Intervista a Marta Ottaviani
Il premier turco Recep Tayyip Erdogan si prepara alle elezioni locali del 30 marzo dopo le grandi proteste per Gezi Park della scorsa estate, mai del tutto spente nonostante la dura repressione, e dopo gli scandali di corruzione emersi negli ultimi mesi che hanno terremotato il governo, messo in seria difficoltà il suo partito Akp, e appannato la sua immagine.
Le elezioni amministrative sono molto importanti in Turchia perché non esiste un livello intermedio tra le amministrazioni locali e il governo centrale e perché il voto avviene in contemporanea in tutto il Paese. L'appuntamento del 30 marzo rappresenterà, quindi, un vero e proprio test sulla tenuta dell'Akp, dopo un decennio di potere incontrastato, e sul futuro politico di Erdogan soprattutto in vista delle presidenziali della prossima estate, le prime in cui i cittadini turchi voteranno direttamente l'elezione del loro presidente.
Con una opposizione politica praticamente inesistente, i veri avversari del premier saranno la situazione economica, la cui grande crescita nel decennio ha accompagnato e sostenuto le fortune politiche di Erdogan ma che ora non appare più florida come una volta, e il leader religioso Fetulah Gulen, un tempo grande sostenitore dell'Akp, ma oggi acerrimo avversario di Erdogan. Da considerare anche il ruolo dell'attuale presidente Abdullah Gul, che dopo essere stato per molti anni il fedele numero 2 di Erdogan, da tempo, anche grazie al suo ruolo istituzionale, ha cercato di smarcarsi dal premier.
Ascolta qui l'intervista per Radio Radicale
Marta Ottaviani, dopo essere stata per alcuni anni corrispondente dalla Turchia per l'agenzia TMNews, attualmente collabora con i quotidiani L'Avvenire e La Stampa. E' autrice dei volumi "Mille e una Turchia" e "Cose da Turchi", entrambi pubblicati da Mursia.
giovedì 6 marzo 2014
CRIMINI DI GUERRA: CROAZIA E SERBIA DAVANTI ALLA CORTE INTERNAZIONALE DI GIUSTIZIA
di Marina Szikora
Del passato, quello della guerra sanguinosa degli anni Novanta, si parlera' davanti alla Corte internazionale di giustizia dell'Aja dove lunedi' 1 marzo e' iniziata l'udienza principale nella causa per genocidio presentata dalla Croazia contro la Serbia e della causa che la Serbia a sua volta ha avviato contro la Croazia per lo stesso crimine. Il massimo organismo giudiziario delle Nazioni Unite nelle prossime quattro settimane, in una serie di udienze ascoltera' molte testimonianze di atti di genocidio e di pulizia etnica della popolazione croata durante l'aggressione serba in Croazia e gli argomenti della causa avviata invece da Belgrado per dimostrare che durante l'operazione “Tempesta” e' stato commesso un genocidio nei confronti della popolazione serba in Croazia. Si tratta della sanguinosa guerra combattuta tra il 1991 e il 1995 e in cui ci sono stati oltre 20 mila morti e centinaia di migliaia di profughi. Zagabria presento' per prima il 2 luglio 1999 l'accusa di genocidio contro Belgrado chiedendo un risarcimento finanziario, la punizione di tutti i criminali di guerra, informazioni sulle persone ancora disperse e la restituzione del patrimonio storico e culturale depredato dai serbi. Belgrado rispose con una analoga accusa il 4 gennaio 2010 imputando alla Croazia di genocidio e pulizia etnica ai danni di 250 mila serbi costretti a fuggire dalla Krajina durante e dopo l'operazione “Tempesta” del 1995.
Vesna Crnić-Groti, a capo del team legale croato, nel suo intervento lunedi' ha sottolineato che soltanto la Corte internazionale di giustizia puo' stabilire che i crimini commessi a Vukovar e altrove in Croazia rappresentano un genocidio. Ha avvertito sulla riluttanza della politica e della giustizia serbe ad affrontare i crimini e di punire i loro responsabili. La rappresentante croata ha rilevato che Belgrado segretamente e pubblicamente aveva sostenuto l'istituzione delle zone autonome serbe in Croazia offrendo loro appoggio politico e militare, cosi' come aveva appoggiato e incoraggiato le forze estremiste paramilitari. I funzionari ed esperti giuridici serbi sono convinti che la Serbia non puo' perdere in questo processo. E' stato valutato pero' che il prezzo piu' alto potrebbero pagarlo le relazioni tra Belgrado e Zagabria. Secondo la parte serba non ci saranno prove sufficienti per dimostrare che la Serbia ha commesso il genocidio. In questo senso, il noto professore di diritto internazionale, Tibor Varady ricorda che nella storia del diritto internazionale nessun paese e' stato mai condannato per genocidio. Comunque vada, e anche se i giuristi serbi ritengono che non ci dovrebbero essere sorprese all'Aja, sia Belgrado che Zagabria hanno preparato i loro team di migliori esperti che rappresenteranno i due paesi. L'elenco dei testimoni e' segreto e le testimonianze dovranno essere sotto embargo fino al primo aprile, il tempo fino a quando durera' il dibattimento.
Il capo del team di giuristi della Serbia, Saša Obradović ha valutato importante che la decisione relativa alla causa e contro causa per genocidio porti ad una soluzione che permettera' di costruire relazioni di buon vicinato tra i due paesi. Obradović ha rilevato la posizione della Serbia: anche se incontestabili, i gravi crimini che sono stati commessi durante la guerra contro la popolazione croata e non serba “non si possono qualificare come genocidio”. Obradović ha precisato che la Serbia durante l'udienza illustrera' le prove della sua contro accusa in cui si afferma che l'operazione “Tempesta” rappresentava “il culmine di intenzioni criminali” del governo croato e delle forze militari croate a fin di eliminare la popolazione serba della Krajina e che questa operazione aveva carattere di genocidio. Sempre in vista dell'inizio del dibattito, il capo rappresentante della Serbia ha ricordato che non e' stato il governo serbo a sollevare la causa e che esso aveva impegnato grandi sforzi affinche' si potesse giungere ad una riconciliazione e ad una soluzione fuori dalla corte, cosa che pero' non e' accaduta. “Giunti a questo passo, il nostro compito e' prima di tutto quello di dimostrare che i delitti commessi nel 1991 in Croazia non si possono qualificare come genocidio e poi dimostrare che i crimini che sono stati commessi nei confronti dei serbi, soprattutto quelli durante la 'Tempesta' avevano carattere di genocidio”, ha detto Obradović. “Questa non e' una partita e non siamo qui per dare delle valutazioni bensi' per illustrare quello che e' veramente accaduto, presentare i fatti e lasciare alla Corte la decisione finale”, ha detto il ministro della giustizia croata Orsat Miljenić partecipando lunedi' alla prima udienza del dibattimento.
Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 6 marzo a Radio Radicale.
Del passato, quello della guerra sanguinosa degli anni Novanta, si parlera' davanti alla Corte internazionale di giustizia dell'Aja dove lunedi' 1 marzo e' iniziata l'udienza principale nella causa per genocidio presentata dalla Croazia contro la Serbia e della causa che la Serbia a sua volta ha avviato contro la Croazia per lo stesso crimine. Il massimo organismo giudiziario delle Nazioni Unite nelle prossime quattro settimane, in una serie di udienze ascoltera' molte testimonianze di atti di genocidio e di pulizia etnica della popolazione croata durante l'aggressione serba in Croazia e gli argomenti della causa avviata invece da Belgrado per dimostrare che durante l'operazione “Tempesta” e' stato commesso un genocidio nei confronti della popolazione serba in Croazia. Si tratta della sanguinosa guerra combattuta tra il 1991 e il 1995 e in cui ci sono stati oltre 20 mila morti e centinaia di migliaia di profughi. Zagabria presento' per prima il 2 luglio 1999 l'accusa di genocidio contro Belgrado chiedendo un risarcimento finanziario, la punizione di tutti i criminali di guerra, informazioni sulle persone ancora disperse e la restituzione del patrimonio storico e culturale depredato dai serbi. Belgrado rispose con una analoga accusa il 4 gennaio 2010 imputando alla Croazia di genocidio e pulizia etnica ai danni di 250 mila serbi costretti a fuggire dalla Krajina durante e dopo l'operazione “Tempesta” del 1995.
Vesna Crnić-Groti, a capo del team legale croato, nel suo intervento lunedi' ha sottolineato che soltanto la Corte internazionale di giustizia puo' stabilire che i crimini commessi a Vukovar e altrove in Croazia rappresentano un genocidio. Ha avvertito sulla riluttanza della politica e della giustizia serbe ad affrontare i crimini e di punire i loro responsabili. La rappresentante croata ha rilevato che Belgrado segretamente e pubblicamente aveva sostenuto l'istituzione delle zone autonome serbe in Croazia offrendo loro appoggio politico e militare, cosi' come aveva appoggiato e incoraggiato le forze estremiste paramilitari. I funzionari ed esperti giuridici serbi sono convinti che la Serbia non puo' perdere in questo processo. E' stato valutato pero' che il prezzo piu' alto potrebbero pagarlo le relazioni tra Belgrado e Zagabria. Secondo la parte serba non ci saranno prove sufficienti per dimostrare che la Serbia ha commesso il genocidio. In questo senso, il noto professore di diritto internazionale, Tibor Varady ricorda che nella storia del diritto internazionale nessun paese e' stato mai condannato per genocidio. Comunque vada, e anche se i giuristi serbi ritengono che non ci dovrebbero essere sorprese all'Aja, sia Belgrado che Zagabria hanno preparato i loro team di migliori esperti che rappresenteranno i due paesi. L'elenco dei testimoni e' segreto e le testimonianze dovranno essere sotto embargo fino al primo aprile, il tempo fino a quando durera' il dibattimento.
Il capo del team di giuristi della Serbia, Saša Obradović ha valutato importante che la decisione relativa alla causa e contro causa per genocidio porti ad una soluzione che permettera' di costruire relazioni di buon vicinato tra i due paesi. Obradović ha rilevato la posizione della Serbia: anche se incontestabili, i gravi crimini che sono stati commessi durante la guerra contro la popolazione croata e non serba “non si possono qualificare come genocidio”. Obradović ha precisato che la Serbia durante l'udienza illustrera' le prove della sua contro accusa in cui si afferma che l'operazione “Tempesta” rappresentava “il culmine di intenzioni criminali” del governo croato e delle forze militari croate a fin di eliminare la popolazione serba della Krajina e che questa operazione aveva carattere di genocidio. Sempre in vista dell'inizio del dibattito, il capo rappresentante della Serbia ha ricordato che non e' stato il governo serbo a sollevare la causa e che esso aveva impegnato grandi sforzi affinche' si potesse giungere ad una riconciliazione e ad una soluzione fuori dalla corte, cosa che pero' non e' accaduta. “Giunti a questo passo, il nostro compito e' prima di tutto quello di dimostrare che i delitti commessi nel 1991 in Croazia non si possono qualificare come genocidio e poi dimostrare che i crimini che sono stati commessi nei confronti dei serbi, soprattutto quelli durante la 'Tempesta' avevano carattere di genocidio”, ha detto Obradović. “Questa non e' una partita e non siamo qui per dare delle valutazioni bensi' per illustrare quello che e' veramente accaduto, presentare i fatti e lasciare alla Corte la decisione finale”, ha detto il ministro della giustizia croata Orsat Miljenić partecipando lunedi' alla prima udienza del dibattimento.
Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 6 marzo a Radio Radicale.
PUSIC CHIEDE ALLARGAMENTO NATO E UN NUOVO MODELLO DI INTEGRAZIONE EUROPEA PER LA BOSNIA
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| Vesna Pusic |
La scorsa settimana, durante la sua visita a Washington, la ministro degli Esteri e dehli Affari europei croata, Vesna Pusić, ha dichiarato che il prossimo vertice della NATO che si svolgera' in settembre in Gran Bretagna dovrebbe essere un summit di allargamento poiche' ci sono alcuni paesi dell'Europa sudorientale che sono pronti per l'adesione o per proseguire l'avanzamento verso l'adesione alla NATO. Al contrario pero', anche se la decisione non e' stata ancora presa formalmente, si ha l'impressione che il prossimo vertice dell'Alleanza non sara' un vertice di allargamento. La posizione croata e' che un ulteriore allargamento ci dovrebbe essere e che nella regione balcanica ci sono alcuni paesi che hanno i requisiti per questo, ha detto Vesna Pusić a seguito del suo incontro con il vicesegretario di stato americano William Burns. La Croazia insieme all'Albania ha aderito alla NATO nel 2009, mentre il Montenegro, la Bosnia Erzegovina e la Macedonia sono attualmente a diversi livelli di integrazione nell'Alleanza. Anche se membro del programma della NATO 'Partenariato per la pace', la Serbia ha proclamato invece la sua neutralita' e al momento non vuole aderire.
Durante il loro incontro, la capo della diplomazia croata e il rappresentante americano hanno parlato in particolare della situazione in Bosnia Erzegovina dove come sappiamo, i disordini sociali si sono trasformati in una ribellione politica contro il potere a tutti i livelli. “Il partenariato transatlantico e' necessario per la Bosnia, ma in gran parte questa e' una questione europea e l'Unione deve svolgere un ruolo cruciale”, ha rilevato Pusić. Il ministro croato ha informato il sottosegretario di stato americano Burns dell'iniziativa croata relativa alla Bosnia Erzegovina di cui si discutera' alla prossima riunione del Consiglio per gli affari europei dell'UE. Secondo Vesna Pusić si tratta di un modello specifico dell'adesione della Bosnia che verrebbe definito dalla Commissione Europea e secondo il quale la soluzione “della difficile ed instabile situazione” sarebbe parte e non precondizione per l'inizio del processo di negoziati. Questa iniziativa, ha spiegato Vesna Pusić, significherebbe una prospettiva di adesione piu' sicura e piu' palpabile e incorporerebbe nel processo negoziale la soluzione del problema che oggi e' all'ordine del giorno e che destabilizza l'intera regione.
Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 6 marzo a Radio Radicale
SERBIA: IL PARTITO DEL PROGRESSO VERSO LA VITTORIA ALLE ELEZIONI ANTICIPATE
di Marina Szikora
La coalizione riunita intorno al Partito serbo del progresso (SNS) dell'attuale vicepremier Aleksandar Vučić potrebbe ottenere il 44 per cento dei voti alle prossime elezioni anticipate del 16 marzo. Lo dimostra il recentissimo sondaggio che il Centro per le elezioni libere e democratiche (CESiD) effettuato per conto del quotidiano di Belgrado 'Blic'. Aggiungendo i cosiddetti voti dispersi dei piccoli partiti che lottano per superare la soglia di sbarramento, i “progressisti” potrebbero riuscire ad avere anche la maggioranza assoluta in parlamento. La coalizione riunitasi intorno al premier uscente, il socialista Ivica Dačić, partner di coalizione dell'attuale governo, secondo questo sondaggio avrebbe il 13 per cento di voti. La coalizione riunita dall'ex presidente Boris Tadić, che ha formato il Nuovo partito democratico, avrebbe un sostengo dell'otto per cento, mentre il Partito democratico, ora guidato da Dragan Đilas, ha il sette per cento e i liberaldemocratici di Čedomir Jovanović il sei. Proprio sulla soglia elettorale si trova il Partito democratico della Serbia di Vojislav Koštunica con il cinque per cento. Tra i leader politici al primo posto nel gradimento degli elettori c'è il vicepremier uscente, Aleksandar Vučić, con un sostegno del 45 per cento degli intervistati. Secondo posto con il 32 per cento per l'attuale capo dello stato, Tomislav Nikolić, seguito da Ivica Dačić e, al quarto posto, dall'ex presidente Boris Tadić.
Ex cancelliere austriaco: la Serbia un paese che avanza
In questi tempi politicamente ed economicamente molto turbolenti che destano serie preoccupazioni nel mondo intero, a parlare positivamente del percorso della Serbia questa volta e' l'ex cancelliere austriaco Alfred Gusenbauer, attualmente consigliere del governo di Belgrado. Secondo Gusenbauer, e' di importanza strategica che la Serbia si stabilizzi economicamente e politicamente perche' e' il paese cruciale dei Balcani occidentali. In questo senso, ha rilevato Gusenbauer, l'inizio dei negoziati di adesione e' segno che l'Unione Europea apprezza le riforme in Serbia. Secondo l'ex cancelliere austriaco, e come riportato dal quotidiano di Belgrado 'Blic', e' anche un incoraggiamento ai cittadini serbi che vedono l'attuazione delle riforme, l'arrivo di investimenti esteri e l'impegno delle autorita' nella lotta alla corruzione.
Gusenbauer ha assunto l'incarico di consigliere del governo serbo cinque mesi fa e d'allora, come ha detto, i cambiamenti sono stati notevoli perche' mentre si susseguono le notizie mondiali sulla crisi, la Serbia emerge come un paese stabile e tranquillo in avanzamento. “Le notizie dal vostro paese non sono piu' notizie del passato, bensi' del futuro, delle riforme, della lotta contro la corruzione e degli investimenti. Non passa un giorno che una compagnia straniera non annunci di investire o di iniziare a costruire in Serbia”, ha detto Gusenbauer in una intervista alla televisione serba. Ha ricordato che l'Austria, di cui e' stato cancelliere, e' un grande investitore in Serbia, ma si aspetta anche altri investimenti del suo paese. Secondo Gusenbauer, la condizione piu' importante e' che dopo le elezioni in Serbia ci sia una situazione politica chiara e stabile, indispensabile per le riforme.
Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata ij onda il 6 marzo a Radio Radicale
La coalizione riunita intorno al Partito serbo del progresso (SNS) dell'attuale vicepremier Aleksandar Vučić potrebbe ottenere il 44 per cento dei voti alle prossime elezioni anticipate del 16 marzo. Lo dimostra il recentissimo sondaggio che il Centro per le elezioni libere e democratiche (CESiD) effettuato per conto del quotidiano di Belgrado 'Blic'. Aggiungendo i cosiddetti voti dispersi dei piccoli partiti che lottano per superare la soglia di sbarramento, i “progressisti” potrebbero riuscire ad avere anche la maggioranza assoluta in parlamento. La coalizione riunitasi intorno al premier uscente, il socialista Ivica Dačić, partner di coalizione dell'attuale governo, secondo questo sondaggio avrebbe il 13 per cento di voti. La coalizione riunita dall'ex presidente Boris Tadić, che ha formato il Nuovo partito democratico, avrebbe un sostengo dell'otto per cento, mentre il Partito democratico, ora guidato da Dragan Đilas, ha il sette per cento e i liberaldemocratici di Čedomir Jovanović il sei. Proprio sulla soglia elettorale si trova il Partito democratico della Serbia di Vojislav Koštunica con il cinque per cento. Tra i leader politici al primo posto nel gradimento degli elettori c'è il vicepremier uscente, Aleksandar Vučić, con un sostegno del 45 per cento degli intervistati. Secondo posto con il 32 per cento per l'attuale capo dello stato, Tomislav Nikolić, seguito da Ivica Dačić e, al quarto posto, dall'ex presidente Boris Tadić.
Ex cancelliere austriaco: la Serbia un paese che avanza
In questi tempi politicamente ed economicamente molto turbolenti che destano serie preoccupazioni nel mondo intero, a parlare positivamente del percorso della Serbia questa volta e' l'ex cancelliere austriaco Alfred Gusenbauer, attualmente consigliere del governo di Belgrado. Secondo Gusenbauer, e' di importanza strategica che la Serbia si stabilizzi economicamente e politicamente perche' e' il paese cruciale dei Balcani occidentali. In questo senso, ha rilevato Gusenbauer, l'inizio dei negoziati di adesione e' segno che l'Unione Europea apprezza le riforme in Serbia. Secondo l'ex cancelliere austriaco, e come riportato dal quotidiano di Belgrado 'Blic', e' anche un incoraggiamento ai cittadini serbi che vedono l'attuazione delle riforme, l'arrivo di investimenti esteri e l'impegno delle autorita' nella lotta alla corruzione.
Gusenbauer ha assunto l'incarico di consigliere del governo serbo cinque mesi fa e d'allora, come ha detto, i cambiamenti sono stati notevoli perche' mentre si susseguono le notizie mondiali sulla crisi, la Serbia emerge come un paese stabile e tranquillo in avanzamento. “Le notizie dal vostro paese non sono piu' notizie del passato, bensi' del futuro, delle riforme, della lotta contro la corruzione e degli investimenti. Non passa un giorno che una compagnia straniera non annunci di investire o di iniziare a costruire in Serbia”, ha detto Gusenbauer in una intervista alla televisione serba. Ha ricordato che l'Austria, di cui e' stato cancelliere, e' un grande investitore in Serbia, ma si aspetta anche altri investimenti del suo paese. Secondo Gusenbauer, la condizione piu' importante e' che dopo le elezioni in Serbia ci sia una situazione politica chiara e stabile, indispensabile per le riforme.
Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata ij onda il 6 marzo a Radio Radicale
"QUI TIRANA": LA CORRISPONDENZA DI ARTUR NURA
Gli argomenti della corrispondenza di Artur Nura per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi a Radio Radicale
Macedonia
Le elezioni presidenziali del 13 aprile e le ormai più che probabili elezioni politiche anticipate che dovrebbero tenersi in contemporanea.
Albania
La situazione politica e l'accordo tra il governo di Tirana e il Fondo Monetario Internazionale per un piano di assistenza finanziaria da 330 milioni di Euro.
Kosovo
Le elezioni di giugno: il ruolo possibile del partito "Srpska" sostenuto da Belgrado nella parte serba e la nuova formazione politica albanese fondata da Fatmir Limaj e Jakup Krasniqi dopo la lor uscita dal partito del premier Hashim Thaci.
Macedonia
Le elezioni presidenziali del 13 aprile e le ormai più che probabili elezioni politiche anticipate che dovrebbero tenersi in contemporanea.
Albania
La situazione politica e l'accordo tra il governo di Tirana e il Fondo Monetario Internazionale per un piano di assistenza finanziaria da 330 milioni di Euro.
Kosovo
Le elezioni di giugno: il ruolo possibile del partito "Srpska" sostenuto da Belgrado nella parte serba e la nuova formazione politica albanese fondata da Fatmir Limaj e Jakup Krasniqi dopo la lor uscita dal partito del premier Hashim Thaci.
PASSAGGIO IN ONDA
E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 6 marzo 2014.
La trasmissione e' ascoltabile direttamente qui oppure sul sito di Radio Radicale.
Sommario della trasmissione
Albania: la visita del presidente Giorgio Napolitano a Tirana; la situazione economica e l'accordo tra il governo e il Fondo monetario internazionale per un piano di assistenza economica da 330 milioni di euro.
Integrazione euroatlantica: il ministro degli Esteri croato Vesna Pusic a Washington sostiene la necessità di un allargamento per la Nato e di un modello specifico di integrazione europea per la Bosnia Erzegovina per risolvere la crisi attuale.
Crimini di guerra: iniziati il dibattimento sulle accuse reciproche di genocidio e crimini di guerra tra Croazia e Serbia davanti alla Corte internazionale di giustizia delle Nazioni Unite; il peso del procedimento sulle attuali relazioni tra Belgrado e Zagabria.
Macedonia: il parlamento ha votato all'unanimità il proprio scioglimento, le elezioni parlamentari anticipate si terranno insieme al ballottaggio delle presidenziali il prossimo 27 aprile.
Kosovo: i movimenti nelle forze politiche serbe e albanesi in vista delle elezioni di giugno; il ruolo possibile del partito Srpska sostenuto da Belgrado e la nuova formazione politica fondata da Fatmir Limaj e Jakup Krasniqi.
Serbia: il Partito del progresso dell'attuale vicepremier Aleksandar Vucic è il grande favorito per le elezioni del 16 marzo e potrebbe conquistare la maggioranza assoluta dei seggi nel nuovo parlamento..
Turchia: la situazione politica, la leadership e il futuro politico di Recep Tayyip Erdogan, di fronnte agli scandali, alla situazione economica e all'offensiva del suo grande avversario Fetullah Gulen in vista delle elezioni locali del 30 marzo. Intervista a Marta Ottaviani, collaboratrice de L'Avvenire e de La Stampa.
La trasmissione è realizzata con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura ed è ascoltabile direttamente qui
La trasmissione e' ascoltabile direttamente qui oppure sul sito di Radio Radicale.
Sommario della trasmissione
Albania: la visita del presidente Giorgio Napolitano a Tirana; la situazione economica e l'accordo tra il governo e il Fondo monetario internazionale per un piano di assistenza economica da 330 milioni di euro.
Integrazione euroatlantica: il ministro degli Esteri croato Vesna Pusic a Washington sostiene la necessità di un allargamento per la Nato e di un modello specifico di integrazione europea per la Bosnia Erzegovina per risolvere la crisi attuale.
Crimini di guerra: iniziati il dibattimento sulle accuse reciproche di genocidio e crimini di guerra tra Croazia e Serbia davanti alla Corte internazionale di giustizia delle Nazioni Unite; il peso del procedimento sulle attuali relazioni tra Belgrado e Zagabria.
Macedonia: il parlamento ha votato all'unanimità il proprio scioglimento, le elezioni parlamentari anticipate si terranno insieme al ballottaggio delle presidenziali il prossimo 27 aprile.
Kosovo: i movimenti nelle forze politiche serbe e albanesi in vista delle elezioni di giugno; il ruolo possibile del partito Srpska sostenuto da Belgrado e la nuova formazione politica fondata da Fatmir Limaj e Jakup Krasniqi.
Serbia: il Partito del progresso dell'attuale vicepremier Aleksandar Vucic è il grande favorito per le elezioni del 16 marzo e potrebbe conquistare la maggioranza assoluta dei seggi nel nuovo parlamento..
Turchia: la situazione politica, la leadership e il futuro politico di Recep Tayyip Erdogan, di fronnte agli scandali, alla situazione economica e all'offensiva del suo grande avversario Fetullah Gulen in vista delle elezioni locali del 30 marzo. Intervista a Marta Ottaviani, collaboratrice de L'Avvenire e de La Stampa.
La trasmissione è realizzata con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura ed è ascoltabile direttamente qui
sabato 1 marzo 2014
LA CLASSIFICA DELLA LIBERTA' DI STAMPA SECONDO REPORTER SENZA FRONTIERE
Il 12 febbraio Reporter Senza Frontiere ha pubblicato come ogni anno il World Press Freedom Index (WPFI) sulla libertà di informazione nel mondo. La classifica viene compilata valutando il pluralismo e l'indipendenza dei media, le norme in materia di informazione e la trasparenza degli organismi preposti, la qualità delle infrastrutture a disposizione degli organi di informazione, il livello di abusi registrati e il clima generale di libertà d'informazione. Il WPFI, come ormai da molti anni, pone al vertice Finlandia, Paesi Bassi e Norvegia così come Turkmenistan, Corea del Nord e Eritrea ricoprono ancora una volta la posizione peggiore e vengono definiti da RSF come “buchi neri per l'informazione e le notizie e veri e propri inferni per i giornalisti che vi abitano”.
L'Europa domina la lista dei primi 50 paesi in lista, con 14 membri dell'Unione Europea tra i primi 25. Ma è soprattutto il nord Europa a brillare grazie, dicono a RSF, ad “ una solida cornice costituzionale e legale che, a loro volta, sono fondate su una cultura reale delle libertà individuali, una cultura più effettiva lì che non nel sud dell'Europa”. In questa parte del continente l'unico sviluppo positivo è stato individuato in Italia, che è finalmente uscita “da una spirale negativa e sta lavorando ad un progetto di legge incoraggiante che porterà alla de-penalizzazione della diffamazione via stampa”. Il nostro paese ha guadagnato ben otto posizioni e occupa ora la 49a posizione del WPFI. Ossigeno per l'Informazione, tuttavia, contesta questa valutazione che giudica basata su “errori di interpretazione della riforma di legge sulla diffamazione attualmente dibattuta in parlamento” che non prevede affatto la de-penalizzazione ma si limita “a sostituire la detenzione con sproporzionate sanzioni economiche che non sono meno intimidatorie”.
Per quanto riguarda i Paesi dell'Europa sud orientale, la Turchia, scossa dalle manifestazioni di piazza lo scorso anno e dove molti giornalisti sono stati mandati in prigione o si trovano ad affrontare un processo a causa del loro lavoro, resta quella messa peggio e non si è mossa dalla 154a posizione già occupata lo scorso anno. Grecia e Bulgaria tra i paesi del sud-est Europa sono quelli che hanno perso più posizioni negli ultimi anni: la Grecia, che si trovava al 35o posto nel 2009, da allora è precipitata di più di più di 50 posizioni, e di ben 15 posizioni nell'ultimo anno, ed occupa ora il 99o posto al mondo mentre immediatamente alle sue spalle la Bulgaria, scossa da mesi di proteste anti-governative, è scesa di 13 posti conquistando il poco lusinghiero primato di paese membro dell'Unione Europea con la peggiore posizione.
La Macedonia, che nel 2009 era al 34o posto, da allora è in caduta libera e dopo aver perso ulteriori sette posizioni nell'ultimo anno, si trova ora al 123o posto. Nel WPFI del 2014 anche la Romania ha perso qualche posizione, nello specifico tre, e si trova ora al 45mo posto. Cipro, Croazia e Montenegro sono tutte e tre scese di una posizione e ora sono rispettivamente al 25o, al 65o e al 114o posto. Cipro resta comunque il paese meglio piazzato tra quelli dell'Europa sud orientale. Tra i “virtuosi” si segnala il leggero miglioramento della Slovenia, che risale di un posto in 34a posizione, e il balzo in avanti più deciso della Serbia risale di ben nove posizioni sino al 54o posto.
Tra le altre posizioni si segnala il 56o posto della Moldova, il 66o della Bosnia Erzegovina, l'80o del Kosovo, l'83o di Cipro Nord, l'85o dell'Albania.
Leggi il World Press Freedom Index 2014 (in inglese)
Qui l'articolo di Osservatorio Balcani e Caucaso dedicato in particolare ai Paesi dell'Europa sud orientale
L'Europa domina la lista dei primi 50 paesi in lista, con 14 membri dell'Unione Europea tra i primi 25. Ma è soprattutto il nord Europa a brillare grazie, dicono a RSF, ad “ una solida cornice costituzionale e legale che, a loro volta, sono fondate su una cultura reale delle libertà individuali, una cultura più effettiva lì che non nel sud dell'Europa”. In questa parte del continente l'unico sviluppo positivo è stato individuato in Italia, che è finalmente uscita “da una spirale negativa e sta lavorando ad un progetto di legge incoraggiante che porterà alla de-penalizzazione della diffamazione via stampa”. Il nostro paese ha guadagnato ben otto posizioni e occupa ora la 49a posizione del WPFI. Ossigeno per l'Informazione, tuttavia, contesta questa valutazione che giudica basata su “errori di interpretazione della riforma di legge sulla diffamazione attualmente dibattuta in parlamento” che non prevede affatto la de-penalizzazione ma si limita “a sostituire la detenzione con sproporzionate sanzioni economiche che non sono meno intimidatorie”.
Per quanto riguarda i Paesi dell'Europa sud orientale, la Turchia, scossa dalle manifestazioni di piazza lo scorso anno e dove molti giornalisti sono stati mandati in prigione o si trovano ad affrontare un processo a causa del loro lavoro, resta quella messa peggio e non si è mossa dalla 154a posizione già occupata lo scorso anno. Grecia e Bulgaria tra i paesi del sud-est Europa sono quelli che hanno perso più posizioni negli ultimi anni: la Grecia, che si trovava al 35o posto nel 2009, da allora è precipitata di più di più di 50 posizioni, e di ben 15 posizioni nell'ultimo anno, ed occupa ora il 99o posto al mondo mentre immediatamente alle sue spalle la Bulgaria, scossa da mesi di proteste anti-governative, è scesa di 13 posti conquistando il poco lusinghiero primato di paese membro dell'Unione Europea con la peggiore posizione.
La Macedonia, che nel 2009 era al 34o posto, da allora è in caduta libera e dopo aver perso ulteriori sette posizioni nell'ultimo anno, si trova ora al 123o posto. Nel WPFI del 2014 anche la Romania ha perso qualche posizione, nello specifico tre, e si trova ora al 45mo posto. Cipro, Croazia e Montenegro sono tutte e tre scese di una posizione e ora sono rispettivamente al 25o, al 65o e al 114o posto. Cipro resta comunque il paese meglio piazzato tra quelli dell'Europa sud orientale. Tra i “virtuosi” si segnala il leggero miglioramento della Slovenia, che risale di un posto in 34a posizione, e il balzo in avanti più deciso della Serbia risale di ben nove posizioni sino al 54o posto.
Tra le altre posizioni si segnala il 56o posto della Moldova, il 66o della Bosnia Erzegovina, l'80o del Kosovo, l'83o di Cipro Nord, l'85o dell'Albania.
Leggi il World Press Freedom Index 2014 (in inglese)
Qui l'articolo di Osservatorio Balcani e Caucaso dedicato in particolare ai Paesi dell'Europa sud orientale
giovedì 27 febbraio 2014
PUSIĆ E VUČIĆ: IL PASSATO QUESTIONE DELLA CORTE, LA COLLABORAZIONE COMPITO DEL PRESENTE E DEL FUTURO
Le accuse reciproche tra Croazia e Serbia sui crimini di guerra stanno per arrivare davanti alla Corte internazionale di giustizia dell'Onu
Di Marina Szikora
La Serbia e la Croazia, attraverso le reciproche cause per genocidio davanti alla Corte Internazionale di Giustizia delle Nazioni Unite all’Aja risolveranno i problemi del passato, mentre la politica attuale e le relazioni tra Zagabria e Belgrado guarderanno al presente el futuro. Questa la valutazione comune della vicepresidente del governo croato e ministro degli Esteri e affari europei, Vesna Pusić, e del vicepremier uscente serbo Aleksandar Vučić a seguito del loro incontro lunedi’ a Belgrado.”Quali che siano gli sviluppi all’Aja, concordiamo che si tratta di risolvere i problemi del passato, mentre il nostro lavoro e’ quello di prenderci cura del presente e della vita della gente adesso e nel futuro”, ha sottolineato Vesna Pusić alla conferenza stampa congiunta. Aleksandar Vučić da parte sua ha rilevato che entrambi i paesi si impegneranno comunemente e faranno tutto il possibile affinche’ i problemi del passato non “avvelenino le relazioni bilaterali e il fatto che le vicende del passato si vedano in modi diversi”, la Croazia in un modo, la Serbia nel modo del tutto diverso.
Quello di lunedi’ è stato il terzo incontro tra Pusić e Vučić nell’arco di 11 mesi e si è tenuto ad una settimana della prima udienza nella cause per genocidio mosse, l'uno contro l'altro, dai due Paesi davanti alla Corte di Giustizia dell’Aja. La ministro Pusić ha ricordato che “ci sono stati la volonta’ e gli sforzi” affinche’ i problemi dei procedimenti si risolvessero in un modo diverso ma “purtroppo questo non si e’ riuscito a fare, le precondizioni non sono state adempiute”. Una delle condizioni chiave per la Croazia e’ la questione delle persone scomparse e qui non ci sono stati passi avanti. Pusić ha valutato che le quattro settimane di illustrazione delle prove davanti alla Corte dell’Aja non saranno per niente piacevoli, ma le autorita’ sia di Belgrado che di Zagabria non devono permettere che quest’atmosfera si trasferisca sulle attuali relazioni tra i due Stati.
Anche Vučić concorda che le argomentazioni “non devono alzare le tensioni e le passioni” tra i cittadini dei due Paesi. Confermando che non e’ stato raggiunto un accordo sul ritiro delle accuse perche’ “secondo la Croazia le condizioni non sono adempiute” mentre la Serbia afferma di “aver fatto il tutto possibile e che altri dati non ha potuto trovare e consegnare”, Vučić ha sottolineato che per le generazioni giovani “e’ sbagliato entrare nel processo davanti alla Corte Internazionale di Giustizia poiche’ esse non hanno una catarsi da attraversare”. Le due parti concordano di avere la responsabilita’ per la stabilita’ dei loro Paesi ma anche dell’intera regione poiche’ entrambi hanno scelto la via europea e le riforme. Vučić ha informato che a questo incontro la Serbia ha consegnato alla Croazia 38.439 registrazioni aeree che dovrebbero servire per la legalizzazione degli edifici costruiti illegalmente in Croazia. Pusić ha spiegato che la Croazia apprezza molto questo gesto di Belgrado poiche’ servira’ ad aiutare a risolvere oltre 800.000 richieste di legalizzazione.
Il vicepremier serbo ha ammesso che la parte serba non ha rispettato una delle precedenti promesse che riguarda la stampa dei libri in lingua materna per gli allievi della comunita’ croata in Serbia. A tal proposito ha promesso di impegnarsi personalmente affinche’ questo problema sia risolto al piu’ presto possibile. In compenso, Vučić ha chiesto alla sua ospite croata maggiore collaborazione per quanto riguarda la sistemazione dei profughi serbi e il rispetto dei diritti dei serbi al cirillico in Croazia. Vesna Pusić ha ribadito che nel contesto del processo di integrazione europea della Serbia, Zagabria avra’ le stesse posizioni: pieno sostegno nel processo ma anche richiesta di implementare e rispettare gli standard europei. “Tutto quello che non e’ parte del processo di integrazione europea verrà risolto bilateralmente“, ha rilevato Pusić.
Alla conferenza stampa congiunta, inevitabile e’ stata la domanda della posizione croata e serbia relativa alla situazione in Bosnia Erzegovina. Pusić e Vučić hanno sottolineato che per entrambi i Paesi e’ importante la pace nella regione. Secondo la ministro Pusić la questione di una terza entita’ in Bosnia Erzegovina, vale a dire quella croata separata da quella bosgnacca, non e’ all’ordine del giorno della politica croata, ma e’ invece un modello di stabilizzazione della situazione in Bosnia Erzegovina. La Croazia ne e’ responsabile anche in quanto membro dell’Unione Europea, ha rilevato Pusić.
Testo tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 27 febbraio a Radio Radicale
La Serbia e la Croazia, attraverso le reciproche cause per genocidio davanti alla Corte Internazionale di Giustizia delle Nazioni Unite all’Aja risolveranno i problemi del passato, mentre la politica attuale e le relazioni tra Zagabria e Belgrado guarderanno al presente el futuro. Questa la valutazione comune della vicepresidente del governo croato e ministro degli Esteri e affari europei, Vesna Pusić, e del vicepremier uscente serbo Aleksandar Vučić a seguito del loro incontro lunedi’ a Belgrado.”Quali che siano gli sviluppi all’Aja, concordiamo che si tratta di risolvere i problemi del passato, mentre il nostro lavoro e’ quello di prenderci cura del presente e della vita della gente adesso e nel futuro”, ha sottolineato Vesna Pusić alla conferenza stampa congiunta. Aleksandar Vučić da parte sua ha rilevato che entrambi i paesi si impegneranno comunemente e faranno tutto il possibile affinche’ i problemi del passato non “avvelenino le relazioni bilaterali e il fatto che le vicende del passato si vedano in modi diversi”, la Croazia in un modo, la Serbia nel modo del tutto diverso.
Quello di lunedi’ è stato il terzo incontro tra Pusić e Vučić nell’arco di 11 mesi e si è tenuto ad una settimana della prima udienza nella cause per genocidio mosse, l'uno contro l'altro, dai due Paesi davanti alla Corte di Giustizia dell’Aja. La ministro Pusić ha ricordato che “ci sono stati la volonta’ e gli sforzi” affinche’ i problemi dei procedimenti si risolvessero in un modo diverso ma “purtroppo questo non si e’ riuscito a fare, le precondizioni non sono state adempiute”. Una delle condizioni chiave per la Croazia e’ la questione delle persone scomparse e qui non ci sono stati passi avanti. Pusić ha valutato che le quattro settimane di illustrazione delle prove davanti alla Corte dell’Aja non saranno per niente piacevoli, ma le autorita’ sia di Belgrado che di Zagabria non devono permettere che quest’atmosfera si trasferisca sulle attuali relazioni tra i due Stati.
Anche Vučić concorda che le argomentazioni “non devono alzare le tensioni e le passioni” tra i cittadini dei due Paesi. Confermando che non e’ stato raggiunto un accordo sul ritiro delle accuse perche’ “secondo la Croazia le condizioni non sono adempiute” mentre la Serbia afferma di “aver fatto il tutto possibile e che altri dati non ha potuto trovare e consegnare”, Vučić ha sottolineato che per le generazioni giovani “e’ sbagliato entrare nel processo davanti alla Corte Internazionale di Giustizia poiche’ esse non hanno una catarsi da attraversare”. Le due parti concordano di avere la responsabilita’ per la stabilita’ dei loro Paesi ma anche dell’intera regione poiche’ entrambi hanno scelto la via europea e le riforme. Vučić ha informato che a questo incontro la Serbia ha consegnato alla Croazia 38.439 registrazioni aeree che dovrebbero servire per la legalizzazione degli edifici costruiti illegalmente in Croazia. Pusić ha spiegato che la Croazia apprezza molto questo gesto di Belgrado poiche’ servira’ ad aiutare a risolvere oltre 800.000 richieste di legalizzazione.
Il vicepremier serbo ha ammesso che la parte serba non ha rispettato una delle precedenti promesse che riguarda la stampa dei libri in lingua materna per gli allievi della comunita’ croata in Serbia. A tal proposito ha promesso di impegnarsi personalmente affinche’ questo problema sia risolto al piu’ presto possibile. In compenso, Vučić ha chiesto alla sua ospite croata maggiore collaborazione per quanto riguarda la sistemazione dei profughi serbi e il rispetto dei diritti dei serbi al cirillico in Croazia. Vesna Pusić ha ribadito che nel contesto del processo di integrazione europea della Serbia, Zagabria avra’ le stesse posizioni: pieno sostegno nel processo ma anche richiesta di implementare e rispettare gli standard europei. “Tutto quello che non e’ parte del processo di integrazione europea verrà risolto bilateralmente“, ha rilevato Pusić.
Alla conferenza stampa congiunta, inevitabile e’ stata la domanda della posizione croata e serbia relativa alla situazione in Bosnia Erzegovina. Pusić e Vučić hanno sottolineato che per entrambi i Paesi e’ importante la pace nella regione. Secondo la ministro Pusić la questione di una terza entita’ in Bosnia Erzegovina, vale a dire quella croata separata da quella bosgnacca, non e’ all’ordine del giorno della politica croata, ma e’ invece un modello di stabilizzazione della situazione in Bosnia Erzegovina. La Croazia ne e’ responsabile anche in quanto membro dell’Unione Europea, ha rilevato Pusić.
Testo tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 27 febbraio a Radio Radicale
CROAZIA: I PARTITI DI GOVERNO ALLA PROVA DELLE ELEZIONI EUROPEE
Di Marina Szikora
“Il Partito Socialdemocratico resta il cuore dei buoni cambiamenti. Andiamo verso una nuova vittoria. Non tradite la fiducia della gente di cui ancora godiamo. Questi sono i tempi delle frustrazioni, dell’odio, delle parole aspre che spesso sono ad un passo dal golpe o dalla piazza. Noi ci meritiamo ancora la fiducia della gente e la fiducia resta la parola chiave“. Questo il messaggio del premier socialdemocratico croato Zoran Milanović alla convenzione del suo partito svoltasi sabato scorso a Zagabria. Parole che dovrebbero essere ancora convincenti in un clima di profonda delusione e grave crisi economica in cui si trova il Paese da meno tempo membro dell’UE. Parole queste che dovrebbero difendere l’attuale governo giunto alla meta’ del suo mandato e che avra’ una grande prova della fiducia dei cittadini al prossimo appuntamento elettorale che sara’ quello delle elezioni per il Parlamento Europeo a fine maggio.
Il principale messaggio del premier alla convenzione e’ che l’SDP con i suoi partner di coalizione e’ riuscito a proteggere la coesione sociale in Croazia, mentre gli altri, e per “altri”, anche se non nominati, si intende il maggiore partito di opposizione, l’HDZ, dichiarano di essere pronti per il grande rovesciamento. “Non spaventatevi dai racconti di una rivoluzione liberale”, ha detto Milanović promettendo che l’SDP resta fedele ai valori civici e sociali. Con i partner di coalizione, ha osservato il premier croato, si e’ realizzata una collaborazione buona, attiva e trasparente, i disaccordi sono a livello di errori statistici. A confermarlo e’ stata la vicepremier e ministro degli Esteri, presidente del Partito popolare croato – Liberali democratici, Vesna Pusić, che ha qualificato questo governo come il migliore finora a guida della Croazia.
Come detto, la prima grande prova per sentire chiaramente la voce dei cittadini della Croazia saranno le prossime elezioni europee. E non sara’ facile. Entrambi i maggiori partiti, l’SDP e l’ HDZ, secondo i sondaggi, negli ultimi mesi si trovano quasi alla pari nelle intenzioni di voto: l’SDP gode attualmente di un sostegno attorno al 23 per cento mentre l’HDZ è tra il 20 e il 21 per cento. L’HDZ si dice convinta che in caso di vittoria sarebbe allora l’occasione giusta e buona per richiedere le elezioni anticipate. Per i partiti, sia quelli che governano che quelli dell’opposizione, sara’ comunque battaglia dura, ma per i cittadini la preoccupazione principale e’ come fronteggiare l’esaurimento dovuto alla troppo lunga crisi economica di cui non si intravede ancora la via d’uscita e nella politica ci credono ben poco.
Testo tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 27 febbraio a Radio Radicale
“Il Partito Socialdemocratico resta il cuore dei buoni cambiamenti. Andiamo verso una nuova vittoria. Non tradite la fiducia della gente di cui ancora godiamo. Questi sono i tempi delle frustrazioni, dell’odio, delle parole aspre che spesso sono ad un passo dal golpe o dalla piazza. Noi ci meritiamo ancora la fiducia della gente e la fiducia resta la parola chiave“. Questo il messaggio del premier socialdemocratico croato Zoran Milanović alla convenzione del suo partito svoltasi sabato scorso a Zagabria. Parole che dovrebbero essere ancora convincenti in un clima di profonda delusione e grave crisi economica in cui si trova il Paese da meno tempo membro dell’UE. Parole queste che dovrebbero difendere l’attuale governo giunto alla meta’ del suo mandato e che avra’ una grande prova della fiducia dei cittadini al prossimo appuntamento elettorale che sara’ quello delle elezioni per il Parlamento Europeo a fine maggio.
Il principale messaggio del premier alla convenzione e’ che l’SDP con i suoi partner di coalizione e’ riuscito a proteggere la coesione sociale in Croazia, mentre gli altri, e per “altri”, anche se non nominati, si intende il maggiore partito di opposizione, l’HDZ, dichiarano di essere pronti per il grande rovesciamento. “Non spaventatevi dai racconti di una rivoluzione liberale”, ha detto Milanović promettendo che l’SDP resta fedele ai valori civici e sociali. Con i partner di coalizione, ha osservato il premier croato, si e’ realizzata una collaborazione buona, attiva e trasparente, i disaccordi sono a livello di errori statistici. A confermarlo e’ stata la vicepremier e ministro degli Esteri, presidente del Partito popolare croato – Liberali democratici, Vesna Pusić, che ha qualificato questo governo come il migliore finora a guida della Croazia.
Come detto, la prima grande prova per sentire chiaramente la voce dei cittadini della Croazia saranno le prossime elezioni europee. E non sara’ facile. Entrambi i maggiori partiti, l’SDP e l’ HDZ, secondo i sondaggi, negli ultimi mesi si trovano quasi alla pari nelle intenzioni di voto: l’SDP gode attualmente di un sostegno attorno al 23 per cento mentre l’HDZ è tra il 20 e il 21 per cento. L’HDZ si dice convinta che in caso di vittoria sarebbe allora l’occasione giusta e buona per richiedere le elezioni anticipate. Per i partiti, sia quelli che governano che quelli dell’opposizione, sara’ comunque battaglia dura, ma per i cittadini la preoccupazione principale e’ come fronteggiare l’esaurimento dovuto alla troppo lunga crisi economica di cui non si intravede ancora la via d’uscita e nella politica ci credono ben poco.
Testo tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 27 febbraio a Radio Radicale
UNA SOLUZIONE EUROPEA PER LA BOSNIA ERZEGOVINA
Di Marina Szikora
Dopo il fallimento del tentativo di raggiungere una soluzione per l’implementazione della sentenza “Sejdić-Finci” della Corte europea per i diritti dell’uomo, condizione chiave per sbloccare il percorso di integrazione europea della Bosnia Erzegovina, durante il suo incontro con i rappresentanti politici del Paese, il commissario europeo all’Allagramento, Stefan Fuele, ha lasciato il compito irrisolto alle istituzioni locali. La sentenza della Cedu riguarda la modifica della Costituzione che concede a coloro che non dichiarano alcuna appartenenza etnica o appartengono a una minoranza etnica diversa da uno dei tre “popoli costituenti” (bosgnacchi, croati e serbi), la possibilita’ di costituirsi in gruppo indipendente nel parlamento. Tuttavia, la Commissione Europea continua a ribadire che non e’ finito il suo impegno per il benessere del Paese e dei suoi cittadini.
Il portavoce del commissario Fuele, Peter Stano, afferma che senza l’implementazione della sentenza “Sejdić-Finci” la BiH non puo’ avanzare sulla via europea perche’ senza adempiere questa condizione non puo’ presentare una richiesta credibile per l’adesione all’Unione come nemmeno attuare l’Accordo di stabilizzazione e associazione. L’Asa e’ a sua volta importante per mettere in moto l’intero processo politico ed economico tra il potenziale candidato e l’Unione Europea, ha precisato Stano. E’ il primo importante passo sulla via verso l’Ue ed esso, nel caso della Bosnia Erzegovina, non puo’ accadere senza l’applicazione della sentenza della Cedu, ovvero finche’ il paese viola i suoi obblighi internazionali, ha detto il portavoce Stano.
Bruxelles si dice preoccupata poiche’ il processo di integrazione europea della Bosnia Erzegovina sta diventando sempre piu’ lento e complicato. Pero’ la Commissione, queste almeno le informazioni, attualmente sta esaminando tre iniziative per la Bosnia. La prima sarebbe focalizzata su una migliore governabilita’ dell’economia del Paese: questa iniziativa dovrebbe essere presentata tra breve a Londra e in questo senso, la Commissione intende aiutare la Bosnia a preparare un programma nazionale delle riforme economiche in risposta ad un mercato di lavoro che non funziona, per un migliore coordinamento della politica economica e fiscale nonche’ per migliori condizioni agli affari. La seconda iniziativa della Commissione sarebbe la formazione di un comune gruppo di lavoro UE-Bosnia al fine di accelerare l’implementazione dei progetti che l’Unione finanzia nel Paese: l’obiettivo sarebbe quello di risolvere in modo piu’ veloce e visibile i problemi economici e sociali in Bosnia. Infine, la terza iniziativa riguarda l’ampliamento dell’attuale dialogo strutturale nel settore della giustizia: questa volta l’iniziativa sarebbe focalizzata sulla lotta alla corruzione.
Testo tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 27 febbraio a Radio Radicale
Dopo il fallimento del tentativo di raggiungere una soluzione per l’implementazione della sentenza “Sejdić-Finci” della Corte europea per i diritti dell’uomo, condizione chiave per sbloccare il percorso di integrazione europea della Bosnia Erzegovina, durante il suo incontro con i rappresentanti politici del Paese, il commissario europeo all’Allagramento, Stefan Fuele, ha lasciato il compito irrisolto alle istituzioni locali. La sentenza della Cedu riguarda la modifica della Costituzione che concede a coloro che non dichiarano alcuna appartenenza etnica o appartengono a una minoranza etnica diversa da uno dei tre “popoli costituenti” (bosgnacchi, croati e serbi), la possibilita’ di costituirsi in gruppo indipendente nel parlamento. Tuttavia, la Commissione Europea continua a ribadire che non e’ finito il suo impegno per il benessere del Paese e dei suoi cittadini.
Il portavoce del commissario Fuele, Peter Stano, afferma che senza l’implementazione della sentenza “Sejdić-Finci” la BiH non puo’ avanzare sulla via europea perche’ senza adempiere questa condizione non puo’ presentare una richiesta credibile per l’adesione all’Unione come nemmeno attuare l’Accordo di stabilizzazione e associazione. L’Asa e’ a sua volta importante per mettere in moto l’intero processo politico ed economico tra il potenziale candidato e l’Unione Europea, ha precisato Stano. E’ il primo importante passo sulla via verso l’Ue ed esso, nel caso della Bosnia Erzegovina, non puo’ accadere senza l’applicazione della sentenza della Cedu, ovvero finche’ il paese viola i suoi obblighi internazionali, ha detto il portavoce Stano.
Bruxelles si dice preoccupata poiche’ il processo di integrazione europea della Bosnia Erzegovina sta diventando sempre piu’ lento e complicato. Pero’ la Commissione, queste almeno le informazioni, attualmente sta esaminando tre iniziative per la Bosnia. La prima sarebbe focalizzata su una migliore governabilita’ dell’economia del Paese: questa iniziativa dovrebbe essere presentata tra breve a Londra e in questo senso, la Commissione intende aiutare la Bosnia a preparare un programma nazionale delle riforme economiche in risposta ad un mercato di lavoro che non funziona, per un migliore coordinamento della politica economica e fiscale nonche’ per migliori condizioni agli affari. La seconda iniziativa della Commissione sarebbe la formazione di un comune gruppo di lavoro UE-Bosnia al fine di accelerare l’implementazione dei progetti che l’Unione finanzia nel Paese: l’obiettivo sarebbe quello di risolvere in modo piu’ veloce e visibile i problemi economici e sociali in Bosnia. Infine, la terza iniziativa riguarda l’ampliamento dell’attuale dialogo strutturale nel settore della giustizia: questa volta l’iniziativa sarebbe focalizzata sulla lotta alla corruzione.
Testo tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 27 febbraio a Radio Radicale
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