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giovedì 27 marzo 2014

UCRAINA: LA SERBIA TRA IL MARTELLO RUSSO E L'INCUDINE EUROPEO

La crisi in Ucraina e l'annessione della Crimea da parte della Russia potrebbe avere ripercussioni negative per la Serbia e il negoziato di adesione all'Unione Europea

Di Marina Szikora
La Serbia potrebbe trovarsi in una posizione scomoda per quanto riguarda la crisi in Ucraina. Secondo i media di Belgrado, la Serbia non cedera’ alle richieste di Bruxelles e dei piu’ potenti paesi dell’Unione Europea e quindi non si assocerà agli Stati che stanno introducendo sanzioni contro la Russia. Come recentemente scritto su ‘Večernje novosti’ di Belgrado, e citando fonti autorevoli, le autorità serbe starebbero conducendo colloqui con i partner, sia a Bruxelles sia a Mosca, per spiegare la posizione specifica della Serbia e chiedere comprensione per “un atteggiamento bilanciato” di Belgrado. Secondo il giornale, alla Serbia non è stato chiesto direttamente di seguire la rotta di Bruxelles, ma è stato rilevato che in quanto Paese che ha iniziato i negoziati di adesione deve adeguare le sue azioni di politica estera con quelle dell’Unione se ha intenzione di avanzare su questo cammino.

Secondo l'emittente indipendente B92 “l’unica cosa inaccettabile per Bruxelles sarebbe un aperto posizionamento [della Serbia] dalla parte della Russia”. Appena sarà formato il nuovo governo, ha affermato il ministro degli Esteri uscente Ivan Mrkić, saranno rilevate più precisamente le posizioni che, come è stato fino ad ora, si baseranno sul diritto internazionale e sui principi universalmente adottati per regolare le relazioni internazionali. Jelko Kacin, eurodeputato sloveno e relatore per la Serbia al Parlamento europeo, ha detto invece che Bruxelles si aspetta che Belgrado adegui la propria posizione verso la crisi ucraina in base a quella dell’Unione, ricordando che un altro paese impegnato nei negoziati di adesione - il Montenegro - lo ha già fatto.

La posizione della Serbia rispetto alla situazione in Ucraina deve essere e sarà pienamente responsabile e non sarà definita dal governo tecnico: la Serbia rispetterà gli obblighi derivanti dal processo di adesione all’UE e non avrà atteggiamenti ostili nei confronti della Russia, ha assicurato, da parte sua, il vincitore delle elezioni e futuro premier Aleksandar Vučić. Ad una conferenza stampa, in seguito al suo incontro con il leader dei serbi bosniaci, Milorad Dodik, Vučić ha rilevato che la Serbia è’ a favore del rispetto delle norme internazionali e dell'integrità territoriale degli Stati, ma ha aggiunto che “lezioni su questo non le possono dare quelli che con leggerezza hanno calpestato l’integrità territoriale della Serbia”. Vučić ha aggiunto che il governo deve lavorare come una squadra e che esso non sarà né russo, né tedesco, bensì serbo e salvaguarderà gli interessi dei cittadini della Serbia. In questo, ha chiesto apertamente quale dovrebbe essere una politica migliore: quella di introdurre sanzioni alla Russia, appoggiare la violazione dell’integrità territoriale, il che significherebbe rinunciare al Kosovo, oppure voltare le spalle all’Unione Europea?

Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 27 marzo a Radio Radicale

martedì 26 febbraio 2013

IL TRIBUNALE INTERNAZIONALE HA CONTRIBUITO ALLA RICONCILIAZIONE IN EX JUGOSLAVIA?

Il Tribunale ha fatto il tribunale, ma non è riuscito a raggiungere le società attraversate dai conflitti. Continua il dibattito on-line promosso da Osservatorio Balcani e Caucaso in occasione del prossimo ventennale della costituzione dell'ICTY.

Qui di seguito una prima sintesi della discussione di Andrea Rossini dal sito dell'Osservatorio.


“L'obiettivo principale del Tribunale dell'Aja non è la riconciliazione” (Lejla). “Il Tribunale deve portare di fronte alla giustizia presunti autori di gravi crimini e processarli in maniera equa” (Tolbert). “Un tribunale è un tribunale” (Vukušić).
Avendo riconosciuto tutto questo, è ancora possibile chiedersi se questo tribunale ha aiutato la riconciliazione o se i processi che vi si sono tenuti hanno aperto la strada ad un percorso di riconciliazione in ex Jugoslavia?
“Ovviamente nessun tribunale penale internazionale può portare la riconciliazione ad un'intera regione dopo anni di una guerra fratricida e violenta” (Irene). “Un numero limitato di processi penali, da soli, non possono avere come conseguenza la riconciliazione in una regione attraversata da profondi conflitti” (Tolbert). “Sarebbe troppo aspettarsi che il Tribunale dell'Aja possa anche portare la riconciliazione” (Moratti).
Tuttavia, “certamente questi procedimenti possono aiutare a creare un archivio per affrontare il passato” (Tolbert) e “dal momento che il Tribunale dell'Aja ha giudicato così tanti politici e militari di alto grado, ha certamente aiutato ad aprire la strada per la riconciliazione” (Lejla).

Nel nostro sondaggio, ad oggi il 57% ha dichiarato che il Tribunale non ha contribuito al processo di riconciliazione in ex Jugoslavia, mentre il 40% è di opinione contraria (3% indecisi). Nel dibattito, tuttavia, alcuni hanno escluso la possibilità di valutare il lavoro del Tribunale in termini di riconciliazione nel Sud Est Europa, pur ammettendo il ruolo di una corte penale all'interno di un processo di giustizia transizionale.
Una parte della confusione potrebbe derivare dal modo in cui il Tribunale dell'Aja è stato presentato alle società coinvolte nei conflitti, e alle aspettative che sono state create: “Naturalmente gli avvocati, i giudici e quanti altri abbiano lavorato per il Tribunale hanno fatto del loro meglio, comprendendo le aspettative limitate che si possono avere nei confronti di un sistema penale. Il Tribunale dell'Aja, però, non è stato venduto in questo modo al pubblico della ex Jugoslavia” (Donovan).

Anche il concetto di riconciliazione, del resto, è problematico.

“Come vogliamo definire la riconciliazione in società che devono affrontare un passato così problematico? Il fatto di cercare di avere gli stessi legami culturali, sociali e di amicizia come prima delle ostilità? Che ci chiediamo scusa gli uni gli altri e andiamo avanti? Come?” (Lejla).
Clark dà una definizione di riconciliazione nel suo testo di apertura del dibattito, come anche Hodžić, negando che un tale processo [di riconciliazione] si sia ancora manifestato in ex Jugoslavia. Alcuni nel dibattito hanno fatto riferimento a forme di “memorie condivise” (Eugenio). Altri hanno sottolineato le dinamiche esistenti tra processi individuali e collettivi. La giustizia penale si occupa di singoli individui, e anche la riconciliazione è considerata da molti come una questione puramente individuale. Entrambe queste categorie, tuttavia, in contesti di post conflitto trascendono la dimensione individuale per andare verso una collettiva, e possono aiutare a colmare la distanza esistente tra narrazioni del passato completamente divergenti. “Il corso della riconciliazione può andare dal livello individuale a quello collettivo. La differenza principale è che la giustizia produce una qualche forma di vittoria, la riconciliazione invece produce una narrazione, o una sequenza di verità esistenziali” (Miki).
La categoria della “narrazione” ci porta più vicini ad un'idea di riconciliazione come “confronto con il passato” (Jaspers, Arendt). Molti interventi in questo dibattito sembrano concordare con il fatto che il ruolo di una corte penale avrebbe dovuto essere complementare ad altre istanze, per consentire una partecipazione più ampia alle vittime e in generale alle società attraversate dai conflitti. Strumenti di questo tipo, tuttavia, quali ad esempio Commissioni per la Verità e la Riconciliazione, non si sono affacciati allo scenario del dopoguerra nei Balcani. Perché questo non è avvenuto in ex Jugoslavia e il Tribunale è rimasto solo nello sforzo di affrontare il passato?

Secondo alcuni “per un lungo periodo, in Bosnia c'era l'impressione che il Tribunale dell'Aja e le Commissioni per la Verità fossero in competizione”, e “il Tribunale si è presentato come l'unica organizzazione incaricata di affrontare il passato, frustrando de facto altri sforzi che avrebbero potuto essere complementari al suo lavoro aumentandone l'efficacia” (Moratti).
Tuttavia, quale dovrebbe essere il rapporto tra giustizia penale e altri strumenti di confronto con il passato? Il sopravvissuto di un campo di concentramento in Bosnia Erzegovina è intervenuto esprimendo un chiaro punto di vista contro eventuali strumenti extra giudiziali di confronto con il passato: “Se 15 anni fa avessimo avuto una Commissione per la Verità che avesse potuto anche solo discutere la possibilità di un'amnistia, credo che questo avrebbe minato alla base il lavoro del Tribunale e Milošević, Mladić e Karadžić molto probabilmente non sarebbero mai finiti all'Aja. La natura della guerra, inoltre, sarebbe ancora più contestata di quanto non lo sia oggi. La nostra arma più forte sono i fatti, non la giustizia. Nel nostro caso, la ex Jugoslavia, sembra che non siamo ancora pronti per una Commissione per la Verità e la Riconciliazione e nei momenti immediatamente successivi al conflitto non ci potevamo permettere nessun rischio” (Pervanić). Il sopravvissuto di un altro crimine di guerra in ex jugoslavia ha invece parlato dell'importanza del riconoscimento del crimine, e dei suoi autori, da parte di una corte, anche se si è trattato di una corte locale e non del Tribunale dell'Aja (Zanotti).

Ma il Tribunale dell'Aja è stato davvero “territoriale” nell'affrontare il passato della ex Jugoslavia? Venti anni dopo la sua creazione, se i fatti accertati nei processi che vi si sono tenuti hanno aperto la strada alla riconciliazione, quando dovrebbe cominciare questo processo? Potrebbe essere lo stesso Tribunale, alla fine del suo mandato, ad innescare questo processo di riconciliazione? Le iniziative della società civile dovrebbero avere maggiore spazio (e fondi)? Come la verità giudiziaria può diventare verità storica?
Alcuni partecipanti al dibattito hanno già cominciato a postare proposte, ad esempio quella del rafforzamento delle strutture regionali per la comunicazione tra il Tribunale e il pubblico (outreach, Lejla) o di sostenere processi di elaborazione del conflitto in spazi pubblici adeguati (Seka). Continuate a inviare le vostre proposte. C'è tempo fino al 5 marzo prima della pubblicazione dei rilievi conclusivi da parte di Clark e Hodžić. Osservatorio presenterà infine i risultati del dibattito al Tribunale dell'Aja.

Nel frattempo, ringraziamo tutti quelli che finora hanno condiviso le proprie opinioni, esperienze, memorie.


Il dibattito prosegue fino al 5 marzo ed è aperto a tutti. Basta andare sul sito di Osservatorio Balcani e Caucaso e scrivere il proprio intervento.


lunedì 24 ottobre 2011

E' MORTO ANTONIO CASSESE

Due giorni fa è morto il professor Antonio Cassese, uno dei massimi esperti di diritto internazionale penale e di diritti umani, primo presidente del Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia, oltre che presidente del Comitato europeo per la prevenzione della tortura e della Commissione d'inchiesta dell'ONU sui crimini in Darfur. Giurista, docente di diritto internazionale, saggista, è stato cofondatore e condirettore dell'European Journal of International Law e del Journal of International Criminal Justice, e ha scritto per il Messaggero, la Stampa e la Repubblica. Il 10 ottobre scorso si era dimesso per motivi di salute dalla carica di presidente del Tribunale speciale per il Libano. Il presidente della Repubblica Napolitano lo ha definito “un maestro di cultura giuridica e un esempio di impegno civile al servizio della causa della giustizia, della democrazia e dei diritti umani".
Emma Bonino, Marco Pannella e Sergio Stanzani, a nome del Partito Radicale Nonvolento, Transnazionale e Transpartito e di Non c'è Pace senza Giustizia, in una dichiarazione ricordano il professor Cassese come il “giurista militante col quale oltre 20 anni fa avviammo quel lavoro che di lì' a poco, nel mezzo della guerra jugoslava e del genocidio ruandese, avrebbe portato il Consiglio di Sicurezza a creare i Tribunali ad hoc per la ex Jugoslavia e il Ruanda, e le Nazioni unite ad accelerare la stesura finale dello statuto della Corte penale internazionale”. Per i radicali Cassese univa le sue internazionalmente riconosciute doti giuridiche alla sensibilità di chi capisce che occorra “militare politicamente” per dare impulso alle riforme necessarie associandosi a mobilitazioni come quelle che i radicali transnazionali lanciarono fin dai primi anni '90 per rispondere “con la forza della legge alla legge della forza e dell'impunità” che vigevano grazie all'inanità della comunità internazionale.

Nell'archivio di Radio Radicale è possibile trovare molti interventi del professor Cassese in convegni e dibattiti e diverse interviste tra le quali ne segnalo due mie

Sulla dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo
alla luce del diritto internazionale, del diritto di autodeterminazione dei popoli e della risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza dell'Onu

Sulla morte di Slobodan Milosevic
avvenuta l'11 marzo 2006 in una cella del carcere internazionale di Scheveninghen

venerdì 9 settembre 2011

L'EVOLUZIONE DEL DIRITTO INTERNAZIONALE

Le cosiddette "primavere arabe" stanno cambiando il volto politico del Medio Oriente e del nord Africa. Vedremo quanto saranno profonde e durature queste trasformazioni, ma intanto assistiamo ad una serie di cambiamenti politici ed istituzionali che fino a poco tempo fa parevano impensabili e che lasceranno comunque dei segni difficilmente reversibili. Il cambiamento ha assunto però forme diverse nelle diverse situazioni: in Egitto e Turchia c'è stato un cambio di leadership all'interno di un quadro istituzionale rimasto invariato; in Marocco è il monarca che ha dato l'avvio a riforme istituzionali e costituzionali; in Siria è in atto una rivolta i cui esiti sono ancora incerti; in Libia la rivolta è diventata una guerra civile che, con l'intervento di potenze straniere e della Nato, ha portato al crollo del quarantennale regime del colonnello Gheddafi.
Proprio il caso della Libia propone una serie di interessanti spunti di riflessione in tema di diritto internazionale a proposito della legittimità di un regime nato da un conflitto, del diritto di ingerenza negli affari interni di un paese e del ruolo delle Nazioni Unite. Siamo nel campo del diritto internazionale, per così dire, "puro" e della sua evoluzione. Un'evoluzione che parte da lontano, ma che proprio negli ultimi venti anni - dal crollo del muro di Berlino, alle guerre jugoslave, dal conflitto in Iraq e Afghanistan alla secessione del Kosovo, per non parlare di questioni ancora irrisolte come quella di Cipro - ha posto interessanti problemi di interpretazione e di applicazione.

Su questo argomento vi propongo un'intervista al professor Paolo Bargiacchi, che insegna diritto internazionale all'Università Kore di Enna ed è autore di saggi e pubblicazioni sul tema.

L'intervista è ascoltabile qui

mercoledì 4 agosto 2010

INDIPENDENZA KOSOVO: LA BATTAGLIA CONTINUA

Il ministro serbo degli Esteri, Vuk Jeremic, ha chiesto ieri al Consiglio di sicurezza dell'Onu l'avvio di discussioni rapide con il Kosovo per trovare una soluzione condivisa sullo status dell'ex provincia serba autoproclamatasi indipendente il 17 febbraio del 2008. La Serbia "è determinata a lavorare con Pristina e la Comunità internazionale all'elaborazione di una soluzione reciprocamente accettabile a proposito di tutti i problemi non risolti, attraverso un dialogo pacifico". "Penso che dovremmo farlo non appena possibile", ha aggiunto il capo della diplomazia di Belgrado. Dopo che il 22 luglio scorso la Corte Internazionale di Giustizia ha dichiarato che l'indipendenza del Kosovo non contrasta né con le norme del diritto internazionale, né con la risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza, la Serbia prosegue dunque la sua battaglia politico-diplomatica trovandosi a dover scegliere tra la difesa ad oltranza dei suoi interessi nella sua ex provincia o l'avvio di una "normalizzazione definitiva" dei rapporti con Pristina, per usare l'espressione scelta dal ministro degli Esteri francese, Bernard Kouchner.

Sulla questione kosovara dovrà pronunciarsi, il prossimo settembre, l'Assemblea generale dell'Onu. In vista di quell'appuntamento Belgrado nei giorni scorsi ha depositato al Palazzo di vetro la bozza di una nuova risoluzione sul Kosovo, senza raccogliere l'offerta europea di elaborare un testo comune sottoscritto insieme da Serbia e Ue. Un passo che non è per niente piaciuto a Bruxelles dove l'iniziativa serba ha provocato molta irritazione. In ogni caso l'Ue prosegue i suoi sforzi per favorire ogni possibilità di dialogo tra le due parti. Il testo presentato da Belgrado in effetti apre al "dialogo (con Pristina) come strumento per trovare soluzioni mutualmente accettabili su tutte le questioni aperte", ma non fa nessun riferimento diretto alla rimessa in discussione dello status internazionale del Kosovo. L'obiettivo serbo sembrerebbe quindi essere un tentativo di salvare il salvabile, mantenendo una qualche forma di controllo sul nord del Kosovo, dove i serbi sono in maggioranza e non riconoscono l'autorità di Pristina. Ma la spartizione di territori su base etnica non è un principio che l'Ue che ha abolito le frontiere al suo interno possa accettare a cuor leggero. E del resto nemmeno a Belgrado ufficialmente vogliono una tale soluzione che significherebbe accettare comunque di perdere la sovranità su una parte di quello che la Serbia continua a considerare proprio territorio.

Consapevole delle proccupazioni di Bruxelles, nel fine settimana il presidente serbo, Boris Tadic, ha voluto precisare che "la Serbia non ha alcun intenzione od interesse ad entrare in conflitto con la Comunità internazionale", facendo sapere che le autorità di Belgrado sono "in costante contatto con i nostri amici europei". Dopo la sconfitta incassata all'Aja, il governo filoeuropeista guidato dal Partito Democratico (Ds) di Tadic non è in una posizione facile. Nonostante ciò è riuscito a ottenere dal parlamento il via libera sul testo di risoluzione presentato all'Onu. Nella maggioranza, ma anche nelle file dell'opposizione nazionalista, nessuno sembra avere l'intenzione di tirare troppo la corda sul Kosovo mettendo a rischio il già accidentato percorso di integrazione nell'Ue. All'opposto Pristina cerca di sfruttare il momento favorevole prima che l'Assemblea generale dell'Onu (dove Belgrado può contare su appoggi di peso come quelli di Russia e Cina) affronti la questione. Per questo le autorità kosovare hanno chiesto alle Nazioni Unite di sostituire l'attuale risoluzione 1244 del 1999, che ha posto il Kosovo sotto l'autorità delle Nazioni Unite ma senza mettere in discussione la sovranità della Serbia, con un altro documento che permetta all'ex provincia serba di aderire all'Onu. Come ha spiegato il ministro degli Esteri kosovaro, Skender Hyseni, dopo aver incontrato a New York il Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, "l'obiettivo del Kosovo è quello di divenire Paese membro dell'Onu".

La partita kosovara è dunque tutt'ora apertissima: non tanto sull'indipendenza, che ormai sembra irreversibile, quanto su tutta una serie di problemi e questioni che l'indipendenza ha aperto è che devono comunque essere risolti. Quello del Kosovo, come spiegano molti esperti di diritto internazionale, resta un caso "sui generis" che non può essere fatto valere in altre situazioni nel mondo in cui ci sono popolazioni che ambiscono all'indipendenza. Ma proprio questo lo rende probabilmente ancora più importante e significativo. Personalmente non condivido quanto hanno scritto in questi giorni da alcuni autorevoli commentatori, secondo i quali la dichiarazione di indipendenza del Kosovo prima e il parere della Corte Internazionale di Giustizia poi hanno aperto nessun "vaso di Pandora" dagli effetti potenzialmente incontrollabili. Non credo alla possibilità del riesplodere di un conflitto su vasta scala. Certo sul terreno, soprattutto nel nord, la situazione resta difficile e tesa. Ma anche senza il crepitare delle armi, quella che si combatte in questi mesi e che proseguirà anche nei prossimi è una battaglia dura e destinata a lasciare un segno importante e indelebile nel corposo libro delle relazioni internazionali.

N.B. Il post è stato rivisto e modificato alle 20,11

giovedì 29 luglio 2010

PASSAGGIO SPECIALE: L'INDIPENDENZA DEL KOSOVO NON E' ILLEGALE

La scorsa settimana la Corte internazionale di Giustizia dell'Onu ha reso noto il suo parere sull'indipendenza del Kosovo. Com'è noto la Corte, con un voto a maggioranza (10 voti a favore contro 4, mentre un giudice non era presente alla votazione) ha stabilito che l'indipendenza proclamata dai kosovari albanesi il 17 febbraio del 2008 non contrasta né con le norme del diritto internazionale, né con la risoluzione 1244 con cui il Consiglio di sicurezza nel 1999 ha istituito un regime di autogoverno nell'ambito della Missione delle Nazioni Unite (Unmik) nella (ex) provincia serba. Si trattava di un parere consultivo senza un valore legale, ma con un ovvio ma non per questo meno importante peso politico e diplomatico.

Lo Speciale di Passaggio a Sud Est andato in onda ieri sera a Radio Radicale è stato dedicato ai commenti, alle analisi e alle reazioni provocate dal parere della Corte. Lo potete ascoltare qui



Lo Speciale andato in onda mercoledì scorso 21 luglio faceva invece il punto della situazione alla vigilia della pubblicazione delle decisioni dei giudici dell'Aja. Lo potete riascoltare qui



Entrambe le puntate, come tutti gli Speciali precedenti, sono disponibili sul sito di Radio Radicale.

venerdì 23 luglio 2010

KOSOVO: LA DECISIONE DELL'ICJ PUO' ESSERE L'OCCASIONE GIUSTA

La Corte internazionale di giustizia dell'Onu
Previsioni smentite. Ci si aspettava un parere "equidistante" (o ambiguo, secondo i punti di vista) e invece la Corte internazionale di giustizia dell'Onu ha deciso che la dichiarazione d'indipendenza del Kosovo non è illegale. Esultanza a Pristina, disappunto a Belgrado, gioia tra i baschi e gli abkhazi, sgomento a Mitrovica. Quello che la Corte dell'Aja non ha chiarito, però, è se l'indipendenza è anche legittima. O meglio, i 14 giudici hanno preferito attenersi ad una valutazione strettamente tecnica lasciando la risposta politica all'Assemblea generale delle Nazioni Unite che a settembre affonterà la questione. Intanto, ovviamente, ognuno interpreta il verdetto di ieri come meglio crede. La mia impressione, però, è che molti commentatori non abbiano letto bene la decisione della Corte.

Se lo volete fare trovate qui la sintesi del parere consultivo dell'Icj

Qui invece trovate il comunicato stampa

Da questo punto di vista mi sembra interessante quanto ha scritto ieri Tomas Miglierina su Osservatorio Balcani e Caucaso. La domanda posta dalla Serbia nel 2008 era: la dichiarazione di indipendenza del Kosovo ha violato o no il diritto internazionale? La risposta della Icj è no. Per tre motivi:
1 - non esiste un divieto a proclamare l'indipendenza
2 - la risoluzione 1244 del 1999 del Consiglio di sicurezza ha istituito un'amministrazione temporanea, ma non ha riservato al Cds il diritto a decidere lo status del Kosovo
3 - i parlamentari kosovari che hanno dichiarato l'indipendenza hanno agito come rappresentanti eletti dal loro popolo.

Queste considerazioni possono sembrare sottigliezze da azzeccagarbugli, ma quando si ragiona di diritto è meglio maneggiare il bisturi di un chirurgo piuttosto che un'ascia da taglialegna. Detto questo è ovvio che poi ognuno è libero di fare le proprie valutazioni sulla decisione dell'Icj. Intanto, in attesa di approfondire meglio e di leggere i pareri degli esperti, penso si possa comunque fare qualche osservarzione.

La prima è che Belgrado ha subito una sconfitta: aveva chiesto un parere giuridico sulla legalità dell'indipendenza della sua provincia e dal punto di vista giuridico ha avuto torto. D'altra parte - seconda osservazione - Pristina non ha vinto: quello del Kosovo resta un caso diverso e a sé stante rispetto ad altre situazioni analoghe. Non si capisce quindi - terza osservazione - cosa abbiano da gioire i baschi o i corsi e come questa decisione della Icj possa essere fatta valere nei casi di Cipro Nord o della Republika Srpska di Bosnia. E non credo neppure - altra osservazione - che il parere possa innescare secessioni in queste e in altre aree "calde" del pianeta. Almeno voglio sperarlo.

Il problema semmai è gestire la situazione sul terreno, prevenire e controllare l'esplodere di possibili violenze, rassicurare la popolazione serba del Kosovo, smorzare gli eccdessivi entusiasmi di quella albanese. Il ruolo dell'Ue da questo punto di vista è essenziale: la decisione dei giudici dell'Aja, nonostante le apparenze, mi sembra possa fornire uno stimolo per riavviare i negoziati tra Belgrado e Pristina. Non sullo status, ma sulla tante altre questioni che vanno affrontate e risolte. E' un'occasione che Bruxelles, nonostante le divisioni sull'argomento tra i Paesi membri, può sfruttare positivamente, visto che la prospettiva europea riguarda sia la Serbia che il Kosovo. Una prima idea sulle inclinazioni europee ce la faremo lunedì con la riunione dei ministri degli Esteri dei Ventisette.

mercoledì 21 luglio 2010

KOSOVO: LEGITTIMITA' DELL'INDIPENDENZA, DOMANI IL VERDETTO

Dunque, ci siamo. Domani la Corte internazionale di giustizia dell'Onu (Icj) esprimerà il parere richiesto dalla Serbia sulla legittimità dell'indipendenza del Kosovo proclamata unilateralmente il 17 febbraio 2008. Secondo la nota ufficiale diffusa dalla stessa Icj la scorsa settimana la seduta pubblica, nel corso della quale il presidente della Corte, Hisashi Owada, darà lettura del verdetto, è convocata alle ore 15 al Palazzo della Pace, all'Aia. Per i Balcani e l'intera Comunità internazionale è "arrivato il momento della verità", come ha dichiarato il ministro degli esteri serbo, Vuk Jeremic.

La Serbia, com'è noto, considera l'indipendenza dichiarata dal Kosovo il 17 febbraio 2008 una violazione del diritto internazionale e della risoluzione 1244 con cui il Consiglio di sicurezza dell'Onu nel 1999 ha posto la provincia sotto la tutela della Comunità internazionale pur riconoscendo la sovranità di Belgrado. I kosovari albanesi, che rappresentano oltre il 90% della popolazione, rivendicano invece il diritto ad un proprio stato dopo le discriminazioni e la pulizia etnica inflitti loro dalla Serbia di Milosevic che portarono alla guerra fermata solo dai bombardamenti della Nato del 1999.

L'8 ottobre del 2008 la Serbia ha ottenuto il via libera dall'Assemblea generale a sottoporre la questione al massimo organo giurisdizionale dell Nazioni Unite. Tra il primo e l'11 dicembre 2009 la Serbia, il Kosovo e ventinove Paesi membri Onu, inclusi Russia e Stati Uniti, hanno poi presentato le loro valutazioni alla Corte. Il verdetto di domani non avrà valore vincolante, ma assumerà certamente un notevole peso politico e diplomatico e quindi un'influenza sul difficile processo di stabilizzazione e di pacicazione dei Balcani occidentali dopo le guerre jugoslave degli anni '90.

Un parere dell'Icj favorevole all'indipendenza di Pristina, temono alcuni osservatori, potrebbe legittimare non solo le ambizioni secessioniste delle tante minoranze sparse nei vari Stati nati dalla dissoluzione della Jugoslavia (in Bosnia e Macedonia in primis), ma anche nel resto del mondo, a partire dalla stessa Unione Europea: non per caso Spagna, Cipro, Romania, Slovacchia e Grecia sono i cinque dei 27 Paesi UE a non aver riconosciuto l'indipendenza di Pristina. La possibilità però appare francamente eccessiva: non si vede perché un parere consultivo dovrebbe provocare ora quello che non accadde nel febbraio 2008. All'opposto, una decisione pienamente favorevole a Belgrado richierebbe di destabilizzare il difficile equilibrio che l'UE e la comunità internazionale cerca di mantenere nella regione alla ricerca di una stabilità più duratura. I pronostici di analisti, diplomatici e giuristi sembrano concordi, però, nel prevedere un verdetto "salomonico" (o equidistante o anche ambiguo, se preferite) con il quale la Corte internazionale, forzando i principi giuridici, riconoscerà la situazione "de facto": il Kosovo è ormai indipendente tranne che nei territori a nord del fiume Ibar, dove la maggioranza serba non riconosce altro che l'autorità della madrepatria.

La Serbia si dice comunque pronta, immediatamente dopo la decisione dell'Icj a proporre all'Assemblea generale delle Nazioni Unite l'adozione di una risoluzione equilibrata che mostri chiaramente il suo desiderio di raggiungere un compromesso su tutte le questioni, incluso lo status del Kosovo, e che mostri la sua flessibilità circa i bisogni della comunità albanese, così come delle altre comunità, come ha dichiarato il vicepremier serbo con delega all'Integrazione Ue, Bozidar Djelic, il quale ha però ribadito che Belgrado mai riconoscerà l'indipendenza della sua provincia.

Secondo il quotidiano serbo Politika, che nei giorni scorsi citava fonti del ministero degli Esteri di Belgrado, "la Serbia risponderà all'offerta di Bruxelles di redigere insieme il testo della risoluzione, dopo la riunione dei ministri degli Esteri Ue del 26 luglio prossimo". Vecernje Novosti, invece, citava altre fonti secondo la quali il testo della risoluzione che Bruxelles ha proposto alla Serbia di sottoscrivere insieme "affermerebbe che tutti i negoziati tra Belgrado e Pristina verrebbero condotti sotto gli auspici UE e né lo status, né la partizione verrebbero presi in considerazione", ma, qualora Belgrado non dovesse accettare, "sarebbe posta in discussione l'integrazione europea del Paese".

Il problema è, insomma, capire cosa succederà dopo. C'è chi pensa che il parere dell'Icj potrebbe far ripartire i negoziati tra Belgrado e Pristina: in questo modo la prima tenterebbe di "salvare il salvabile" (magari con un riconosciuta autonomia amministrativa per il nord kosovaro a maggioranza serba), mentre la seconda cercherebbe di mantenere il suo staus internazionale di Stato indipendente e sovrano, magari anche con l'arrivo di qualche nuovo riconoscimento. E' sempre presente, poi, l'ipotesi della partizione attraverso uno scambio di territori: in cambio del nord del Kosovo, a maggioranza serba, Belgrado cederebbe a Pristina la valle di Presevo, nella Serbia meridionale, a maggioranza albanese. Ma l'idea, almeno ufficialmente, non piace alla Comunità internazionale, la quale avrebbe già adottato la formula della partizione "de facto" ma non "de jure" per non far andare all'aria il complesso puzzle che si cerca di comporre nei Balcani. Il tentativo è quello di fare in modo che, dalle guerra, al protettorato internazionale, alla dichiarazione di indipendenza, alla decisione dell'Icj e oltre, il caso kosovaro resti un'eccezione e non diventi un precedente per il diritto internazionale.