavoro e tirare il Paese fuori dalla recessione che potrebbe prolungarsi anche nel 2015, il che sarebbe il settimo anno consecutivo, avverte il presidente croato.
Come membro del Partito Socialdemocratico, ricorda il 'Financial Times', Ivo Josipovic fu eletto presidente nel 2010 sulla piattaforma che si occupava di ingiustizia sociale, corruzione e criminalita' organizzata. “Il piu' grande ostacolo alle riforme sta nelle nostre teste” afferma Josipovic e aggiunge che quando arriva qualcuno in veste di importante investitore, la societa' reagisce dicendo: “arriva per poter guadagnare e noi questo non lo possiamo permettere”. Si tratta molto probabilmente di una eredita' del sistema precedente, del socialismo, e' dell'opinione il presidente croato e punta sul periodo tra il 1945 e il 1990 quando la Croazia faceva parte della Jugoslavia comunista. Un tale approccio e' visibile nei media e tra i politici. E' diffusa la paura di investitori e di imprenditori. Adesso pero' abbiamo una nuova legislazione che incoraggia gli investimenti, ma questo non e' sufficiente, spiega Josipovic. Per quanto riguarda misure difficili, quali ad esempio un ipotetico programma di aiuti da parte del Fondo Monetario Internazionale, Josipovic afferma che in tal caso si dovrebbe pensare alla stabilita' della societa' e relazioni oneste nella societa'. “Spero che con noi non si comporterebbero come con la Grecia” dice il presidente.
La Croazia e' simile alla Grecia, che nel 2010 doveva essere salvata dall'Ue e dal FMI in cambio di severe misure di risparmio e di riforme dell'amministrazione ed economia statali, appesantita da un costoso e affollato settore pubblico, disciplina di bilancio insufficiente e debole concorrenza, osserva il Financial Times e aggiunge che il BDP di questo paese dal 2008 e' calato del quasi 13 per cento mentre la disoccupazione nello scorso settembre era del 17,7 per cento. Il debito pubblico cresce a picco e l'anno scorso ha raggiunto il 67 per cento del PIL, oltre il doppio rispetto al 2008. Il programma del FMI per la Croazia sarebbe comunque diverso rispetto a quello che si e' adoperato per la Grecia, Irlanda, Portogallo e Cipro, paesi che sono membri della zona euro.
Gli esperti economici dicono che la Croazia, se si decidesse di chiedere aiuti internazionali, aspetterebbe molto probabilmente che prima si svolgessero le elezioni parlamentari previste regolarmente tra un anno. Pensando alle elezioni, Zoran Milanovic, premier socialdemocratico dal 2011, scrive Financial Times, ha promesso a settembre che il suo esecutivo evitera' le misure che sono socialmente penose, come il grande ridimensionamento del numero dei posti di lavoro nel settore pubblico e che proseguira' “per un cammino di riforme piu' lento ma meno traumatico”. Infine, in questo articolo-intervista, si e' fatto riferimento anche alle recenti dichiarazioni del governatore della Banca Centrale Croata, Boris Vujcic il quale ha criticato aspramente la classe politica croata nel suo governamento economico dicendo che nella politica nazionale era prevalso “un obiettivo miope di come guadagnarsi facilmente i voti piuttosto che creare un'economia efficace, aperta e flessibile che porterebbe alla creazione di nuovi posti di lavoro”.
Va detto ancora che il presidente Josipovic ha rilasciato questa intervista al 'Financial Times' subito dopo la sua partecipazione, in quanto relatore introduttivo, alla recentissima conferenza svoltasi a Londra sul futuro dell'energetica. Il capo dello stato croato, in quella occasione, e' stato presentato come la persona che sta realizzando il programma “di lotta contro l'ingiustizia sociale, corruzione e criminalita' organizzata”. Sottolineando che il Presidente non ha una influenza diretta sulla politica economica, il Financial Times scrive che il capo dello stato croato attraverso il suo Ufficio “promuove presso l'opinione pubblica i pregi del mercato libero e degli investimenti internazionali” a fin di superare la paura dell'imprenditoria.
Il teso è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 2 novembre a Radio Radicale
A due mesi, piu' o meno, dalle elezioni presidenziali in Croazia, di cui la data ufficiale non e' ancora stata decisa, l'attuale presidente Ivo Josipovic rilascia una intervista al giornale britannico, 'The Financial Times'. In questa intervista, il capo dello stato croato si appella ai suoi cittadini di superare la sfiducia che nutrono nei confronti delle riforme. Secondo Josipovic, proprio la sfiducia verso il capitalismo che e' diffusa nella societa' croata e' una delle ragioni per cui nessun governo croato finora non ha voluto attuare le riforme necessarie per poter modernizzare l'economia e sanare le finanze pubbliche. Josipovic afferma che nessuno dei governi croati e' riuscito ad attuare le riforme economiche indispensabili per attirare gli investimenti stranieri, creare nuovi posti di lavoro e tirare il Paese fuori dalla recessione che potrebbe prolungarsi anche nel 2015, il che sarebbe il settimo anno consecutivo, avverte il presidente croato.
Come membro del Partito Socialdemocratico, ricorda il 'Financial Times', Ivo Josipovic fu eletto presidente nel 2010 sulla piattaforma che si occupava di ingiustizia sociale, corruzione e criminalita' organizzata. “Il piu' grande ostacolo alle riforme sta nelle nostre teste” afferma Josipovic e aggiunge che quando arriva qualcuno in veste di importante investitore, la societa' reagisce dicendo: “arriva per poter guadagnare e noi questo non lo possiamo permettere”. Si tratta molto probabilmente di una eredita' del sistema precedente, del socialismo, e' dell'opinione il presidente croato e punta sul periodo tra il 1945 e il 1990 quando la Croazia faceva parte della Jugoslavia comunista. Un tale approccio e' visibile nei media e tra i politici. E' diffusa la paura di investitori e di imprenditori. Adesso pero' abbiamo una nuova legislazione che incoraggia gli investimenti, ma questo non e' sufficiente, spiega Josipovic. Per quanto riguarda misure difficili, quali ad esempio un ipotetico programma di aiuti da parte del Fondo Monetario Internazionale, Josipovic afferma che in tal caso si dovrebbe pensare alla stabilita' della societa' e relazioni oneste nella societa'. “Spero che con noi non si comporterebbero come con la Grecia” dice il presidente.
La Croazia e' simile alla Grecia, che nel 2010 doveva essere salvata dall'Ue e dal FMI in cambio di severe misure di risparmio e di riforme dell'amministrazione ed economia statali, appesantita da un costoso e affollato settore pubblico, disciplina di bilancio insufficiente e debole concorrenza, osserva il Financial Times e aggiunge che il BDP di questo paese dal 2008 e' calato del quasi 13 per cento mentre la disoccupazione nello scorso settembre era del 17,7 per cento. Il debito pubblico cresce a picco e l'anno scorso ha raggiunto il 67 per cento del PIL, oltre il doppio rispetto al 2008. Il programma del FMI per la Croazia sarebbe comunque diverso rispetto a quello che si e' adoperato per la Grecia, Irlanda, Portogallo e Cipro, paesi che sono membri della zona euro.
Gli esperti economici dicono che la Croazia, se si decidesse di chiedere aiuti internazionali, aspetterebbe molto probabilmente che prima si svolgessero le elezioni parlamentari previste regolarmente tra un anno. Pensando alle elezioni, Zoran Milanovic, premier socialdemocratico dal 2011, scrive Financial Times, ha promesso a settembre che il suo esecutivo evitera' le misure che sono socialmente penose, come il grande ridimensionamento del numero dei posti di lavoro nel settore pubblico e che proseguira' “per un cammino di riforme piu' lento ma meno traumatico”. Infine, in questo articolo-intervista, si e' fatto riferimento anche alle recenti dichiarazioni del governatore della Banca Centrale Croata, Boris Vujcic il quale ha criticato aspramente la classe politica croata nel suo governamento economico dicendo che nella politica nazionale era prevalso “un obiettivo miope di come guadagnarsi facilmente i voti piuttosto che creare un'economia efficace, aperta e flessibile che porterebbe alla creazione di nuovi posti di lavoro”.
Va detto ancora che il presidente Josipovic ha rilasciato questa intervista al 'Financial Times' subito dopo la sua partecipazione, in quanto relatore introduttivo, alla recentissima conferenza svoltasi a Londra sul futuro dell'energetica. Il capo dello stato croato, in quella occasione, e' stato presentato come la persona che sta realizzando il programma “di lotta contro l'ingiustizia sociale, corruzione e criminalita' organizzata”. Sottolineando che il Presidente non ha una influenza diretta sulla politica economica, il Financial Times scrive che il capo dello stato croato attraverso il suo Ufficio “promuove presso l'opinione pubblica i pregi del mercato libero e degli investimenti internazionali” a fin di superare la paura dell'imprenditoria.
Il teso è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 2 novembre a Radio Radicale
giovedì 8 maggio 2014
CROAZIA: UN PRIMO MAGGIO NEL SEGNO DELLA CRISI ECONOMICA
Di Marina Szikora
La festa del Primo Maggio in Croazia e’ trascorsa anche nel segno della consapevolezza di quanto ancora sia grave la crisi che ormai da lungo tempo travolge questo paese. Oltre alle feste e celebrazioni all’aperto ci sono state manifestazioni sindacali, ma anche molta campagna politica. Per i sindacati questa e’ stata l’occasione di chiedere al governo un atto di responsabilita’, quello di indire le elezioni anticipate. Secondo i presidenti delle associazioni sindacali il Governo ha perso l’appoggio dei cittadini perche’ niente del programma e’ stato realizzato, mentre “e’ in corso la politica dei centri di potere stranieri che non va a favore dei cittadini ma e’ nell’interesse del grosso capitale”.
Che la situazione sia difficile lo ammette anche il premier Zoran Milanović il quale ha affermato che la Croazia si trova attualmente nella situazione peggiore dalla fine della guerra degli anni novanta. Ma quello che si vive oggi e’ frutto di molta irresponsabilita’ del passato: “anni di comportamento irresponsabile e l’accumulo di debiti hanno portato alla crisi nel paese” ha rilevato il premier croato aggiungendo che la festa del Primo maggio viene celebrata nel contesto di difficolta’ economiche, le peggiori dalla fine della guerra. Tuttavia, ai cittadini ha chiesto pazienza a fin di permettere ai piani del governo di avere successo.
Prendendo parte alla tradizionale festa in uno dei principali parchi di Zagabria, il presidente Ivo Josipović ha detto che la Festa internazionale del lavoro porta il suo particolare simbolismo di solidarieta’ e di cura per quelli che lavorano o vogliono lavorare ma purtroppo sempre di piu’ anche per quelli che non hanno un lavoro. Quanto alle richieste dei sindacati relative alle elezioni anticipate, il capo dello stato ha commentato che questo fa parte della democrazia. Josipović ha rilevato che la situazione attuale e’ conseguenza della grave crisi economica e della disoccupazione in quanto il problema principale. Il diritto al lavoro e salari meritati, condizioni di lavoro adeguate, la vita degli operai dignitosa, dei pensionati e delle loro famiglie nonche’ l’aiuto a quelli che sono senza lavoro o che non ricevono stipendi, sono richieste di solidarieta’, di giustizia e di una societa’ umana, ha detto Josipović.
Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi a Radio Radicale.
La festa del Primo Maggio in Croazia e’ trascorsa anche nel segno della consapevolezza di quanto ancora sia grave la crisi che ormai da lungo tempo travolge questo paese. Oltre alle feste e celebrazioni all’aperto ci sono state manifestazioni sindacali, ma anche molta campagna politica. Per i sindacati questa e’ stata l’occasione di chiedere al governo un atto di responsabilita’, quello di indire le elezioni anticipate. Secondo i presidenti delle associazioni sindacali il Governo ha perso l’appoggio dei cittadini perche’ niente del programma e’ stato realizzato, mentre “e’ in corso la politica dei centri di potere stranieri che non va a favore dei cittadini ma e’ nell’interesse del grosso capitale”.
Che la situazione sia difficile lo ammette anche il premier Zoran Milanović il quale ha affermato che la Croazia si trova attualmente nella situazione peggiore dalla fine della guerra degli anni novanta. Ma quello che si vive oggi e’ frutto di molta irresponsabilita’ del passato: “anni di comportamento irresponsabile e l’accumulo di debiti hanno portato alla crisi nel paese” ha rilevato il premier croato aggiungendo che la festa del Primo maggio viene celebrata nel contesto di difficolta’ economiche, le peggiori dalla fine della guerra. Tuttavia, ai cittadini ha chiesto pazienza a fin di permettere ai piani del governo di avere successo.
Prendendo parte alla tradizionale festa in uno dei principali parchi di Zagabria, il presidente Ivo Josipović ha detto che la Festa internazionale del lavoro porta il suo particolare simbolismo di solidarieta’ e di cura per quelli che lavorano o vogliono lavorare ma purtroppo sempre di piu’ anche per quelli che non hanno un lavoro. Quanto alle richieste dei sindacati relative alle elezioni anticipate, il capo dello stato ha commentato che questo fa parte della democrazia. Josipović ha rilevato che la situazione attuale e’ conseguenza della grave crisi economica e della disoccupazione in quanto il problema principale. Il diritto al lavoro e salari meritati, condizioni di lavoro adeguate, la vita degli operai dignitosa, dei pensionati e delle loro famiglie nonche’ l’aiuto a quelli che sono senza lavoro o che non ricevono stipendi, sono richieste di solidarieta’, di giustizia e di una societa’ umana, ha detto Josipović.
Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi a Radio Radicale.
venerdì 2 maggio 2014
GRECIA: PRIMI SEGNALI DI RIPRESA MA LA CRISI RESTA PESANTE
Intervista a Elisabetta Casalotti, giornalista di Elefterotipia
Giudizi positivi dai creditori internazionali, i titoli di stato che tornano sul mercato, un surplus finanziario che il governo annuncia di voler in parte ridistribuire alle famiglie: dopo mesi e mesi di crisi durissima sembrano arrivare i primi segnali di ripresa in Grecia, ma la situazione resta ancora molto difficile per milioni di cittadini che hanno ormai una tale scarsissima fiducia nella politica da essersi ormai anche stancati di scendere in piazza a protestare.
Nell'ultima parte dell'intervista si parla anche della siuazione nelle carceri: la Grecia non ha comunicato i dati al Consiglio d'Europa sui propri istituti di pena, gravemente degradati e in condizione di pesante sovraffollamento: un problema di cui si parla molto, soprattutto quando in occasione di morti o di episodi di violenza dietro le sbarre, senza però che la politica riesca poi a prendere misure concrete per risolvere il problema.
Ascolta qui l'intervista
Giudizi positivi dai creditori internazionali, i titoli di stato che tornano sul mercato, un surplus finanziario che il governo annuncia di voler in parte ridistribuire alle famiglie: dopo mesi e mesi di crisi durissima sembrano arrivare i primi segnali di ripresa in Grecia, ma la situazione resta ancora molto difficile per milioni di cittadini che hanno ormai una tale scarsissima fiducia nella politica da essersi ormai anche stancati di scendere in piazza a protestare.
Nell'ultima parte dell'intervista si parla anche della siuazione nelle carceri: la Grecia non ha comunicato i dati al Consiglio d'Europa sui propri istituti di pena, gravemente degradati e in condizione di pesante sovraffollamento: un problema di cui si parla molto, soprattutto quando in occasione di morti o di episodi di violenza dietro le sbarre, senza però che la politica riesca poi a prendere misure concrete per risolvere il problema.
Ascolta qui l'intervista
giovedì 1 maggio 2014
LA CROAZIA IN CERCA DELLA RIPRESA ECONOMICA
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| Il primo ministro croato Zoran Milanovic |
In Croazia la priorita’ del governo di Zoran Milanović continua ad essere la ripresa economica per far fronte alla lunga crisi che da anni travolge il neo stato membro dell’Ue. Attualmente, il governo croato ha annunciato nuove misure tese a facilitare investimenti stranieri nel paese. Tra queste misure c’e’ anche l’introduzione di una nuova figura che e’ il commissario per gli investitori. Questo nuovo incarico fa parte del progetto legato alla diplomazia economica e avra’ il compito di attuare contatti diretti con gli investitori interessati e di rimanere costantemente a loro disposizione. In questo senso, e’ previsto che ciascun investitore avra’ il suo commissario a disposizione 24 ore su 24. Le nuove misure del governo sono indirizzate ad attirare gli investitori poiche’, come spiegato dal ministro degli esteri e affari europei Vesna Pusić, “si tratta del fattore piu’ importante per il ripristino della crescita economica della Croazia”. Secondo il premier croato Zoran Milanović, il governo si impegnera’ a rendere piu’ attraente il paese ma non potra’ costringere nessuno a venire ad investire. Il premier ha precisato che verranno esaminate le possibilita’ quali sgravi fiscali e incentivi.
Nell’attuale situazione che abbonda di dissonanze politiche tra i due massimi schieramenti, quello del Partito socialdemocratico, governativo e del maggiore partito di opposizione, l’Unione democratica croata, il presidente croato Ivo Josipović chiama pubblicamente al consenso. “Ritengo che questo e’ il momento e la serieta’ e’ tale almeno in alcune questioni importanti che necessita di consenso” ha detto Josipović indicando che il consenso e’ necessario per quanto riguarda l’ordinamento territoriale, il sistema pensionistico, quello sanitario e forse alcune basi della politica sugli investimenti. Domandato se vede qualche programma politico capace di risolvere i problemi economici, Josipović ha detto che un tale programma deve ancora essere creato perche’ tutti sanno che cos’e’ la soluzione ma non sanno come arrivarci. In questo senso, il Presidente vorrebbe aiutare e ha proposto anche alcune misure. Secondo le sue parole, in tutto e’ visibile la paura di prendere delle decisioni. Le leggi per sollecitare gli investimenti sono buone, ritiene il capo dello stato ma secondo la sua opinione bisogna ancora facilitare le cose e rendere piu’ semplici la prassi.
Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 1° maggio a Radio Radicale
giovedì 20 febbraio 2014
BOSNIA: UNA CRISI SENZA VIA D’USCITA?
Gli inviati di UE e USA a Sarajevo cercano di far ripartire il processo di integrazione europea
Di Marina Szikora
Le proteste in Bosnia-Erzegovina proseguono, anche se in modo molto meno chiassoso. La settimana scorsa, intellettuali e attivisti di diversi Paesi hanno mandato una lettera aperta di sostegno alle richieste dei cittadini che stanno protestando. Si tratta di scrittori, docenti universitari, economisti, filosofi e attivisti sia di paesi dell’Ue che dell’Europa sudorientale ma anche dell’oltre oceano. L’appello e’ stato pubblicato in contemporanea sul “New York Times”, sul britannico “Guardian”, sul webmagazine croato “Tportal”e, in Italia, sul “Manifesto”. A differenza di questo sostegno ai manifestanti della Federacija (l'entità croato-bosgnacca), nella Republika Srpska, l’entita’ a maggioranza serba, vi sono state delle “contro-manifestazioni” a sostegno del governo. A Bijeljina i manifestanti hanno perfino inneggiato all’ex generale serbo-bosniaco Ratko Mladić, attualemente sotto processo all’Aja in quanto uno dei principali criminali di guerra degli anni novanta. Secondo il presidente della RS, Milorad Dodik, le proteste sono un fenomeno dei musulmani bosniaci il cui vero obiettivo e’ quello di destabilizzare la RS. Questa tesi per molti nell’entita’ a maggioranza serba trova terra fertile e nonostante la poverta’ prevale ancora l’orgoglio nazionale. Mancare a questo sentimento significa essere considerati dei traditori, ma in realta’ i sintomi della crisi economica sono piu’ che presenti anche nella RS e altrettanto evidente sono la svendita del patrimonio pubblico e la disoccupazione.
A Sarajevo, intanto, sono quasi quotidiane le riunioni del ‘plenum dei cittadini’ nelle quali si cerca di articolare le richieste dei manifestanti, ma esse per ora sono sostanzialmente richieste di dimissioni delle autorità e di istituzione di nuovi governi cantonali formati da tecnici. Parallelamente la polizia della Federacija continua ad indagare sull'origine delle violenze di piazza giudicate del tutto ben organizzate. Secondo il capo della polizia della Federazione di Bosnia-Erzegovina, Dragan Lukač, e’ certo che tra la moltitudine di persone che hanno preso parte alle proteste ci fossero in maggioranza quelli che sono insoddisfatti della loro condizione economica, ma non sono loro, afferma Lukač, ad aver commesso reati. “Si tratta di una struttura del tutto diversa che e’ stata inserita tra la massa dei manifestanti, non per manifestare bensi’ con un obiettivo ben preciso di provocare incidenti”, ha precisato il capo della polizia bosniaca.
In missione ufficiale questa settimana in Bosnia-Erzegovina si e’ recato anche il commissario europeo all’Allargamento e alla politica di vicinato, Stefan Fuele. Al centro dei suoi incontri con i vertici del Paese ci sono le proteste e gli episodi di violenze, ma anche il problema che maggiormente sta al cuore a Bruxelles e la cui mancata soluzione ha del tutto bloccato il processo di integrazioni della Bosnia Erzegovina. Si tratta della ricerca di una soluzione che permetta l’allineamento del Paese alla sentenza Sejdić-Finci della Corte europea dei diritti umani. Come ribadito da Fuele, cio’ eliminera’ la discriminazione e significhera’ che la Bosnia-Erzegovina rispetta i suoi impegni. Con questo si potra’ procedure all’entrata in vigore dell’Accordo di stabilizzazione e associazione e alla finalizzazione del meccanismo di coordinamento per le questioni europee. Tutto cio’ portera’ alle circostanze di poter presentare una candidatura credibile per l’adesione all’Ue, ha sottolineato Fuele.
Va detto che questa volta, la missione in Bosnia-Erzegovina non e’ stata soltanto quella dell’UE ma affiancata anche dalla rappresentanza americana. Infatti, agli incontri con i leader dei partiti politici della Bosnia-Erzegovina oltre al commissario europeo Fuele vi ha partecipato anche il sottosegretario americano per le questioni europee ed euroasiatiche, Hoyt Brian Yee. Il diplomatico americano ha in precedenza incontrato separatamente i tre membri della presidenza tripartita bosniaca. Gli interlocutori hanno concordato che e’ legittima l’insoddisfazione dei cittadini a causa della grave situazione socio-economica nonche’ della lentezza del sistema giudiziario quando si tratta di processi relativi alla criminalita’ economica e alla corruzione, e’ stato comunicato dall’Ufficio dell’attuale presidente a rotazione Željko Komšić. Il rappresentante americano ha sottolineato che il suo Paese appoggia il diritto dei cittadini ad esprimere le loro frustrazioni ed aspettative, ma al tempo stesso condannano ogni tipo di violenze. Ha aggiunto che gli Stati Uniti nonche’ l’intera comunita’ internazionale riterranno responsabili quei leader politici i quali tenteranno di utilizzare le proteste dei cittadini per promuovere interessi personali e per sollecitare le tensioni etniche.
Quello piu’ importante pero’, la riunione maratona durata quasi dieci ore in cui hanno partecipato i presidenti dei maggiori partiti politici, Zlatko Lagumdžija, Milorad Dodik, Fahrudin Radončić, Mladen Bosić, Bakir Izetbegović, Dragan Čović e Martin Raguž con Fuele e Hoyt Brian Yee si e’ conclusa senza successo e senza il raggiungimento della soluzione relativa al caso Sejdić Finci. Come spiegato da Fahrudin Radončić, un tale esito blocca seriamente la via europea della Bosnia-Erzegovina e i suoi cittadini questo non lo hanno meritato. Radončić e’ dell’opinione che ci sara’ ancora una occasione per risolvere una questione strategica cosi’ grande e che richiede da tutti grande tolleranza e compromesso. “Non abbiamo utilizzato l’enorme sforzo del commissario Fuele. Cruciale in tutto questo e’ stata la mancanza di volonta’ politica di tutti noi” ha precisato Martin Raguž, il rappresentante croato. Per precisare, la decisione della Corte europea con la sentenza Sejdić-Finci ha stabilito la necessita’ da parte della BiH di apportare modifiche alla propria Costituzione nel senso di una maggiore tutela dei diritti di rappresentanza politica delle minoranze ma anche dei popoli costituenti e soprattutto una modifica dell’attuale legge elettorale.
Il commissario europeo Štefan Fuele ha qualificato questa riunione come deludente e ha sottolineato che il suo impegno per risolvere la questione della sentenza della Corte europea per i diritti umani con questo si e’ conclusa. Adesso e’ giunto il momento che le istituzioni della Bosnia-Erzegovina si facciano carico di questa iniziativa. In questo momento, la Bosnia viola i suoi obblighi internazionali ed e’ vergognoso per i politici che il loro paese si trova in una tale situazione, ha detto Fuele. “Questo non e’ stato un mio fallimento! Questo e’ un fallimento dei politici bosniaci. Essi non sono riusciti ad utilizzare la capacita’ ed i servizi che l’UE ha messo a loro disposizione” ha sottolineato il commissario europeo all’Allargamento. Tuttavia, ha precisato Fuele, la fine del suo impegno non significa che le istituzioni dell’Ue hanno rinunciato ad occuparsi della Bosnia-Erzegovina e ha annunciato l’impegno del Consiglio europeo e del Consiglio per gli affari esteri dell’UE. Quanto alle proteste dei cittadini, Fuele ha rilevato che va bene che i cittadini bosniaci hanno preso dignitosamente l’iniziativa nelle loro mani facendo richieste ragionevoli al potere. Il sistema politico deve essere piu’ responsabile verso i cittadini e le loro richieste che riguardano le condizioni per un aumento di posti di lavoro e un sistema giudiziario piu’ efficace. “Mi appello ai politici di non ignorare la voce dei cittadini” ha concluso il rappresentante dell’UE.
Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 20 febbraio a Radio Radicale.
Di Marina Szikora
Le proteste in Bosnia-Erzegovina proseguono, anche se in modo molto meno chiassoso. La settimana scorsa, intellettuali e attivisti di diversi Paesi hanno mandato una lettera aperta di sostegno alle richieste dei cittadini che stanno protestando. Si tratta di scrittori, docenti universitari, economisti, filosofi e attivisti sia di paesi dell’Ue che dell’Europa sudorientale ma anche dell’oltre oceano. L’appello e’ stato pubblicato in contemporanea sul “New York Times”, sul britannico “Guardian”, sul webmagazine croato “Tportal”e, in Italia, sul “Manifesto”. A differenza di questo sostegno ai manifestanti della Federacija (l'entità croato-bosgnacca), nella Republika Srpska, l’entita’ a maggioranza serba, vi sono state delle “contro-manifestazioni” a sostegno del governo. A Bijeljina i manifestanti hanno perfino inneggiato all’ex generale serbo-bosniaco Ratko Mladić, attualemente sotto processo all’Aja in quanto uno dei principali criminali di guerra degli anni novanta. Secondo il presidente della RS, Milorad Dodik, le proteste sono un fenomeno dei musulmani bosniaci il cui vero obiettivo e’ quello di destabilizzare la RS. Questa tesi per molti nell’entita’ a maggioranza serba trova terra fertile e nonostante la poverta’ prevale ancora l’orgoglio nazionale. Mancare a questo sentimento significa essere considerati dei traditori, ma in realta’ i sintomi della crisi economica sono piu’ che presenti anche nella RS e altrettanto evidente sono la svendita del patrimonio pubblico e la disoccupazione.
A Sarajevo, intanto, sono quasi quotidiane le riunioni del ‘plenum dei cittadini’ nelle quali si cerca di articolare le richieste dei manifestanti, ma esse per ora sono sostanzialmente richieste di dimissioni delle autorità e di istituzione di nuovi governi cantonali formati da tecnici. Parallelamente la polizia della Federacija continua ad indagare sull'origine delle violenze di piazza giudicate del tutto ben organizzate. Secondo il capo della polizia della Federazione di Bosnia-Erzegovina, Dragan Lukač, e’ certo che tra la moltitudine di persone che hanno preso parte alle proteste ci fossero in maggioranza quelli che sono insoddisfatti della loro condizione economica, ma non sono loro, afferma Lukač, ad aver commesso reati. “Si tratta di una struttura del tutto diversa che e’ stata inserita tra la massa dei manifestanti, non per manifestare bensi’ con un obiettivo ben preciso di provocare incidenti”, ha precisato il capo della polizia bosniaca.
In missione ufficiale questa settimana in Bosnia-Erzegovina si e’ recato anche il commissario europeo all’Allargamento e alla politica di vicinato, Stefan Fuele. Al centro dei suoi incontri con i vertici del Paese ci sono le proteste e gli episodi di violenze, ma anche il problema che maggiormente sta al cuore a Bruxelles e la cui mancata soluzione ha del tutto bloccato il processo di integrazioni della Bosnia Erzegovina. Si tratta della ricerca di una soluzione che permetta l’allineamento del Paese alla sentenza Sejdić-Finci della Corte europea dei diritti umani. Come ribadito da Fuele, cio’ eliminera’ la discriminazione e significhera’ che la Bosnia-Erzegovina rispetta i suoi impegni. Con questo si potra’ procedure all’entrata in vigore dell’Accordo di stabilizzazione e associazione e alla finalizzazione del meccanismo di coordinamento per le questioni europee. Tutto cio’ portera’ alle circostanze di poter presentare una candidatura credibile per l’adesione all’Ue, ha sottolineato Fuele.
Va detto che questa volta, la missione in Bosnia-Erzegovina non e’ stata soltanto quella dell’UE ma affiancata anche dalla rappresentanza americana. Infatti, agli incontri con i leader dei partiti politici della Bosnia-Erzegovina oltre al commissario europeo Fuele vi ha partecipato anche il sottosegretario americano per le questioni europee ed euroasiatiche, Hoyt Brian Yee. Il diplomatico americano ha in precedenza incontrato separatamente i tre membri della presidenza tripartita bosniaca. Gli interlocutori hanno concordato che e’ legittima l’insoddisfazione dei cittadini a causa della grave situazione socio-economica nonche’ della lentezza del sistema giudiziario quando si tratta di processi relativi alla criminalita’ economica e alla corruzione, e’ stato comunicato dall’Ufficio dell’attuale presidente a rotazione Željko Komšić. Il rappresentante americano ha sottolineato che il suo Paese appoggia il diritto dei cittadini ad esprimere le loro frustrazioni ed aspettative, ma al tempo stesso condannano ogni tipo di violenze. Ha aggiunto che gli Stati Uniti nonche’ l’intera comunita’ internazionale riterranno responsabili quei leader politici i quali tenteranno di utilizzare le proteste dei cittadini per promuovere interessi personali e per sollecitare le tensioni etniche.
Quello piu’ importante pero’, la riunione maratona durata quasi dieci ore in cui hanno partecipato i presidenti dei maggiori partiti politici, Zlatko Lagumdžija, Milorad Dodik, Fahrudin Radončić, Mladen Bosić, Bakir Izetbegović, Dragan Čović e Martin Raguž con Fuele e Hoyt Brian Yee si e’ conclusa senza successo e senza il raggiungimento della soluzione relativa al caso Sejdić Finci. Come spiegato da Fahrudin Radončić, un tale esito blocca seriamente la via europea della Bosnia-Erzegovina e i suoi cittadini questo non lo hanno meritato. Radončić e’ dell’opinione che ci sara’ ancora una occasione per risolvere una questione strategica cosi’ grande e che richiede da tutti grande tolleranza e compromesso. “Non abbiamo utilizzato l’enorme sforzo del commissario Fuele. Cruciale in tutto questo e’ stata la mancanza di volonta’ politica di tutti noi” ha precisato Martin Raguž, il rappresentante croato. Per precisare, la decisione della Corte europea con la sentenza Sejdić-Finci ha stabilito la necessita’ da parte della BiH di apportare modifiche alla propria Costituzione nel senso di una maggiore tutela dei diritti di rappresentanza politica delle minoranze ma anche dei popoli costituenti e soprattutto una modifica dell’attuale legge elettorale.
Il commissario europeo Štefan Fuele ha qualificato questa riunione come deludente e ha sottolineato che il suo impegno per risolvere la questione della sentenza della Corte europea per i diritti umani con questo si e’ conclusa. Adesso e’ giunto il momento che le istituzioni della Bosnia-Erzegovina si facciano carico di questa iniziativa. In questo momento, la Bosnia viola i suoi obblighi internazionali ed e’ vergognoso per i politici che il loro paese si trova in una tale situazione, ha detto Fuele. “Questo non e’ stato un mio fallimento! Questo e’ un fallimento dei politici bosniaci. Essi non sono riusciti ad utilizzare la capacita’ ed i servizi che l’UE ha messo a loro disposizione” ha sottolineato il commissario europeo all’Allargamento. Tuttavia, ha precisato Fuele, la fine del suo impegno non significa che le istituzioni dell’Ue hanno rinunciato ad occuparsi della Bosnia-Erzegovina e ha annunciato l’impegno del Consiglio europeo e del Consiglio per gli affari esteri dell’UE. Quanto alle proteste dei cittadini, Fuele ha rilevato che va bene che i cittadini bosniaci hanno preso dignitosamente l’iniziativa nelle loro mani facendo richieste ragionevoli al potere. Il sistema politico deve essere piu’ responsabile verso i cittadini e le loro richieste che riguardano le condizioni per un aumento di posti di lavoro e un sistema giudiziario piu’ efficace. “Mi appello ai politici di non ignorare la voce dei cittadini” ha concluso il rappresentante dell’UE.
Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 20 febbraio a Radio Radicale.
giovedì 13 febbraio 2014
BOSNIA ERZEGOVINA: IL POPOLO CONTRO IL POTERE CORROTTO
Le proteste spontanee scoppiate in questi giorni - ma solo nella entità croato-bosgnacca - mettono in discussione l'assetto istituzionale e le divisioni frutto degli accordi di pace di Dayton e soprattutto una classe politica che quell'assetto e quelle divisioni hanno sfruttato per arricchirsi e costruire un sistema di potere corrotto e incapace di risolvere la crisi del Paese.
Qui di seguito la corrispondenza di Marina Szikora per l'approfondimento per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 13 febbraio a Radio Radicale.
L'attacco del popolo contro il potere corrotto, e' stato solo uno dei titoli dei quotidiani della Bosnia Erzegovina a seguito di quello che oramai da giorni e' la situazione interna. Quando nelle nostre trasmissioni abbiamo parlato di questo Paese, e' stato quasi sempre nel contesto dell'aggravante situazione politica, disaccordi tra i governativi ed in generale tra i politici locali la cui incapacita' e poca voglia di fare non hanno acconsentito la realizzazione delle indispensabili riforme a fin di condurre il Paese verso le integrazioni europee. Oggi la crisi politica si e' trasformata in una profonda crisi sociale, la catastrofica situazione economica ha portato decine di migliaia di gente in piazza. I manifestanti hanno incendiato palazzi istituzionali, edifici e automobili nelle principali citta' della BiH, a partire dalla capitale Sarajevo, poi Tuzla da dove le protesta sono iniziate, e poi ancora Zenica, Bihać, Mostar e diverse altre.
Il presidente del governo locale di Tuzla, Sead Čaušević in seguito agli eventi nella sua citta' ha subito presentato le dimissioni, di seguito ad oggi ancora tre premier locali si sono dimessi come anche il completo governo del cantone di Zenica e Doboj. A Sarajevo sono state oltre cento le persone ferite, incendiato anche il palazzo del governo di Sarajevo nonche' quello della presidenza tripartita della BiH. Sono state attaccate diverse truppe di giornalisti. Simili scenari si sono visti anche a Mostar, tra i diversi edifici incendiati vi e' stato anche quello in cui si trovano le matricole dei cittadini di Mostar. Distrutta inoltre la sede del governo locale di Zenica. La gente che ha deciso di scendere in piazza e partecipare alle manifestazioni sono tutte persone alle cui spalle c'e' un peso enorme dell'incertezza esistenziale, un anno intero senza stipendio e senza assicurazione sanitaria, addirittura 14 anni senza un solo giorno di contributi versati, oppure 15 anni con 25 euro al mese, queste solo alcune delle loro storie.
I tumulti sono iniziati a Tuzla dove a manifestare in prima fila ci sono stati operai di diverse aziende locali che oggi dopo sospette privatizzazioni sono sull'orlo del fallimento mentre a suo tempo, in passato si e' trattato di fabbriche prestigiose che davano lavoro a migliaia di persone. C'e' da dire che l'uomo che su Facebbock ha promosso l'iniziativa delle protesta, Aldin Širanović ha precisato che la sua intenzione non era quella di provocare disordini „bensi' un processo democratico garantito dalla Costituzione“... „Sono contrario agli incendiamenti. Mi dispiace che si e' arrivati a questo e che il potere non ha reagito in tempo“ ha detto Širanović e ha aggiunto che quello che si chiede sono le dimissioni dell'attuale potere della Federazione e la formazione di un governo transitorio nominato dal popolo. L'attuale presidente a rotazione della Bosnia Erzegovina, Željko Komšić ha ammesso che la colpa e' del governo ma che dall'anarchia non arriva nulla di buono.
Tutto sommato, una situazione in tutta la Federazione BiH che non si e' vista sin dal dopoguerra. Il culmine delle frustrazioni e della rabbia dei manifestanti e' indirizzato contro le amministrazioni cantonali, contro le sospette privatizzazioni che hanno arricchito il potere ma messo in ginocchio i lavoratori ed il popolo, non si e' fatto nulla per risolvere i problemi esistenziali e slavare i posti di lavoro. La crisi sociale si sentiva nell'aria da tempo ed era anche annunciato che sarebbe esploso in una vera rivolta popolare in un Paese che dopo le ferite dell'atroce guerra degli anni novanta, del tutto devastato, non ha raggiunto nemmeno il livello di sviluppo che aveva prima della guerra.
Enver Kazaz, analista politico bosniaco, commentando la situazione nel Paese per il quotidiano di Sarajevo 'Dnevni avaz' ha valutato che tutti i governi cantonali dovrebbero presentare le dimissioni e che in BiH si dovrebbe indire le elezioni anticipate.
Qui non si tratta di rivoluzione sociale bensi' del fatto che dopo 20 anni nei cittadini e' esplosa una rabbia sociale accumulata ed e' moto difficile valutare in questo momento fino a dove essa puo' portare, e' dell'opinione questo analista politico. Aggiunge che lo stato e' in un caos totale, il sistema sta precipitando e c'e' da preoccuparsi che la violenza del sistema puo' causare ancora peggiori violenze. La partecipazione dei giovani in queste protesta, scondo il professore Kazaz parla anche di un altro fenomeno. Si tratta di generazioni che hanno perso completamente la speranza e il cui futuro praticamente e' stato preso dall'attuale potere.
Per il ministro della sicurezza, e presidente dell'Alleanza per un futuro migliore della Bosnia Erzegovina, Fahrudin Radončić „questo e' il risultato di 17 anni di un potere corotto, 17 anni di una privatizzazione distrutta, 17 anni di grandi imprese distrutte e divorate dagli oligarchi partitocratici e come conseguenza abbiamo un'immagine politica terribile e centinaia di migliaia di posti di lavoro persi e l'accumulazione dell'insoddisfazione popolare che prima o poi doveva succedere“. In una intervista televisiva il ministro Radočić ha precisato che qui si tratta di figli i cui genitori non hanno nemmeno per il pane, figli che per sette-otto anni attendono lavoro e che devono pagare il pizzo agli agenti statali per ottenere un posto di lavoro per se stessi e per i loro famigliari. Radončić ha rilevato che la BiH si trova al primo posto in Europa per quanto riguarda una corruzione sistematica, il 55 per cento della popolazione e' disoccupato e il 75 per cento dei figli, gente giovane ivi compresi anche quelli che sono scesi in piazza, non vedono una prospettiva di vita in BiH.
Le immagini che si sono potute vedere in questi giorni a molti hanno fatto ricordare quelle delle vicende tragiche di una guerra atroce e sanguinosa conclusasi con un accordo di pace che pero' non e' riuscito a portare il Paese sulla giusta via. E' stato istituito un sistema di potere altamente decentralizzato, dividendo la Bosnia in due entita' autonome riunite sotto un potere centrale molto debole. La Federazione di Bosnia Erzegovina, l'entita' bosgnacca e croata dove sono esplosi i disordini, e' divisa in 10 cantoni di cui ciascuno ha il suo premier e il gabinetto dei ministri. Un sistema estremamente costoso che alimenta i partiti politici di cui nessuno vuole rinunciare al potere. I bosgnacchi chiedono una maggiore centralizzazione, la linea dura dei croati insiste invece sulla formazione della terza entita', vale a dire quella croata, mentre nell'altra entita' a maggioranza serba, il lider dei serbi bosniaci, Milorad Dodik afferma che la BiH non ha nessun futuro. Da una parte quindi tutto concentrato sulla politica etnica, dall'altra parte una pessima situazione economica che ha condotto i cittadini sull'orlo dell'esistenza. In piu', il fallimento costante di formare una costituzione secondo la quale sarebbe possibile che le minoranze possano partecipare nelle alte posizioni delle istituzioni statali, quali la Presidenza, hanno bloccato il cammino della BiH verso le integrazioni europee.
Per la Croazia la Bosnia Erzegovina e' una questione europea che richiede soluzioni europee
Come segno di seria preoccupazione e per indicare quanto sia necessario dare una prospettiva europea al Paese in crisi, domenica scorsa a Mostar si e' recato il premier croato Zoran Milanović. Milanović ha sottolineato di essere venuto a dare sostegno per calmare la situazione nel paese e alzare le passioni verso un altro tema, quello del cammini europeo della BiH.“ Questo forse non sarebbe accaduto se l'Ue avesse una politica piu' chiara e consistente quando si tratta della Bosnia Erzegovina“, ha detto Milanović a Mostar, l'unica zona mista, sede di due nazionalita', quella croata e quella bosgnacca altrettanto colpita dagli incidenti e disordini. Milanović ha aggiunto che questo Paese non ha possibilita' se non inizia un processo veloce di adattamento agli standard europei e ha annunciato il suo impegno per un piu' accelerato avvicinamento del Paese all'Ue.
Qui di seguito la corrispondenza di Marina Szikora per l'approfondimento per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 13 febbraio a Radio Radicale.
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| Sarajevo, febbraio 2014: "Vogliamo i nomi dei milardari" |
Il presidente del governo locale di Tuzla, Sead Čaušević in seguito agli eventi nella sua citta' ha subito presentato le dimissioni, di seguito ad oggi ancora tre premier locali si sono dimessi come anche il completo governo del cantone di Zenica e Doboj. A Sarajevo sono state oltre cento le persone ferite, incendiato anche il palazzo del governo di Sarajevo nonche' quello della presidenza tripartita della BiH. Sono state attaccate diverse truppe di giornalisti. Simili scenari si sono visti anche a Mostar, tra i diversi edifici incendiati vi e' stato anche quello in cui si trovano le matricole dei cittadini di Mostar. Distrutta inoltre la sede del governo locale di Zenica. La gente che ha deciso di scendere in piazza e partecipare alle manifestazioni sono tutte persone alle cui spalle c'e' un peso enorme dell'incertezza esistenziale, un anno intero senza stipendio e senza assicurazione sanitaria, addirittura 14 anni senza un solo giorno di contributi versati, oppure 15 anni con 25 euro al mese, queste solo alcune delle loro storie.
I tumulti sono iniziati a Tuzla dove a manifestare in prima fila ci sono stati operai di diverse aziende locali che oggi dopo sospette privatizzazioni sono sull'orlo del fallimento mentre a suo tempo, in passato si e' trattato di fabbriche prestigiose che davano lavoro a migliaia di persone. C'e' da dire che l'uomo che su Facebbock ha promosso l'iniziativa delle protesta, Aldin Širanović ha precisato che la sua intenzione non era quella di provocare disordini „bensi' un processo democratico garantito dalla Costituzione“... „Sono contrario agli incendiamenti. Mi dispiace che si e' arrivati a questo e che il potere non ha reagito in tempo“ ha detto Širanović e ha aggiunto che quello che si chiede sono le dimissioni dell'attuale potere della Federazione e la formazione di un governo transitorio nominato dal popolo. L'attuale presidente a rotazione della Bosnia Erzegovina, Željko Komšić ha ammesso che la colpa e' del governo ma che dall'anarchia non arriva nulla di buono.
Tutto sommato, una situazione in tutta la Federazione BiH che non si e' vista sin dal dopoguerra. Il culmine delle frustrazioni e della rabbia dei manifestanti e' indirizzato contro le amministrazioni cantonali, contro le sospette privatizzazioni che hanno arricchito il potere ma messo in ginocchio i lavoratori ed il popolo, non si e' fatto nulla per risolvere i problemi esistenziali e slavare i posti di lavoro. La crisi sociale si sentiva nell'aria da tempo ed era anche annunciato che sarebbe esploso in una vera rivolta popolare in un Paese che dopo le ferite dell'atroce guerra degli anni novanta, del tutto devastato, non ha raggiunto nemmeno il livello di sviluppo che aveva prima della guerra.
Enver Kazaz, analista politico bosniaco, commentando la situazione nel Paese per il quotidiano di Sarajevo 'Dnevni avaz' ha valutato che tutti i governi cantonali dovrebbero presentare le dimissioni e che in BiH si dovrebbe indire le elezioni anticipate.
Qui non si tratta di rivoluzione sociale bensi' del fatto che dopo 20 anni nei cittadini e' esplosa una rabbia sociale accumulata ed e' moto difficile valutare in questo momento fino a dove essa puo' portare, e' dell'opinione questo analista politico. Aggiunge che lo stato e' in un caos totale, il sistema sta precipitando e c'e' da preoccuparsi che la violenza del sistema puo' causare ancora peggiori violenze. La partecipazione dei giovani in queste protesta, scondo il professore Kazaz parla anche di un altro fenomeno. Si tratta di generazioni che hanno perso completamente la speranza e il cui futuro praticamente e' stato preso dall'attuale potere.
Per il ministro della sicurezza, e presidente dell'Alleanza per un futuro migliore della Bosnia Erzegovina, Fahrudin Radončić „questo e' il risultato di 17 anni di un potere corotto, 17 anni di una privatizzazione distrutta, 17 anni di grandi imprese distrutte e divorate dagli oligarchi partitocratici e come conseguenza abbiamo un'immagine politica terribile e centinaia di migliaia di posti di lavoro persi e l'accumulazione dell'insoddisfazione popolare che prima o poi doveva succedere“. In una intervista televisiva il ministro Radočić ha precisato che qui si tratta di figli i cui genitori non hanno nemmeno per il pane, figli che per sette-otto anni attendono lavoro e che devono pagare il pizzo agli agenti statali per ottenere un posto di lavoro per se stessi e per i loro famigliari. Radončić ha rilevato che la BiH si trova al primo posto in Europa per quanto riguarda una corruzione sistematica, il 55 per cento della popolazione e' disoccupato e il 75 per cento dei figli, gente giovane ivi compresi anche quelli che sono scesi in piazza, non vedono una prospettiva di vita in BiH.
Le immagini che si sono potute vedere in questi giorni a molti hanno fatto ricordare quelle delle vicende tragiche di una guerra atroce e sanguinosa conclusasi con un accordo di pace che pero' non e' riuscito a portare il Paese sulla giusta via. E' stato istituito un sistema di potere altamente decentralizzato, dividendo la Bosnia in due entita' autonome riunite sotto un potere centrale molto debole. La Federazione di Bosnia Erzegovina, l'entita' bosgnacca e croata dove sono esplosi i disordini, e' divisa in 10 cantoni di cui ciascuno ha il suo premier e il gabinetto dei ministri. Un sistema estremamente costoso che alimenta i partiti politici di cui nessuno vuole rinunciare al potere. I bosgnacchi chiedono una maggiore centralizzazione, la linea dura dei croati insiste invece sulla formazione della terza entita', vale a dire quella croata, mentre nell'altra entita' a maggioranza serba, il lider dei serbi bosniaci, Milorad Dodik afferma che la BiH non ha nessun futuro. Da una parte quindi tutto concentrato sulla politica etnica, dall'altra parte una pessima situazione economica che ha condotto i cittadini sull'orlo dell'esistenza. In piu', il fallimento costante di formare una costituzione secondo la quale sarebbe possibile che le minoranze possano partecipare nelle alte posizioni delle istituzioni statali, quali la Presidenza, hanno bloccato il cammino della BiH verso le integrazioni europee.
Per la Croazia la Bosnia Erzegovina e' una questione europea che richiede soluzioni europee
Come segno di seria preoccupazione e per indicare quanto sia necessario dare una prospettiva europea al Paese in crisi, domenica scorsa a Mostar si e' recato il premier croato Zoran Milanović. Milanović ha sottolineato di essere venuto a dare sostegno per calmare la situazione nel paese e alzare le passioni verso un altro tema, quello del cammini europeo della BiH.“ Questo forse non sarebbe accaduto se l'Ue avesse una politica piu' chiara e consistente quando si tratta della Bosnia Erzegovina“, ha detto Milanović a Mostar, l'unica zona mista, sede di due nazionalita', quella croata e quella bosgnacca altrettanto colpita dagli incidenti e disordini. Milanović ha aggiunto che questo Paese non ha possibilita' se non inizia un processo veloce di adattamento agli standard europei e ha annunciato il suo impegno per un piu' accelerato avvicinamento del Paese all'Ue.
martedì 11 febbraio 2014
LA CRISI DEL SISTEMA BOSNIA
Scende il livello della protesta in Bosnia dopo i tre giorni di violente manifestazioni dello scorso fine settimana. Ma la tensione resta elevata perché le richieste dei dimostranti rimangono tutte lì, pronte a far da combustibile al malcontento. Forse si è parlato un po' troppo presto di “primavera bosniaca”, ma i movimenti nel paese e nella regione potrebbero anche trovare un minimo comun denominatore su cui costruire un fronte comune. Sui muri di Tuzla i dimostranti hanno scritto: “Morte al nazionalismo”. Solidarietà è arrivata loro anche da Belgrado. Forse, per la prima volta, si profila un possibile superamento delle divisioni etniche e nazionaliste che le classi politiche oggi sotto accusa hanno sfruttato per ingabbiare la società e guadagnare consenso. Un consenso ormai in caduta libera. E mentre spunta l'ipotesi dell'invio di nuovi rinforzi militari internazionali, l'Europa si trova di fronte alla crisi del sistema bosniaco costruito sugli accordi di pace di Dayton: una crisi non solo economica, ma, appunto, di sistema.
Qui di seguito l'articolo di Andrea Rossini pubblicato oggi su Osservatorio Balcani e Caucaso.
Bosnia Erzegovina, il giorno dopo
Andrea Rossini – Osservatorio Balcani e Caucaso, 11 febbraio 2014
In Bosnia Erzegovina (BiH) le mobilitazioni sono continuate in tutto il fine settimana e nella giornata di ieri, nonostante le dimissioni dei primi ministri dei cantoni di Tuzla, Sarajevo, Mostar e Bihać, del responsabile della sicurezza nella capitale, Himzo Selimović, e il rilascio della maggior parte dei dimostranti arrestati nei giorni scorsi. La rivolta innescata dai lavoratori di alcune fabbriche privatizzate di Tuzla, che venerdì è culminata in una giornata di scontri con la polizia e nella distruzione di edifici governativi in alcune delle maggiori città del paese, si è però trasformata nei giorni scorsi in una serie di sit-in e di presìdi pacifici di fronte alle principali sedi delle istituzioni. L'atmosfera sembra essere quella di una calma densa di aspettative. Nessuno azzarda previsioni su quali sviluppi potrebbe avere l'esplosione di rabbia manifestatasi la scorsa settimana.
Le proteste, con la parziale eccezione di Tuzla, appaiono ancora disorganizzate o organizzate in maniera del tutto informale, tramite i social media o il passaparola. Le mobilitazioni principali continuano a riguardare le città della Federazione di Bosnia Erzegovina, una delle due entità in cui è diviso il paese, e non la Republika Srpska. Le richieste dei dimostranti, nonostante alcune differenze legate alle situazioni locali, sono quelle di un ricambio della classe politica (dimissioni), costituzione di un governo tecnico, e rilascio degli arrestati. Il manifesto degli operai e cittadini del cantone di Tuzla chiede ai dimostranti di non abbandonare le strade ma di mantenere l'ordine pubblico, collaborando con polizia e protezione civile (la polizia a Tuzla in alcuni casi si è schierata con i dimostranti), di annullare i contratti di privatizzazione delle 5 ditte la cui situazione ha dato origine alle proteste (Dita, Polihem, Poliolhem, Gumara e Konjuh) e di “restituire le fabbriche ai lavoratori riavviando la produzione dove possibile”.
Mondo hooligan
Il presidente della Federazione di Bosnia Erzergovina, Živko Budimir, ha detto che “i politici hanno inteso la voce della gente forte e chiaro”, ma ha respinto la richiesta di dimettersi e dichiarato che la violenza deve cessare. Sulla stessa linea le dichiarazioni di Bakir Izetbegović, uno dei tre presidenti della BiH, e di Zlatko Lagumdžija, ministro degli Esteri. Secondo quest'ultimo, leader del Partito socialdemocratico, “il comprensibile malessere della popolazione è stato manipolato da gruppi che hanno l'obiettivo di distruggere [il paese].”
La maggior parte della classe politica sembra in generale concorde nell'indicare gruppi di hooligan come responsabili di quanto avvenuto nei giorni scorsi e nel tentare di unire la popolazione nella condanna della violenza, e quindi delle proteste. Alcuni hanno persino paragonato i manifestanti di venerdì a Sarajevo con gli aggressori della città negli anni della guerra. La distruzione dell'archivio storico conservato nell'edificio della Presidenza, in particolare, raggiunto dalle fiamme durante gli incidenti di venerdì, ha creato sgomento in una città che ha subito la distruzione della Biblioteca durante la guerra degli anni '90. In una situazione ancora torbida, segnata dalla frenetica ricerca di un capro espiatorio, sui social media si è però affacciata la notizia secondo cui in realtà l'archivio sarebbe intatto. Lo sostengono diversi rappresentanti della società civile sarajevese tra cui Damir Imamović, amatissimo interprete di sevdah, e la regista Jasmila Žbanić, che hanno riportato le dichiarazioni dei lavoratori dell'archivio che contrastano con la versione ufficiale.
Aldin Arnautović, sul portale di informazione BIRN, ha messo in rilievo come il paragone con gli anni '90 equivalga di fatto a preparare il terreno per il linciaggio dei dimostranti. Allo stesso modo ha commentato su Radio Sarajevo anche Mile Stoijć, noto giornalista locale, sostenendo che “gli hooligan si trovano nelle strutture del potere”, mentre coloro che hanno partecipato agli scontri rappresentano la generazione “di quelli che sono nati durante la guerra, in povertà e senza speranza, cresciuti in un ambiente sciovinista, di odio, xenofobia e di miseria materiale e spirituale, e che oggi cercano di portare l’attenzione sulla propria esistenza in questo modo, perché non hanno altri mezzi.”
La regione
Le dichiarazioni dell'Alto Rappresentante della comunità internazionale in Bosnia Erzegovina Valentin Inzko, secondo cui “se la situazione peggiorasse dovremmo ricorrere all'invio di truppe dell'Unione europea”, non hanno certamente contribuito a disinnescare la tensione. Anche perché il quadro regionale è – se possibile – ancora più torbido di quello interno.
Domenica il vice premier serbo, Aleksandar Vučić, si è incontrato con i leader serbo bosniaci Milorad Dodik e Mladen Bosić, per discutere gli sviluppi della crisi in Bosnia Erzegovina. Milorad Dodik, presidente della Republika Srpska (RS), l'entità bosniaca a maggioranza serba, ha dichiarato che l'obiettivo delle proteste è “destabilizzare la RS per provocare l'intervento della comunità internazionale nelle vicende del paese”, e che “il caos nella Federazione […] mostra che la BiH non può sopravvivere alle sfide interne e che non funziona.”
Il primo ministro della Croazia, Zoran Milanović, si è invece recato a Mostar, dichiarando di voler “calmare la situazione”. La visita è stata criticata da Željko Komšić, uno dei tre presidenti della Bosnia Erzegovina, secondo cui il premier croato sarebbe dovuto andare a Sarajevo. Interrogato sul perché non si fosse recato nella capitale, Milanović ha risposto ai giornalisti che “Mostar è più vicina” alla Croazia.
Nella cittadina dell'Erzegovina oggi a maggioranza croata, le sirene della divisione etnica non sembrano per il momento attecchire. Nei giorni scorsi i dimostranti, oltre all'edificio del governo, hanno attaccato in maniera bipartisan sia la sede del partito croato HDZ che del bosniaco musulmano SDA. Un giovane mostarino, Teo Grančić, ha scritto un articolo che sta avendo molto successo in rete spiegando che le proteste di Mostar “non le hanno fatte i musulmani, né gli hooligan, né gli anarchici, né gente pagata per farlo. Le ha fatte il popolo.”
Morte al nazionalismo
Sui muri di Tuzla, nei primi giorni delle proteste, gli operai hanno scritto “Dimissioni! Morte al nazionalismo!” Per il momento, nessuno è riuscito a mettere il cappello etnico ai dimostranti. Al contrario, solidarietà ai manifestanti bosniaci è arrivata anche da Belgrado, dove ieri si è svolta una manifestazione cui hanno partecipato alcune centinaia di persone, convocate semplicemente su Facebook da un gruppo denominato “Sostegno dalla Serbia alla gente di Tuzla”. Nella convocazione si scrive che “la migliore solidarietà che possiamo mostrare è organizzarci anche noi contro il saccheggio delle risorse della gente che continua da ormai 20 anni, attraverso guerre e privatizzazioni.”
Il sindacato di polizia serbo ha preso sul serio l'iniziativa, dichiarando di temere che simili dimostrazioni possano verificarsi anche lì. “E' logico che uno scenario simile si possa verificare anche in Serbia, dove [come in BiH] c'è una massa di disoccupati, di occupati senza salario, la corruzione ad ogni livello e cittadini manipolati politicamente”, hanno scritto domenica i poliziotti in una dichiarazione riportata dal portale BIRN.
Crisi di sistema
Quella della Bosnia Erzegovina, però, non è solamente la versione balcanica della crisi che da anni stiamo vivendo in tutta Europa. Quella bosniaca è una crisi di sistema. Il sistema di Dayton, che è servito a fermare la guerra, non funziona più. Lo stesso Richard Holbrooke, suo artefice, nel primo decennale degli accordi confidò che non avrebbe mai pensato sarebbero durati così a lungo. Una costituzione che è in contrasto con la Convenzione Europea per i Diritti dell'Uomo, che antepone i diritti dei gruppi etnici a quelli dei singoli cittadini, non può funzionare per un paese europeo. Per questo lo stesso percorso di integrazione europea della Bosnia Erzegovina è divenuto un labirinto.
L'Unione europea lo ha di fatto sospeso congelando 47 milioni di euro di fondi di pre adesione (IPA) nel 2013, e rimandando indefinitamente i preparativi per la concessione di un nuovo pacchetto di fondi. Le élite politiche bosniaco erzegovesi, tuttavia, non hanno alcun incentivo per cambiare un sistema che garantisce la loro sopravvivenza. Lo stesso meccanismo elettorale è articolato in modo da perpetuare la divisione ad ogni livello delle istituzioni. Nell'indifferenza europea e internazionale, ai bosniaci non resta che l'espressione dello sdegno, e della rabbia.
Lo scrittore di Sarajevo Aleksandar Hemon, da anni residente a Chicago, ha però messo in guardia sui rischi dell'attuale situazione. Intervenendo sul portale Radiosarajevo, ha scritto che “la rabbia è ormai in metastasi, ed è difficile pensare a come tutto questo si potrà riportare alla calma. In Bosnia Erzegovina non ci sono strutture per trasformare questa rabbia in forza politica o in una qualche forma positiva. Si diffonde come il fuoco nel bosco. Se cade una goccia di sangue, non c'è ritorno.”
Qui di seguito l'articolo di Andrea Rossini pubblicato oggi su Osservatorio Balcani e Caucaso.
Bosnia Erzegovina, il giorno dopo
Andrea Rossini – Osservatorio Balcani e Caucaso, 11 febbraio 2014
In Bosnia Erzegovina (BiH) le mobilitazioni sono continuate in tutto il fine settimana e nella giornata di ieri, nonostante le dimissioni dei primi ministri dei cantoni di Tuzla, Sarajevo, Mostar e Bihać, del responsabile della sicurezza nella capitale, Himzo Selimović, e il rilascio della maggior parte dei dimostranti arrestati nei giorni scorsi. La rivolta innescata dai lavoratori di alcune fabbriche privatizzate di Tuzla, che venerdì è culminata in una giornata di scontri con la polizia e nella distruzione di edifici governativi in alcune delle maggiori città del paese, si è però trasformata nei giorni scorsi in una serie di sit-in e di presìdi pacifici di fronte alle principali sedi delle istituzioni. L'atmosfera sembra essere quella di una calma densa di aspettative. Nessuno azzarda previsioni su quali sviluppi potrebbe avere l'esplosione di rabbia manifestatasi la scorsa settimana.
Le proteste, con la parziale eccezione di Tuzla, appaiono ancora disorganizzate o organizzate in maniera del tutto informale, tramite i social media o il passaparola. Le mobilitazioni principali continuano a riguardare le città della Federazione di Bosnia Erzegovina, una delle due entità in cui è diviso il paese, e non la Republika Srpska. Le richieste dei dimostranti, nonostante alcune differenze legate alle situazioni locali, sono quelle di un ricambio della classe politica (dimissioni), costituzione di un governo tecnico, e rilascio degli arrestati. Il manifesto degli operai e cittadini del cantone di Tuzla chiede ai dimostranti di non abbandonare le strade ma di mantenere l'ordine pubblico, collaborando con polizia e protezione civile (la polizia a Tuzla in alcuni casi si è schierata con i dimostranti), di annullare i contratti di privatizzazione delle 5 ditte la cui situazione ha dato origine alle proteste (Dita, Polihem, Poliolhem, Gumara e Konjuh) e di “restituire le fabbriche ai lavoratori riavviando la produzione dove possibile”.
Mondo hooligan
Il presidente della Federazione di Bosnia Erzergovina, Živko Budimir, ha detto che “i politici hanno inteso la voce della gente forte e chiaro”, ma ha respinto la richiesta di dimettersi e dichiarato che la violenza deve cessare. Sulla stessa linea le dichiarazioni di Bakir Izetbegović, uno dei tre presidenti della BiH, e di Zlatko Lagumdžija, ministro degli Esteri. Secondo quest'ultimo, leader del Partito socialdemocratico, “il comprensibile malessere della popolazione è stato manipolato da gruppi che hanno l'obiettivo di distruggere [il paese].”
La maggior parte della classe politica sembra in generale concorde nell'indicare gruppi di hooligan come responsabili di quanto avvenuto nei giorni scorsi e nel tentare di unire la popolazione nella condanna della violenza, e quindi delle proteste. Alcuni hanno persino paragonato i manifestanti di venerdì a Sarajevo con gli aggressori della città negli anni della guerra. La distruzione dell'archivio storico conservato nell'edificio della Presidenza, in particolare, raggiunto dalle fiamme durante gli incidenti di venerdì, ha creato sgomento in una città che ha subito la distruzione della Biblioteca durante la guerra degli anni '90. In una situazione ancora torbida, segnata dalla frenetica ricerca di un capro espiatorio, sui social media si è però affacciata la notizia secondo cui in realtà l'archivio sarebbe intatto. Lo sostengono diversi rappresentanti della società civile sarajevese tra cui Damir Imamović, amatissimo interprete di sevdah, e la regista Jasmila Žbanić, che hanno riportato le dichiarazioni dei lavoratori dell'archivio che contrastano con la versione ufficiale.
Aldin Arnautović, sul portale di informazione BIRN, ha messo in rilievo come il paragone con gli anni '90 equivalga di fatto a preparare il terreno per il linciaggio dei dimostranti. Allo stesso modo ha commentato su Radio Sarajevo anche Mile Stoijć, noto giornalista locale, sostenendo che “gli hooligan si trovano nelle strutture del potere”, mentre coloro che hanno partecipato agli scontri rappresentano la generazione “di quelli che sono nati durante la guerra, in povertà e senza speranza, cresciuti in un ambiente sciovinista, di odio, xenofobia e di miseria materiale e spirituale, e che oggi cercano di portare l’attenzione sulla propria esistenza in questo modo, perché non hanno altri mezzi.”
La regione
Le dichiarazioni dell'Alto Rappresentante della comunità internazionale in Bosnia Erzegovina Valentin Inzko, secondo cui “se la situazione peggiorasse dovremmo ricorrere all'invio di truppe dell'Unione europea”, non hanno certamente contribuito a disinnescare la tensione. Anche perché il quadro regionale è – se possibile – ancora più torbido di quello interno.
Domenica il vice premier serbo, Aleksandar Vučić, si è incontrato con i leader serbo bosniaci Milorad Dodik e Mladen Bosić, per discutere gli sviluppi della crisi in Bosnia Erzegovina. Milorad Dodik, presidente della Republika Srpska (RS), l'entità bosniaca a maggioranza serba, ha dichiarato che l'obiettivo delle proteste è “destabilizzare la RS per provocare l'intervento della comunità internazionale nelle vicende del paese”, e che “il caos nella Federazione […] mostra che la BiH non può sopravvivere alle sfide interne e che non funziona.”
Il primo ministro della Croazia, Zoran Milanović, si è invece recato a Mostar, dichiarando di voler “calmare la situazione”. La visita è stata criticata da Željko Komšić, uno dei tre presidenti della Bosnia Erzegovina, secondo cui il premier croato sarebbe dovuto andare a Sarajevo. Interrogato sul perché non si fosse recato nella capitale, Milanović ha risposto ai giornalisti che “Mostar è più vicina” alla Croazia.
Nella cittadina dell'Erzegovina oggi a maggioranza croata, le sirene della divisione etnica non sembrano per il momento attecchire. Nei giorni scorsi i dimostranti, oltre all'edificio del governo, hanno attaccato in maniera bipartisan sia la sede del partito croato HDZ che del bosniaco musulmano SDA. Un giovane mostarino, Teo Grančić, ha scritto un articolo che sta avendo molto successo in rete spiegando che le proteste di Mostar “non le hanno fatte i musulmani, né gli hooligan, né gli anarchici, né gente pagata per farlo. Le ha fatte il popolo.”
Morte al nazionalismo
Sui muri di Tuzla, nei primi giorni delle proteste, gli operai hanno scritto “Dimissioni! Morte al nazionalismo!” Per il momento, nessuno è riuscito a mettere il cappello etnico ai dimostranti. Al contrario, solidarietà ai manifestanti bosniaci è arrivata anche da Belgrado, dove ieri si è svolta una manifestazione cui hanno partecipato alcune centinaia di persone, convocate semplicemente su Facebook da un gruppo denominato “Sostegno dalla Serbia alla gente di Tuzla”. Nella convocazione si scrive che “la migliore solidarietà che possiamo mostrare è organizzarci anche noi contro il saccheggio delle risorse della gente che continua da ormai 20 anni, attraverso guerre e privatizzazioni.”
Il sindacato di polizia serbo ha preso sul serio l'iniziativa, dichiarando di temere che simili dimostrazioni possano verificarsi anche lì. “E' logico che uno scenario simile si possa verificare anche in Serbia, dove [come in BiH] c'è una massa di disoccupati, di occupati senza salario, la corruzione ad ogni livello e cittadini manipolati politicamente”, hanno scritto domenica i poliziotti in una dichiarazione riportata dal portale BIRN.
Crisi di sistema
Quella della Bosnia Erzegovina, però, non è solamente la versione balcanica della crisi che da anni stiamo vivendo in tutta Europa. Quella bosniaca è una crisi di sistema. Il sistema di Dayton, che è servito a fermare la guerra, non funziona più. Lo stesso Richard Holbrooke, suo artefice, nel primo decennale degli accordi confidò che non avrebbe mai pensato sarebbero durati così a lungo. Una costituzione che è in contrasto con la Convenzione Europea per i Diritti dell'Uomo, che antepone i diritti dei gruppi etnici a quelli dei singoli cittadini, non può funzionare per un paese europeo. Per questo lo stesso percorso di integrazione europea della Bosnia Erzegovina è divenuto un labirinto.
L'Unione europea lo ha di fatto sospeso congelando 47 milioni di euro di fondi di pre adesione (IPA) nel 2013, e rimandando indefinitamente i preparativi per la concessione di un nuovo pacchetto di fondi. Le élite politiche bosniaco erzegovesi, tuttavia, non hanno alcun incentivo per cambiare un sistema che garantisce la loro sopravvivenza. Lo stesso meccanismo elettorale è articolato in modo da perpetuare la divisione ad ogni livello delle istituzioni. Nell'indifferenza europea e internazionale, ai bosniaci non resta che l'espressione dello sdegno, e della rabbia.
Lo scrittore di Sarajevo Aleksandar Hemon, da anni residente a Chicago, ha però messo in guardia sui rischi dell'attuale situazione. Intervenendo sul portale Radiosarajevo, ha scritto che “la rabbia è ormai in metastasi, ed è difficile pensare a come tutto questo si potrà riportare alla calma. In Bosnia Erzegovina non ci sono strutture per trasformare questa rabbia in forza politica o in una qualche forma positiva. Si diffonde come il fuoco nel bosco. Se cade una goccia di sangue, non c'è ritorno.”
venerdì 7 febbraio 2014
TURCHIA: OLTRE LO SCONTRO ERDOGAN vs. GÜLEN, LA FINE DEL MIRACOLO ECONOMICO?
Il 30 marzo si vota in Turchia per il rinnovo delle amministrazioni locali e in vista di questo importante appuntamento elettorale, il clima politico si fa piuttosto rovente. Dopo l'estate di proteste per Gezi Park a metà dicembre è scoppiato lo scandalo di corrusione che ha provocato un terremoto nel quadro politico e che avviene nell'ambito del durissimo scontro in atto tra Recep Tayyip Erdogan e Fetullah Gülen, il potente capo del movimento cultural-religioso Hizmet che accusa il premier di stare minando il "modello turco" con le sue scelte politiche, sia sul piano interno che su quello internazionale. Ora c'è un ulteriore fattore che potrebbe rimescolare ulteriormente le carte: la possibile fine del miracolo economico vissto dalla Turchia nell'ultimo decennio, che è stato il maggiore successo di Erdogan e che ha consolidato l'ascesa della nuova classe dirigente espressa dall'Akp.
Di tutto questo ho parlato con Matteo Tacconi in un'intervista per Radio Radicale a partire dal suo pezzo pubblicato su Osservatorio Balcani e Caucaso.
Ascolta qui l'intervista a Matteo Tacconi
Crisi turca, il fattore economico
di Matteo Tacconi – pubblicato il 30
gennaio 2014 su Osservatorio Balcani e Caucaso
Lo scontro tra il primo ministro turco
Recep Tayyip Erdoğan e Fethullah Gülen, capo di Hizmet, potente
movimento culturale e religioso, con forti ramificazioni
nell’educazione e nei media, continua a tenere la Turchia su una
corda, tesissima, di violino.
La storia ormai è nota. Tutto è
cominciato a dicembre, quando è scattata un’inchiesta giudiziaria,
su corruzione e dintorni, che ha portato all’arresto di diverse
persone. Tra queste i figli di tre ministri. Che si sono dimessi.
Erdoğan, oltre a loro, ha cambiato altri sette membri della sua
squadra, cercando di allontanare dall’esecutivo l’ombra insidiosa
della maxi-inchiesta.
Erdoğan vs Gülen
Questo è stato solo l’inizio. Nei
giorni e nelle settimane seguenti il capo del governo ha dato il via
a due purghe. L’una tra i quadri della polizia, con centinaia di
ufficiali, tra Istanbul e la capitale Ankara, spostati da funzioni
inquirenti a mansioni inferiori. L’altra nella magistratura, dove
una raffica di nuove nomine ai vertici delle procure ha ridisegnato
gli equilibri del potere giudiziario, in senso favorevole
all’esecutivo.
Ma perché tutto questo? Qui sta il
punto. Secondo Erdoğan l’inchiesta sulla corruzione, che ha
lambito anche uno dei suoi figli, Bilal, è un attacco inaudito al
suo governo, costruito artificiosamente da Fethullah Gülen grazie
alle sponde importanti che può vantare nei ranghi di polizia e
magistratura. Ne è scaturito il contrattacco, durissimo. Gülen
respinge le accuse.
In ogni caso è innegabile che i
rapporti tra i due si sono incrinati. Prima erano molto buoni.
L’ascesa al potere di Erdoğan, avvenuta ormai più di dieci anni
fa, è legata tra le altre cose alla mobilitazione elettorale dei
seguaci di Hizmet e all’assorbimento di alcune delle idee del
gülenismo – molti lo dipingono come la versione islamica del
calvinismo – nella piattaforma dell’Akp, il partito del primo
ministro.
Molte cose sono cambiate negli ultimi
tempi. A Gülen non è piaciuta la sterzata di Erdoğan sui rapporti
con Israele, piombati verso il basso, né la gestione dei fatti di
Gezi Park. Il suo timore è che il cosiddetto modello turco, sintesi
tra democrazia e islam, evolva in qualcosa di più autoritario. In
questa cornice si iscrive la “tangentopoli”, legata a doppio filo
alle imminenti scadenze elettorali. A marzo ci sono le
amministrative, in agosto le presidenziali, le prime con voto
diretto. Non è escluso che Erdoğan voglia salire sul gradino più
alto delle istituzioni, facendone il perno del sistema. Si dice che a
Gülen questa ipotesi non piaccia affatto.
Arriva lo “sboom”
C’è comunque un altro fattore che
potrebbe ripercuotersi sulla scacchiera politica condizionando le
mosse dei giocatori, specialmente quelle di Erdoğan. È l’economia.
Molti analisti sono dell’avviso che la stagione d’oro della
Turchia, esplosa proprio nel momento in cui l’Akp prese il potere,
nel 2002, sta volgendo al termine. In questo arco di tempo il paese
ha compiuto un balzo in avanti eccezionale, che tra il 2002 e il 2012
ha visto i redditi individuali passare da 3.676 a 10.666 dollari
l’anno. La crescita è stata accompagnata dalla riduzione vistosa
del debito pubblico (da circa il 70% a circa il 40%) e dalla
contrazione di inflazione e deficit.
Adesso la curva potrebbe flettersi. Uno
dei motivi è l’effetto che, sui paesi emergenti, Turchia inclusa,
potrebbe avere il tapering in America, ossia la fine della politica
di acquisto di titoli pubblici, che ha viaggiato in parallelo con una
strategia di forte riduzione dei tassi. Questo ha spinto gli
investitori a muoversi sui mercati emergenti, dove tassi più alti
hanno garantito ritorni maggiori. Turchia, Brasile, India, Cina e
altri paesi ne hanno beneficiato fortemente. Tuttavia gli stimoli
della Federal Reserve vanno verso l’esaurimento e la tendenza dei
capitali, già visibile, è quella di uscire da questi mercati, dove
i rischi sono maggiori, riconcentrandosi su quelli occidentali, più
sicuri e sulla strada della ripresa.
Le conseguenze, in Turchia, sono già
tangibili. La Lira turca s’è deprezzata rapidamente, arrivando ai
minimi sul Dollaro e schizzando giù notevolmente proprio a ridosso
dei fatti di Gezi Park e delle recenti vicissitudini tra Erdoğan e
Gülen. Segno che tra quadro economico e scenario politico potrebbe
innescarsi o già si è innescato un intreccio pericoloso.
Ai problemi della Lira, che la Banca
centrale turca ha cercato di risollevare con una manovra pesante sui
tassi, appena portati dal 7,75 al 12%, anche allo scopo di contenere
l’inflazione, va aggiunto il fatto che in Turchia il deficit delle
partite correnti, ovvero lo scarto tra quanto si esporta e quanto si
importa, è molto alto, come spesso capita in economie in espansione:
si hanno risorse, dunque si compra. Attualmente il valore di questo
parametro s’aggira sul 7-8% del Pil. Ankara lo copre appoggiandosi
sui capitali stranieri in entrata. Il rischio di una loro
fuoriuscita, stimolato dall’effetto tapering, può avere
conseguenze rilevanti. Senza contare che l’economia, in generale,
sta rallentando. Da qui al 2018 la crescita media dovrebbe attestarsi
sul 4% (stime Fmi), ma in virtù dei tassi “cinesi” degli anni
passati (9,2% nel 2010; 8,8% nel 2011), questo stesso rallentamento
potrebbe essere avvertito addirittura come una recessione, sostiene
qualche analista.
Insomma, Erdoğan, che ha sempre usato
crescita e progresso come leve elettorali, potrebbe ritrovarsi con le
armi un po’ spuntate. Lo scontro aperto con Gülen e l’esibizione
dei muscoli sembrano rientrare in un gioco di polarizzazione
dell’elettorato che depotenzi, facendola scivolare in secondo
piano, la questione economica.
giovedì 7 novembre 2013
GRECIA: LA POLIZIA SGOMBERA LA RADIO-TV PUBBLICA OCCUPATA DAI LAVORATORI
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| La sede della Ert occupata fino a questa mattina |
I quattro sono stati rilasciati poco dopo su disposizione del ministro dell'Ordine pubblico, Nikos Dendias, e alla presenza di un magistrato. Fonti della polizia hanno spiegato che non esisteva nessun motivo per procedere all'arresto dei quattro dipendenti. Al momento dello sgombero all'interno della sede dell'emittente si trovavano circa 50 dipendenti. A ordinare l'intervento degli agenti è stata la procura di Atene. "Le autorità hanno applicato la legge", ha dichiarato il portavoce del governo, Simos Kedikoglou, secondo il quale l'operazione ha segnato “la fine di un'occupazione illegale”. Sul posto si sono radunati vari deputati del principale partito dell'opposizione, Syriza, che hanno chiesto di poter entrare nell'edificio senza però ottenere l'autorizzazione.
E' finito dunque il tentativo di mantenere in vita il servizio pubblico della Ert, anche solo online, da parte dei lavoratori che non avevano accettato la proposta di presentare la domanda di assunzione nel nuovo ente radiotelevisivo creato dal governo. La decisione di chiudere la Ert era stata presa sotto la pressione delle misure di austerità imposte dalla troika Fmi-Bce-Ue che, per altro, non aveva mai chiesto esplicitamente una misura del genere. La decisione, improvvisa e presa in maniera confusa dall'esecutivo greco, aveva rischiato di provocare una crisi di governo e suscitato molte proteste e reazioni negative in tutta Europa e aveva portato, appunto, alla decisione dell'occupazione da parte di una parte dei dipendenti. Una vicenda sulla quale è stata messa la parola fine questa mattina con l'intervento degli agenti antisommossa.
lunedì 1 luglio 2013
DOBRO DOSLA, HRVATSKA
Da mezzanotte la Croazia è entrata a far parte a pieno titolo dell'Unione europea, divenendo il 28° Stato membro della Ue. Dopo la Slovenia, il cui ingresso avvenne nel 2004, la Croazia è la seconda delle sei Repubbliche che componevano la Jugoslavia ad aderire all'Unione europea, ma è di fatto il primo tra i Paesi ex jugoslavi che furono più coinvolti nelle guerre degli anni '90. Il conflitto con la Serbia seguito all'indipendenza proclamata da Zagabria nel giugno 1991, conclusosi nel 1995, costò 22 mila morti e centinaia di migliaia di profughi. La Croazia presentò la domanda di adesione all'Ue nel febbraio del 2002 e, dopo aver ottenuto la candidatura ufficiale, nel 2005 avviò i negoziati con Bruxelles che si sono conclusi nel giugno 2011 per adeguare la legislazione agli standard e alle direttive comunitarie. In un referendum, nel gennaio 2012, il 66% dei votanti croati si pronunciò a favore del trattato di adesione firmato nel dicembre precedente, che è stato ratificato poi da tutti i 27 paesi membri.
Ieri decine di migliaia di persone
hanno festeggiato in tutte il Paese l'ingresso nell'Unione europea.
La festa centrale si è tenuta sulla piazza Ban Jelacic di Zagabria,
dove davanti a circa 30 mila persone e 170 ospiti stranieri,
presidenti, premier e ministri provenienti da tutti i Paesi dell'Ue e
della regione balcanica, si sono esibiti centinaia artisti, musicisti
e ballerini. Presenti al completo i vertici dell'Unione europea: il
presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy, il presidente
della Commissione europea Jose Manuel Barroso e il presidente del
Parlamento europeo Martin Schulz, il vicepremier irlandese Eamon
Gilmore e il presidente lituano Dalia Grybauskaite, in rappresentanza
della presidenza di turno semestrale uscente della Ue e di quella che
si insedia da oggi. A rappresentare l'Italia vi erano il presidente
della repubblica Giorgio Napolitano e il ministro degli esteri Emma
Bonino, la cui presenza aveva un particolare significato personale
visto l'iniziativa dei Radicali prima per l'integrazione europea della
Jugoslavia fin dalla metà degli anni Ottanta e poi per
cercare di fermare le guerre degli anni '90 e l'istituzione del
Tribunale internazionale, oltre al suo impegno come Commissaria europea all'epoca dei conflitti in Bosnia e Kosovo.
''Sono fiero di essere qui questa notte
in questo momento storico'', ha dichiarato Herman Van Rompuy, secondo
il quale l'ingresso della Croazia nella Ue è una pietra miliare per
la riconciliazione nella regione: ''Sono fiducioso che seguiranno
altri passi positivi'', ha detto ricordando l'accordo raggiunto di
recente da Belgrado e Pristina. Per Barroso “la Croazia può essere
un esempio per gli altri Paesi della regione, ha intrapreso difficili
riforme e adoperandosi nel contempo per la riconciliazione'' tra i
popoli della ex Jugoslavia: ''Ora potrà aiutare gli altri Paesi, e
posso garantire che l'Europa sara' aperta a tutti coloro che vorranno
condividere i nostri valori''. Il presidente croato Ivo Josipovic, da
parte sua ha ricordato che “l'Europa unita fu creata come un
progetto di pace, contro le guerre, e oggi essa è simbolo di pace e
di solidarietà, e la Croazia desidera fermamente che il progetto
europeo non si fermi ai suoi confini”. “Questo giorno ci dà una
nuova speranza e ci apre nuove opportunità che potremo realizzare se
ci impegneremo tutti insieme”. Un concetto ribadito anche dal
premier Zoran Milanovic: “Oggi vogliamo tendere una mano agli altri
Paesi dei Balcani e promettiamo che appoggeremo con solidarietà il
loro cammino verso la Ue”.
Con canti, cori, musica e coreografie
classiche e moderne, e, diciamolo pure, quella dose di retorica
inevitabile in questi casi, la Croazia ha voluto presentarsi come un
Paese giovane e moderno, pronto ad unirsi alla famiglia europea e al
contempo orgoglioso della sua storia, della sua cultura, della sua
arte e delle sue tradizioni nazionali da sempre appartenenti
all'Europa. Il culmine della serata è stato raggiunto con uno dei
più solenni e famosi canti della tradizione letteraria e operistica
croata, l'”Inno alla Libertà” scritto nel '500 dal poeta Ivan
Gundulic di Dubrovnik a cui è seguito l'inno europeo, cioè l'”Inno
alla Gioia” tratto dal quarto movimento della Nona sinfonia di
Ludwig Van Beethoven. A mezzanotte le campane a festa delle chiese di
Zagabria e i fuochi d'artificio hanno segnato l'ingresso ufficiale
nell'Unione Europea. Le tv hanno trasmesso in diretta la cerimonia in
cui a mezzanotte i ministri delle Finanze sloveno e croato hanno
abolito i controlli doganali a un valico di confine tra le due
repubbliche ex jugoslave, mentre alla frontiera con la Serbia il capo
della polizia croata ha scoperto il cartello con la scritta ''Unione
europea''.
Da oggi, dunque, la Croazia è il
28esimo Paese membro dell'Ue, ma entra in una fase di notevoli
difficoltà economiche interne e di grave crisi politica ed economica
della stessa Unione. Zagabria prevede per quest'anno una crescita
economica dello 0,7% e del 2,4% l'anno prossimo, ma la Commissione
europea ha altre cifre e prevede un calo del Pil dell'1% nel 2013 e
una ripresa l'anno prossimo ferma ad un debole 0,2%. Il deficit di
bilancio dovrebbe arrivare quest'anno al 4,7% del Pil e rischia di
salire nel 2014 al 5,6%, ben al di sopra del tetto del 3% previsto
dall'Ue. Il debito croato al momento è al 54% del Pil, ma secondo la
Commissione europea supererà ampiamente la soglia del 60% nel 2014,
oltre i limiti fissati dall'Ue. Bruxelles potrebbe quindi avviare in
tempi brevi una procedura per deficit eccessivo. Questo, almeno, è
l'avvertimento contenuto in un rapporto pubblicato da Bruxelles lo
scorso 29 maggio. Quanto alla disoccupazione, essa è arrivata oltre
il 20% e solo venerdì scorso la Slovenia si è affrettata a votare
l'estensione delle restrizioni all'accesso del suo mercato del lavoro
per i cittadini croati, che saranno considerati de facto
extra-comunitari per almeno altri due anni.
"La Croazia si ritrova ad
affrontare importanti sfide in termini di rilancio della sua
crescita, di consolidamento delle finanze pubbliche e di
miglioramento della competitività", è il giudizio complessivo
della Commissione Ue nel suo ultimo rapporto, ma i commenti dei
giornali e dei politici degli altri Paesi membri propongono analisi
meno diplomatiche e molti temono – ne sono apertamente convinti -
che la Croazia sarà presto una nuova Grecia, pronta a inghiottire
altri miliardi di euro dei contribuenti. A questo si aggiunga il
generale senso di disaffezione e di timore rispetto a ulteriori
allargamenti dell'Ue, dopo i grandi (e forse anche un po' facili)
entusiasmi del 2004. Significativo che l'Eurobarometro lo scorso
autunno registrava in tutta Europa un 38% di favorevoli ad ulteriori
ingressi e un 52% di contrari. E gli stessi cittadini croati vedranno
da oggi sventolare la bandiera blu con le dodici stelle ma senza più
l'entusiasmo che nel corso del negoziato ha permesso al Paese di
varare riforme e provvedimenti non facili ma necessari per adeguarsi
agli standard comunitari. L'ultima prova del debole coinvolgimento la
si è vista stata lo scorso aprile, quando per eleggere i primi
eurodeputati croati ha votato poco più del 20%.
Nonostante tutto questo, anzi,
proprio per questo “Dobro dosla, Hrvatska”.
[RS]
[RS]
giovedì 16 maggio 2013
CRISI: IL 2013 ANNO DI RIPRESA PER I BALCANI OCCIDENTALI?
Di Marina Szikora [*]
Gli ultimi dati della Banca Mondiale
indicano che per i paesi dei Balcani Occidentali stanno arrivando
giorni migliori, almeno per quanto riguarda l'economia. Cosi' un
commento della Deutsche Welle, sezione serba, pubblicato in questi
giorni. Mentre da Bruxelles avvertono ancora sulla presenza della
recessione, sia nei paesi della zona euro sia nell'intera Unione
Europea, con una possibilita' dell'inizio di crescita economica
appena a fine anno o durante il 2014, uno dei maggiori economisti
della Banca Mondiale, Željko Bogetić, un mese prima del rapporto di
questa organizzazione sulle prospettive economiche dei paesi
dell'Europa Sudorientale, in una intervista alla DW rivela o almeno
esprime speranza che proprio quest'anno ci sara' una svolta nei
Balcani. Dopo una doppia recessione durata diversi anni, il 2013
dovrebbe essere l'anno di crescita economica nei Balcani Occidentali.
La sfida, secondo questo esperto, e' come mantenere questa dinamica
nell'ambito di un ambiente difficile e del proseguimento della
recessione nella zona euro.
L'anno precedente, prosegue l'esperto
Bogetić, e' stato un anno particolarmente difficile anche a causa di
fattori naturali, quali un inverno eccessivo e un'estate torrida che
avevano colpito l'agricoltura nonche' il settore energetico nei paesi
della regione balcanica. Gia' il primo quartale di quest'anno ha
portato alla Serbia una uscita formale dalla recessione con la
crescita della produzione industriale del 5,2 percento il che ha
contribuito alla crescita del pil del 1,9 percento. E mentre gli uni
affermano che la Grande Punto prodotta
dalla Fiat in Serbia questa volta ha salvato la Serbia, dalla Banca Mondiale di
Washington dicono che "il quadro generale dell'economia serba,
in quanto la maggiore economia dei Balcani Occidentali ma anche
l'intera regione balcanica, si sta riprendendo dalla recessione
dell'anno scorso in maniera significativa a causa dell'assenza di
menzionati fattori negativi ma anche a causa di concreti
investimenti. Comunque sia, il ritmo generale della ripresa non e'
cosi' forte e in certa misura e' limitato dalla recessione nella zona
euro, afferma l'esperto economico Bogetić.
E mentre dal Governo della Serbia
annunciano due miliardi di euro di investimenti entro la fine
dell'anno, presso la Banca Mondiale commentano che il programma della
politica economica in Serbia e' da tempo abbastanza chiaro. Si valuta
che il governo di Belgrado ha iniziato adattamenti fiscali
indispensabili a fin di stabilizzare le finanze pubbliche e per
sollevare l'escalazione del deficit del bilancio e del debito
pubblico. Tuttavia, si afferma, il debito pubblico della Serbia
continua ad essere alto, il deficit deve essere abbattuto ed il primo
grande lavoro della Serbia deve essere quello di resistere su questa
via, afferma l'esperto economico Bogetić. Al tempo stesso, lui
avverte di un altra situazione piu' difficile. Tra i paesi dei
Balcani Occidentali la Serbia non occupa un posto buono per quanto
riguarda il clima di investimenti secondo molti valori
internazionali. Bisogna fare ancora molto per togliere gli ostacoli
per il funzionamento delle piccole e medie imprese. Si tratta di
problemi enormi che vanno risolti in maniera piu' agressiva, si dice
in questa intervista della DW. Se cio' accadra', i risultati in
termini di maggiore occupazione, maggiori investimenti e maggiore
interessamento del capitale straniero per l'economia serba non
manchera'. Dalla Banca Mondiale quindi sollecitano che il 2013
bisogna comprenderlo come "un anno di occasioni" perche' le
riforme economiche, soprattutto sul piano di adattamento fiscale e
clima di investimenti nella regione siano accelerati.
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