mercoledì 30 aprile 2014

ELEZIONI EUROPEE 2014: IL PRIMO CONFRONTO TRA I CANDIDATI ALLA PRESIDENZA DELLA COMMISSIONE UE

Lunedì 28 aprile Euronews ha mandato in onda il primo confronto tra i candidati alla presidenza della Comissione Europea, in vista delle elezioni per il Parlamento europeo che si svolgeranno tra il 22 e il 25 maggio (in Italia si voterà in questa data). Si tratta di un evento a suo modo storico: per la prima volta, infatti, il prossimo presidente della Commissione, che succederà a José Manuel Barroso, secondo quanto prevede il trattato di Lisbona del 2009 sarà scelto tenendo conto del risultato delle urne. E per la prima volta, dunque, i principali candidati alla guida dell'esecutivo comunitario si sono confrontati pubblicamente, presentando i loro programmi e rispondendo alle domande dei conduttori e dei cittadini.



Il dibattito ha avuto luogo a Maastricht, in Olanda, nel luogo cioè dove nel 1991 fu firmato il trattato che ha dato vita all'Unione Europea. Quattro i candidati che hanno accettato la sfida proposta da Euronews: Jean Claude Junker, ex premier lussemburghese, ex presidente dell'Eurogruppo, candidato dal Partito popolare europeo; Martin Schultz, attuale presidente del Parlamento, proposto dal Partito socialista europeo; Guy Verhofstadt, ex premier belga ed attuale capogruppo dell'Alleanza dei liberali e democratici; Ska Keller che, insiemea José Bové, è la candidata dei Verdi. Ha invece declinato l'invito il greco Alexis Tsipras, leader di Syriza e candidato della Sinistra unita europea che ha però già fatto sapere che sarà presente il 15 maggio al terzo e ultimo dibattito (il secondo è fissato per il 9 maggio).

Tre i temi di questo primo confronto: l'economia, con le politiche per uscire dalla crisi e rilanciare l'ocupazione, la questione energetica e il modello di crescita; la politica estera, alle prese con le gravi conseguenze della crisi ucraina nel confronto con la Russia; il futuro dell'Unione, con l'allargamento comuntario e le incognite poste dall'avanzata dei movimenti antieuropeisti e xenofobi. Alla fine i quattro candidati hanno riassunto i temi portanti della loro proposta per il governo dell'Unione Europea per i prossimi anni.

Se da un alto è sicuramente positivo che anche i candidati alla presidenza della Commissione si confrontino finalmente in pubblico sulle loro proposte e i loro programmi, rispondendo alle domande dei cittadini, come avviene ormai in tutti i Paesi dell'Unione in occasione delle elezioni, dall'altra parte non è detto che altrettanta trasparenza si avrà nella scelta effettiva del prossimo presidente, nonostante quanto preveda il trattato di Lisbona. Non solo perché questa nuova prassi non è gradita da alcuni dei più influenti leader europei, come la cancelliera Merkel, ma anche perché se dalle urne non dovesse uscire un risultato chiaro, la scelta del capo dell'esecutivo tornerà ad essere affidata alle trattative riservate tra i vari governi.

Sul sito di Euronews analisi e approfondimenti sull'esito di questo primo dibattito televisivo.
Qui di seguito la registrazione in traduzione italiana


sabato 26 aprile 2014

ITALIA, EUROPA, MONDO: SCEGLIERE PER CONTARE

Presentazione del rapporto IAI sulla politica estera italiana

Lo scorso 16 aprile è stata presentata a Roma l'edizione 2014 del Rapporto sulla politica estera italiana dell'Istituto Affari Internazionali: alla tavola rotonda su "Italia, Europa, Mondo: scegliere per contare", hanno preso parte tre ex ministri degli Esteri, Emma Bonino, Massimo D'Alema e Franco Frattini, e l'attuale sottosegretario Benedetto Della Vedova.




Negli ultimi anni, il sommarsi di crisi interna ed esterna, afferma il rapporto, ha messo l'Italia in una posizione di particolare svantaggio e mentre l'economia europea e mondiale sono ora in ripresa e appaiono meno soggette a rischi sistemici, l'Italia trova difficoltà a trarne pieno beneficio perché la sua struttura economica e il suo tessuto sociale si sono notevolmente indeboliti. Anche il quadro politico europeo continua a non essere dei più favorevoli: gli assetti interni dell'Unione Europea rimangono incerti, mentre è emersa una serie di fattori che possono minare la sicurezza del continente a partire dalle tensioni con la Russia generate dalla crisi ucraina.
L'Italia si trova ad affrontare una sfida duplice: da una parte deve riprendere con più coerenza e determinazione le riforme necessarie per riacquistare stabilmente credibilità internazionale, dall'altra deve aggiornare la propria strategia complessiva di politica estera alla luce dei cambiamenti del quadro europeo e internazionale. In particolare, vanno profondamente riviste alcune politiche come quelle sull'immigrazione e sulla difesa. Solo con un concreto programma di riforme, infatti, l'Italia può sperare di ottenere da Bruxelles una maggiore flessibilità nel rispetto dei parametri fiscali. D'altra parte deve anche insistere per alcune modifiche sostanziali della strategia e dell'agenda di politica estera dell'Unione: il primo banco di prova sarà la presidenza italiana dell'UE nel secondo semestre del 2014.


Italia, Europa. Mondo: scegliere per contare
La registrazione della tavola rotonda dal sito di Radio Radicale


venerdì 25 aprile 2014

LA COMUNITA' ARMENA RISPONDE ALLE CONDOGLIANZE DI ERDOGAN

La turchia di Erdogan non si smentisce…negazionista è, e negazionista rimane.

Alla vigilia del 99° anniversario del Genocidio armeno il premier turco Erdogan ha rilasciato un comunicato, diramato in ben sette lingue, armeno compreso, nel quale si lascia andare a talune considerazioni sugli “accadimenti della prima guerra mondiale”. La stampa internazionale ha dato ovviamente molta enfasi alle suddette dichiarazioni che taluni, molto affrettatamente, hanno giudicato una apertura turca sulla questione armena. In realtà una attenta lettura del testo evidenzia, accanto a qualche timida frase di circostanza, la consueta impostazione negazionista della Turchia. Che anzi esce rafforzata proprio dalle frasi del leader turco condite dai soliti distinguo e prese di circostanza.

Il “Consiglio per la comunità armena di Roma” si associa alle reazioni negative che giungono dagli armeni di tutto il mondo ed invita a vigilare contro il negazionismo turco che, a pochi mesi dal centenario del Genocidio armeno, continua a caratterizzare la politica di Ankara. Il messaggio di Erdogan, a parte le “condoglianze ai nipoti” degli armeni, rafforza ancor di più l’antistorica posizione turca, cerca di mettere sullo stesso piano un milione e mezzo di armeni trucidati con alcune decine di migliaia di soldati turchi caduti nel corso delle avventate campagne militari dei generali ottomani; addita, inequivocabilmente, agli armeni la responsabilità se ancora oggi la questione del Grande Male non è risolta e getta nello stesso calderone della Grande Guerra un popolo sterminato dalla ferocia dei Giovani Turchi e tutti coloro che hanno perso la vita nel corso della guerra. Guerra che diviene, ancora una volta, una cortina fumogena dietro alla quale celare la grande strage armena.

Il “Consiglio per la comunità armena di Roma” rifiuta con fermezza ogni atto che non sia un pieno e formale riconoscimento di responsabilità per il genocidio del popolo armeno. Nessun tentativo di “depistaggio” diplomatico potrà mai arrestare il diritto alla Memoria che gli armeni in ogni angolo del mondo reclamano a gran voce; il 24 aprile ed ogni giorno dell’anno.

Il memoriale del genocidio armeno a Erevan (Foto Z@doune/Flickr)

giovedì 24 aprile 2014

GENOCIDIO DEGLI ARMENI: LE CONDOGLIANZE DI ERDOGAN

Recep Tayyip Erdogan
In occasione del 99° anniversario dell'inizio del genocidio degli armeni, che viene commemorato ogni anno il 24 aprile, il primo ministro turco Recep Tayyp Erdogan ha espresso le condoglianze dello Stato turco ai discendenti di coloro che persero la vita “all'inizio del ventesimo secolo”. Nella nota diffusa dall'ufficio del premier si legge: “Speriamo che tutti gli armeni che persero la vita nel contesto dell'inizio del ventesimo secolo riposino in pace e porgiamo le nostre condoglianze ai loro nipoti”.

“Gli incidenti della prima guerra mondiale - prosegue la nota - sono nostra sofferenza condivisa. Valutare questo doloroso periodo di storia con una prospettiva di giusta memoria è una responsabilità della gente comune e degli studiosi”. Nella dichiarazione, Erdogan sottolinea anche l'importanza della libertà di espressione e del rispetto della pluralità nei riguardi della storia: “In Turchia, esprimere opinioni diverse e pensieri in modo libero sugli eventi del 1915 è requisito per una prospettiva pluralistica così come per una cultura di democrazia e modernità”.

E' la prima volta che un leader turco compie un gesto del genere che, in qualche modo, ha quindi un valore storico. Tuttavia, il testo, tradotto in diverse lingue, tra cui anche l'armeno, se da una parte accenna alle “conseguenze disumane” della deportazione e ammette che essa riveste “un significato particolare per i nostri cittadini armeni e per tutti gli armeni nel mondo”, dall'altra parte si guarda bene dall'utilizzare il termine “genocidio” che la Turchia continua a rifiutare recisamente. Erdogan esprime comunque il desiderio che “gli armeni che hanno perso la vita all'inizio del ventesimo secolo riposino in pace e noi porgiamo le nostre condoglianze ai loro nipoti”.

Il 24 aprile gli armeni commemorano l'inizio dello sterminio deciso dal governo dei “Giovani Turchi” nell'ultima fase della caduta dell'impero ottomano e cominciato con gli arresti e la successiva eliminazione della élite armena di Costantinopoli (Istanbul). In seguito centinaia di migliaia di armeni subirono la deportazione e violenze di ogni genere che provocarono la morte di 1 milione e mezzo di persone. Secondo molti storici, quello degli armeni rappresenta il primo genocidio del ventesimo secolo. La repubblica turca, succeduta all'impero, ha però sempre contestato questa cifra, sostenendo che ci furono vittime in ogni parte, che i morti armeni furono molti meno e che la loro uccisione non fu il prodotto di uno sterminio pianificato.

Armeni impiccati ad Aleppo nel 1915


UN ANNO FA LO STORICO ACCORDO TRA BELGRADO E PRIŠTINA

Ivica Dacic, Catherine Ashton e Hashim Thaqi
di Marina Szikora
Il 19 aprile e’ stato ricordato l'anniversario dalla firma dell’accordo di Bruxelles tra Belgrado e Priština che nella sede dell’Unione Europea hanno firmato i due premier, quello della Serbia, ormai uscente Ivica Dačić e il suo omologo kosovaro Hashim Thaci. L’accordo e’ stato frutto di dieci round di colloqui tra le due parti con la mediazione dell’Alto rappresentante dell’Ue per la politica estera e di sicurezza Chaterine Ashton. Secondo il commissario europeo all’Allargamento Stefan Feule, questo accordo aiutera’ Belgrado e Priština sul suo cammino verso l’adesione all'UE e segna una giornata storica nei rapporti tra Serbia e Kosovo, ma anche per i Balcani Occidentali e per l’intera Unione.

Ad un anno dalla firma dell’Accordo, il membro della delegazione kosovara a Bruxelles e consigliere del premier Driton Lajci sostiene che quanto raggiunto abbia portato ad una migliore comprensione delle due parti ma non si aspetta che il dialogo consentira’ di raggiungere l’obiettivo finale dell’ingresso nell’Ue. In una dichiarazione all’agenzia di stampa serba Tanjug, Lajci ricorda che l’obbiettivo del dialogo era innanzitutto quello di portare i due paesi aspiranti all’adesione all’Ue a stabilire relazioni di vicinato normali. Il fatto e’ pero’- afferma il rappresentante kosovaro – che Kosovo e Serbia non hanno ancora “aperto tutte le carte” nell’intenzione di negoziare come due paesi vicini.

Tutto sommato, un anno dopo la firma dell’Accordo dei due premier, serbo e kosovaro, sul “primo accordo relativo ai principi generali della normalizzazione delle relazioni”, l’Ue continua a ribadire che “la priorita’ e’ quella dell’implementazione (dell’accordo)”. Secondo le valutazioni attuali, quello che e’ stato concordato e’ stato parzialmente adempiuto. C’e’ da dire che Bruxelles ufficialmente si dice soddisfatta di quanto raggiunto, Belgrado afferma invece di “aver adempiuto la sua parte degli obblighi quasi al cento per cento” mentre Priština rileva che “e’ stato fatto abbastanza” ma che pero’ “la Serbia deve impegnarsi di piu’” per quanto riguarda l’implementazione dell’accordo.

Nell’ambito dell’Accordo, lo scorso settembre e’ stato stipulato anche l’accordo sull’energia e le telecomunicazoni anche se la parte piu’ difficile, quella relative alla proprieta’ resta ad essere soggetto di futuri colloqui. Poi, a novembre un altro punto dell’Accordo e’ stato raggiunto con lo svolgimento delle elezioni locali in Kosovo inclusi anche i comuni a maggioranza serba. Come ricorda Marina Maksimović, giornalista della Deutsche Welle a Bruxelles, Priština ha rilevato di aver “superato il test europeo” realizzando le elezioni su tutto il territorio del Kosovo, con la partecipazione di tutti i comuni, mentre per Belgrado l’elezione di legittimi rappresentanti serbi ha significato la base per la formazione della Comunita’ dei comuni serbi. Pero’, la Comunita’ dei comuni serbi non e’ ancora funzionante e la parte serba afferma di attendere che Priština soddisfi la sua parte degli obblighi accordati.

Nei giorni precedenti sono iniziati gli scavi in Serbia meridionale che potrebbero chiarire finalmente il destino delle persone uccise nei conflitti tra il 1998/99. Si tratta prima di tutto di albanesi kosovari, ma anche di serbi. Quali che siano o saranno gli effetti dell’Accordo in 15 punti firmato a Bruxelles, esso e’ stato qualificato come “un accordo storico” e “una svolta nelle relazioni tra Serbia e Kosovo”. Proprio in base a quanto raggiunto nella normalizzazione delle relazioni tra Belgrado e Priština, la Serbia ha ottenuto il segnale verde per l’inizio dei negoziati di adesione all’Ue, mentre per Priština sono stati avviati i negoziati sull’Accordo di stabilizzazione e associazione.

Verso la fine dello scorso anno, Belgrado e Priština hanno finalizzato l’accordo sull’integrazione di tutti quelli che vogliono far parte della polizia kosovara. Bruxelles si dice quindi soddisfatta. L’Altro rappresentante dell’Ue, Catherine Ashton ha affermato che quanto raggiunto “e’ impressionante” e che attualmente sis ta lavorando sugli ultimi dettagli relativi alla giustizia. Il tema piu’ pesante e delicate e’ quello che riguarda l’integrazione del nord Kosovo in un sistema giuridico unico. La finalizzazione di questo tema si attende a seguito della formazione del nuovo governo in Serbia.

Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi a Radio Radicale.

SERBIA: A VUČIĆ L’INCARICO DI FORMARE IL NUOVO GOVERNO

Aleksandar Vucic
di Marina Szikora
Martedi’, il presidente della Serbia, Tomislav Nikolić, come previsto e annunciato e ovviamente in base ai risultati elettorali, ha conferito ad Aleksandar Vučić, leader del Partito serbo del progresso, l’incarico di formare il nuovo governo. Precedentemente, settimana scorsa, il capo dello stato serbo ha avviato le consultazioni con i rappresentanti dei partiti che hanno oltrepassato la soglia elettorale, vale a dire con i rappresentanti del Partito socialista serbo, del Partito democratico, del Nuovo Partito democratico, dell’Alleanza degli ungheresi di Vojvodina e del Parito di azione democratica.Ricordiamo che alle recenti elezioni parlamentari tenutesi il 16 marzo scorso, il Partito serbo del progresso (SNS) ha ottenuto il 48,34 per cento dei voti e quindi 158 seggi su 250. Questi risultati potrebbero consentire ai massimi vincitori, il Partito serbo del progresso di controllare i due terzi del parlamento grazie all’appoggio degli 11 deputati delle minoranze e quindi attuare le riforme senza l’appoggio di altri partiti.

Ricevendo l’incarico dal presidente Nikolić, il futuro premier Aleksandar Vučić ha promesso di lavorare con molto impegno e onestamente rilevando che il suo esecutivo trasformera’ la Serbia in uno stato sano e dignitoso. Secondo le sue parole e’ difficile immaginare che finora qualcuno abbia ottenuto l’incarico di premier in circostanze cosi’ difficili, soprattutto „dopo le mali decisioni del 2007 e 2009 a causa delle quali il paese affronta un deficit cosi’ alto con una economia non funzionante“. Vučić ha aggiunto che la Serbia entra in riforme difficili e serie poiche’, cosi’ come annunciato all’inizio della campagna elettorale, la lista che ha ottenuto il maggior numero di voti nella storia moderna serba, lavorera’ per le future generazioni e non per le prossime elezioni. Il presidente Nikolić, da parte sua, ha detto che inizia il tempo di responsabilita’ e che con Vučić ha concordato di collaborare strettamente sulle decisioni che non saranno popolari.

Il futuro governo avra’ tra 16 e 18 membri, ha informato Vučić e faranno parte di questo esecutivo il Partito socialista e l’Alleanza degli ungheresi di Vojvodina. L’accordo di coalizione sara’ firmato il 26 aprile. Nel governo ci saranno anche molte personalita‘ senza appartenenza di partito, esperti di singoli settori, ha precisato il futuro premier, anche se dalle fila dell’opposizione queste mosse vengono qualificate come delle „follie“. „Ci saranno molte sorprese nella composizione del governo“ ha annunciato Vučić dicendosi convinto che i cittadini saranno soddisfatti con il lavoro dell’esecutivo.

Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi a Radio Radicale.

PASSAGGIO IN ONDA

E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 24 aprile 2014.
La trasmissione e' ascoltabile direttamente qui di seguito oppure sul sito di Radio Radicale.



Sommario della trasmissione


L'apertura è dedicata al 99° anniversario del genocidio degli armeni con il messaggio di condoglianze inviato dal premier turco Recep Tayyip Erdogan ai discendenti delle vittime: si tratta di un evento in qualche modo storico dato che per la prima volta un premier turco compie un passo del genere. Tuttavia il comunicato ufficiale non nomina mai la parola "genocidio" e, a proposito di quelli che definisce gli "accadimenti" del 1915, mette sostanzialmente sullo stesso piano le vittime armene e quelle turche, confermando la tradizionale posizione di Ankara che rifiuta di ammettere qualunque tipo di coinvolgimento, anche indiretto, della Turchia moderna nello sterminio.

Macedonia: la tornata elettorale del 27 aprile nella ex repubblica jugoslava in cui si vota per il secondo turno delle presidenziali, che vedono favorito il presidente uscente Giorgi Ivanov vincitore del primo turno, e per il rinnovo anticipato del parlamento con il partito del premier Nikola Gruevski probabile vincitore. 

Albania: la banca centrale segnala un miglioramento della situazione economica, ma si acuisce lo scontro tra la maggioranza di centro-sinistra che sostiene il governo del leader socialista Edi Rama e l'opposizione di centro-destra guidata dal sindaco di Tirana Lulzim Basha. 

Kosovo: un anno fa, al termine di un difficile negoziato mediato dall'Unione Europea, il premier serbo Ivica Dacic e quello kosovaro Hashim Thaqi firmavano lo storico accordo per la normalizzazione delle relazioni tra Belgrado e Pristina che ha rilanciato il processo di integrazione europea dei due paesi anche se la soluzione di molti problemi resta lontana. 

Serbia: dopo la grande vittoria del 16 marzo, il leader del Partito del progresso, Aleksandar Vucic, ha ricevuto l'incarico formale di formare il nuovo governo. Probabile la riedizione della passata maggioranza con i socialisti del premier uscente Ivica Dacic, mentre smbrerebbe possibile un ingresso al governo del Nuovo Partito Democratico dell'ex presidente Boris Tadic.

L'ultima parte della trasmissione proposne l'intervento di Emma Bonino al convegno svoltosi a Roma in occasione della presentazione del rapporto dell'Istituto Affari Internazionali sulla politica estera italiana.

La trasmissione, realizzata con la collaborazione di Marina Szikora eArtur Nura è ascoltabile direttamente qui



giovedì 17 aprile 2014

MACEDONIA: LE ELEZIONI PRESIDENZIALI SI INTRECCIANO CON QUELLE PARLAMENTARI ANTICIPATE

Ivanov vince il primo turno ma è costretto al ballottaggio dalla scarsa affluenza alle urne. Dopo il boicottaggio del 13 aprile sarà cruciale l'atteggiamento della minoranza albanese il 27, quando insieme alle presidenziali si voterà per le elezioni parlamentari anticipate.

Skopje
Di Marina Szikora
Al centro delle vicende politiche nell’area balcanica, ci sono le elezioni presidenziali in Macedonia nonche’ quelle per il rinnovo del parlamento, elezioni anticipate che dovrebbero coincidere con il secondo turno delle presidenziali. Tutto questo accade in un clima che vede abbastanza disuniti sia i politici macedoni, governativi e opposizione, che quelli in rappresentanza della minoranza albanese: l’Unione democratica per l’integrazione (Dui) in quanto parte della coalizione governativa e il Partito democratico degli albanesi che resta in opposizione. Il politologo macedone Petar Arsovski in un commento per la sezione della Deutsche Welle tedesca che si occupa della Macedonia, spiega che tra i blocchi politici ci sono feroci scontri e gli avversari politici si comportano da veri nemici. Cio’ implica una mala situazione dell’ordinamento democratico del paese. Secondo il rapporto della Freedom Haus, il sistema politico in Macedonia nel 2013 e’ stato qualificato come “democrazia semiconsolidata”. Oltre alle divisioni politiche, la Deutsche Welle rileva un altro problema molto serio: poca liberta‘ dei media. Negli ultimi anni i giornalisti investigativi sono sottoposti ad intimidazioni, perfino condannati a lunghe pene carcerarie per presunte „rivelazioni di informazioni confidenziali” e per di piu’ la morte di un giornalista che aveva criticato il regime e’ rimasta senza chiarimenti. E’ stata chiusa anche la televisione A1 che si opponeva alle autorita’ come anche tre quotidiani a causa di presunte irregolarita’ finanziarie, si afferma nel commento della Deutsche Welle.

Tornando alle elezioni, sia quelle presidenziali che quelle parlamentari, in questo periodo quindi in Macedonia si conduce una doppia campagna elettorale. L’attuale premier e presidente del partito governativo Vmro-Dpmne, Nikola Gruevski rileva i successi del suo esecutivo: la disoccupazione e’ calata dal 39 al 28 per cento, vale a dire, sono stati aperti 120.000 nuovi posti di lavoro. Le sovvenzioni agricole sono di 590 milioni di euro, investimenti diretti stranieri raggiungono due miliardi di euro. “Abbiamo effettuato anche oltre di quello che avevamo promesso, a differenza di tutti i governi precedenti” sottolinea Gruevski. Dall’altra parte, l’opposizione afferma che la Macedonia continua ad essere un paese dei poveri. E dal punto di vista finanziario, la Macedonia e’ davvero messa molto male se paragonata con gli altri paesi europei. Uno stipendio medio e’ di 350 euro al mese e il piu’ grande imprenditore e’ lo stato. Molti criticano il fatto che la Macedonia ha speso diverse centinaia di milioni di euro per il contestato progetto Skopje 2014 il quale consiste nella costruzione di edifici monumentali, monumenti e statue nella capitale macedone mentre i soldi per urgenti progetti infrastrutturali non ci sono.

A livello di politica estera, tutto e’ ben chiaro. Tutte le forze politiche concordano almeno sullo stesso obiettivo: l’adesione all’Ue e l’ingresso nella Nato. Ma nonostante questa unanimita’, non si riesce a superare la fase di blocco. Come sappiamo la Grecia ostacola le integrazioni euroatlantiche della Macedonia a causa del nome. Come giustificazione indica il fatto che questa ex repubblica jugoslava potrebbe avere pretese territoriali relative alla regione greca che porta lo stesso nome. La Corte internazionale di giustizia, in questo caso pero’, si e’ espressa a favore della Macedonia. Nel suo rapporto, la Commissione europea, gia’ per cinque anni consecutivi raccomanda l’inizio di negoziati di adesione della Macedonia all’Ue ma il processo di eurointegrazioni resta ancora fermo.

Gli analisti politici non sono sorpresi del risultato del voto presidenziale di domenica scorsa, e’ quanto piu’ o meno si aspettava. Secondo loro il potere utilizza la propria ‘pole position’ perche’ l’opposizione non ha offerto un programma chiaro, queste le osservazioni del politologo Ivica Bocevski il quale aggiunge che la politica dei socialdemocratici di opposizione e’ “tossica e fa pensare agli anni novanta, ai danni della privatizzazione, all’arroganza e alla sfrenata spesa di soldi statali”. Dall’altra parte, l’ambasciatore della Macedonia presso l’OSCE, Arsim Zekoli afferma che la coalizione governativa ha utilizzato il suo potere e la macchina del partito per guadagnarsi l’attuale vantaggio. Secondo questo diplomatico si rafforza lo stile populista di governamento.

La giornalista Katerina Blaževska, sempre per la Deutsche Welle osserva che decisivo al prossimo appuntamento elettorale del 27 aprile potrebbe essere il voto degli albanesi. Vale a dire, un partner nel cosidetto ‘matrimonio calcolato’ potrebbe nuovamente essere DUI, l’Unione democratica per l’integrazione, il maggiore partito albanese nel paese. Questo nel caso se i conservatori non riusciranno ad assicurarsi la maggioranza assoluta. Dall’altra parte, DUI ha boicottato le elezioni presidenziali, pare con successo, perche’ la risposta alle urne nelle aree albanesi e’ stata molto bassa. “Gli albanesi dicono ‘si’ al consenso interetnico in Macedonia, ma al tempo stesso dicono ‘no’ al governamento unilaterale e al presidente unilaterale. Oggi la nostra idea ha trionfato” ha detto Bujar Osmani il portavoce di DUI. Per il giornalista Erol Rizaov e’ ancora poco chiaro se il boicotaggio degli albanesi alle presidenziali e’ soltanto una messa in scena precedentemente stabilita con la coalizione governativa. “Se e’ da giudicare la disciplina degli elettori di DUI, allora il lider di questo partito, Ali Ahmeti potrebbe nuovamente svolgere un ruolo importante e decidere chi sara’ il nuovo presidente ma anche chi sara’ il futuro premier della Macedonia” e’ dell’opinione Rizaov. Gli analisti ricordano le elezioni presidenziali del 2009 quando un candidato ha vinto nettamente al primo turno per poi perdere al ballottaggio. Allora sono stati decisivi proprio i voti degli albanesi.

Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi a Radio Radicale

I MINISTRI DEGLI ESTERI DELL'UE SUL FUTURO EUROPEO DELLA BOSNIA

Di Marina Szikora
Lunedi’ a Lussemburgo i ministri degli esteri dei 28 stati membri dell’Ue hanno discusso della BiH. Il processo di integrazione europea della Bosnia Erzegovina da lungo tempo in stallo a causa della fallita implementazione della sentenza Sejdić-Finci, deve muoversi dal punto fermo, concordano i capi di diplomazia dell’UE. La Bosnia come tema di discussione e’ stata messa in agenda grazie ad una iniziativa dell’Austria e Ungheria. Il rispetto della sentenza Sejdić-Finci resta una questione molto importante, ma il paese deve affrontare “una serie di problemi” economici e sociali per far avanzare il processo di integrazione europea al momento bloccato, ha detto l’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’Unione, Catherine Ashton in vista di questa riunione. Ma l’UE e’ pronta a individuare una nuova strategia nei confronti della Bosnia Erzegovina che sarebbe meno incentrata sulla necessita’ di rispettare la sentenza in questione e piu’ rivolta alla necessita’ e importanza delle riforme economiche e sociali.

In conclusione e’ stato approvato il cosidetto “Patto per la crescita” una decisione questa dell’UE per far ripartire il processo di integrazione. Nelle conclusioni dei ministri riuniti a Lussemburgo si ribadisce l’impegno inequivocabile a favore dell’integrita’ territoriale della Bosnia Erzegovina e a favore della sua prospettiva europea. Il documento dei ministri condanna fermamente “l’inaccettabile retorica secessionista” e si ricorda che Sarajevo rischia di rimanere indietro nel processo di avvicinamento a Bruxelles a causa “della mancanza di volonta’ da parte dei politici bosniaci” a differenza di altri paesi della regione che stanno facendo progressi. Adesso tocca alla Bosnia o meglio ai suoi politici ad intraprendere quello che sono i loro obblighi per il benessere del paese e del proprio popolo. I ministri delgi Esteri del 28 ricordano le proteste popolari all’inizio dell’anno che hanno travolto l’intero paese e quindi spetta ai leader politici offrire risposte concrete relative alle aspettative e preoccupazioni espresse dai cittadini. Le priorita’ da affrontare, rileva il documento dell’UE, sono l’attuazione delle riforme sociali ed economiche tra cui emergente il problema dell’altissimo tasso di disoccupazione, la necessita’ di migliorare il coordinamento delle politiche economiche e di bilancio, la creazione di un migliore ambiente imprenditoriale, un maggiore coinvolgimento della societa’ civile e dei giovani.

Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi a Radio Radicale

SERBIA: VUČIĆ PROSEGUE I COLLOQUI CON I POTENZIALI PARTNER DI GOVERNO

Aleksandar Vucic
Di Marina Szikora
La scorsa settimana si e’ concluso il primo giro di consultazioni del presidente del Partito serbo del progresso e futuro premier, Aleksandar Vučić con tutti i rappresentanti dei partiti politici che hanno oltrepassato la soglia elettorale. Vučić ha annunciato che la Serbia avra’ il nuovo esecutivo il 24 o 25 aprile. I colloqui si sono aperti con l’incontro con il leader dell’Unione degli ungheresi della Vojvodina, Istvan Pastor, a cui Vučić ha esplicitamente offerto di prendere parte nel nuovo governo. In effetti, questa si direbbe l’unica offerta certa resa pubblica. Il giorno dopo vi e’ stato l’incontro con il leader dei socialisti e premier uscente Ivica Dačić. 

A seguito di questo incontro Vučić ha detto che non vuole un governo partitocratico ma che l’obiettivo e’ quello di unire la Serbia e affrontare le difficili riforme. Ha fatto sapere anche che i colloqui con i socialisti proseguiranno a fin di stabilire le modalita’ della loro partecipazione nel futuro governo. “Noi siamo pronti ad intraprendere la nostra parte del lavoro – affinche’ la Serbia non manchi all’occasione ma faccia un passo avanti piu’ grande”, ha detto Dačić dopo l’incontro con Vučić. Infine i colloqui con la delegazione del Nuovo partito democratico guidata da Boris Tadić. Un partito che Tadić lasciando il Partito democratico ha formato poco prima delle elezioni. Su questo incontro, Aleksandar Vučić ha detto che con il Nuovo partito democratico e’ stato raggiunto un livello di accordo significativo sulle questioni cruciali, che si e’ parlato in modo consistente della situazione in Serbia e dei compiti che stanno di fronte al paese, quali riforme sono necessarie per creare una economia sana.

“In Serbia e’ arrivato un momento storico quando e’ necessario che il governo e l’opposizione lavorino unisono sulla soluzione dei problemi sociali ed economici” ha rilevato Tadić, l’ex presidente della Serbia succeduto dopo le ultime elezioni presidenziali da Tomislav Nikolić. Tadić ha aggiunto che il suo partito si comportera’ in sintonia con questa necessita’, nel caso faccia parte della coalizione governativa come anche se rimarra’ in opposizione. Gli obiettivi nazionali e strategici dell’NDS e del Partito serbo del progresso non si differenziano, mentre la presenza del Partito socialista serbo sarebbe controproducente, ha detto Boris Tadić e ha osservato che il socialisti non possono in alcun modo dare un contributo positivo al futuro governo serbo. “Se nel 2008 il Partito socialista serbo e’ stato utile per arrivare ad un accordo di orientamento strategico per l’integrazione della Serbia nell’Ue, oggi lo stesso partito non puo’ in alcun modo apportare un contributo nel processo negoziale con cui si realizza un tale obiettivo” ha concluso Tadić.

Per quanto riguarda il nuovo parlamento della Serbia insediatosi il 16 aprile, esso e’ composto da 158 deputati della lista del Partito serbo del progresso, 44 della lista guidata dal Partito socialista serbo, 19 della lista del Partito democratico, 18 della lista del Nuovo partito democratico con i Verdi, sei della lista dell’Unione degli ungheresi della Vojvodina, tre dello SDA del Sangiaccato e due del PDD di Riza Halimi.

La stampa di Belgrado in questo periodo e’ piena di speculazioni su quello che potrebbe essere la composizione del futuro governo. Cosi’ in questi giorni si specula che per quanto riguarda la coalizione guidata dai socialisti, l’unico nome sicuro a far parte dell’esecutivo e’ quello del leader socialista e premier uscente Ivica Dačić. Gli attribuiscono come possibili incarichi, il ministero della difesa o gli esteri. Ma a guidare la diplomazia serba, sempre secondo i media, ci potrebbero essere anche il leader del Nuovo partito democratico Boris Tadić oppure persino il presidente del Movimento serbo per il rinnovamento (SPO) Vuk Drašković. Non si dovrebbe sentir preoccupato Rasim Ljajić, che secondo le stesse dichiarazioni di Vučić, sara’ di sicuro nel suo governo.Boris Tadić pero’ ribadisce la sua posizione espressa durante l’incontro con i massimi vincitori: se verra’ decisa la partecipazione dei socialisti nel prossimo governo, allora in questo esecutivo i nuovi democratici non vogliono prendere parte.

Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi a Radio Radicale