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venerdì 31 maggio 2013

IL PUNTO DELLA SITUAZIONE IN TURCHIA

Foto Alumbis / Flickr
L'intervista a Marta Ottaviani, corrispondente dell'agenzia TMNews e collaboratrice del La Stampa e di Avvenire, per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda ieri a Radio Radicale.
Un punto sulla attuale situazione politica interna della Turchia e il conflitto in Siria, il problema dei profughi, il recente attentato di Reyhanli, gli errori del premier Erdogan, la sua recente visita a Washington e il colloquio con il presidente Obama, gli sviluppi della trattativa con il Pkk per risolvere la questione curda, il possibile rilancio del negoziato per l'adesione all'Unione Europea.



Aggiornamento del 4 giugno: l'intervista è stata realizzata mercoledì 29 maggio e quindi prima dello scoppio delle proteste per il parco Gezi di Istanbul poi dilagate in molte altre città.

sabato 13 aprile 2013

RACCONTA L'EUROPA ALL'EUROPA: TURCHIA

Undicesima puntata del ciclo di Speciali di Passaggio a Sud Est che fanno parte del progetto europeo promosso da Osservatorio Balcani e Caucaso



La penultima puntata del ciclo di Speciali realizzati nell'ambito del progetto europeo promosso da Osservatorio Balcani e Caucaso per raccontare la realtà politica dell'Europa sud orientale e il suo percorso di integrazione nell'UE, è dedicata alla Turchia: la realtà del Paese dopo un decennio di governo dell'Akp, il partito islamico moderato di Recep Tayyip Erdogan; il presunto rischio islamista e i pericoli di un'involuzione autoritaria del potere; il processo di pace con i curdi e la crisi siriana; la politica estera turca nei Balcani; le relazioni con l'Unione Europea e i negoziati di adesione.

Con Fazila Mat, Alberto Tetta e Rodolfo Toè, collaboratori e corrispondenti di Osservatorio Balcani e Caucaso, e un intervento di Emma Bonino tratto dalla presentazione del secondo rapporto della Independent Commission on Turkey.

Ascolta lo Speciale




venerdì 5 aprile 2013

TURCHIA: I PASSI AVANTI DEL PROCESSO DI PACE CON IL PKK


Sembra fare nuovi passi avanti il processo di pace tra la Turchia e il Pkk. Mercoledì il vicepremier, Bulent Arinc, ha annunciato che è pronta la commissione che avrà il compito di promuovere il processo di pace presso l'opinione pubblica. La commissione, composta da 63 persone fra le quali figurano note e apprezzate personalità del mondo industriale, dell'associazionismo, della cultura e dello spettacolo è stata divisa in gruppi di lavoro che saranno impegnati nelle prossime settimane a presentare in tutta la Turchia il progetto di pace. Sempre l'altro ieri, il leader storico del Pkk, Abdullah Ocalan, ha assicurato che i suoi uomini si ritireranno della Turchia disarmati, "dopo aver seppellito le loro armi". Lo hanno riferito i media turchi riportando il contenuto di una conversazione che Ocalan avrebbe avuto con il capo dell'intelligence di Ankara, Hakan Fidan, venerdi' scorso.  Queste notizie sembrerebbero smentire le voci di una "crisi" in cui si troverebbe il processo di pace a causa della mancata intesa sulle modalita' del ritiro dei guerriglieri. Per la dirigenza del Pkk, ma anche per il Bdp, il partito curdo che siede nel parlamento turco, serve un provvedimento parlamentare, mentre il governo ritiene che ciò non sia necessario. Ocalan si dice comunque ottimista sull'esito del processo di pace. In un messaggio rivolto alle migliaia di sostenitori in occasione del suo compleanno che si è festeggiato ieri, Ocalan ha scritto: "Le probabilità di una pace onorevole sono cresciute davvero molto", aggiungendo che la pace porterà ad una "rinascita di un popolo", quello curdo, che rappresenta circa un quinto della popolazione della Turchia. Dopo lo storico messaggio del 21 marzo, in occasione del Newroz, il capodanno curdo, in cui Ocalan ha chiesto ai guerriglieri del Pkk di deporre le armi e ritirarsi oltre frontiera in attesa della fine definitiva del conflitto che in trent'anni ha provocato 40mila morti, il leader storico del Pkk ha fatto appello al suo popolo, povero o ricco, giovane o vecchio, uomini e donne, di partecipare al processo di pace: "Io spero che non ci sarà una sola goccia di sangue nell'evolversi del processo di pace" ha scritto tra l'altro. Da segnalare che per la prima volta la polizia turca non è intervenuta contro i sostenitori del leader curdo che si sono radunati a Omerli, suo paese natale nel sud-est del Paese, scandendo slogan in cui hanno chiesto "libertà per Ocalan".

Il governo turco sta intanto elaborando gli scenari per giungere alla pace con il Pkk. Nei giorni seguenti l'annuncio del cessate il fuoco da parte di Ocalan, il quotidiano Hurriyet citava una fonte autorevole del governo secondo cui la prima fase del piano prevederebbe il ritiro dei guerriglieri curdi dal territorio turco verso le basi in nord Iraq, che il governo vorrebbe completare entro il prossimo autunno. In parallelo al ritiro verrebbe istituita una commissione parlamentare ad hoc. Per il momento sembrerebbero esclusi provvedimenti mirati per favorire il ritiro del militanti curdi, mentre si pensa a iniziative per facilitare in futuro il reintegro nelle società turca dei guerriglieri che deporranno le armi. Per quelli che non hanno commesso reati problemi non ce ne saranno. Per quelli soggetti a procedimenti penali, ma che non hanno avuto posizioni di comando nell'organizzazione militare, si starebbe pensando ad una modifica delle leggi. Complicata invece la posizione dei comandanti della guerriglia: Erdogan ha parlato più volte della possibilità dell'esilio in "Paesi terzi"che potrebbero concedere loro uno status speciale. Ci saranno poi da ricollocare le 70mila "guardie di villaggio", di etnia curda, impiegate in questi anni come milizia contro il Pkk. Il governo sta lavorando anche sulla questione dei diritti umani per armonizzare la normativa turca alla Convenzione europea. Nella seconda metà dell'anno il governo potrebbe anche sospendere il provvedimento con cui a suo tempo il parlamento lo autorizzava ad ordinare le operazioni fuori confine delle forze armate in nord Iraq. Un altro passo molto importante in questa fase sarebbe quello di abolire la legge antiterrorismo, che ha portato in carcere migliaia di simpatizzanti del Pkk, e di modificare radicalmente il codice penale.


giovedì 28 marzo 2013

PASSAGGIO IN ONDA

E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est trasmessa da Radio Radicale il 28 marzo. La trasmissione è ascoltabile nella sezione "In Onda" del blog oppure, insieme a quelle precedenti, sul sito di Radio Radicale.

giovedì 21 marzo 2013

OCALAN ANNUNCIA IL 'CESSATE IL FUOCO': STORICO NEWROZ PER I CURDI E LA TURCHIA


"Oggi inizia una nuova era per passare dalla lotta armata alla lotta democratica"

Newroz storico per i curdi e anche per la Turchia: atteso da alcuni giorni è infatti arrivato oggi l'annuncio del “cessate il fuoco” da parte del Pkk, il Partito curdo dei lavoratori. Il suo leader storico, Abdullah Ocalan, detenuto dal 1999 nel carcere di massima sicurezza sull'isola di Imrali, ha fatto diffondere questa mattina il documento nel quale annuncia la sospensione dell'operazioni armate e invita i combattenti del Pkk a ritirarsi oltre i confini della Turchia, nel Kurdistan iracheno.
Il documento di Ocalan è stato letto a Diyarbakir, nel sud est della Turchia, da due deputati del Bdp, il partito curdo che siede nel parlamento di Ankara, davanti ad una folla enorme: si parla di almeno 200mila persone) con striscioni, bandiere e immagini del leader del Pkk.
"E' il tempo della politica, non delle armi", afferma il messaggio. "Una nuova era inizia oggi, la porta si apre per passare dalla lotta armata alla lotta democratica", dice Ocalan nel messaggio letto in curdo, ma anche in turco. "Facciamo tacere le armi, lasciamo parlare la politica. E' ora che le nostre forze armate si ritirino oltre i confini. Non è la fine, e l'inizio di una nuova era".
Solo le prossime settimane e mesi ci diranno se sarà davvero così: se il capodanno curdo del 2013 segnerà l'inizio di una fase nuova in un conflitto che va avanti da oltre 30 anni e che ha provocato oltre 40mila morti.
Di sicuro oggi è cominciata la primavera e non poteva farlo in modo migliore.


giovedì 17 gennaio 2013

PASSAGGIO IN ONDA

E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est trasmessa da Radio Radicale oggi 17 gennaio. La trasmissione è ascoltabile nella sezione "In Onda" del blog oppure, insieme a quelle precedenti, sul sito di Radio Radicale.

mercoledì 16 gennaio 2013

CURDI: LA STRAGE DI PARIGI POTREBBE ESSERE OPERA DELL'IRAN

(AP Photo/Thibault Camus)
Mentre Ankara attende informazioni da Parigi sulle tre militanti curde uccise la settimana scorsa (fra le quali figurava Sakine Cansiz, tra i fondatori del Pkk), e rassicura che l'accaduto non avrà ripercussioni sulle relazioni fra i due Paesi, compare l'ipotesi che dietro il triplice omicidio potrebbe esserci la mano dell'Iran. Questo, almeno, è quanto propone Ahmet Turk, deputato del Partito della Pace e della Democrazia (Bdp), l'unica formazione curda presente nel parlamento turco. "Non credo che questa volta ci sia la mano dello stato turco", ha affermato il parlamentare definendo i presunti mandanti iraniani delle tre uccisioni come "forze internazionali" che vogliono impedire alla Turchia di diventare una potenza internazionale nella regione. Turk, che nelle scorse settimane ha incontrato in carcere il leader del Pkk, Abdullah Ocalan, con il quale ha fatto il punto sui negoziati in corso con il governo di Ankara per trovare una soluzione alla questione curda. "Trovare una soluzione alla questione curda farebbe della Turchia l'unica vera potenza nella regione e per questo l'Iran potrebbe essere il responsabile [delle uccisioni] e non sarebbe la prima volta", ha detto Turk precisando però di non avere prove a sostegno della sua ipotesi.

Sabato scorso il premier turco Recep Tayyip Erdogan aveva chiesto alla Francia di fornire immediati chiarimenti su quanto avvenuto nella notte fra il 9 a il 10 gennaio, invitando anche il presidente francese Francois Hollande a spiegare la natura delle relazioni dopo che questi aveva dichiarato di conoscere una delle tre donne assassinate. I rapporti fra Ankara e Parigi, che nel corso degli ultimi anni hanno attraversato diverse crisi – tra l'altro a proposito della questione del genocidio armeno – si erano recentemente rasserenati proprio a seguito dell'elezione di Hollande.Il portavoce del ministero degli Esteri, Selcuk Unal, ha rassicurato che le relazioni turche con la Francia proseguiranno su tutti i piani: “Esiste una volontà reciproca di sviluppare i rapporti con la nuova amministrazione francese", ha dichiarato Unal sottolineando che la prevista visita di Hollande in Turchia nel 2013 non è in discussione. Quanto alle indagini in corso in Francia sul triplice omicidio, Unal ha assicurato che Ankara sta monitorando il caso da vicino: “Abbiamo chiesto alle autorità francesi di comunicarci informazioni dettagliate sui fatti”, ma i chiarimenti non possono essere chiarimenti immediati perché l'inchiesta è tutt'ora in corso. “Aspettiamo che le indagini finiscano”, ha detto Unal ai giornalisti.


martedì 8 gennaio 2013

TURCHIA: IL PREDICATORE GULEN APPROVA LA TRATTATIVA DI ERDOGAN CON IL PKK

Fetullah Gulen, il filosofo islamico turco che da anni vive in autoesilio negli Stati Uniti, ma che è sempre molto influente nella politica turca al punto da essere considerato da molti l'eminenza grigia del governo Erdogan, ha dato la sua approvazione alla trattativa tra Ankara e il Partito dei lavoratori del Kurdistan che lotta per l'indipendenza curda. Lo riporta il sito Herkul.org, vicino al movimento guidato da Gulen. "La pace è bene e la generosità deriva dalla pace. Si può baciare la mano o il lembo della veste finché non si manca di rispetto all'orgoglio nazionale", ha affermato il filosofo durante un incontro con alcuni suoi seguaci aggiungendo che deve essere fatto tutto il necessario perché vengano cancellate le fratture del passato: "Non dovremmo permettere che il Paese venga diviso".

La scorsa settimana due deputati curdi e un avvocato hanno ricevuto il permesso di visitare Abdullah Ocalan, fondatore del Pkk, detenuto nel carcere di massima sicurezza sull'isola di Imrali, in mezzo al Mar di Marmara, dove sta scontando l'ergastolo. Il ministro della Giustizia, Sadullah Ergin, ha confermato l'autorizzazione alle visite, aggiungendo che ce ne saranno altre in futuro, ma sottolineando che "questo processo non continuerà se se ne abuserà". Il Bdp, il partito della minoranza curda rappresentato in parlamento, sta cercando, senza però grandi successi fino a questo momento, di fare inserire il riconoscimento della minoranza nella nuova Costituzione, che avrebbe dovuto vedere al luce entro il 2012.

Il Pkk lotta dal 1984 per la creazione di uno Stato curdo indipendente: una guerra che fino ad oggi ha provocato circa 45mila vittime. Le ultime oggi: almeno 12 guerriglieri del Pkk sono rimasti uccisi nel sudest del Paese nello scontro con i militari turchi che hanno subito un morto e alcuni feriti. Secondo quanto riferito dall'agenzia di stampa Dogan, i combattimenti sono iniziati quando un gruppo di guerriglieri, che sarebbero penetrati nella notte in territorio turco dal nord dell'Iraq, ha tentato di assaltare una stazione di polizia nei pressi della città di Cukurca, nella provincia di Hakkari, provocando la reazione delle forze di sicurezza.


domenica 2 dicembre 2012

IL RICONOSCIMENTO PALESTINESE ALL'ONU E' COMINCIATO DAL KOSOVO

Foto AP / Mohammed Ballas
Il 29 novembre l'Assemblea generale delle Nazioni Unite ha votato a larghissima maggioranza l'ammissione dell'Autorità nazionale palestinese come “non membro osservatore” al Palazzo di vetro. Credo sia stata una decisione giusta: certo imperfetta e criticabile, come ogni cosa, ma opportuna e ormai inevitabile. Sono convinto che Israele abbia il diritto di difendere la propria esistenza e la propria sovranità, concetti che forse nessuno metterebbe in discussione se si parlasse, che so, del Venezuela, del Togo o della Turchia, ma che nel caso dello Stato ebraico divengono sempre oggetto di sottili distinguo, magari da parte di chi poi non appare particolarmente scandalizzato dalle dichiarazioni di qualche capo di Stato che ne invoca la distruzione o propone la deportazione dei suoi abitanti in Alaska. Altro è, naturalmente, il giudizio che di volta in volta si dà sull'operato del governo di Tel Aviv.

Credo che quanto è successo al Palazzo di vetro sia giusto e opportuno e che chi da noi ha criticato il voto dell'Assemblea generale non capisca che il voto del 29 novembre offre delle opportunità e toglie qualche alibi. Un alibi da smascherare è certamente quello degli oltranzisti arabi e dei loro amici che lamentavano, strumentalmente, la mancanza di riconoscimento internazionale per il popolo palestinese. Un paravento dietro al quale sempre meno si possono nascondere anche i governanti palestinesi. Un'opportunità è quella di poter riprendere le trattative alla ricerca di un accordo di pace (che notoriamente si fa con i nemici, cioè quelli che ti hanno sparato addosso fino ad un momento prima). Per questo credo che sbagli chi sostiene, come per esempio Fiamma Nirenstein sul Giornale di ieri che Israele se ne dovrebbe uscire dell'Onu. Per andare dove? Israele è abituata all'isolamento e saprà resistere, ha scritto, ma è di questo che hanno bisogno gli israeliani e gli ebrei di tutto il mondo? Segnalo, a questo proposito, l'interessante intervento di ieri su Europa di Matteo Mecacci (deputato radicale, presidente del Comitato Diritti umani dell'Osce).

Non voglio insegnare niente a nessuno, ma Nirenstein e gli altri che in questi giorni hanno scritto cose simili, potrebbero ricordare, come ha fatto il grande direttore d'orchestra Daniel Barenboim, in un intervento sul Corriere della Sera, che (coincidenze della storia) il 29 novembre del 1947, proprio l'Onu, con il “Piano di partizione della Palestina”, stabilì la divisione del territorio in modo che arabi ed ebrei potessero convivere in due Stati. La decisione fu accolta con gioia dagli ebrei e respinta dagli arabi che diedero il via all'interminabile serie di conflitti che ancora non si è conclusa. Il voto del 29 novembre 2012 all'Onu è un'opportunità per la pace: non so se l'ultima, ma certo sarebbe un errore lasciarla cadere. Il governo israeliano può pure pensare di isolarsi illudendosi che il Paese possa bastare a sé stesso, ma, a mio modesto avviso, farebbe meglio a cogliere il momento e, invece di costruire nuovi insediamenti a Gerusalemme Est e in Cisgiordania (con quale legittimità?), offrire di riprendere la trattativa isolando e smascherando chi non propone altro che la distruzione dello Stato ebraico.

Il riconoscimento dell'Anp all'Onu, però, non è una questione che possa essere circoscritta all'ambito mediorientale, ma finirà per avere conseguenze anche in altre questioni molto delicate e complesse: per esempio in quella dei curdi. Sempre ieri, Mimmo Candito su La Stampa faceva notare che “se sono in 5 milioni i palestinesi che hanno ottenuto un primo riconoscimento delle loro attese, i curdi – che sono 25 milioni – trovano nel voto dell'Onu ragioni ancora più forti per rinnovare la loro rivendicazione d'una patria che sia anche uno Stato”. La questione curda, ricordava Candito, investe frontiere, vicende nazionali e governi diversi dato che i curdi, infatti, sono divisi tra Turchia, Siria, Iran e Iraq, ma il problema è che “frantumare le storie politiche di questi paesi per ricompattarle in un unico nuovo spazio omogeneo che dovrebbe avere il nome appunto di Kurdistan sarebbe per la storia di quell'area più distruttivo di una gigantesca bomba atomica […] un sisma che allargherebbe la sua sconvolgente onda d'urto in ogni angolo del pianeta”.

L'indubbio successo colto dai palestinesi alle Nazioni Unite è dunque destinato, secondo Candito, ad avere delle ricadute “sull'intera cosmogonia dei nazionalismi riaccesi nella crisi identitaria provocata dalle fratture della mondializzazione”, dalla questione degli armeni al Tibet, dal conflitto in Kashmir ai Paesi baschi, fino all'indipendentismo catalano. Citando la “geostrategia delle emozioni” di Moisi seguita allo “scontro delle civiltà” di Huntigton, Candito ricorda che i processi della storia subiscono spesso spinte che provocano conseguenze imprevedibili. Seguendo questo ragionamento, la mia personale impressione è che il punto di inizio possa esser ricercato in Kosovo e nell'indipendenza dichiarata dai kosovari albanesi, sostenuti da Usa e da parte dell'Ue, poi legittimata dalla Corte di giustizia dell'Onu. Ci hanno spiegato che quello dell'indipendenza kosovara era un caso “sui generis”, ma era evidente che non poteva essere così. Non ha provocato la serie di disastri geopolitici a catena che molti autorevoli analisti avevano preconizzato con un po' troppa approssimazione, ma ha messo in moto trasformazioni le cui conseguenze non sono state previste. E non avrebbero potuto esserlo, perché “i processi della storia non sono segnati solo dalla razionalità”. Sarà bene che non ce ne dimentichiamo.


venerdì 23 novembre 2012

TURCHIA: LA POLITICA "NEO OTTOMANA" ALLA PROVA DELLA REALTA'

Uno Speciale di Passaggio a Sud Est andato in onda oggi a Radio Radicale per fare il punto sulla situazione della Turchia: sulla politica interna, ma soprattutto sull'evoluzione della sua politica internazionale di fronte agli avvenimenti degli ultimi due anni. La dottrina della "profondità strategica", elaborata dall'attuale ministro degli Esteri, Ahmet Davutoglu, che ha ispirato la diplomazia di Ankara, rassunta con lo slogan "zero problemi con i nostri vicini", sono messe alla prova dalle primavere arabe, dalla crisi dei rapporti con Israele e soprattutto dalla crisi siriana che rilancia anche la questione curda e ha rimesso al centro la definizione delle relazioni con gli alleati occidentali della Turchia, Usa prima di tutto, e il ruolo della Nato. Solo sullo sfondo, al momento, vista l'attuale crisi economico-politica che agita l'Europa, ma pur sempre aspetto da considerare, la questione del negoziato per l'adesione all'UE in grave crisi e praticamente fermo. 

La trasmissione cerca quindi di offrire alcuni spunti, considerazioni e analisi per orientarsi in una situazione complessa e costentemente in evoluzione con le interviste a Marta Ottaviani, corrispondente dell'agenzia TMNews e collaboratrice dei quotidiani La Stampa e Avvenire, Alberto Tetta, giornalista freelance e corrispondente di Osservatorio Balcani e Caucaso, e Nathalie Tocci, vicedirettore dell'Istituo Affari Internazionali. Nel programma, inoltre, la testimonianza del deputato radicale Matteo Mecacci, tratta dall'intervista di Ada Pagliarulo, sulla visita al campi profughi siriani di Akcakale di una missione dell'Osce. Conclude Emma Bonino, componente dell'Independent Commission on Turkey, con una carrellata delle principali questioni internazionali che coinvolgono la Turchia, a partire dal processo di adesione all'Unione Europea, ma anche le preoccupazioni sollevate da problemi interni, come le incarcerazioni di giornalisti, e alcune possibili iniziative del governo Erdogan come la reintroiduzione della pena di morte.

Ascolta direttamente qui lo Speciale di Passaggio a Sud Est





lunedì 19 novembre 2012

TURCHIA: I DETENUTI CURDI SOSPENDONO LA PROTESTA DOPO OLTRE DUE MESI

Appello del leader del Pkk: "Gli scioperi della fame hanno raggiunto il loro obiettivo".

Dopo oltre due mesi, ieri è finito lo sciopero della fame ai 1700 detenuti curdi nelle carceri turche. Come riferiscono le agenzie, è stato lo stesso leader del Pkk, Abdullah Ocalan, in isolamento nell'isola di Imrali a far giungere ai detenuti un appello perché non mettessero a rischio la loro vita dopo che sabato scorso, per la prima volta da mesi, suo fratello è riuscito a visitarlo Ocalan in carcere. “Il leader ritiene che gli scioperi della fame abbiano raggiunto il loro obiettivo”, ha detto Mehmet Ocalan al termine della visita. I prigionieri, ma anche molte altre persone, come alcuni deputati del Bdp, il partito filocurdo presente nel parlamento di Ankara, avevano iniziato lo sciopero il 12 settembre per chiedere, tra l'altro, la possibilità di utilizzare la lingua curda per difendersi nei tribunali turchi e la fine dell'isolamento in carcere per il leader storico del Pkk.

Secondo il quotidiano Radikal, l'appello di Ocalan è nato in seguito ad una serie di incontri con i funzionari dei servizi segreti. Il giornale spiega che “una delegazione è andata a Imrali in tre occasioni” e che “un alto dirigente ha partecipato a una delle tre visite in cui è stato richiesto l'intervento di Ocalan”. Nelle carceri dove si trovano i detenuti che hanno attuato lo sciopero sono intervenute inoltre equipe di sanitari per assistere i detenuti più gravi (quasi 150 secondo quanto reso noto del ministero della Giustizia). Inoltre il governo turco ha accettato di presentare un provvedimento di legge ad hoc che consentirebbe ai detenuti di utilizzare la loro lingua madre nei processi dove sono imputati.

La conclusione, almeno per il momento, dello sciopero della fame, che stava rischiando di trasformarsi in una tragedia, ha fatto tirare il fiato al governo Erdogan: “Ringrazio i detenuti che hanno preso questa decisione, hanno fatto la cosa giusta, non hanno turbato il popolo turco, perché nessuno voleva che questi scioperi avessero come esito delle morti”, ha dichiarato il vicepremier, Bulent Arinc, secondo il quale la fine dello sciopero “ha evitato grandi dolori e sofferenze alla nazione turca”.



giovedì 8 novembre 2012

PASSAGGIO IN ONDA

E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est trasmessa da Radio Radicale oggi 8 novembre. La trasmissione è ascoltabile nella sezione "In Onda" del blog oppure, insieme a quelle precedenti, sul sito di Radio Radicale.


mercoledì 7 novembre 2012

TURCHIA: POSSIBILI APERTURE DEL GOVERNO ALLE RICHIESTE DEI DETENUTI CURDI

Ma il premier Erdogan accusa il partito curdo di fomentare le proteste d'accordo con il Pkk 

Lo sciopero della fame che, da due mesi, stanno portando avanti quasi settecento curdi e turchi detenuti in 37 carceri di tutta la Turchia sembra finalmente sul punto di ottenere qualche risultato. Ieri il governo di Ankara ha aperto alla possibilità di usare la lingua curda nei processi da parte degli imputati, richiesta che fa parte del pacchetto di rivendicazioni alla base della protesta. Tra le richieste c'è anche quella del miglioramento delle condizioni di detenzione loro e la fine dell'isolamento per Abdullal Ocalan, leader del Pkk, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, detenuto da anni nell'isola di Imrali, in mezzo al mar di Marmara.

Lunedì sera, al termine del consiglio dei ministri, il vicepremier e portavoce del governo, Bulent Arinc, ha spiegato che il premier Recep Tayyip Erdogan ha incaricato il ministro della Giustizia, Sadullah Ergin, di studiare l'abolizione della normativa che non permette agli imputati di difendersi nella loro lingua madre. Il vicepremier ha aggiunto che il governo intende cambiare la normativa per ragioni umanitarie e non in risposta alle richieste dei detenuti. Arinc si è poi rivolto direttamente ai detenuti in sciopero sciopero della fame assicurando che la Turchia “conosce bene” le loro richieste che avete fatto e sottolineando che governo e Parlamento sono le istituzioni a cui vanno indirizzate: “Ci aspettiamo che non turbiate ulteriormente le vostre famiglie o noi. La nostra aspettativa è che interrompiate lo sciopero della fame”.

Sabato scorso Erdogan, parlando al congresso annuale del suo partito, l'Akp (Partito per la giustizia e lo sviluppo), che celebrava il decennale dell'arrivo al potere, aveva avvertito i detenuti in sciopero della fame di non trasformare la loro protesta in una “estorsione”. Nel frattempo la polizia utilizzava gas lacrimogeni e idranti per disperdere i manifestanti curdi che avevano lanciavato pietre e molotov durante una manifestazione nella città di Diyarbakir in sostengo dello sciopero dei detenuti, nel sudest del paese, durante la quale almeno 20 manifestanti sono stati arrestati.

Durante il suo tradizionale discorso del martedì al gruppo parlamentare dell'Akp, Erdogan ha attaccato duramente il Bdp, il Partito curdo per la democrazia e la pace presente nel parlamento turco, accusandolo di aver fomentato le proteste dei detenuti insieme al Pkk. “Sostengono la necrofilia; forzare le persone che stanno già pagando un prezzo a praticare lo sciopero della fame è proprio un'ingiustizia”, ha affermato il premier aggiungendo che il partito dovrebbe chiedere ai detenuti di interrompere lo sciopero, per non entrare “nei giochi di sangue” della formazione politica curda.

La dirigenza del Bdp, da parte sua, da una parte sembra voler ignorare le parole di Erdogan preferendo invece cogliere l'apertura del vice premier. Ahmet Turk, ex segretario del Dtp, il Partito curdo per la società democratica chiuso dalla magistratura nel 2008 sostituito poi dal Bdp, si è limitato a definire “preziose” le parole di Arinc aggiungendo di attendersi ora passi concreti.

Intanto, a Roma, una delegazione di rifugiati politici curdi presenti in Italia nel corso di un presidio tenuto davanti alla Camera è stata ricevuta dal senatore Pietro Marcenaro, presidente della Commissione per i diritti umani del Senato e dall'onorevole Furio Colombo, presidente del Comitato per i Diritti Umani della Camera, ai quali hanno consegnato un dossier aggiornato sulla drammatica situazione dei detenuti in sciopero della fame a oltranza. I rifugiati hanno chiesto che l'Italia si mobiliti e faccia pressione sul governo di Ankara che, dicono, continua a ignorare le legittime richieste del popolo curdo e prosegue la repressione di ogni dissenso.


mercoledì 31 ottobre 2012

TURCHIA: CENTINAIA DI DETENUTI CURDI IN SCIOPERO DELLA FAME NEL SILENZIO DEI MEDIA

Nel quasi totale disinteresse della grande stampa internazionale centinaia di detenuti curdi stanno conducendo uno sciopero della fame, alcuni sin dal 12 settembre, in decine di carceri della Turchia Chiedono al governo di avviare trattative con il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), di potersi difendere nella propria lingua madre, il diritto all’istruzione in lingua curda e che il loro leader Abdullah Ocalan (che dal 1999 è detenuto sull'isola di Imrali, in mezzo al Mar di Marmara) posssa finalmente incontrare i suoi avvocati mettendo così fine all'isolamento che dura ormai da più di 14 mesi. Fra i detenuti in sciopero ci sono anche alcuni dirigenti del Bdp, il Partito curdo per la democrazia e la pace e che in questo momento conta dietro le sbarre 30 sindaci, 6 deputati e 56 membri del consiglio direttivo, accusati di essere fiancheggiatori dei guerriglieri del Pkk.

Amnesty International è intervenuta dopo che nei giorni scorsi erano circolate notizie secondo le quali i detenuti in sciopero della fame nelle carceri di Silivri e Sakran erano stati posti in isolamento e che in quella di Tekirdag le guardie carcerarie avrebbero sottoposto a maltrattamenti quelli che stanno prendendo parte alla protesta. Secondo le denunce, le autorità penitenziarie avrebbero inoltre, in alcuni casi, limitato l'accesso all'acqua, allo zucchero e alle vitamine con cui i prigionieri si garantiscono la sopravvivenza. Lo sciopero della fame, ha ricordato Amnesty, è una protesta pacifica e le autorità turche devono rispettare il diritto alla libertà d'espressione dei prigionieri, compreso quelli di avvalersi di questa forma di lotta. Per questo chiede che non vengano prese sanzioni nei confronti dei detenuti in sciopero della fame e che sia rispettato il divieto assoluto di tortura e di altri maltrattamenti. Amnesty chiede inoltre che i detenuti abbiano accesso a cure mediche qualificate e che siano avviate indagini approfondite ed imparziali su punizioni e maltrattamenti che sarebbero stati inflitti ai detenuti in sciopero della fame.

Il governo turco, da parte sua, ha chiesti ai detenuti curdi di interrompere la loro protesta, senza però indicare l'intenzione di discutere le loro richieste. Il ministro della Giustizia, Sadullah Ergin, si è recato in visita al carcere di Sincan, alla periferia di Ankara, incontrando i detenuti in sciopero della fame. Il ministro ha poi dichiarato che il governo è al lavoro per "fare in modo che questo genere di azioni non siano più necessarie in Turchia", ma senza spiegare se intende rispondere alle rivendicazioni. Intanto, sabato scorso si sono aggravate le condizioni di quattro detenute in sciopero della fame da oltre un mese e mezzo: il loro corpo comincia a rifiutare ora anche i liquidi. Nonostante ciò hanno dichiarato di voler continuare la protesta, una scelta che potrebbe diventare senza ritorno. Per questo intellettuali, scrittori e attori come Sezen Aksu, Yasar Kemal, Rakel Dink e Ipek Çalisar chiedono alle autorità di rispondere prima che sia troppo tardi.


giovedì 11 ottobre 2012

PASSAGGIO IN ONDA


E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est trasmessa da Radio Radicale oggi 11 ottobre. La trasmissione è ascoltabile nella sezione "In Onda" del blog oppure, insieme a quelle precedenti, sul sito di Radio Radicale.



mercoledì 10 ottobre 2012

UNIONE EUROPEA: PUBBLICATO OGGI IL RAPPORTO ANNUALE SULL'ALLARGAMENTO

Candidatura "condizionata" per l'Albania, rinvio dei negoziati con la Serbia a causa del Kosovo, giudizio negativo sullo stato delle riforme in Turchia

Stuart Chalmers / Flickr
Conferimento all'Albania dello status ufficiale di Paese candidato all'adesione all'Ue, rinvio dell'a fissazione della data di apertura dei negoziati di adesione della Serbia, giudizio sostanzialmente negativo sull'avanzamento delle riforme in Turchia. Il rapporto annuale della Commissione europea sui progressi del processo di Allargamento conferma sostanzialmente le anticipazioni circolate nei giorni scorsi sui media dei Paesi interessati. In una conferenza stampa a Bruxelles, il commissario Ue per l'Allargamento, Stefan Fuele, ha presentato ufficialmente il documento con cui ogni anno l'esecutivo comunitario fa il punto sul processo di integrazione dei Paesi che aspirano all'adesione all'Ue.

Dopo essersi vista bocciare per due anni di fila la richiesta di candidatura all'Ue presentata nel 2009, l'Albania ha finalmente ottenuto lo status ufficiale di Paese candidato, ma "condizionato" al rispetto di alcuni impegni fissati dalla Commissione che assicurino il superamento della crisi politica che da tre anni blocca il processo di riforme. La decisione dell'esecutivo di Bruxelles dovrà essere ora formalizzata dal Consiglio europeo di dicembre.

La Serbia, candidata ufficialmente da marzo scorso, come previsto da settimane dovrà invece aspettare ancora la fissazione della data di inizio dei negoziati formali di adesione dall'Ue che resta condizionata a "visibili e tangibili miglioramenti delle relazioni con il Kosovo". Secondo la Commissione europea "la Serbia deve continuare il suo impegno costruttivo nella cooperazione regionale e nel rafforzamento delle relazioni con i Paesi vicini". Bruxelles riconosce che in tale contesto "una prima serie di risultati è stata raggiunta nel dialogo con Pristina”, tuttavia “l'applicazione degli accordi raggiunti non è stata uniforme". Il documento è stato consegnato dall'ambasciatore Ue in Serbia, Vincent Degert, al premier, Ivica Dacic, in concomitanza con la presentazione del rapporto a Bruxelles. Il commissario per l'Allargamento, Fuele, compirà poi una visita a Belgrado.

Il rapporto Ue si sofferma sul compromesso con cui Belgrado ha accettato di partecipare ai forum regionali dove sia presente anche il Kosovo in qualità di stato indipendente. "L'interpretazione serba dell'accordo sulla cooperazione regionale e la rappresentanza del Kosovo è stata infine chiarita e, qualora applicata, non ostacola più il carattere inclusivo della cooperazione regionale". In tale quadro la Commissione Ue ricorda come "la nuova leadership serba ha ribadito il suo impegno ad applicare tutti gli accordi già raggiunti nel dialogo con Pristina, così come di iniziare ad affrontare le questioni politiche". Ne consegue, indica Bruxelles, che "il rispetto di questi impegni è chiave per aprire la prossima fase dell'integrazione della Serbia nell'Ue".

Ampiamente previsto,e anticipato nei giorni scorsi, è ancora sostanzialmente negativo il giudizio della Commissione europea sui progressi fatti dalla Turchia nel campo del rispetto dei diritti fondamentali, che sono tra le condizioni chiave per l'adesione all'Ue. "Aumentano le preoccupazioni per la mancanza di progressi sostanziali verso un pieno rispetto dei criteri politici, la situazione sul rispetto dei diritti fondamentali continua a essere una fonte di grave preoccupazione", si legge nel rapporto annuale di Bruxelles. Nel sottolineare come sia "interesse" dell'Ue e di Ankara che "i negoziati di adesione recuperino slancio", il rapporto ricorda inoltre, nonostante "recenti miglioramenti legislativi", nel contesto della lotta al terrorismo ed al crimine organizzato, persistano "ricorrenti violazioni del diritto alla liberta' ed alla sicurezza, al giusto processo, ed alla liberta' di espressione ed associazione", mentre restano di grande preoccupazione "le restrizioni alla liberta' dei media" e i processi contro scrittori e giornalisti.

Secondo la Commissione Ue, la questione curda "rimane una sfida chiave per la democrazia turca: l'apertura democratica si e' virtualmente bloccata", mentre permane lo stallo nei negoziati sulla riunificazione di Cipro. Il rapporto ammonisce che "nonostante i ripetuti appelli da parte del Consiglio e della Commissione, la Turchia non ha ancora assicurato una piena attuazione non discriminatoria degli obblighi derivanti dall'Unione doganale con l'Ue e non ci sono stati progressinella normalizzazione dei rapporti bilaterali con Cipro". Bruxelles ribadisce dunque "le sue serie preoccupazioni per le dichiarazioni e le minacce turche e chiede il pieno rispetto del ruolo dellapresidenza del Consiglio" dell'Ue, che fino a dicembre e' tenuta da Nicosia.


mercoledì 26 settembre 2012

LA CRISI SIRIANA METTE LA TURCHIA IN DIFFICOLTA'

Frontiera Turchia-Siria nel 2009 (pillandia.blogspot.it)
La Turchia si sente lasciata sola dalla comunità internazionale nella gestione del problema dei profughi siriani, senza che si profilino soluzioni concrete ad una situazione che si aggrava di giorno in giorno. Al momento i rifugiati siriani arrivati nei campi allestiti dalle autorità turche sono 90mila, a fronte di una capienza che secondo i media locali può arrivare a 120mila unità, ben superiore, quindi, a quella soglia psicologica di 100mila indicata dal ministro degli Esteri, Ahmet Davutoglu. Lo scriveva ieri Marta Ottaviani, corrispondente dell'agenzia TMNews, in una serie di lanci in cui spiegava che, anche se la situazione dovesse rimanere invariata, la Turchia si trova già ora a fare i conti con tre problemi: la gestione dell'emergenza lasciata tutta sulle sue spalle, questo almeno è quanto denuncia Ankara, il fallimento di una politica estera regionale che aveva fatto della Siria il Paese di riferimento e l'eccessiva e prematura opposizione al regime di Assad che per il momento ha prodotto solo la recrudescenza della guerriglia separatista curda.

Ankara, dopo aver chiesto un contributo economico per la gestione dell'emergenza da condividere con l'Alto commissariato per i rifugiati dell'Onu (Unhcr), sostiene che quei soldi vengono ora bloccati dai Paesi occidentali. "C'è una crescente sensazione in Turchia che, avendo fatto sacrifici e gestito autonomamente questa situazione, il risultato sia di portare la Comunità internazionale alla noncuranza e alla mancanza di azione", ha detto Davutoglu. Il quotidiano Hurriyet, tuttavia, sostiene che fu la Turchia un anno fa a rifiutare l'assistenza internazionale, mentre adesso si ritrova nella situazione di dover fare pressioni per ottenere un intervento esterno: “Ma le cose non funzionano così. Preferiamo dare assistenza tramite le Nazioni Unite”, ha detto un dirigente europeo al quotidiano. Il problema è che però le autorità di Ankara non sono intenzionate a cedere il controllo dei campi profughi all'Unhcr. Intanto i profughi aumentano e i costi lievitano.

Il governo islamico-moderato di Recep Tayyip Erdogan, nota ancora Marta Ottaviani, deve fare i conti anche con la propria immagine di attore protagonista regionale e con il rischio che la crisi siriana finisca per compromettere seriamente l'ambizione di diventare un grande attore in Medio oriente. C'è poi la recrudescenza degli attacchi dei separatisti curdi, che sono aumentati in parallelo all'escalation del conflitto siriano, tanto che Ankara accusa apertamente Damasco di fomentare e finanziare la guerriglia curda nel sud est della Turchia. Il governo Erdogan, che da anni nutre l'ambizione di diventare il Paese chiave della geopolitica regionale, secondo le teorie dell'attuale ministro degli Esteri, messa alla prova dalla crisi siriana si sia ritrovata scoperta e troppo esposta a conseguenze non previste anche all'interno dei suoi confini. E in questa situazione non aiuta il difficile rapporto con gli alleati occidentali e con gli Usa che non appoggiano concretamente la richiesta di creare una zona di protezione che metta la Turchia al riparo dal rischio terrorismo.

Per il momento, concludeva Marta Ottaviani, la Turchia si trova dunque ad essere il Paese più esposto avendo puntato sulla caduta di Assad, ma che nella attuale situazione ha più da perdere. Oltre all'emergenza profughi, infatti, il governo deve fare i conti con un'opinione pubblica che, soprattutto nel sud est, è sempre più critica riguardo alla politica nei confronti della Siria, visti anche i rapporti economici privilegiati con Damasco che ormai sono un lontano ricordo.


sabato 8 settembre 2012

LA TURCHIA E LA CRISI SIRIANA

Campo profughi di Boyunyogun - Foto di Francesca Tosarelli
Sono ormai oltre 80 mila i profughi siriani ospitati nei campi allestiti dalla Turchia e altre migliaia sono sul confine in attesa di poter entrare nel Paese della Mezzaluna che è stato il primo e il più disponibile ad offirire rifugio a chi fugge dal regime di Bashar Al Assad. La situazione, però, sta ora allarmando le autorità di Ankara che recentemente hanno fatto sapere di non essere in grado di accogliere oltre 100 mila persone e hanno chiesto all'Onu di intervenire creando una "zona cuscinetto" lungo la frontiera in territorio siriano. Le aree al confine tra Turchia e Siria sono però anche zone in cui la popolazione curda è maggioritaria e in queste ultime settimane i guerriglieri separatisti del Pkk hanno intensificato le loro incursioni seguite da analoghe operazioni dell'esercito turco. Secondo Ankara, i guerriglieri curdi agirebbero con l'appoggio e in collaborazione con le forze del regime siriano che tentano in questo modo di creare ulteriori difficoltà ad Ankara che teme il formarsi di zone autonome curde che potrebbero saldarsi con il Kurdistan iracheno creando di fatto una enclave curda indipendente. Si tratta dunque di una situazione estremamente complessa, in cui giocano diversi fattori, in una delle aree più instabili e più esplosive del mondo.

Di questo si parla in una mia intervista per Radio Radicale ad Alberto Tetta, corrispondente di Osservatorio Balcani e Caucaso, che con la fotografa Francesca Tosarelli è stato tra i pochi reporter autorizzati ad entrare nei campi dei profughi siriani in territorio turco. Nell'intervista si parla anche della situazione in Libano, dove Alberto si trovava al momento della registrazione, mercoledì 5 settembre, in particolare a Tripoli, nel nord del Paese dei cedri, che è ormai diventato il secondo fronte del conflitto siriano.

L'intervista è ascoltabile direttamente qui




Leggi gli articoli di Alberto Tetta sul sito di Osservatorio Balcani e Caucaso

Guarda i reportage fotografici di Francesca Tosarelli sui campi dei profughi siriani in Turchia e sulla situazione a Tripoli del Libano


lunedì 6 agosto 2012

TURCHIA: IL PKK ALL'ATTACCO SFRUTTA LA CRISI SIRIANA

The Turkish military deploys a number of tanks and other vehicles around a military post, which has been attacked by the outlawed PKK militants in Hakkari’s Çukurca district. Nearly 130 militants were killed in the ongoing operations, a minister says. DHA photo
Militari turchi contro i guerriglieri curdi del Pkk (Foto DHA)


La crisi siriana sembra avere le conseguenze sulla questione curda che la Turchia ha sempre temuto. La vasta offensiva contro il Pkk, lanciata dalle forze armate di Ankara fra il 23 e il 24 luglio scorsi, che ha provocato oltre un centinaio di vittime fra i guerriglieri del Pkk, e che non ha precedenti per quanto riguarda le operazioni all'interno dei confini turchi, avrebbe come scopo di fermare il tentativo dei guerriglieri separatisti di conquistare territorio. Epicentro dei combattimenti la località di Semdinli, cittadina a maggioranza curda situata nella parte della Turchia incastrata fra l'Iraq e l'Iran. I principali organi di stampa ignorano e venerdì scorso il quotidiano filo-governativo Zaman ha pubblicato un articolo dove si sosteneva che nonostante le azioni dell'esercito nella zona, in città la vita continua a scorrere tranquilla, ma altri quotidiani turchi minori ne parlano da giorni. 

Secondo quanto spiega oggi l'agenzia TMNews, in una serie di lanci della corrispondente da Istanbul, Marta Ottaviani, il timore di Ankara è che la crisi siriana porti alla creazione di un territorio controllato dai curdi nel nord della Siria, che agirebbe da nuova retrovia per la guerriglia del Pkk che, a quel punto, con l'appoggio dei curdi iracheni e di quelli iraniani, potrebbe ottenere il controllo di alcune città del Sud-Est, ponendo fine all'unità nazionale del Paese. Le autorità di Ankara sono allarmate per la situazione sul confine con la Siria, dove il Partito per l'unione democratica, in pratica il braccio politico siriano del Pkk, controlla cinque città. Una situazione del genere cambierebbe i rapporti di forza tra il governo di Ankara e il Pkk mettendo i 15 milioni di curdi turchi, che da anni lottano per avere maggiori diritti, in una posizione inedita.


Secondo quanto hanno riportato i quotidiani Birgun e Gunes, la battaglia per il controllo della regione va avanti da 15 giorni. Centinaia di guerriglieri del Pkk avrebbero già attraversato il confine dal Nord Iraq e altri rinforzi starebbero affluendo in questi giorni. Secondo Hurriyet, il Pkk avrebbe iniziato ad attaccare anche la città di Çukurca, a due passi dal confine con il Nord Iraq. La settimana scorsa il premier Recep Tayyip Erdogan ha detto che la Turchia non esiterà a colpire oltre il confine siriano se lo riterrà necessario, ma il timore è che il conflitto si possa estendere e il ministro degli Esteri turco, Ahmet Davutoglu, si è recato a Irbil per incontrare il presidente della Regione autonoma curda del Nord Iraq, Massoud Barzani. La zona intanto resta vietata ai giornalisti e dagli ambienti governativi di Ankara non trapelano indiscrezioni. Per questo il leader dell'opposizione, Kemal Kilicdaroglu, ha chiesto a Erdogan di fornire "chiarimenti ufficiali e urgenti".

venerdì 20 aprile 2012

TURCHIA: IL SISTEMA GIUDIZIARIO DI FRONTE AL CASO DI PINAR SELEK

"Il caso Pinar Selek e i problemi della giustizia in Turchia": questo il semplice ma significativo titolo di un dibattito internazionale che si è svolto a Strasburgo il 18 aprile. L'incontro è stato organizzato per iniziativa della Turkey origin Citizens' Union of Associations (RACORT) e delle sue componenti Intercultural Citizens' Movement at Strasbourg (ASTU), Turkey origin Citizens' Association at Paris, Turkish Workers Association etz'de Moselle e L'ACORT. Sono intervenuti l'avvocato di Pınar Selek, Akın Atalay, il padre di Pınar Selek, anche lui avvocato, Alp Selek, i giornalisti e scrittori Oral Calislar e Karin Karakaşlı, il professore di filosofia e saggista Zeynep Direk, l'avvocato Martin Pradel della Fédération Internationale des Droits de l'Homme, la presidente del Comitato Diritti umani del Parlamento europeo Barbara Lauchbihler e il president della Commissione parlamentare congiunta P.E-Turchia Hélène Flautre.

Leggi qui l'articolo sul dibattito pubblicato sul sito di Bianet (in inglese)



Pinar Selek, sociologa e scrittrice, fu arrestata una prima volta nel 1998 con l'accusa di complicità con il Pkk e per questo anche torturata dicono i suoi sostenitori. Prosciolta nel 2000 e liberata, è stata nuovamente incriminata e processata nel 2006 e 2011 e ogni volta prosciolta. Ora è nuovamente sotto processo, Come ho già scritto in un precedente post sul suo caso, indipendentemente da come la si pensi sulla questione curda, sul Pkk e sulla politica dell'attuale governo Erdogan, è importante ragionare sullo stato della democrazia in Turchia, sulla situazione del suo sistema giudiziario e sulla tutela dei diritti fondamentali. Soprattutto se, come noi, si è a favore con convizione della sua adesione all'Unione europea.