E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est del 21 febbraio 2016.
La trasmissione e' ascoltabile direttamente qui di seguito oppure sul sito di Radio Radicale.
Sommario della puntata
Bosnia Erzegovina: la richiesta di adesione
all'Unione Europea e alcune considerazioni sulle comunicazioni al
Parlamento del presidente del consiglio Renzi prima del Consiglio
Europeo.
Crisi dei profughi: un punto sulla situazione e sulle sue prospettive viste dai Balcani.
Kosovo: l'ottavo anniversario dell'indipendenza celebrato all'insegna delle tensioni politiche sull'accordo con la Serbia.
Macedonia: la situazione politica in vista delle elezioni anticipate di aprile.
Albania: un punto sulla difficile situazione economica del paese
La trasmissione, realizzata con la collaborazione di Marina Sikora e Artur Nura, è ascoltabile direttamente qui
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lunedì 22 febbraio 2016
sabato 17 gennaio 2015
ALLARGAMENTO UE: IL MAGRO BILANCIO DEL SEMESTRE ITALIANO
Intervista a Davide Denti, vicedirettore di Eastjournal.net
Il 13 gennaio si è chiuso definitivamente il semestre italiano di presidenza del Consiglio dell’Unione europea. Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, a Strasburgo, nel suo discorso davanti al Parlamento europeo, ha sottolineato l'importanza dell'integrazione europea dei Balcani, citando espressamente Albania, Serbia e Montenegro. Il 2014 avrebbe potuto essere un anno favorevole all'avanzamento del processo di integrazione della regione: la presidenza di turno è toccata, infatti, prima alla Grecia e poi all'Italia, due paesi tradizionalmente amici dei Balcani. Inoltre, c'erano stati in precedenza fatti positivi: nel 2013 l’accordo sulla normalizzazione delle relazioni tra Serbia e Kosovo e l'ingresso della Croazia nell'UE; nel 2014 l'avvio dei negoziati di adesione con la Serbia, lo status di Paese candidato dell'Albania, l'Accordo di stabilizzazione e associazione con il Kosovo (che non dovrà passare per la ratifica dei 28 Paesi membri).
Il 13 gennaio si è chiuso definitivamente il semestre italiano di presidenza del Consiglio dell’Unione europea. Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, a Strasburgo, nel suo discorso davanti al Parlamento europeo, ha sottolineato l'importanza dell'integrazione europea dei Balcani, citando espressamente Albania, Serbia e Montenegro. Il 2014 avrebbe potuto essere un anno favorevole all'avanzamento del processo di integrazione della regione: la presidenza di turno è toccata, infatti, prima alla Grecia e poi all'Italia, due paesi tradizionalmente amici dei Balcani. Inoltre, c'erano stati in precedenza fatti positivi: nel 2013 l’accordo sulla normalizzazione delle relazioni tra Serbia e Kosovo e l'ingresso della Croazia nell'UE; nel 2014 l'avvio dei negoziati di adesione con la Serbia, lo status di Paese candidato dell'Albania, l'Accordo di stabilizzazione e associazione con il Kosovo (che non dovrà passare per la ratifica dei 28 Paesi membri).
Per quanto riguarda la politica d’allargamento, il bilancio del semestre italiano rimane invece assai magro. L’unico passo avanti formale è stata l’apertura di quattro nuovi capitoli negoziali con il Montenegro e il lancio della macro-regione adriatico-ionica, iniziativa importante ma che convolge 4 Paesi membri UE (Italia, Grecia, Croazia e Slovenia) e 4 Paesi candidati (Albania, Bosnia, Montenegro e Serbia), ma non potrà contare su risorse e un bilancio aggiuntivo rispetto ai vari fondi UE e bilaterali ed esclude Kosovo e Macedonia per via dei veti della Grecia e della Serbia. Ma proprio la Grecia si è mostrata ben poco interessata al proprio ruolo storico, mentre le tante scadenze elettorali, dalle elezioni europee a quelle in Bosnia, Serbia e Kosovo, hanno ulteriormente fatto perdere tempo. Così il 2014 è stato un anno sprecato e la presidenza italiana non è riuscita a portare a casa quasi nulla.
Questo in estrema sintesi il contenuto dell'analisi di Davide Denti pubblicata su Eastjournal.net.
Ascolta qui l'intervista per Radio Radicale
Allargamento UE, il magro bilancio della presidenza italiana del Consiglio UE
di Davide Denti - Eastjournal.net, 14 gennaio 2015
Da SARAJEVO - Il 13 gennaio, con il passaggio di consegne alla Lettonia, si è chiuso definitivamente il semestre italiano di presidenza del Consiglio dell’Unione europea. E anche per quanto riguarda la politica d’allargamento, il bilancio del semestre rimane magro. L’unico passo avanti formale dei paesi dei Balcani occidentali verso l’integrazione europea è stata l’apertura di quattro nuovi capitoli negoziali con il Montenegro, oltre al lancio della strategia macroregionale adriatico-ionica. Ferme al palo Serbia e Albania, i maggiori paesi della regione, così come Macedonia, Kosovo e Bosnia ed Erzegovina.
lunedì 22 dicembre 2014
BOSNIA ERZEGOVINA: PROSPETTIVA EUROPEA “LAST MINUTE”?
Di Marina Szikora
L'Unione Europea e' pronta con “occhi nuovi” ad esaminare la situazione in Bosnia Erzegovina e fare nuove mosse a fin di aiutare questo paese ad andare avanti. In cambio si aspetta serieta' e responsabilita' dei politici bosniaci. Cosi' almeno si afferma dopo che recentemente e' avvenuta una visita della nuova Alta rappresentante della politica estera e di sicurezza dell'UE, Federica Mogherini, e del commissario europeo all'Allargamento, Johannes Hahn. L'Unione concorda nell'intenzione di dare alla Bosnia Erzegovina una nuova chance per incamminarsi nelle riforme e nel processo di integrazione europea. In questa ottica, la visita di Mogherini e Hahn si vede come un segno di appoggio europeo ma anche una specie di prova: “Abbiamo il mandato chiaro di sondare la volonta' politica della neo eletta leadership e la sua prontezza di inserirsi nei processi che non sono formali bensi' sostanziali e che ci aiuteranno a muoverci avanti”, ha detto l'Alta rappresentante dell'Unione Europea, Mogherini.
Quando si tratta della Bosnia Erzegovina, a Bruxelles tutti concordano che la situazione di stallo che dura da tempo, e' inammissibile. Pero', come osserva la Deutche Welle in un recente articolo, mentre nel Paese molti si aspettano che i funzionari europei arrivino con “una proposta pronta” che si rispecchia innanzitutto nell'iniziativa anglo-tedesca, a Bruxelles dicono che questa proposta sia ancora una delle molte che si stanno esaminando quando si tratta del nuovo approccio europeo al nodo politico ed economico di questo Paese. I dati sono impietosi e parlano del piu' alto tasso di disoccupazione tra i giovani in Europa, perfino del 59 per cento. Con il 28 per cento, la Bosnia e' il secondo paese in Europa per il numero di disoccupati in assoluto e ha inoltre il piu' basso livello di qualita' dell'ambiente imprenditoriale ma anche la piu' alta percezione di corruzione.
Il testo è tratto dalla corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 21 dicembre a Radio Radicale
L'Unione Europea e' pronta con “occhi nuovi” ad esaminare la situazione in Bosnia Erzegovina e fare nuove mosse a fin di aiutare questo paese ad andare avanti. In cambio si aspetta serieta' e responsabilita' dei politici bosniaci. Cosi' almeno si afferma dopo che recentemente e' avvenuta una visita della nuova Alta rappresentante della politica estera e di sicurezza dell'UE, Federica Mogherini, e del commissario europeo all'Allargamento, Johannes Hahn. L'Unione concorda nell'intenzione di dare alla Bosnia Erzegovina una nuova chance per incamminarsi nelle riforme e nel processo di integrazione europea. In questa ottica, la visita di Mogherini e Hahn si vede come un segno di appoggio europeo ma anche una specie di prova: “Abbiamo il mandato chiaro di sondare la volonta' politica della neo eletta leadership e la sua prontezza di inserirsi nei processi che non sono formali bensi' sostanziali e che ci aiuteranno a muoverci avanti”, ha detto l'Alta rappresentante dell'Unione Europea, Mogherini.
Quando si tratta della Bosnia Erzegovina, a Bruxelles tutti concordano che la situazione di stallo che dura da tempo, e' inammissibile. Pero', come osserva la Deutche Welle in un recente articolo, mentre nel Paese molti si aspettano che i funzionari europei arrivino con “una proposta pronta” che si rispecchia innanzitutto nell'iniziativa anglo-tedesca, a Bruxelles dicono che questa proposta sia ancora una delle molte che si stanno esaminando quando si tratta del nuovo approccio europeo al nodo politico ed economico di questo Paese. I dati sono impietosi e parlano del piu' alto tasso di disoccupazione tra i giovani in Europa, perfino del 59 per cento. Con il 28 per cento, la Bosnia e' il secondo paese in Europa per il numero di disoccupati in assoluto e ha inoltre il piu' basso livello di qualita' dell'ambiente imprenditoriale ma anche la piu' alta percezione di corruzione.
Il testo è tratto dalla corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 21 dicembre a Radio Radicale
giovedì 22 maggio 2014
L'ALLUVIONE DEL SECOLO TRAVOLGE I BALCANI: BOSNIA, SERBIA E CROAZIA IN GINOCCHIO
Decine di morti, centinaia di migliaia di sfollati, danni incalcolabili. Il pericolo delle epidemie e delle mine antiuomo rimaste dalle guerre degli anni '90. La solidarietà verso le popolazioni colpite dalla catastrofe unisce tutta la regione.
Di Marina Szikora
Le alluvioni in questi ultimi sette giorni hanno colpito e messo in ginocchio tre paesi, Bosnia, Serbia e Croazia. Sono almeno una cinquantina le persone che in questi paesi hanno perso la vita a causa delle inondazioni e circa mezzo milione gli sfollati, ma sono le conseguenze che saranno catastrofiche e le cui dimensioni in questo momento sono forse ancora incalcolabili. Una situazione tremenda che non si e’ vista negli ultimi 120 anni. Le numerose squadre di salvataggio sono al lavoro per garantire assistenza e fornire i beni indispensabili alle popolazioni alluvionate. Anche se è stata colpita essa stessa, la Croazia e’ stata tra i primi paesi che hanno offerto soccorso in elicotteri e personale alla Serbia e alla Bosnia Erzegovina da dove sono giunte immagini apocalittiche, sconosciute alla storia moderna di questi due paesi. Basti dire che a Doboj, in Bosnia, il livello dell’acqua ha raggiunto i 4 metri di altezza. Colpite tutte le zone lungo il fiume Sava, in Serbia nel centro del paese, in Bosnia Erzegovina le citta’ nel nord e nel nord-est e in Croazia nell’est del paese, la Slavonia e la Posavina. Nella regione a preoccupare sono le piene della Sava, della Kolubara, della Drina e del Danubio. La citta’ maggiormente colpita in Serbia e’ Obrenovac, una citta’ che ormai non esiste piu’.
La solidarietà tra Paesi un tempo in guerra
Paesi negli anni novanta erano in guerra tra loro, oggi sono uniti dalla solidarietà contro l'assalto subito dai fiumi mostri. Si fa tutto il possibile, non soltanto per soccorrere i propri connazionali ma anche per aiutare i cittadini colpiti dalle alluvioni nei paesi vicini. In Croazia, i partiti della coalizione governativa hanno interrotto la campagna per le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo e la propaganda dei candidati nei media. I mezzi finanziari che erano destinati a questo scopo verranno inviati al Fondo per l’aiuto alle zone alluvionate della Croazia. Il partito di opposizione, l’Unione democratica croata (HDZ) ha deciso di cancellare cinque comizi elettorali conclusivi e i soldi verranno altrettanto inviati ai cittadini colpiti dalla tragedia. Anche in Slovenia vi e’ una grande risposta all’azione di solidarieta’ e aiuto alle popolazioni colpite dalla catastrofe in Bosnia e Serbia. I media sloveni sottolineano che l’intera regione balcanica ha dimostrato grande solidarieta’ in cui non e’ mancato nemmeno l’aiuto da parte della Slovenia che negli ultimi anni aveva subito a sua volta i danni causati da alluvioni e altre catastrofi naturali quando le venivano inviati aiuti internazionali. Da tanto tempo, tra i paesi della regione, non si registrava una cosi’ grande solidarieta’ e aiuto reciproco come adesso, ha scritto il quotidiano di Maribor “Večer”. Anche dal Montenegro, finora sono stati inviati sei convogli di aiuti ai cittadini della Serbia e della Bosnia Erzegovina, e’ stato comunicato lunedi’ dal governo di Podgorica. La croce rossa bosniaca informa che in tre giorni sono state raccolte 200 tonnellate di aiuti per far fronte ai bisogni indispensabili delle popolazioni colpite. In Serbia si rileva il particolare ringraziamento agli aiuti internazionali, soprattutto quelli provenienti dai paesi della regione. Si sottolinea che nelle zone alluvionate sono impegnati i team di esperti e di soccorritori da Bulgaria, Slovenia, Montenegro, Macedonia e Croazia anche se la stessa Croazia e’ tra i paesi colpiti dalla catastrofe.
Le ripercussioni economiche su Paesi già colpiti dalla crisi
E’ chiaro che quanto avvenuto negli ultimi giorni in Serbia, Bosnia e Croazia rischia di avere forti ripercussioni sulle economie di questi paesi che ormai sono colpiti da diversi anni da una profonda crisi economica e finanziaria. Il premier serbo Aleksandar Vučić ha tracciato una prima stima dei danni in Serbia: si tratta di danni pari a centinaia di milioni e forse persino di un miliardo di euro. Tra questi i danni subiti dal complesso minerario di Kolubara che rifornisce la centrale “Nikola Tesla” di Obrenovac che e’ una delle localita’ piu’ colpite. Il neo premier serbo ha detto che si aspettano aiuti dai governi stranieri poiche’ servono medicine e viveri, soprattutto alimenti per i neonati e materiale edilizio. La Serbia, come spiegato da Vučić, dovra’ ricostruire ponti e strade e rinnovare molte infrastrutture. Il premier croato Zoran Milanović ha dichiarato che la settima citta’ in ordine di grandezza, Slavonski Brod, ha subito i danni peggiori ed e’ stata sfiorata la catastrofe. Il fiume Sava e’ stato in questa citta’ ad un passo dal rompere gli argini, ma questo per fortuna non e’ avvenuto. Anche se da lunedi’ il tempo si e’ calmato e il livello dell’acqua e’ leggermente in discesa, non c’e’ ancora cessato allarme in Slavonia poiche’ la situazione non e’ ancora fuori pericolo. Oltre mille membri delle Forze armate lavorano giorno e notte e soccorrono quanto possono. Ci sara’ un piano di lavoro anche dopo il ritiro completo dell’acqua. Va aggiunto anche che l’aiuto arriva da ogni parte della Croazia. Praticamente non c’e’ citta’, comune, associazione, istituzione o impresa che non si sia inserita nell’azione di solidarieta’. Esemplare l'aiuto venuto da parte degli sportivi della regione. Rimane critica anche la situazione in Bosnia Erzegovina, nelle zone vicine ai tre fiumi principali, Sava, Bosna e Drina. Alcuni villaggi di Podrinje, vicino alla Drina, nella parte orientale, sono ancora del tutto isolati dall’acqua. A Bijeljina invece, gli sfollati sono diverse migliaia. Martedi’ 20 maggio e’ stata proclamata giornata di lutto nazionale, la giornata in cui il paese piange le vittime della piu’ grande catastrofe naturale del Paese. Alcuni villaggi hanno davvero un aspetto apocalittico. Secondo i rapporti e’ quasi impossibile descrivere con parole la situazione a Topčić polje, Nemile, Šerići e altri villaggi nei pressi di Zenica. Le case, i garage e i mulini sono completamente scomparsi sotto l’acqua e il fango e visibili sono soltanto i tetti ed i sottotetti di case grandi. Il problema ulteriore e’ che dopo le alluvioni, la popolazione rischia diverse epidemie e infezioni addominali. Secondo gli ultimi aggiornamenti dalla Bosnia Erzegovina, un ulteriore problema legato alle alluvioni e’ quello delle mine. Si tratta di smottamenti che hanno smosso gli ordigni inesplosi dalla guerra degli anni Novanta, in particolare a Olovo, nella Bosnia centrale, ma anche in altre localita’.
La Bosnia in ginocchio
Lunedi’ la CNN ha dedicato grande spazio alle alluvioni in Bosnia Erzegovina e ospite della giornalista Christiane Amanpour e’ stato il presidente di turno, Bakir Izetbegović, il quale ha parlato della situazione attuale nel suo paese. Izetbegović ha sottolineato che senza l’aiuto internazionale sara’ difficile riabilitarsi poiche’ i danni di questa catastrofe si esprimono in miliardi di euro. Alla domanda di Amanpour se in questi momenti nella regione e in Bosnia si riescono a dimenticare i problemi politici, Izetbegović ha risposto che “in questo momento tutti si aiutano a vicenda, soprattutto la gente semplice. I croati nelle loro case hanno accolto alcuni bosgnacchi rimasti senza le loro abitazioni. Similmente accade anche con i serbi ospitati dai bosgnacchi”. “I nostri vicini croati, poi gli sloveni, i macedoni chiamano e offrono aiuto. Anche i turchi hanno aiutato molto. In questi momenti non pensiamo alle cose che ci dividono”, ha rilevato Izetbegović. Secondo Amanpour la situazione ricorda i tempi di unita’ prima della guerra, prima che prendessero il sopravvento i Ratko Mladić, i Radovan Karadžić e gli Slobodan Milošević. Chiesto di commentare l’ironia che lunedi’ e’ ripreso il processo contro Mladić all’Aja, Izetbegović ha detto: “Spero che la gente che aveva sofferto durante l’epoca di Mladić avra’ soddisfazione nel futuro. Generalmente, il processo di riconciliazione e’ incamminato. Non sono paragonabili le relazioni tra gente semplice con quelle di 20 anni fa. Noi qui viviamo insieme e siamo funzionanti insieme”, ha concluso Izetbegović.
Enormi danni materiali in Serbia
In Serbia invece, su decisione del governo e del premier Vučić sono stati proclamati tre giorni di lutto nazionale, mercoledi’, giovedi’ e venerdi’. Vučić ha detto che la Serbia, secondo i danni materiali, e’ stata colpita dieci volti di piu’ rispetto agli altri paesi nella regione ma ha espresso speranza che questo non sara’ visibile nel numero delle vittime. Secondo le valutazioni del premier, la Serbia dovrebbe concorrere da sola per gli aiuti finanziari dei fondi dell’Ue per sanare i danni. “I danni sono enormi ma essi devono essere misurati realisticamente”, ha detto Vučić. Ha ringraziato inoltre i giornalisti stranieri, agli uomini di stato stranieri e al famoso tennista Novak Đoković nonche’ a tutti quelli che in questi difficili momenti hanno aiutato la Serbia. Un grazie anche ai giornalisti coraggiosi che hanno svolto il loro lavoro con tanta devozione e amore verso il proprio paese. Con un lungo comunicato il governo della Serbia ha ringraziato il governo croato per il veloce soccorso e gesti di solidarieta’. Nel comunicato inviato tramite l’ambasciata serba a Zagabria tra l’altro si legge: “A nome del Governo della Repubblica di Serbia e tutti i suoi cittadini ringraziamo molto il Governo della Repubblica di Croazia per la veloce reazione e dimostrata prontezza ad aiutare. Questo gesto ha un valore ancora piu’ grande visto che la Croazia stessa deve affrontare le alluvioni sul proprio territorio. Siamo convinti che i cittadini della Serbia sapranno apprezzare questo gesto di solidarietà”.
In Croazia il rischio delle mine antiuomo
In conclusione, ultime notizie che giungono dalla Croazia parlano altrettanto del rischio di infezioni ma soprattutto delle mine antiuomo rimaste sepolte e inesplose dopo la fine della guerra. Vi e’ il pericolo che l’acqua trasporti le mine nelle zone che gia’ sono state sminate con i precedenti progetti del Centro croato per lo sminamento poiche’ si tratta di zone piu’ a valle rispetto a quelle dove attualmente si trovano le mine ancora da rimuovere. Adesso non e’ possibile prevedere l’esatta localita’ a causa dell’imprevedibilita’ del movimento delle acque delle alluvioni. Va precisato che la zona del comune di Vrbanja e’ segnalata con 30 demarcazioni di pericolo di mine. Gli esperti del Centro croato per lo sminamento sono in contatto e a piena disposizione con i rappresentanti dei centri per lo sminamento della Bosnia Erzegovina e della Serbia e insieme formeranno una commissione comune che seguira’ la situazione sul terreno.
Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi a Radio Radicale.
Di Marina Szikora
Le alluvioni in questi ultimi sette giorni hanno colpito e messo in ginocchio tre paesi, Bosnia, Serbia e Croazia. Sono almeno una cinquantina le persone che in questi paesi hanno perso la vita a causa delle inondazioni e circa mezzo milione gli sfollati, ma sono le conseguenze che saranno catastrofiche e le cui dimensioni in questo momento sono forse ancora incalcolabili. Una situazione tremenda che non si e’ vista negli ultimi 120 anni. Le numerose squadre di salvataggio sono al lavoro per garantire assistenza e fornire i beni indispensabili alle popolazioni alluvionate. Anche se è stata colpita essa stessa, la Croazia e’ stata tra i primi paesi che hanno offerto soccorso in elicotteri e personale alla Serbia e alla Bosnia Erzegovina da dove sono giunte immagini apocalittiche, sconosciute alla storia moderna di questi due paesi. Basti dire che a Doboj, in Bosnia, il livello dell’acqua ha raggiunto i 4 metri di altezza. Colpite tutte le zone lungo il fiume Sava, in Serbia nel centro del paese, in Bosnia Erzegovina le citta’ nel nord e nel nord-est e in Croazia nell’est del paese, la Slavonia e la Posavina. Nella regione a preoccupare sono le piene della Sava, della Kolubara, della Drina e del Danubio. La citta’ maggiormente colpita in Serbia e’ Obrenovac, una citta’ che ormai non esiste piu’.
La solidarietà tra Paesi un tempo in guerra
Paesi negli anni novanta erano in guerra tra loro, oggi sono uniti dalla solidarietà contro l'assalto subito dai fiumi mostri. Si fa tutto il possibile, non soltanto per soccorrere i propri connazionali ma anche per aiutare i cittadini colpiti dalle alluvioni nei paesi vicini. In Croazia, i partiti della coalizione governativa hanno interrotto la campagna per le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo e la propaganda dei candidati nei media. I mezzi finanziari che erano destinati a questo scopo verranno inviati al Fondo per l’aiuto alle zone alluvionate della Croazia. Il partito di opposizione, l’Unione democratica croata (HDZ) ha deciso di cancellare cinque comizi elettorali conclusivi e i soldi verranno altrettanto inviati ai cittadini colpiti dalla tragedia. Anche in Slovenia vi e’ una grande risposta all’azione di solidarieta’ e aiuto alle popolazioni colpite dalla catastrofe in Bosnia e Serbia. I media sloveni sottolineano che l’intera regione balcanica ha dimostrato grande solidarieta’ in cui non e’ mancato nemmeno l’aiuto da parte della Slovenia che negli ultimi anni aveva subito a sua volta i danni causati da alluvioni e altre catastrofi naturali quando le venivano inviati aiuti internazionali. Da tanto tempo, tra i paesi della regione, non si registrava una cosi’ grande solidarieta’ e aiuto reciproco come adesso, ha scritto il quotidiano di Maribor “Večer”. Anche dal Montenegro, finora sono stati inviati sei convogli di aiuti ai cittadini della Serbia e della Bosnia Erzegovina, e’ stato comunicato lunedi’ dal governo di Podgorica. La croce rossa bosniaca informa che in tre giorni sono state raccolte 200 tonnellate di aiuti per far fronte ai bisogni indispensabili delle popolazioni colpite. In Serbia si rileva il particolare ringraziamento agli aiuti internazionali, soprattutto quelli provenienti dai paesi della regione. Si sottolinea che nelle zone alluvionate sono impegnati i team di esperti e di soccorritori da Bulgaria, Slovenia, Montenegro, Macedonia e Croazia anche se la stessa Croazia e’ tra i paesi colpiti dalla catastrofe.
Le ripercussioni economiche su Paesi già colpiti dalla crisi
E’ chiaro che quanto avvenuto negli ultimi giorni in Serbia, Bosnia e Croazia rischia di avere forti ripercussioni sulle economie di questi paesi che ormai sono colpiti da diversi anni da una profonda crisi economica e finanziaria. Il premier serbo Aleksandar Vučić ha tracciato una prima stima dei danni in Serbia: si tratta di danni pari a centinaia di milioni e forse persino di un miliardo di euro. Tra questi i danni subiti dal complesso minerario di Kolubara che rifornisce la centrale “Nikola Tesla” di Obrenovac che e’ una delle localita’ piu’ colpite. Il neo premier serbo ha detto che si aspettano aiuti dai governi stranieri poiche’ servono medicine e viveri, soprattutto alimenti per i neonati e materiale edilizio. La Serbia, come spiegato da Vučić, dovra’ ricostruire ponti e strade e rinnovare molte infrastrutture. Il premier croato Zoran Milanović ha dichiarato che la settima citta’ in ordine di grandezza, Slavonski Brod, ha subito i danni peggiori ed e’ stata sfiorata la catastrofe. Il fiume Sava e’ stato in questa citta’ ad un passo dal rompere gli argini, ma questo per fortuna non e’ avvenuto. Anche se da lunedi’ il tempo si e’ calmato e il livello dell’acqua e’ leggermente in discesa, non c’e’ ancora cessato allarme in Slavonia poiche’ la situazione non e’ ancora fuori pericolo. Oltre mille membri delle Forze armate lavorano giorno e notte e soccorrono quanto possono. Ci sara’ un piano di lavoro anche dopo il ritiro completo dell’acqua. Va aggiunto anche che l’aiuto arriva da ogni parte della Croazia. Praticamente non c’e’ citta’, comune, associazione, istituzione o impresa che non si sia inserita nell’azione di solidarieta’. Esemplare l'aiuto venuto da parte degli sportivi della regione. Rimane critica anche la situazione in Bosnia Erzegovina, nelle zone vicine ai tre fiumi principali, Sava, Bosna e Drina. Alcuni villaggi di Podrinje, vicino alla Drina, nella parte orientale, sono ancora del tutto isolati dall’acqua. A Bijeljina invece, gli sfollati sono diverse migliaia. Martedi’ 20 maggio e’ stata proclamata giornata di lutto nazionale, la giornata in cui il paese piange le vittime della piu’ grande catastrofe naturale del Paese. Alcuni villaggi hanno davvero un aspetto apocalittico. Secondo i rapporti e’ quasi impossibile descrivere con parole la situazione a Topčić polje, Nemile, Šerići e altri villaggi nei pressi di Zenica. Le case, i garage e i mulini sono completamente scomparsi sotto l’acqua e il fango e visibili sono soltanto i tetti ed i sottotetti di case grandi. Il problema ulteriore e’ che dopo le alluvioni, la popolazione rischia diverse epidemie e infezioni addominali. Secondo gli ultimi aggiornamenti dalla Bosnia Erzegovina, un ulteriore problema legato alle alluvioni e’ quello delle mine. Si tratta di smottamenti che hanno smosso gli ordigni inesplosi dalla guerra degli anni Novanta, in particolare a Olovo, nella Bosnia centrale, ma anche in altre localita’.
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| Bosnia: il salvataggio di un'anziana in un villaggio nei pressi di Zenica Foto Reuters/Dado Ruvic |
Lunedi’ la CNN ha dedicato grande spazio alle alluvioni in Bosnia Erzegovina e ospite della giornalista Christiane Amanpour e’ stato il presidente di turno, Bakir Izetbegović, il quale ha parlato della situazione attuale nel suo paese. Izetbegović ha sottolineato che senza l’aiuto internazionale sara’ difficile riabilitarsi poiche’ i danni di questa catastrofe si esprimono in miliardi di euro. Alla domanda di Amanpour se in questi momenti nella regione e in Bosnia si riescono a dimenticare i problemi politici, Izetbegović ha risposto che “in questo momento tutti si aiutano a vicenda, soprattutto la gente semplice. I croati nelle loro case hanno accolto alcuni bosgnacchi rimasti senza le loro abitazioni. Similmente accade anche con i serbi ospitati dai bosgnacchi”. “I nostri vicini croati, poi gli sloveni, i macedoni chiamano e offrono aiuto. Anche i turchi hanno aiutato molto. In questi momenti non pensiamo alle cose che ci dividono”, ha rilevato Izetbegović. Secondo Amanpour la situazione ricorda i tempi di unita’ prima della guerra, prima che prendessero il sopravvento i Ratko Mladić, i Radovan Karadžić e gli Slobodan Milošević. Chiesto di commentare l’ironia che lunedi’ e’ ripreso il processo contro Mladić all’Aja, Izetbegović ha detto: “Spero che la gente che aveva sofferto durante l’epoca di Mladić avra’ soddisfazione nel futuro. Generalmente, il processo di riconciliazione e’ incamminato. Non sono paragonabili le relazioni tra gente semplice con quelle di 20 anni fa. Noi qui viviamo insieme e siamo funzionanti insieme”, ha concluso Izetbegović.
Enormi danni materiali in Serbia
In Serbia invece, su decisione del governo e del premier Vučić sono stati proclamati tre giorni di lutto nazionale, mercoledi’, giovedi’ e venerdi’. Vučić ha detto che la Serbia, secondo i danni materiali, e’ stata colpita dieci volti di piu’ rispetto agli altri paesi nella regione ma ha espresso speranza che questo non sara’ visibile nel numero delle vittime. Secondo le valutazioni del premier, la Serbia dovrebbe concorrere da sola per gli aiuti finanziari dei fondi dell’Ue per sanare i danni. “I danni sono enormi ma essi devono essere misurati realisticamente”, ha detto Vučić. Ha ringraziato inoltre i giornalisti stranieri, agli uomini di stato stranieri e al famoso tennista Novak Đoković nonche’ a tutti quelli che in questi difficili momenti hanno aiutato la Serbia. Un grazie anche ai giornalisti coraggiosi che hanno svolto il loro lavoro con tanta devozione e amore verso il proprio paese. Con un lungo comunicato il governo della Serbia ha ringraziato il governo croato per il veloce soccorso e gesti di solidarieta’. Nel comunicato inviato tramite l’ambasciata serba a Zagabria tra l’altro si legge: “A nome del Governo della Repubblica di Serbia e tutti i suoi cittadini ringraziamo molto il Governo della Repubblica di Croazia per la veloce reazione e dimostrata prontezza ad aiutare. Questo gesto ha un valore ancora piu’ grande visto che la Croazia stessa deve affrontare le alluvioni sul proprio territorio. Siamo convinti che i cittadini della Serbia sapranno apprezzare questo gesto di solidarietà”.
In Croazia il rischio delle mine antiuomo
In conclusione, ultime notizie che giungono dalla Croazia parlano altrettanto del rischio di infezioni ma soprattutto delle mine antiuomo rimaste sepolte e inesplose dopo la fine della guerra. Vi e’ il pericolo che l’acqua trasporti le mine nelle zone che gia’ sono state sminate con i precedenti progetti del Centro croato per lo sminamento poiche’ si tratta di zone piu’ a valle rispetto a quelle dove attualmente si trovano le mine ancora da rimuovere. Adesso non e’ possibile prevedere l’esatta localita’ a causa dell’imprevedibilita’ del movimento delle acque delle alluvioni. Va precisato che la zona del comune di Vrbanja e’ segnalata con 30 demarcazioni di pericolo di mine. Gli esperti del Centro croato per lo sminamento sono in contatto e a piena disposizione con i rappresentanti dei centri per lo sminamento della Bosnia Erzegovina e della Serbia e insieme formeranno una commissione comune che seguira’ la situazione sul terreno.
Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi a Radio Radicale.
giovedì 17 aprile 2014
I MINISTRI DEGLI ESTERI DELL'UE SUL FUTURO EUROPEO DELLA BOSNIA
Di Marina Szikora
Lunedi’ a Lussemburgo i ministri
degli esteri dei 28 stati membri dell’Ue hanno discusso della BiH.
Il processo di integrazione europea della Bosnia Erzegovina da lungo
tempo in stallo a causa della fallita implementazione della sentenza
Sejdić-Finci, deve muoversi dal punto fermo, concordano i capi di
diplomazia dell’UE. La Bosnia come tema di discussione e’ stata
messa in agenda grazie ad una iniziativa dell’Austria e Ungheria.
Il rispetto della sentenza Sejdić-Finci resta una questione molto
importante, ma il paese deve affrontare “una serie di problemi”
economici e sociali per far avanzare il processo di integrazione
europea al momento bloccato, ha detto l’Alto rappresentante per la
politica estera e di sicurezza dell’Unione, Catherine Ashton in
vista di questa riunione. Ma l’UE e’ pronta a individuare una
nuova strategia nei confronti della Bosnia Erzegovina che sarebbe
meno incentrata sulla necessita’ di rispettare la sentenza in
questione e piu’ rivolta alla necessita’ e importanza delle
riforme economiche e sociali.
In conclusione e’ stato approvato il
cosidetto “Patto per la crescita” una decisione questa dell’UE
per far ripartire il processo di integrazione. Nelle conclusioni dei
ministri riuniti a Lussemburgo si ribadisce l’impegno
inequivocabile a favore dell’integrita’ territoriale della Bosnia
Erzegovina e a favore della sua prospettiva europea. Il documento dei
ministri condanna fermamente “l’inaccettabile retorica
secessionista” e si ricorda che Sarajevo rischia di rimanere
indietro nel processo di avvicinamento a Bruxelles a causa “della
mancanza di volonta’ da parte dei politici bosniaci” a differenza
di altri paesi della regione che stanno facendo progressi. Adesso
tocca alla Bosnia o meglio ai suoi politici ad intraprendere quello
che sono i loro obblighi per il benessere del paese e del proprio
popolo. I ministri delgi Esteri del 28 ricordano le proteste popolari
all’inizio dell’anno che hanno travolto l’intero paese e quindi
spetta ai leader politici offrire risposte concrete relative alle
aspettative e preoccupazioni espresse dai cittadini. Le priorita’
da affrontare, rileva il documento dell’UE, sono l’attuazione
delle riforme sociali ed economiche tra cui emergente il problema
dell’altissimo tasso di disoccupazione, la necessita’ di
migliorare il coordinamento delle politiche economiche e di bilancio,
la creazione di un migliore ambiente imprenditoriale, un maggiore
coinvolgimento della societa’ civile e dei giovani.
Il testo è tratto dalla trascrizione
della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi a Radio Radicale
giovedì 6 marzo 2014
PUSIC CHIEDE ALLARGAMENTO NATO E UN NUOVO MODELLO DI INTEGRAZIONE EUROPEA PER LA BOSNIA
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| Vesna Pusic |
La scorsa settimana, durante la sua visita a Washington, la ministro degli Esteri e dehli Affari europei croata, Vesna Pusić, ha dichiarato che il prossimo vertice della NATO che si svolgera' in settembre in Gran Bretagna dovrebbe essere un summit di allargamento poiche' ci sono alcuni paesi dell'Europa sudorientale che sono pronti per l'adesione o per proseguire l'avanzamento verso l'adesione alla NATO. Al contrario pero', anche se la decisione non e' stata ancora presa formalmente, si ha l'impressione che il prossimo vertice dell'Alleanza non sara' un vertice di allargamento. La posizione croata e' che un ulteriore allargamento ci dovrebbe essere e che nella regione balcanica ci sono alcuni paesi che hanno i requisiti per questo, ha detto Vesna Pusić a seguito del suo incontro con il vicesegretario di stato americano William Burns. La Croazia insieme all'Albania ha aderito alla NATO nel 2009, mentre il Montenegro, la Bosnia Erzegovina e la Macedonia sono attualmente a diversi livelli di integrazione nell'Alleanza. Anche se membro del programma della NATO 'Partenariato per la pace', la Serbia ha proclamato invece la sua neutralita' e al momento non vuole aderire.
Durante il loro incontro, la capo della diplomazia croata e il rappresentante americano hanno parlato in particolare della situazione in Bosnia Erzegovina dove come sappiamo, i disordini sociali si sono trasformati in una ribellione politica contro il potere a tutti i livelli. “Il partenariato transatlantico e' necessario per la Bosnia, ma in gran parte questa e' una questione europea e l'Unione deve svolgere un ruolo cruciale”, ha rilevato Pusić. Il ministro croato ha informato il sottosegretario di stato americano Burns dell'iniziativa croata relativa alla Bosnia Erzegovina di cui si discutera' alla prossima riunione del Consiglio per gli affari europei dell'UE. Secondo Vesna Pusić si tratta di un modello specifico dell'adesione della Bosnia che verrebbe definito dalla Commissione Europea e secondo il quale la soluzione “della difficile ed instabile situazione” sarebbe parte e non precondizione per l'inizio del processo di negoziati. Questa iniziativa, ha spiegato Vesna Pusić, significherebbe una prospettiva di adesione piu' sicura e piu' palpabile e incorporerebbe nel processo negoziale la soluzione del problema che oggi e' all'ordine del giorno e che destabilizza l'intera regione.
Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 6 marzo a Radio Radicale
domenica 2 febbraio 2014
UNA PROPOSTA PER IL FUTURO DELL'UNIONE EUROPEA
Propongo qui di seguito un articolo di Olivier Dupuis pubblicato sulla rivista online Strade a proposito della questione della permanenza o meno del Regno Unito nell'Unione Europea che il premier David Cameron vorrebbe sottoporre ad un referendum popolare. Ieri la Camera dei Lord ha bocciato il progetto di legge che avrebbe vincolato il governo che uscirà dalle elezioni del prossimo anno a indire la consultazione: il provvedimento rischia ora di non vedere mai la luce per mancanza dei tempi necessari alla sua approvazione. Tuttavia, al di là del fatto che il referendum si tenga o meno, una "questione britanica" esiste ed è abbastanza assurdo che le cancellerie di ventisette Paesi membri dell'UE facciano di tutto per ignorarla. Per Dupuis una possibile risposta potrebbe essere quella di due
distinti livelli di integrazione dentro un'unica architettura
istituzionale, una soluzione che tra l'altro aiuterebbe ad affrontare in chiave
europea anche i dossier di Ucraina e Turchia.
Olivier Dupuis, laureato in scienze politiche e sociali all’Università di Lovanio, è esperto di politica internazionale e europea. E’ stato prima dirigente e poi segretario del Partito Radicale Transnazionale dal 1995 al 2003 e deputato europeo, eletto in Italia, per due legislature (1996-2004). Gestisce il blog leuropeen.eu
Londra, Ankara, Kiev. Tre sfide e una risposta per l'UE.
di Olivier Dupuis - Pubblicato su Strade il 30 gennaio 2014
Tra i numerosi non-detti che ossessionano le cancellerie di ventisette dei ventotto stati membri dell'Unione europea, ce n'è uno particolarmente pesante. La questione britannica. Come è possibile che una questione importante come quella del posto e del ruolo del Regno Unito in Europa sia affrontata secondo un principio di rimozione? Eppure i fatti, enormi, sono davanti agli occhi di tutti. Ventisette stati sono diventati ostaggi di un uomo, David Cameron, an sua volta ostaggio di un altro, Nigel Farage, il leader del Partito per l'Indipendenza del Regno Unito (UKIP).
Il referendum sull'uscita del Regno Unito dall'UE (1) promesso per il 2017 dal leader conservatore, che sia organizzato o meno, non è solo inscritto nell'agenda politica dei britannici, ma in quella di tutti gli europei. E le leadership dell'Unione europea non avrebbero niente da dire? Niente da proporre che consenta di uscire dignitosamente da questa trappola nella quale si è precipitato il leader dei Tories? Con il pretesto banale per cui parlarne significherebbe rafforzare il fenomeno, o con la futile speranza che un ritorno dei laburisti al 10 di Downing Street potrebbe, come per magia, cancellare l'ostilità crescente nei confronti dell'UE, si impone quindi il silenzio-radio.
Non sbagliamoci. Questi sentimenti anti-Ue non sono solo l'espressione del tropismo insulare britannico e nemmeno del rigetto viscerale di quanto oltre Manica viene sistematicamente dipinto come il mostro burocratico bruxellese e neppure la conseguenza del regalo avvelenato che i continentali fecero alla Gran Bretagna, chiedendole di introdurre il sistema proporzionale per le elezioni europee. Si tratta innanzitutto, come in molti altri Paesi d'Europa, della declinazione britannica di un ripiegamento reazionario (2) di fronte agli enormi cambiamenti che accompagnano "l'irreversibile creolizzazione" (3) del mondo.
Il "wait and see" non è un'opzione
Si può certo rimproverare a David Cameron di essersi fatto rinchiudere nella trappola tesa da questi nuovi reazionari, si può dissertare a lungo sulla singolarità britannica; l'essenziale rimane che l'inesorabile meccanica che si è messa in moto oltre Manica riguarda l'intera Europa.
Non passa giorno senza nuove impennate di adrenalina anti-UE. Ai primi di gennaio, non meno di 95 deputati conservatori britannici hanno inviato una missiva al loro primo ministro ingiungendogli di introdurre un sistema di veto su tutta la legislazione europea, esistente o futura. Qualche giorno dopo è la volta di
George Osborne, il ministro delle Finanze, di lanciare un ultimatum : "O l'UE si riforma, oppure la lasciamo" ... Invece di rifugiarci nel diniego o, off the record, nel facile atteggiamento del "che liberazione!", noi "continentali" dovremmo interrogarci su ciò che rappresenterebbe un'Europa amputata della Gran Bretagna e tentare di capire come impedire l'irreparabile o, meglio ancora, come trasformare questa esigenza unilaterale britannica in un'opportunità per l'intera Europa, Regno Unito compreso.
Dare del tempo al tempo
Oggi, stando ai sondaggi, solo il 26 % degli elettori britannici considera l'UE globalmente come ''una buona cosa" e il 42 % come ''una cattiva cosa" (4). Invece, il 41 % dei giovani britannici tra 18 e 24 anni non desiderano lasciare l'Unione europea e sono a favore di "un'adesione ferma del Regno Unito" (5). Se le coordinate del problema sono queste e se si considera essenziale la permanenza del Regno Unito nell'Unione europea, si tratta di salvaguardare l'avvenire, di guadagnare tempo. Una ventina di anni probabilmente. Il tempo che le nuove generazioni siano in grado di ribaltare i rapporti di forza a proprio vantaggio.
Se, peraltro, si pensa che l'attuale atteggiamento del governo britannico impedisca qualsiasi passo in avanti in settori cruciali per l'avvenire dell'Europa, come la politica estera e la politica di sicurezza e di difesa, e rappresenti per altri stati membri un alibi molto comodo per giustificare il proprio immobilismo, sarebbe opportuno concepire un'architettura istituzionale che consenta di soddisfare i britannici, permettendo allo stesso tempo a quelli che vogliono andare avanti di poterlo fare senza essere intralciati, in primo luogo da quegli stati la cui vocazione europea è solo declamatoria.
Un'Europa delle quattro libertà
Partiamo da quello che auspica la maggioranza dei britannici oggi: un'Europa della libera circolazione e del libero scambio. Formalizziamo un'Europa delle quattro libertà: libertà di circolazione delle persone, delle merci, dei capitali e dei servizi (6).
Su questa base, la Politica Agricola Comune, per esempio, andrebbe suddivisa in una parte regolamentare (norme sanitarie, fito-sanitarie, veterinarie, ambientali ...) comuni a tutti i paesi membri, e una parte che riguarderebbe l'insieme delle misure di sostegno all'agricoltura, attuato solo dai paesi della "piccola Europa".
Limitiamo la partecipazione alla politica regionale e all'embrione di politica estera e di sicurezza ai soli membri della "piccola Europa". E, sulla base di questi criteri, il bilancio dell'Unione sarebbe diviso in due parti: una prima parte riguarderebbe tutti i paesi, una seconda quelli che avrebbero optato per una maggiore integrazione. Ciliegia sulla torta, questa riorganizzazione del bilancio consentirebbe di risolvere, finalmente, la questione spinosa dello "sconto britannico".
Solo il mercato unico, tutto il mercato unico
Va da sé che questo doppio livello di integrazione non potrebbe condurre a distorsioni nel trattamento dei cittadini e delle imprese. Norme economico-sociali consistenti sarebbero applicate in tutti i paesi. Un domani, tanto quanto oggi, non potrebbero esistere, come auspicano alcuni politici britannici, regimi diversi per i dipendenti britannici e per quelli che provengono da altri paesi dell'Unione (7).
Due velocità, un'unica architettura istituzionale
Se, come affermano Sylvie Goulard e Mario Monti, "l'unità dell'Europa a ventisette (oggi ventotto), in particolare quella del mercato unico, è essenziale per preservare la prosperità di tutti " e "qualsiasi rifondazione dovrà tenere presente l'imperativo di coerenza dell'insieme" (8), è indispensabile concepire un'architettura istituzionale che consenta una coabitazione armoniosa di tutti i paesi membri, tanto quelli che opterebbero per un livello di integrazione limitato, come i britannici, quanto quelli che sceglierebbero una unione più stretta, intorno alla moneta unica oggi o intorno ad una politica di sicurezza e di difesa comune (e non unica) domani.
Tutti gli stati dovrebbero avere il diritto di partecipare all'insieme dei dibattiti e di difendere le proprie posizioni, anche sotto forma di emendamenti. Solo il voto sarebbe di esclusiva competenza dei rappresentanti dei paesi partecipanti alla politica oggetto della decisione. L'agenda dei lavori del Parlamento europeo e del Consiglio, così come i sistemi di votazione (9), dovrebbero essere stabiliti tenendo conto di queste due grandi piattaforme di integrazione.
I capi di stato e di governo potrebbero affidare al prossimo presidente della Commissione l'incarico di sottoporre agli stati membri e al PE, in tempi compatibili con la scadenza britannica del 2017, una proposta di riorganizzazione dei trattati contenente questa architettura istituzionale sdoppiata.
Si tratta di un'opzione in più rispetto a quelle indicate da Vivien Pertusot (10) nella sua analisi molto bella In Europe, not ruled by Europe: "rimanere un membro di pieno diritto, diventare un membro associato, oppure lasciare l'Unione". Un matrimonio tra il "membro di pieno diritto" ed il "membro associato". I fautori del giardino istituzionale alla francese sarebbero probabilmente un po' delusi. Ma se il prezzo da pagare per consentire ai britannici di rimanere a bordo significa un giardino all'inglese, pazienza!
Un'opportunità per l'allargamento all'Ucraina, la Turchia, la Georgia e la Moldavia
Con una nuova architettura istituzionale di questo tipo (11), sarebbe d'altronde possibile affrontare in modo molto più sereno e responsabile la questione dell'adesione della Turchia all'Unione europea. Per degli intellettuali turchi come Cengiz Aktar o Ahmet Insel, la prospettiva di un'adesione della Turchia a questa "grande Europa" (e non al "nucleo duro" dell'UE) sarebbe tutt'altro che negativa. Al contrario, sarebbe l'occasione per riavviare rapidamente il processo virtuoso delle riforme che la prospettiva, allora seria, di un'adesione all'Ue aveva fatto suscitato in Turchia durante gli anni '90 ed all'inizio degli anni 2000.
Più ancora, questa nuova realtà istituzionale consentirebbe di affrontare situazioni ben più problematiche. L'Ucraina in particolare, indebolita all'interno da una classe politica predatrice e, all'esterno, dal progetto neo-imperiale e autoritario di Vladimir Putin. Ma anche la Georgia e la Moldavia (12). Per questi paesi, più ancora che per i paesi dell'Europa centrale e orientale che hanno aderito all'Unione europea nel corso degli anni 2000, una prospettiva chiara di adesione a questa Unione allargata costituirebbe un formidabile incitamento, in virtù dell'obbligo di rispettare i criteri detti di Copenaghen (13), per creare le condizioni di un radicamento durevole dello stato di diritto e della democrazia.
"Non esiste proprio! Un'Unione europea a 38 membri, se non di più, è proprio impossibile. Significa l'implosione garantita, la fine assicurata del sogno europeo, il crollo di 60 anni di sforzi, di compromessi laboriosi ..." E se questa "verità" non fosse che una favola? E se i principali responsabili dei blocchi che costellano la storia della costruzione europea non fossero da ricercare tra i "nuovi" membri, l'Austria, la Finlandia e la Svezia, arrivati nel 1996, oppure ancora, tra i paesi d'Europa centrale ed orientale, entrati tra il 2004 e il 2007, ma al contrario tra i veterani della costruzione europea? La Gran Bretagna, senz'altro, apertamente ostile, esempio fra tanti altri, a qualsiasi progresso serio in materia di politica estera e di sicurezza; la Germania, refrattaria dall'inizio della crisi a qualsiasi idea di mutualizzazione del debito pubblico mentre era possibile (e lo è tuttora) condizionare una mutualizzazione almeno parziale a riforme precise; il Lussemburgo, che accettò riforme del settore bancario solo perché costretto dagli ... Stati-Uniti; il Belgio che ha resistito fino a quando ha potuto all'armonizzazione della fiscalità sui prodotti del risparmio; la Grecia che ostacola, ancora oggi, il pieno riconoscimento internazionale della Macedonia per ragioni ... toponomastiche ; la Francia che si oppose alla proposta Schaüble-Lammers a favore della creazione di un nucleo duro nel 1991 e che si oppone tuttora, al riparo dell'intransigenza britannica, a qualsiasi progresso serio in materia di integrazione della politica estera e di difesa ...
Per un'appropriazione democratica dell'Europa
La realtà è che finché esistono sistemi di decisione efficaci e democratici, la costruzione europea regge. Due sistemi di integrazione non implicano due livelli di democrazia. Nella "grande" Europa come nella "piccola" la co-decisione tra il Parlamento europeo ed il Consiglio sarebbe generalizzata. Il diritto di veto non avrebbe corso. Tutt'al più si potrebbe concepire un possibile ricorso da parte di uno stato membro davanti alla Corte di Giustizia di Lussemburgo per iniziativa legislativa abusiva, cioè non necessaria al buon funzionamento del mercato unico.
Certo, questo sdoppiamento funzionale non risolve tutto. In primo luogo non risolve il deficit di appropriazione democratica dell'Unione europea da parte dei cittadini europei. Ma anche lì possibili soluzioni esistono. L'elezione con scrutinio maggioritario di almeno la metà dei deputati europei favorirebbe l'identificazione da parte dei cittadini con colui o colei che li rappresenta a Strasburgo e Bruxelles. Ancora di più, l'elezione diretta del/della Presidente della Commissione europea consentirebbe di affermare senza equivoci l'unità istituzionale dell'Unione e, allo stesso tempo, di dare all'insieme dei cittadini europei la possibilità di appropriarsi della scelta democratica di colui o colei, che presiederebbe al nostro comune destino.
Note
1) La domanda referendaria dovrebbe essere: "Lei pensa che il Regno Unito debba rimanere un membro dell'Unione europea?"
2) Bisogna intendere il termine "reazionario" non nella sua accezione dispregiativa, ma nel senso di un programma politico che promuove l'impossibile ritorno a una situazione antecedente, reale o fantasticata.
3) "Pour l'écrivain Edouard Glissant, la créolisation du monde est "irréversible", intervista di Edouard Glissant, a cura di Frédéric Joignot, Le Monde, 3 febbraio 2011
4) "In or out ? Britain's future in Europe". Opinium Research for Lansons Public Affairs and Cambre Associates in association with City of London Corporation, 3 dicembre 2013
5) "Young people want UK to stay in Europe", Nigel Morris, The Independent, 15 dicembre 2013
6) "La libera circolazione è vista positivamente dai Britannici, così come il libero scambio", Opinium Research for Lansons Public Affairs and Cambre Associates in association with City of London Corporation, 3 dicembre 2013
7) "Royaume-Uni: David Cameron bousculé par les eurosceptiques", Le Monde.fr, 12 gennaio 2014, dove si apprende tra l'altro che Iain Ducan Smith, il ministro del lavoro ritiene che gli immigrati dell'UE dovrebbero "dimostrare che si impegnano nei confronti del Paese (il Regno Unito) "
8) De la démocratie en Europe, Sylvie Goulard, Mario Monti, Ed. Flammarion, 2012, p. 195
9) Tutte le decisioni del Consiglio si prendono alla doppia maggioranza (maggioranza degli stati e maggioranza dei cittadini)
10) In Europe, Not Ruled by Europe. Tough Love between Britain and the EU, Vivien Pertusot, Ifri, Marzo 2013
11) Architettura che potrebbe convenire anche all'Islanda, la Norvegia o la Svizzera.
12) In ragione delle caratteristiche apertamente autoritarie dei regimi vigenti in Azerbaigian e in Bielorussia e in ragione delle scelte strategiche operate dall'Armenia, un tale scenario non è possibile per questi Paesi.
13) 1. "Criterio politico": presenza di istituzioni stabili che garantiscano la democrazia, lo stato di diritto, i diritti dell'uomo, il rispetto delle minoranze e la loro tutela. 2. "Criterio economico": esistenza di un'economia di mercato affidabile e capacità di far fronte alle forze del mercato e alla pressione concorrenziale all'interno dell'Unione Europea; 3. Adesione all'"acquis comunitario": accettare gli obblighi derivanti dall'adesione e, in particolare, gli obiettivi dell'unione politica, economica e monetaria.
Olivier Dupuis, laureato in scienze politiche e sociali all’Università di Lovanio, è esperto di politica internazionale e europea. E’ stato prima dirigente e poi segretario del Partito Radicale Transnazionale dal 1995 al 2003 e deputato europeo, eletto in Italia, per due legislature (1996-2004). Gestisce il blog leuropeen.eu
Londra, Ankara, Kiev. Tre sfide e una risposta per l'UE.
di Olivier Dupuis - Pubblicato su Strade il 30 gennaio 2014
Tra i numerosi non-detti che ossessionano le cancellerie di ventisette dei ventotto stati membri dell'Unione europea, ce n'è uno particolarmente pesante. La questione britannica. Come è possibile che una questione importante come quella del posto e del ruolo del Regno Unito in Europa sia affrontata secondo un principio di rimozione? Eppure i fatti, enormi, sono davanti agli occhi di tutti. Ventisette stati sono diventati ostaggi di un uomo, David Cameron, an sua volta ostaggio di un altro, Nigel Farage, il leader del Partito per l'Indipendenza del Regno Unito (UKIP).
Il referendum sull'uscita del Regno Unito dall'UE (1) promesso per il 2017 dal leader conservatore, che sia organizzato o meno, non è solo inscritto nell'agenda politica dei britannici, ma in quella di tutti gli europei. E le leadership dell'Unione europea non avrebbero niente da dire? Niente da proporre che consenta di uscire dignitosamente da questa trappola nella quale si è precipitato il leader dei Tories? Con il pretesto banale per cui parlarne significherebbe rafforzare il fenomeno, o con la futile speranza che un ritorno dei laburisti al 10 di Downing Street potrebbe, come per magia, cancellare l'ostilità crescente nei confronti dell'UE, si impone quindi il silenzio-radio.
Non sbagliamoci. Questi sentimenti anti-Ue non sono solo l'espressione del tropismo insulare britannico e nemmeno del rigetto viscerale di quanto oltre Manica viene sistematicamente dipinto come il mostro burocratico bruxellese e neppure la conseguenza del regalo avvelenato che i continentali fecero alla Gran Bretagna, chiedendole di introdurre il sistema proporzionale per le elezioni europee. Si tratta innanzitutto, come in molti altri Paesi d'Europa, della declinazione britannica di un ripiegamento reazionario (2) di fronte agli enormi cambiamenti che accompagnano "l'irreversibile creolizzazione" (3) del mondo.
Il "wait and see" non è un'opzione
Si può certo rimproverare a David Cameron di essersi fatto rinchiudere nella trappola tesa da questi nuovi reazionari, si può dissertare a lungo sulla singolarità britannica; l'essenziale rimane che l'inesorabile meccanica che si è messa in moto oltre Manica riguarda l'intera Europa.
Non passa giorno senza nuove impennate di adrenalina anti-UE. Ai primi di gennaio, non meno di 95 deputati conservatori britannici hanno inviato una missiva al loro primo ministro ingiungendogli di introdurre un sistema di veto su tutta la legislazione europea, esistente o futura. Qualche giorno dopo è la volta di
George Osborne, il ministro delle Finanze, di lanciare un ultimatum : "O l'UE si riforma, oppure la lasciamo" ... Invece di rifugiarci nel diniego o, off the record, nel facile atteggiamento del "che liberazione!", noi "continentali" dovremmo interrogarci su ciò che rappresenterebbe un'Europa amputata della Gran Bretagna e tentare di capire come impedire l'irreparabile o, meglio ancora, come trasformare questa esigenza unilaterale britannica in un'opportunità per l'intera Europa, Regno Unito compreso.
Dare del tempo al tempo
Oggi, stando ai sondaggi, solo il 26 % degli elettori britannici considera l'UE globalmente come ''una buona cosa" e il 42 % come ''una cattiva cosa" (4). Invece, il 41 % dei giovani britannici tra 18 e 24 anni non desiderano lasciare l'Unione europea e sono a favore di "un'adesione ferma del Regno Unito" (5). Se le coordinate del problema sono queste e se si considera essenziale la permanenza del Regno Unito nell'Unione europea, si tratta di salvaguardare l'avvenire, di guadagnare tempo. Una ventina di anni probabilmente. Il tempo che le nuove generazioni siano in grado di ribaltare i rapporti di forza a proprio vantaggio.
Se, peraltro, si pensa che l'attuale atteggiamento del governo britannico impedisca qualsiasi passo in avanti in settori cruciali per l'avvenire dell'Europa, come la politica estera e la politica di sicurezza e di difesa, e rappresenti per altri stati membri un alibi molto comodo per giustificare il proprio immobilismo, sarebbe opportuno concepire un'architettura istituzionale che consenta di soddisfare i britannici, permettendo allo stesso tempo a quelli che vogliono andare avanti di poterlo fare senza essere intralciati, in primo luogo da quegli stati la cui vocazione europea è solo declamatoria.
Un'Europa delle quattro libertà
Partiamo da quello che auspica la maggioranza dei britannici oggi: un'Europa della libera circolazione e del libero scambio. Formalizziamo un'Europa delle quattro libertà: libertà di circolazione delle persone, delle merci, dei capitali e dei servizi (6).
Su questa base, la Politica Agricola Comune, per esempio, andrebbe suddivisa in una parte regolamentare (norme sanitarie, fito-sanitarie, veterinarie, ambientali ...) comuni a tutti i paesi membri, e una parte che riguarderebbe l'insieme delle misure di sostegno all'agricoltura, attuato solo dai paesi della "piccola Europa".
Limitiamo la partecipazione alla politica regionale e all'embrione di politica estera e di sicurezza ai soli membri della "piccola Europa". E, sulla base di questi criteri, il bilancio dell'Unione sarebbe diviso in due parti: una prima parte riguarderebbe tutti i paesi, una seconda quelli che avrebbero optato per una maggiore integrazione. Ciliegia sulla torta, questa riorganizzazione del bilancio consentirebbe di risolvere, finalmente, la questione spinosa dello "sconto britannico".
Solo il mercato unico, tutto il mercato unico
Va da sé che questo doppio livello di integrazione non potrebbe condurre a distorsioni nel trattamento dei cittadini e delle imprese. Norme economico-sociali consistenti sarebbero applicate in tutti i paesi. Un domani, tanto quanto oggi, non potrebbero esistere, come auspicano alcuni politici britannici, regimi diversi per i dipendenti britannici e per quelli che provengono da altri paesi dell'Unione (7).
Due velocità, un'unica architettura istituzionale
Se, come affermano Sylvie Goulard e Mario Monti, "l'unità dell'Europa a ventisette (oggi ventotto), in particolare quella del mercato unico, è essenziale per preservare la prosperità di tutti " e "qualsiasi rifondazione dovrà tenere presente l'imperativo di coerenza dell'insieme" (8), è indispensabile concepire un'architettura istituzionale che consenta una coabitazione armoniosa di tutti i paesi membri, tanto quelli che opterebbero per un livello di integrazione limitato, come i britannici, quanto quelli che sceglierebbero una unione più stretta, intorno alla moneta unica oggi o intorno ad una politica di sicurezza e di difesa comune (e non unica) domani.
Tutti gli stati dovrebbero avere il diritto di partecipare all'insieme dei dibattiti e di difendere le proprie posizioni, anche sotto forma di emendamenti. Solo il voto sarebbe di esclusiva competenza dei rappresentanti dei paesi partecipanti alla politica oggetto della decisione. L'agenda dei lavori del Parlamento europeo e del Consiglio, così come i sistemi di votazione (9), dovrebbero essere stabiliti tenendo conto di queste due grandi piattaforme di integrazione.
I capi di stato e di governo potrebbero affidare al prossimo presidente della Commissione l'incarico di sottoporre agli stati membri e al PE, in tempi compatibili con la scadenza britannica del 2017, una proposta di riorganizzazione dei trattati contenente questa architettura istituzionale sdoppiata.
Si tratta di un'opzione in più rispetto a quelle indicate da Vivien Pertusot (10) nella sua analisi molto bella In Europe, not ruled by Europe: "rimanere un membro di pieno diritto, diventare un membro associato, oppure lasciare l'Unione". Un matrimonio tra il "membro di pieno diritto" ed il "membro associato". I fautori del giardino istituzionale alla francese sarebbero probabilmente un po' delusi. Ma se il prezzo da pagare per consentire ai britannici di rimanere a bordo significa un giardino all'inglese, pazienza!
Un'opportunità per l'allargamento all'Ucraina, la Turchia, la Georgia e la Moldavia
Con una nuova architettura istituzionale di questo tipo (11), sarebbe d'altronde possibile affrontare in modo molto più sereno e responsabile la questione dell'adesione della Turchia all'Unione europea. Per degli intellettuali turchi come Cengiz Aktar o Ahmet Insel, la prospettiva di un'adesione della Turchia a questa "grande Europa" (e non al "nucleo duro" dell'UE) sarebbe tutt'altro che negativa. Al contrario, sarebbe l'occasione per riavviare rapidamente il processo virtuoso delle riforme che la prospettiva, allora seria, di un'adesione all'Ue aveva fatto suscitato in Turchia durante gli anni '90 ed all'inizio degli anni 2000.
Più ancora, questa nuova realtà istituzionale consentirebbe di affrontare situazioni ben più problematiche. L'Ucraina in particolare, indebolita all'interno da una classe politica predatrice e, all'esterno, dal progetto neo-imperiale e autoritario di Vladimir Putin. Ma anche la Georgia e la Moldavia (12). Per questi paesi, più ancora che per i paesi dell'Europa centrale e orientale che hanno aderito all'Unione europea nel corso degli anni 2000, una prospettiva chiara di adesione a questa Unione allargata costituirebbe un formidabile incitamento, in virtù dell'obbligo di rispettare i criteri detti di Copenaghen (13), per creare le condizioni di un radicamento durevole dello stato di diritto e della democrazia.
"Non esiste proprio! Un'Unione europea a 38 membri, se non di più, è proprio impossibile. Significa l'implosione garantita, la fine assicurata del sogno europeo, il crollo di 60 anni di sforzi, di compromessi laboriosi ..." E se questa "verità" non fosse che una favola? E se i principali responsabili dei blocchi che costellano la storia della costruzione europea non fossero da ricercare tra i "nuovi" membri, l'Austria, la Finlandia e la Svezia, arrivati nel 1996, oppure ancora, tra i paesi d'Europa centrale ed orientale, entrati tra il 2004 e il 2007, ma al contrario tra i veterani della costruzione europea? La Gran Bretagna, senz'altro, apertamente ostile, esempio fra tanti altri, a qualsiasi progresso serio in materia di politica estera e di sicurezza; la Germania, refrattaria dall'inizio della crisi a qualsiasi idea di mutualizzazione del debito pubblico mentre era possibile (e lo è tuttora) condizionare una mutualizzazione almeno parziale a riforme precise; il Lussemburgo, che accettò riforme del settore bancario solo perché costretto dagli ... Stati-Uniti; il Belgio che ha resistito fino a quando ha potuto all'armonizzazione della fiscalità sui prodotti del risparmio; la Grecia che ostacola, ancora oggi, il pieno riconoscimento internazionale della Macedonia per ragioni ... toponomastiche ; la Francia che si oppose alla proposta Schaüble-Lammers a favore della creazione di un nucleo duro nel 1991 e che si oppone tuttora, al riparo dell'intransigenza britannica, a qualsiasi progresso serio in materia di integrazione della politica estera e di difesa ...
Per un'appropriazione democratica dell'Europa
La realtà è che finché esistono sistemi di decisione efficaci e democratici, la costruzione europea regge. Due sistemi di integrazione non implicano due livelli di democrazia. Nella "grande" Europa come nella "piccola" la co-decisione tra il Parlamento europeo ed il Consiglio sarebbe generalizzata. Il diritto di veto non avrebbe corso. Tutt'al più si potrebbe concepire un possibile ricorso da parte di uno stato membro davanti alla Corte di Giustizia di Lussemburgo per iniziativa legislativa abusiva, cioè non necessaria al buon funzionamento del mercato unico.
Certo, questo sdoppiamento funzionale non risolve tutto. In primo luogo non risolve il deficit di appropriazione democratica dell'Unione europea da parte dei cittadini europei. Ma anche lì possibili soluzioni esistono. L'elezione con scrutinio maggioritario di almeno la metà dei deputati europei favorirebbe l'identificazione da parte dei cittadini con colui o colei che li rappresenta a Strasburgo e Bruxelles. Ancora di più, l'elezione diretta del/della Presidente della Commissione europea consentirebbe di affermare senza equivoci l'unità istituzionale dell'Unione e, allo stesso tempo, di dare all'insieme dei cittadini europei la possibilità di appropriarsi della scelta democratica di colui o colei, che presiederebbe al nostro comune destino.
Note
1) La domanda referendaria dovrebbe essere: "Lei pensa che il Regno Unito debba rimanere un membro dell'Unione europea?"
2) Bisogna intendere il termine "reazionario" non nella sua accezione dispregiativa, ma nel senso di un programma politico che promuove l'impossibile ritorno a una situazione antecedente, reale o fantasticata.
3) "Pour l'écrivain Edouard Glissant, la créolisation du monde est "irréversible", intervista di Edouard Glissant, a cura di Frédéric Joignot, Le Monde, 3 febbraio 2011
4) "In or out ? Britain's future in Europe". Opinium Research for Lansons Public Affairs and Cambre Associates in association with City of London Corporation, 3 dicembre 2013
5) "Young people want UK to stay in Europe", Nigel Morris, The Independent, 15 dicembre 2013
6) "La libera circolazione è vista positivamente dai Britannici, così come il libero scambio", Opinium Research for Lansons Public Affairs and Cambre Associates in association with City of London Corporation, 3 dicembre 2013
7) "Royaume-Uni: David Cameron bousculé par les eurosceptiques", Le Monde.fr, 12 gennaio 2014, dove si apprende tra l'altro che Iain Ducan Smith, il ministro del lavoro ritiene che gli immigrati dell'UE dovrebbero "dimostrare che si impegnano nei confronti del Paese (il Regno Unito) "
8) De la démocratie en Europe, Sylvie Goulard, Mario Monti, Ed. Flammarion, 2012, p. 195
9) Tutte le decisioni del Consiglio si prendono alla doppia maggioranza (maggioranza degli stati e maggioranza dei cittadini)
10) In Europe, Not Ruled by Europe. Tough Love between Britain and the EU, Vivien Pertusot, Ifri, Marzo 2013
11) Architettura che potrebbe convenire anche all'Islanda, la Norvegia o la Svizzera.
12) In ragione delle caratteristiche apertamente autoritarie dei regimi vigenti in Azerbaigian e in Bielorussia e in ragione delle scelte strategiche operate dall'Armenia, un tale scenario non è possibile per questi Paesi.
13) 1. "Criterio politico": presenza di istituzioni stabili che garantiscano la democrazia, lo stato di diritto, i diritti dell'uomo, il rispetto delle minoranze e la loro tutela. 2. "Criterio economico": esistenza di un'economia di mercato affidabile e capacità di far fronte alle forze del mercato e alla pressione concorrenziale all'interno dell'Unione Europea; 3. Adesione all'"acquis comunitario": accettare gli obblighi derivanti dall'adesione e, in particolare, gli obiettivi dell'unione politica, economica e monetaria.
venerdì 24 gennaio 2014
RIUSCIRA' LA SERBIA A ENTRARE NELL'UE NEL 2020?
Martedì 21 gennaio, con la conferenza intergovernativa a Bruxelles, sono iniziati ufficialmente i negoziati per l'adesione della Serbia all'Unione Europea. Si tratta indubbiamente di un risultato estremamente importante per un Paese che 14 anni fa, di questi tempi, fa era alla vigilia dell'enesimo conflitto (quello per il Kosovo) in cui lo aveva trascinato lungo tutti gli anni Novanta il regime nazionalista e autoritario di Slobodan Milosevic. Ed è singolare e significativo che a conquistare questo traguardo siano stati proprio dei personaggi politici che si sono compromessi con quel regime, come l'attuale presidente Tomislav Nikolic e l'attuale premier Ivica Dacic.
Dacic, nelle sue dichiarazioni, ha detto che la Serbia punta a diventare il 29 Paese membro dell'UE: l'obiettivo è quello di chiudere i negoziati entro il 2018 per poi perfezionare l'ingresso formale nel 2020. Obiettivo ambizioso che si scontra con la realtà di un processo che si preannuncia assai complicato e quindi presumibilmente più lungo di quanto indicato dal premier serbo. I problemi sul tappeto sono tanti e di non poco conto a cominciare da quello dello status del Kosovo.
A questo proposito ecco qui l'interessante post di Davide Denti pubblicato su Eastjournal.net, che abbiamo citato nella puntata di Passaggio a Sud Est di ieri.
Tanti auguri alla Serbia e buona lettura.
Serbia: iniziano i negoziati adesione. Nell'UE entro il 2020?
di Davide Denti - da Eastjournal.net
Dacic, nelle sue dichiarazioni, ha detto che la Serbia punta a diventare il 29 Paese membro dell'UE: l'obiettivo è quello di chiudere i negoziati entro il 2018 per poi perfezionare l'ingresso formale nel 2020. Obiettivo ambizioso che si scontra con la realtà di un processo che si preannuncia assai complicato e quindi presumibilmente più lungo di quanto indicato dal premier serbo. I problemi sul tappeto sono tanti e di non poco conto a cominciare da quello dello status del Kosovo.
A questo proposito ecco qui l'interessante post di Davide Denti pubblicato su Eastjournal.net, che abbiamo citato nella puntata di Passaggio a Sud Est di ieri.
Tanti auguri alla Serbia e buona lettura.
Serbia: iniziano i negoziati adesione. Nell'UE entro il 2020?
di Davide Denti - da Eastjournal.net
Sono iniziati ieri 21 gennaio a Bruxelles, con la prima conferenza intergovernativa UE-Serbia, i negoziati per l’adesione del paese balcanico all’Unione europea, come previsto dopo il via libera della Commissione a ottobre e del Consiglio UE a dicembre.
“Oggi è l’inizio di capitolo interamente nuovo nelle relazioni UE-Serbia, ed un successo significativo, – ha commentato il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso.
– Elogio la Serbia per le sue riforme, sforzi e progressi compiuti
negli scorsi anni. I cittadini serbi hanno forti aspirazioni europee, e
noi continueremo a sostenere la Serbia affinché continui a fare
progressi, passo a passo, nel suo cammino europeo.”
“E’ un giorno storico per la Serbia”, ha dichiarato il primo ministro Ivica Dačić. “Probabilmente è il più importante dalla seconda guerra mondiale”, ha aggiunto il vicepremier Aleksandar Vučić. Dopo
anni di ritardo, dovuto alle reticenze della leadership di Belgrado a
collaborare con il tribunale dell’Aja e a normalizzare i propri rapporti
con il Kosovo, la Serbia si avvia quindi nell’ultima fase del suo cammino di integrazione europea. La fase forse più complessa, e che prenderà ancora diversi anni, durante la quale Belgrado dovrà introdurre sostanziali riforme per portare la propria legislazione in linea con gli standard europei (l’acquis comunitario). Ma Belgrado punta in alto.
Nell’UE entro il 2020? La scommessa di Dačić
“Sono sicuro che la Serbia sarà il prossimo Stato membro”: entrare nell’UE entro il 2020 è l’obiettivo dichiarato del primo ministro serbo Ivica Dačić.
Il governo di Belgrado vorrebbe concludere i negoziati entro il 2018,
così da incassare le ratifiche dei 28 stati membri in un paio d’anni e
sedere da pari ai tavoli di Bruxelles entro il 2020.
Una previsione che appare azzardata:
ci sono voluti otto anni alla Croazia per “entrare in Europa”, dal 2005
al 2013, difficile che Belgrado (che si trova davanti anche lo scoglio
del Kosovo) possa mettercene la metà. Di certo la Serbia punta a
diventare il nuovo pupillo di Bruxelles nei Balcani e riconquistare un ruolo di leader regionale anche per quanto riguarda il processo d’integrazione europea.
Non dovrebbe esserle difficile, viste le secche in cui si trovano oggi
la Macedonia, il Montenegro, o l’Albania, per non parlare della Bosnia.
Inoltre i partiti di governo a Belgrado, progressisti (SNS) e socialisti (SPS), ci hanno messo la faccia nel puntare verso Bruxelles, ed è probabile che vogliano far valere i risultati ottenuti “in Europa” nella campagna elettorale che si aprirà a breve in Serbia in vista delle elezioni anticipate, non ancora confermate ma da molti previste per il 16 marzo. Per non perdere una preziosa occasione di visibilità il presidente della repubblica serba e capo del partito progressista Tomislav Nikolić, che non era presente a Bruxelles con Dačić e Vučić, ha fatto diffondere un video con lo slogan “Un presidente responsabile, cittadini soddisfatti, Serbia di successo”,
in cui si rimarca il suo contributo alla lotta a crimine e corruzione,
all’accordo fra Belgrado e Pristina e all’affermazione della pace e
della stabilità nella regione. Il video si chiude con il messaggio
“Insieme fino alla piena adesione all’Ue – il presidente serbo Tomislav
Nikolić.”
Infine, la data non sembra scelta a caso: nel 2020 si conclude il ciclo budgetario settennale UE
appena iniziato, se la Serbia per allora fosse stato membro potrebbe
sedere al tavolo della negoziazione budgetaria e garantirsi in anticipo
la sua fetta di fondi strutturali. Ma sarà ben difficile che l’orizzonte UE 2020 si concretizzi per Belgrado: una data più realistica potrebbe essere il 2022-2025,
con otto anni di negoziati e due-tre di ratifiche, dando per scontata
la non ovvia risoluzione della questione dello status del Kosovo.
Quando il gioco si fa duro…
Dopo lo storico accordo Dačić-Thaçi sulla normalizzazione delle relazioni con il Kosovo, e dopo i tentennamenti del Consiglio UE di giugno 2013, oltre che dopo la telenovela dell’accordo di associazione Serbia-UE
(entrato in vigore a settembre, a cinque anni dalla firma, per via di
una birreria contesa con la Lituania) la Serbia si avvia così nell’ultima parte del suo percorso di avvicinamento all’Unione Europea. L’apertura dei negoziati conferma la prospettiva europea della Serbia e l’accelerazione impressa dall’amministrazione conservatrice Nikolić-Dačić alle relazioni con Bruxelles.
I negoziati si apriranno con alcuni dei capitoli più controversi, come il capitolo 23 su Magistratura e diritti fondamentali e il 24 su Giustizia, libertà e sicurezza: quei capitoli che, come appreso dalla Commissione nell’esperienza della Croazia, sono particolarmente di rilievo per i paesi dei Balcani occidentali. Meglio iniziare a lavorarci il prima possibile
quindi, sapendo che servirà prendersi tutto il tempo necessario per
verificare l’introduzione e la messa in atto di profonde riforme: è il nuovo approccio
di Bruxelles, che precedentemente preferiva carburare con i capitoli
meno problematici (nel caso del Montenegro, che ha anch’esso appena
aperto i negoziati sui capitoli 23 e 24, la Commissione aveva iniziato
un anno fa con i capitoli su scienza, ricerca, educazione e cultura). “Sarà un esercizio impegnativo ma equo e obiettivo”, ha assicurato il Commissario UE all’allargamento Štefan Füle, “che non si limiterà a ‘barrare le caselle’ ma andrà a verificare l’effettiva messa in pratica delle riforme”.
I capitoli su giustizia e diritti, assieme a quelli su ambiente, agricoltura e controlli finanziari, erano già stati individuati dalla Commissione europea nel suo screening iniziale come i più impegnativi per la Serbia, che dovrà allinearli all’acquis legislativo europeo. Belgrado dovrà introdurre riforme profonde del suo sistema giudiziario, inclusa la lotta alla corruzione e al crimine organizzato, e la protezione dei diritti umani (i casi contro la Serbia presso la Corte europea dei diritti umani danno una casistica delle questioni aperte), inclusa una significativa protezione della libertà d’espressione delle minoranze (è il caso del Gay Pride di Belgrado, che da anni non può tenersi per le minacce e violenze degli ultranazionalisti). Dovranno anche terminare i casi di intimidazione dei giornalisti, serbi e stranieri, di cui ha recentemente fatto esperienza Lily Lynch del portale Balkanist.
Il nodo Kosovo
L’avvio dei negoziati d’adesione è la ricompensa attesa e meritata che Belgrado incassa per il suo impegno nel dialogo bilaterale con il Kosovo e per aver adempiuto a tutte le altre condizioni, inclusa la piena cooperazione con il tribunale penale internazionale dell’Aja
per i crimini commessi nell’ex Jugoslavia. Se Bruxelles avesse mancato
di ricompensare la Serbia, dopo già sei mesi di ritardo rispetto alla
prima occasione disponibile per farlo, avrebbe inviato a Belgrado il
messaggio che gli stati membri UE non sono seri nel loro approccio e
coerenti con le proprie promesse, mandando all’aria il funzionamento
della strategia di condizionalità applicata dall’Ue.
I negoziati d’adesione della Serbia e la normalizzazione delle relazioni tra Serbia e Kosovo procederanno in parallelo rinforzandosi a vicenda. Da
parte sua, il Kosovo sta negoziando con l’Ue un accordo d’associazione e
stabilizzazione che possa portare anche alla liberalizzazione del
regime dei visti. La Commissione europea continuerà a verificare la messa in atto degli
accordi dell’aprile 2013 sulla normalizzazione delle relazioni durante
il processo negoziale, così come la messa in atto dell’accordo
d’associazione Ue-Serbia e l’impegno di Belgrado nella cooperazione
regionale. D’altronde le sfide non mancano, come hanno dimostrato le dimissioni prima ancora di assumere l’incarico del tanto anelato sindaco serbo di Mitrovica Nord, Krstimir Pantić, definite irrilevanti dal ministro serbo per Kosovo e Metohija, Aleksandar Vulin,
ma che costringeranno ad un nuovo turno elettorale a Mitrovica e che
ritarderanno la costituzione della Comunità dei comuni serbi del Kosovo
prevista dall’accordo. E presto si porrà anche la questione della partecipazione al voto dei serbi del Kosovo alle legislative serbe.
giovedì 23 gennaio 2014
L'UNIONE EUROPEA HA APERTO UFFICIALMENTE I NEGOZIATI DI ADESIONE DELLA SERBIA
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| Bruxelles, 21 gennaio 2014: il premier serbo Ivica Dacic e il presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy |
Martedi' alla coferenza intergovernativa, una cerimonia solenne svoltasi presso il Consiglio europeo a Bruxelles, per la Serbia si sono aperti formalmente i negoziati di adesione all'Ue. In questa occasione l'Ue e' stata rappresentata dal ministro degli esteri greco Evangelos Venizelos, a nome dell'attuale presidenza greca e dal commissario all'allargamento Ue, Stefan Fuele, mentre a nome della Serbia vi hanno partecipato il presidente del governo serbo, Ivica Dačić e il suo vice, Aleksandar Vučić. Secondo i media serbi, la presenza dei ministri di altri paesi dell'Ue non e' stata una usanza consueta. Vi hanno partecipato anche i capi di diplomazia dell'Austria Sebastian Kurz, della Croazia Vesna Pusić, della Romania, Titus Korleatean. In piu' il segretario di stato per le questioni europeee ungherese Eniko Gyuri, il ministro tedesco Michael Rod e il ministro francese per le questioni europee Tieri Repanten.
Secondo la ministra croata Vesna Pusić la Serbia e la Croazia hanno molti temi del passato che devono essere risolti ma questo e' un segnale sicuro che ci sono temi anche per il futuro. Cio' non significa che i temi del passato spariranno – al contrario, c'e' molto lavoro da fare e ci sono molte questioni difficili, ma dall'altra parte vi e' anche un impegno chiaro per il futuro, ha detto Vesna Pusić. Ha aggiunto che ogni processo e' specifico e ogni adesione e' individuale, ma e' importante che il processo e' iniziato. Cio' e' importante per la Serbia ma anche per l'intera regione. Pusić ha rilevato che davanti alla Serbia vi e' un periodo difficile ma anche molto importante e dall'esperienza croata e' chiaro che il processo di adesione e' ugualmente importante cosi' come la stessa membership. Il processo di adesione significa costruire lo stato secondo criteri molto specifici, attraverso le riforme, il paese si stabilizza e normalizza, ha concluso la ministro degli esteri croata Vesna Pusić.
Secondo il protocollo, alla conferenza che si e' svolta ai margini della riunione del Consiglio degli affari esteri dell'Ue, e' stata presentata la cornice dei negoziati dell'Ue e subito dopo la piattaforma negoziale della Serbia. La cornice dei negoziati ha tre parti: i principi base del processo negoziale, i contenuti dei negoziati e la procedura negoziale. 35 i capitoli di negoziati di cui maggiore attenzione ha destato l’ultimo capitolo cioe’ quello relativo alla normalizzazione delle relazioni tra Belgrado e Priština. E’ previsto anche che prima dell’ingresso della Serbia nell’Ue, Belgrado e Priština firmino un accordo giuridicamente vincolante il che secondo le interpretazioni dei diplomatici europei, scrive il quotidiano serbo ‘Blic’, non significa una richiesta di riconoscere formalmente l’indipendenza del Kosovo bensi’ una garanzia che il processo di normalizzazione avra’ un carattere permanente. Secondo le regole stabilite precedentemente, tra i primi saranno aperti i capitoli relativi alla giustizia, polizia e salvaguardia dei diritti fondamentali mentre nel caso concreto della Serbia lo stesso trattamento avra’ il capitolo 35, quello sulle relazioni con il Kosovo.
Tutto sommato, i documenti dell’Ue consegnati alla Serbia rilevano che l’obiettivo dei negoziati di adesione e’ l’ingresso della Serbia nell’Ue ma questo obiettivo dipendera’ soltanto dai risultati che la Serbia riuscira’ a raggiungere nell’adattamento agli standard europei e in base alla normalizzazione delle relazioni con il Kosovo. La Serbia dovra’ dedicare particolare attenzione allo stato di diritto, vale a dire alla riforma della giustizia e lotta contro la corruzione e criminalita’ organizzat noche’ alla riforma dell’amministrazione statale, liberta’ dei media e diritti di minoranze. Tra le priorita’ ci sono anche il rafforzamento dell’economia e il miglioramento del clima imprenditoriale.
E’ chiaro che in questi giorni i media in Serbia trattano il processo di adesione all’Ue con particolare attenzione. Il quotidiano ‘Blic’ ha fatto una specie di analisi del processo negoziale di una volta e quello odierno. Rileva che i negoziati di adesione sono un processo che dura diversi anni e che con il tempo e’ diventato sempre piu’ complesso: una volta non consisteva di misure e i paesi candidati conducevano i negoziati come gruppo, quale i paesi dell’Est che hanno aderito nel 2004. La Slovacchia ad esempio, nel primo anno di negoziati, precisa ‘Blic’ ha aperto la meta’ dei capitoli, quelli piu’ facili, mentre la Serbia dovra’ iniziare con i capitoli piu’ difficili, come quelli relativi alla giustizia, riforme giudiziarie, stato di diritto e sicurezza. Dopo l’esperienza con la Bulgaria e Romania che non hanno adempiuto pienamente gli standard, l’Ue nel 2011 ha stabilito un nuovo approccio dell’adesione che richiede l’apertura di questi capitoli all’inizio dei negoziati e la loro chiusura soltanto alla fine dell’intero processo.
Questo approccio e’ stato adoperato per la prima volta nel caso del Montenegro. I negoziati, prosegue il quotidiano serbo, sono adesso un processo lungo che richiede consistenti riforme e investimenti che dipendono dalla prontezza e dall’adattamento del paese con l’Ue ed il suo acquis communitaires. In questo processo, non raramente, ci sono ostacoli di contenziosi bilaterali del paese candidato con qualcuno degli Stati membri. Nel caso della Croazia, ricorda ‘Blic’ i negoziati sono durati sei anni e in una fase l’apertura dei negoziati e’ stata bloccata dalla Slovenia a causa del contenzioso sul confine.
Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi a Radio Radicale
giovedì 19 dicembre 2013
SERBIA: DA GENNAIO I NEGOZIATI DI ADESIONE ALL'UE
Di Marina Szikora
I negoziati di adesione della Serbia
con l’Unione Europea inizieranno definitivamente a gennaio. Lo
hanno deciso i ministri degli Esteri dell’Ue riunitisi lunedì e
martedì a Bruxelles in preparazione del Consiglio europeo che si
svolge oggi e domani. Nel momento, quindi, in cui scriviamo questa
corrispondenza siamo ancora in attesa dell’ultima parola che spetta
appunto ai capi di Stato e di governo, ma già si sa, stando a quanto
deciso dai capi delle diplomazie dei 28, a che punto stanno le cose
relative al cammino europeo della Serbia.
I ministri degli esteri non hanno
fissato una data precisa, ma, secondo le informazioni, la conferenza
intergovernativa che segnerà il vero avvio dei negoziati, sarà
convocata dalla Grecia che dal 1° gennaio assumerà la presidenza di
turno dell’UE. Vi è stata una prima proposta del 21 gennaio come
data della convocazione di questa conferenza e secondo quanto
riportato dall'agenzia di stampa serba Tanjug questa data resta
comunque la più probabile.
I ministri degli Esteri dell’UE hanno
inserito nella cornice dei negoziati anche la controversa clausola
con cui si afferma che Belgrado e Priština, entro la fine dei
negoziati di adesione della Serbia, devono firmare un accordo
giuridicamente vincolante. Su questa clausola ha insistito
particolarmente la Germania, ma anche la Gran Bretagna.
Il Consiglio continuerà a seguire con
attenzione l’impegno permanente della Serbia sulla normalizzazione
delle relazioni con il Kosovo, nonché l’attuazione di tutto quello
che è stato raggiunto con l’accordo, si legge nella bozza delle
conclusioni del Consiglio ministeriale e si aggiunge che Belgrado e
Priština non potranno porre veti reciproci sul processo di
integrazione.
La Serbia viene invitata, inoltre, a
prestare particolare attenzione allo stato di diritto e soprattutto
alle riforme nei settori della giustizia e della lotta alla
corruzione e alla criminalità organizzata. Infine, Belgrado dovrà
assicurare l’indipendenza delle istituzioni, la libertà dei media,
il miglioramento del settore economico e imprenditoriale e la
protezione delle minoranze, in particolare quella dei rom e della
popolazione Lgbt.
Il testo è tratto dalla trascrizione
della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata inonda oggi a Radio Radicale.
mercoledì 18 dicembre 2013
UE, VIA LIBERA AL NEGOZIATO CON LA SERBIA: REAZIONI E COMMENTI
“Ho detto ai ministri quanto sia
rimasta colpita dai progressi fatti e dall'impegno mostrato dai due
premier e dalle rispettive delegazioni [impegnati nei colloqui per la
normalizzazione delle relazioni tra Belgrado e Pristina, ndr] Se si
guarda all'elenco dei risultati ottenuti dall'accordo di aprile,
credo che sia davvero impressionante. In alcuni campi siamo andati
anche oltre e più veloci di quanto pensassi”. Lo ha detto lunedì
scorso l'Alto rappresentante per la politica estera dell'Unione
Europea, Catherine Ashton, al termine della prima giornata di lavori
del Consiglio Affari esteri a Bruxelles, rispondendo al corrispondente della televisione serba. La Ashton aveva così
anticipato il giudizio positivo contenuto nel suo rapporto sul
dialogo Belgrado-Pristina che ha poi presentato martedì ai capi
delle diplomazie dei 28. Restano da definire i dettagli di alcune
questioni, per esempio nel settore giudiziario, ma la Serbia ha
compiuto progressi impressionanti nella normalizzazione delle
relazioni con Pristina, ed è tempo di avviare il negoziato di
adesione con la UE, è in definitiva la conclusione a cui è arrivata
la responsabile della politica estera di Bruxelles che in questa
veste continua a mediare il dialogo tra Serbia e Kosovo.
In una conferenza stampa a Belgrado, Dacic ha detto di non vedere per Belgrado alcun obbligo di riconoscere l'indipendenza del Kosovo nelle conclusioni con cui i ministri degli Esteri dell'UE hanno dato il via libera all'inizio del negoziato di adesione con la Serbia. Dacic ha anche detto anche di ritenere che la Serbia entrerà nella UE più velocemente di ogni altro Paese, sottolineando che la velocità del negoziato dipenderà dall'impegno e dalla serietà con cui verrà portato avanti. Finora il negoziato più rapido è stato quello della Slovacchia, durato cinque-sei anni: la Serbia secondo Dacic è in grado di fare altrettanto, dato che il suo governo “non solo ha aperto la porta all'Europa ma ha già fatto un passo al suo interno”.
“Vivissima soddisfazione” è stata
espressa dal Ministro degli Esteri Emma Bonino per la decisione presa
dai ministri degli Esteri dell’Unione Europea di dare via libera
all'avvio dei negoziati per l’adesione della Serbia all’UE con la
convocazione della prima Conferenza Intergovernativa il prossimo
gennaio. "Si tratta di un momento storico perla Serbia e per i
Balcani”, afferma il ministro Bonino, secondo una nota ufficialedella Farnesina nella quale ricorda che “l’Italia ha sempre
incoraggiato e sostenuto il percorso europeo di Belgrado, in
particolare gli sforzi di quest’ultima nell’adempimento delle
misure concordate con le Autorità di Pristina lo scorso 19 aprile,
volte alla realizzazione di una progressiva normalizzazione nei
rapporti tra Serbia e Kosovo e la cui positiva attuazione ha
rappresentato la condizione principale posta dall’UE per poter
procedere all’apertura dei negoziati di adesione”. Il nostro
ministro degli Esteri ha quindi riaffermato che “l’Italia
continuerà a garantire il suo convinto sostegno al percorso europeo
di Belgrado, che, proprio grazie al prossimo avvio dei negoziati,
compie un fondamentale e irreversibile passo in avanti”.
Soddisfazione, ovviamente, è stata
espressa dal premier serbo Ivica Dacic, che in un'intervista alla tv
di stato Rts ha parlato di “obiettivo storico”, di un via libera
per Belgrado deciso “all’unanimità” dai 28, come “mi ha
rivelato al telefono Ashton”. Un risultato, ha detto ancora il
premier, “atteso da generazioni e da molti governi” prima del suo
e che ora “non è più solo un sogno” per la leadership serba e
per i cittadini, “ma la realtà”. E' la fine di un processo e
contemporaneamente “l’inizio di un altro molto più difficile”.
In una conferenza stampa a Belgrado, Dacic ha detto di non vedere per Belgrado alcun obbligo di riconoscere l'indipendenza del Kosovo nelle conclusioni con cui i ministri degli Esteri dell'UE hanno dato il via libera all'inizio del negoziato di adesione con la Serbia. Dacic ha anche detto anche di ritenere che la Serbia entrerà nella UE più velocemente di ogni altro Paese, sottolineando che la velocità del negoziato dipenderà dall'impegno e dalla serietà con cui verrà portato avanti. Finora il negoziato più rapido è stato quello della Slovacchia, durato cinque-sei anni: la Serbia secondo Dacic è in grado di fare altrettanto, dato che il suo governo “non solo ha aperto la porta all'Europa ma ha già fatto un passo al suo interno”.
Non tutti però sono così soddisfatti
e ottimisti come il capo della diplomazia europea, il nostro ministro
degli Esteri e i vertici di Belgrado. A Pristina, il via libera di
Bruxelles alla Serbia è stato accolto con scetticismo e reazioni
generalmente negative da diversi analisti secondo i quali l'Unione
Europea ha sopravvalutato i progressi fatti da Belgrado nel dialogo
con le autorità kosovare. Secondo il politologo Ilir Deda, direttore
dell'istituto 'Kipred', dopo quello di aprile si dovrebbe arrivare ad
un secondo accordo fra Belgrado e Pristina dato che fino ad ora i
colloqui hanno favoritola parte serba, che continuerà così a
mantenere la sua influenza nelle zone a maggioranza serba, mentre per
il Kosovo continuerà una situazione di statu quo. Anche Arten
Korenica ritiene che Bruxelles abbia volutamente accelerato la strada
della Serbia verso l'integrazione europea, nonostante Belgrado non
abbia applicato tutti i punti dell'accordo del 19 aprile.
Generalmente negativi anche i commenti della stampa kosovara. I
quotidiani Koha Ditore e Tribuna criticano in particolare il rapporto
molto positivo sulla Serbia fatto dalla Ashton, mentre per Pristina
Bruxelles ritiene per ora sufficiente l'avvio del negoziato per
l'Accordo di stabilizzazione e associazione.
domenica 8 dicembre 2013
IL FUTURO DELL'UE SI GIOCA IN UCRAINA?
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| Kiev, EuroMaidan (Photolure) |
In Ucraina, da giorni, decine di
migliaia di persone sono in piazza per protestare contro la decisione
del governo e del presidente Viktor Yanukovic di non firmare
l'accordo di libero scambio con l'Unione Europea e per opporsi alla
sostanziale battuta d'arresto del processo di integrazione deciso
dall'attuale governo e dall'attuale presidente. E fa impressione
vedere come, al di fuori dell'Unione Europea, ci siano persone
disposte a scontrarsi con la polizia e a rischiare la repressione per
esprimere la loro volontà di integrazione europea, proprio mentre in
Italia, per esempio, c'è chi sostiene l'esatto contrario e straparla
di impossibili referendum sull'Euro, e nella stessa Unione prendano
piede forze politiche dichiaratamente anti-europeiste, che vorrebbero
la fine o il drastico ridimensionamento dei poteri di Bruxelles.
Forze che vedremo rappresentate, in maniera non irrilevante, con
tutta probabilità nel prossimo Parlamento europeo che eleggeremo a
maggio del 2014.
Guardando quelle piazze di Kiev dove
sventola la bandiera blu stellata ho l'impressione che, al di fuori
dei ristretti circoli degli esperti e degli analisti di politica
internazionale, qui in Italia non molti riescano ad andare al di là
della cronaca cercando di capire la portata degli avvenimenti in
atto. Forse per la prima volta l'Unione Europea non ha più quella
capacità di attrazione che ha avuto in tutti questi anni. Dopo i
grandi entusiasmi del 2004, il processo di allargamento ha subito un
evidente raffreddamento, ha patito uno “stress” come si dice.
Forse per la prima volta, però, il rallentamento non viene da
Bruxelles, non sono i Paesi che già fanno parte dell'Unione a tirare
il freno, ma sono i Paesi all'esterno, quelli “in lista di attesa”
che sembrano cominciare a perdere fiducia nell'UE e a guardare da
un'altra parte. Della Turchia già sappiamo e molto si è detto in
questi anni, ma quanto sta avvenendo in Ucraina dovrebbe far
riflettere.
E' chiaro che c'è altro dietro le
bandiere blu stellate sventolate in piazza e che sotto il marchio
“Euro Maidan” c'è un movimento assai composito. C'è molto altro
anche nelle decisioni del governo di Kiev. La Russia può offrire
molto in termini di sbocchi di mercato per i prodotti dell'Ucraina e
in contropartite energetiche. Inoltre, il processo di integrazione
nell'UE obbligando l'Ucraina a rivedere profondamente il proprio
quadro legislativo in questioni delicate come stato di diritto,
sistema penale, lotta alla corruzione e indipendenza dei media,
finirebbe inevitabilmente per incidere sugli assetti di potere e
destabilizzerebbe equilibri consolidati. Ma soprattutto, la Russia di
oggi non è quella debole degli anni '90 e dei primi anni Duemila,
mentre l'Unione Europea in crisi, invece di essere quel grande
progetto politico di unione dei popoli europei costruito dopo la
seconda guerra mondiale e preconizzato dal manifesto di Ventotene,
rischia di apparire sempre più un club esclusivo le cui regole sono
imposte dai soci più ricchi (cioè dalla Germania).
La crisi dell'Unione Europea è
certamente crisi economica, ma forse ancora di più crisi di progetto
politico e di prospettiva storica. Se così è, quel “soft power”
che è stato il cemento della costruzione europea e che ha costituito
un fortissimo fattore di attrazione per i Paesi dell'est dopo la
caduta del muro Berlino, rischia di essere bruciato in un forno
alimentato dal gas e dal petrolio russi. In Ungheria, nel 1956, la
rivolta del popolo contro la dittatura del comunismo sovietico, finì
per essere abbandonata a sé stessa a causa della crisi di Suez
(c'erano di mezzo il petrolio e la ridefinizione degli equilibri
internazionali dopo la seconda guerra mondiale). Sarebbe triste che
il movimento sceso in piazza in questi giorni in Ucraina, al di là
delle parole roboanti venute da Bruxelles, fosse lasciato per ragioni
analoghe (pur con tutte le differenze del caso). Lasciamo agli
esperti di politica internazionale e a coloro che conoscono molto
bene questo scacchiere, analizzare in profondo quanto sta avvenendo a
Kiev. Ci resta l'impressione che, molto più di quanto appaia oggi,
l'Ucraina sarà un banco di prova del futuro dell'Unione Europea. [RS]
martedì 22 ottobre 2013
L'UNIONE EUROPEA RILANCIA I NEGOZIATI DI ADESIONE CON LA TURCHIA
Bruxelles decide l'apertura di un nuovo
dossier. Intanto Erdogan non cambia linea sulle proteste di piazza.
L'Unione Europea rilancia i negoziati
di adesione con la Turchia, dopo tre anni di congelamento e
nonostante le perplessità e le critiche provocate dalla dura
repressione messa in atto dal governo di Recep Tayyip Erdogan contro
le manifestazioni di protesta di giugno e luglio. I ministri degli
Affari europei dell'Ue, riuniti oggi a Lussemburgo hanno stabilito
che i negoziati con Ankara
riprenderanno il prossimo 5 novembre.
Il Consiglio europeo di giugno aveva in effetti dato via libera
all'apertura di un nuovo dossier negoziale (il 22 sulle politiche
regionali), ma la riapertura effettiva della trattativa era stata
sospesa a causa della repressione delle proteste anti-governative a
Istanbul e in altre città turche. La decisione odierna era attesa
dopo la pubblicazione, una settimana fa, del rapporto annuale della
Commissione europea sull'allargamento, che pur criticando il governo
Erdogan per la linea dura contro le manifestazioni, aveva
raccomandato la ripresa dei negoziati con la Turchia. La Commissione
Ue ha chiesto che vengano affrontati anche i capitoli 23 e 24, che
riguardano questioni delicate come i diritti fondamentali, la
giustizia, la libertà e la sicurezza. Ma di questo ulteriore
sviluppo l'Ue discuterà più avanti, probabilmente al Consiglio
europeo di dicembre. La conferenza per l'apertura del capitolo dei
negoziati sulle politiche regionali, è stata fissata per il prossimo
5 novembre a Bruxelles.
L'annuncio odierno è arrivato via
twitter dalla presidenza di turno lituana dell'Ue, secondo cui
"l'apertura del capitolo 22 nei negoziati di adesione della
Turchia con l'Ue dopo tre anni e' un segnale importante". In
effetti, il negoziato è in corso da 8 anni ma dei 35 capitoli
negoziali previsti ne sono stati aperti solo 13 e ne è stato chiuso
ad oggi solo uno. Il commissario europeo per l'Allargamento, Stefan
Fule, ha sottolineato che "la decisione di oggi rappresenta un
passo importante. I recenti sviluppi in Turchia sottolineano
l'importanza dell'impegno dell'Ue e il fatto che l'Unione rimanga il
punto di riferimento per le riforme" del Paese. "Sono
felice che il nostro rapporto della settimana scorsa sia stato in
grado di fornire un contributo al processo che ha portato alla
decisione di oggi di aprire il quattordicesimo capitolo dei negoziati
con la Turchia e spero che molti altri seguiranno" ha concluso
Fule. I principali problemi sono però sempre tutti sul tappeto. Il
più spinoso resta la questione di Cipro: l'isola è divisa in due
dal 1974, con la parte nord occupata dalla Turchia, ma per la
Comunità internazionale la divisione non esiste e l'unico stato
riconosciuto è la repubblica di Cipro, membro dell'Unione europea,
il cui territorio si estende su tutta l'isola. Ankara, invece,
riconosce solo il Nord, dove si è costituita una repubblica nel
territorio corrispondente alla parte che occupò militarmente 39 anni
fa.
Intanto, apparentemente indifferente
alle critiche e ai consigli venuti da Bruxelles, il premier turco non
sembra voler cambiare atteggiamento nei confronti dell'opposizione
che sale dalla società turca rispetto ad alcune scelte o iniziative
dell'esecutivo. Né sembra mostrare un atteggiamento più disponibile
nei confronti delle proteste di piazza, come quelle suscitate dai
lavori per la costruzione del terzo ponte sul Bosforo a Istanbul.
Erdogan ha definito ''banditi moderni'' gli ambientalisti che hanno
cercato di bloccare i lavori per la costruzione del ponte dicendosi
pronto a demolire anche una moschea se necessario a favorire la
costruzione di una strada. ''Noi stiamo servendo il popolo, non gli
individui. Qualsiasi cosa puo' essere sacrificata per una strada.
Demoliremmo anche una moschea se una strada dovesse passare di li' e
la ricostruiremmo da un'altra parte'', ha detto Erdogan in Parlamento
sostenendo che ''il ponte non sarà utile solo agli abitanti di
Istanbul, ma a tutta l'umanità” e che ogni cosa puo' essere
sacrificata per delle strade.
venerdì 18 ottobre 2013
COMMISSIONE UE: "RILANCIARE IL NEGOZIATO CON LA TURCHIA"
Critiche e aperture nella relazione annuale di Bruxelles, ma i 28 restano divisi sull'adesione
Rilanciare il negoziato con Ankara,
malgrado la repressione delle proteste anti-governative della scorsa estate. E' questo il giudizio
della Commissione europea espresso nella relazione annualesull'allargamento dell'UE pubblicato mercoledì 16 ottobre. La
Turchia viene criticata per la repressione delle proteste
anti-governative e nel rapporto viene condannato "il ricorso
eccessivo alla forza da parte della polizia" contro i
manifestanti. Un comportamento, quello delle autorità turche, che
evidenzia per Bruxelles "il bisogno, imperativo, di sviluppare
una vera democrazia di natura partecipativa" e di "garantire
il rispetto delle libertà fondamentali". Dopo quanto avvenuto
nelle manifestazioni di piazza ad Istanbul e in decine di altre
città, in cui si sono registrati cinque morti, 8000 feriti e
migliaia di fermi e arresti, la Commissione Ue raccomanda, inoltre,
la creazione di un ente indipendente che vigili sull'operato delle
forze dell'ordine, sottolineando come il governo stia dimostrando
poca capacità di mediazione con le forze politiche per quanto
riguarda riforme
cruciali. La relazione annuale,
tuttavia, sottolinea anche i "passi importanti" fatti dal
governo Erdogan, come la limitazione del ruolo dei militari nella
sfera pubblica, le aperture sul decentramento istituzionale e
l'autorizzazione all'uso delle lingue diverse dal turco, come il
curdo.
La Commissione invita i governi degli
Stati membri a riaprire il dialogo con Ankara fermo da molto tempo.
Il negoziato di adesione all`Unione europea, era iniziato nel 2005 ma
entrò presto in crisi per la questione di Cipro e a causa
dell'opposizione di Francia e Germania che da sempre guidano il
fronte dei Paesi Ue contrari all'ingresso della Turchia. Dopo tre
anni di stallo il Consiglio europeo di giugno aveva trovato un
accordo per far ripartire il dialogo con Ankara con l'apertura del
capitolo negoziale numero 22, che riguarda la politica regionale. La
decisione definitiva fu però posticipata a causa della dura
repressione delle manifestazioni anti-governative. La Commissione
chiede ai 28 di aprire il nuovo capitolo negoziale e di aprire la
strada per l'inizio dei negoziati sui dossier numero 23 e 24, che
riguardano argomenti delicatissimi come i diritti fondamentali, la
giustizia, la libertà e la sicurezza. La riapertura del negoziato
con la Turchia sarà probabilmente nell'agenda del prossimo vertice
dei ministri degli Esteri dell`Unione, fissato per il 22 ottobre,
tenendo conto della relazione annuale della Commissione. Le posizioni
dei 28 al riguardo restano però alquanto divise.
ALLARGAMENTO UE: DA BRUXELLES POCHE NOVITA' E QUALCHE APERTURA
Per i Paesi in lista d'attesa resta la
prospettiva dell'ingresso, ma il traguardo è lontano e con molte
incognite
Via libera allo status di candidato per
l'Albania, rilancio del negoziato con la Turchia, pur con un giudizio
fatto di luci e ombre, apprezzamento per i progressi compiuti da
Serbia e Kosovo, pollice verso per la Bosnia Erzegovina, niente di
nuovo per la Macedonia. Così, in estrema sintesi, si possono
sintetizzare i contenuti salienti della relazione annuale della
Commissione Europea sull'allargamento dell'Unione. Arrivato
puntuale come ogni anno a metà ottobre, si tratta di un documento
molto importante, perché contiene le raccomandazioni che
saranno poi esaminate dal Consiglio europeo a cui spettano le
decisioni formali sul proseguimento del processo di allargamento
dell'Unione. E ciò che emerge è che l'adesione di nuovi Paesi resta
in prospettiva, ma realisticamente il traguardo al momento è molto
lontano e comunque legato a molte incognite.
A parte la raccomandazione di concedere
all'Albania lo status di Paese candidato e di rilanciare il negoziato
con la Turchia, con l'apertura di nuovi dossier, e l'apprezzamento
per lo sforzo di normalizzazione dei rapporti compiuto da Belgrado e
Pristina, lo stato reale complessivo del processo di allargamento è sostanzialmente fermo. Non si profila a breve
alcuna svolta significativa. Per questo l'Ue pare intenzionata a
puntare molto sugli Accordi di stabilizzazione e associazione, il
primo step formale nel processo di integrazione e quindi considerati
l'anticamera dell'adesione. La Commissione sembra, più che in
passato, intenzionata a farne uno strumento per favorire una
partnership privilegiata a Paesi il cui ingresso effettivo nell'Ue
appare al momento lontano nel tempo e condizionato da questioni
rilevanti.
Il rapporto 2013, dopo l'ingresso un
po' in sordina della Croazia lo scorso 1° luglio, sembra riflettere
l'incertezza sul destino delle future adesioni, conseguente alle
difficoltà del negoziato con la Turchia e alle incertezze sulla
situazione dei Paesi dei Balcani occidentali, tuttavia indica anche
l'intenzione di rilanciare le prospettive di allargamento dell'Unione
dato che, come ha dichiarato il commissario responsabile, Stefan
Fuele, la politica di allargamento "rafforza la stabilità
economica e politica" dell'intero continente, poiché implica
"punti fondamentali come la lotta alla corruzione, la buona
governance economica, la libertà di parola e dei media, i diritti
umani e la protezione delle minoranze".
Il comunicato ufficiale della
Commissione Europea
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