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giovedì 20 dicembre 2012

ERGASTOLO PER ZDRAVKO TOLIMIR, BRACCIO DESTRO DI RATKO MLADIĆ

Zdravko Tolimir (a destra) con Mladic all'epoca della guerra
Di Marina Szikora [*] 
Arriva un'altra sentenza per il genocidio commesso in Bosnia Erzegovina: Zdravko Tolimir, braccio destro dell'ex generale serbo bosniaco imputato per crimini di guerra e contro l'umanita Ratko Mladić, e' stato condannato per le uccisioni e persecuzioni dei bosgnacchi musulmani di Srebrenica e Žepa alla pesante pena dell'ergastolo. Tolimir fu comandante di sicurezza dell'esercito della Republika Srpska e vice del generale Mladić. Se la sentenza di primo grado sara' confermata, la condanna a Zdravko Tolimir sara' la prima sentenza del Tribunale dell'Aja che conferma il genocidio non soltanto di Srebrenica ma anche di Žepa e, secondo alcune analisi, potrebbe essere molto importante anche per i processi che sono in corso contro Radovan Karadžić e Ratko Mladić.

L'uccisione dei tre rappresentanti militar-politici dei musulmani bosgnacchi a Žepa, Mehmed Hajrić, Amir Imamović e Avdo Palić, secondo il Tribunale dell'Aja rappresenta un crimine di genocidio poiche' doveva servire come esempio che non vi era speranza per la sopravvivenza della popolazione musulmana nell'enclave. Esma Palić, moglie dell'ucciso comandante dell'armata della BiH a Žepa, Avdo Palić, ritiene che la sentenza a Tolimir "e' aspettata e giusta" e ha commentato che collui che aveva ordinato la cattura e l'uccisione di suo marito e' forse piu' responsabile di quello che in effetti aveva commesso l'esecuzione su comando. "Festeggio non perche' Tolimir e' stato condannato all'ergastolo, ma perche' ha vinto la giustizia", ha detto Esma Palić. La presidente dell'associazione "Madri delle enclavi Srebrenica e Žepa", Munira Subašić, ritiene che Zdravko Tolimi sia uno dei maggiori responsabili per l'uccisione di 22 membri della sua famiglia. Munira Subašić ha seguito all'Aja la lettura della sentenza e ha commentato che la condanna a Tolimir e' una piccola consolazione per le vittime. Ha aggiunto pero' che la sentenza per genocidio e' importante perche' fara' parte della storia: "Quello che e' stato presentato in questo caso e' soltanto una piccola parte di tutto quello che noi abbiamo vissuto a Srebrenica nel 1995", ha concluso Munira Subašić.

Per quanto riguarda le reazioni nella Republika Srpska, il presidente del Parlamento dell'entita' a maggioranza serba della Bosnia Erzegovina, Igor Radojčić, ha giudicato che la condanna all'ergastolo suscita l'idea che si usino due pesi e due misure quando si prendano in considerazione le recenti sentenze pronunciate nei confronti dei generali croati Ante Gotovina e Mladen Markač, nonche' quella all'ex comandante dell'esercito kosovaro, Ramush Haradinaj. Il direttore del Centro per le indagini sui crimini di guerra della Republika Srpska, Janko Velimirović, ritiene che si debba aiutare Tolimir nel processo d'appello affinche' "siano negate le qualifiche indicate nel processo di primo grado". Per Velimirović il problema riguarda la parte della sentenza in cui si parla "di associazione per commettere genocidio". L'avvocato Krstan Simić ritiene invece che "la sentenza a Tolimir e' anche una sentenza a Ratko Mladić", poiche' il verdetto indica Tolimir come "la lunga mano, le orecchie e gli occhi del generale Mladić".



[*] Corrispondente di Radio Radicale. Il testo è tratto dalla puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi.

Errata corrige: per errore in trasmissione è stata indicata quella contro Tolimir come sentenza definitiva, mentre si tratta della sentenza di primo grado, come correttamente risportato nella corrispondenza.

giovedì 12 luglio 2012

L'AJA: I PRIMI TESTIMONI CONTRO MLADIĆ, DICIASETTE ANNI DOPO SREBRENICA

Di Marina Szikora [*]
Davanti al Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia, all'Aja, lunedì 9 luglio e' inizata la presentazione delle prove della procura nel processo contro colui che è stato definito “il boia di Srebrenica”, ovvero Ratko Mladić. L'inizio di questa parte del processo ricade nella settimana in cui si commemora il piu' atroce crimine nella storia europea del dopoguerra. La procura ha chiamato a testimoniare il primo testimone nel processo, Elvedin Pašić il quale nel novembre 1992 e' sopravvissuto all'uccisione di circa 150 persone nel villaggio Grabovica. All'epoca, Pašić aveva 14 anni. Secondo la sua deposizione, Pašić ha raccontato che i soldati nelle divise dell'esercito jugoslavo arrivarono sui carri armati nel suo villaggio musulmano e il secondo giorno del Bajram inizio' l'attacco.
"Andavo a scuola con i croati ed i serbi, ci divertivamo un sacco, giocavamo, facevamo tutto insieme e dividevamo tutto", ha raccontato alla Corte il testimone illustrando poi come gli e' stata bruscamente fermata la fanciullezza. Pašić ha raccontato del suo villaggio bruciato in cui le case erano rase al suolo e poi la fuga. Profondamente sconvolto, Pašić ha proseguito ricordando che loro tutti pregavano e poi decisero di arrendersi. Lui era con suo padre e fu l'ultimo ragazzo separato dagli uomini. I soldati comandavano loro di alzarsi, correre, fermarsi, lanciavano sassi su di loro. Il peggio doveva ancora arrivare. Va detto che tutte le deposizioni dei testimoni dovrebbero svolgersi fino al 20 luglio prossimo, quindi ci sara' la pausa estiva di tre settimane.

Intanto, circa sette mila partecipanti della "Marcia di pace" da Tuzla fino a Srebrenica, dedicata alle vittime del genocidio contro i bosgnacchi di Srebrenica, domenica scorsa hanno marciato i primi trenta chilometri arrivando fino ai pressi di Zvornik. Il percorso era lungo 80 chilometri e voleva commemorare il cammino che migliaia di uomini, donne e bambini bosgnacchi hanno dovuto percorrere nel luglio 1995, dopo la caduta dell'enclave di Srebrenica nelle mani dei serbi bosniaci, cercando di salvarsi fuggendo verso il territorio sotto il controllo dell'Armata della BiH. Domenica scorsa, alla prima tappa della marcia ha partecipato anche l'ambasciatore americano in Bosnia Erzegovina, Patrick Moon. "Questa e' l'occasione per rendere omaggio a quelli che hanno perso la loro vita e riunirsi ai loro amici e famigliari che trasmettono il messaggio di pace" ha dichiarato l'ambasciatore statunitense. Martedi', un giorno prima dell'inizio della commemorazione dei 17 anni dal genocidio contro i bosgnacchi, i partecipanti della marcia sono arrivati a Srebrenica. Dopo la commemorazione al cimitero memoriale di Potočari, mercoledi' sono stati seppelliti, come ormai di tradizione, i resti identificati di 520 vittime del massacro di Srebrenica.

Sempre in tema di commemorazioni di crimini di guerra compiuti durante le guerre jugoslave degli anni '90, un gesto di omaggio alle vittime, e' stato compiuto nonostante il caldo torrido di questo periodo, da quattro maratoneti di Croazia: Mladen Hodak e Duško Štrbac di Zagabria, Elvir Rakipović di Osijek e Mirsad Veladžić della citta' di Daruvar hanno corso con successo l'ultra maratona da Vukovar fino a Srebrenica. La maratona e' stata organizzata dal Consiglio della minoranza bosgnacca della citta' di Zagabria in occasione dell'anniversario di Srebrenica. La maratona e' iniziata lo scorso 6 luglio dal Centro memoriale di Ovčara nei pressi di Vukovar per terminare a Potočari, con un totale di 227 chilometri percorsi.

[*] Il testo è tratto dalla corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi a Radio Radicale

Nella foto Elvedin Pasic durante la sua deposizione al processo contro Ratko Mladic nell'aula del Tribubale internazionale per l'ez Jugoslavia

PASSAGGIO IN ONDA

E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est trasmessa oggi da Radio Radicale. La trasmissione è riascoltabile nella sezione "In Onda" del blog oppure, insieme a quelle precedenti, sul sito di Radio Radicale.

martedì 10 luglio 2012

EX JUGOSLAVIA: L'IMPORTANZA DEL TRIBUNALE PENALE INTERNAZIONALE


Ratko Mladic sul banco degli imputati
E' ripreso ieri all'Aja, al Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia, il processo a carico all'ex capo militare dei serbi di Bosnia Erzegovina, Ratko Mladic, arrestato nel maggio 2011 in Serbia, dopo quasi sedici anni di latitanza, chiamato a rispondere dell'accusa di genocidio e crimini guerra, il più grave dei quali è il massacro di Srebrenica, compiuto nel luglio 1995 e qualificato come “genocidio” dalla Corte internazionale di giustizia dell'Onu. Mladic, che oggi ha 70 anni, è malato e si dichiara non colpevole, deve rispondere di 11 capi d'accusa e rischia l'ergastolo.
La procura ha annunciato che intende presentare 400 testimoni a carico dell'imputato. Il primo di questi è Elvedin Pasic, oggi 34enne, sopravvissuto al massacro di Grabovica, nella Bosnia settentrionale, dove circa 150 persone furono eliminate dai militari serbo-bosniaci al comando di Mladic nel novembre 1992, poco dopo lo scoppio del conflitto. Pasic aveva solo 14 anni quando kle truppe serbo-bosniache fecero irruzione nel suo villaggio imprigionando uomini, donne e bambini e istituendo un campo di detenzione in una scuola vicina. Le audizioni dei testimoni dell'Accusa dovrebbero proseguire fino al 20 luglio, prima della pausa estiva dei lavori del Tpi.
Il processo era iniziato il 16 maggio, ma era stato quasi subito sospeso dopo che la procura aveva ammesso un errore nella consegna di migliaia di pagine di documenti alla difesa dell’ex generale. Ieri c'è stato un nuovo colpo di scena: i difensori dell'imputato hanno infatti chiesto ai giudici di rinviare il caso di sei mesi a causa delle recenti modifiche delle regole di presentazione delle prove introdotte dalla Corte. Secondo i legali con la nuova procedura i giudici hanno permesso ai procuratori di presentare un numero maggiore di prove documentali rispetto a prima, dunque “urge un’azione da parte della Corte per evitare un potenziale e probabile errore giudiziario”. Da qui la richiesta di sospensione per sei mesi.

La questione sollevata dai legali di Mladic non è la prima a cui il Tribunale ha dovuto far fronte negli ormai non pochi anni della sua esistenza. Qui di seguito vi propongo un report sul Tribunale penale internazionale per l'ex Jugoslavia: la sua particolare natura e alcuni problemi organizzativi e procedurali sorti in questi anni di attività. L'autore è Riccardo De Mutiis, esperto di relazioni internazionali, particolarmente sotto il profilo giuridico, e conoscitore e analista della realtà serba, e di quella balcanica più in generale, anche per aver partecipato a diverse missioni patrocinate da istituzioni internazionali.


Il Tribunale Penale Internazionale per l'ex Jugoslavia

di Riccardo de Mutiis
L’ Aja può essere considerata la capitale mondiale della giustizia: infatti hanno sede nella città olandese sia la Corte di Giustizia internazionale, competente a giudicare le controversie tra Stati, sia la Corte Penale Internazionale, istituita nel 2002 per perseguire singoli individui accusati di crimini di guerra, genocidio e crimini contro l’umanità, sia il Tribunale Penale Internazionale per l‘ex Jugoslavia, denominazione ufficiale ICTY (International Criminal Tribunal for the former Yugoslavia), istituito nel 1993 dall’ONU (con la risoluzione 827 del Consiglio di Sicurezza) per giudicare i crimini commessi nell’ex Jugoslavia durante i conflitti che hanno infiammato il paese balcanico nell’ultimo decennio del secolo scorso. E proprio la natura affatto particolare del Tribunale Penale per l’ex Jugoslavia, organo giurisdizionale di creazione politica, ha in un certo qual modo originato la crisi intervenuta nelle relazioni tra l’ONU ed il Tribunale stesso nel periodo in cui alla guida della procura dell’Aja vi era un personaggio deciso e carismatico come Carla Del Ponte.

La Del Ponte, che ha guidato la procura dal 1999 al 2007, lamentava che il suo lavoro era di fatto ostacolato dall’ostruzionismo del governo jugoslavo, guidato all’epoca da Vojislav Kostunica: in particolare rimproverava alle autorità di Belgrado di non consegnare i documenti relativi alle indagini svolte dalla procura, di non ricercare attivamente gli imputati, di non contattare i testimoni ed in qualche caso di scoraggiarli dal deporre dinanzi al Tribunale, di rinviare sine die l’approvazione della legge sulla cooperazione con il Tribunale. A fronte di questo atteggiamento non collaborativo la procuratrice svizzera chiedeva agli organismi internazionali ed agli USA di non erogare finanziamenti alla Jugoslavia fino a quando questa non avesse iniziato a cooperare concretamente con il Tribunale. L’ iniziativa della Del Ponte, che racconta l’episodio nel suo libro “La caccia”, veniva stigmatizzato dal segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, il quale la invitava a non intromettersi in questioni, quali quella relativa agli aiuti economici da concedere a Belgrado, di natura politica e quindi non di competenza del Tribunale (in una missiva Kofi Annan invitava espressamente la procuratrice “a limitare i suoi interventi a questioni che più direttamente rientrino nella sfera delle sue competenze legittime”).

Appare davvero difficile indicare quale dei due protagonisti della vicenda sia nel giusto: ha ragione la Del Ponte quando, trovatasi nella impossibilità di portare a termine le indagini a causa della mancata collaborazione delle autorità jugoslave, chiede alla comunità internazionale di subordinare la concessione di aiuti allo stato balcanico alla cooperazione con il Tribunale, oppure ha ragione Kofi Annan quando afferma che l’atteggiamento della Del Ponte sconfinava nell’ambito politico e quindi esorbitava dalle competenze del Tribunale, che avevano natura esclusivamente giuridica? Probabilmente il motivo dell’impasse risiede nel fatto che il Tribunale, ed in special modo la procura, non possiede, diversamente dalle istituzioni giudiziarie nazionali, strutture in grado di assicurare in via coercitiva l’esecuzione dei propri provvedimenti. Infatti la procura dell’Aja non ha alla proprie dipendenze una struttura operativa che abbia competenza sul territorio serbo, vi si possa recare per acquisire documenti, sentire testimoni, arrestare imputati: di qui la necessità per gli inquirenti di ricorrere alla collaborazione con le autorità di Belgrado e di qui la necessità di chiedere un intervento politico nel caso in cui quella collaborazione non venga offerta. In altre parole il Tribunale, pur essendo indipendente dal punto di vista giudiziario, non dispone dei poteri di cui gode una corte di giustizia in uno stato sovrano.

Come le corti nazionali il Tribunale ha il potere di emettere intimazioni nei confronti di individui ed istituzioni affinché forniscano documenti ed altro materiale probatorio e di spiccare mandati di arresto internazionali; ma a differenza delle corti nazionali non dispone di una polizia giudiziaria che svolga ricerche ed arresti, per tali attività deve ricorrere necessariamente alla collaborazione dello stato interessato. E la mancanza di tale potere spinge necessariamente il Tribunale nel regno della politica. Ma, oltre a quello appena esaminato, il Tribunale soffre anche di altre disfunzioni. E’ il caso della norma secondo cui i giudizi dinanzi al Tribunale per l‘ex Jugoslavia non possono svolgersi in assenza dell’imputato, contrariamente a quanto accade nella maggior parte dei Paesi, in cui l‘imputato può essere giudicato in contumacia. E la necessità della presenza dell’imputato, che abbiamo visto dipendere dalla esecuzione del mandato di cattura internazionale, e quindi in ultima analisi da quella collaborazione dell’ex Stato jugoslavo che spesso è mancata, ha ritardato l’inizio di alcuni importanti procedimenti per diversi anni. In alcuni casi tra il periodo in cui vennero commessi i crimini e l’inizio dei relativi procedimenti sono trascorsi più di dieci anni, è il caso dei giudizi contro Karadzic, Mladic e Hadzic. E’ evidente come in tali casi non sia agevole istruire il giudizio, soprattutto perché i testimoni potrebbero non ricordare fatti avvenuti in un’epoca così lontana. Per ovviare ad un simile inconveniente sarebbe sufficiente modificare la regola del Tribunale che prevede la presenza obbligatoria dell’imputato con quella, in vigore in quasi tutti i Paesi europei , secondo cui il procedimento può svolgersi anche in assenza dell’imputato, a condizione che gli venga notificato l’atto di accusa.

Un altro problema è quello rappresentato dallo schema operativo della procura dell’ICTY, creato dal viceprocuratore Graham Blewitt sulla falsariga del modello utilizzato dalla unità della procura australiana che lui dirigeva, e che si occupava di perseguire ex nazisti sospettati di crimini di guerra durante la seconda guerra mondiale: di conseguenza vennero assunti dalla procura degli investigatori con esperienza in indagini relative a quel genere di reati. Ma gli indiziati dalla procura australiana erano principalmente guardie dei campi di concentramento ed altre figure di basso livello, ragion per cui è del tutto evidente che un sistema operativo finalizzato a perseguire persone che in sostanza hanno solo eseguito ordini criminali altrui non è assolutamente adatto a perseguire soggetti, quali quelli incriminati dall’ICTY , che ricoprivano i vertici politici e militari di uno stato. Quello che si vuole dire è che per incriminare un ministro, un capo di stato, un generale di stato maggiore è necessaria sensibilità politica, conoscenza del contesto storico in cui sono avvenuti i fatti, capacità di individuare profili di responsabilità penale in atti di natura politica: è necessaria, in altre parole, una preparazione tecnica, un back ground professionale che colui che indaga il guardiano di un lager non ha.

Un caso emblematico della impreparazione degli investigatori della procura è stato quello in cui alcuni di essi interrogarono l’ ex capo dei servizi segreti croati, Josip Manolic: costui, nel corso della sua dichiarazione, fece riferimento al servizio di informazioni dell’esercito jugoslavo, indicandolo con il suo acronimo KOS (Kontrabavestaina sluzba) e con somma sorpresa realizzò che i suoi intervistatori non conoscevano quella sigla, e quindi , ritenendoli non affidabili, decise di non proseguire una collaborazione che avrebbe potuto fornito un notevole aiuto, in termine di acquisizione di informazioni assolutamente riservate, alla procura. L’impreparazione dimostrata dagli investigatori della procura nel caso Manolic può essere equiparata a quella di un investigatore russo che non conosce il significato della sigla CIA o, al contrario, a quella di un investigatore americano al quale rimanga oscuro il significato dell’acronimo KGB. Il problema rappresentato dalla impreparazione degli investigatori venne risolto dalla Del Ponte, la quale, una volta nominata al vertice della procura, modificò il modello operativo di Brewitt ed assunse procuratori ed analisti che conoscevano lo scenario storico e politico in cui si erano verificati i crimini oggetto di indagine: non a caso nel 2005 Manolic venne nuovamente contattato e questa volta convinto a collaborare da uno staff investigativo che parlava la sua lingua e conosceva la storia del suo paese. Ma il modello operativo australiano presentava una ulteriore caratteristica che di fatto ostacolava il lavoro della procura dell’Aja: la rigida ripartizione delle competenze tra investigatori e procuratori.

Nel sistema australiano la polizia svolge , in esclusiva, la funzione inquirente ed al termine delle indagini rimette gli atti al procuratore il quale decide se formulare o meno l’ atto di accusa. Non vi è, per la procura , nessuna possibilità di incidere sulle indagini svolte dalla polizia ed è evidente come questo schema operativo non poteva che rivelarsi inadeguato per indagini complesse come quelle relative ai criminali di guerra. Il procuratore si trovava infatti a dovere costruire l’incriminazione sulla base di elementi raccolti secondo una impostazione alla cui formulazione era rimasto estraneo e che nella maggior parte dei casi non condivideva. Anche in questo caso il sistema operativo della procura venne riformato dopo l’ insediamento al vertice della procura della Del Ponte, ed un contributo decisivo in tal senso venne dal sostituto procuratore Clint Williamson. La direzione delle indagini di polizia venne infatti affidata ai procuratori, e ciò sulla base dell’ovvia constatazione per cui è colui che costruisce l’ incriminazione, appunto il procuratore, che deve decidere su quali aspetti si deve indagare .La squadra operativa della procura venne poi potenziata attraverso l’assunzione di investigatori e procuratori di diversa provenienza, dotati delle conoscenze specifiche necessarie per affrontare i diversi casi: quindi analisti politici particolarmente esperti del contesto della ex Jugoslavia, conoscitori del diritto della nazione balcanica, professionisti in gradi di esprimersi anche in lingua serbo-croata.

Questa breve analisi dei problemi che hanno caratterizzato la vita del Tribunale per l’ex Jugoslavia si chiude con un accenno a quello che è stato l’ aspetto che ha colpito in modo particolare i mass media. Il riferimento è a quella norma che prevede la possibilità, per l‘imputato, di rinunciare ad essere difeso da un legale e quindi di difendersi da solo. Della norma, tipica di un sistema giuridico di common law, ed in quanto tale non prevista in ordinamenti di civil law quali quello italiano, si sono serviti i più importanti imputati del Tribunale, Milosevic e Seselji, per trasformare il processo in arena politica, per effettuare una serie di contestazioni che nulla avevano di giuridico e che hanno avuto il solo effetto di prolungare in modo eccessivo i tempi del processo. Sarebbe auspicabile, in futuro, che tale norma venisse abolita e, più in generale che venisse adottata tout court, per la regolamentazione del processo, il sistema in vigore presso i Paesi di civil law: tale sistema, infatti , per il fatto di prevedere in modo rigoroso e tassativo, anche sotto il profilo temporale, le attività che possono essere svolte durante il procedimento, e per il fatto di prevedere obbligatoriamente l’assistenza tecnica per l'imputato, ben difficilmente può originare inconvenienti e lungaggini procedurali.

In conclusione non si può negare che il Tribunale per l'ex Jugoslavia, nonostante le disfunzioni su cui ci si è soffermati, abbia ottenuto risultati importanti: ha processato, per la prima volta nella storia, un capo di Stato, Slobodan Milosevic, ed ha incriminato, dalla sua fondazione fino alla fine del 2007, ben 161 persone. Ma la creazione del Tribunale Penale per l’ex Jugoslavia ha anche un altro significato, ed è forse il più importante: dimostra la volontà della comunità internazionale di perseguire gli autori di crimini spaventosi ovunque essi si trovino ed in questo senso rappresenta anche un deterrente non trascurabile per militari e politici, ormai consapevoli che i loro atti criminosi vengono puniti senza limiti di spazio e di tempo da una autorità internazionale.

giovedì 17 maggio 2012

PASSAGGIO IN ONDA

E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est trasmessa oggi da Radio Radicale.La trasmissione è riascoltabile nella sezione "In Onda" del blog oppure, insieme a quelle precedenti, sul sito di Radio Radicale.

mercoledì 16 maggio 2012

MLADIC: DALLA LATITANZA, ALL'ARRESTO, AL PROCESSO

E' iniziato questa mattina davanti al Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia, all'Aia, il processo a carico dell'ex generale serbo-bosniaco, Ratko Mladic, arrestato a maggio dello scorso anno in casa di un parente a Lazarevo, villaggio 80 km a nord-est di Belgrado, dopo 16 anni di latitanza.
L'ex capo militare delle forze serbo-bosniache, che secondo l'atto d'accusa redatto dal Procuratore capo del Tribunale internazionale, Serge Brammertz, è stato parte di una "impresa criminale comune" finalizzata "a cacciare per sempre i bosniaco-musulmani e i croato-bosniaci", deve rispondere di due genocidi, cinque crimini contro l'umanità e quattro crimini di guerra, per un totale di 11 capi di accusa per i quali rischia l'ergastolo. Il crimine più grave di cui è accusato è il genocidio di Srebrenica, dove, nel luglio del 1995, furono trucidati più di 8000 bosgnacchi che avevano cercato rifugio nell'enclave che avrebbe dovuto essere protetta dalle truppe dell'Onu.
Mladic visibilmente invecchiato e con la parte destra del corpo semi paralizzata da due ictus, subiti nel 1996 e nel 2008, "continua a pensare di non aver nulla a che fare con i crimini ed è persuaso che sarà giudicato non colpevole", come ha dichiarato il suo avvocato.

Qui di seguito un analisi che ricostruisce in sintesi e analizza l'evoluzione del contesto politico interno della Serbia e di quello internazionale in cui si sviluppò la vicenda della latitanza di Mladic, dalla caduta di Milosevic fino all'arresto dell'ex generale, un anno fa.

L'autore è Riccardo De Mutiis, esperto di relazioni internazionali, particolarmente sotto il profilo giuridico, conoscitore della realtà serba e di quella balcanica più in generale, anche per aver partecipato a diverse missioni di carattere politico patrocinate da istituzioni internazionali.
 
MLADIC, DALLA LATITANZA AL PROCESSO: IL CONTESTO POLITICO E INTERNAZIONALE
di Riccardo de Mutiis

Maggio 2001, L’Aja, ufficio del Procuratore generale presso il Tribunale penale internazionale per i crimini commessi nell’ex Jugoslavia, Carla Del Ponte.
Viene introdotto, attraverso un accesso secondario, Nebojsa Vujovic, ex chargè d’affaires presso l’ambasciata jugoslava a Washington, appena nominato responsabile per le relazioni con il Tribunale dal governo dell’Unione di Serbia e Montenegro (il soggetto politico succeduto nel 2003 alla Jugoslavia, a cui , nel 2006, all’indomani della dichiarazione d’indipendenza del Montenegro, succederà la repubblica di Serbia).
Le parole di Vujovic sono chiare: “Il Tribunale è diventato la questione di politica estera più pressante per il mio governo […] Il futuro della Serbia dipende dalla cooperazione con il Tribunale, la cooperazione determinerà l’accesso o meno della Serbia al processo di adesione all’Unione Europea […] Contiamo di consegnarvi Ratko Mladic entro due o tre mesi”.
“Dovete arrestare Mladic entro la settimana prossima”, è la replica della Del Ponte.
L’ arresto del comandante in capo delle forze serbe durante la guerra di Bosnia, Ratko Mladic, in esecuzione di un mandato emanato dal Tribunale internazionale, che lo ritiene responsabile per la strage di Srebrenica in cui trovarono la morte circa 8000 civili, non avviene né, come aveva richiesto la Procura, entro una settimana, né, come aveva assicurato Vujovic, entro due o tre mesi, ma solo 7 anni dopo, il 28 maggio 2011.

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Ad un anno dall’arresto di Mladic, può essere interessante da ricordare il contesto politico interno ed internazionale cui si verificò tale evento. Il richiamo allo scenario internazionale è scontato: è infatti pacifico che l’arresto di Mladic si inserisce nel tema della cooperazione della Serbia con gli organismi internazionali e quindi nel più generale ambito della politica estera dello stato balcanico. Tale politica, a partire dal 2001, anno della scomparsa dalla scena politica di Slobodan Milosevic, è stata caratterizzata da un approccio contraddittorio, che riflette le diverse anime delle due forze politiche che si contendevano il potere.
Quella nazionalista moderata, riconducibile al leader del DSS (Demokratika srpska stranka - Partito democratico serbo) Vojislav Kostunica, giurista, espressione della Serbia più profonda, tradizionalista e rurale, decisamente contrario alla consegna al Tribunale penale per crimini commessi nell’ex Jugoslavia dei cittadini serbi incriminati da quell’organo giudiziario, in quanto vede in tale consegna una inaccettabile cessione della sovranità nazionale, convinto al contrario che gli imputati di nazionalità serba debbano essere giudicati da un tribunale serbo.
Quella progressista, che fa capo al leader del DS (Demokratika stranka - Partito democratico) Zoran Djindjic, tecnocrate europeista che ha studiato e lavorato in Germania, convinto che solo la riammissione della Jugoslavia a pieno titolo nei circuiti internazionali, da cui era stata esclusa a seguito dei conflitti interni scatenati in Croazia, in Bosnia ed in Kosovo, potrebbe risolvere la drammatica crisi economica in cui il Paese si dibatte da più di un decennio, e quindi senz’altro disponibile a soddisfare quella condizione, la consegna dei criminali di guerra al Tribunale dell’Aja, a cui la Comunità internazionale subordina l’erogazione di aiuti economici alla nazione balcanica.

Kostunica e Djindjic sono i pilastri del DOS, l’alleanza politica che sconfigge Milosevic ed il suo Partito socialista, prima alle elezioni presidenziali dell’ottobre 2001, a seguito delle quali Kostunica viene eletto presidente della Federazione jugoslava, e poi alle elezioni parlamentari serbe del 23 dicembre 2001, che determinano la nomina di Djindjic a primo ministro della repubblica federata serba. Ma si tratta di una alleanza strumentale, finalizzata esclusivamente a sconfiggere Milosevic: in realtà i due uomini, Kostunica e Djindjic, diversi per formazione culturale e per carattere, non sono fatti per intendersi, ed il dissidio scoppia proprio in occasione dell‘arresto di Milosevic e della conseguente consegna dello stesso al Tribunale dell’Aja, operazione decisa e portata a termine da Djindjic all’oscuro, pare, di Kostunica, il quale la contesta energicamente sostenendo che il vozd debba essere giudicato da un tribunale jugoslavo.
Zoran Djindjic muore il 12 marzo 2003, assassinato nel centro di Belgrado, e sembra che il movente dell’omicidio sia connesso proprio all’arresto di Milosevic: secondo la lettura più accreditata, infatti, il mandante dell’assassinio, Milorad “Legija” Ulemek, alias Lukovic, esponente di spicco delle “Crvene beretke” (Berretti rossi), l’unità antiterrorismo che nei fatti fungeva da milizia privata di Milosevic, agisce perché ha appreso che Djindjic ne aveva deciso l’arresto, violando in tal modo la promessa di impunità in cambio della quale lo stesso Lukovic non si era opposto all’arresto del suo protettore.

Il testimone di Djindjic alla guida del partito viene raccolto da Boris Tadic, anch’esso convinto della necessità di cooperazione con il Tribunale Penale Internazionale e quindi contrario al tenace ostruzionismo di Kostunica, divenuto nel 2004 primo ministro, di fronte alla richieste di cooperazione, ed in particolare di consegna degli imputati di nazionalità serba, provenienti dal Procuratore generale del Tribunale, Carla Del Ponte.
La determinazione a non collaborare di Kostunica prevale per diversi anni ed è evidenziata, oltre che dal rinvio sine die dell’approvazione della legge sulla cooperazione con il Tribunale internazionale, anche dal fatto che le autorità di Belgrado accolgono solo una delle 77 richieste della Procura generale di interrogare i testimoni serbi nel processo contro Milosevic e consegnano al Tribunale solo imputati di basso calibro.
E proprio l’atteggiamento di chiusura di Kostunica provoca una crisi tra l’ONU, organizzazione che ha creato il Tribunale dell’Aja, ed il Tribunale stesso, se è vero che gli appelli della Del Ponte alla Comunità internazionale perché condizioni l’erogazione dei finanziamenti alla Jugoslavia alla cooperazione della stessa con il Tribunale vengono stigmatizzati dal Segretario generale dell’organizzazione, Kofi Annan, il quale invita il Procuratore generale ad astenersi da tali dichiarazioni ed a “limitare i suoi interventi a questioni che più direttamente rientrino nella sfera delle sue competenze”.
Nonostante il perdurare del dissidio circa la politica internazionale, DS e DDS stringono una nuova alleanza di governo: l’obiettivo non è più quello di far fronte comune contro Milosevic, ma quello di neutralizzare il partito di maggioranza relativa, il Partito radicale serbo (SRS - Srpska radikalna stranka) dell’ultranazionalista Vojislav Seselj, ex leader della milizia privata dei “Bijeli orlovi”, le “Aquile bianche”, al tempo della guerra di Bosnia , anch’esso imputato per crimini di guerra ed autoconsegnatosi al Tribunale dell’Aja.

La rottura dell’alleanza tra DS e DDS, si consuma alle elezioni presidenziali del 2008: Kostunica ed il suo partito non appoggiano la candidatura di Tadic che, ciò nonostante, si impone al ballottaggio nei confronti di Tomislav Nikolic che medio tempore aveva sostituito Seselj alla guida dei radicali. Ed è innegabile che proprio a far data dalla elezione di Tadic alla presidenza serba la politica estera dello stato balcanico si caratterizza per una lenta ma progressiva evoluzione verso posizioni europeiste e collaborative con le organizzazioni internazionali.
Gli elementi sintomatici di tale evoluzione sono di tutta evidenza: proprio a partire dall‘elezione di Tadic inizia una serie di concessioni reciproche tra Serbia ed Unione Europea che non possono essere considerate casuali ma sono invece parte di una precisa strategia. Infatti l’Unione Europea, nell’aprile 2008, a distanza di appena due mesi dall’elezione di Tadic, stipula con il governo serbo quell’accordo di associazione e stabilizzazione che prelude all’ingresso nell'Unione e che era in cantiere da diversi anni.
Passano nemmeno tre mesi e la Serbia ripaga l’Unione Europea della fiducia concessagli effettuando l’arresto, il 30 luglio 2008, del numero due sulla lista dei ricercati per i crimini commessi nella ex Jugoslavia, l’ex leader dei serbi di Bosnia Radovan Karadzic, la cui imputazione risale addirittura al 1996.
Il fatto che Tadic sia stato in grado di effettuare l’arresto di Karadzic in pochi mesi, mentre al suo predecessore Kostunica non erano stato sufficienti 8 anni dimostra, se ve ne fosse bisogno, l’attendibilità della tesi secondo cui Kostunica avrebbe potuto arrestare Karadzic e sapeva perfettamente dove questi si nascondeva (ed infatti il ricercato viene intercettato a Belgrado, e non in un posto sconosciuto e inaccessibile) ed invece aveva preferito persistere in quell’atteggiamento ostruzionistico e non collaborativo, definito “muro di gomma“ dal Procuratore generale Del Ponte .

Nel dicembre 2009 si registra un ulteriore segnale di apertura dell’Unione Europea: la liberalizzazione del regime dei visti per i cittadini serbi.
Questa volta la risposta di Belgrado si fa attendere, ma è quella che la Comunità internazionale attende da circa 15 anni: l’arresto del numero uno della lista dei ricercati del Tribunale dell’Aja, appunto Ratko Mladic. E le modalità attraverso le quali è stato effettuato l’arresto di Mladic consentono di cogliere altre interessanti implicazioni della vicenda.
L’ex generale è stato arrestato nell’abitazione di un familiare e quindi in un posto in cui era del tutto logico effettuare delle ricerche: e se Mladic è stato costretto a rifugiarsi presso un parente, con rilevanti probabilità di essere scoperto, ciò significa, evidentemente, che tutte le coperture di cui godeva a livello politico e soprattutto militare erano venute meno, e se l’influente esercito serbo ed i potenti servizi segreti non sono più in grado di offrire protezione a Mladic ciò vuol dire, implicazione di notevole rilievo, che essi hanno cessato finalmente di costituire uno Stato nello Stato e non sono più in grado, come in passato, di condizionare le scelte politiche.

Il progresso della Serbia verso posizione europeiste, è proseguito anche dopo l’arresto di Mladic, sia pure con qualche intoppo, fino ad oggi. Il percorso è stato difficile nell’ultimo anno, a causa del riaccendersi della questione kosovara, che vede Serbia ed Unione Europea su posizioni opposte, ma ha registrato un passo in avanti decisivo: il conferimento dello status di candidato all’ingresso nell’Unione allo stato balcanico.
Si può affermare, in definitiva, che lo spostamento su posizioni europeiste della Serbia, di cui l’arresto di Mladic costituisce un'importante prova, conviene ad entrambi gli attori di questa vicenda: conviene all’Unione Europea perché attraverso l’imposizione delle regole e delle modalità di controllo comunitarie riuscirà verosimilmente a stabilizzare una area le cui tensioni, in passato, si sono propagate agli Stati dell’Unione, e conviene alla Serbia perché le consente di godere di quegli incentivi di cui la sua asfittica economia ha decisamente bisogno e perché consente ai suo cittadini, attraverso la liberalizzazione dei visti a cui si è fatto riferimento, di potere viaggiare liberamente, dopo circa 20 anni di isolamento, e di avere quindi la possibilità di quel confronto diretto e di quello scambio culturale con altre realtà che è il presupposto irrinunciabile per lo sviluppo di ogni società civile.

sabato 21 aprile 2012

KARADZIC E' RESPONSABILE PER SREBRENICA


Lo ha detto l'esperto militare Richard Butler al processo contro l'ex presidente della Republika Srpska

Qui di seguito una mia rielaborazione dell'articolo di Denis Dzidic per Balkan Investigative Reporting Network. Leggi qui l'articolo originale.

Ratko Mladic e Radovan Karadzic
all'epoca della guerra in Bosnia
L'esperto militare ed ex ufficiale Richard Butler, che ha preparato un rapporto sulla catena di comando all'interno dell'esercito serbo-bosniaco durante il conflitto del 1992-95, al processo in corso al Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia, ha affermato che Radovan Karadzic era “al vertice” di quella catena come “comandante supremo delle forze armate della Republika Srpska” e come tale ebbe dunque una conoscenza dettagliata degli eventi di Srebrenica. Nel marzo 1995, ha dichiarato Butler, Karadzic inviò una direttiva alle forze armate ordinando di “creare una situazione insopportabile di totale incertezza” per i bosgnacchi di Srebrenica, privandoli di ogni speranza di sopravvivere all'interno dell'enclave.

Karadzic è sotto processo all'Aja con l'accusa del genocidio di più di 7000 bosgnacchi compiuto dall'esercito serbo-bosniaco nei giorni che seguirono l'occupazione di Srebrenica, l'11 luglio 1995. L'ex presidente della Republika Srpska, è anche accusato della persecuzione dei croato-bosniaci in tutta la Bosnia, del terrore inflitto ai civili di Sarajevo durante l'assedio e della presa in ostaggio di “caschi blu” dell'Onu tra il 1992 e il 1995. “Come comandante supremo, Karadzic non si limitò a ricevere informazioni sulle attività dell'esercito, ma ebbe e utilizzò la possibilità di chiamare direttamente i comandanti sul campo al fine di ottenere nuove informazioni e impartire disposizioni. Ha avuto un ruolo diretto in questo processo”, ha detto ancora Butler. Karadzic, da parte sua, durante l'esame incrociato ha affermato che nella primavera del 1993, e quindi prima degli eventi di Srebrenica, le forze armate bosgnacche attaccarono i villaggi serbi circostanti Zepa e Gorazde nonostante le due località fossero state dichiarate zone protette dalle Nazioni Unite, e uccisero civili a Podrinje.

Secondo Butler, l'ordine di sparare a migliaia di bosgnacchi di Srebrenica dopo la caduta della città doveva provenire dal vertice della catena di comando delle forze armate della Republika Srpska. L'ordine, ha affermato Butler, fu impartito dal comandante dell'esercito serbo-bosniaco, Ratko Mladic, e fu trasmesso lungo la catena di comando come qualsiasi altro ordine, nonostante il fatto che fosse “evidentemente illegale”. “Nessuno lo mise in discussione. L'ordine fu eseguito. Se prescindiamo dalla sua illegittimità, la catena di comando militare funzionò come avrebbe dovuto”, ha detto Butler. Mladic è accusato di genocidio, crimini contro l'umanità e violazione delle leggi e delle consuetudini di guerra in Bosnia-Erzegovina. Il processo a Radovan Karadzic davanti al Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia inizierà il 14 maggio. Il processo a Radovan Karadzic continuerà lunedì 23 aprile.

lunedì 22 agosto 2011

PROCESSO MLADIC: VERSO UN FUTURO MIGLIORE PER LA SERBIA?

Il processo contro Ratko Mladic, arrestato lo scorso 26 maggio nel nord della Serbia dopo quasi sedici anni di latitanza, potrebbe essere diviso in due: un procedimento riguarderebbe il solo genocidio di Srebrenica, mentre l'altro i restanti capi di accusa per crimini di guerra e contro l'umanità: è la richiesta avanzata martedì della scorsa settimana dal procuratore del Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia, Serge Brammertz. In attesa di vedere come andrà (che si tratterà comunque di procedimento lungo e complesso nessuno lo mette in dubbio), è interessare ricordare i risultati piuttosto interessanti del Gallup Balkan Monitor, risalente al luglio dell'anno scorso, circa l'opinione pubblica serba per quanto riguarda il caso. Un anno fa, quando la cattura degli ultimi due ricercati dalla giustizia internazionale, Ratko Mladic e Goran Hadzic, sembrava ancora lontana, la maggioranza relativa dei serbi (46%) riteneva che valesse la pena estradare al Tpi tutti i sospetti criminali di guerra al fine di preservare la pace e favorire lo sviluppo, anche se ciò era in contrasto con il desiderio di alcune o molte persone. Sulla figura di Mladic, invece, le opinioni erano più articolate: solo il 19% degli intervistati aveva risposto di ritenerlo un criminale di guerra, mentre esattamente il doppio (38%) lo giudicava un buon patriota. Poco meno di un quarto (23%) non concordava con nessuno di questi due giudizi e 1/5 non sapeva o non voleva rispondere alla domanda. Interrogati sul perché Mladić non fosse stato ancora catturato, il 10% affermava di pensare che si nascondesse in Serbia, ma che non fosse stato individuato, il 17% si diceva convinto che si trovasse all'estero, mentre la percentuale maggiore, il 35% degli intervistati, esprimeva la convinzione che le autorità sapessero dove si trovava, ma non volessero catturarlo.

Nonostante la reazione tutto sommato positiva seguita alla cattura di Mladic e di Hadzic, in un nota pubblicata il 5 luglio scorso sul sito del Gallup Balkan Monitor (Processo Mladić: verso un futuro migliore per la Serbia?), ci si chiede giustamente se sia stato davvero superato “l'ultimo ostacolo sul cammino della Serbia verso l'UE”, come ha dichiarato il procuratore per crimini di guerra serbo, Bruno Vekaric, all'agenzia di stampa Beta. Lo status internazionale non ancora definito del Kosovo, con un terzo degli Stati membri dell'Unione europea che non ne riconoscono l'indipendenza, potrebbe rappresentare un altro ostacolo sul cammino della Serbia verso l'integrazione nell'UE. I colloqui “tecnici” attualmente in corso tra Belgrado e Pristina, secondo il Gallup Balkan Monitor, segnalano che un importante passo avanti in materia amministrativa è stato raggiunto e suggeriscono che ci potrebbe essere qualche novità nella situazione di stallo attorno alla questione del Kosovo. Tuttavia, aggiungo io, la recente grave crisi scoppiata al confine che minacciava di precipitare in maniera pericolosa senza l'intervento della Kfor, mostra che la tensione è sempre altissima, che la brace cova sotto la cenere e che ci vuole molto poco per far nuovamente divampare l'incendio. L'opinione pubblica sulla controversia del Kosovo, pubblicato nel Focus on Kosovo's independence del Gallup Balkan Monitor nel luglio 2010, mostrato che le inconciliabili posizioni diffuse tra la gente, renderà difficile per i politici trovare un compromesso. Gli ultimi risultati, segnala sempre il Gallup Balkan Monitor, confermano questa valutazione: due terzi degli intervistati in Serbia sono convinti che la Serbia “mai” riconoscere il Kosovo, e solo meno del 4% degli albanesi del Kosovo sarebbe d'accordo su un compromesso territoriale come la cessione alla Serbia delle aree a maggioranza serba del Kosovo, o lo scambio con quelle a maggioranza albanese della Serbia.

giovedì 7 luglio 2011

PASSAGGIO IN ONDA

La puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 7 luglio a Radio Radicale

Sommario della trasmissione

Il processo a Ratko Mladic: la trasmissione si apre con una sintesi della seconda udienza tenutasi lunedì 4 luglio nella quale l'ex generale, imputato di genocidio e crimini di guerra, ha rifiutato di dichiararsi colpevole o innocente e ha assunto un atteggiamento di aperta sfida che ad un certo punto ha costretto il presidente della corte, Alphonse Orie, a farlo allontanare dall'aula. Con stralci della registrazione dell'udienza tratta dal sito del Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia.

Bosnia-Erzegovina: dieci mesi dopo le elezioni non si riesce ancora a formare il governo centrale a causa delle divisioni e delle contrapposizioni interetniche; la situazione rende sempre più difficile proseguire il processo di integrazione europea. Intanto il presidente serbo Boris Tadic ha compiuto una storica visita a Sarajevo dove ha ribadito la contrarietà della Serbia ad ogni ipotesi di divisione del paese.

Kosovo: il premier Hashim Thaci in visita a Bruxelles ha incontrato i vertici dell'Ue. Intanto sono stati firmati tre accordi tecnici nell'ambito dei colloqui con la Serbia tra le proteste dei nazionalisti albanesi di Vetevendosje, mentre da Belgrado si chiarisce che gli accordi non significano il riconoscimento dell'indipendenza.

Sicurezza e cooperazione in Europa: a Belgrado si tiene la ventesima sessione dell'Assemblea parlamentare dell'Osce: il deputato radicale italiano Matteo Mecacci, presenta il suo rapporto su democrazia e diritti umani

Albania: l'Ue invita a concludere al più presto la questione dell'elezione del sindaco di Tirana e a concentrarsi sul processo di integrazione europea.

La trasmissione è stata realizzata con la collaborazione dei corrispondenti Marina Szikora e Artur Nura ed è riascoltabile direttamente qui



oppure sul sito di Radio Radicale nella sezione delle Rubriche insieme alle puntate precedenti.

lunedì 4 luglio 2011

MLADIC SFIDA IL TRIBUNALE INTERNAZIONALE (VIDEO)

Ratko Mladic all'udienza del 3 luglio
(Foto Icty - http://www.icty.org/)
Ratko Mladic si è rifiutato di dichiararsi colpevole o non colpevole davanti al Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia. Il Tribunale, come prevede la procedura, ha quindi stabilito a suo nome una dichiarazione di non colpevolezza. Il giudice, Alfonso Orie, è stato costretto a far allontanare dall'aula l'ex generale serbo-bosniaco, imputato per genocidio, crimini di guerra e crimini contro l'umanità, a causa del suo rifiuto di rimanere in silenzio e delle invettive che Mladic ha rivolto alla corte. “Non ascolterò tutta questa roba. Senza il mio avvocato, non ascolto più”, ha detto Mladic togliendosi le cuffiette della traduzione simultanea, prima di essere allontanato dall'aula. La seconda udienza del processo è stata così interrotta bruscamente ed è poi ripresa con la dichiarazione di non colpevolezza pronunciata d'ufficio.

Prima di questo, il giudice Orie aveva negato a Mladic di lasciare l'aula sulla base delle informazioni dello staff medico del Tpi, secondo la quali “non ci sono state ragioni mediche per rimandare questa udienza”. Parole che hanno suscitato la reazione di Mladic: “Sono malato, metà del mio corpo non funziona, non voglio parlare con lei, mi sta imponendo condizioni impossibili” ha replicato l'ex generale al giudice che lo ha ammonito più volte a “rimanere in silenzio mentre parlo e non interrompermi”. In particolare, Mladic ha rifiutato di farsi difendere dall'avvocato Aleksic, assegnatogli d'ufficio e presente in aula, e di fare dichiarazioni senza il suo avvocato. La tensione ha continuato a salire fino a quando Mladic ha iniziato ad attaccare ad alta voce la Corte ed è stato allontanato dall'aula.

Mladic aveva deciso all'ultimo momento di essere presente in aula oggi, smentendo quanto preannunciato dal suo avvocato Milos Salijc. Dopo l'arresto, il 26 maggio scorso, dopo quasi 16 anni di latitanza, e l'estradizione all'Aia, Mladic era già comparso per la prima volta davanti ai giudici del Tribunale internazionale il 4 giugno, rifiutando di dichiararsi colpevole o innocente. La nuova udienza preliminare era stata, dunque, fissata per oggi. L'avvocato Saljic ieri aveva assicurato che Mladic non si sarebbe presentato in aula, perchè non è stata ancora ultimata la composizione del collegio difensivo. Ma al di là delle questioni formali, è evidente che Mladic sta mettendo in atto la stessa tecnica adottata prima di lui da Milosevic e Karadzic: utilizzare qualunque cavillo procedurale per non riconoscere legittimità al Tribunale internazionale. Purtroppo per lui e per i pochi oltranzisti che lo difendono, però, il Tpi esiste e ha tutti i titoli per giudicarlo e (si spera) condannarlo.

Il video dell'udienza





Ratko Mladic Case: dal sito del Tribunale Internazionale

giovedì 9 giugno 2011

RATKO MLADIC ALLA SBARRA, FINALMENTE

La prima apparizione di Ratko Mladic nell'aula del
Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia all'Aja
di Marina Szikora [*]
Dopo sedici anni Mladić e' finalmente all'Aja e l'ironia del destino vuole che proprio nel carcere di Scheweningen, si trovera' a condividere le stanze e le docce con i suoi sottoposti ma anche con i suoi nemici, scrive il quotidiano di Belgrado 'Blic'. Tra i primi che sicuramente incontrera' sara' il suo ex comandante supremo, l'ex leader dei serbi bosniaci Radovan Karadžić. Le relazioni tra Karadžić e Mladić, come sappiamo, peggiorarono verso la fine della guerra in Bosnia nel 1992-1995. Mladić potrebbe incontrare anche la sua ex mano destra, Vujadin Popović condannato all'ergastolo a causa del massacro di Srebrenica. Popović ha presentato ricorso alla sentenza. Nelle stanze comuni, in cui i prigionieri si rilassano quando non sono al processo, osserva 'Blic', Mladić potrebbe persino giocare qualche partita di scacchi con uno dei suoi ex avversari come ad esempio con il generale croato Ante Gotovina, recentemente condannato a 24 anni di carcere per crimini contro i serbi in Croazia il quale altrettanto ha presentao ricorso alla sentenza di primo grado. Come informa l'avvocato di Radovan Karadžić, tra gli accusati c'e' abbastanza comprensione e maggiormente vanno d'accordo anche se non si tratta di amicizie sincere bensi' di una collaborazione civile tra persone che capiscono di dover passare molto tempo insieme.

La prima apparizione dell'imputato Ratko Mladić davanti al giudice dell'Aja Alphonse Orie e' avvenuta lo scorso venerdi'. L'imputato, latitante da 16 anni e' entrato in aula in divisa salutando da militare e presentandosi con le parole "io sono il generale Ratko Mladić". L'ex generale serbo bosniaco ha fermamente negato di aver ucciso musulmani e croati affermando di aver difeso il suo paese ed il suo popolo. "Voglio uscire libero. Non voglio che mi sia letto l'atto di accusa" ha detto Mladic aggiungendo al giudice "Mettiamoci d'accordo da uomini". Queste sono state solo alcune delle sue dichiarazioni venerdi'. A momenti sembrava malato e peoccupato, a momenti anche confuso, ma e' stato anche ben visibile il suo orgoglio nonche' attimi di un suo sorriso ironico. Anche l'applauso al giudice, scrivono i media, e' stata una parte del suo performance. Sicuramente le piu' colpite sono state le rappresentanti delle associazioni di vittime di guerra in BiH che con tanto di emozioni hanno seguito l'apparizione di Mladić in aula del Tribunale.

Continuano intanto i commenti e le domande del perche' si e' dovuto aspettare cosi' a lungo per vedere finalmente il super ricercato dell'Aja davanti alla giustizia internazione. Per il canale televisivo Euronews ne ha parlato il presidente della Serbia Boris Tadić giustificando gli attuali vertici di Belgrado: "Durante i 16 anni, al potere non vi e' stato un solo governo, nel corso di 16 anni abbiamo avuto la rivoluzione democratica, 16 anni fa al potere c'era Slobodan Milošević" ha spiegato Tadić. Ha aggiunto che fino all'ottobre 2002, Mladić camminava liberamente ed e' "cristalmente chiaro" che era protetto dagli uomini dell'allora governo. "L'intero processo di indagini e' stato particolarmente doloroso per la Serbia, il prezzo morale nella comunita' internazionale estremamente alto, abbiamo perso molti investitori negli ultimi anni" ha constatato il presidente della Serbia e ha detto che dal punto di vista politico sarebbe stato molto piu' efficace se la data per concludere questo processo fosse stata scelta prima.

Lunedi' davanti al Consiglio di Sicurezza dell'Onu, il procuratore dell'Aja, Serge Brammertz ha presentato il suo rapporto semestrale sulla collaborazione della Serbia e Croazia con il Tpi. Nonostante le forti critiche espresse nella versione scitta inviata alcune settimane fa, adesso Brammertz ha detto che la Serbia con la cattura di Ratko Mladić ha compiuto un passo avanti importante e di aver adempiuto uno dei piu' importanti obblighi verso il Tribunale. Un ottimo risultato, ma resta il fatto che Mladić si nascondeva 16 anni e in questo contesto Brammertz ha invitato le autorita' della Serbia di indagare su quelli che avevano reso possibile la cosi' lunga latitanza di Mladić. Infine, Brammertz ha sottolineato che il suo ufficio vuole che Goran Hadžić, l'ex leader dei serbi croati ribelli, accusato per crimini contro l'umanita' in Croazia sia catturato senza rinvii.

E a proposito dell'altro e ultimo super ricercato dell'Aja, Goran Hadžić, la troupe della radio e televisione serba B92 ha visitato la casa della famiglia di Hadžić a Novi Sad in Voivodina dove Hadžić e' stato visto per l'ultima volta. Della sua latitanza ha parlato il figlio Srećko Hadžić. Sette anni da quando l'imputato dell'Aja aveva abbandonato la sua casa, nessuno dei suoi famigliari l'aveva visto o sentito notizie di lui. Secondo Srećko, in questo modo Hadžić vuole proteggere se stesso e la sua famiglia. Ma il fatto di non sapere nulla del padre, fa pensare anche che forse non e' nemmeno piu' vivo, afferma il figlio di Hadžić. Aggiunge che ora, dopo l'arresto di Mladić, le pressioni sulla famiglia Hadžić aumenteranno. "Dopo le perquisizioni in casa, andiamo sempre in questura per colloqui e ci e' stato detto chiaramente che finche' non si consegnera' o finche' non sara' arrestato, non potro' avere un lavoro o terminare gli studi. Semplicemente mi e' stato proibito di lavorare, i miei diritti umani sono violati, ma nessuno se ne preoccupa poiche' sono figlio dell'imputato dell'Aja" racconta Srećko e sottolinea che ne' lui ne' suo padre non credono nell'indipendenza del Tribunale dell'Aja perche' si tratta di un tribunale politico. Srećko Hadžić e' convinto che per la Serbia non cambierebbe nulla se suo padre si consegnasse o venisse arrestato. L'Ue, e' convinto il figlio di Hadžić, si inventera' qualche nuova condizione e la collaborazione con l'Aja non sara' mai conclusa.

[*] Corrispondente di Radio Radicale. Da questo testo è tratta la corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 9 giugno a Radio Radicale

LA CROAZIA E L'ARRESTO DI MLADIC: INTERVISTA DEL PRESIDENTE JOSIPOVIC ALLA TANJUG

Il presidente croato Ivo Josipovic

di Marina Szikora [*]
In una intervista all'agenzia di stampa serba Tanjug realizzata settimana scorsa, il presidente croato Ivo Josipović ha detto che la Croazia in nessun modo non si intrommettera' nelle relazioni bilaterali quando la Serbia iniziera' i negoziati di adesione con l'Ue. Ha aggiunto che la premier croata Jadranka Kosor ha dato un segnale chiaro consegnando al suo collega serbo Mirko Cvetković la traduzione dell'acquis. Facendo riferimento alla collaborazione regionale come una delle condizioni per ulteriori eurointegrazioni di entrambi i paesi, il presidente croato ha sottolineato che bisogna "raccogliere la forza" affinche' nonostante le reciproche cause della Croazia e della Serbia per genocidio davanti alla Corte internazionale di giustizia, bisogna sviluppare relazioni e risolvere i problemi esistenti. Le accuse, ha ricordato Josipović, sono nelle competenze del lavoro dei due governi ma e' evidente che non sono ancora state raggiunte le condizioni per il loro ritiro. "Naturalmente, io sarei propenso affinche' i problemi, se possibile, siano risolti attraverso un accordo e non davanti alla corte" ha detto Josipović.

Parlando del significato dell'arresto di Mladić per la Serbia e per la regione, il presidente croato ha valutato che cio' contribuira' assolutamente alla riconciliazione regionale e alzera' il prestigio della Serbia. Josipović ha osservato che questo gesto della Serbia sara' sicurametne ben accolto in BiH, ma anche in Croazia e portera' una certa catarsi, soprattutto rispetto alle famiglie delle vittime. E' chiaro che sta' al Tribunale di processare e prendere la decisione, bisogna lasciare alla corte di fare il suo lavoro, ha sottolineato il presidente Josipović. Il capo dello stato croato ha aggiunto pero' che sarebbe giusto che l'atto di accusa contro Mladić sia allargato in modo tale da includere i crimini in Croazia dei quali Mladić si puo' considerare responsabile. Alla domanda come commenta il fatto che l'arresto di Mladić hanno salutato anche le autorita' in Serbia e la maggioranza dell'opinione pubblica serba, mentre le sentenze dell'Aja ai generali croati Ante Gotovina e Mladen Markač hanno scioccato la Croazia, e perfino lui stesso, Josipović ha risposto che cio' non significa in nessun modo che la Croazia non sia consapevole che ci sono stati crimini anche contro i serbi, soprattutto quando si tratta di cittadini croati di nazionalita' serba.

Su questo non ci sono dubbi, ha detto Josipović, ma quello che puo' provocare insoddisfazione sono le sentenze concrete e ha spiegato che per lui la sentenza ai generali e' contestabile dal punto di vista giuridico. Non e' contestabile il fatto che vi sono stati crimini, ma il concetto dell'impresa criminale congiunta quando applicata giuridicamente ad un crimine concreto e' pieno di dilemmi, ha precisato Josipović. Le proteste non hanno provocato nessun eccesso. Si e' trattato di insoddisfazione che non signifca negare i crimini commessi bensi' il modo con cui e' stata stabilita la colpa, ha detto il presidente croato.

Nell'intervista a Tanjug, Josipović ha fatto riferimento anche al recente vertice dei leader dell'Europa centrale e sudorientale al quale non ha partecipato il presidente serbo Boris Tadić a causa del Kosovo rappresentato dalla sua neo presidente. "La Croazia ha riconosciuto il Kosovo anche se sappiamo che qui ci sono divergenze. Noi vogliamo ottimi rapporti sia con la Serbia che con il Kosovo", ha spiegato Josipović. E' una decisione della Serbia quale sara' la sua posizione rispetto alla partecipazione del Kosovo in questa o in quella forma alle riunioni internazionali, ha precisato il presidente croato. Josipović ha rivelato anche che nel suo colloquio a Varsavia con la presidente del Kosovo, essa ha espresso desiderio di stabilire al piu' presto le relazioni con la Serbia.

[*] Corrispondente di Radio Radicale

PASSAGGIO IN ONDA

La puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 9 giugno a Radio Radicale

La prima parte del programma è interamente dedicata alle importanti elezioni che si terranno il 12 giugno in Turchia con un'intervista a Marta Ottaviani (corrispondente di TMNews e collaboratrice della Stampa e di Avvenre) sulla stuazione a pochi giorni dal voto e le opinioni di Emma Bonino e Nathalie Tocci (vicepresidente dello IAI) tratte dalla trasmissione speciale curata da Ada Pagliarulo andata in onda a Radio Radicale lunedì 6 giugno.

Gli altri argomenti della trasmissione

L'arresto di Ratko Mladic: l'ex-generale serbo.bosniaco è comparso perla prima volta davanti ai giudici del Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia dove dovrà rispondere delle accuse di crimini di guerra, crimini contro l'umanità e genocidio.

Le elezioni in Macedonia: il voto anticipato del 5 giugno conferma il premier uscente Nikola Gruevski; si prifila la riedizione anche dell'alleanza di governo tra la coalizione di partiti che fa capo a Gruevski e il maggiore partito della minoranza albanese.

Albania: dopo il riconteggio delle schede e il rigetto dei ricorsi presentati dal Partito socialista si va verso la conferma del candidato del centro-destra, l'ex ministro dell'Interno Lulzim Basha, come nuovo sindaco di Tirana.

Croazia: la visita di Papa Ratzinger in un paese fortemente cattolico ma guidato da un presidente laico e socialdemocratico, che si appresta a chiudere i negoziati per l'adesione all'Ue mentre affronta una difficile crisi economica e si prepara alle elezioni politiche del priossimo autunno.

La trasmissione, realizzata con la collaborazione dei corrispondenti Marina Szikora e Artur Nura, è riascoltabile direttamente qui



o scaricabile in podcast sul sito di Radio Radicale nella sezione delle Rubriche, dove è possibile ritrovare anche le puntate precedenti insieme agli Speciali.

venerdì 3 giugno 2011

ARRESTO DI MLADIC: MERITO ANCHE DELL'OSTINAZIONE DEL TRIBUNALE INTERNAZIONALE

Ratko Mladic è accusato di crimini di guerra e contro l'umanità commessi non solo a Srebrenica, ma anche nelle località di Bratunac, Foca, Kljuc, Kotor Varos, Prijedor, Sanski Most, Vlasenica e Zvornik. Il suo arresto dopo sedici anni di latitanza, è merito delle autorità serbe, in particolare del presidente Boris Tadic, ma anche del Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia.
Con la sola eccezione di Goran Hadzic, tutti i 161 imputati delle peggiori violazioni del diritto internazionale commesse durante il conflitto in ex Jugoslavia sono stati catturati e processati o sono in attesa di giudizio. Il Tribunale contribuisce sia a stabilire la verità giudiziaria, premessa per una storiografia critica dello spazio jugoslavo, sia alla formazione progressiva della giustizia internazionale.

E' quanto sostiene Christophe Solioz, segretario generale del Center for European Integration Strategies (CEIS) di Ginevra in un articolo pubblicato sull'edizione on-line di Le Monde il 2 giugno 


L'articolo lo potete leggere (in francese) sul sito di Le Monde

Il Center for European Integration Strategies lo trovate qui


Di Christophe Solioz segnalo anche il saggio "Retour aux Balkans" (L'Harmattan, Paris, 2010 http://www.librairieharmattan.com/).

giovedì 2 giugno 2011

DOPO LA CATTURA DI MLADIĆ, DOVE VA LA SERBIA?

Il testo che segue è la trascrizione della corrispondenza di Marina Szikora per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda giovedì 2 giugno a Radio Radicale

Il viceprocuratore serbo per i crimini di guerra Bruno Vekarić dichiara in questi giorni, a seguito dell'arresto di Ratko Mladić che la ricerca dell'ultimo super ricercato dell'Aja, Goran Hadžić, ex presidente dei serbi ribelli in Croazia e' adesso la priorita' delle autorita' di Belgrado. Vekarić informa che non verra' cambiato il team di azione nella ricerca, sara' lo stesso che ha trovato Ratko Mladić. Va precisato che il Tpi che giudica i crimini commessi in ex Jugoslavia ha accusato Hadžić nel 2004 di crimini contro l'umanita' e violazione delle leggi di guerra. Hadžić e' accusato come presidente della regione autonoma serba di Slavonia, Baranja e Srem occidentale e successivamente come presidente dell'autoproclamata Repubblica della Krajina serba per aver partecipato nell'impresa criminale congiunta durante i conflitti in Croazia dal 1991 al 1993. Quanto alle parole del viceprocuratore Vekarić l'imputato Ratko Mladić avrebbe accusto per i crimini sul territorio dell'ex Jugoslavia l'ex presidente Slobodan Milošević e tutti i serbi che lo avevano sostenuto. Mladić ha affermato di non essere lui l'assassino ma che tutti quelli che avevano ucciso deveno essere puniti. "Un messaggio molto interessante da parte di un uomo contro il quale ci sono cosi' serie accuse di crimini di guerra" ha osservato Vekarić aggiungendo che Mladić ha detto di non odiare ne' i musulmani ne' i croati.

Cosi' come affermato dal procuratore serbo Vekarić, anche il presidente della Serbia Boris Tadić si dice convinto che la Serbia, dopo Ratko Mladić arrestera' anche l'ultimo latitante dell'Aja tuttora in liberta', Goran Hadžić e che parallelamente con questa azione verra' rafforzata anche la lotta contro la criminalita' organizzata. Il capo dello stato serbo non ha voluto parlare di detagli dell'azione sottolineando che la Serbia vuole liberarsi dal peso e dai demoni del passato. Ha precisato che la probabilita' dell'arresto di Mladić e' stata molto grande e questo alla fine e' accaduto facendo riferimento anche alla prospettiva delle integrazioni europee della regione dei Balcani occidentali. Secondo le sue parole, tutti i paesi devono soddisfare i necessari criteri sulla via verso le integrazioni europee e in questo processo non si possono importare vecchi conflitti e divergenze. Tadić ha rilevato che l'ingresso dell'intera regione balcanica nell'Ue e' di importanza cruciale. E' praticolarmente importante, ha detto, che la Croazia concluda i negoziati di adesione perche' in tal modo saranno aperte le possibilita' per la Serbia e il Montenegro di seguire subito questa via. Tadić ha indicato la situazione delicata in cui si e' trovata la Serbia su questo cammino.

La cattura di Ratko Mladić ha dimostrato ancora una volta, dopo quella di Radovan Karadžić la banalita' del male che si trovava sotto il naso dei persecutori, scrive in un commento il prominente nalista politico croato e professore universitario di scienze politiche Damir Grubiša. Dopo il caso "del pazzo psichiatra" (Radovan Karadžić) e' seguito il caso "del soldatone pazzo", vale a dire Mladić, cosi' come nominato dallo stesso ex leader dei serbi bosniaci Karadžić quando nel 1995 aveva destituito il suo generale facendolo diventare 'consigliere'. Ma fino a quel momento Mladić era gia' diventato il boia di Srebrenica, autore di un particolare genocidio che si puo' paragonare con la strage tedesca a Kragujevac nel 1941 quando furono uccisi 7000 uomini, anziani e bambini, mentre Mladić aveva fatto uccidere 8.300 uomini, tra cui altrettanto anziani e bambini, scrive l'analista politico croato. Ma Mladić non e' soltatno il boia di Srebrenica, ancora prima diede ordine ai crimini a Kijevo e Škabrnja in Croazia e tenne in assedio Sarajevo per ben tre anni nel piu' grande assedio di una citta' nella storia moderna militare.

Adesso e' finalmente catturato. Ma per lungo tempo e' stato protetto proprio dal vertice dell'esercito jugoslavo e dai numerosi protettori delle strutture paramilitari e di sicurezza. La ragione principale per cui e' iniziato il cambiamento del clima verso Mladić, afferma Grubiša, e' la volonta' della Serbia di uscire dall'isolamento in cui e' caduta per la seconda volta dopo l'assassionio dell'ex premier Zoran Đinđić e di aderire all'Ue. Si potrebbe perfino dire che il successo della conclusione dei negoaziati croati ha influenzato anche sulla leadership serba e sul presidente Tadić affinche' cessino i doppi giochi del tipo "Mladić c'e' – Mladić non c'e' sul territorio della Serbia". Adesso uno dei principali ostacoli della Serbia per ottenere lo status di candidato all'adesione e' eliminato. Resta ancora il secondo ostacolo che si chiama Goran Hadžić, l'altro super ricercato dell'Aja ancora in liberta. Ma Hadžić e' comunque un ostacolo minore poiche' non e' oggetto di divisione di sentimenti tra i vertici militari serbi e l'opinione politica pubblica come nel caso di Mladić. Ma come abbiamo gia' spesso sottolineato, la cattura di Mladić e' molto piu' importante per il futuro della regione balcanica, per la sua stabilita' e per i passi cruciali dell'indispensabile riconciliazione. E come conclude l'esperto politico croato, la cattura di Mladić non restituira', purtroppo, i morti ai loro cari, ma forse restituira' la fiducia nella giustizia davanti alla quale nessuno puo' definitivamente nascondersi.

Per quanto riguarda la manifestazione svoltasi la scorsa domenica a Belgrado, organizzata dall'ultranazionalista Partito radicale serbo dell'imputato dell'Aja Vojislav Šešelj, di cui abbiamo gia' riportato notizie, anche se durante il suo svolgimento sembrava essere una manifestazione del tutto pacifica e solo di mera protesta contro l'arresto e l'estradizione di Ratko Mladić, alla fine non e' andata cosi' come si sperava. Il bilancio e' stato l'arresto di 179 persone, 11 i cittadini feriti e 32 poliziotti. Secondo le informazioni del ministro degli interni Ivica Dačić, oltre ai feriti sono stati danneggiati sei edifici e cinque automobili della polizia. Come hanno informato i media serbi, durante la manifestazione grande euforia ha provocato l'intervento del figlio di Mladić nonche' la presenza del figlio di Šešelj che aveva letto la lettera di suo padre che attualmente si trova sotto processo all'Aja. "Chiediamo la destituzione di Boris Tadić e del suo regime di pupazzi. L'arresto di Ratko Mladić hanno aiutato anche i leader del Partito serbo del progresso, Tomislav Nikolić e Aleksandar Vučić" ha scritto Šešelj dall'Aja.

Finalmente sulla cattura di Mladić si e' pronunciato anche il presidente del Partito serbo del progresso Tomislav Nikolić, ex vice dell'ultranazionalsita Pratito radicale serbo. Secondo Nikolić, l'arresto di Mladić e' stato un obbligo della Serbia che sarebbe stato rispettato anche se il Partito serbo del progresso fosse stato al potere, pero' non sarebbe stato cosi' "spettacolare". Nikolić ha aggiunto che gli da fastidio il modo in cui tutto e' stato fatto, perche' come ha detto, se per la Serbia era necessario l'arresto di Mladić questo si doveva fare subito, appena e' stato localizzato e non organizzare i tempi opportuni. Nikolić ha ripetuto che tutti quelli che si sono impegnati in Serbia a dimostrare che Mladić e' un criminale di guerra, non ci sono riusciti in questa intenzione. Mladić non e' l'uomo la cui consegna sarebbe stata decisiva per la Serbia, ha rielavato Nikolić dicendosi convinto che le autorita' serbe sapevano da lungo tempo dove Mladić si trovava. Ha aggiunto di credere che le autorita' sanno anche dove si trova l'altro super ricercato – Goran Hadžić. Infine, Nikolić ha qualificato la manifestazione di Belgrado come inutile poiche' non puo' cambiare nulla sul caso Mladić.

Lunedi' l'avvocato di Ratko Mladić ha mandato via posta un ricorso contro la decisione della Corte speciale secondo la quale sarebbero state soddisfatte tutte le condizioni per l'estradizione di Mladić all'Aja. Un ricorso che si dice essere solo una mossa per allungare i tempi ma che non avra' nessun impatto sulla decisione. Nel ricorso si dice solo che Mladić non puo' essere estradato all'Aja a causa delle sue condizioni di salute e secondo il legale, Mladić non ce la fara' nemmeno ad arrivare fino al carcere di Scheweningen.

PASSAGGIO IN ONDA

La puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 2 giugno a Radio Radicale

Sommario della puntata

Gran parte del programma è dedicata ovviamente all'arresto di Ratko Mladic con, tra l'altro, le opinioni di Emma Bonino, di Adriano Sofri, del direttore della testata giornalistica di Osservatorio Balcani e Caucaso Luka Zanoni e di  Elvira Mujcic, autrice di "Al di là del caos. Cosa rimane dopo Srebrenica" (Infinito Edizioni).

La trasmissione si apre con l'intervento telefonico di Marco Pannella nel corso dello Speciale sull'arresto di Ratko Mladic andato in onda domenica 29 maggio, nel quale il leader radicale ha annunciato l'intenzione di lanciare una campagna per l'assegnazione congiunta del premio Nobel per la pace al presidente serbo Boris Tadic e al presidente croato Ivo Josipovic.

Nella puntata si parla anche delle elezioni del 5 giugno in Macedonia, della battaglia legale sull'esito dell'elezione per il sindaco di Tirana e dello stato del negoziato per l'adesione della Croazia all'Unione Europea.

La trasmissione è stata realizzata con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura ed è riascoltabile direttamente qui



oppure sul sito di Radio Radicale nella sezione delle Rubriche dove è possibile anche ritrovare tutte le puntate precedenti e gli Speciali.

lunedì 30 maggio 2011

BELGRADO: NAZIONALISTI IN PIAZZA PER L'EROE MLADIC

Qui di seguito il testo della corrispondenza di Marina Szikora per l'edizione serale del notiziario di Radio Radicale di domenica 29 maggio (ore 20,30)


3000 poliziotti in questo momento stanno sorvegliando il centro di Belgrado dove davanti al Parlamento serbo dalle ore 19 e' in corso una manifestazione contro l'arresto e l'estradizione di Ratko Mladić organizzata dall'ultra nazionalista Partito radicale serbo (SRS) di Vojislav Šešelj che attualmente si trova sotto processo al Tpi dell'Aja per presunto coinvolgimento nei crimini di guerra in ex Jugoslavia. Secondo le informazioni della tv di stato RTS, davanti al Parlamento di Belgrado si trovano in questo momento circa 10.000 persone ma sembra che tutto si svolgera' senza gravi disordini, comunque non si prevede la ripetizione degli scenari come quando e' stata proclamata l'indipendenza del Kosovo o dopo la cattura di Radovan Karadžić. Gli organizzatori hanno fatto sapere che il loro obiettivo non e' quello di provocare incidenti nella capitale e che tutti quelli che avrebbero tali intenzioni non sono benvenuti. All'inizio della manifestazione ha parlato il vice presidente del SRS Dragan Todorović ed e' stata letta la lettera di Vojislav Šešelj da parte di suo figlio. E' annunciato che intervera' anche il figlio di Mladić, Darko, e sul palco c'e' la moglie di Mladić.

Dalla prigione della Corte speciale di Belgrado dove si trova attualmente in attesa dell'estradizione, Ratko Mladić ha mandato ieri un messaggio ai cittadini per via del suo legale appellandosi all'opinione pubblica di non provocare disordini ed incidenti e di non spargere sangue per le strade di Belgrado a causa del suo arresto. I manifestanti portano bandiere di partito e foto di Ratko Mladić, Radovan Karadžić e Vojislav Šešelj, dagli autoparlanti si sentono canzoni in sostegno ai due imputati dell'Aja e sono visibili anche simboli di cetnici. Tra i manifestanti c'e' anche il leader dell'organizzazione nazionalista Obraz, Mladen Obradović, condannato nel 2010 ad una pena carceraria per aver organizzato disordini contro il gay pride. Va detto inoltre che l'altro partito di destra, il nuovo partito di Tomislav Nikolić formatosi dalla scissione dal partito di Šešelj non partecipa a questa manifestazione e il partito non ha rilasciato nessuna dichiarazione sull'arresto di Mladić tranne un commento in cui si afferma che l'arresto deriva dal fatto che bisogna soddisfare gli obblighi verso la giustizia internazionale.

Secondo le ultime informazioni Mladić potrebbe essere estradato all'Aja gia' lunedi' o martedi'. Comunque vada e quali che siano le informazioni che si susseguono di ora in ora, Ratko Mladić continua ad essere pero' un' icona in Serbia. Almeno questo lo dimostrano i sondaggi effettuati in questi giorni a seguito della sua cattura lo scorso giovedi'. Il 51% dei cittadini intervistati ritiene che l'ex generale serbo bosniaco e' un eroe. Per la Serbia Mladić e' stato la condizione dell'integrazione europea ma anche un enorme peso. Dopo il suo arresto, il 45 percento dei cittadini in Serbia pensa che questo e' nell'interesse del loro paese, mentre il 36 percento lo ritiene come un danno. Per quanto riguarda i giovani della Serbia, la loro opinione e' che l'arresto dell'imputato dell'Aja ha uno sfondo politicamente strumentalizzato. Il presidente della Serbia Boris Tadić nega fermamente le affermazioni che i servizi segreti serbi sapevano da anni dove si trovava Mladić e che non volevano catturarlo. Sembra invece che i cittadini la pensino proprio diversamente: il 56 percento dei serbi intervistati ritiene che sono stati proprio i servizi segreti ad aiutare Mladić nella sua latitanza.

Anche se lo si continua a descrivere come un uomo assai invecchiato di precaria salute e grave stato psichico, l'imputato dell'Aja ha finora avuto diverse richieste, perfino molto strane e quasi tutte gli sono state acconsentite. Cosi' si e' rifiutato della visita medica carceraria e ha chiesto di essere esaminato dalla presidente del Parlamento serbo, Slavica Đukić-Dejanović che di professione e' neuropsichiatra. E questo gli e' stato acconsentito. Đukić-Deanović non ha pero' voluto rilasciare dichiarazioni sullo stato di salute di Mladić giustificandolo come segreto professionale. Mladić ha chiesto anche le fragole, un televisore, libri specifici e pure questi desideri gli sono stati soddisfatti. Ora si e' in attesta della risposta alla sua richiesta di visitare la tomba della figlia che si e' suicidata nel 1994 con la pistola del padre. Quanto alle dichiarazioni odierne dell'avvocato di Mladić, il suo cliente oggi starebbe peggio dal punto di vista psichico rispetto ad ieri. Il legale ha annunciato che chiedera' domani il permesso affinche' Mladić sia visitato da un team di medici indipendenti per stabilire le sue vere condizioni di salute. Ha espresso perplessita' per quanto riguarda i medici del Tribunale dell'Aja ricordando che cinque imputati serbi sono morti nel carcere di Scheveningen.

Secondo le informazioni, Mladić sarebbe arrivato in Serbia nel marzo 1997 quando in BiH era diventato troppo pericoloso per lui e il regime di Slobodan Milošević gli garantiva sicurezza in Serbia. All'epoca sarebbe stato protetto da 47 uomini che si alternarono come scudo umano. Sono le informazioni date dal presidente del Consiglio per la collaborazione con il Tribunale dell'Aja, Rasim Ljajić il quale racconta anche che Mladić viveva cosi' fino all'estradizione di Milošević all'Aja nel 2001. Si trovava negli edifici militari fino al 2003 e dopo in diversi appartamenti a Belgrado. Alla fine, la sua scorta di protezione si e' ridimensionata a sole due persone. E' scomparso definitivamente nel 2006 quando ha avuto l'informazione che lo stato e' sotto grande pressione e che sarebbe possibile la sua cattura. A differenza di Karadžić che aveva cambiato del tutto la sua identita' e svolgeva una vita pubblica, Mladić viveva negli ultimi anni come un vero asceta e praticamente non usciva dalla sua stanza.

Il quotidiano di Balgrado 'Alo' nell'edizione di oggi scrive che l'arresto di Mladić a Lazarevo e' stato un gioco preparato dalle autorita' serbe e dai servizi segreti in collaborazione con un paese est europeo dove il latitante si nascondeva. Secondo le fonti di questo giornale, Mladić avrebbe accordato con le autorita' serbe di consegnarsi a patto che la sua famiglia riceva una parte dei soldi previsti come premio a colui che desse informazioni utili per la sua cattura. Sempre secondo queste informazioni, Mladić sarebbe stato trasferito da questo paese est europeo dove si nascondeva a Lazarevo solo alcuni giorni prima del suo arresto ufficiale. Si dice anche che Mladić e' stato avvisato dell'ora precisa dell'arrivo della polizia e che aspettava preparato avendo con se il passaporto e il libretto miliatare. Quanto alle informazioni del principale giornale bosniaco 'Dnevni avaz', l'ex generale serbo bosniaco viveva gli ultimi 16 anni a Belgrado, piu' precisamente nella zona di nuova Belgrado e sarebbe stato trasferito a Lazarevo soltanto due giorni prima della cattura. Dnevni avaz scrive che Mladić si incontrava regolarmente con la moglie e con il figlio.

Sempre per 'Dnevni avaz', in una intervista, Rasim Ljajić che e' anche ministro di lavoro e politica sociale nonche' presidente del Partito socialdemocratico della Serbia ha detto che Mladić e' stato il catalizzatore della radicalizzazione sulla scena politica interna in Serbia ma anche un vero ostacolo alla riconciliazione nella regione, soprattutto tra Serbia e BiH. Ljajić sottolinea che i partiti governativi hanno deciso di intraprendere questo passo consapevoli di poter perdere le prossime elezioni. Ha aggiunto che le autorita' serbe sapevano che la maggioranza dei cittadini e' contraria alla sua estradizione all'Aja. Lo hanno dimostrato tutti i sondaggi incluso quell'ultimo di dieci giorni fa, ha detto Ljajić, secondo il quale il 51 percento dei cittadini della Serbia e' contro l'estradizione mentre il 34 percento ne e' a favore. La cosa peggiore, ha concluso Ljajić, e' che di tutto questo i punti li guadagneranno le organizzazioni serbe di estrema destra.


AGGIORNAMENTO / SCONTRI AL TERMINE DELLA MANIFESTAZIONE
Scontri fra polizia e ultranazionalisti serbi hanno turbato la manifestazione a sostegno di Ratko Mladic e contro il suo arresto avvenuto giovedì scorso dopo 16 anni di latitanza. Tra canti patriottici, sventolio di bandiere e immagini dell'ex generale, i manifestanti hanno scandito slogan in onore di Mladic e contro il presidente Boris Tadic definito uno "sporco traditore degli interessi della Serbia". Al termine del comizio, secondo quanto hanno riportato le agenzie, alcune centinaia di estremisti si sono scontrati con gli agenti antisommossa presenti in modo massiccio e fatti oggetto di lanci di sassi, bottiglie e altri oggetti. E' intervenuta anche la polizia a cavallo. In nottata il ministro dell'Interno, Ivica Dacic, ha parlato di un bilancio di 111 arresti e di una trentina di feriti, 21 dei quali tra i poliziotti. La situazione è successivamente tornata alla calma e sotto il controllo delle forze dell'ordine.