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domenica 16 marzo 2014

OGGI LA SERBIA VA AL VOTO, RICORDANDO ZORAN DJINDJIC

Oggi in Serbia si vota per il rinnovo del Parlamento e dal risultato del voto dipenderà la formazione del nuovo governo. I sondaggi danno largamente in testa il Partito serbo del progresso capeggiato dall'attuale vicepremier Aleksandar Vucic: è lo stesso partito dell'attuale capo dello Stato, Tomislav Nikolic. Una formazione politica nata dalla scissione dall'ultranazionalista Partito radicale serbo, ormai ridotta ad una esigua minoranza e il cui leader, Vojslav Seselj, è sotto processo all'Aja per crimini di guerra. Sotto la guida di Nikolic e Vucic il Sns è approdato a posizioni conservatrici moderate aperte all'integrazione europea. In coalizione con Partito socialista dell'attuale premier, Ivica Dacic, è stato infatti l'artefice della conquista del negoziato ufficiale per l'adesione all'Unione Europea, un obiettivo sfuggito negli anni precedenti ai governi dichiaratamente europeisti guidati dal Partito democratico dell'ex presidente della repubblica Boris Tadic, che dopo la sconfitta elettorale del 2012 ha dato vita ad una nuova formazione politica.
Le elezioni di oggi, cadono a pochi giorni dall'undicesimo anniversario dell'assassinio di Zoran Djindjic, avvenuto il 12 marzo 2003: Il premier della Serbia e presidente del Partito democratico fu colpito e morte da un cecchino mentre scendeva dalla propria vettura nel cortile del palazzo del Parlamento di Belgrado. Una vicenda che sconvolse la Serbia e la comunità internazionale per il ruolo che Djindjic stava svolgendo e avrebbe potuto svolgere per il futuro del Paese dopo le guerre degli anni '90 e nel pieno del periodo oscuro e difficile seguito alla caduta del regime di Milosevic nel 2000. Se oggi la Serbia, pur con tutti i suoi problemi e molte questioni ancora irrisolte, non è più quella dell'inizio del millennio, lo si deve soprattutto ad un uomo come Djindjic e a quello che ha saputo costruire nella sua breve vita politica e a quello cha lasciato come eredità.

Qui di seguito un testo scritto da Riccardo De Mutiis, esperto di relazioni internazionali, conoscitore della realtà balcanica anche per aver partecipato a diverse missioni patrocinate da istituzioni internazionali. Passaggio a Sud Est ha già pubblicato diversi suoi pezzi: per ritrovarli clicca qui.


Il 12 marzo 2003 a Belgrado spirava forte la kosava, il vento che viene dai Carpazi, filtra attraverso il Portil de Fier e segue il corso del Danubio finendo con l’investire la capitale serba. Ed in quella giornata ventosa la città bianca e l'intera nazione vengono tramortite da una notizia terribile, quella dell’assassinio di Zoran Djindjic, primo ministro della repubblica federata serba (all’epoca la Serbia era parte dell’Unione di Serbia e Montenegro, la compagine statale che il 4 febbraio 2003 prese il posto della Jugoslavia fino al 2006, quando il Montenegro dichiara l'indipendenza). Sono passati undici anni dalla morte di Djindjic ed è davvero difficile dire qualcosa di nuovo sulla carriera politica o sull'assassinio dello statista serbo: due argomenti su cui si è davvero detto e scritto tanto e che, peraltro, si intersecano fino a diventare un tutt'uno, dato che secondo la lettura più accreditata le ragioni dell'assassinio vanno ricercate proprio nella linea politica seguita da Djindjic.

Vi sono tuttavia due aspetti su cui giornalisti e scrittori, soprattutto stranieri, si sono soffermati meno e su cui forse è il caso di spendere qualche parola. Il primo aspetto da porre in evidenza è quello della totale diversità di Djindjic rispetto ai politici dell’ex Jugoslavia suoi contemporanei: una diversità che si concretizza non solo nei contenuti della sua visione politica, ma anche nel suo modo di proporsi e di relazionarsi con l'esterno. Zoran Djindjic sale agli onori della ribalta politica nel 1997 quando, a capo della eterogenea coalizione “Zajedno” (Insieme), infligge nelle elezioni amministrative una cocente ed inaspettata sconfitta a Slobodan Milosevic e viene eletto sindaco di Belgrado. A quell’epoca i leader dei vari Stati nati dalle ceneri della ex Jugoslavia si caratterizzano per una immagine del tutto ordinaria: vestono abiti da budja (il termine serbo-croato che sta per apparatchik), in qualche occasione di una taglia superiore a quella giusta, senza nessuna concessione all’eleganza. E’ un tratto, questo, che accomuna Franjo Tudjiman, con le sue insolite e sorpassate lenti fotocromatiche, Alija Izetbegovic con la sua eterna e logora cravatta rossa, ed anche Stipe Mesic, preso di mira dai caricaturisti per le sue sopracciglia incredibilmente cespugliose.

Zoran Djindjic è del tutto diverso: alto ed atletico, veste eleganti completi scuri ed è proprio il suo look, prima ancora che la sua politica, a catturare l’attenzione dei media e della gente. Insomma il nuovo arrivato, prima di tutto dal punto di vista dell’immagine, segna un distacco netto nei confronti dei suoi predecessori, ed è un messaggio che i politici della sua generazione colgono immediatamente, partendo dal suo amico montenegrino Milo Djukanovic, passando per il suo epigono Boris Tadic, per finire con il croato Ivo Sanader: tutti eleganti, curati nell'immagine, fisicamente prestanti. Ma se i politici contemporanei colgono i caratteri innovativi di Djindjic, almeno quelli esteriori, e li replicano, la massa resta sconcertata dall'irruzione di questo uomo così diverso da quelli che lo hanno preceduto. E Djindjic stesso, animale politico di razza, si rende perfettamente conto di non avere l’appeal giusto per conquistare un elettorato legato a valori tradizionali e su cui ancora incide mezzo secolo di conformismo comunista.

Su tale presupposto, sulla consapevolezza della propria estraneità al tessuto sociale serbo ed ai suoi valori, si fonda la sofisticata strategia posta in essere da Djindjic in occasione delle elezioni presidenziali jugoslave del 2000: da un lato, grazie al suo carisma ed alle sue doti organizzative, riesce ad unire in un’unica coalizione le forze che si oppongono a Milosevic, e dall’altro, per aumentare la presa sull’elettorato di tale coalizione, vi mette a capo un uomo in cui in cui i serbi si riconoscono, Vojislav Kostunica. All’epoca Kostunica è assolutamente sconosciuto in Europa e nel suo stesso paese non è un politico di primo piano. Tuttavia è una persona che appartiene al mondo serbo, ed in particolare è un tipico esponente di quella parte della Serbia in cui Milosevic ha il nocciolo duro dei suoi elettori: non certo la Serbia della capitale o la Serbia di Novi Sad, ma quella del sud, quella della Sumadija, più in generale la Serbia rurale, i cui valori fondamentali, quelli patriarcali, del nazionalismo e della stretta osservanza ortodossa sono incarnati alla perfezione da Kostunica.

Kostunica è lo strumento attraverso il quale Djindjic riesce ad assicurare alla sua coalizione Dos (Demokratska Opozicija Srbije, Opposizione Democratica Serbia) il consenso di buona parte dell’elettorato tradizionalmente legato a Milosevic e quindi la vittoria: il vodz Slobodan viene sconfitto nettamente e Kostunica viene eletto presidente dell’Unione di Serbia e Montenegro. Di lì a qualche mese Djindjic guida l’opposizione a vincere anche le elezioni serbe e sarà lui, questa volta, a guidare l’esecutivo federale. La coalizione, a questo punto, sembra avere partita vinta su tutti i fronti, con Kostunica alla guida della federazione jugoslava e Djindjic a capo della repubblica serba. Ma non è così e i contrasti tra i due non tardano ad emergere. E’ chiaro sin dall’inizio che i due non sono fatti per intendersi, per formazione, carattere, abitudini e frequentazioni: all’economista Djindjic, che ha studiato e si è formato professionalmente in Germania, sempre elegante e sicuro di sé, spesso in compagnia della telegenica moglie Ruzica nelle apparizioni pubbliche e che preferisce per le sue esternazioni la stampa internazionale (preferibilmente tedesca, “Die Welt” e “Der Spiegel“), si contrappone il giurista Kostunica, laureato alla università di Belgrado, evidentemente a disagio nei contesti internazionali, in cui si è segnalato per le frizioni avute con Carla Del Ponte, all'epoca procuratrice del Tribunale penale internazionale. La differenza caratteriale tra i due è esemplificata dalla diversità degli hobby: Djindjic preferisce fare sport nel tempo libero, ed infatti si frattura un piede giocando a calcio nel febbraio 2003, mentre Kostunica è noto per la sua passione per i gatti, che ospita in buon numero nella sua casa belgradese.

Da un punto di vista politico la diversità tra i due è evidenziata dallo stesso nome dei partiti politici che ciascuno di essi capeggia. Kostunica presiede lo Sds (Srpska demokratska stranka, Partito democratico serbo), mentre Djindjic è il leader del Ds (Demokratska stranka, Partito democratico): denominazioni quasi identiche, divergenti solo per l'aggettivo “srpska” cioè serbo, presente nel nome del partito di Kostunica ed assente in quello di Djindjic, a significare che la connotazione serba, cioè nazionalista, caratterizza il programma del primo e non quello del secondo. Non a caso il contrasto tra i due leader nasce a proposito di una questione di sapore tipicamente nazionalista, quella relativa al Kosovo, alla cui eventuale indipendenza Kostunica si oppone decisamente, mentre la posizione sul punto di Djindjic è più sfumata. Ed è di nuovo un problema che chiama in causa l’orgoglio nazionale serbo, quello della sorte di Milosevic, a rendere irrimediabile il contrasto tra Kostunica, nazionalista più per calcolo che per convinzione, e Djindjic, europeista convinto. Secondo Kostunica Milosevic deve essere processato da un tribunale serbo, mentre Djindjic vuole che venga giudicato dal Tribunale internazionale sulla ex Jugoslavia dell’Aja e la spunta, facendo arrestare Slobo nel marzo 2001 e consegnandolo alle autorità della giustizia internazionale: il tutto all’insaputa pare (ma questa è tutta un'altra storia), di Kostunica.

La vicenda della morte di Zoran Djindjic, e qui passiamo al secondo aspetto della vicenda che è interessante sottolineare, presenta degli aspetti particolari, sconosciuti ad altri omicidi politici che pure hanno segnato la vita di altri Paesi, ed in questo senso rappresenta l’ ennesima dimostrazione della assoluta unicità della storia serba. Ciò che rende l’assassinio un fatto irripetibile, senza eguali nelle vicende straniere, è la reazione che esso scatena da parte delle autorità. Una reazione originata dalle modalità di esecuzione del delitto: Djindjic viene assassinato in pieno giorno nel cortile della Skuspstina, il parlamento serbo, e cioè il cuore della nuova politica. Il primo ministro viene colpito nella sua sede istituzionale, il parlamento: il messaggio è chiaro, si tratta di una sfida alle istituzioni statali, di cui è in gioco la stessa sopravvivenza. Le autorità si rendono conto che coloro che hanno ucciso Djindjic hanno degli appoggi, anche ad alto livello, all'interno dell’apparato statale, in particolare tra la magistratura e le forze armate, ed optano quindi per una reazione drastica: viene proclamato lo stato d’emergenza, si da il via all’operazione "Sablja" (sciabola) finalizzata ad individuare mandanti ed esecutori materiali del delitto. Vengono chiusi i giornali sospettati di essere collegati con la mafia di Zemun, agli arrestati vengono negati i contatti con gli avvocati e vengono tenuti all’oscuro dei capi d’imputazione per diversi giorni, vengono bruscamente licenziati i magistrati indiziati di collusione con i mandanti dell’ omicidio, vengono distrutti gli immobili di proprietà Dusan Spasojevic, leader del “clan di Zemun”, indiziato di essere al vertice del complotto, e lo stesso Spasojevic viene ucciso per la resistenza opposta al momento dell’arresto in circostanza ancora da chiarire, il tutto con circa 7000 fermi di polizia nel giro di un mese. In sostanza una sospensione dello stato di diritto, una parentesi di negazione dei diritti di difesa garantiti da qualsiasi regime democratico agli indagati: in una parola un fatto che non ha precedenti nella storia europea del dopoguerra.

Se poi riportiamo la vicenda di Djindjic dal contesto internazionale a quello nazionale, ci rendiamo conto di come essa si ponga nel solco di una tradizione, ancora una volta unicamente e tipicamente serba, segnata dalla morte violenta dei leader istituzionali. Si parte con l’assassinio del principe di Serbia Mihailo III Obrenovic nel 1868 e si continua con l’omicidio del re Alessandro I Obrenovic e della moglie Draga nel 1903, i cui corpi vengono mutilati e gettati dalle finestre del palazzo reale: una efferatezza ed una ferocia che rivivrà in alcuni episodi delle guerre jugoslave dell’ultimo decennio del millennio. E per una sorta di nemesi storica muore assassinato nel 1934 anche il re Alessandro I, appartenente alla dinastia dei Karadjordjevic, che erano stati i mandanti degli omicidi degli Obrenovic. Di morte violenta cessa di vivere nel 2000 anche l’ex presidente della repubblica serba Ivan Stambolic ed il cerchio si chiude, lo sappiamo, nel marzo 2001 con l’omicidio di Zoran Djindjic (un caso a parte è quello dello stesso Milosevic, che muore mentre è detenuto nel carcere di Scheveningen, in Olanda). Nessuno stato europeo, ma forse nessuna nazione al mondo, ha avuto tanti morte violente dei suoi capi di stato o di governo.

A undici anni dalla morte di Djindjic, la prima osservazione che sorge spontanea a coloro che hanno frequentato e vissuto di persona Belgrado e la Serbia nell’ultimo decennio è che il leader politico serbo è molto più amato e considerato da morto di quanto lo fosse stato da vivo. Popolare ed amato, in vita, Zoran Djindjic, non lo era stato mai, e di ciò egli era perfettamente conscio, se è vero che aveva dichiarato “Popularity is not my job” ad una testata giornalistica straniera che lo aveva intervistato. Ma a distanza di dieci anni il ricordo di Djindjic è più vivo che mai, e la misura dell’interesse dei serbi per la sua figura non la danno tanto le celebrazioni ufficiali, ma, invece, la presenza nelle librerie di tante pubblicazioni che parlano della sua storia e della sua politica ("Akademija", la famosa e storica libreria belgradese sulla Mihailova è un infallibile termometro al riguardo). C'è il libro scritto dallo stesso Djindjic sulla integrazione europea della Serbia, “Put Srbije u Europu”, e la raccolta delle sue metafore, ma è soprattutto la sua “Biografija”, scritta da Bojan Dimitrijevic a riscuotere successo tra i lettori.

La ragione del permanere di tanto interesse per la figura di Zoran Djindjic è forse rappresentata dal carattere eccezionale dell’atto politico che lo ha reso famoso e forse gli è costato la vita: la consegna di Milosevic alla giustizia internazionale. Nessun capo di stato europeo, e torniamo per l’ ennesima volta al tema della singolarità delle vicende serbe, aveva compiuto un atto del genere, rischiando di essere considerato, come in effetti molti all’epoca considerarono Djindjic, un traditore. Ma se le commemorazioni di Djindjic, a un decennio dalla sua morte, sono ancora così sentite e partecipate ciò vuol dire che non solo gli analisti politici ma anche e soprattutto la gente comune hanno compreso il significato della scelta dell’ex primo ministro: la consegna di Milosevic era un atto necessario affinché la nazione recuperasse non solo stabilità e tranquillità interna, decisamente a rischio con il vozd a piede libero, ma anche credibilità internazionale. Valgano, per comprendere il senso dell’operazione decisa da Djindjic, le parole di Enzo Bettiza : Djindjic, consegnando Milosevic al Tribunale dell’ Aja ha umiliato l’orgoglio serbo, ma ha salvato l’onore dei serbi.

domenica 24 marzo 2013

VIAGGIO NELLA "CITTA' BIANCA" - 5a e ultima puntata

Finisce il viaggio di Riccardo De Mutiis nella storia recente di Belgrado, dall’epoca della Jugoslavia del Maresciallo Tito ai giorni nostri: un viaggio alla scoperta della “città bianca” nelle cui strade vibra il “srpsko srce”, il cuore serbo. In questa quinta puntata il racconto termina nella capitale serba di oggi con il cambiamento subito da alcuni caratteri tipici della città dovuto alle conseguenze e alle trasformazioni lasciate delle guerre degli anni '90 e dal regime di Milosevic. Soprattutto la scomparsa, forse definitiva, di quell’atmosfera particolare, tipicamente serba, che si viveva nelle strade e che affascinava tanto i visitatori stranieri.

La bandiera della città di Belgrado (Foto Xevi V/Flickr)
Secondo Le Corbusier “di tutte le capitali situate in una posizione splendida, Belgrado è la più brutta”. L’affermazione dell’architetto svizzero è troppo drastica, ma ha un fondo di verità. In effetti la posizione geografica della capitale serba è invidiabile: il nucleo originario della città venne realizzato su una collina ai cui piedi la Sava affluisce nel Danubio e da cui, in particolare dalla fortezza di Kalemegdan, si gode il panorama di una pianura che si estende a perdita d’occhio. Non sono altrettanto apprezzabili, purtroppo, né l impianto urbanistico, né lo stile architettonico della città. Infatti alla impostazione urbanistica degli Ottomani si sovrappose quella dei Karadjordjevic ed a questa quella di stampo comunista del periodo titino: alla disorganicità derivante dalla sovrapposizione di tali idee urbanistiche profondamente diverse l’una dall'altra si aggiunsero, nel momento in cui la città si estese oltre la Sava ed il Danubio, i problemi di una rete viaria che si intasava spesso e volentieri in prossimità dei pochi ponti che collegavano il centro con Zemun, Novi Beograd e le altre nuove zone costruite oltre i fiumi. Ma se la struttura urbanistica di Belgrado non è entusiasmante, è altrettanto vero che il viaggiatore che arriva nella capitale balcanica è colpito dall’atmosfera tutta particolare che vi si vive: nelle strade di Belgrado vibra l’anima del popolo serbo, batte il “srpsko srce”, il cuore serbo. La città ha sempre vissuto con grande partecipazione le vicende nazionali, senza mai appiattirsi sui mantra dettati dal potere costituito, ma tenendo invece spesso un atteggiamento critico e disincantato nei confronti dei vari regimi che dal dopoguerra ad oggi si sono avvicendati alla guida del paese. In questo scritto il rapporto tra la città di Belgrado e la politica prima jugoslava e poi serba viene analizzato con riferimento diversi periodi storici, dal dopoguerra fino alla morte del Maresciallo Tito, dal periodo del regime di Slobodan Milosevic alla sua caduta, fino ai nostri giorni.
Riccardo De Mutiis [*]

La Belgrado di oggi / 2
Nella Belgrado di oggi anche la toponomastica, e questa è una abitudine tutta serba, è cambiata. Una delle strade più importanti di Belgrado, quella che dall’Hotel Slavija conduce alla pedonale Knez Mihajlova, ha cambiato per tre volte nome nell’arco di trent'anni, passando dalla ovvia intitolazione a Tito a quella, nel periodo di Milosevic, di Ulica Srpski Vladara (“Corso Prìncipi Serbi”, in linea con l’esaltazione dell'etnia nazionale che ha caratterizzato quel periodo), per passare a quella attuale di Ulica Kralja Milana, che ricorda Milan Obrenovic, principe e re della Serbia nella seconda metà dell’Ottocento. Ma l’esempio più eclatante della facilità con cui a Belgrado la toponomastica viene modificata è rappresentato dall'importante arteria Decanska, che sbocca in Trg Republike, che ha cambiato ben cinque volte la sua denominazione.

Se la città è profondamente mutata per tanti aspetti, ve ne sono degli altri che sono rimasti intatti e che continuano a caratterizzarla, nonostante il passare del tempo. Il più evidente, forse, è il disordine urbanistico. Il traffico, nonostante l’apertura del nuovo ponte Gazela sulla Sava, continua ad essere caotico. Ma quello che stupisce, in senso negativo, è il permanere di quelle baraccopoli sorte negli anni delle guerre in cui si insediarono i profughi provenienti dalla Bosnia , dalla Croazia e dal Kosovo: poco o nulla è stato fatto per offrire una sistemazione adeguata a questa gente. Il più grave problema urbanistico della città è rappresentato dal fatto che gran parte delle abitazioni (qualcuno parla addirittura del 50 %) sono state costruite in assenza di concessioni edilizie e quindi sono del tutto avulse da un qualsiasi piano di sviluppo urbanistico.

Altro carattere tipico di Belgrado e di tutta la Serbia, rimasto intatto nel corso degli anni, è quello del fumo. I serbi sono fumatori incalliti ed i belgradesi non lo sono da meno: non a caso il genere più contrabbandato, da sempre, è la sigaretta. Il divieto di fumare nei locali pubblici, introdotto un paio d’anni fa, è stato bypassato con una astuzia tutta balcanica: l’area riservata ai fumatori e quella per i non fumatori, che in tutti gli altri Paesi sono collocate in ambienti e cioè in camere diverse, nei locali di Belgrado sono ricavati all’interno dello stesso ambiente, così è del tutto normale che un tavolo riservato ai non fumatori sia affiancato, a qualche centimetro di distanza, da un tavolo per i fumatori, con i primi che respirano tutto il fumo prodotto dai secondi.

Insomma, Belgrado da una parte abbandona abitudini tipicamente serbe e si apre culturalmente ed economicamente all’esterno, e dall’altra non riesce a risolvere problemi che la affliggono da lungo tempo, come quello urbanistico e quello del fumo. La città bianca sta vivendo una fase di passaggio, cerca di aprirsi all’esterno ma non riesce a staccarsi completamente dai retaggi dal passato ed in questo senso replica le medesime incertezze del governo nazionale, sospeso fra il desiderio d’Europa ed il richiamo al nazionalismo insito nella questione kosovara. Ed alla crisi d’ identità della capitale non è estranea una modificazione del suo tessuto sociale.

La borghesia belgradese che aveva spesso avversato la politica di Milosevic è quasi evaporata: imprenditori ed intellettuali abbandonarono in gran parte Belgrado al tempo della guerra per il Kosovo e da allora non sono più rientrati, gli studenti che si sono laureati all’inizio del millennio sono emigrati all’estero, a causa della scarsità di impieghi adatti alle loro competenze e della insufficienza delle retribuzioni. Il posto di questa borghesia colta è stato preso dai serbi provenienti dalle zone rurali e dai profughi delle guerre: un campionario umano sicuramente meno acculturato di quello precedente. Il fenomeno è approfondito da Paolo Rumiz nel suo “Maschere per un massacro”, che parla di sostituzione della borghesia con il sottoproletariato e di conseguente imbarbarimento della città.

La chiusura di quei punti di ritrovo tipicamente belgradesi si spiega anche e soprattutto con l’abbandono della città da parte di coloro, la classe media, che erano soliti frequentare quei ritrovi, si trattasse del Ruski car o di un'altra kafana sulla Knez Mihajlova. Il professore che ha abbandonato Belgrado un decennio fa e vi torna solo per festeggiare il Srpska nova godina, il capodanno serbo che cade il 13 gennaio, non riconosce la città in cui aveva vissuto; lo studente che si è laureato all’università cittadina e poi ha trovato lavoro all’estero quando torna per le vacanze estive si sente estraneo al nuovo contesto sociale belgradese. Manca, attualmente, una classe media, e ci vorrà circa una generazione per riformarla. Ed alla fine di questo viaggio nella città bianca l’impressione è che quell’atmosfera particolare che si viveva nelle strade, tipicamente serba, che affascinava i visitatori, è scomparsa perché è scomparsa quella compagine sociale, la borghesia belgradese, che animava quei luoghi in cui quella atmosfera, il Srpsko srce, era palpabile e viva.
[5 - Fine]



[*] Riccardo De Mutiis, esperto di relazioni internazionali, conoscitore della realtà balcanica anche per aver partecipato a diverse missioni patrocinate da istituzioni internazionali. Passaggio a Sud Est ha già pubblicato diversi suoi pezzi: per ritrovarli clicca qui.   


domenica 17 marzo 2013

VIAGGIO NELLA "CITTA' BIANCA" - 4a puntata


Continua il viaggio di Riccardo De Mutiis nella storia recente di Belgrado, dall’epoca della Jugoslavia del Maresciallo Tito ai giorni nostri: un viaggio alla scoperta della “città bianca” nelle cui strade vibra il “srpsko srce”, il cuore serbo. In questa quarta puntata il racconto prosegue nella capitale serba di oggi, attraverso le trasformazioni subite in questo ultimo decennio, dai nomi delle strade ai nuovi luoghi di ritrovo, dall'arrivo dei brand internazionali all'attenzione al look delle nuove generazioni: segni che indicano, dopo la lunga stagione del nazionalismo e del rifiuto di ciò che veniva dall’estero, l'apertura della città al mondo con tutte le contraddizioni che a ciò si accompagnano.

Belgrado: un'immagine di Knez Mihailova
Secondo Le Corbusier “di tutte le capitali situate in una posizione splendida, Belgrado è la più brutta”. L’affermazione dell’architetto svizzero è troppo drastica, ma ha un fondo di verità. In effetti la posizione geografica della capitale serba è invidiabile: il nucleo originario della città venne realizzato su una collina ai cui piedi la Sava affluisce nel Danubio e da cui, in particolare dalla fortezza di Kalemegdan, si gode il panorama di una pianura che si estende a perdita d’occhio. Non sono altrettanto apprezzabili, purtroppo, né l impianto urbanistico, né lo stile architettonico della città. Infatti alla impostazione urbanistica degli Ottomani si sovrappose quella dei Karadjordjevic ed a questa quella di stampo comunista del periodo titino: alla disorganicità derivante dalla sovrapposizione di tali idee urbanistiche profondamente diverse l’una dall'altra si aggiunsero, nel momento in cui la città si estese oltre la Sava ed il Danubio, i problemi di una rete viaria che si intasava spesso e volentieri in prossimità dei pochi ponti che collegavano il centro con Zemun, Novi Beograd e le altre nuove zone costruite oltre i fiumi. Ma se la struttura urbanistica di Belgrado non è entusiasmante, è altrettanto vero che il viaggiatore che arriva nella capitale balcanica è colpito dall’atmosfera tutta particolare che vi si vive: nelle strade di Belgrado vibra l’anima del popolo serbo, batte il “srpsko srce”, il cuore serbo. La città ha sempre vissuto con grande partecipazione le vicende nazionali, senza mai appiattirsi sui mantra dettati dal potere costituito, ma tenendo invece spesso un atteggiamento critico e disincantato nei confronti dei vari regimi che dal dopoguerra ad oggi si sono avvicendati alla guida del paese. In questo scritto il rapporto tra la città di Belgrado e la politica prima jugoslava e poi serba viene analizzato con riferimento diversi periodi storici, dal dopoguerra fino alla morte del Maresciallo Tito, dal periodo del regime di Slobodan Milosevic alla sua caduta, fino ai nostri giorni.
Riccardo De Mutiis [*]

La Belgrado di oggi / 1
Al viaggiatore che arrivi per la prima volta a Belgrado in questi giorni la città non appare molto diversa  dalle altre capitali dell’Europa orientale che da qualche decennio si sono decisamente trasformate, entrando nei circuiti  economici internazionali: grandi centri commerciali, presenza diffusa di banche straniere, punti vendita dei brand che fanno della diffusione a livello mondiale il loro obiettivo primario,  soggezione delle generazioni più giovani alle tendenze, soprattutto in tema di look, dettate dai paesi occidentali. Insomma, dopo la lunga stagione del nazionalismo, e dunque dell’ostracismo nei confronti dell’estero, Belgrado e la Serbia sembrano avviate sulla strada dell’apertura internazionale. E’ un'impressione, questa, che trova conferma anche sotto il profilo culturale: in quella che forse è la più antica libreria belgradese, “Akademija”, sulla Mihajlova, si trovano tante pubblicazioni di autori esteri, ma anche di autori serbi che hanno per oggetto argomenti o personaggi stranieri, cosa impensabile fino a qualche anno fa. E’ stata sdoganato, dopo circa un decennio, il libro in cui Carla Del Ponte parla delle indagini da lei svolte quale procuratrice del Tribunale penale per l’ex Jugoslavia ["La caccia. Io e i criminali di guerra" pubblicato in Italia da Feltrinelli, n.d.r] e che l’avevano resa, per il fatto di aver perseguito molte personalità serbe, particolarmente invisa a Belgrado ed in tutta la Serbia: “Gospodja tuziteljka” ("Signora procuratrice"), è il titolo serbo del libro. Altro best seller, stavolta italiano, molto presente nelle librerie serbe è “Ja sam  bog”, ovvero “Io sono Dio” di Giorgio Faletti, mentre, per passare alle pubblicazioni serbe aventi ad oggetto argomenti stranieri, può essere interessante, sempre da un prospettiva italiana, segnalare il libro su Berlusconi scritto da Adrijana Mirkovic, montenegrina di Bar trapiantata a Belgrado, intitolato “Uspeh i moc”, cioè “Il successo ed il potere”.

Un gelato in riva al Danubio
La “città bianca” appare omologata alle altre metropoli continentali non solo a chi la visita per la prima volta, ma anche a chi vi era stato e vi ritorna, per la prima volta, nel nuovo millennio. Per rendersene conto è sufficiente fare un giro in centro: l’internazionalizzazione della capitale si coglie dalla chiusura di tante attività commerciali tipicamente serbe, che avevano una tradizione pluridecennale ed a cui i belgradesi erano particolarmente affezionati, e dal sorgere, al loro posto, di esercizi che fanno della diffusione internazionale il carattere distintivo. E’ emblematico, al riguardo, il caso di uno dei caffè a cui i belgradesi erano più legati, il Ruski car, situato sulla Mihajlova in corrispondenza dell’accesso a Trg Republika [piazza Repubblica, n.d.r.]. Il locale, il cui ambiente, di qui il nome, era caratterizzato da una serie di ritratti dei più importanti zar della Russia, in cui anche i camerieri vestivano alla russa,  ha chiuso proprio l’anno scorso per essere sostituito da un ristorante della holding statunitense Vapiano, che opera in tutto il mondo con la formula del franchising, proponendo cibo italiano. Ma, più in generale, molti ristoranti e caffè che si trovano in centro e che offrivano i piatti tipici della cucina serba e il tradizionale caffè turco sono stati sostituiti da esercizi che propongono un menu internazionale. Il noto Snezana, che si incontra sulla Mihajlova nei pressi dell'ingresso al parco della fortezza Kalemegdan, ha conservato il nome serbo ma ha stravolto il suo menu in cui non si trovano più cevapcici, pleskavica e sarma, ma invece pizza e pasta.

E’ vero che resiste, su Terazje, un locale apprezzato non solo dalla élite belgradese, ma anche dagli ospiti internazionali di un certo calibro: lo storico Hotel Moskva, costruito più di un secolo fa, dove si gustano le migliori torte della città ed in cui fino a qualche anno fa non era difficile incontrare il corrispondente della sede Rai di Belgrado, Ennio Remondino. Ma è anche vero che il management dell’hotel ha dovuto in qualche modo adeguare, rinnovandoli, non solo ambiente e menu, ma anche il personale, passando dagli austeri camerieri in costume tipico serbo a giovanissime konobarice (cameriere) vestite alla moda. Negli ultimi anni, poi, l’abitudine dei belgradesi, soprattutto nei mesi caldi, a vivere i momenti di svago e di relax sui fiumi si è particolarmente accentuata e si è passati, nel giro di pochi anni, da una presenza sporadica di attività sul Danubio e sulla Sava, limitata ai tipici splavovi (i bar-terrazze sull’acqua), ad una occupazione del lungo fiume molto più intensa ed organizzata: è stato creato il porto fluviale, con annessi ristoranti e bar (c’è addirittura una palestra), sono nati  molti ristoranti e locali notturni, soprattutto sul Danubio, e l’isola Ada ciganlija, sulla Sava, è attualmente caratterizzata dalla presenza di stabilimenti balneari con tanto di ombrelloni e sdraio.
[4. continua]



[*] Riccardo De Mutiis, esperto di relazioni internazionali, conoscitore della realtà balcanica anche per aver partecipato a diverse missioni patrocinate da istituzioni internazionali. Passaggio a Sud Est ha già pubblicato diversi suoi pezzi: per ritrovarli clicca qui.   


domenica 3 marzo 2013

VIAGGIO NELLA "CITTA' BIANCA" - 3a puntata

Continua il viaggio di Riccardo De Mutiis nella storia recente di Belgrado, dall’epoca della Jugoslavia del Maresciallo Tito ai giorni nostri: un viaggio alla scoperta della “città bianca” nelle cui strade vibra il “srpsko srce”, il cuore serbo. In questa terza parte continua il racconto della capitale serba durante il periodo di Milosevic, sotto i bombardamenti della Nato, nei giorni duri del dopoguerra e fino alla caduta del "vodz".

Secondo Le Corbusier “di tutte le capitali situate in una posizione splendida, Belgrado è la più brutta”. L’affermazione dell’architetto svizzero è troppo drastica, ma ha un fondo di verità. In effetti la posizione geografica della capitale serba è invidiabile: il nucleo originario della città venne realizzato su una collina ai cui piedi la Sava affluisce nel Danubio e da cui, in particolare dalla fortezza di Kalemegdan, si gode il panorama di una pianura che si estende a perdita d’occhio. Non sono altrettanto apprezzabili, purtroppo, né l impianto urbanistico, né lo stile architettonico della città. Infatti alla impostazione urbanistica degli Ottomani si sovrappose quella dei Karadjordjevic ed a questa quella di stampo comunista del periodo titino: alla disorganicità derivante dalla sovrapposizione di tali idee urbanistiche profondamente diverse l’una dall'altra si aggiunsero, nel momento in cui la città si estese oltre la Sava ed il Danubio, i problemi di una rete viaria che si intasava spesso e volentieri in prossimità dei pochi ponti che collegavano il centro con Zemun, Novi Beograd e le altre nuove zone costruite oltre i fiumi. Ma se la struttura urbanistica di Belgrado non è entusiasmante, è altrettanto vero che il viaggiatore che arriva nella capitale balcanica è colpito dall’atmosfera tutta particolare che vi si vive: nelle strade di Belgrado vibra l’anima del popolo serbo, batte il “srpsko srce”, il cuore serbo. La città ha sempre vissuto con grande partecipazione le vicende nazionali, senza mai appiattirsi sui mantra dettati dal potere costituito, ma tenendo invece spesso un atteggiamento critico e disincantato nei confronti dei vari regimi che dal dopoguerra ad oggi si sono avvicendati alla guida del paese. In questo scritto il rapporto tra la città di Belgrado e la politica prima jugoslava e poi serba viene analizzato con riferimento diversi periodi storici, dal dopoguerra fino alla morte del Maresciallo Tito, dal periodo del regime di Slobodan Milosevic alla sua caduta, fino ai nostri giorni.
Riccardo De Mutiis [*]

La Belgrado di Milosevic / 2
Gli anni a cavallo tra la fine del passato millennio e l’inizio di quello attuale sono i più tragici vissuti dalla Serbia e da Belgrado: in questi anni la città vive il suo momento più tragico, appare sospesa in una sorta di microcosmo del tutto indipendente e svincolato dal contesto esterno, in cui le regole di natura legale, sociale o morale sembrano non avere alcun valore. All’inizio del periodo in questione, siamo nel 1998, il regime comincia a mostrare le prime crepe: si è visto che i belgradesi alle elezioni comunali hanno sfiduciato il vozd [duce, n.d.r.], criticato anche, adesso, dalla stampa della capitale. Ed un personaggio popolarissimo come il cantautore Djordje Balasevic, da sempre impegnato politicamente (uno dei suoi hits è Tri put sam video Tita, cioè “Ho visto tre volte Tito”), esprime pubblicamente il suo dissenso nei confronti di Milosevic. Slobo conserva il potere, ma è in crescente difficoltà, anche a causa della crisi economica e della situazione di illegalità, percepibili soprattutto a Belgrado. La svalutazione del dinaro, a cui non è estranea l’emissione illegale di moneta ordinata in diversi casi dallo stesso Milosevic, ha raggiunto livelli da repubblica di Weimar. La capitale, poi, in particolare risente dell'arrivo dei profughi serbi provenienti dalle Kraijne croate e dalla Bosnia: costoro non trovano né lavoro, né alloggi disponibili e creano delle baraccopoli, anche nelle zone centrali. 

Il fallimento dell’economia jugoslava genera una folla di disoccupati che affolla le arterie centrali in cerca di un impiego, di una abitazione, di un pasto. Ma la misura del degrado in cui versa la capitale è data soprattutto dalla situazione dell’ordine pubblico: la legalità, nella Belgrado di fine millennio, è una parola senza significato. I personaggi della malavita locale si comportano come padroni della città, sfrecciano per le strade del centro su Suv di colore scuro e con i vetri oscurati ed hanno i loro santuari: il famoso, Zeljko Raznatovic, alias Arkan, viaggia su un Pajero nero, poi abbandonato per una Chevrolet blu marine, gioca a baccarat al casino dello Slavija, beve, è astemio, succo di pompelmo all’hotel Intercontinental o allo Hyatt e di notte è rintracciabile in centro, da Amadeus, oppure all'hotel Jugoslavija. Un giornalista che conosce molto bene Belgrado, Marko Lopusina, dice che in questi anni la città bianca “è come la Chicago degli anni '20 e '30, come la Berlino della crisi economica degli anni '30, come la Casablanca degli intrighi spionistici della seconda guerra mondiale e come il Vietnam degli anni 60”. Come si è arrivati a tanto? Perché il crimine impera? Perché lo Stato abdica ad uno dei suoi compiti fondamentali, quello di garantire il rispetto della legge e la sicurezza dei cittadini? 

La risposta è che il sistema è allo sfascio, le istituzioni che dovrebbero intervenire non lo fanno, perché non vogliono o perché non possono. Il controllo della polizia è scarso: per un poliziotto capacissimo ed onesto come il capo della sezione di Belgrado, Marko Nicovic, l’unico che a Belgrado riesce ad arrestare Arkan, ci sono molti funzionari che si accordano con i criminali: non è un caso che proprio Arkan verrà giustiziato da un poliziotto colluso con la malavita belgradese, Dobrosav Gavric. Il sistema giudiziario è del tutto inefficace, anche perché lo stipendio dei giudici, che non arriva ai 40 dollari mensili, non funziona sicuramente da incentivo. Ma le responsabilità della drammatica situazione della capitale è anche delle istituzioni internazionali: la Jugoslavia viene espulsa dall’Interpol e Belgrado diventa una zona franca in cui, proprio perché non vi trovano esecuzione i mandati di cattura emessi da altri paesi, si trasferiscono criminali provenienti da diversi paesi europei. E’ questo il contesto in cui inizia, nel marzo 1999, la guerra del Kosovo, del tutto diversa da quelle precedenti, perché questa volta la capitale vivrà l’evento bellico in prima persona per effetto dei bombardamenti a cui verrà sottoposta. 

La reazione di Belgrado ai bombardamenti Nato è tutta particolare ed è indotta dalla propaganda di Milosevic, che, per una volta, riesce a portare la città dalla parte del regime. Slobo crea un clima di unione sacra, chiama tutti i serbi a difendere la patria in pericolo: lo slogan del momento è Samo sloga srbina spavala, ovvero “Solo l’unità può salvare i serbi”. Una delle prime decisioni è quella di chiudere la principale voce di dissenso, la stazione radiotelevisiva B92, a cui segue l’espulsione di alcuni giornalisti occidentali ed il sequestro degli strumenti delle televisioni straniere, per impedire loro di inviare immagini via satellite all’estero non controllate dalle autorità locali e costringerli quindi a servirsi delle sole installazioni tecniche della televisione jugoslava, che in tal modo riesce ad esercitare una specie di censura preventiva (l’episodio è sottolineato da Joze Pirievec nel suo “Le guerre jugoslave”). La stampa, ma soprattutto la tv pubblica, insiste sulla demonizzazione dell’avversario, prefigura una congiura internazionale finalizzata alla distruzione dell’etnia serba ed in tal modo esalta la tendenza del popolo a considerarsi predestinato alla guerra ed ad essere santificato nella sconfitta. Il richiamo all’epopea medievale, al mito di Kosovo Polje e quindi del popolo serbo che si è sacrificato per salvare la cristianità dall’invasione musulmana, è martellante. E’ un messaggio che parla alla pancia più che al cervello, basato sull’emotività, che la colta borghesia belgradese non condivide, ma che non può neppure contestare, altrimenti verrebbe accusata di disfattismo, di dividere il paese in un momento in cui è in gioco la sua stessa sopravvivenza.

La manipolazione si rivela efficace nei confronti delle classi meno scolarizzate, in particolare colpisce i seljaci, quelli che si sono trasferiti nella capitale dalle zone rurali della profonda Serbia, sono legati ai miti del passato e non si sono mai amalgamati con la borghesia cittadina. Lo straniero che si trova a Belgrado nei giorni delle bombe assiste a scene che non riesce a comprendere: ricompaiono i simboli monarchici, abbondano i ritratti di Draza Mihajlovic, il capo dei cetnici giustiziato da Tito, la gente si riunisce intorno a fuochi e si dà a canti e balli antichi, si mobilita, insomma, nei confronti dell’aggressore. Il tutto organizzato da una regia che richiama incessantemente il passato per cementare il popolo contro il pericolo presente. La scena che forse rende in pieno il livello di manipolazione è quella che si vede al ponte Brankov, il più importante collegamento tra Novi Beograd ed il centro: la Nato ha comunicato in anticipo che bombarderà il ponte, su cui arrivano, formando una catena umana, centinaia di serbi che si appuntano sul petto un cartello a mo' di bersaglio, a sfidare le bombe occidentali. La guerra finisce nel giugno 1999 e riduce il paese e la sua capitale in ginocchio: sono state distrutte le strutture produttive, le vie di comunicazione, le fonti di approvvigionamento energetico.

La città, secondo Cristopher S. Stewart, il biografo di Arkan, in quel periodo assomiglia a Mordor, il nome che J.R.R. Tolkien dà alla sua depravata "terra d’ombra". Ed il caos è l’humus ideale per regolare una serie di conti che adesso hanno natura politica: nell’aprile 1999 viene assassinato il giornalista Slavko Curuvija, direttore del Dnevni Telegraf, da qualche tempo inviso al regime, nel gennaio 2000 viene ucciso Arkan, di cui erano noti i legami con il potere e nell’agosto dello stesso anno viene assassinato addirittura Ivan Stambolic, ex presidente della federazione serba e mentore di Milosevic. L’embargo decretato dalle istituzioni internazionali priva la popolazione dei generi di prima necessità: prospera di conseguenza il mercato nero, gestito ovviamente dalle organizzazioni criminali, che erano già attive nel settore del controllo del transito degli stupefacenti e della protezione. Benzina, sigarette, alcoolici ed auto rubate sono i generi più redditizi: un litro di benzina costa pochi centesimi di dollaro e viene rivenduto a 4 dollari, un pacchetto di Marlboro viene venduto a 30 dollari ed un litro di whisky anche a 100. Le bande di malavitosi si contendono il territorio: gli scontri a fuoco sono all’ordine del giorno, fa epoca quello tra due boss come Goran Vukovic e Ljuba Zemunac, in cui il secondo trova la morte.

Ma il fattore critico che porta finalmente alla caduta di Milosevic è quello economico: la disoccupazione dilaga ed i generi alimentari, visti i prezzi proibitivi della borsa nera, sono inaccessibili per la maggior parte della popolazione e di fronte alla fame non c’è propaganda che tenga: anche la Chiesa ortodossa, tradizionale sostenitrice del regime spinge per un cambiamento ed alle elezioni parlamentari del settembre 2000, Milosevic, l’ex funzionario della Beobanka che ama le cravatte regimental, viene finalmente sconfitto e qualche mese dopo viene trasferito a L’Aja per rispondere alle accuse che gli vengono mosse dal Tribunale Penale Internazionale.
[3. continua]
Belgrado, 5 ottobre 2000: la rivolta popolare pone fine al regime di Milosevic

[*] Riccardo De Mutiis, esperto di relazioni internazionali, conoscitore della realtà balcanica anche per aver partecipato a diverse missioni patrocinate da istituzioni internazionali. Passaggio a Sud Est ha già pubblicato diversi suoi pezzi: per ritrovarli clicca qui.   


domenica 24 febbraio 2013

VIAGGIO NELLA "CITTA' BIANCA" - 2a puntata


Riccardo De Mutiis, per Passaggio a Sud Est, propone un viaggio nella storia recente di Belgrado, dall’epoca della Jugoslavia del Maresciallo Tito ai giorni nostri, alla scoperta della “città bianca” nelle cui strade vibra il “srpsko srce”, il cuore serbo. In questa seconda parte si parla della città nel periodo del potere di Slobodan Milosevic, dalla morte di Tito alla guerra del Kosovo.

Secondo Le Corbusier “di tutte le capitali situate in una posizione splendida, Belgrado è la più brutta”. L’affermazione dell’architetto svizzero è troppo drastica, ma ha un fondo di verità. In effetti la posizione geografica della capitale serba è invidiabile: il nucleo originario della città venne realizzato su una collina ai cui piedi la Sava affluisce nel Danubio e da cui, in particolare dalla fortezza di Kalemegdan, si gode il panorama di una pianura che si estende a perdita d’occhio. Non sono altrettanto apprezzabili, purtroppo, né l impianto urbanistico, né lo stile architettonico della città. Infatti alla impostazione urbanistica degli Ottomani si sovrappose quella dei Karadjordjevic ed a questa quella di stampo comunista del periodo titino: alla disorganicità derivante dalla sovrapposizione di tali idee urbanistiche profondamente diverse l’una dall'altra si aggiunsero, nel momento in cui la città si estese oltre la Sava ed il Danubio, i problemi di una rete viaria che si intasava spesso e volentieri in prossimità dei pochi ponti che collegavano il centro con Zemun, Novi Beograd e le altre nuove zone costruite oltre i fiumi. Ma se la struttura urbanistica di Belgrado non è entusiasmante, è altrettanto vero che il viaggiatore che arriva nella capitale balcanica è colpito dalla atmosfera tutta particolare che vi si vive: nelle strade di Belgrado vibra l’anima del popolo serbo, batte il “srpsko srce”, il cuore serbo. La città ha sempre vissuto con grande partecipazione le vicende nazionali, senza mai appiattirsi sui mantra dettati dal potere costituito, ma tenendo invece spesso un atteggiamento critico e disincantato nei confronti dei vari regimi che dal dopoguerra ad oggi si sono avvicendati alla guida del paese. In questo scritto il rapporto tra la città di Belgrado e la politica prima jugoslava e poi serba viene analizzato con riferimento a tre diversi periodi storici: quello che va dal dopoguerra fino alla morte del MarescialloTito, quello che termina con la caduta di Slobodan Milosevic, e quello che arriva fino ai nostri giorni.
Riccardo De Mutiis [*]

La Belgrado di Milosevic / 1
Dalla morte di Tito inizia la lenta agonia della nazione, durata oltre un ventennio: questo periodo storico è dominato dalla figura di Slobodan Milosevic e segnato dalle guerre civili in Croazia e Bosnia. Il rapporto tra la città ed il potere, in quegli anni, diventa più intenso: i belgradesi non sono spettatori passivi della disgregazione dello Stato, ma partecipano con passione alle vicende politiche. Nella prima metà degli anni ottanta nella ex Jugoslavia si continua a vivere discretamente: i nazionalismi che Tito aveva soffocato in nome del superiore principio dell’unità comunista del Paese sembrano sopiti, la disoccupazione non esiste e lo Stato continua a garantire le vacanze al mare. Ed anche a Belgrado, in quegli anni, la vita scorre tranquilla: la città continua a gravitare sulla lunghissima arteria che dal Kalemegdan, attraverso la pedonale Knez Mihailov, Terazje e Ulica Tita conduce a Trg Slavija, gli intellettuali continuano ad essere impegnati in lunghissime conversazioni all’HotelMoskva e nelle tante kafane cittadine, sorseggiando l’immancabile caffè turco servito in tazze da mezzo litro, i derby calcistici tra Partizan e Crvena Zvezda [Stella Rossa, n.d.r.] rimangono l’appuntamento sportivo dell’anno. Ma nella la seconda metà degli Ottanta appaiono i germi della crisi che condurrà alle guerre che dureranno ininterrottamente dal 1991 (anno della secessione slovena) al 1999 (anno della guerra del Kosovo): in quel periodo infatti conquista il potere Slobodan Milosevic, riemergono i nazionalisti locali, compare la disoccupazione, il debito pubblico e l’inflazione raggiungono livelli preoccupanti, il sistema dell’autogestione si rivela un fallimento e, last but not least, con la disgregazione dell’Urss e del blocco comunista dell’Europa orientale, la Jugoslavia cessa di essere strategicamente importante per l’Occidente che di conseguenza riduce drasticamente le sovvenzioni al Paese balcanico.

Belgrado non coglie immediatamente i sintomi della crisi: assiste distratta alla presa del potere da parte di Milosevic e, d’altronde, il fatto che stampa e televisione siano in larga parte controllati dallo stesso vozd [duce, n.d.r.] non aiuta la gente a rendersi conto dell’uragano che si sta preparando. Ma nei primi anni Novanta il degrado morale, sociale ed economico della vita cittadina diventa così evidente, visibile e palpabile da non potere essere occultato nemmeno dai media asserviti al regime. E sono i numeri a dare l’idea della criticità della situazione: la città passa da una media di pochi omicidi all’anno alla cifra di ben 72 nel 1992; nel 1990 le armerie erano 10, ma nel 1992 diventano 72; le agenzie di escort passano dalle 11 del 1990 alle 93 del 1992. La capitale finalmente comincia ad interrogarsi su quanto sta succedendo. Ed infatti è belgradese il primo media che sottopone a critica la politica di Milosevic: la stazione radiotelevisiva B92. Ed infatti è a Belgrado che parte la contestazione alla politica di Milosevic, precisamente il 9 marzo 1991, quando decine di migliaia di persone scendono in piazza per esprimere la propria rabbia nei confronti del dittatore. Gli effetti della guerre in Croazia ed in Bosnia si fanno sentire: nel 1993 le istituzioni internazionali
applicano sanzioni di tipo economico nei confronti della Jugoslavia e qualche tempo dopo iniziano ad arrivare a Belgrado i profughi serbi provenienti dalla Kraijna croata e dalla Bosnia (150-200 mila persone), e la città è del tutto impreparata ad accoglierli. Queste ulteriori conseguenze negative della politica di Milosevic sono vissute dai belgradesi sulla loro pelle e contribuiscono ad acuire il loro distacco dal regime. Ed è un distacco che adesso trova spazio anche sulla stampa cittadina, che da sempre dà voce agli umori dei belgradesi.

Il solco aperto da B92 si allarga: anche il quotidiano Republika ed il settimanale Vreme, entrambi belgradesi, escono dal coro degli incensatori del vodz, iniziano ad esaminarne criticamente la politica e puntualizzano come la stessa abbia séguito soprattutto nelle zone rurali e tra gli individui meno acculturati e molto meno nella capitale. Infatti Vreme afferma, verso la fine del 1993, che le vittorie elettorali di Milosevic sono le vittorie “del Nord sul Sud, dei sottosviluppati sugli sviluppati, del paese sulla città, della provincia sulla metropoli”, mentre Republika sostiene nel 1996 che le guerre combattute in Croazia ed in Bosnia sono “le guerre dei contadini contro i cittadini, sono la guerra per la distruzione della classe media”. Ed il 17 novembre 1997 il dissenso dei belgradesi nei confronti di Milosevic si concretizza anche politicamente: alle elezioni comunali la coalizione dei partiti d’opposizione Zajedno [Insieme, n.d.r.] sconfigge sonoramente il duce serbo, il quale inizialmente rifiuta di riconoscere la sconfitta e lo farà solo dopo 3 mesi perché migliaia di belgradesi sono scesi in piazza ogni giorno per protestare contro i soliti brogli elettorali. In quella tornata elettorale l’opposizione conquista non solo Belgrado, ma anche la terza città della Serbia, Nis ed addirittura 40 circoscrizioni in cui si trovano ben 14 città chiave: sembra che stia tramontando l’epopea di Milosevic, ma questi, con un colpo di coda, riesce ad approfittare dei contrasti fra le componenti di Zajedno, riconquista il potere e finisce con il portare di nuovo il Paese alla guerra, questa volta per il Kosovo, evento che vedrà come protagonista per l'ennesima volta la capitale su cui la Nato concentrerà la maggior parte dei bombardamenti.
[2. Continua]

Belgrado colpita dai bombardamento Nato nel 1999

[*] Riccardo De Mutiis, esperto di relazioni internazionali, conoscitore della realtà balcanica anche per aver partecipato a diverse missioni patrocinate da istituzioni internazionali. Passaggio a Sud Est ha già pubblicato diversi suoi pezzi: per ritrovarli clicca qui.   


domenica 17 febbraio 2013

VIAGGIO NELLA “CITTA’ BIANCA”

Riccardo De Mutiis, per Passaggio a Sud Est, propone un viaggio nella storia recente di Belgrado, dall’epoca della Jugoslavia del Maresciallo Tito ai giorni nostri, alla scoperta della “città bianca” nelle cui strade vibra il “srpsko srce”, il cuore serbo. In questa prima parte si parla della città nel periodo della Jugoslavia socialista che va dalla fine della seconda guerra mondiale alla morte del Maresciallo Tito.

Foto Danimir / Wikimedia Commons


Secondo Le Corbusier “di tutte le capitali situate in una posizione splendida, Belgrado è la più brutta”. L’affermazione dell’architetto svizzero è troppo drastica, ma ha un fondo di verità. In effetti la posizione geografica della capitale serba è invidiabile: il nucleo originario della città venne realizzato su una collina ai cui piedi la Sava affluisce nel Danubio e da cui, in particolare dalla fortezza di Kalemegdan, si gode il panorama di una pianura che si estende a perdita d’occhio. Non sono altrettanto apprezzabili, purtroppo, né l impianto urbanistico, né lo stile architettonico della città. Infatti alla impostazione urbanistica degli Ottomani si sovrappose quella dei Karadjordjevic ed a questa quella di stampo comunista del periodo titino: alla disorganicità derivante dalla sovrapposizione di tali idee urbanistiche profondamente diverse l’una dall'altra si aggiunsero, nel momento in cui la città si estese oltre la Sava ed il Danubio, i problemi di una rete viaria che si intasava spesso e volentieri in prossimità dei pochi ponti che collegavano il centro con Zemun, Novi Beograd e le altre nuove zone costruite oltre i fiumi. Ma se la struttura urbanistica di Belgrado non è entusiasmante, è altrettanto vero che il viaggiatore che arriva nella capitale balcanica è colpito dall’atmosfera tutta particolare che vi si vive: nelle strade di Belgrado vibra l’anima del popolo serbo, batte il “srpsko srce”, il cuore serbo. La città ha sempre vissuto con grande partecipazione le vicende  nazionali, senza mai appiattirsi sui mantra dettati dal potere costituito, ma tenendo invece spesso un atteggiamento critico e disincantato nei confronti dei vari regimi che dal dopoguerra ad oggi si sono avvicendati alla guida del paese. In questo scritto il rapporto tra la città di Belgrado e la politica prima jugoslava e poi serba viene analizzato con riferimento diversi periodi storici, dal dopoguerra fino alla morte del Maresciallo Tito, dal periodo del regime di Slobodan Milosevic alla sua caduta, fino ai nostri giorni.
Riccardo De Mutiis [*]

La Belgrado di Tito
Alla fine della seconda guerra mondiale, quando Tito, leader incontrastato del partito comunista jugoslavo, assume il potere, Belgrado è una città parzialmente distrutta dai bombardamenti tedeschi. Il nuovo disegno urbanistico della “città bianca” [questa la traduzione di Beograd, n.d.r.] è una diretta conseguenza della linea economica adottata dal  regime. In sintonia con  il programma adottato dagli altri Paesi del blocco comunista, la Jugoslavia imbocca decisamente la strada della industrializzazione: di qui l’emigrazione di masse contadine nelle città, soprattutto a Belgrado, per essere avviate al lavoro nelle fabbriche. Lo spostamento delle masse rurali nei centri urbani e la loro concentrazione nelle industrie risponde anche ad una logica di natura politica: i contadini, una volta sradicati dal loro tradizionale ambiente patriarcale ed inurbati, diventano facilmente controllabili e manovrabili a livello politico. Belgrado quadruplica i suoi abitanti: il quartiere di Novi Beograd [Nuova Belgrado], con i suoi palazzoni di dieci e più piani, viene costruito a nord della Sava nel dopoguerra proprio per ospitare i tanti serbi del sud ed i tanti montenegrini che si trasferiscono nella capitale. Ecco quindi che dall'immediato dopoguerra si assiste, a Belgrado, ma anche in altre città serbe, proprio per effetto dell'inurbazione di tantissimi contadini, ad una contrapposizione tra gli abitanti originari, gradjani, ossia cittadini (da grad, città) e quelli immigrati dalle zone rurali, seljiaci (da selo, villaggio). E proprio la contrapposizione tra gradjani e seljaci viene evidenziata da Paolo Rumiz nel suo bel libro sulle guerre jugoslave “Maschere per un massacro” e viene considerata, perché mai risolta, una della cause del conflitto (infatti l’autore fa dire ad uno dei protagonisti, a proposito del bombardamento di Sarajevo: “Guai se credete che qui c’ entrino serbi e musulmani , chi ci bombarda sono i primitivi, quelli che ignorano il gusto del vivere e non sanno il sapore celestiale dello zucchero in cristalli”).

La Belgrado del dopoguerra è tuttavia profondamente diversa dalle altre capitali dei paesi del blocco comunista. La Jugoslavia, infatti, a partire dal 1948 e cioè a partire dal momento in cui Tito rompe con Stalin, si apre alle relazioni con il mondo occidentale: gli Usa infatti vogliono approfittare della crepa che si è aperta nel sistema del “Patto di Varsavia” con la secessione del paese balcanico, a cui forniscono generosi aiuti economici che nel solo periodo 1962-67 raggiungono la considerevole somma di 536 milioni di dollari. Ecco quindi che a Belgrado ed in tutta la Jugoslavia compaiono beni di consumo assolutamente introvabili negli altri paesi comunisti. Ed alla apertura economica segue quella culturale: arrivano e vengono tradotti i best sellers della narrativa occidentale, i teatri ed i cinema ospitano opere straniere, si tengono festival culturali internazionali ed anche gli jugoslavi, unici tra gli europei dell’est, hanno la possibilità di viaggiare all'estero. In quegli anni Belgrado è l’unico luogo in Europa in cui mondo occidentale ed Europa orientale si incontrano: la città si afferma come centro cosmopolita, pieno di vita, mondano. Gli aiuti economici, che adesso arrivano non solo dagli Usa, ma anche dall'Urss (con cui i rapporti erano tornati buoni dopo il 1961, anno in cui avvenne la riconciliazione tra Tito ed il successore di Stalin, Nikita Kruscev), garantiscono agli jugoslavi una rendita di posizione che maschera, in un certo senso, il colossale fallimento del modello economico autoctono dell’autogestione.

Il 4 maggio 1980 la Jugoslavia è scossa, violentemente, dalla morte del suo leader Tito. L’evento, la lettura degli storici è concorde sul punto, segna l’inizio della lunga agonia dello stato jugoslavo. Ma la dipartita dello statista croato coinvolge anche Belgrado, che ne ospita i funerali, a cui prendono parte i più importanti uomini del mondo: sono presenti, come ricorda Enzo Bettiza nella sua “Cavalcata del secolo”, 128 delegazioni straniere, 31 capi di Stato, 22 primi ministri, 4 re e 6 principi. Nell'occasione Belgrado tocca l’acme della sua notorietà internazionale: mai una città, in precedenza, aveva ospitato contemporaneamente tante personalità. Dalla morte di Tito, lo si è detto, inizia il declino dello Stato degli slavi del sud a cui non può rimanere estranea la sua anima, ossia la sua capitale, che da quel momento perde progressivamente importanza non solo nel panorama internazionale, ma anche in quello interno, in cui finirà con l’abbandonare il ruolo di capitale della nazione jugoslava per ritornare a quello, più modesto, di capitale dello stato serbo.
[1. Continua]

Belgrade, Yugoslavia, 1960s



[*] Riccardo De Mutiis, esperto di relazioni internazionali, conoscitore della realtà balcanica anche per aver partecipato a diverse missioni patrocinate da istituzioni internazionali. Passaggio a Sud Est ha già pubblicato diversi suoi pezzi: per ritrovarli clicca qui.


sabato 2 febbraio 2013

CASO GOTOVINA: RITORNA IL PASSATO


di Riccardo De Mutiis [*]
Le guerre jugoslave, come è noto, hanno rivoluzionato la geografia politica dei Balcani; infatti hanno determinato la nascita di 6 nuove entità statali (le ex repubbliche federate jugoslave) e, probabilmente, anche di una settima (l’ex provincia autonoma del Kosovo). Ma i conflitti che hanno infiammato la ex Jugoslavia dal 1991 al 1999 hanno generato anche una ulteriore conseguenza, ossia l’istituzione di un organismo che ha l’obiettivo di giudicare le ipotesi di reato che traggono origine e vita da quei conflitti: il Tribunale Penale per i crimini commessi nell’ex Jugoslavia, con sede a L’Aja (ICTY - International Criminal Tribunal for the former Yugoslavia). Al di là di quella che è la sua funzione istituzionale, di natura giuridica, il Tribunale Penale ha anche una connotazione politica e non solo perché è stato creato proprio da una organizzazione politica, quale l’ONU, ma anche perché le sue decisioni hanno una inevitabile ricaduta sulla politica interna ed internazionale degli Stati interessati da quelle decisioni, quali Serbia, Croazia, Bosnia e Kosovo.
In questa sede si intende esaminare un aspetto particolare, di natura politica, o meglio storica, che è conseguito alla assoluzione in appello dei generali croati Gotovina e Markac da parte dell’ICTY, e cioè il riemergere, a distanza di anni, di personaggi ed istituzioni che erano stati tra i protagonisti della fase bellica e quella post bellica. Gli attori che, dopo un decennio di silenzio, sono tornati alla ribalta, sono tre: Carla Del Ponte, la Chiesa cattolica croata e la Chiesa ortodossa serba.

La Chiesa ortodossa serba fu la prima, in ordine temporale, a fare il suo ingresso nel periodo che si concluse con la disgregazione della ex Jugoslavia: erano gli anni della dittatura di Milosevic ed il clero ortodosso decise di cavalcare la tigre del nazionalismo serbo, forse per recuperare quei consensi che aveva perso a causa della impostazione ateista ed antireligiosa del regime di Tito (all’epoca circa l’80 % dei serbi non era battezzato). Un atteggiamento, quello del Patriarcato serbo, che rappresenta un'eccezione nel mondo ortodosso, le cui gerarchie, a cominciare da quella russa, sono generalmente più restie di quelle cattoliche ad interessarsi degli affari temporali. L’evento che segna in modo inequivocabile la presa di posizione della Chiesa ortodossa avviene il 1° agosto 1994, quando l’autorevole Patriarca di Belgrado, Pavle si reca nella cittadina di Dalj, dove erano stati massacrati diversi croati (da 40 a 150, a seconda delle fonti), per celebrare una solenne messa in memoria delle vittime serbe delle violenze degli ustascia durante la seconda guerra mondiale e per consacrare un vescovo. E lo stesso Pavle si recò nel 1994 in Bosnia a Pale, la capitale dei serbo-bosniaci, per esprimere la solidarietà al governo di Karadzic e condannare il governo di Milosevic che, sotto la pressione della comunità internazionale, aveva deciso di interrompere i rapporti politici ed economici con i connazionali d’oltre Drina.

Le parole pronunciate in quella occasione dal patriarca meritano di essere ricordate: “Con il pilatesco lavacro delle mani nel sangue dei fratelli in pericolo, sotto la pressione dei potenti del mondo, nulla verrà salvato, ma si perderà la faccia e l’anima e la dignità personale e nazionale”. E Pavle si recò di nuovo a Pale nel 1995, per esprimere di nuovo il suo appoggio al regime di Karadzic e quindi al suo progetto di conquista manu militari della Bosnia o di buona parte di essa: “Esiste una guerra giusta in cielo”, disse il patriarca in quella occasione, “perciò esiste anche in terra”. Una presa di posizione esplicita, quella della Chiesa ortodossa serba che le valse l’appellativo di “Armata jugoslava dello spirito“, coniato dall’acuto scrittore serbo Mirko Kovac. A partire dalla fine delle guerre, e quindi dalla fine del millennio scorso, la Chiesa ortodossa serba si ritrae progressivamente dall'agone politico. Una delle cause di tale mutamento di rotta è sicuramente rappresentata dalla scomparsa dalla scena di Pavle, ultranovantenne e molto malato, e quindi non più in grado di svolgere le sue funzioni, tanto da essere sostituito nell’esercizio delle stesse dal Metropolita Amfilohije. A ciò si aggiunga che l’amaro epilogo delle guerre civili e la presa di distanza di parte della popolazione e quindi di parte dei fedeli serbi dalle posizioni nazionaliste consigliavano alle gerarchie ortodosse un atteggiamento più cauto, meno impegnato politicamente e più concentrato a sostenere spiritualmente la comunità serba, duramente provata sotto il profilo economico e psicologico dalle vicende belliche.

Carla Del Ponte compare nello scenario ex jugoslavo nel 1999, quando viene nominata procuratrice dell’ICTY, e si distingue subito per l’energia con cui svolge il suo incarico e per la fermezza con cui difende gli interessi della giustizia internazionale nei confronti dell’ONU (l’organismo che ha creato il Tribunale), di cui respinge le censure di invasione della sfera politica, e degli Stati di cui sono cittadini coloro che sono indagati dalla Procura da lei diretta (Serbia, Croazia e Kosovo), di cui lamenta la mancanza di collaborazione, con specifico riferimento alle richieste di ricerca degli imputati e del materiale probatorio.

La Chiesa cattolica croata entra in campo nel 2005, non per sua iniziativa, ma a seguito di una precisa accusa mossale proprio della Del Ponte, che sosteneva che uno dei principali ricercati del Tribunale, il generale croato Ante Gotovina, si nascondeva in un monastero francescano in Croazia. Convinta di tale tesi, la procuratrice si reca anche a Roma per chiedere la collaborazione dello Stato della Città del Vaticano al fine di ottenere la consegna di Gotovina, ma si scontra, a suo dire, con un atteggiamento ostruzionistico delle alte gerarchie della Santa Sede: l’episodio viene raccontato dalla Del Ponte nel suo libro "La caccia" e in una intervista al prestigioso Daily Telegraph. Appena un mese dopo Gotovina viene arrestato, non in un monastero croato, ma in un posto molto lontano dalla Croazia, le isole Canarie, e sorprende che la Del Ponte non abbia sentito la necessità di scusarsi per la gratuita ed infondata accusa rivolta alla Chiesa cattolica croata. Con la cattura di Gotovina la Chiesa cattolica croata e la Del Ponte escono dallo scenario della dissoluzione della ex Jugoslavia, da cui la Chiesa ortodossa serba, come si è visto, si era già ritirata da qualche anno. Vero è che il mandato della Del Ponte cesserà solo nel 2007, ma negli ultimi anni trascorsi alla guida della Procura il magistrato svizzero, nelle more nominata anche al vertice della Procura del Tribunale internazionale per crimini commessi nel Ruanda, si occuperà quasi esclusivamente di processi e quindi non interagirà più con le istituzioni religiose e politiche degli Stati sorti a seguito della fine della Jugoslavia.

Tutti gli attori della vicenda che abbiamo ricostruito, dopo un lungo letargo, ricompaiono nel quadro politico ex jugoslavo a seguito della sentenza di assoluzione dei generali croati Gotovina e Markac, pronunciata dalla Corte di Appello dell’ICTY (come è noto in primo grado i due erano stati condannati a pesanti pene detentive) novembre 2012. Se è vero che la Chiesa cattolica croata nel 2005 si era rivelata del tutto estranea alle accuse, mossele dalla Del Ponte, di proteggere Gotovina, è altrettanto vero che il comportamento tenuto dalla curia di Zagabria in occasione dell'assoluzione dello stesso generale da parte della Corte olandese, non può essere definito discreto. Al contrario, i vertici dell’episcopato croato hanno dato all’evento una connotazione religiosa, celebrando in onore di Gotovina e Markac un te deum di ringraziamento nella cattedrale di Zagabria. Un atteggiamento che ha acuito il senso di frustrazione dei serbi per una sentenza che essi sentono come profondamente ingiusta e che ha avuto, inevitabilmente, un riscontro da parte della Chiesa ortodossa serba, il cui nuovo Patriarca, Irinej, ha a sua volta officiato una messa per le vittime serbe delle guerre civili jugoslave, a cui ha assistito anche il primo ministro Dacic, e nel corso dell’omelia ha affermato che “l’ICTY è un Tribunale politico, il cui obiettivo è proclamare innocenti i colpevoli e colpevoli gli innocenti”. Il commento di Irinej ricalca fedelmente quelli del presidente serbo Nikolic e dello stesso Dacic, ma può essere affrettato dedurre da tale uniformità di valutazioni una nuova deriva nazionalistica della chiesa ortodossa.

La presenza della Del Ponte in questo deja vu ha un significato del tutto diverso rispetto al passato. Il magistrato, per il fatto di avere perseguito diversi personaggi serbi e soprattutto per il fatto di avere incriminato ed ottenuto la consegna di Milosevic, era forse, un decennio fa, la figura più invisa ai serbi. Prova di tale avversione erano le frasi sui muri di Belgrado, ostili al giudice svizzero scritte, curiosamente, in italiano: in Serbia infatti molti erano convinti che la Del Ponte, a causa del suo cognome, fosse di nazionalità italiana. E d’altronde anche chi scrive è stato testimone diretto di tale avversione: nel 2008 infatti mi trovavo in un locale pubblico a Belgrado ed alcuni avventori ritennero di dovere criticare il libro che stavo leggendo, o meglio l’autrice dello stesso, appunto la Del Ponte (il libro era “La caccia” ed ha per oggetto le indagini svolte dal giudice quale procuratore dell’ICTY: solo nel 2012 il libro è stato tradotto in serbo con il titolo Gospodja Tuziteljka, ossia “Signora Procuratrice”). Nonostante tali precedenti frizioni, la posizione dei serbi e quella del Del Ponte, una volta nemici irriducibili, vengono a coincidere in occasione dell'assoluzione in appello di Gotovina. La Del Ponte, che aveva sostenuto l’accusa nei confronti del generale croato nel processo di primo grado ottenendone la condanna ad una lunga pena detentiva, viene chiamata in causa dai media serbi, che le chiedono di commentare la sentenza d’appello. Ed il magistrato si dichiara sorpreso dell'esito del giudizio di secondo grado, di cui tuttavia si riserva di esaminare le carte per esprimere un giudizio più approfondito, e conferma comunque la propria convinzione circa la colpevolezza del generale croato.

La teoria vichiana dei corsi e ricorsi storici, come si vede, trova applicazione anche nel contesto serbo, ma quello che sorprende, e che conferma in un certo senso il carattere assolutamente particolare delle vicende dell'ex Jugoslavia, è la ciclicità con cui da quelle parti gli eventi si ripetono e condizionano, si potrebbe dire forse ossessionano visto il richiamo sistematico delle vicende del passato al tempo delle guerre civili, il presente.

[*] Riccardo De Mutiis, esperto di relazioni internazionali, conoscitore della realtà balcanica anche per aver partecipato a diverse missioni patrocinate da istituzioni internazionali. Passaggio a Sud Est ha già pubblicato diversi suoi pezzi: per ritrovarli clicca qui.


giovedì 29 novembre 2012

I MEDIA IN SERBIA SULL'ASSOLUZIONE DI ANTE GOTOVINA E MLADEN MARKAC


La sentenza di assoluzione definitiva emessa dal Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia nei confronti degli ex generali croati Ante Gotovina e Mladen Markac, accusati dei crimini di guerra e contro l'umanità compiuti durante l'Operazione Tempesta che portò alla riconquista della Kraijna, condannati in primo grado a pesanti pene detentive, ha suscitato dure reazioni in Serbia che però non sono andate al di là delle prevedibili dichiarazioni delle maggiori autorità di Belgrado. La gran parte dell'opinione pubblica serba, pur non condividendo, con tutta probabilità, la decisione dei giudici dell'Aja, non si è fatta coinvolgere dalle proteste dei gruppi ultranazionalisti. Qui di seguito un breve resoconto di Riccardo De Mutiis su come soprattutto i media serbi hanno commentato la notizia.

La Corte d’appello del Tribunale penale per l’ex Yugoslavia, come è noto, ha assolto i generali croati Gotovina e Markac dai crimini loro ascritti contro la popolazione serba della Kraijna, con un verdetto di stretta misura (3 voti a 2): il confronto in camera di consiglio deve essere stato duro e serrato se uno dei giudici, Fausto Pocar, di gran lunga il più autorevole del collegio giudicante, ha espresso pubblicamente il suo dissenso dalla decisione, affermando che la stessa contraddice ogni principio di giustizia. Ci si potrebbe addentrare su questioni giuridiche, quali quella delle lacune procedurali dei giudizi che si svolgono all’Aja o quella della insufficienza, a livello internazionale, delle norme incriminatrici poche e generiche. Ci si potrebbe soffermare sulle modalità di composizione delle giurie, le quali, in nome del principio della rappresentanza di tutte le nazioni nei vari organismi, prevedono in molti casi la partecipazione di magistrati che, a causa della loro provenienza e quindi della natura dei procedimenti che trattano nel loro Paese, non hanno alcuna familiarità con i casi giudicati all’Aja: è paradigmatico, in questo senso l’inserimento nel collegio che ha giudicato gli appelli proposti da Gotovina e Markac, di un magistrato giamaicano, Patrick Robinson. E’ tuttavia impossibile, allo stato attuale, procedere ad una corretta ed approfondita esegesi della sentenza d’appello e ciò in quanto la stessa richiederebbe la conoscenza di tutti gli atti processuali. Si preferisce quindi esaminare la questione sotto una diversa angolazione e cioè si intende concentrare l’attenzione sul modo in cui in Serbia è stata vissuta e commentata la sentenza della Corte d’appello dell’Aja.

La reazione serba alla sentenza è stata naturalmente di segno negativo, ma a Belgrado ha dato particolarmente fastidio anche l’enfasi con cui la vicenda è stata vissuta in Croazia. Il collegamento televisivo in diretta con L’Aja per la lettura della sentenza, il tappeto steso ai piedi dei due generali al loro arrivo all’ aeroporto di Zagabria, il loro ricevimento ufficiale da parte del presidente Josipovic e la messa di ringraziamento celebrata nella cattedrale gotica della capitale hanno, in un certo senso, acuito la frustrazione dei serbi per una sentenza che essi sentono come profondamente ingiusta. Allo stesso modo, le immagini trasmesse dalla televisione pubblica croata, in particolare il ringraziamento pubblico tributato a Gotovina e Markac in Trg Jelacic, con i reduci della guerra di liberazione in tuta mimetica, non hanno aiutato ad abbassare il livello di tensione. I politici serbi, con il Presidente Nikolic in testa, parlano di una sentenza politica e sottolineano come essa renda più problematici i rapporti con la Comunità Internazionale ed il cammino della Serbia verso l’integrazione europea. Merita tuttavia di essere evidenziata la presa di posizione del primo ministro Dacic, il quale, dando ancora una volta prova di quel pragmatismo che gli ha consentito di essere nominato a capo dell'esecutivo nonostante il suo partito non raggiunga nemmeno il 16% dei voti, ha affermato, dopo avere anch’egli criticato la sentenza, che la stessa va accettata, è un fatto compiuto su cui la Serbia non può incidere e bisogna quindi guardare avanti. La reazione popolare nei confronti della sentenza non è andata al di là di un generale dissenso e della solita bandiera croata data alle fiamme e non deve ingannare l'imponente spiegamento di forze dell’ordine disposto dalle autorità a Belgrado per la giornata di sabato 17 novembre: più che per controllare le manifestazioni di protesta contro la sentenza, i militari erano presenti per gestire l’ordine pubblico in occasione del derby calcistico tra Partizan e Crvena Zvezda (Stella Rossa).

Ovviamente i media, è il loro mestiere, si sono gettati sulla notizia. L’organo di stampa che ha seguito con maggiore attenzione l’evento è stata Prva srpska televiziia, l’emittente privata che, con Al Jazeera Balkans, rappresenta sicuramente la novità più interessante del panorama televisivo dei Paesi dell’ex Yugoslavia. Prva televiziia, infatti, per diversi giorni ha effettuato un collegamento permanente con il suo corrispondente all’Aja, alternando, in un cocktail ben riuscito, le impressioni di coloro che si trovavano nella città olandese, testimoni e giornalisti, con gli interventi degli ospiti dello studio belgradese. Di particolare effetto, poi, è stato il titolo che l’emittente ha dato alla trasmissione, Oluja Harska (La tempesta dell’Aja), espressione particolarmente indovinata perché da un lato evidenzia l’effetto, tempestoso, che è seguito in Serbia alla sentenza e dall’altro richiama il nome in codice dell’operazione militare croata, appunto Oluja, a cui presero parte Gotovina e Markac. E’ poi da sottolineare che i media serbi hanno dato particolarmente rilievo alle dichiarazioni di una loro nemica storica, Carla Del Ponte, la quale aveva sostenuto vittoriosamente, in qualità di procuratrice, l’accusa nel giudizio di primo grado e si è detta particolarmente sorpresa dell'esito del giudizio d’appello. Per finire, può essere interessante sottolineare l’esagerazione con cui alcuni quotidiani hanno cavalcato l'evento, facendo presagire conseguenze del tutto irreali. E’ il caso del montenegrino Blic, secondo cui la sentenza avrebbe potuto generare disordini anche nell’ambito sportivo e preannunciava probabili scontri tra la tifoseria del Cibona di Zagabria e quella della Crvena Zvezda di Belgrado nel match in programma a Zagabria il 25 novembre per la Alba liga di basket (il campionato che riunisce le migliori formazioni dei Paesi della ex Jugoslavia). Il giornale parlava infatti di partita ad alto rischio (“visok rizik”) e di una tifoseria serba che si stava preparando a rispondere alle provocazioni croate basate sull’assoluzione dei due generali (“za zvezda sprema odgovoris na provokacija generalima”). Inutile dire che l’incontro di basket si è svolto in modo del tutto normale e non si sono verificati i disordini profetizzati da Blic.

Riccardo De Mutiis, esperto di relazioni internazionali, conoscitore della realtà balcanica anche per aver partecipato a diverse missioni patrocinate da istituzioni internazionali. Passaggio a Sud Est ha già pubblicato diversi suoi pezzi: per ritrovarli utilizzare il motore di ricerca interno del blog (vedi nella colonna a destra) usando come chiave di ricerca il nome dell'autore.