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venerdì 6 dicembre 2013

CI VORREBBE UN MANDELA ANCHE PER I BALCANI

Il giorno dopo la scomparsa di Nelson Mandela è unanime il cordoglio che viene dalle massime autorità dei Paesi balcanici per la scomparsa del grande leader sudafricano. Profondo dolore è stato espresso dal presidente serbo Tomislav Nikolic, che nel messaggio inviato al presidente sudafricano Jacob Zuma, descrive Mandela come “un combattente, un leader, un modello” che “resterà a lungo nel ricordo dei serbi e del mondo intero, come colui che ha posto le basi per l'opera di tutti quelli che credono sinceramente nella pace, nella giustizia, nell'uguaglianza e nella libertà". Per il presidente croato Ivo Josipovic ''con la morte di Nelson Mandela il mondo ha perso un grande uomo che dopo quasi trent'anni di carcere è stato pronto a perdonare e ha saputo cooperare con coloro che lo avevano perseguitato'', mentre il presidente montenegrino Filip Vujanovic ha notato che "la lunga lotta per l'affermazione dei diritti umani e dell'uguaglianza ha fatto di Mandela un simbolo". In Slovenia,dove in segno di lutto per la sua scomparsa le bandiere sono state poste oggi a mezz'asta, e lo saranno anche nel giorno dei funerali, il presidente Borut Pahor ha ricordato Mandela come “simbolo della lotta alla segregazione razziale e ha dimostrato di credere fortemente nella libertà nell'uguaglianza e nella riconciliazione''.

Riconciliazione e verità sono state le chiavi della transizione che ha consentito al Sudafrica di affrontare la fine dell'apartheid evitando la guerra civile e il bagno di sangue. Verità e riconciliazione potrebbero essere le strade da percorrere anche per i Paesi dell'ex Jugoslavia. L'esperienza del Sudafrica potrebbe essere una strada percorribile (fatte le necessarie e inevitabili differenze) anche per i Balcani occidentali, per iniziare a chiudere finalmente le ferite ancora aperte dopo la tragedia delle guerre degli anni '90. Per fare questo ci vorrebbe un leader con il carisma di Mandela, ma al momento mancano figure di questa caratura. E, a parte alcune personalità isolate, mancano responsabili politici capaci di scelte lungimiranti come Frederik Willem De Klerk, l'ulitmo presidente del Sudafrica bianco, e religiosi di pace come monsignor Desmod Tutu. E ci vorrebbe una classe politica coraggiosa e capace di guardare al futuro invece di continuare a sfruttare il passato per il proprio tornaconto elettorale. Ma questo, purtroppo, non è un  poblema solo balcanico.



martedì 26 febbraio 2013

IL TRIBUNALE INTERNAZIONALE HA CONTRIBUITO ALLA RICONCILIAZIONE IN EX JUGOSLAVIA?

Il Tribunale ha fatto il tribunale, ma non è riuscito a raggiungere le società attraversate dai conflitti. Continua il dibattito on-line promosso da Osservatorio Balcani e Caucaso in occasione del prossimo ventennale della costituzione dell'ICTY.

Qui di seguito una prima sintesi della discussione di Andrea Rossini dal sito dell'Osservatorio.


“L'obiettivo principale del Tribunale dell'Aja non è la riconciliazione” (Lejla). “Il Tribunale deve portare di fronte alla giustizia presunti autori di gravi crimini e processarli in maniera equa” (Tolbert). “Un tribunale è un tribunale” (Vukušić).
Avendo riconosciuto tutto questo, è ancora possibile chiedersi se questo tribunale ha aiutato la riconciliazione o se i processi che vi si sono tenuti hanno aperto la strada ad un percorso di riconciliazione in ex Jugoslavia?
“Ovviamente nessun tribunale penale internazionale può portare la riconciliazione ad un'intera regione dopo anni di una guerra fratricida e violenta” (Irene). “Un numero limitato di processi penali, da soli, non possono avere come conseguenza la riconciliazione in una regione attraversata da profondi conflitti” (Tolbert). “Sarebbe troppo aspettarsi che il Tribunale dell'Aja possa anche portare la riconciliazione” (Moratti).
Tuttavia, “certamente questi procedimenti possono aiutare a creare un archivio per affrontare il passato” (Tolbert) e “dal momento che il Tribunale dell'Aja ha giudicato così tanti politici e militari di alto grado, ha certamente aiutato ad aprire la strada per la riconciliazione” (Lejla).

Nel nostro sondaggio, ad oggi il 57% ha dichiarato che il Tribunale non ha contribuito al processo di riconciliazione in ex Jugoslavia, mentre il 40% è di opinione contraria (3% indecisi). Nel dibattito, tuttavia, alcuni hanno escluso la possibilità di valutare il lavoro del Tribunale in termini di riconciliazione nel Sud Est Europa, pur ammettendo il ruolo di una corte penale all'interno di un processo di giustizia transizionale.
Una parte della confusione potrebbe derivare dal modo in cui il Tribunale dell'Aja è stato presentato alle società coinvolte nei conflitti, e alle aspettative che sono state create: “Naturalmente gli avvocati, i giudici e quanti altri abbiano lavorato per il Tribunale hanno fatto del loro meglio, comprendendo le aspettative limitate che si possono avere nei confronti di un sistema penale. Il Tribunale dell'Aja, però, non è stato venduto in questo modo al pubblico della ex Jugoslavia” (Donovan).

Anche il concetto di riconciliazione, del resto, è problematico.

“Come vogliamo definire la riconciliazione in società che devono affrontare un passato così problematico? Il fatto di cercare di avere gli stessi legami culturali, sociali e di amicizia come prima delle ostilità? Che ci chiediamo scusa gli uni gli altri e andiamo avanti? Come?” (Lejla).
Clark dà una definizione di riconciliazione nel suo testo di apertura del dibattito, come anche Hodžić, negando che un tale processo [di riconciliazione] si sia ancora manifestato in ex Jugoslavia. Alcuni nel dibattito hanno fatto riferimento a forme di “memorie condivise” (Eugenio). Altri hanno sottolineato le dinamiche esistenti tra processi individuali e collettivi. La giustizia penale si occupa di singoli individui, e anche la riconciliazione è considerata da molti come una questione puramente individuale. Entrambe queste categorie, tuttavia, in contesti di post conflitto trascendono la dimensione individuale per andare verso una collettiva, e possono aiutare a colmare la distanza esistente tra narrazioni del passato completamente divergenti. “Il corso della riconciliazione può andare dal livello individuale a quello collettivo. La differenza principale è che la giustizia produce una qualche forma di vittoria, la riconciliazione invece produce una narrazione, o una sequenza di verità esistenziali” (Miki).
La categoria della “narrazione” ci porta più vicini ad un'idea di riconciliazione come “confronto con il passato” (Jaspers, Arendt). Molti interventi in questo dibattito sembrano concordare con il fatto che il ruolo di una corte penale avrebbe dovuto essere complementare ad altre istanze, per consentire una partecipazione più ampia alle vittime e in generale alle società attraversate dai conflitti. Strumenti di questo tipo, tuttavia, quali ad esempio Commissioni per la Verità e la Riconciliazione, non si sono affacciati allo scenario del dopoguerra nei Balcani. Perché questo non è avvenuto in ex Jugoslavia e il Tribunale è rimasto solo nello sforzo di affrontare il passato?

Secondo alcuni “per un lungo periodo, in Bosnia c'era l'impressione che il Tribunale dell'Aja e le Commissioni per la Verità fossero in competizione”, e “il Tribunale si è presentato come l'unica organizzazione incaricata di affrontare il passato, frustrando de facto altri sforzi che avrebbero potuto essere complementari al suo lavoro aumentandone l'efficacia” (Moratti).
Tuttavia, quale dovrebbe essere il rapporto tra giustizia penale e altri strumenti di confronto con il passato? Il sopravvissuto di un campo di concentramento in Bosnia Erzegovina è intervenuto esprimendo un chiaro punto di vista contro eventuali strumenti extra giudiziali di confronto con il passato: “Se 15 anni fa avessimo avuto una Commissione per la Verità che avesse potuto anche solo discutere la possibilità di un'amnistia, credo che questo avrebbe minato alla base il lavoro del Tribunale e Milošević, Mladić e Karadžić molto probabilmente non sarebbero mai finiti all'Aja. La natura della guerra, inoltre, sarebbe ancora più contestata di quanto non lo sia oggi. La nostra arma più forte sono i fatti, non la giustizia. Nel nostro caso, la ex Jugoslavia, sembra che non siamo ancora pronti per una Commissione per la Verità e la Riconciliazione e nei momenti immediatamente successivi al conflitto non ci potevamo permettere nessun rischio” (Pervanić). Il sopravvissuto di un altro crimine di guerra in ex jugoslavia ha invece parlato dell'importanza del riconoscimento del crimine, e dei suoi autori, da parte di una corte, anche se si è trattato di una corte locale e non del Tribunale dell'Aja (Zanotti).

Ma il Tribunale dell'Aja è stato davvero “territoriale” nell'affrontare il passato della ex Jugoslavia? Venti anni dopo la sua creazione, se i fatti accertati nei processi che vi si sono tenuti hanno aperto la strada alla riconciliazione, quando dovrebbe cominciare questo processo? Potrebbe essere lo stesso Tribunale, alla fine del suo mandato, ad innescare questo processo di riconciliazione? Le iniziative della società civile dovrebbero avere maggiore spazio (e fondi)? Come la verità giudiziaria può diventare verità storica?
Alcuni partecipanti al dibattito hanno già cominciato a postare proposte, ad esempio quella del rafforzamento delle strutture regionali per la comunicazione tra il Tribunale e il pubblico (outreach, Lejla) o di sostenere processi di elaborazione del conflitto in spazi pubblici adeguati (Seka). Continuate a inviare le vostre proposte. C'è tempo fino al 5 marzo prima della pubblicazione dei rilievi conclusivi da parte di Clark e Hodžić. Osservatorio presenterà infine i risultati del dibattito al Tribunale dell'Aja.

Nel frattempo, ringraziamo tutti quelli che finora hanno condiviso le proprie opinioni, esperienze, memorie.


Il dibattito prosegue fino al 5 marzo ed è aperto a tutti. Basta andare sul sito di Osservatorio Balcani e Caucaso e scrivere il proprio intervento.


venerdì 22 febbraio 2013

RACCONTA L'EUROPA ALL'EUROPA: SI PUO' PARLARE DI RICONCILIAZIONE IN EX JUGOSLAVIA?

Quarta puntata del ciclo di Speciali di Passaggio a Sud Est che fa parte del progetto europeo promosso da Osservatorio Balcani e Caucaso


Si può parlare di pacificazione e riconciliazione nell'ex Jugoslavia dopo i conflitti, le tragedie e i crimini degli anni '90? Il Tribunale internazionale dell'Aja è servito alla riconciliazione? Qual è la realtà che si vive nei territori teatro delle guerre di vent'anni fa? La prospettiva dell'adesione all'Unione Europea è ancora proponibile?
Queste e altri aspetti di un tema delicato e complesso, che pesa sul futuro della regione e sulle prosettive di integrazione nell'Ue, sono affrontate nella quarta puntata degli Speciali di Passaggio a Sud Est "Racconta l'Europa all'Europa", con gli interventi di Massimo Moratti, esperto indipendente di diritti umani con una lunga esperienza di vita e di lavoro nei Balcani e di collaborazione con organizzazioni internazionali e Ong, Michele Nardelli, presidente del Forum trentino per la pace, organizzatore di progetti di cooperazione e conoscitore della realtà ex jugoslava, e Andrea Rossini, giornalista e dcumentarista di Osservatorio Balcani e Caucaso, esperto delle questioni inerenti il Tribunale internazionale dell'Aja.
In apertura di trasmissione alcuni passaggi di una lezione pubblica tenuta all'università di Pisa nel 1997 dal professor Antonio Cassese, grande esperto e studioso di Diritto internazionale, sulle ragioni etiche, pratiche e giuridiche che portarono alla costituzione del Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia di cui fu il primo presidente.

Ascolta qui il quarto Speciale "Racconta l'Europa all'Europa"

 

Vai alla pagina dedicata al progetto sul sito di Radio Radicale

Vai al sito di Osservatorio Balcani e Caucaso


giovedì 25 ottobre 2012

A JOSIPOVIĆ E TADIĆ IL PREMIO EUROPEO PER LA TOLLERANZA E LA RICONCILIAZIONE

Il Consiglio europeo per la tolleranza e la riconciliazione (Ectr), presieduto dall'ex presidente polacco Aleksander Kwasniewski, ha conferito il prestigioso riconoscimento all'attuale presidente croato e all'ex presidente serbo per “aver contribuito alla verità, alla tolleranza e alla riconciliazione”, nonché per “aver riconosciuto pubblicamente ed espresso scuse per le sofferenze provocate dai cittadini dei loro Stati”. La motivazione del premio sottolinea anche che le storiche visite e le parole pronunciate dei due presidenti in quelle occasioni hanno “rafforzato la base per lo sviluppo di una cultura della memoria e della tolleranza nell'Europa sudorientale e le fondamenta per la futura democratizzazione e riconciliazione”.Il riconoscimento è stato consegnato al presidente croato e all'ex presidente serbo lo scorso 16 ottobre in una cerimonia al Parlamento Europeo a Bruxelles. Nella puntata di Passaggio a Sud Est della scorsa settimana, per motivi di tempo e spazio, non abbiamo potuto parlare di questo evento che ha una sua indubbia importanza per l'Europa sudorientale e per la regione balcanica. A Bruxelles si sono sentite in effetti molte belle parole sui due leader per come hanno promosso il processo di riconciliazione delineando un nuovo cammino nelle relazioni tra Croazia e Serbia. Gli indirizzi che sembra voler prendere la nuova leadership di Belgrado sembrano però mettere a rischio questa linea.

Josipovic e Tadic ricevono il premio al Parlamento Europeo (Foto Afp/Pixsell)

Di Marina Szikora [*]
Dopo otto anni di incarico presidenziale in Serbia, come sappiamo, Boris Tadić ha perso sia le elezioni presidenziali che quelle parlamentarei. Ora si e' in attesa delle prossime elezioni nel suo partito, il Partito Democratico che per lui potrebbero essere un'altra sconfitta. Va precisato che Tadić si trova alla guida del Pd da quando e' stato ucciso il suo predecessore, l'ex premier Zoran Đinđić. Tempi quindi non facili per il leader serbo che in tutti questi anni e' stato visto dall'Occidente come la maggiore voce proeuropea in Serbia. Alla fine della cerimonia al Parlamento Europeo, Tadić ha rilasciato una lungaintervista al quotidiano croato 'Večernji list'.

Secondo l'ex presidente della Serbia, molte parole pronunciate ultimamente dall'attuale leadership serba non sono per niente incoraggianti. Tadić spera pero' che si tratti di un iniziale posizionamento della nuova leadership politica in Serbia e una ricerca di identita' specifica dopo aver assunto i nuovi incarichi. Ha giudicato particolarmente pericolose le parole dell'attuale premier Ivica Dačić, alcune delle quali mettono in questione il futuro europeo della Serbia. La Serbia, afferma Tadić, potrebbe trovare una nuova destinazione politica ed e' questo che lo impaurisce maggiormente. Se i suoi avversari politici continueranno la via europea della Serbia, allora anche la politica da lui iniziata avra' successo, in caso contrario, il patrimonio lasciato sara' negativo, precisa l'ex presidente serbo. "Il mio impegno dipende dai miei avversari. Molto strana e' la natura della politica", dice Tadić.

Alla cerimonia di consegna di questo riconoscimento europeo a Ivo Josipović e Boris Tadić, il presidente del Parlamento Europeo, Martin Schulz, ha detto che grazie all'ex presidente la Serbia ha ottenuto lo status di candidato. Adesso, nel nuovo rapporto della Commissione europea sull'avanzamento della Serbia, Belgrado non ha ottenuto la data dell'inizio dei negoziati di adesione. "Večernji list" ne ha chiesto il perche' a Tadić il quale indica che negli ultimi dodici anni la Serbia ha avuto delle accelerazioni e dei rallentamenti sul cammino europeo. E' un paese diverso dai suoi vicini perche', secondo Tadić, ha avuto due grandi pesi. All'inizio, come la Croazia, lo era la collaborazione con il Tribunale dell'Aja, ma anche il problema del Kosovo che e' internazionalizzato. Nessun paese nella regione, afferma Tadić, ha avuto un tale problema. E se si aggiunge la dissoluzione della federazione tra Serbia e Montenegro, i rallentamenti, e' l'opinione dell'ex presidente serbo, sono stati naturali.

"Una specie di rilassamento, l'inespressa responsabilita' per non aver ottenuto una data rapita per i negoziati, e' qualcosa che mi preoccupa molto", afferma Tadić e aggiunge che non lo dice soltanto per la Serbia ed i suoi cittadini ma per tutta la regione balcanica. Per quanto riguarda le ultime affermazioni del presidente Nikolić che l'Ue non sara' piu' l'obiettivo per la Serbia se la condizione sara' il riconoscimento del Kosovo, l'ex capo dello stato serbo osserva che nemmeno lui, quando e' stato presidente, era pronto a riconoscere l'indipendenza di Priština ma bisogna far di tutto affinche' la Serbia con riforme profonde e qualitative dimostri perfino a quei paesi che insistono sul riconoscimento del Kosovo, che la Serbia e' necessaria all'Ue come fattore di stabilita' e di sviluppo della regione molto di piu' rispetto ad un formale atto di riconoscimento di uno stato nuovo che non ha i presupposti fondamentali per la stabilita'. Quindi, e' l'opinione di Tadić, le dichiarazioni di Nikolić sono inutili alla Serbia e perfino pericolose per il popolo serbo. Dall'altra parte vanno a favore proprio di quelli che si oppongono all'allargamento perche' cosi' hanno una ottima spiegazione del perche' la Serbia non dovrebbe ottenere la data dell'apertura dei negoziati.

Tadić ha rilevato anche che se un popolo viene definito con una politica nazista, allora cio' significa dire che tutti i cittadini di questo popolo sono nazisti. Un popolo, ha sottolineato Tadić, non puo' essere criminale, ma lo sono sempre gli individi. L'allusione, nuovamente, è alle dichiarazioni della attuale leadership serba che accusa gli sconfitti della Seconda guerra mondiale e autori dei crimini di guerra nazisti, i tedeschi, di essere oggi i principali a condizionare ed ostacolare l'ingresso della Serbia nell'Ue. "Se voi oggi definite un popolo con la politica nazista della Seconda guerra mondiale, allora dite che tutti gli appartenenti a questo popolo, il popolo stesso, sono nazisti. Primo, sappiamo che un popolo non puo' essere criminale, ma lo sono sempre gli individui. Dall'altra parte, con questo, in effetti, trasportate il peso delle accuse anche sul popolo serbo, per i crimini commessi a Srebrenica, Vukovar ed altrove. E non solo sul popolo serbo, ma anche su quello croato e bosgnacco per i crimini che avevano commesso i rappresentanti di questo popolo. Queste dichiarazioni.... hanno un effetto distruttivo... Ivica Dačić nemmeno per sogno poteva immaginarsi di fare simili dichiarazioni quando faceva parte della precedente coalizione, mentre adesso evidentemente ha trovato lo spazio di manovra in cui pensa di poter dire quello che gli pare", critica fermamente l'ex presidente della Serbia.

Tornando al premio ricevuto dal Consiglio europeo per la tolleranza e la riconciliazione, Tadić ha ricordato il momento in cui, con il suo collega croato Ivo Josipović, si e' recato a Vukovar per esprimere scuse e parole di cordoglio per i crimini che sono stati commessi: "I nostri rapporti sono intrecciati, anche se molti credono che si tratti di una circostanza sbagliata. Ma e' cosi', anche se abbiamo il diritto ad identita' diverse ed esistenza indipendente, il che e' buono ed utile in questo momento. Ma la cosa piu' insensata che ci può accadere e' di compiere crimini gli uni contro gli altri. Questo e' qualcosa di cui mi vergogno personalmente anche se non ho contribuito nemmeno per un istante a questi crimini". Tadić racconta che a Vukovar pero' non ha vissuto quello che ha dovuto subire a Srebrenica. Alcune delle madri di Srebrenica, nel loro dolore, gli andavano incontro accusandolo di essere un assassino. "A Srebrenica ci sono state parole pesanti. Non accuso nessuno perche' so che la mia missione in quanto presidente della Serbia era quella. L'ho fatto perche' lo ritenevo mio dovere. E tutti lo hanno se qualcuno, a nome del suo popolo, ha commesso dei crimini. Nemmeno oggi in Serbia mi capiscono", spiega Tadić ricordando il momento in cui da presidente della Serbia si e' recato a Srebrenica.

Secondo l'ex presidente serbo l'Ue sta affrontando difficolta' sul piano interno, di natura economica, soprattutto collegate con la politica macroeconomica e il consolidamento del deficit di bilancio in quasi ogni singolo paese europeo. Questo produce tensioni interne. I cittadini in questi paesi, prosegue Tadić, non guardano con entusiasmo al processo di allargamento il che non succedeva negli anni novanta, soprattutto dopo il 2000 quando molti paesi hanno aderito all'Ue senza che i criteri di adesione fossero completamente adempiuti. Da qui l'inasprimento dei criteri per i paesi che hanno aspirazioni all'adesione. La Serbia e' tra questi paesi. Dall'altra parte, osserva Tadić, in Serbia vi e' stata tutta una serie di dichiarazioni completamente irresponsabili da parte dei funzionari dello Stato. Sono stati compromessi i criteri per trattare i criminali di guerra, poi il cammino della Serbia verso l'Ue con posizioni che la Serbia non si apprestera' verso l'adesione e questo e' contro gli interessi dei cittadini della Serbia. Per quanto riguarda la coalizione nell'ex governo con i socialisti, Tadić spiega che se non ci fosse stata la riconciliazione con i socialisti, non ci sarebbe stato il Governo del 2008 e la Serbia sarebbe precipitata in una forma politica piu' che aggressiva e che sicuramente non avrebbe portato alla riconciliazione nella regione bensi' a nuove tensioni. Non ci sarebbe stato nemmeno lo status di candidato all'adesione. Infine, sulla necessita' di relazioni di buon vicinato con il Kosovo e la richiesta di rispetto dell'integrita' territoriale del Kosovo, Tadić e' dell'opinione che le posizioni politiche si dovevano esprimere diversamente e non parlare di divisione del Kosovo.

Alla domanda sul proprio partito, il Partito Democratico e sul suo futuro, Tadić ritiene che esso sia l'unica forza politica in grado di cambiare la societa' serba nonostante gli errori commessi. Il Partito Democratico deve avere un orientamento ideologico chiaro e un obiettivo chiaro. "Non insisto su me stesso come presidente del PD bensi' sulla missione del partito che non deve essere cambiata ma esiste il pericolo che cio' accada", conclude Tadić l'intervista al quotidiano croato 'Večernji list".

[*] Corrispondente di Radio Radicale. Il testo è la trascrizione di parte della corrispondenza andata in onda nella puntata odierna di Passaggio a Sud Est


giovedì 20 settembre 2012

IL DIFFICILE CAMMINO VERSO LA RICONCILIAZIONE NEI BALCANI

Conturi Hakudoushi - www.deviantart.com
Di Marina Szikora per Radio Radicale [*]
Quando si parla della regione balcanica, indispensabile per una stabilita' permanente e sempre nel contesto del suo avvicinamento all'Ue, e' la questione delicata della riconciliazione. Le relazioni della Serbia con i paesi vicini non si possono definire ancora come "una buona collaborazione", ma gli esperti affermano che sono stati compiuti passa avanti. Pare che nella regione stia scomparendo lo scetticismo a causa del ritorno delle forze degli anni novanta al potere in Belgrado. Questo almeno secondo un commento della Deutsche Welle tedesca. Tali osservazioni riguardano i due giorni di visita del premier serbo Ivica Dačić a Sarajevo che secondo molti sarebbe stato un passo avanti significativo nella politica di Belgrado verso la Bosnia Erzegovina. A giudicare dalle parole che Dačić ha espresso a Sarajevo, il suo governo sarebbe pronto ad una collaborazione non soltanto di facciata. Sarajevo non dovrebbe essere risentita con Belgrado se questa ha relazioni speciali con la Republika Srpska [l'entità a maggioranza serba della Bosnia, n.d.r.] e se i suoi vertici si recano in visita a Banja Luka, come, d'altra parte, nemmeno Banja Luka dovrebbe polemizzare con Belgrado quando ha relazioni con la Bosnia. Dačić ha aggiunto che si continua a ripetere che è necessaria una distensione con il Kosovo, ma bisognerebbe prima puntare alla distensione in tutte nelle relazioni tra tutti i Paesi della regione: "20 anni dopo lo scioglimento della Jugoslavia, continuiamo a girare nello stesso circolo magico", ha detto il premier serbo. Per molti, cosi' il commento della Deutsche Welle, cio' significa che la politica di Ivica Dačić e' chiara e che non ha due facce, a differenza della politica dell'ex presidente Boris Tadić. Alcuni giorni fa Dačić aveva affermato chiaramente che la collaborazione anche con la Republika Srpska, con la quale la Serbia ha un accordo di relazioni speciali, non puo' implicare soltanto abbracci e strette di mano, bensi' azioni concrete.

Il professore della Facolta' di lettere di Sarajevo, Enver Kazaz, afferma che il pragmatismo di Dačić risulta dalla sua consapevolezza che la Serbia deve separarsi dall'eredita' di Slobodan Milošević e che deve avere un orientamento europeo non interrompendo pero' i legami con la Russia. "Presso l'opinione pubblica interna Dačić funzionera' come un nazionalista duro, ma una cosa e' certa: mentre il progetto politico di Tadić era ipocrita nel senso in cui riconciliava l'irriconciliabile, vale a dire il Kosovo e l'Europa, sia Dačić che Nikolić sono consapevoli che queste due cose non si possono riconciliare", spiega Kazaz. I messaggi mandati da Sarajevo sono nello spirito di Dayton, dice da parte sua Miloš Šolaja, direttore del Centro per le relazioni internazionali, il quale aggiunge pero' che ci sono ancora strutture che vogliono creare una politica di concorrenza tra le due entità bosniache, la Republika Srpska e la Federazione di Bosnia Erzegovina, nelle loro relazioni con la Serbia. Si tratta, spiega Šolaja, di molti a Sarajevo che non considerano la Republika Srpska come parte della Bosnia Erzegovina. Secondo Dušan Janjić, direttore del Centro per le relazioni etniche di Belgrado, è nell'interesse della Serbia avere le relazioni miglior possibili con i paesi vicini. In questo momento, con i colloqui con Priština che riprendono tra una decina di giorni, la Serbia non ha bisogno di ulteriori problemi. Come politici pragmatici, Nikolić e Dačić non apriranno i due fronti cosi' come invece ha suggerito loro il presidente della Republika Srpska, Milorad Dodik, che vorrebbe che Belgrado si concentrasse sulla RS e chiedesse la divisione del Kosovo. Giocheranno nella cornice dei confini riconosciuti, secondo Janjić, il quale avverte tuttavia che nei prossimi mesi, a causa della situazione in Kosovo e un momento politico oportuno in Bosnia Eerzegovina, si potrebbero prospettare dei problemi perche' si potrebbe verificare un rilancio della retorica nazionalista sul "carattere serbo della Republika Srpska" compensando in qualche modo quanto si potrebbe perdere nel dialogo con Priština. In ogni caso, gli analisti sono convinti che le relazioni non soltanto tra Belgrado e Banja Luka, ma anche tra la Belgrado e la Bosnia Erzegovina, nei prossimi mesi, saranno molto piu' pragmatiche a fin di risolvere le questioni concrete.

[*] Il testo è tratto dalla corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 20 settembre 2012 a Radio Radicale

giovedì 13 settembre 2012

L'INCONTRO MONDIALE PER LA PACE ORGANIZZATO DALLA COMUNITA' DI SANT'EGIDIO A SARAJEVO

A vent'anni dall'inizio della guerra in Bosnia e dell'assedio, Sarajevo si propone come citta' della pace e del dialogo tra culture e religioni diverse ospitando, domenica, lunedì e martedì scorsi, il meeting internazionale per la pace ''Vivere insieme e' il futuro - Religioni e culture in dialogo'', promosso dalla Comunita' di Sant'Egidio in collaborazione con l'arcidiocesi di Sarajevo, con il patriarcato serbo ortodosso e con le comunita' islamica ed ebraica. Al centro dei momenti di confronto e dibattito in cui si è articolata la tre giorni i nodi cruciali del futuro europeo e dell'integrazione sociale e politica del continente nel delicato momento della crisi economica che sta travagliando l'Europa mettendo a rischio il progetto politico dell'Unione e la prospettiva dell'integrazione che per tanti anni è stata offerta ai Balcani occidentali dopo la fine dei conflitti che segnarono il collasso della Jugoslavia.

Di Marina Szikora
"Nonostante tutte le differenze esistenti, tutti gli uomini semplici sono uniti quando si desidera pace, sicurezza e benessere. Per raggiungere questo obiettivo i leader politici e religiosi sono invitati a lavorare insieme". Cosi' il presidente croato Ivo Josipović domenica scorsa a Sarajevo, partecipando insieme ad altri leader politici e religiosi al tradizionale Incontro mondiale per la pace organizzato dalla Comunita' di san Egidio che da 25 anni sollecita l'ecumenismo attraverso la promozione dello spirito di Assisi. "Il piu' importante e' mandare il messaggio che in Europa non c'e' posto per idee umilianti, che minacciano o offendono qualsiasi uomo. L'Europa deve essere una casa sicura per ogni suo abitante, le crisi e gli ostacoli non possono essere la scusa per chiudere le porte" ha detto Josipović. Nel suo discorso di saluto, il presidente croato ha sottolineato che l'Europa sudorientale e' un'area unica in cui da secoli coesistono i cristiani, gli ortodossi ed i protestanti e dove da secoli esiste la tradizione islamica ed ebraica. Ma in quest'area – ha ricordato Josipović – ci sono stati purtroppo periodi in cui questo era il luogo di conflitti e sofferenze umane, assolutamente inaccettabili per le societa' civili . L'esito sono stati "vergognosi errori e irresponsabilita'".

"Troppo tempo e' stato perso ad indietreggiare davanti ai crimini, nei negoziati con i responsabili di crimini. Voglio credere che questi tempi sono passati per sempre, che si e' arrivati alla vittoria della ragione, riconciliazione e collaborazione" ha detto il capo dello stato croato. Ha rilevato che la pace e' quella che rende possibile la vita e lo sviluppo e questo non deve mai essere sottinteso bensi' se ne deve occupare quotidianamente. La Croazia, ha assicurato il suo presidente, in questo senso dara' pieno sostegno ai suoi vicini e persistera' su questa via. Non a caso quest'anno l'incontro ha trovato luogo a Sarajevo, una specie di simbolo di diverse culture, religioni e popoli. Questo raduno di dialogo sotto lo slogan 'Il nostro futuro e' vivere insieme' ha riunito centinaia di partecipanti, rappresentanti di quasi tutte le piu' importanti religioni viventi. Il fondatore della Comunita' di San Egidio, Andrea Riccardi, attuale ministro per la Cooperazione internazionale del governo italiano, ha detto che l'idea della convivenza continua ad essere una sfida per l'umanita' che necessita di costante sostegno ed impegno.

L'incontro a Sarajevo e' stato aperto dall'attuale presidente della presidenza della Bosnia Erzegovina, Bakir Izetbegović il quale ha detto che e' estremamente importante che il messaggio di convivenza e tolleranza in questo modo parta dalla citta' che nemmeno nei suoi tempi piu' difficili non si e' esaurita nell'impegno per l'umanesimo. Izetbegović ha aggiunto che se la vita comune non sopravvivra' in Bosnia, difficilmente vivra' in qualsiasi altra parte del mondo. Il capo della chiesa ortodossa, Irinej che per la prima volta da quanto e' stato eletto patriarca ha visitato Sarajevo, ha detto nel suo intervento che la pace e' il messaggio fondamentale di tutte le religioni e questo valore bisogna affermare sempre d'accapo. Ricordano le sofferenze dei popoli della regione balcanica nel corso della storia, Irinej ha detto che questo deve essere un monito per il futuro e un appello al reciproco accoglimento, rispetto e riconciliazione. Il capo della comunita' islamica in Bosnia, Mustafa Cerić ha ricordato da parte sua la tragedia di Sarajevo, "la prima Gerusalemme europea" e gli oltre 10.000 abitanti di Sarajevo uccisi. "Piu' di qualcun altro, loro meritano il nostro giuramento a Dio e all'umanita' che faremo di tutto perche' qualcosa di simile non si ripeta mai piu'" ha detto Mustafa Cerić. Pace e non guerra, sicurezza e non terrorismo sono il desiderio e la necessita' di tutti gli uomini di buona volonta', ha rilevato il capo della comunita' islamica aggiungendo che e' importante mandare un messaggio di pace anche alla Siria che oggi sta soffrendo. L'arcivescovo di Bosnia, il cardinale Vinko Puljić ha sottolineato che sia importante una voce comune che da Sarajevo mandera' il messaggio di pace e questa pace si puo' costruire soltanto in base alla verita' e giustizia. Puljić ha aggiunto che "la convivenza non soltanto e' possibile bensi' l'unico futuro che possiamo desiderare per l'umanita'". "Il mondo adesso e' al bivio" ha valutato Jakob Finci, presidente della comunita' ebraica della Bosnia constatando che si puo' sopravvivere soltanto rispettando e accettando l'altro e il diverso.

Per il presidente del Consiglio europeo, Herman van Rompuy, anche lui presente all'incontro, Sarajevo resta un simbolo permanente di sofferenze ma anche di convivenza. Van Rompuy ha aggiunto pero' che le sofferenze non si possono ripetere e la garanzia permanente per questo sono i valori dell'Europa unita basati sulla civilta' della vita comune. "Senza l'Ue non ci sara' mai, ripeto, mai pace duratura nei Balcani" ha detto il leader europeo nel suo intervento segnato da molto euroottimismo. Infine, il presidente del Consiglio italiano, Mario Monti in toni simili ha rilevato che la globalizzazione impone nuove sfide e la piu' grande e' quella di come costruire societa' ricche in diversita'. I Balcani, in questo senso, sono il simbolo di tutte le difficolta' su questa via ma anche di possibilita' che si offrono, ha detto Monti aggiungendo che le crisi piu' pericolose sono quelle che minacciano le fondamenta umane sulle quali e' stata creata l'Europa. Il premier italiano ha espresso speranza che l'unificazione di diversi paesi dara' frutto. Bisogna salvaguardare la comune moneta, l'euro, perche' e' la cima dell'edificio gotico che si chiama Ue. I tre giorni dell'incontro mondiale per la pace, quest'anno a Sarajevo, sono proseguiti con una trentina di dibattiti nei quali si e' discusso di sfide nella costruzione di pace e collaborazione tra le religioni. A fine della riunione e' stato approvato un appello comune per la pace.

Il testo è tratto dalla corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi a Radio Radicale


PASSAGGIO IN ONDA

E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est trasmessa da Radio Radicale il 13 settembre. La trasmissione è riascoltabile nella sezione "In Onda" del blog oppure, insieme a quelle precedenti, sul sito di Radio Radicale.

lunedì 17 ottobre 2011

RICONCILIAZIONE NEI BALCANI: LA IGMAN INITIATIVE RINNOVA L'IMPEGNO

Ma l'Unione Europea non deve rallentare il processo di allargamento


I presidenti partecipanti alla 22esima sessione della Igman Initiative
di Marina Szikora [*]
Lo scorso venerdi' a Belgrado si e' riunita per la ventiduesima volta la cosiddetta Iniziativa Igman, questa volta sul tema "Prospettive europee, collaborazione e stabilita' della regione". L'iniziativa Igman, e' una rete di organizzazioni non governative, fondata nel 2000 con l'obiettivo di contribuire alla piu' accelerata normalizzazione delle relazioni tra i paesi firmatari del Accordo di pace di Dayton che ha posto fine alla guerra in Bosnia Erzegovina nel 1995. Il nome e' dato come segno di memoria alla primavera del 1995 quando 38 intellettuali e attivisti antimilitaristi della Serbia e Montenegro, dopo 48 ore di viaggio attraverso l'Ungheria e la Croazia, attraversando il monte Igman e un tunnel improvvisato, entrarono nella Sarajevo sotto l'assedio dell'esercito della Republica Srpska.

La riunione di venerdi' scorso ha visto incontrarsi i presidenti della regione, della Serbia, Croazia, Montenegro e della Bosnia che a fine riunione hanno firmato una dichiarazione congiunta in cui invitano l'Ue, nonostante la crisi, di "non perdere di vista l'importanza del processo di allargamento" come strumento per stabilizzare la pace. Nella dichiarazione dei presidenti Boris Tadić, Ivo Josipović, Filip Vujanović e Željko Komšić, alla cui firma ha assistito anche il commissario all'allargamento Štefan Feule, si afferma che la prospettiva dell'adesione all'Ue e' il motore e il garante della pace e stabilita' della regione e dell'Europa sudorientale. "Restiamo fermamente impegnati per la soluzione delle questioni aperte attraverso il dialogo ed i negoziati nello spirito di buon vicinato e sulle basi del diritto internazionale" si legge nel documento dei quattro presidenti. Essi confermano la "piena determinazione che ciascuno dei paesi nelle relazioni reciproche lavorino in modo tale da aiutare ad altri di adempiere tutte le condizioni per la piena adesione all'Ue".

Nella dichiarazione c'e' scritto anche che la solidarieta' e sostegno reciproco sono i principi fondamentali sui quali i quattro stati vogliono costrurie il comune futuro europeo. Concordano che il processo di riconciliazione iniziato deve continuare. In questo senso il ruolo decisivo ha la stretta collaborazione delle giustizie dei singoli paesi e cio' non soltanto per quanto riguarda le persecuzioni e le punizioni dei crimini di guerra bensi' di tutte le forme della criminalita' organizzata. I presidenti sottolineano di essere consapevoli della profonda crisi economica in Europa e nel mondo, concordano che con l'apertura economica tra i loro paesi e l'eliminazione di ogni tipo di ostacolo alla collaborazione economica di ogni singolo paese e di tutti insieme tutti diventeranno piu' resistenti e capaci della ripresa economica. I firmatari del documento hanno espresso soddisfazione perche' la Croazia ha terminato con successo i negoziati di adesione, le aspettative della Serbia di ottenere lo status di candidato entro la fine dell'anno e la data dell'inizio dei negoziati, il Montenegro la data dell'inizio dei negoziati e che la BiH consegni l'applicazione Ue per lo status di candidato altrettanto a fine anno.

Alla riunione dell'Iniziativa Igman, a soli due giorni dalla presentazione del rapporto della Commissione europea sull'avanzamento dei paesi candidati e quelli che lo vogliono diventarlo, il presidente croato Ivo Josipović ha detto che per progredire la collaborazione tra Croazia ed i suoi vicini bisogna fare ancora molto e che insieme al commissario europeo Stefan Feule e con i colleghi serbo, montenegrino e quello della Bosnia Erzegovina ha ribadito l'impegno per il rafforzamento delle relazioni e della collaborazione nonche' un lavoro comune sulla riconciliazione tra i loro paesi. I paesi della regione, ha rilevato Josipović, nel loro commino verso l'Ue, hanno la responsabilita' innanzitutto verso i loro cittadini, di dire loro la verita' sulle riforme difficili e sulle decisioni che bisogna prendere, che nel senso economico puo' essere ancora peggio ma che tutto cio' potra' essere superato. "Abbiamo anche la responsabilita' verso i nostri vicini, di non esportare la crisi, di non creare nemici e di non mancare ai nostri obblighi" ha detto il capo dello stato croato. La verita', ha detto, non e' facile e non e' semplice, ma e' un partenariato indispensabile. E' indispensabile non soltanto quando si tratta di questioni 'scottanti' della storia, bensi' anche quando si tratta della soluzione delle questioni di persone disperse, profughi, di secessione, patrimonio e responsabilita' per crimini di guerra, ha detto Josipović e ha aggiunto che "tutto quello che possiamo, dobbiamo risolvere da soli, senza indugi e senza compromessi". Ha ripetuto che i vicini della Croazia possono contare con l'appoggio della Croazia anche dopo il suo ingresso nell'Unione.

Secondo il commissario Ue all'allargamento Stefan Feule, la collaborazione regionale e la politica di buon vicinato sono gli elementi chiave della politica dell'allargamento dell'Ue e questi principi, ha sottolineato Feule, sono stati approvati nella strategia dell'allargamento dell'Unione per il 2011. "I principi fondamentali del progetto europeo sono la riconciliazione permanente tra i suoi stati membri" ha detto l'eurocommissario aggiungendo che una riconciliazione permanente non e' possibile senza affrontare il passato e cercare la verita'. Fuele ha sottolinato che nella regione balcanica, per quanto riguarda la riconciliazione, e' stato fatto molto negli ultimi anni. Salutando la volonta' dei partecipanti a questa riunione di impegnarsi per il ritorno dei profughi, Feule ha detto che la Commissione europea offrira' appoggio finanziario al progetto comune a tal proposito ed aiutera' l'organizzazione della conferenza di donatori prevista per la primavera del 2012. Per quanto riguarda la collaborazione efficace e costruttiva, il commissario all'allargamento ha sottolineato in particolare l'importanza del dialogo tra Belgrado e Priština.

Il presidente della Serbia Boris Tadić da parte sua ha detto che il comune obiettivo strategico dell'adesione della Serbia, Croazia, Montenegro e BiH all'Ue si puo' raggiungere esclusivmante rafforzando la collaborazione e risolvendo tutte le questioni aperte in modo democratico, attraverso il dialogo fondato sulla reciproca fiducia. Ma le questioni aperte che pesano sulle relazioni bilaterali dei singoli paesi non possono e non devono, secondo le parole di Tadić, essere utilizzate in modo tale da causare danni al loro processo di eurointegrazione. "Ritengo che la riconciliazione tra gli stati ed i popoli in questa parte d'Europa sono uno dei processi e delle sfide piu' importanti che oggi stiamo affrontando. Per questa ragione e' indispensabile che i paesi della regione senza riserve condannino i crimini di guerra ed i loro perpetratori" ha detto Tadić.
Il presidente della Presidenza tripartita della BiH, il croato Željko Komšić ha detto che ne' per la BiH ne' per l'intera regione non c'e' alternativa all'ingresso nell'Ue e ha salutato il ruolo della societa' civile nel processo di collaborazione e riconciliazione. Komšić ha sottolineato che la BiH non ha una posizione unica relativa al "ritmo e la metodologia" dell'adesione all'Ue e che ci sono problemi nell'adattamento dell'amministrazione del Paese. Il capo dello stato monentegrino, Filip Vujanović ha rilevato l'importanza della stabilita' regionale in quanto condizione per le integrazioni eruopee di tutta la regione.

[*] Corrispondente di Radio Radicale. Il testo fa parte della corrispondenza per la prossima puntata di Passaggio a Sud Est (in onda il 20 ottobre 2011).

giovedì 8 settembre 2011

ITALIA-CROAZIA: NAPOLITANO E JOSIPOVIC INSIEME PER LA RICONCILIAZIONE

Di Marina Szikora [*]
"Siamo davanti a voi questa sera in nome dei nostri Stati e dei nostri popoli. Intendiamo testimoniare, come gia' a Trieste lo scorso anno, la ferma volonta' di far prevalere il tanto che ci unisce su quello che ci ha dolorosamente diviso in un tormentato periodo storico, segnato da guerre tra Stati ed etnie". Queste le parole di una dichiarazione congiunta con cui il Presidente della Repubblica Italiana, Giorgio Napolitano, e il Presidente della Repubblica di Croazia, Ivo Josipović, hanno aperto il Concerto "Italia e Croazia insieme in Europa" nell'Arena di Pola sabato scorso 3 settembre. "Oggi - hanno proseguito i due Presidenti - i nostri Paesi e le nostre società sono liberi da ogni ideologia fondata sulla discriminazione. Oggi, a seguito della chiusura dei negoziati di adesione per l'ingresso della Croazia nell'Unione Europea, i popoli croato e italiano hanno un futuro comune nell'Europa unita su basi democratiche. Fra breve non vi saranno confini fra i nostri due Paesi". Sulle fondamenta storiche i due popoli uniti da piu' di mile anni di convivenza in una comune civilta' e cultura possono costruire una pace stabile e prospera, hanno sottolineato Napolitano  e Josipović. Ma hanno tenuto doveroso ricordare anche i lati oscuri della storia comune: „Nel passato sono stati commessi gravi errori ed ingiustizie. Nel secolo scorso, il secolo horribilis della storia dell'umanità, questi errori e queste ingiustizie sono stati pagati con i tragici destini di centinaia di migliaia di innocenti", hanno detto i due Presidenti e hanno rilevato che questa e' "l'occasione per ricordare la tragedia delle vittime del fascismo italiano che perseguitò le minoranze e si avventò con le armi contro i vicini croati, e sempre operò contro la libertà e la vita degli stessi italiani. Questa è l'occasione per ricordare le vittime italiane della folle vendetta delle autorità postbelliche dell'ex Jugoslavia. Gli atroci crimini commessi non hanno giustificazione alcuna. Essi non potranno ripetersi nell'Europa unita, mai più".

Il Presidente Napolitano e il Presidente Josipović hanno quindi condannato "ancora una volta le ideologie totalitarie che hanno soppresso crudelmente la libertà e conculcato il diritto dell'individuo di essere diverso, per nascita o per scelta“. “In nome dei nostri popoli e per il futuro di tutti noi e dei nostri figli, ci inchiniamo davanti alle vittime che hanno perso la propria vita o il proprio radicamento famigliare" sono state le parole dei due presidenti. “Nel perdonarci reciprocamente il male commesso, volgiamo il nostro sguardo all'avvenire che con il decisivo apporto delle generazioni piu' giovani vogliamo e possiamo edificare in un'Europa sempre piu' rappresentativa delle sue molteplici tradizioni e sempre piu' saldamente integrata dinanzi alle nuove sfide della globalizzazione" hanno proseguito Giorgio Napolitano leggendo il testo in italiano e Ivo Josipović in lingua croata concludendo che "Le nostre minoranze -  la numerosa minoranza italiana in Croazia e quella piccola benché vitale croata in Italia, incarnano l'intrecciata profondità delle nostre radici. La Croazia e l'Italia, insieme ed individualmente, opereranno senza riserve in favore dei diritti e della dignita' umana, della fratellanza dei popoli e degli individui nella comune casa europea".
Per la maggior parte dei media croati si e' trattato di un trionfo delle relazioni tra Italia e Croazia in cui si e' voluto girare definitivamente la pagina relativa ai pesi del passato che nella comune famiglia europea devono essere permanentemente superati. Per la prima volta dopo 66 anni dalla Seconda guerra mondiale e 64 anni dalla firma dell'accordo di pace con il quale l'Istria, Fiume e la Dalmazia sono appartenuti alla Croazia, in uno stesso luogo, si sono riuniti numerosi rappresentanti della comunita' italiana in Croazia, poi gli esuli dell'Italia, ma anche gli antifascisti istriani ed i cittadini croati, in presenza dei due presidenti, nell'arena di Pola, il simbolo dell'identita’ di Pola e dell'intera Istria ma anche simbolo delle sofferenze degli italiani dove oltre sei decenni fa si e' svolto il dramma di un esodo di massa, scrive il quotidiano croato di Fiume 'Novi list'. Prima del concerto, i presidenti Napolitano e Josipović hanno incontrato i rappresentanti delle organizzazioni degli esuli. Dopo questo incontro si e' svolto anche quello con i rappresentanti della Lega degli antifascisti il cui presidente, Ratko Maričić ha detto che per loro questo incontro „e' un riconoscimento simbolico che le fondamenta della Croazia si trovano nella lotta antifascista e sui valori dell'antifascismo la Croazia entra nell'Ue“. A fine degli incontri, Napolitano e Josipović hanno piantato simbolicamente una pianta d'ulivo davanti all'Arena di Pola.
Nell'Arena di Pola, scrive l'editorialista del quotidiano di Zagabria Vjesnik Jurica Koerbler, il luogo che nel passato e' stato centro di eventi burrascosi, e' stata raccontata nuovamente la storia degli italiani e dei croati che altrettanto avevano un passato difficile mentre adesso sono l'esempio di due paesi con relazioni di buon vicinato e collaborazione nella nuova Europa. Il passato non si puo' e non si deve dimenticare, ma scavarvi in continuazione apre nuove dolorose ferite. La Croazia e l'Italia hanno superato queste lezioni, scrive l'editorialista di 'Vjesnik' e aggiunge che non e' stato facile. Ancora alcuni anni fa ci sono state anche delle scintille per quanto riguarda la questione degli esuli, fascisti, crimini, fosse. Ognuno aveva la sua verita'. Il messaggio dei due presidenti a Pola e' quello di un appello al dialogo, collaborazione e amicizia. Certamente, gli accordi di Osimo non sono una soluzione ideale, afferma il giornalista croato, restano ancora le questioni aperte del risarcimento, ma cio' va risolo in modo calmo e reale, senza tensioni. Che ci sono ancora problemi lo dimostrano anche le reazioni della minoranza italiana dopo la decisione della Corte costituzionale croata di negare la possibilita' al diritto del doppio voto. Anche in questa occasione, il rappresentante della minoranza italiana si e' appellato al Presidente Josipović di impegnarsi alla riconsiderazione di questa decisione. Come si afferma nell'articolo che porto alla vostra attenzione, l'Italia, nonostante molte difficolta', e' un gigante economico e un paese di incredibili potenziali. E' un' illusione che possiamo cambiare o imparare solo una parte di quello che gli italiani sanno e sono in grado di fare. Pero' con gli amici e' sempre piu' facile anche quando si tratta di economia…i nostri imprenditori devono imparare almeno qualche lezione iniziale di tutte quelle che gli italiani con talento sono stati capaci di imparare tanto tempo fa.
[*] Corrispondente di Radio Radicale. Il testo è tratto dalla corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi. 

PASSAGGIO IN ONDA

La puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi a Radio Radicale

Sommario della trasmissione

La prima parte del programma è dedicato alla crisi diplomatica tra Turchia e Israele: cosa sta succedendo tra Ankara e Tel Aviv e quali sono le ragioni dello scontro tra le uniche due democrazie dell'area mediorientale. Intervista a Stefano Torelli, ricercatore presso l'Ispi e l'Icts.

La crisi politica in Bosnia Erzegovina da quasi un anno senza governo centrale: colloqui tra le forze politiche per cercare di risolvere la situazione.

Crimini di guerra: il Tribunale internazionale ha condattato l'ex capo di stato maggiore dell'esercito jugoslavo Momcilo Perisic a 27 anni per i crimini commessi in Bosnia e Croazia.

Dopo le violenze di fine luglio e le tensioni sulla linea di confine, sono ripresi a Bruxelles i colloqui tecnici tra Kosovo e Serbia.

La situazione politica in Albania: il Partito socialista fa il punto della situazione ed emergono critiche verso il leader Edi Rama dopo la sconfitta alle elezioni per il comune di Tirana.

Riconciliazione: l'incontro a Pola tra il presidente italiano Giorgio Napolitano e quello croato Ivo Josipovic.

In apertura di trasmissione l'intervento di Emma Bonino al Senato durante il dibattito sulla manovra economica: la crisi globale rischia di far fallire il progetto dell'unità europea; è indispensabile riprendere l'ideale federalista e spinelliano degli Stati Uniti d'Europa.

La trasmissione è stata realizzata con la collaborazione dei corrispondenti Marina Szikora e Artur Nura ed è riascoltabile qui



oppure sul sito di Radio Radicale, nella sezione delle Rubriche, insieme a tutte quelle precedenti.

venerdì 2 settembre 2011

JOSIPOVIĆ E TADIĆ DECISI SULLA RICONCILIAZIONE

Boris Tadic e Ivo Josipovic
Di Marina Szikora [*]
Il presidente croato Ivo Josipović e' in visita ufficiale in Serbia e ai margini di questa due giorni, giovedi' ha incontrato il suo collega serbo Boris Tadić. E' stato un incontro bilaterale a porte chiuse ma in toni amichevoli, cosi' almeno i commenti della stampa a seguito di una dichiarazione congiunta dei due capi di stato in un momento molto importante per i rapporti tra i due paesi vicini. Josipović e Tadić hanno sottolineato che le relazioni tra Croazia e Serbia sono troppo importanti, sia per i due stati che per i loro popoli, nonche' per l'intera regione, e quindi non si puo' mettere in dubbio il loro sviluppo con “dichiarazioni smisurate”. Hanno ripetuto il reciproco sostegno all'ingresso nell'Ue rilevando che le questioni aperte tra i paesi non verranno risolte nel contesto dell'integrazione europea. Tadić ha sottolineato ancora una volta che insieme al presidente Josipović ha fatto tutto affinche' le relazioni tra i due stati siano alzati al massimo livello e che questa prassi bisogna continuarla. Entrambi hanno rilevato che solleciteranno i propri governi affinche' siano accelerate le soluzioni di tutte le questioni aperte, a partire da quella dei profughi fino ai diritti delle minoranze. Particolare accento hanno posto sulla necessita' di stabilire il destino delle persone disperse in quanto la questione umanitaria prioritaria, dello svolgimento di una conferenza internazionalte di donatori per i profughi nonche' la necessita' di risolvere i problemi giuridici e di proprieta' dei profughi.

Va sottolineato che i due presidenti si sono incontrati a Belgrado ai margini del summit dei capi di stato dell'Europa sudorientale. Prima del suo incontro con Boris Tadić, il presidente croato Ivo Josipović, all'inizio della sua due giorni in Serbia in occasaione del summit a Viminacium nei pressi di Požarevac, ha dichiarato che i contenziosi verbali temporanei tra le autorita' della Croazia e della Serbia non possono influenzare sulle relazioni tra i due paesi che, come ha valutato, stanno progredendo costantemente. Per l'agenzia di stampa serba Tanjug, Josipović ha detto che i rapporti tra i due paesi sono "assolutamente in ascesa" e ha aggiunto che sin dai tempi della guerra molte cose sono cambiate ed e' stata promossa la collaborazione in molti settori importanti. "I conflitti verbali esprimono certe posizioni in certi momenti, la gente si contrasta anche ma deve altrettanto riconciliarsi", ha sottolineato il presidente croato. Per quanto riguarda le questioni aperte, tra cui quelle delle persone disperse, dei crimini e del ritorno dei profughi, Josipović ha detto che con il tempo si e' creato comunque un clima migliore. "Naturalmente, in questo periodo, soprattutto nei tempi di transizione, elezioni, come di consueto nei rapporti tra gli stati e all'interno degli stati, ci sono anche delle oscillazioni. Forse adesso siamo stati in un periodo di oscillazioni, ma io non le ritengo importanti", ha detto Josipović intenzionato ad ammorbidire il gelo che si e' costruito attualemtne nelle relazioni tra Serbia e Croazia con le ultime dichiarazioni della premier croata Jadranka Kosor e le repliche dei vertici serbi, in particolare quelle del ministro degli esteri serbo Vuk Jeremić.

Lo sforzo dei due presidenti, Josipović e Tadić, di impegnarsi fermamente per un avanzamento delle relazioni in tutta la regione balcanica a fin di raggiungere l'indispensabile riconciliazione permanente che possa garantire pace e stabilita' in tutta l'Europa sudorientale, fortunatamente, va avanti instancabilmente.
[*] Corrispondente di Radio Radicale

giovedì 11 agosto 2011

JOSIPOVIC: UN GIORNO CROATI E SERBI CELEBREREANNO INSIEME IL GIORNO DELLA VITTORIA


Ivo Josipovic
Di Marina Szikora [*]
"Credo che arrivera' il giorno in cui i croati ed i serbi a Knin celebreranno la vittoria della Croazia, quando insieme depositeremo le corone sul monumento in memoria a tutte le vittime innocenti della guerra, croati e serbi che siano. Sicuramente ci vorra' ancora del tempo affinche' questo avvenga, ma avvera'". Con queste parole, il presidente croato Ivo Josipović in una intervista al quotidiano croato 'Jutarnji list' ha parlato della Giornata della Vittoria del 5 agosto, in cui ogni anno la Croazia celebra il ricordo dell'operazione militare croata 'Tempesta' che nel 1995 libero' una gran parte della Croazia sotto occupazione dei serbi ribelli della Krajina. La vicenda che per i cittadini croati rappresenta una memoria d'orgoglio nazionale, al tempo stesso e' una memoria delle vittime civili serbe morte nel corso e dopo l'operazione Tempesta. I due ex generali croati, Ante Gotovina e Mladen Markač sono stati condannati in un processo di primo grado ad altissime pene carcerarie dal Tpi dell'Aja per aver commesso crimini di guerra. Come ha scritto 'Jutarnji list' in occasione della festa nazionale croata celebrata lo scorso 5 agosto, "il fatto e' che la giornata della liberazione di Knin, la giornata che i croati celebrano come   una delle feste nazionali piu' importanti, tra molti serbi croati suscita emozioni dolorose  e spesso molto amare".

La Tempesta e' per la maggior parte dei croati e cittadini della Croazia una giornata storica, il giorno in cui la Croazia ha restituito il suo territorio, l'autorispetto e ha eliminato l'occupazione. La Tempesta ha aperto le porte alla liberta' e alla democrazia, allo sviluppo della Croazia in un paese di standard europei, ha ricordato nell'intervista il presidente Josipović. Dobbiamo comprendere i serbi che piangono i loro parenti e amici. Loro sono tristi come i croati sono tristi per le loro vittime. Commemoreremo insieme la Tempesta nel momento in cui i serbi accetteranno la verita' politica e storica delle ragioni della guerra e della Tempesta, quando entrambe le parti comprenderanno il dolore degli altri, quando ugualmente condanneranno tutti i crimini, ha sottolineato Ivo Josipović. Il presidente croato e' convinto che la riconciliazione dei croati e serbi e' possibile e che questo e' un presupposto dello sviluppo, ma ha rilevato che la maggioranza dei croati e serbi in Croazia non ha bisogno di speciali riconciliazioni. La guerra, ha ricordato il capo dello stato croato, ha lasciato molti traumi difficili ed e' comprensibile che questa gente accetta difficilmente la riconciliazione globale. Tuttavia, le cose vanno avanti. La riconciliazione tra Croazia e Serbia, ha sottolineato Josipović, e' un processo che da' risultati visibili. Basta vedere quanta gente attraversa la forntiera, si reca in viaggi turistici, fa commercio. Vi e' anche la collaborazione delle polizie e delle procure di stato dei due paesi nella lotta contro la criminalita' organizzata, dice Josipović.

Alla domanda come e' possibile cambiare i profondi contrasti tra croati e serbi relativi all'interpretazione della Tempesta, il presidente croato risponde che sono necessari la persistenza nei colloqui, comprensione reciproca, rispetto di tutte le vittime, condanna di tutti i crimini. Naturalmente anche l'attuazione in pratica di tutte le leggi che salvaguardano la posizione delle minoranze nazionali. Bisogna poter essere croato politico, quindi un cittadino  della Croazia responsabile e al tempo stesso serbo di nazionalita'. "Oserei dire che gia' oggi i serbi croati, o almeno un numero maggiore di essi, lo e' di gia'. Nello stesso modo, i croati devono imaparare che l'esistenza delle tradizioni e delle culture di minoranze serbe, bosgnacche, italiane, ungheresi o altre in Croazia non minacciano l'identita' nazionale croata di nessuno" ha detto il presidente Josipović. Ma ci vorra' ancora del tempo affinche' l'impegno instancabile del presidente croato diventi una realta' veramente vivente. Nemmeno quest'anno il ricordo croato della Tempesta non e' passato liscio nei confronti della Serbia. A provocare nuovi contrasti ci ha contribuito questa volta la premier croata Jadranka Kosor la quale nel suo intervento alla ceremonia centrale a Knin, ha salutato e ringraziato i generali croati Ante Gotovina e Mladen Markač per essere stati al comando dell'azione militare croata.

Non e' mancata subito la reazione del presidente serbo Boris Tadić che ha fermamente condannato tali dichiarazioni ribadendo che la Tempesta ha portato alle sofferenze di vittime innocenti e all'esodo di oltre 200.000 serbi della Krajina. Tadić ha sottolineato di ritenere molto importante che tutti gli accusati di crimini di guerra, compresi i generali croati condannati in una sentenza di primo grado, si trovino all'Aja. Il presidente serbo ha detto che le dichiarazioni di Jadranka Kosor non contribuiscono allo sviluppo delle relazioni di buon vicinato tra Serbia e Croazia che si impegnano ad alzare la loro collaborazione ad un livello piu' alto dopo "conflitti difficili" negli anni novanta sul territorio dell'ex Jugoslavia e che hanno "lasciato un gran numero di morti, dispersi e scacciati dalle loro case". Secondo Tadić, non si possono glorificare criminali di guerra e ha sottolineato che "i rappresentanti della Serbia democratica, la quale collabora con il Tribunale dell'Aja e ha estradato 46 imputati di crimini di guerra, non lo hanno fatto mai". Nella sua risposta, la premier croata ha detto di aver salutato i generali croati perche' "e' stato pericoloso" rimanere in silenzio davanti alle richieste del presidente della Serbia Tadić di non festeggiare la Tempesta. Un comunicato dell'Ufficio della premier croata sottolinea che la Tempesta e' stata un'azione legittima e giusta che ha sconfitto la politica di agressione di Slobodan Milošević. Oltre che liberare il territorio occupato della Croazia, la Tempesta rappresenta la vittoria contro il tirrano ed ha aperto ai vicini la via verso la democrazia.

[*] Corrispondente di Radio Radicale. Il testo è tratto dalla corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi

Aggiornamento: questo post è stato selezionato come articolo del giorno di oggi - gioved' 11 agosto - sulla prima pagina dell'edizione italiana di Paperblog

lunedì 22 novembre 2010

I BALCANI DA VUKOVAR A BRUXELLES


La definitiva pacificazione dei Balcani occidentali, premessa indispensabile per la loro integrazione nell'Unione Europea, passa inevitabilmente dal difficile, lungo e complesso cammino di riconciliazione dopo le tragedie delle guerre jugoslave degli anni '90. Croazia e Serbia, per merito dei rispettivi presidenti Ivo Josipovic e Boris Tadic, hanno compiuto recentemente passi importanti, ma molta strada resta ancora da fare, soprattutto per la Serbia che deve al più presto assicurare alla giustizia internazionale i due ultimi super latitanti Ratko Mladic e Goran Hadzic.
Qui di seguito la trascrizione della parte dedicata al tema della corrispondenza di Marina Szikora per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 20 novembre a Radio Radicale.

Il presidente serbo BorisTadic e quello croato Ivo Josipovic
in occasione del loro primo incontro il 24 marzo 2010

19 anni dopo la caduta di Vukovar
Quando si parla di collaborazione regionale e dell'impegno per la stabilita' nella regione, il maggiore passo ultimamente e' stato compiuto dalla Croazia e dalla Serbia per superare tutte le ferite ancora fortemente presenti come conseguenza della guerra di occupazione serba contro la Croazia. Ma giovedi', 18 novembre, tutta la Croazia si e' fermata in ricordo della piu' atroce vicenda di questa guerra, la caduta della citta' martire Vukovar. E proprio Vukovar e la fattoria Ovcara, nelle sue vicinanze sono stati i luoghi del recente incontro tra i due presidenti, Boris Tadic ed Ivo Josipovic per rendere omaggio alle vittime che ad Ovcara furono brutalmente uccise dalle forze serbe. E' stata la prima volta che un presidente della Serbia si e' inchinato davanti alle vittime porgendo scuse a nome del suo popolo che ha compiuto questi pesanti crimini di guerra e contro l'umanita'. Ma Vukovar e' tutt'ora una realta' in cui le conseguenze delle sofferenze sono ancora ben impresse nella memoria dei suoi cittadini e l'attesa convivenza e' ancora molto molto difficile. Mancano all'appello oltre mille persone scomparse e molti crimini aspettano ancora il giudizio contro gli esecutori. «Non c'e' pace senza giustizia» ha detto il presidente croato Ivo Josipovic che insieme alla premier Jadranka Kosor ha visitato nel giorno dell'anniversario della caduta di Vukovar anche Skabrnja, altro luogo di un massacro dei civili croati. Giovedi', in ogni canto della Croazia c'erano candele accese e rose rosse in memoria di Vukovar, della citta' e dei suoi abitanti che 19 anni fa subirono crimini inimmaginabili per mano degli agressori serbi. Quest'anno l'omaggio alla citta' ed agli eroi di Vukovar hanno reso circa 20 mila persone arrivate da tutta la Croazia. Nella tradizionale marcia hanno camminato 5,5 chilometri fino al Cimitero memoriale delle vittime della Guerra per la Patria. Nella marcia hanno preso parte anche il capo dello stato Ivo Josipovic, il presidente del Parlamento Luka Bebic, la premier Jadranka Kosor, il presidente della Conferenza episcopale croata Marin Srakic, nonche' ministri e deputati del Sabor mentre la marcia e' stata capeggiata dai membri della Societa' croata di prigionieri dei campi di concentramento serbi. Marciando, il presidente Josipovic ha detto che «Vukover e' stata grande nella sua vittima ma anche nella sua capacita' di perdonare». Ha sottolineato che il sacrificio di Vukovar e' qualcosa che il popolo croato custodira' per sempre nella sua memoria. «Ci ricordiamo con rispetto e ammirazione, ma al tempo stesso dobbiamo guardare al futuro per vedere come vivranno i giovani che vogliono rimanere in questa citta' – questo e' il messaggio odierno di Vukovar» ha detto il president del Parlamento Luka Bebic. La premier Jadranka Kosor ha ricordato che si rende omaggio a circa 1700 difensori croati e civili uccisi nella difesa di Vukovar nel 1991. «Ci ricordiamo di loro ma anche di circa 4000 feriti e circa 500 di coloro che si trovano ancora sulla lista di persone scomparse e tenute prigionieri» ha detto Kosor. L'ultimo comandante della difesa della citta' e della brigata di Vukovar, Branko Borkovic ha detto che dopo 19 anni dalla guerra «pare che sia arrivato finalmente il tempo in cui l'opinione pubblica croata pone le giuste domande sulla difesa di Vukovar». Ha valutato che ci si arrivera' di sicuro alla riconciliazione in Vukovar ma ne' piu' velocemente ne' piu' lentamente della riconciliazione tra, ad esempio, i francesi ed i tedeschi dopo la Seconda guerra mondiale.
Da ricordare che la lotta per Vukovar inizio' il 25 agosto 1991 quando l'ex esercito jugoslavo, JNA e le forze paramilitari serbe iniziarono l'attacco contro la citta'. La Vukovar assediata fu difesa da circa 1800 membri della guardia popolare croata e dalle forze di polizia nonche' da volontari arruolati nella brigata 204. dell'esercito croato. La difesa della citta' fu sconfitta il 18 novembre1991. La difesa di Vukovar contro le forze armat serbe durata sorprendentemente tre lunghi mesi e' la vicenda chiave della storia contemporanea croata poiche' i dati militari, politici ed internazionali testimoniano che senza Vukovar del 1991 non ci sarebbe stato lo stato attuale croato. Secondo le stime dell'ospedale di Vukovar, durante l'agressione e l'occupazione di Vukovar furono uccini o morirono circa 3600 difensori e civili. Circa 7000 difensori e civili croati furono portati nei campi di concentramento serbi mentre dalla citta' furono cacciati via circa 22.000 croati e altri non serbi. Sulla lista dei prigionieri e scomparsi nella Guerra per la Patria ci sono 310 persone della regione di Vukovar.

Skabrnja: un crimine senza giustizia
E sempre 19 anni fa, i membri dell'esercito jugoslavo e le forze paramilitari serbe, aiutate dall'aviazione, dai carri armati e dall'artiglieria del cosidetto corpo di Knin sconfissero la resistenza di difensori debolmente armati. Fu occupata cosi' Skabrnja. In questo luogo vennero uccise donne, bambini ed anziani. Durante l'occupazione durata diversi anni fino alla liberazione con l'operazione militare 'Tempesta' nel 1995 il numero delle vittime di Skabrnja aumento' ad 86. Altri sei abitanti di questo luogo morirono dopo la guerra a seguito di esplosioni di mine. Quest'anno per la prima volta alla commemorazione delle vittime di Skabrnja c'erano il presidente Ivo Josipovic e la premier Jadranka Kosor. Le rappresentanti dell'Associazione delle donne della guerra davanti alla chiesta di Santa Maria Vergine hanno collocato 86 sacchi neri con scritte di nomi delle vittime. Con questo gesto volevano avvisare i vertici dello Stato che per i crimini in questo piccolo luogo solo una persona, Zorana Banic, aveva scontato una perna carceraria di 6 anni. Nessuno di quelli che avevano ordinato questo crimine non sono stati portati mai davanti alla giustizia. I diciasette perpetratori di crimini sono stati invece accusati in contumacia ma nessuno di loro non e' ancora stato consegnato alla giustizia croata. Per questo motivo, in occasione della commemorazione, il presidente Josipovic ha detto ai tanti presenti che «non vi e' pace senza giustizia e che non basta che i crimini siano condannati in contumacia». «E' obbligo di tutti noi in Croazia che il crimine non sia dimenticato e la vittoria qui ottenuta e' la colonnna sulla quale bisogna costruire la pace» ha detto Josipovic. «Da Vukovar fino a Skabrnja, in 143 luoghi di fosse comuni stiamo ancora cercando 1024 difensori e civili», ha ricordato a Skabrnja la premier Jadranka Kosor.

Tribunale internazionale, Brammertz: Mladic molto probabilmente e' in Serbia
A proposito di crimini di guerra in ex Jugoslavia, il procuratore generale dell'Aja, Serge Brammertz ha dichiarato giovedi' all'Aja che il principale accusato del Tpi, Ratko Mladic o si nasconde con successo grazie ad una buona rete di sostenitori oppure la ricerca non e' abbastanza efficace, informa l'agenzia di stampa serba Beta. Brammertz ha detto ai giornalisti all'Aja di non pensare che oggi ci sono informazioni assolutamente affidabili sul luogo dove si trova Mladic e su chi e' quello che lo sostiene. «Se si nasconde, e' chiaro che non lo puo' fare da solo e che ci sia qualcuno ad aiutarlo. La domanda e' se si nasconde dalle mani della giustizia con successo e se ha una rete di sostenitori oppure la caccia al ricercato non e' sufficiente» ha detto il procuratore dell'Aja. Brammertz ha sottolineato che non c'e' dubbio che la chiave della soluzione e l'arresto dei super ricercati, Mladic e Hadzic, si trovi a Belgrado, che molto probabilmente loro si trovano in Serbia ma che c'e' sempre anche la possibilita' che Mladic e Hadzic non siano in Serbia. Considerando il fatto che Mladic e' un generale, Brammertz ha affermato che c'e' senso indagare sul possibile sostegno da parte delle strutture militari e di sicurezza, ma che non ci sono dati concreti a confermarlo. Il procuratore generale dell'Aja ha sottolineato che si e' mancato all'occasione di catturare Mladic nel 2006 e che in base alle informazioni disponibili si e' fallito in questa occasione volutamente. Secondo Brammertz e' molto importante che contro la rete di sostenitori ci sia un processo penale che servira' a rafforzare la pressione sugli ultimi due latitanti dell'Aja. Il procuratore capo ha aggiunto che rimarrebbe «una macchia scura» nell'eredita' del Tribunale dell'Aja se Mladic e Hadzic non saranno catturati e portati davanti alla giustizia.
Mercoledi', Brammertz ha inviato al Consiglio di Sicurezza dell'Onu il suo rapporto sulla collaborazione della Serbia con il Tribunale dell'Aja, scrive il quotidiano di Belgrado 'Blic'. L'informazione arriva dallo stesso Brammertz che presentera' il rapporto ufficialmente il prossimo 6 dicembre. Il procuratore generale ha precisato che il suo rapporto e' la continuazione di quanto elaborato lo scorso giugno con in piu' le raccomandazioni su come migliorare le azioni di ricerca dei fuggitivi. Brammertz ha spiegato inoltre che il rapporto inviato al Consiglio di sicurezza e' stato finalizzato a seguito della sua visita lunedi' a Belgrado ma non specifica nessun detaglio relativo al documento. Il capo dell'Ufficio del governo serbo per la collaborazione del Tribunale dell'Aja, Dusan Ignatovic ha detto per l'agenzia Tanjug, che anche se non ha avuto modo di leggere il rapporto, non si aspetta che questo documento sara' notevolmente diverso rispetto a quello precedente.
Nella sua valutazione sulla situazione relativa a Mladic, Brammertz ha sottolineato che tutti si aspettavano che dopo l'arresto di Radovan Karadzic, anche l'ex generale serbo bosniaco Mladic sarebbe stato arrestato presto. Ma da allora sono passati due anni e mezzo e ci deve essere una ragione perche' cio' non e' ancora avvenuto ha detto Brammertz aggiungendo che Mladic e' stato rivisto per l'utima volta in Serbia nel 2006.
                                                   

sabato 6 novembre 2010

VUKOVAR: 19 ANNI DOPO LA SERBIA CHIEDE SCUSA

Il presidente serbo Boris Tadic (a sinistra), rende omaggio
alle vittime del massacro di Ovcara. Accanto a lui il presidente
croato Ivo Josipovic (Foto Reuters)

di Marina Szikora [*]
Diciannove anni dalla tragedia di Vukovar e dal massacro di Ovčara, che dopo il genocidio di Srebrenica vengono considerate come le maggiori atrocita' delle guerre degli anni Novanta, Boris Tadić e' stato il primo presidente serbo a recarsi nella citta' martire croata e a rendere omaggio alle vittime pronunciando profonde parole di scusa e di rammarico per i crimini che sono stati commessi. Come annunciato, arrivato a Vukovar con il traghetto che collega le due sponde del Danubio, quella croata e quella serba, ad accoglierlo e' stato il presidente della Croazia Ivo Josipović. Ai due presidenti si e' riunita poi anche la premier croata Jadranka Kosor. Questo indubbiamente e' stato il maggiore evento in Europa sudorientale, una vicenda seguita con attenzione da tutti i media della regione ma anche dalle principali agenzie internazionali. Oltre 40 testate e 200 gironalisti e camerman hanno seguito la piu' iimportante vicenda politica degli ultimi anni. Dopo l'omaggio e i discorsi molto emozionanti alla fattoria di Ovčara dove furono uccisi oltre 200 soldati, civili e feriti dell'ospedale di Vukovar, i due presidenti hanno incontrato le associazioni delle vittime della Guerra per la patria di minoranza serba. Successivamente, Tadić e Josipović hanno depositato corone anche a Paulin Dvor, nei pressi di Osijek, dove sempre nel 1991 furono uccisi 19 serbi civili. Da Belgrado, il presidente Tadić ha portato 25 documenti sequestrati nel 1991 dall'ospedale di Vukovar che potrebbero aiutare nella ricerca degli oltre 1000 scomparsi croati di cui non si ha avuto da allora nessuna informazione.

"Sono venuto qui per inchinarmi davanti alle vittime ed e' mia intenzione rendere loro omaggio. Sono qui, perche' inchinandomi davanti alle vittime, voglio ancora una volta esprimere parole di scusa e di rammarico e creare la possibilita' affinche' Serbia e Croazia girino una nuova pagina della storia“ ha detto il presidente serbo Tadić ad Ovčara, simbolo delle sofferenze del popolo croato nella Guerra per la Patria. „E' mio desiderio di creare la possibilita' affinche' i nostri figli siano sollevati dal peso del passato e si realizzi una politica di buon vicinato e di collaborazione che apre le possibilita' alla gente – una politica che e' del tutto contraria a quella degli anni novanta“ ha aggiunto Tadić. "Siamo venuti a Vukovar e ad Ovčara per rendere omaggio alle vittime e per porre le condoglianze alle famiglie, ma anche per dimostrare che ogni crimine sara' punito“ ha detto il presidente croato Ivo Josipović. "Siamo venuti qui per dimostrare che e' possibile una politica diversa – una politica di pace“ ha sottolineato il capo dello stato croato rilevando che e' suo desiderio affinche' questo evento sia un nuovo stimolo per trovare il destino delle persone scomparse, il rispetto di tutte le vittime e l'apertura di una nuova pagina nelle relazioni tra i due paesi. Le due corone depositate ad Ovčara – il luogo dove i membri dell'esercito jugoslavo e delle forze paramilitari serbe avevano liquidato il 20 novembre 1991, 200 civili e soldati, maggiormente pazienti dell'ospedale di Vukovar – portano la stessa semplice ma importatne scritta: „Alle vittime innocenti“.

Questo evento, pero' ha suscitato ovviamente anche delle critiche e protesta. Cosi' ad Ovčara una 50-tina di persone hanno manifestato con candele accese e preghiera. Si tratta di mogli di Vukovar e di madri di Lovas e Sotin nonche' di difensori ed invalidi della Guerra. I manifestanti hanno sottolineato che non si oppongono a nessuna visita e alle condoglianze ma che chiedono soprattutto la verita' su tutte le vittime, in particoalare quelle scomparse. Sulla via verso Ovčara, i due presidenti hanno trovato anche un centinaio di manifestanti – membri del Partito croato del diritto. Portavano cartelloni con scritte tipo „le scuse non bastano“ , „Non sei benvenuto“, „Ivo stai sbagliando“. Molto impressionante e' stato l'incontro dei due presidenti e della premier croata con Vesna Bosanac, attualmente e all'epoca della guerra, direttrice dell'Ospedale di Vukovar.
A seguito del suo incontro con Tadic, la presidente del governo croato Jadranka Kosor ha detto che la visita del presidente serbo e' un momento importante nelle relazioni tra i due paesi e che con questa visita si apre un nuovo libro. „Con soddisfazione saluto tutto quello che il presidente serbo Boris Tadić ha pronunciato ad Ovčara e che ha reso omaggio alle vittime dei difensori e civili croati di Vukovar“ ha dichiarato Kosor. Si e' detta altrettanto soddisfatta che alla Croazia e' stata restituita una parte della documentazione sequestrata dall'ospedale di Vukovar nel 1991 di cui, come ha spiegato, si e' maggiormente parlato durante l'incontro con le associazioni delle vittime.
Durante l'incontro con i rappresentanti politici della minoranza serba in Croazia nonche' con i rappresentanti delle famiglie dei cittadini croati di nazionalita' serba che altrettanto cercano ancora i loro cari, Tadić ha detto: „Mi impegno che i croati in Serbia abbiano tutti i diritti e lottero' sempre per i diritti dei serbi che vivono in Croazia. E' una questione di principio politico, di valori comuni e di valori europei“ e ha aggiunto che si tratta dell'unico possibile aproccio se vogliamo parlare di riconciliazione e di un futuro comune in Europa Sudorientale. Da parte sua, Ivo Josipović ha spiegato che durante l'incontro e' stata confermata la posizione umana e politica che ogni crimine e' crimine e che ogni crimine deve essere condannato senza importanza da chi e contro chi e' stato commesso. La premier Kosor ha dichiarato invece che il suo Governo fa tutto per trovare e sepellire con dignita' i resti delle persone di nazionalita' serba sconparse durante le operazioni militari Lampo e Tempesta. Su questa lista, ha ricordato Kosor, ci sono 835 persone scomparse. Secondo le sue parole, si e' discusso anche del ritorno di profughi e di una prossima conferenza di donatori.

Alle domande dei giornalisti se ci sono state pressioni dall'estero, in particolare da Bruxelles alla realizzazione di questo incontro, il presidente serbo ha detto che a Vukovar si e' recato da uomo. „Nessuno ci ha costretti a questo passo, ne' Bruxelles ne' Washington, nessuno mi deve portare ne' a Srebrenica ne' a Vukovar“ ha risposto Boris Tadić sottolineando di esserci venuto come uomo e come presidente della Serbia. Il presidente Josipović da pare sua ha rilevato che „non e' ne' Washington, Bruxelles, Roma o Madrid a costringerci di fare quello che abbiamo fatto ieri, che facciamo oggi e quello che faremo domani, vale a dire compiere il processo di riconciliazione“. Bisogna girare ancora molte pagine di cui quella piu' difficile e' la pagina dei scomparsi, ha aggiunto il presidente croato.
All'indomani dell'evento di Vukovar, il commissario europeo all'allargamento Stefan Feule ha commentato che si tratta di „un passo importante verso la riconciliazione nei Balcani Occidentali“. Luoghi come questi dovrebbero diventare simboli di riconciliazione ed un esempio per tutti i Balcani Occidentali ha aggiunto Fuele sottolineando che Bruxelles presta particolare importanza alle relazioni di buon vicinato e alla collaborazione regionale come parte del processo di stabilizzazione e associazione. „Ci aspettiamo che questo lavoro esemplare continui“ ha concluso l'eurocomissario.
Reazioni arrivano anche dalla vicina Bosnia Erzegovina. Il neo presidente della Presidenza della BiH, Bakir Izetbegović ha valutato che nei Balcani si sta creando una nuova atmosfera la cui prova e' proprio l'incontro del presidente della Serbia Boris Tadić e del presidente della Croazia Ivo Josipović a Vukovar. „Non e' soltanto simbolico, poiche' le guerre nei Balcani sono finite da tanto tempo ed e' veramente arrivato l'ultimo momento per aprire prospettive migliori“ ha detto Izetbegović. Ha aggiunto pero' che i presidenti della Serbia e della Croazia, qualificati come leader della riconciliazione nella regione, non gli sono da esempio. Con dovuto rispetto verso Tadić e Josipović, ha detto Bakir Izetbegović, il suo desiderio e' quello di continuare la politica di suo padre, Izet.

[*] Corrispondente di Radio Radicale. Il testo è la trascrizione della parte della corrispondenza dedicata alla visita del presidente serbo Tadic a Vukovar per la puntata di Passaggio a Sud Est che andrà in onda questa sera a Radio Radicale