Intervista a Marta Ottaviani
Collaboratrice de La Stampa e di Avvenire
Ankara, la questione curda e lo stato della trattativa con il Pkk dopo la vittoria dei combattenti curdi a Kobane che, dopo oltre quattro mesi di assedio, anche grazie al sostegno della coalizione internazionale guidata dagli Usa, sono riusciti a sconfiggere l'Isis.
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lunedì 2 febbraio 2015
domenica 1 febbraio 2015
PASSAGGIO IN ONDA
E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est del 1 febbraio 2015.
La trasmissione e' ascoltabile direttamente qui di seguito oppure sul sito di Radio Radicale.
Sommario della puntata
La puntata odierna propone un'ampia pagina dedicata alle elezioni del 25 gennaio in Grecia che hanno prodotto la grande affermazione di Syriza e la formazione di un nuovo governo guidato da Alexis Tsipras: le reazioni, i commenti e le analisi nei Paesi della regione, in particolare in Albania, Croazia, Macedonia/Fyrom e Serbia.
Il secondo argomento riguarda la Turchia e alle conseguenze dopo la vittoria dei combattenti curdi a Kobane che dopo oltre quattro mesi di assedio, anche grazie al supporto della coalizione internazionale guidata dagli Usa, sono riusciti a sconfiggere l'Isis, con un'intervista a Marta Ottaviani, collaboratrice de La Stampa e di Avvenire.
Infine il Kosovo: l'opposizione è scesa in piazza contro il governo a Prisitina e in altre località (con scontri e molti feriti) sulla questione del complesso minerario di Trepce e anche contro le dichiarazioni di un ministro rappresentante della minoranza serba sugli albanesi che avevano impedito ad un gruppo di serbi di raggiungere un santuario in occasione del Natale ortodosso.
L'apertura è dedicata all'appello di Emma Bonino alla unità dei laici di tutto il mondo contro l'intolleranza, diffuso attraverso un'intervista al settimanale L'Espresso.
La trasmissione, realizzata con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura, è ascoltabile direttamente qui
La trasmissione e' ascoltabile direttamente qui di seguito oppure sul sito di Radio Radicale.
Sommario della puntata
La puntata odierna propone un'ampia pagina dedicata alle elezioni del 25 gennaio in Grecia che hanno prodotto la grande affermazione di Syriza e la formazione di un nuovo governo guidato da Alexis Tsipras: le reazioni, i commenti e le analisi nei Paesi della regione, in particolare in Albania, Croazia, Macedonia/Fyrom e Serbia.
Il secondo argomento riguarda la Turchia e alle conseguenze dopo la vittoria dei combattenti curdi a Kobane che dopo oltre quattro mesi di assedio, anche grazie al supporto della coalizione internazionale guidata dagli Usa, sono riusciti a sconfiggere l'Isis, con un'intervista a Marta Ottaviani, collaboratrice de La Stampa e di Avvenire.
Infine il Kosovo: l'opposizione è scesa in piazza contro il governo a Prisitina e in altre località (con scontri e molti feriti) sulla questione del complesso minerario di Trepce e anche contro le dichiarazioni di un ministro rappresentante della minoranza serba sugli albanesi che avevano impedito ad un gruppo di serbi di raggiungere un santuario in occasione del Natale ortodosso.
L'apertura è dedicata all'appello di Emma Bonino alla unità dei laici di tutto il mondo contro l'intolleranza, diffuso attraverso un'intervista al settimanale L'Espresso.
La trasmissione, realizzata con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura, è ascoltabile direttamente qui
venerdì 5 aprile 2013
TURCHIA: I PASSI AVANTI DEL PROCESSO DI PACE CON IL PKK
Sembra fare nuovi passi avanti il processo di pace tra la Turchia e il Pkk. Mercoledì il vicepremier, Bulent Arinc, ha annunciato che è pronta la commissione che avrà il compito di promuovere il processo di pace presso l'opinione pubblica. La commissione, composta da 63 persone fra le quali figurano note e apprezzate personalità del mondo industriale, dell'associazionismo, della cultura e dello spettacolo è stata divisa in gruppi di lavoro che saranno impegnati nelle prossime settimane a presentare in tutta la Turchia il progetto di pace. Sempre l'altro ieri, il leader storico del Pkk, Abdullah Ocalan, ha assicurato che i suoi uomini si ritireranno della Turchia disarmati, "dopo aver seppellito le loro armi". Lo hanno riferito i media turchi riportando il contenuto di una conversazione che Ocalan avrebbe avuto con il capo dell'intelligence di Ankara, Hakan Fidan, venerdi' scorso. Queste notizie sembrerebbero smentire le voci di una "crisi" in cui si troverebbe il processo di pace a causa della mancata intesa sulle modalita' del ritiro dei guerriglieri. Per la dirigenza del Pkk, ma anche per il Bdp, il partito curdo che siede nel parlamento turco, serve un provvedimento parlamentare, mentre il governo ritiene che ciò non sia necessario. Ocalan si dice comunque ottimista sull'esito del processo di pace. In un messaggio rivolto alle migliaia di sostenitori in occasione del suo compleanno che si è festeggiato ieri, Ocalan ha scritto: "Le probabilità di una pace onorevole sono cresciute davvero molto", aggiungendo che la pace porterà ad una "rinascita di un popolo", quello curdo, che rappresenta circa un quinto della popolazione della Turchia. Dopo lo storico messaggio del 21 marzo, in occasione del Newroz, il capodanno curdo, in cui Ocalan ha chiesto ai guerriglieri del Pkk di deporre le armi e ritirarsi oltre frontiera in attesa della fine definitiva del conflitto che in trent'anni ha provocato 40mila morti, il leader storico del Pkk ha fatto appello al suo popolo, povero o ricco, giovane o vecchio, uomini e donne, di partecipare al processo di pace: "Io spero che non ci sarà una sola goccia di sangue nell'evolversi del processo di pace" ha scritto tra l'altro. Da segnalare che per la prima volta la polizia turca non è intervenuta contro i sostenitori del leader curdo che si sono radunati a Omerli, suo paese natale nel sud-est del Paese, scandendo slogan in cui hanno chiesto "libertà per Ocalan".
Il governo turco sta intanto elaborando gli scenari per giungere alla pace con il Pkk. Nei giorni seguenti l'annuncio del cessate il fuoco da parte di Ocalan, il quotidiano Hurriyet citava una fonte autorevole del governo secondo cui la prima fase del piano prevederebbe il ritiro dei guerriglieri curdi dal territorio turco verso le basi in nord Iraq, che il governo vorrebbe completare entro il prossimo autunno. In parallelo al ritiro verrebbe istituita una commissione parlamentare ad hoc. Per il momento sembrerebbero esclusi provvedimenti mirati per favorire il ritiro del militanti curdi, mentre si pensa a iniziative per facilitare in futuro il reintegro nelle società turca dei guerriglieri che deporranno le armi. Per quelli che non hanno commesso reati problemi non ce ne saranno. Per quelli soggetti a procedimenti penali, ma che non hanno avuto posizioni di comando nell'organizzazione militare, si starebbe pensando ad una modifica delle leggi. Complicata invece la posizione dei comandanti della guerriglia: Erdogan ha parlato più volte della possibilità dell'esilio in "Paesi terzi"che potrebbero concedere loro uno status speciale. Ci saranno poi da ricollocare le 70mila "guardie di villaggio", di etnia curda, impiegate in questi anni come milizia contro il Pkk. Il governo sta lavorando anche sulla questione dei diritti umani per armonizzare la normativa turca alla Convenzione europea. Nella seconda metà dell'anno il governo potrebbe anche sospendere il provvedimento con cui a suo tempo il parlamento lo autorizzava ad ordinare le operazioni fuori confine delle forze armate in nord Iraq. Un altro passo molto importante in questa fase sarebbe quello di abolire la legge antiterrorismo, che ha portato in carcere migliaia di simpatizzanti del Pkk, e di modificare radicalmente il codice penale.
giovedì 21 marzo 2013
OCALAN ANNUNCIA IL 'CESSATE IL FUOCO': STORICO NEWROZ PER I CURDI E LA TURCHIA
"Oggi inizia una nuova era per passare dalla lotta armata alla lotta democratica"
Newroz storico per i curdi e anche per la Turchia: atteso da alcuni giorni è infatti arrivato oggi l'annuncio del “cessate il fuoco” da parte del Pkk, il Partito curdo dei lavoratori. Il suo leader storico, Abdullah Ocalan, detenuto dal 1999 nel carcere di massima sicurezza sull'isola di Imrali, ha fatto diffondere questa mattina il documento nel quale annuncia la sospensione dell'operazioni armate e invita i combattenti del Pkk a ritirarsi oltre i confini della Turchia, nel Kurdistan iracheno.
Il documento di Ocalan è stato letto a Diyarbakir, nel sud est della Turchia, da due deputati del Bdp, il partito curdo che siede nel parlamento di Ankara, davanti ad una folla enorme: si parla di almeno 200mila persone) con striscioni, bandiere e immagini del leader del Pkk.
"E' il tempo della politica, non delle armi", afferma il messaggio. "Una nuova era inizia oggi, la porta si apre per passare dalla lotta armata alla lotta democratica", dice Ocalan nel messaggio letto in curdo, ma anche in turco. "Facciamo tacere le armi, lasciamo parlare la politica. E' ora che le nostre forze armate si ritirino oltre i confini. Non è la fine, e l'inizio di una nuova era".
Solo le prossime settimane e mesi ci diranno se sarà davvero così: se il capodanno curdo del 2013 segnerà l'inizio di una fase nuova in un conflitto che va avanti da oltre 30 anni e che ha provocato oltre 40mila morti.
Di sicuro oggi è cominciata la primavera e non poteva farlo in modo migliore.
mercoledì 16 gennaio 2013
CURDI: LA STRAGE DI PARIGI POTREBBE ESSERE OPERA DELL'IRAN
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| (AP Photo/Thibault Camus) |
Mentre Ankara attende informazioni da
Parigi sulle tre militanti curde uccise la settimana scorsa (fra le
quali figurava Sakine Cansiz, tra i fondatori del Pkk), e rassicura
che l'accaduto non avrà ripercussioni sulle relazioni fra i due
Paesi, compare l'ipotesi che dietro il triplice omicidio potrebbe
esserci la mano dell'Iran. Questo, almeno, è quanto propone Ahmet
Turk, deputato del Partito della Pace e della Democrazia (Bdp),
l'unica formazione curda presente nel parlamento turco. "Non
credo che questa volta ci sia la mano dello stato turco", ha
affermato il parlamentare definendo i presunti mandanti iraniani
delle tre uccisioni come "forze internazionali" che
vogliono impedire alla Turchia di diventare una potenza
internazionale nella regione. Turk, che nelle scorse settimane ha
incontrato in carcere il leader del Pkk, Abdullah Ocalan, con il
quale ha fatto il punto sui negoziati in corso con il governo di
Ankara per trovare una soluzione alla questione curda. "Trovare
una soluzione alla questione curda farebbe della Turchia l'unica vera
potenza nella regione e per questo l'Iran potrebbe essere il
responsabile [delle uccisioni] e non sarebbe la prima volta", ha
detto Turk precisando però di non avere prove a sostegno della sua
ipotesi.
Sabato scorso il premier turco Recep
Tayyip Erdogan aveva chiesto alla Francia di fornire immediati
chiarimenti su quanto avvenuto nella notte fra il 9 a il 10 gennaio,
invitando anche il presidente francese Francois Hollande a
spiegare la natura delle relazioni dopo che questi aveva dichiarato
di conoscere una delle tre donne assassinate. I rapporti fra Ankara e
Parigi, che nel corso degli ultimi anni hanno attraversato diverse
crisi – tra l'altro a proposito della questione del genocidio
armeno – si erano recentemente rasserenati proprio a seguito
dell'elezione di Hollande.Il portavoce del ministero degli
Esteri, Selcuk Unal, ha rassicurato che le relazioni turche con la
Francia proseguiranno su tutti i piani: “Esiste una volontà
reciproca di sviluppare i rapporti con la nuova amministrazione
francese", ha dichiarato Unal sottolineando che la prevista
visita di Hollande in Turchia nel 2013 non è in discussione. Quanto
alle indagini in corso in Francia sul triplice omicidio, Unal ha
assicurato che Ankara sta monitorando il caso da vicino: “Abbiamo
chiesto alle autorità francesi di comunicarci informazioni
dettagliate sui fatti”, ma i chiarimenti non possono essere
chiarimenti immediati perché l'inchiesta è tutt'ora in corso.
“Aspettiamo che le indagini finiscano”, ha detto Unal ai
giornalisti.
mercoledì 7 novembre 2012
TURCHIA: POSSIBILI APERTURE DEL GOVERNO ALLE RICHIESTE DEI DETENUTI CURDI
Ma il premier Erdogan accusa il partito curdo di fomentare le proteste d'accordo con il Pkk
Lo sciopero della fame che, da due mesi, stanno
portando avanti quasi settecento curdi e turchi detenuti in 37 carceri di
tutta la Turchia sembra finalmente sul punto di ottenere qualche
risultato. Ieri il governo di Ankara ha aperto alla possibilità di
usare la lingua curda nei processi da parte degli imputati, richiesta
che fa parte del pacchetto di rivendicazioni alla base della
protesta. Tra le richieste c'è anche quella del miglioramento delle
condizioni di detenzione loro e la fine dell'isolamento per Abdullal
Ocalan, leader del Pkk, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan,
detenuto da anni nell'isola di Imrali, in mezzo al mar di Marmara.
Lunedì sera, al termine del consiglio
dei ministri, il vicepremier e portavoce del governo, Bulent Arinc,
ha spiegato che il premier Recep Tayyip Erdogan ha incaricato il
ministro della Giustizia, Sadullah Ergin, di studiare l'abolizione
della normativa che non permette agli imputati di difendersi nella
loro lingua madre. Il vicepremier ha aggiunto che il governo intende
cambiare la normativa per ragioni umanitarie e non in risposta alle
richieste dei detenuti. Arinc si è poi rivolto direttamente ai
detenuti in sciopero sciopero della fame assicurando che la Turchia
“conosce bene” le loro richieste che avete fatto e sottolineando
che governo e Parlamento sono le istituzioni a cui vanno indirizzate:
“Ci aspettiamo che non turbiate ulteriormente le vostre famiglie o
noi. La nostra aspettativa è che interrompiate lo sciopero della
fame”.
Sabato scorso Erdogan, parlando al
congresso annuale del suo partito, l'Akp (Partito per la giustizia e lo sviluppo), che celebrava
il decennale dell'arrivo al potere, aveva avvertito i detenuti in
sciopero della fame di non trasformare la loro protesta in una
“estorsione”. Nel frattempo la polizia utilizzava gas lacrimogeni
e idranti per disperdere i manifestanti curdi che avevano lanciavato
pietre e molotov durante una manifestazione nella città di
Diyarbakir in sostengo dello sciopero dei detenuti, nel sudest del
paese, durante la quale almeno 20 manifestanti sono stati arrestati.
Durante il suo tradizionale discorso
del martedì al gruppo parlamentare dell'Akp, Erdogan ha attaccato
duramente il Bdp, il Partito curdo per la democrazia e la pace
presente nel parlamento turco, accusandolo di aver fomentato le
proteste dei detenuti insieme al Pkk. “Sostengono la necrofilia;
forzare le persone che stanno già pagando un prezzo a praticare lo
sciopero della fame è proprio un'ingiustizia”, ha affermato il
premier aggiungendo che il partito dovrebbe chiedere ai detenuti di
interrompere lo sciopero, per non entrare “nei giochi di sangue”
della formazione politica curda.
La dirigenza del Bdp, da parte sua, da
una parte sembra voler ignorare le parole di Erdogan preferendo
invece cogliere l'apertura del vice premier. Ahmet Turk, ex
segretario del Dtp, il Partito curdo per la società democratica
chiuso dalla magistratura nel 2008 sostituito poi dal Bdp, si è
limitato a definire “preziose” le parole di Arinc aggiungendo di
attendersi ora passi concreti.
Intanto, a Roma, una
delegazione di rifugiati politici curdi presenti in Italia nel corso
di un presidio tenuto davanti alla Camera è stata
ricevuta dal senatore Pietro Marcenaro, presidente della Commissione
per i diritti umani del Senato e dall'onorevole Furio Colombo,
presidente del Comitato per i Diritti Umani della Camera, ai quali hanno consegnato un dossier aggiornato sulla
drammatica situazione dei detenuti in
sciopero della fame a oltranza. I
rifugiati hanno chiesto che l'Italia si mobiliti e faccia pressione sul
governo di Ankara che, dicono, continua a ignorare le legittime richieste del
popolo curdo e prosegue la repressione di ogni dissenso.
mercoledì 31 ottobre 2012
TURCHIA: CENTINAIA DI DETENUTI CURDI IN SCIOPERO DELLA FAME NEL SILENZIO DEI MEDIA
Nel quasi totale disinteresse della
grande stampa internazionale centinaia di detenuti curdi stanno
conducendo uno sciopero della fame, alcuni sin dal 12 settembre, in
decine di carceri della Turchia Chiedono al governo di avviare
trattative con il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), di
potersi difendere nella propria lingua madre, il diritto
all’istruzione in lingua curda e che il loro leader Abdullah Ocalan
(che dal 1999 è detenuto sull'isola di Imrali, in mezzo al Mar di
Marmara) posssa finalmente incontrare i suoi avvocati mettendo così
fine all'isolamento che dura ormai da più di 14 mesi. Fra i detenuti
in sciopero ci sono anche alcuni dirigenti del Bdp, il Partito curdo
per la democrazia e la pace e che in questo momento conta dietro le
sbarre 30 sindaci, 6 deputati e 56 membri del consiglio direttivo,
accusati di essere fiancheggiatori dei guerriglieri del Pkk.
Amnesty International è intervenuta
dopo che nei giorni scorsi erano circolate notizie secondo le quali i
detenuti in sciopero della fame nelle carceri di Silivri e Sakran
erano stati posti in isolamento e che in quella di Tekirdag le
guardie carcerarie avrebbero sottoposto a maltrattamenti quelli che
stanno prendendo parte alla protesta. Secondo le denunce, le autorità
penitenziarie avrebbero inoltre, in alcuni casi, limitato l'accesso
all'acqua, allo zucchero e alle vitamine con cui i prigionieri si
garantiscono la sopravvivenza. Lo sciopero della fame, ha ricordato
Amnesty, è una protesta pacifica e le autorità turche devono
rispettare il diritto alla libertà d'espressione dei prigionieri,
compreso quelli di avvalersi di questa forma di lotta. Per questo
chiede che non vengano prese sanzioni nei confronti dei detenuti in
sciopero della fame e che sia rispettato il divieto assoluto di
tortura e di altri maltrattamenti. Amnesty chiede inoltre che i
detenuti abbiano accesso a cure mediche qualificate e che siano
avviate indagini approfondite ed imparziali su punizioni e
maltrattamenti che sarebbero stati inflitti ai detenuti in sciopero
della fame.
Il governo turco, da parte sua, ha
chiesti ai detenuti curdi di interrompere la loro protesta, senza
però indicare l'intenzione di discutere le loro richieste. Il
ministro della Giustizia, Sadullah Ergin, si è recato in visita al carcere di
Sincan, alla periferia di Ankara, incontrando i detenuti in sciopero
della fame. Il ministro ha poi dichiarato che il governo è al lavoro
per "fare in modo che questo genere di azioni non siano più
necessarie in Turchia", ma senza spiegare se intende rispondere
alle rivendicazioni. Intanto, sabato scorso si sono aggravate le
condizioni di quattro detenute in sciopero della fame da oltre un
mese e mezzo: il loro corpo comincia a rifiutare ora anche i liquidi.
Nonostante ciò hanno dichiarato di voler continuare la protesta, una
scelta che potrebbe diventare senza ritorno. Per questo
intellettuali, scrittori e attori come Sezen Aksu, Yasar Kemal, Rakel
Dink e Ipek Çalisar chiedono alle autorità di rispondere prima che
sia troppo tardi.
giovedì 2 febbraio 2012
PER UNA SOLUZIONE POLITICA DELLA QUESTIONE CURDA
Rete italiana di solidarietà con il popolo kurdo
E' stato presentato oggi 2 febbraio a Roma, presso la Camera dei Deputati, un appello proposto dalle organizzazioni di solidarietà con il popolo kurdo rivolto a politici, giornalisti, associazioni, sindacati, singoli cittadini che chiede all'Italia di farsi portavoce e di adoperarsi perchè si percorra la strada del negoziato con tutte le parti in conflitto nel Kurdistan turco, al fine di trovare una soluzione politica e pacifica della questione kurda. Fra i primi firmatari presenti alla conferenza stampa di presentazione l'Onorevole Jean-Léonard Touadì, la già vicepresidente del Parlamento Europeo Luisa Morgantini, il presidente della Federazione Nazionale della Stampa Roberto Natale, gli ex parlamentari Giovanni Russo Spena e Alessandro Forlani, l'avvocato Arturo Salerni e Alessia Montuori della rete italiana di solidarietà con il popolo kurdo. Il Governo italiano si appresta a rinsaldare le relazioni con Governo turco: è di pochi giorni fa la visita in Turchia del Ministro degli esteri italiano Terzi, e in previsione vi sono colloqui fra il Presidente del Consiglio italiano Monti e il suo omologo turco Erdogan: l'auspicio e l'impegno è che l'Italia colga questa occasione per chiedere che si abbandoni la strada della repressione del movimento kurdo (sono migliaia le persone attualmente in carcere) e si apra la strada del negoziato che porti a una soluzione politica della vicenda, in un'ottica di rafforzamento della democrazia e della pace nell'aria mediterranea e ai confini dell'Europa.
Nel corso della conferenza stampa è stato anche presentato il programma per le delegazioni di osservatori che si recherà nel Kurdistan turco per il prossimo Newroz, il capodanno kurdo, dal 18 al 24 marzo: alla stampa e ai parlamentari presenti e alla società civile l'appello è per una grande e qualificata partecipazione sia per ostacolare eventuali atti di repressione delle tradizionali manifestazioni che si svolgono in tale occasione, sia per manifestare il proprio sostegno alle richieste di pace del popolo kurdo.
Dal sito di Radio Radicale, il video della conferenza stampa
E' stato presentato oggi 2 febbraio a Roma, presso la Camera dei Deputati, un appello proposto dalle organizzazioni di solidarietà con il popolo kurdo rivolto a politici, giornalisti, associazioni, sindacati, singoli cittadini che chiede all'Italia di farsi portavoce e di adoperarsi perchè si percorra la strada del negoziato con tutte le parti in conflitto nel Kurdistan turco, al fine di trovare una soluzione politica e pacifica della questione kurda. Fra i primi firmatari presenti alla conferenza stampa di presentazione l'Onorevole Jean-Léonard Touadì, la già vicepresidente del Parlamento Europeo Luisa Morgantini, il presidente della Federazione Nazionale della Stampa Roberto Natale, gli ex parlamentari Giovanni Russo Spena e Alessandro Forlani, l'avvocato Arturo Salerni e Alessia Montuori della rete italiana di solidarietà con il popolo kurdo. Il Governo italiano si appresta a rinsaldare le relazioni con Governo turco: è di pochi giorni fa la visita in Turchia del Ministro degli esteri italiano Terzi, e in previsione vi sono colloqui fra il Presidente del Consiglio italiano Monti e il suo omologo turco Erdogan: l'auspicio e l'impegno è che l'Italia colga questa occasione per chiedere che si abbandoni la strada della repressione del movimento kurdo (sono migliaia le persone attualmente in carcere) e si apra la strada del negoziato che porti a una soluzione politica della vicenda, in un'ottica di rafforzamento della democrazia e della pace nell'aria mediterranea e ai confini dell'Europa.
Nel corso della conferenza stampa è stato anche presentato il programma per le delegazioni di osservatori che si recherà nel Kurdistan turco per il prossimo Newroz, il capodanno kurdo, dal 18 al 24 marzo: alla stampa e ai parlamentari presenti e alla società civile l'appello è per una grande e qualificata partecipazione sia per ostacolare eventuali atti di repressione delle tradizionali manifestazioni che si svolgono in tale occasione, sia per manifestare il proprio sostegno alle richieste di pace del popolo kurdo.
Dal sito di Radio Radicale, il video della conferenza stampa
lunedì 28 novembre 2011
ROMA: AGGRESSIONE AL CENTRO CULTURALE ARARAT
Comunicato della Rete Kurdistan Roma
Il giorno 26 novembre, tra le 22.30 e le 23.00, una trentina di uomini armati di bastoni di ferro a volto scoperto ha tentato di fare irruzione nel centro Ararat di Testaccio a Roma entrando nel cortile antistante al centro, rompendo tavoli, sedie e vetri e costringendo i rifugiati politici kurdi lì ospitati a chiudersi dentro la sede. Gli aggressori hanno ripetutamente minacciato i kurdi intimandogli di non uscire più da Ararat e di non farsi vedere per il vicino quartiere di Testaccio, che ospita numerosi locali notturni. Solo il sangue freddo mostrato da alcuni dei rifugiati presenti ha impedito il precipitare degli avvenimenti. L’episodio sembrerebbe una “spedizione punitiva” organizzata dal giro dei buttafuori di alcuni tra questi locali, infastiditi dalla presenza di alcuni rifugiati nelle vicinanze. I carabinieri, accorsi sul posto dopo che queste persone si erano dileguate, hanno potuto accertare i danni e accompagnato i testimoni nei locali notturni della zona. Non è possibile tollerare o minimizzare questo atto gravissimo che ha avuto come obiettivo dei rifugiati, visti evidentemente come persone deboli che si può impunemente colpire. Chiediamo alle istituzioni e alla società civile di vigilare per evitare che episodi come quello di ieri sera abbiano a ripetersi con conseguenze non prevedibili.
Pubblico questo comunicato perché, comunque la si pensi sulla questione curda, è necessario non tacere su episodi del genere ed esigere dalle autorità ogni sforzo perché non si ripetano. Il fatto che la “spedizione punitiva” possa essere stata decisa per ragioni che nulla hanno a che fare con il conflitto del Kurdistan, rende il fatto – se possibile - ancora più odioso, proprio perché motivato solo dal razzismo e dall'intolleranza di chi vorrebbe “ripulire” le strade delle nostre città da presenze ritenute un intollerabile "disturbo" per i riti della movida.
Il giorno 26 novembre, tra le 22.30 e le 23.00, una trentina di uomini armati di bastoni di ferro a volto scoperto ha tentato di fare irruzione nel centro Ararat di Testaccio a Roma entrando nel cortile antistante al centro, rompendo tavoli, sedie e vetri e costringendo i rifugiati politici kurdi lì ospitati a chiudersi dentro la sede. Gli aggressori hanno ripetutamente minacciato i kurdi intimandogli di non uscire più da Ararat e di non farsi vedere per il vicino quartiere di Testaccio, che ospita numerosi locali notturni. Solo il sangue freddo mostrato da alcuni dei rifugiati presenti ha impedito il precipitare degli avvenimenti. L’episodio sembrerebbe una “spedizione punitiva” organizzata dal giro dei buttafuori di alcuni tra questi locali, infastiditi dalla presenza di alcuni rifugiati nelle vicinanze. I carabinieri, accorsi sul posto dopo che queste persone si erano dileguate, hanno potuto accertare i danni e accompagnato i testimoni nei locali notturni della zona. Non è possibile tollerare o minimizzare questo atto gravissimo che ha avuto come obiettivo dei rifugiati, visti evidentemente come persone deboli che si può impunemente colpire. Chiediamo alle istituzioni e alla società civile di vigilare per evitare che episodi come quello di ieri sera abbiano a ripetersi con conseguenze non prevedibili.
Pubblico questo comunicato perché, comunque la si pensi sulla questione curda, è necessario non tacere su episodi del genere ed esigere dalle autorità ogni sforzo perché non si ripetano. Il fatto che la “spedizione punitiva” possa essere stata decisa per ragioni che nulla hanno a che fare con il conflitto del Kurdistan, rende il fatto – se possibile - ancora più odioso, proprio perché motivato solo dal razzismo e dall'intolleranza di chi vorrebbe “ripulire” le strade delle nostre città da presenze ritenute un intollerabile "disturbo" per i riti della movida.
mercoledì 26 ottobre 2011
LA SITUAZIONE IN TURCHIA DOPO IL TERREMOTO
Segnalo un'intervista ad Alberto Tetta, corrispondente di Osservatorio Balcani e Caucaso, dalle zone sud-orientali della Turchia colpite dal terremoto del 23 ottobre. Il collegamento è stato realizzato nel tardo pomeriggio di mercoledì 26 ottobre da Van.
I ritardi e la disorganizzazione dei soccorsi, le difficoltà del governo e le possibile ripercussioni politiche del sisma, il conflitto con i guerriglieri curdi che, dopo gli attacchi del Pkk della scorsa settimana e le reazioni dell'esercito turco, per ora non si ferma.
L'intervista è ascoltabile alla pagina delle Interviste oppure suo sito di Radio Radicale.
I ritardi e la disorganizzazione dei soccorsi, le difficoltà del governo e le possibile ripercussioni politiche del sisma, il conflitto con i guerriglieri curdi che, dopo gli attacchi del Pkk della scorsa settimana e le reazioni dell'esercito turco, per ora non si ferma.
L'intervista è ascoltabile alla pagina delle Interviste oppure suo sito di Radio Radicale.
mercoledì 19 ottobre 2011
IL PKK ATTACCA LA TURCHIA: RISCHIO DI ESCALATION E FINE DELLE APERTURE?
In Turchia era prevista la prima riunione della commissione che deve elaborare la nuova Costituzione, che dovrebbe uniformarsi alle richieste dell'Unione Europea ed estendere le garanzie democratiche anche per le minoranze, prefigurando la possibilità di avviare finalmente verso una conclusione civile la “questione curda”. Invece è tornata la confusione e la paura del terrorismo separatista. I guerriglieri del Pkk sono infatti tornati a colpire, provocando una trentina di morti: militari, soprattutto, ma anche alcuni civili. Un attacco di dimensioni tali che non si vedevano da molti anni e con un bilancio così pesante fa farne il quarto in assoluto nella triste classifica degli atti terroristici più sanguinosi. La reazione del governo non si è fatta attendere: l'aviazione turca ha compiuto bombardamenti in territorio nord iracheno, mentre un contingente di truppe scelte (da 600 a 1000 uomini, secondo la stampa) ha passato il confine via terra provocando molti morti fra i guerriglieri.
Il premier Recep Tayyip Erdogan ha giurato di non abbassare la guardia: “Voglio che tutti lo capiscano bene, amici e nemici della Turchia: la Turchia non cederà mai a nessun attacco, non farà mai un passo indietro e non sacrificherà mai neppure la minima parte del suo territorio”. Erdogan ha parlato di “forze oscure” di cui il Pkk è strumento, e ha invitato i turchi a non cedere alle provocazioni: “Se qualcuno non riesce a controllare la rabbia davanti a questo doloroso incidente, i terroristi raggiungeranno il loro obiettivo, ma noi manterremo la calma. Sappiamo che la lotta al terrorismo è lunga, sappiamo che l'antidoto al terrore sono i diritti umani e la democrazia”, ha concluso il premier che ha anche fatto appello all'opposizione perché collabori in questo momento. La minoranza però non ha raccolto l'invito. Kemal Kilicdaroglu, capo del Chp, il Partito repubblicano del popolo, principale formazione dell'opposizione, ha parlato di “incapacità del governo di fronteggiare la situazione” chiedendone le dimissioni. Il segretario del Bdp, il partito curdo, Nurettin Demirtas, ha dichiarato: “Questo fuoco colpisce tutti noi, è ora di dire basta ai morti, ma la guerra contro il Pkk deve finire”.
L'orientamento del governo sembra però essere opposto. Il presidente Abdullah Gul ha parlato apertamente di “vendetta” dicendo che la Turchia “ricorrerà a ogni mezzo per fermare questa situazione”, mentre il premier ha annunciato che le operazioni oltre confine andranno avanti “fino a quando sarà necessario”. Così facendo, però, la Turchia si espone al rischio di essere colpita ancora “più forte”, almeno stando a quanto dichiarato da Ahmed Denis, portavoce del Pkk. Il presidente della regione autonoma del Kurdistan iracheno, Massoud Barzani, ha telefonato a Erdogan per esprimergli la sua solidarietà e per affermare che gli attacchi dei separatisti curdi del Pkk mirano a mettere in crisi le relazioni fraterne tra curdi e turchi.
Gli Stati Uniti, per bocca del presidente Obama, hanno condannato con forza “l'oltraggioso attentato terrorista”. Il presidente ha offerto, “a nome del popolo americano”, le sue condoglianze alle famiglie delle vittime e a tutto il popolo turco, garantendo che gli Usa “continueranno la forte cooperazione [...] per sconfiggere la minaccia terrorista del Pkk e per portare pace, stabilità e prosperità a tutto il popolo della Turchia sudorientale”. Solidarietà ad Ankara nella lotta al terrorismo è stata espressa anche dal segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, secondo il quale “non c'è giustificazione per questi atti di violenza”. Anche l'Unione Europea “sta al fianco della Turchia nella sua determinazione per combattere il terrorismo”, come ha detto l'Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza, Catherine Ashton, che ha condannato “nei termini più duri” i “vergognosi attacchi del Pkk”. Proprio a Bruxelles, si è però rivolto il ministro per i rapporti con l'Europa, Egemen Bagis, dichiarando che “l'Unione Europea non può più rimanere inerte davanti a così tanti morti”.
La situazione è tesa e delicata e c'è il rischio di un'escalation militare: il Pkk, dopo un periodo di calma, a partire dalla scorsa estate ha inasprito gli attacchi. Il governo, e lo ha fatto vedere in queste ore, non intende restare inerte. Ma oltre che ad una ripresa del conflitto su vasta scala, Erdogan rischia anche di vedere sconfitta la politica di “doppio binario” portata avanti in questi anni: riforme democratiche e progressivo riconoscimento dei diritti dei curdi da una parte, tolleranza zero e pugno di ferro contro la lotta armata dall'altra. Se così fosse la Turchia rischierebbe di dover fronteggiare un pericoloso e sanguinoso fronte interno, proprio quando deve affrontare la delicatissima situazione del Medio Oriente proprio mentre sta costruendo il suo ruolo di potenza regionale. Con il rischio di trovarsi sostanzialmente sola, al di là delle dichiarazioni di circostanza. [RS]
Il premier Recep Tayyip Erdogan ha giurato di non abbassare la guardia: “Voglio che tutti lo capiscano bene, amici e nemici della Turchia: la Turchia non cederà mai a nessun attacco, non farà mai un passo indietro e non sacrificherà mai neppure la minima parte del suo territorio”. Erdogan ha parlato di “forze oscure” di cui il Pkk è strumento, e ha invitato i turchi a non cedere alle provocazioni: “Se qualcuno non riesce a controllare la rabbia davanti a questo doloroso incidente, i terroristi raggiungeranno il loro obiettivo, ma noi manterremo la calma. Sappiamo che la lotta al terrorismo è lunga, sappiamo che l'antidoto al terrore sono i diritti umani e la democrazia”, ha concluso il premier che ha anche fatto appello all'opposizione perché collabori in questo momento. La minoranza però non ha raccolto l'invito. Kemal Kilicdaroglu, capo del Chp, il Partito repubblicano del popolo, principale formazione dell'opposizione, ha parlato di “incapacità del governo di fronteggiare la situazione” chiedendone le dimissioni. Il segretario del Bdp, il partito curdo, Nurettin Demirtas, ha dichiarato: “Questo fuoco colpisce tutti noi, è ora di dire basta ai morti, ma la guerra contro il Pkk deve finire”.
L'orientamento del governo sembra però essere opposto. Il presidente Abdullah Gul ha parlato apertamente di “vendetta” dicendo che la Turchia “ricorrerà a ogni mezzo per fermare questa situazione”, mentre il premier ha annunciato che le operazioni oltre confine andranno avanti “fino a quando sarà necessario”. Così facendo, però, la Turchia si espone al rischio di essere colpita ancora “più forte”, almeno stando a quanto dichiarato da Ahmed Denis, portavoce del Pkk. Il presidente della regione autonoma del Kurdistan iracheno, Massoud Barzani, ha telefonato a Erdogan per esprimergli la sua solidarietà e per affermare che gli attacchi dei separatisti curdi del Pkk mirano a mettere in crisi le relazioni fraterne tra curdi e turchi.
Gli Stati Uniti, per bocca del presidente Obama, hanno condannato con forza “l'oltraggioso attentato terrorista”. Il presidente ha offerto, “a nome del popolo americano”, le sue condoglianze alle famiglie delle vittime e a tutto il popolo turco, garantendo che gli Usa “continueranno la forte cooperazione [...] per sconfiggere la minaccia terrorista del Pkk e per portare pace, stabilità e prosperità a tutto il popolo della Turchia sudorientale”. Solidarietà ad Ankara nella lotta al terrorismo è stata espressa anche dal segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, secondo il quale “non c'è giustificazione per questi atti di violenza”. Anche l'Unione Europea “sta al fianco della Turchia nella sua determinazione per combattere il terrorismo”, come ha detto l'Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza, Catherine Ashton, che ha condannato “nei termini più duri” i “vergognosi attacchi del Pkk”. Proprio a Bruxelles, si è però rivolto il ministro per i rapporti con l'Europa, Egemen Bagis, dichiarando che “l'Unione Europea non può più rimanere inerte davanti a così tanti morti”.
La situazione è tesa e delicata e c'è il rischio di un'escalation militare: il Pkk, dopo un periodo di calma, a partire dalla scorsa estate ha inasprito gli attacchi. Il governo, e lo ha fatto vedere in queste ore, non intende restare inerte. Ma oltre che ad una ripresa del conflitto su vasta scala, Erdogan rischia anche di vedere sconfitta la politica di “doppio binario” portata avanti in questi anni: riforme democratiche e progressivo riconoscimento dei diritti dei curdi da una parte, tolleranza zero e pugno di ferro contro la lotta armata dall'altra. Se così fosse la Turchia rischierebbe di dover fronteggiare un pericoloso e sanguinoso fronte interno, proprio quando deve affrontare la delicatissima situazione del Medio Oriente proprio mentre sta costruendo il suo ruolo di potenza regionale. Con il rischio di trovarsi sostanzialmente sola, al di là delle dichiarazioni di circostanza. [RS]
martedì 28 giugno 2011
TURCHIA: TENSIONI E BOICOTTAGGI INAUGURANO IL NUOVO PARLAMENTO
| I deputati ascoltano l'inno nazionale all'inaugurazione del nuovo parlamento turco (Foto da http://www.todayszaman.com/) |
I legali degli 8 eletti sono naturalmente ricorsi in appello, ma i giudici potrebbero impiegare anche diverse settimane per arrivare ad una decisione. Il Bdp, da parte sua, ha dichiarato che fino a quando i suoi deputati non saranno scarcerati riunirà il gruppo parlamentare a Diyarbakir dicendosi pronto a boicottare i lavori parlamentari. L'Alta commissione elettorale ha tra l'altro dichiarato l'ineleggibilità di Hatip Dicle, eletto mentre si trovava in carcere a Diyarbakir, e ha assegnato il suo seggio a Oya Eronat, deputata dell'Akp. Dicle è stato dichiarato non idoneo all'attività parlamentare perché a pochi giorni dal voto la sua condanna per affiliazione al Pkk (considerata un'organizzazione terroristica) è stata confermata. I suoi avvocati ieri si sono rivolti alla Corte Costituzionale che oggi ha comunicato di avere avviato un procedimento sul caso. "Il popolo vuole soluzioni, non boicottaggi", ha reagito il premier Erdogan. "Se i nostri deputati fossero stati messi nelle condizioni di giurare avremmo giurato anche noi, ma non lo faremo finché non giureranno anche loro", gli ha replicato il leader del Chp, Kemal Kilicdaroglu, accusando Erdogan di voler imporre una "dittatura civile". La situazione appare dunque assai complicata e rischia di bloccare i lavori del nuovo parlamento per diverse settimane.
giovedì 14 aprile 2011
PASSAGGIO IN ONDA
La puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 14 aprile a Radio Radicale
Sommario della trasmissione
Turchia: la visita del premier turco Recep Tayyip Erdogan nel Kurdistan iracheno, il giudizio del giornalista curdo iracheno Shorsh Shurme corrispondente dell'emittente satellitare K.Tv, intervistato da Ada Pagliarulo
Integrazione europea dei Balcani: la visita del presidente della Commissione europea Jose Manuel Barroso e del commissario europeo all'Allargamento Stefan Fuele in Croazia, Montenegro, Bosnia e Macedonia
Macedonia: maggioranza e opposizione si accordano per convocare le elezioni anticipate mentre si attende la sentenza della Corte internazionale di giustizia sul veto posto dalla Grecia all'ingresso di Skopje nella Nato a causa della annosa querelle sul nome della ex repubblica Jugoslava
Kosovo: una donna, Atifete Jahjaga, è la nuova presidente della repubblica grazie all'accordo tra la maggioranza dio governo e una parte dell'opposizione che prevede anche cambiamenti costituzionali della legge elettorale; scongiurate nuove elezioni anticipate, ma i nazionalisti di Vetevendosje criticano il compromesso e chiedono la fine del dialogo con la Serbia
Albania: è partita la campagna per le amministrative del prossimo 8 maggio sottoil controllo internazionale dell'Osce che però assicura che non ci saranno ingerenze nel processo elettorale
Crimini di guerra: attesa in Croazia e non solo per la sentenza di primo grado del Tribunale dell'Aja sugli ex generali Ante Gotovina, Ivan Cermak e Mladen Markac accusati di crimini compiuti durante e dopo l'operazione "Tempesta" che portò nel 1995 alla riconquista della Krajna a maggioranza serba
La puntata è stata realizzata con la collaborazione dei corrispondenti Marina Szikora e Artur Nura ed è riascoltabile direttamente qui
oppure sul sito di Radio Radicale nella sezione delle Rubriche.
Sommario della trasmissione
Turchia: la visita del premier turco Recep Tayyip Erdogan nel Kurdistan iracheno, il giudizio del giornalista curdo iracheno Shorsh Shurme corrispondente dell'emittente satellitare K.Tv, intervistato da Ada Pagliarulo
Integrazione europea dei Balcani: la visita del presidente della Commissione europea Jose Manuel Barroso e del commissario europeo all'Allargamento Stefan Fuele in Croazia, Montenegro, Bosnia e Macedonia
Macedonia: maggioranza e opposizione si accordano per convocare le elezioni anticipate mentre si attende la sentenza della Corte internazionale di giustizia sul veto posto dalla Grecia all'ingresso di Skopje nella Nato a causa della annosa querelle sul nome della ex repubblica Jugoslava
Kosovo: una donna, Atifete Jahjaga, è la nuova presidente della repubblica grazie all'accordo tra la maggioranza dio governo e una parte dell'opposizione che prevede anche cambiamenti costituzionali della legge elettorale; scongiurate nuove elezioni anticipate, ma i nazionalisti di Vetevendosje criticano il compromesso e chiedono la fine del dialogo con la Serbia
Albania: è partita la campagna per le amministrative del prossimo 8 maggio sottoil controllo internazionale dell'Osce che però assicura che non ci saranno ingerenze nel processo elettorale
Crimini di guerra: attesa in Croazia e non solo per la sentenza di primo grado del Tribunale dell'Aja sugli ex generali Ante Gotovina, Ivan Cermak e Mladen Markac accusati di crimini compiuti durante e dopo l'operazione "Tempesta" che portò nel 1995 alla riconquista della Krajna a maggioranza serba
La puntata è stata realizzata con la collaborazione dei corrispondenti Marina Szikora e Artur Nura ed è riascoltabile direttamente qui
oppure sul sito di Radio Radicale nella sezione delle Rubriche.
mercoledì 10 novembre 2010
TURCHIA: IL MAXI-PROCESSO DI DIYARBAKIR
Lo scorso 18 ottobre è iniziato in Turchia il processo a 151 dei 1925 esponenti della società civile curda e turca arrestati nell'aprile del 2009 nell'ambito dell'operazione di polizia scattata dopo l'affermazione del Partito della Società Democratica (DTP, il partito curdo poi sciolto dalla Corte Costituzionale) alle elezioni amministrative. Alla sbarra sono finiti amministratori locali (tra cui acuni sindaci), sindacalisti, attivisti, donne e anche dei minorenni. Una delegazione italiana, composta da esponenti delle organizzazioni filo-curde, si è recata in quei giorni a Diyarbakir per cercare di verificare il corretto svolgimento del processo.
Qui potete ascoltare l'intervista per Radio Radicale a Antonio Olivieri dell'associazione "Verso il Kurdistan" di Alessandria
Qui potete ascoltare l'intervista per Radio Radicale a Antonio Olivieri dell'associazione "Verso il Kurdistan" di Alessandria
PASSAGGIO IN ONDA
La puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda sabato 6 novembre a Radio Radicale
In questo numero: la storica visita del presidente serbo Boris Tadic alla città martire croata di Vukovar; Bosnia Erzegovina, il rapporto all'Onu dell'Alto rappresentante internazionale Valentin Inzko; Kosovo, le elezioni anticipate del 12 dicembre e la visita a Pristina del premier turco Recep Tayyip Erdogan; Croazia, il punto sul negoziato di adesione all'Ue; Si torna a parlare di "Grande Albania"; Turchia, il maxi-processo agli attivisti curdi e turchi accusati di terrorismo, intervista a Antonio Olivieri dell'associazione "Verso il Kurdistan".
La trasmissione è stata realizzata con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura ed è riascolatabile qui
oppure al sito di Radio Radicale nella sezione delle Rubriche
In questo numero: la storica visita del presidente serbo Boris Tadic alla città martire croata di Vukovar; Bosnia Erzegovina, il rapporto all'Onu dell'Alto rappresentante internazionale Valentin Inzko; Kosovo, le elezioni anticipate del 12 dicembre e la visita a Pristina del premier turco Recep Tayyip Erdogan; Croazia, il punto sul negoziato di adesione all'Ue; Si torna a parlare di "Grande Albania"; Turchia, il maxi-processo agli attivisti curdi e turchi accusati di terrorismo, intervista a Antonio Olivieri dell'associazione "Verso il Kurdistan".
La trasmissione è stata realizzata con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura ed è riascolatabile qui
oppure al sito di Radio Radicale nella sezione delle Rubriche
mercoledì 17 marzo 2010
LA TURCHIA DI NUOVO SULL'ORLO DI UNA CRISI DI NERVI?
In qualche modo era prevedibile. Il recente riconoscimento del genocidio degli armeni da parte del parlamento svedese e, pochi giorni prima, della Commissione Esteri della Camera Usa (che potrebbe preludere ad un voto analogo da parte dell'intero Congresso) rischia di compromettere seriamente il processo di riavvicinamento tra Turchia ed Armenia da poco iniziato tra grandi difficoltà e diffidenze reciproche.
Il premier turco Recep Tayyip Erdogan ha ventilato la possibilità di espellere dal paese le migliaia di immigrati irregolari armeni in risposta alle risoluzioni adottate in Svezia e Usa. In Turchia vivono circa centomila armeni, soprattutto donne, che lavorano come in particolare come baby-sitter o domestiche."Cosa farò domani? Se necessario dirò loro 'Via, tornate nel vostro paese', non sono obbligato a tenerli in Turchia", ha detto Erdogan in un'intervista rilasciata martedì sera alla Bbc e rilanciata il giorno seguente con grande evidenza da gran parte della stampa turca.
Iniziative come quelle dei parlamentari svedesi e statunitensi, secondo Erdogan, "sfortunatamente, hanno un impatto negativo sulle nostre buone attitudini"e "colpiscono gli stessi cittadini armeni e alla fine tutto si blocca". Riferendosi ai recenti colloqui per riavviare i rapporti diplomatici con l'Armenia, culminati lo scorso anno nella sigla di alcuni protocolli (per altro non ancora ratificati dai due parlamenti), Erdogan ha detto: "Noi abbiamo teso la nostra mano, ma se la nostra controparte chiude la sua mano in un pugno, non c'è nulla che possiamo fare".
Nemmeno da Erevan, del resto, arrivano segnali incoraggianti. L'Armenia accusa la Turchia di mettere a serio rischio il processo di normalizzazione dei rapporti bilaterali creando "difficoltà ed ostacoli" nuovi, ha detto il ministro degli Esteri, Edward Nalbandyan, facendo riferimento al mancato riconoscimento del genocidio armeno e alle polemiche tra Ankara ed i Paesi che invece il genocidio lo hanno riconosciuto.
"Le dichiarazioni infondate da parte turca sul fatto che la risoluzione all'esame o adottata presso la Camera dei rappresentanti Usa, dal parlamento svedese e in altri Paesi potrebbe danneggiare la normalizzazione turco-armena sono solo uno scudo per coprire il fatto che la stessa Turchia non risparmia sforzi per creare precondizioni che generano difficoltà e ostacoli nel processo di normalizzazione", ha dichiarato il ministro degli Esteri armeno, secondo quanto riportato dall'agenzia Interfax, auspicando che "le autorità turche comprendano la gravità delle conseguenze che il perserverare di questa politica potrebbe avere".
In questi stessi giorni l'Akp, il partito islamico-moderato del premier Erdogan, ha depositato al parlamento turco la bozza di una nuova legge elettorale nella quale non figura più la possibilità di stampare materiale elettorale in lingua curda. La legge introduce alcuni importanti cambiamenti in materia di correttezza del voto e di trasparenza del finanziamento delle campagne elettorali, ma non prevede la possibilità di stampare e diffondere materiale elettorale in lingua curda.
La soluzione della questione curda è (era?) uno dei cavalli di battaglia del premier Erdogan con l'obiettivo di porre fine al lunghissimo e sanguinoso conflitto che ha condannato alla povetà e all'arretratezza il sud est del Paese. In questo quadro erano stati autorizzati corsi universitari in lungua curda e l'apertura del canale televisivo in curdo alla tv pubblica. Nei mesi scorsi si era pure parlato di un piano di pace a cui avrebbe partecipato anche il leader del Pkk, Abdullah Ocalan, detenuto nell'isola di Irmrali dove sconta una condanna all'ergastolo.
Il passo indietro del partito di maggioranza sulla legge elettorale arriva ora dopo la chiusura del partito curdo Dtp nel dicembre scorso da parte della Corte Costituzionale. E proprio le aperture alla minoranza curda e la possibilità di un accordo di pace con i guerriglieri separatisti avevano messo Erdogan nel mirino sia dell'opposizione nazionalista di destra del Mhp, sia di quella kemalista del Chp.
Tutti questi fatti messi in fila possono far immaginare che i prossimi mesi per la Turchia saranno tutt'altro che tranquilli.
In Turchia da tempo si sta svolgendo uno scontro istituzionale tra governo, militari e magistratura che rappresenta lo specchio del più vasto sommovimento sociale che oppone le varie componenti della socità turca: prinsipalmente quella legata all'establishment kemalista e la nuova classe dirigente emersa con Erdogan e l'Akp, ma anche un'anima "modernista" che vorrebbe guardare la futuro lasciandosi alle spalle proprio le contrapposizioni tra "tradizionalisti" laici e "modernizzatori" islamico-moderati.
Nel luglio del 2011 ci saranno le elezioni politiche. Le amministrative del 2009 hanno indicato un calo del favore popolare e la possibilità di ripetere fra 16 mesi una vittoria plebiscitaria come quella del 2007 appare al momento assai scarsa. Il che significa che Erdogan, pur vincendo le elezioni, potrebbe non avere più la possibilità di governare con la solida maggioranza monocolore dell'Akp. Di mezzo c'è anche la riforma della costituzione per la quale l'Akp non ha abbastanza voti in parlamento (essendo venuto meno l'appoggio dei rappresentanti curdi). Erdogan sembra intenzionato quindi a giocare nei prossimi mesi la carta del referendum popolare.
Le dure reazioni di Erdogan dopo il voto in Usa e Svezia sulla questione del genocidio degli armeni si possono allora interpretare anche come un tentativo di far leva sul nazionalismo turco (sempre presente in tutti gli strati sociali in varie declinazioni), rispondendo agli attacchi dell'opposizione, togliendo argomenti ai militari e ricompattando il proprio partito. Il tutto condito con una politica estera giocata a tutto campo, da potenza regionale (quale la Turchia non fa mistero di voler diventare), senza mettere in discussione le tradizionali alleanze ma in totale autonomia.
Con tutta probabilità nei prossimi mesi ne vedremo delle belle. La Turchia rischia di trovarsi una volta di più a camminare per i mesi a venire sull'orlo di una crisi di nervi. E comunque sia, ancora una volta, sarà il caso di seguire con molta attenzione quanto avverrà a cavallo del Bosforo.
Il premier turco Recep Tayyip Erdogan ha ventilato la possibilità di espellere dal paese le migliaia di immigrati irregolari armeni in risposta alle risoluzioni adottate in Svezia e Usa. In Turchia vivono circa centomila armeni, soprattutto donne, che lavorano come in particolare come baby-sitter o domestiche."Cosa farò domani? Se necessario dirò loro 'Via, tornate nel vostro paese', non sono obbligato a tenerli in Turchia", ha detto Erdogan in un'intervista rilasciata martedì sera alla Bbc e rilanciata il giorno seguente con grande evidenza da gran parte della stampa turca.
Iniziative come quelle dei parlamentari svedesi e statunitensi, secondo Erdogan, "sfortunatamente, hanno un impatto negativo sulle nostre buone attitudini"e "colpiscono gli stessi cittadini armeni e alla fine tutto si blocca". Riferendosi ai recenti colloqui per riavviare i rapporti diplomatici con l'Armenia, culminati lo scorso anno nella sigla di alcuni protocolli (per altro non ancora ratificati dai due parlamenti), Erdogan ha detto: "Noi abbiamo teso la nostra mano, ma se la nostra controparte chiude la sua mano in un pugno, non c'è nulla che possiamo fare".
Nemmeno da Erevan, del resto, arrivano segnali incoraggianti. L'Armenia accusa la Turchia di mettere a serio rischio il processo di normalizzazione dei rapporti bilaterali creando "difficoltà ed ostacoli" nuovi, ha detto il ministro degli Esteri, Edward Nalbandyan, facendo riferimento al mancato riconoscimento del genocidio armeno e alle polemiche tra Ankara ed i Paesi che invece il genocidio lo hanno riconosciuto.
"Le dichiarazioni infondate da parte turca sul fatto che la risoluzione all'esame o adottata presso la Camera dei rappresentanti Usa, dal parlamento svedese e in altri Paesi potrebbe danneggiare la normalizzazione turco-armena sono solo uno scudo per coprire il fatto che la stessa Turchia non risparmia sforzi per creare precondizioni che generano difficoltà e ostacoli nel processo di normalizzazione", ha dichiarato il ministro degli Esteri armeno, secondo quanto riportato dall'agenzia Interfax, auspicando che "le autorità turche comprendano la gravità delle conseguenze che il perserverare di questa politica potrebbe avere".
In questi stessi giorni l'Akp, il partito islamico-moderato del premier Erdogan, ha depositato al parlamento turco la bozza di una nuova legge elettorale nella quale non figura più la possibilità di stampare materiale elettorale in lingua curda. La legge introduce alcuni importanti cambiamenti in materia di correttezza del voto e di trasparenza del finanziamento delle campagne elettorali, ma non prevede la possibilità di stampare e diffondere materiale elettorale in lingua curda.
La soluzione della questione curda è (era?) uno dei cavalli di battaglia del premier Erdogan con l'obiettivo di porre fine al lunghissimo e sanguinoso conflitto che ha condannato alla povetà e all'arretratezza il sud est del Paese. In questo quadro erano stati autorizzati corsi universitari in lungua curda e l'apertura del canale televisivo in curdo alla tv pubblica. Nei mesi scorsi si era pure parlato di un piano di pace a cui avrebbe partecipato anche il leader del Pkk, Abdullah Ocalan, detenuto nell'isola di Irmrali dove sconta una condanna all'ergastolo.
Il passo indietro del partito di maggioranza sulla legge elettorale arriva ora dopo la chiusura del partito curdo Dtp nel dicembre scorso da parte della Corte Costituzionale. E proprio le aperture alla minoranza curda e la possibilità di un accordo di pace con i guerriglieri separatisti avevano messo Erdogan nel mirino sia dell'opposizione nazionalista di destra del Mhp, sia di quella kemalista del Chp.
Tutti questi fatti messi in fila possono far immaginare che i prossimi mesi per la Turchia saranno tutt'altro che tranquilli.
In Turchia da tempo si sta svolgendo uno scontro istituzionale tra governo, militari e magistratura che rappresenta lo specchio del più vasto sommovimento sociale che oppone le varie componenti della socità turca: prinsipalmente quella legata all'establishment kemalista e la nuova classe dirigente emersa con Erdogan e l'Akp, ma anche un'anima "modernista" che vorrebbe guardare la futuro lasciandosi alle spalle proprio le contrapposizioni tra "tradizionalisti" laici e "modernizzatori" islamico-moderati.
Nel luglio del 2011 ci saranno le elezioni politiche. Le amministrative del 2009 hanno indicato un calo del favore popolare e la possibilità di ripetere fra 16 mesi una vittoria plebiscitaria come quella del 2007 appare al momento assai scarsa. Il che significa che Erdogan, pur vincendo le elezioni, potrebbe non avere più la possibilità di governare con la solida maggioranza monocolore dell'Akp. Di mezzo c'è anche la riforma della costituzione per la quale l'Akp non ha abbastanza voti in parlamento (essendo venuto meno l'appoggio dei rappresentanti curdi). Erdogan sembra intenzionato quindi a giocare nei prossimi mesi la carta del referendum popolare.
Le dure reazioni di Erdogan dopo il voto in Usa e Svezia sulla questione del genocidio degli armeni si possono allora interpretare anche come un tentativo di far leva sul nazionalismo turco (sempre presente in tutti gli strati sociali in varie declinazioni), rispondendo agli attacchi dell'opposizione, togliendo argomenti ai militari e ricompattando il proprio partito. Il tutto condito con una politica estera giocata a tutto campo, da potenza regionale (quale la Turchia non fa mistero di voler diventare), senza mettere in discussione le tradizionali alleanze ma in totale autonomia.
Con tutta probabilità nei prossimi mesi ne vedremo delle belle. La Turchia rischia di trovarsi una volta di più a camminare per i mesi a venire sull'orlo di una crisi di nervi. E comunque sia, ancora una volta, sarà il caso di seguire con molta attenzione quanto avverrà a cavallo del Bosforo.
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