lunedì 6 agosto 2012

TURCHIA: IL PKK ALL'ATTACCO SFRUTTA LA CRISI SIRIANA

The Turkish military deploys a number of tanks and other vehicles around a military post, which has been attacked by the outlawed PKK militants in Hakkari’s Çukurca district. Nearly 130 militants were killed in the ongoing operations, a minister says. DHA photo
Militari turchi contro i guerriglieri curdi del Pkk (Foto DHA)


La crisi siriana sembra avere le conseguenze sulla questione curda che la Turchia ha sempre temuto. La vasta offensiva contro il Pkk, lanciata dalle forze armate di Ankara fra il 23 e il 24 luglio scorsi, che ha provocato oltre un centinaio di vittime fra i guerriglieri del Pkk, e che non ha precedenti per quanto riguarda le operazioni all'interno dei confini turchi, avrebbe come scopo di fermare il tentativo dei guerriglieri separatisti di conquistare territorio. Epicentro dei combattimenti la località di Semdinli, cittadina a maggioranza curda situata nella parte della Turchia incastrata fra l'Iraq e l'Iran. I principali organi di stampa ignorano e venerdì scorso il quotidiano filo-governativo Zaman ha pubblicato un articolo dove si sosteneva che nonostante le azioni dell'esercito nella zona, in città la vita continua a scorrere tranquilla, ma altri quotidiani turchi minori ne parlano da giorni. 

Secondo quanto spiega oggi l'agenzia TMNews, in una serie di lanci della corrispondente da Istanbul, Marta Ottaviani, il timore di Ankara è che la crisi siriana porti alla creazione di un territorio controllato dai curdi nel nord della Siria, che agirebbe da nuova retrovia per la guerriglia del Pkk che, a quel punto, con l'appoggio dei curdi iracheni e di quelli iraniani, potrebbe ottenere il controllo di alcune città del Sud-Est, ponendo fine all'unità nazionale del Paese. Le autorità di Ankara sono allarmate per la situazione sul confine con la Siria, dove il Partito per l'unione democratica, in pratica il braccio politico siriano del Pkk, controlla cinque città. Una situazione del genere cambierebbe i rapporti di forza tra il governo di Ankara e il Pkk mettendo i 15 milioni di curdi turchi, che da anni lottano per avere maggiori diritti, in una posizione inedita.


Secondo quanto hanno riportato i quotidiani Birgun e Gunes, la battaglia per il controllo della regione va avanti da 15 giorni. Centinaia di guerriglieri del Pkk avrebbero già attraversato il confine dal Nord Iraq e altri rinforzi starebbero affluendo in questi giorni. Secondo Hurriyet, il Pkk avrebbe iniziato ad attaccare anche la città di Çukurca, a due passi dal confine con il Nord Iraq. La settimana scorsa il premier Recep Tayyip Erdogan ha detto che la Turchia non esiterà a colpire oltre il confine siriano se lo riterrà necessario, ma il timore è che il conflitto si possa estendere e il ministro degli Esteri turco, Ahmet Davutoglu, si è recato a Irbil per incontrare il presidente della Regione autonoma curda del Nord Iraq, Massoud Barzani. La zona intanto resta vietata ai giornalisti e dagli ambienti governativi di Ankara non trapelano indiscrezioni. Per questo il leader dell'opposizione, Kemal Kilicdaroglu, ha chiesto a Erdogan di fornire "chiarimenti ufficiali e urgenti".

venerdì 3 agosto 2012

VACANZE INTELLIGENTI

Forse tra i miei 23 lettori ce n'è qualcuno in vacanza in Grecia o che ci andrà, quest'anno o il prossimo. Se non vi interessa solo il mare (che certo di suo merita parecchio), ma avete anche altre cuuriosità, magari di tipo storico, potreste fare un giro a Distomo, paesino fuori dalle rotte turistiche, teatro di un eccidio perpetrato dalle truppe tedesche nel 1944. Questo tragico episodio, ormai lontano nel tempo, è diventato emblematico dei rapporti tra Grecia e Germania nell'attuale crisi economica che i greci stanno pagando così duramente e di come proprio nella crisi riemergano questioni solo apparentemente legate al passato. Per questo riporto qui di seguito il reportage di Francesco Martino, pubblicato il 5 luglio scorso sul sito di Osservatorio Balcani e Caucaso. Buona lettura (e buone vecanze).

Distomo: il sacrario delle vittime dell'ecidio nazista
Grecia - Germania, le fratture della storia
di Francesco Martino 

La crisi economica in Europa riporta a galla animosità e diffidenza, soprattutto nei luoghi segnati dalle ferite della storia. Come Distomo, villaggio della Beozia occidentale, teatro nel 1944 di uno dei peggiori eccidi nazisti nella Grecia occupata. Qui le recriminazioni contro l'austerità voluta dalla Merkel si sfiorano, fino a toccarsi, con richieste di risarcimento mai soddisfatte.

Da una parte il paesaggio lunare, sassoso e spoglio del monte Parnaso. Dall'altra, giù, in fondo alla strada tortuosa che scende nella canicola estiva, il blu cobalto del golfo di Corinto, immobile, silenzioso, scintillante. Atene non è lontana, ma Distomo è un altro pianeta. E' qui, in questo angolo di Grecia periferica e nascosta, che bisogna venire per scoprire vecchie cicatrici della storia, fratture mai del tutto sanate che la crisi sta riportando in superficie, riesumando rancori che sembravano  svaniti.

“La Grecia ha mille motivi per essere giudicata per i propri errori. Quello della Merkel, però, è semplice imperialismo economico. Sono oltraggiato: i politici tedeschi continuano ad avere un senso di rivalsa, una voglia nascosta di portare a termine con l'economia quanto non sono riusciti ad ottenere con due guerre mondiali”. Georgios Theokaris, oggi pensionato dopo una vita passata nel vicino impianto produzione di alluminio, ma soprattutto storico e custode della memoria locale, non usa mezzi termini.

Nella Grecia di oggi, stritolata da tagli e politica di austerità, la simpatia per la Germania e per la classe dirigente teutonica è ai minimi storici. Le passioni viscerali generate dalla recente sfida all'europeo di calcio tra le nazionali dei due paesi ne sono state la manifestazione più visibile e rumorosa.

Per le strade di Atene è difficile ascoltare parole di simpatia non solo per la Merkel, ma per la Germania in generale. Anche i più disposti all'autocritica, puntano il dito contro  il “tradimento” di Berlino. “La Germania ci dice di mettere a posto i conti pubblici, e ha ragione” sostiene l'analista politico Spriros Rizopoulos. “La politica di austerità, però, sta stritolando la Grecia. Non abbiamo capito che la partita con Berlino era una contrattazione. Pensavamo si trattasse di una questione tra amici. E gli amici non trattano. Gli amici si aiutano tra loro”.

A Distomo, però, le recriminazioni non si fermano all'oggi: riportano allo scoperto un incubo del passato. Questo paesino tranquillo e marginale, il 10 giugno 1944, è stato teatro di uno dei peggiori eccidi commessi dalle SS naziste nella Grecia occupata. Dopo uno scontro a fuoco con i partigiani comunisti dell'ELAS, le truppe della “Polizei Panzergrenadier Division” si vendicarono sulla popolazione inerme del villaggio. Dei
circa 500 abitanti, 218 furono uccisi in casa o per strada. Uomini, donne e bambini.

“In Grecia ci sono stati eccidi nazisti anche più grandi”, racconta nella sua casa assolata Theokaris. “A Distomo, però, la bestialità degli omicidi ha raggiunto il massimo grado. Nessuno è stato risparmiato, gli uomini sono stati ammazzati a colpi d'arma da fuoco, i bambini con le baionette, le donne sono state violentate prima di essere finite. E' per questo che a Distomo più che altrove, è rimasto vivo il ricordo, e la richiesta, la necessità di un ricompensa morale per il danno subito”. Ecco perché, nel corso degli anni, i cittadini di Distomo, sopravvissuti e discendenti dei sopravvissuti, hanno chiesto esplicitamente al governo tedesco un riconoscimento formale e un risarcimento economico per i fatti del 1944.

“Non solo chi ha vissuto quell'orrore, ma nemmeno le generazioni più giovani avranno mai pace finché non avremo avuto un riconoscimento”, ci dice Luokas Dimakas giornalista del quotidiano “Ta Nea” e della televisione pubblica ERT, nato e cresciuto a Distomo. “Non si tratta di soldi, ma di placare il senso di giustizia fino ad oggi tradito. Molti tedeschi vengono a visitare Distomo, ci sono vicini. Non c'è rancore nei confronti del popolo, ma vogliamo che la Germania, in quanto stato, si faccia carico di quel passato”.

Con la crisi, e l'irrigidirsi dei rapporti tra Grecia e Germania, la questione della richiesta di risarcimento è diventata ancora più delicata, più sentita. “La Germania non ha mai chiesto perdono per i crimini commessi. La nostra richiesta di compensazione è soprattutto morale, il denaro è solo un simbolo”, racconta Mina Kotsou, 55 anni, insegnante di scuola, mentre sediamo nel bar al centro di Distomo. “La Merkel, però, naturalmente, non vuole cacciare nemmeno un centesimo. Sarebbe un precedente pericoloso, visto che durante la Seconda guerra mondiale i tedeschi hanno seminato rovine in tutta Europa”.

Nel tono di voce concitato, passato e presente si sfiorano fino a toccarsi. Nel massacro di Distomo Mina ha perso due zii. Oggi, con l'eccesso di austerità che i greci (e non solo) attribuiscono ad una scelta miope di Berlino, Mina ha visto il suo stipendio passare da 1300 a 680 euro al mese. “Questo inverno”, confessa, “l'ho passato col cappotto, anche in casa. Soldi per il riscaldamento non ce n'erano”.

Fino ad oggi, le richieste di risarcimento hanno avuto poca fortuna. Nel luglio 2011 la Corte europea per i diritti umani di Strasburgo ha rigettato il ricorso presentato da quattro cittadini di Distomo, bambini al momento del massacro, contro la decisione di corti tedesche che avevano dichiarato inammissibile la richiesta di compenso.

Nel febbraio 2012 è stata la Corte di Giustizia dell'Aja, organo delle Nazioni Unite, a confermare l'immunità dello stato tedesco contro una sentenza di un tribunale italiano del 2008, che aveva ordinato il sequestro di proprietà della Germania in Italia a titolo di rimborso verso cittadini italiani e greci vittime a vario titolo della violenza nazista. Tra questi, anche i cittadini di Distomo.

Nella disputa, mentre tra Grecia e finanziatori internazionali (con Berlino a giocare un ruolo centrale) infuriava la trattativa-scontro sul pacchetto di salvataggio in cambio di riforme strutturali e taglio della spesa, il governo greco, allora guidato da George Papandreou, aveva preso attivamente parte nella difesa delle richieste dei cittadini di Distomo. Berlino, aveva reagito stizzita. “Che dire, semplicemente, non capisco la presa di posizione di Atene”, aveva dichiarato il ministro degli Esteri tedesco, Guido Westerwelle, sottolineando lo scarso entusiasmo tedesco di vedere riaperte questioni considerate chiuse per sempre.

A Distomo, però, vogliono andare avanti. “Il giudizio dell'Aja ha portato alcuni risultati positivi”, sostiene Dimakas. “Per la prima volta è stata riconosciuta l'esistenza di un delitto contro l'umanità, insieme al fatto che esiste una questione relativa al risarcimento. Non ci fermeremo”.

Un filo di vento arriva a smorzare, almeno per un attimo, la calura soffocante. “Proprio sotto questo platano, sono cadute le prime vittime del massacro”, racconta Hristo Filipou, proprietario di un bar nel paese, mostrando con un dito la chioma che regala ombra alla piazza di Distomo. “Noi greci oggi siamo amareggiati per i titoli sprezzanti dei giornali tedeschi, le accuse, le offese. Dopo la guerra, tutto il mondo ha contribuito alla ricostruzione tedesca. Oggi la Germania è di nuovo un paese ricco e potente, ma questo non le dà il diritto di imporre la propria volontà su tutti. E' giusto che oggi restituiscano in parte quanto hanno ricevuto”.

“Anche noi”, conclude pensieroso, “faremo lo stesso. I greci non sono inaffidabili. Se ci daranno la possibilità, restituiremo ogni euro preso. Centesimo per centesimo”.


giovedì 2 agosto 2012

PASSAGGIO IN ONDA

E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est trasmessa oggi da Radio Radicale. La trasmissione è riascoltabile nella sezione "In Onda" del blog oppure, insieme a quelle precedenti, sul sito di Radio Radicale.

VACANZE CULTURALI


Se durante le vostre vacanze vi capitasse di passare da Milano (oppure se ci abitate), fate un salto alla Fondazione Forma per la Fotografia in piazza Lucrezio Caro 1 che fino al 16 settembre, in prima mondiale e in collaborazione con Magnum Photos, presenta Zingari il celeberrimo lavoro fotografico di Josef Koudelka. La mostra presenta le immagini del libro, punto di riferimento per intere generazioni di fotografi, accuratamente ristampate con la supervisione dell'autore, e rispecchia fedelmente l'impaginazione del volume Cikáni (zingari in ceco) che Koudelka aveva progettato nel 1970, prima di lasciare la Cecoslovacchia, e rimasto poi inedito per molto tempo.
Le fotografie raccontano la quotidianità delle comunità gitane in Boemia, Moravia, Slovacchia, Romania, Ungheria (ma anche in Francia e Spagna) negli anni Sessanta: scene di vita familiare, momenti di festa, di gioco e riti collettivi. Una testimonianza di grande potenza e partecipazione emotiva dela fine di un'epoca, quella del nomadismo zingaro in Europa. Grazie allo sguardo personale di Koudelka e alla sua padronanza tecnica e formale, a distanza di tanti anni Zingari, "senza dubbio uno dei lavori fotografici più celebri del Novecento", mantiene intatta tutta la sua forza e dimostra, se ancora ce ne fosse bisogno, perché Josef Koudelka è senza dubbio uno dei più grandi fotografi viventi.


mercoledì 1 agosto 2012

LETTURE PER LE VACANZE

My city - Atilla1000/Flickr
Ed eccomi di nuovo qui, rientrato in città dalle vacanze mentre tutti gli altri se ne vanno in ferie. Proprio tutti forse no, però, visti i tempi, speriamo siano in molti. Comunque, visto che ho ripreso il lavoro, riapriamo anche il blog: tiriamo su la cler (per i non lombardofoni significa riapriamo la bottega) e diamoci da fare.
L'estate, per un motivo o per l'altro, è un periodo di (maggiori) letture e, come ogni anno, giornali, radio-tv e la rete sono prodighi di consigli in merito: dunque, ve ne suggerisco una anch'io.

Il libro che vi consiglio di leggere, se già non lo conoscete, è La balia, un romanzo giallo di Petros Markaris con protagonista il commissario Kostas Charitos. Il libro non è recentissimo: in Italia è stato infatti pubblicato nel 2009 da Bompiani. La nuova avventura dello "sbirro greco", come lo definisce la moglie Adriana, ma che in realtà è un poliziotto umano e antiretorico, ma non per questo privo di una sua visione del mondo, si svolge a Istanbul (dove tra l'altro Petros Markaris è nato nel 1937). Charitos si trova sul Bosforo per una vacanza insieme alla moglie: vuole lasciarsi per un po' alle spalle la crisi familiare provocata dalla figlia Caterina, che si è impuntata sulla decisione di sposarsi civilmente con il suo compagno Fanis, amareggiando genitori e suoceri. Charitos e la moglie fanno parte di una comitiva di connazionali alla scoperta di Costantinopoli o la "Città", come ancora i greci continuano a definirla. Del gruppo fa parte anche la signora Mouratoglou, una "romea" (così erano chiamati i greci di Turchia) fuggita da Istanbul con la famiglia all'epoca del pogrom del 1954, che ogni anno compie una sorta di pellegrinaggio nella Città.
La vacanza potrebbe trascorrere tranquilla tra gite sul Bosforo, cene in ristoranti tipici, visite ai monumenti e shopping, se non che, una mattina in albergo Charitos viene avvicinato da un "romeo", uno dei pochissimi rimasti a vivere a Costantinopoli. Maria, la sua balia ormai anziana, è partita giorni prima da Salonicco per la Turchia ma non è mai arrivata a destinazione. Sulle prime il commissario non è molto interessato, ma poi compare in scena il cadavere del fratello di Maria, trovato morto avvelenato in Grecia nella casa dove viveva con Maria. Dato che a questo si aggiungeranno ben presto altri morti, tutti ammazzati, questa volta in Turchia, con tyropita infarcite di veleno e che tutti i sospetti cadono sulla anziana balia,  Charitos è costretto dal suo capo Ghikas a mettersi a disposizione della polizia turca. Sulle prime con un po’ di diffidenza reciproca, poi con un crescendo di amicizia e rispetto, insieme al collega turco Murat (giovane e bravo poliziotto nato in Germania, che gli fornisce interesanti spunti di riflessione sui concetti di minoranza, pregiudizio e discriminazione), Charìtos ricostruisce la complicata storia di ingiustizie, violenze e vendette personali che stanno alla base della vicenda.
L’aspetto più interessante del romanzo, a mio giudizio, non è però la trama gialla: l’indagine si sviluppa in maniera tutto sommato prevedibile e senza particolari colpi di scena. Il colpevole è chiaro quasi da subito e così il movente e si tratta semmai di partecipare all’inseguimento da parte dei poliziotti, mentre Markaris, più che sul “brivido”, punta sull’aspetto umano della vicenda, fino al commovente finale. L'interesse, e per questo ne parlo nel blog, è dovuto al fatto che, attraverso la caccia all’assassino, attraverso il rapporto tra Charitos ed il collega turco Murat, con le parole, i gesti e gli sguardi dei “romei” superstiti rimasti nella Città e di quelli che vi tornano di tanto in tanto alla ricerca delle loro radici, Markaris racconta tutta la complessità e le difficoltà del rapporto tra greci e turchi.
Pagina dopo pagina, mentre ci racconta l’ennesima indagine del commissario Charitos, l'autore ci aiuta anche a capire le contraddizioni di una storia difficile e complessa e le implicazioni del presente che di quella storia è la conseguenza. Nei dialoghi e nei pensieri dei personaggi, protagonisti e comprimari, queste implicazioni finiscono per rimescolare certezze e pregiudizi, dubbi e luoghi comuni, fino a condurre chi lo voglia a guardare con occhi diversi la vita, scoprendo magari che la propria e quella dell’altro non sono poi così distanti. Si dice che spesso i gialli facciano capire una realtà più facilmente e meglio di tante dettagliate analisi o ponderosi saggi: se ciò è vero La balia ne è un ottimo esempio.

venerdì 13 luglio 2012

ME NE VADO A EST

Italiane e italiani nell'Europa ex comunista

La Cina è vicina, si diceva tanti anni fa, guardando preoccupati o affascinati, secondo i punti di vista, al Paese della rivoluzione maoista. Anche oggi la Cina è vicina, molto vicina, diventata ormai la potenza politica ed economica con cui facciamo i conti da qualche anno. La Cina è vicina all'Italia, anche per gli scambi commerciali e gli interessi economici. Sui quali si esercitano politici, analisti e commentatori. Ma l'oriente cinese non è il solo che ci riguarda. C'è un altro Est, che è molto più vicino a noi e che è anche più importante di quello cinese. Ci riferiamo all'est europeo e per capire di cosa stiamo parlando basta dire che per ogni imprenditore italiano che investe in Cina ve ne sono quattro che fanno altrettanto e si spostano nell'Europa dell'Est.

Migliaia di imprese italiane hanno deciso di portare in tutto o in parte la loro produzione nei Paesi che una volta si trovavano oltre quella che era stata definita la “cortina di ferro”, nella parte di Europa che si è aperta al mercato dopo il crollo del muro di Berlino. Accanto agli imprenditori ci sono altre migliaia di italiani e italiane che, per i motivi più diversi, hanno deciso di lasciare il Belpaese e andare a vivere in quello che una volta era l'Europa comunista. E' un fenomeno importante, ma troppo spesso sottovalutato. A questa lacuna pone rimedio un libro uscito a maggio di quest'anno che racconta proprio le storie degli italiani che ha deciso di investire il proprio lavoro e la propria vita in questa parte del nostro continente e le realtà che hanno trovato e con cui devono fare i conti.

Il libro si intitola Me ne vado a Est. Imprenditori e cittadini italiani nell’Europa ex comunista, è pubblicato da Infinito Edizioni ed è stato scritto a quattro mani da Matteo Ferrazzi, laureato in Economia politica, ricercatore presso Prometeia ed economista all'ufficio studi di Unicredit, giornalista, ha partecipato come speaker a decine di conferenze internazionali sulle tematiche dell'Est Europa e ha scritto numerosi rapporti, contributi a libri e articoli (vive tra Vienna, l'Est Europa e Milano potete contattarlo scrivendo a matteo.ferrazzi@fastwebnet.it), e da Matteo Tacconi, giornalista indipendente che scrive di Balcani, Europa centro-orientale e area russa, ha all'attivo due libri (Kosovo, la storia, la guerra, il futuro e C'era una volta il Muro, viaggio nell'Europa ex comunista, entrambi editi da Castelvecchi, ha curato Narconomics, inchiesta a più mani sul narcotraffico internazionale (Lantana) e che oltre alle diverse testate per cui scrive (Europa, Limes, East, Narcomafie, Popoli, Reset, Linkiesta e altre ancora) potete trovare sul suo blog www.radioeuropaunita.wordpress.com

La registrazione dell'intervista è disponibile sul sito di Radio Radicale, oppure è ascoltabile direttamente qui




Me ne vado a Est
Imprenditori e cittadini italiani nell’Europa ex comunista
Di Matteo Ferrazzi e Matteo Tacconi
Introduzione di Federico Ghizzoni
Postfazione di Angelo Tantazzi
Con il patrocinio di Confindustria Balcani e East

“Me ne vado a Est è un volume unico nel suo genere. In una qualunque libreria si trovano libri sulla Cina, sull’India, sul Brasile, sulla Russia. Mai, però, un testo come questo, che sapesse dare una visione complessiva sull’Europa dell’Est e che avesse il coraggio e la capacità di raccontare le storie di coloro che hanno varcato l’ex Cortina di ferro”. (Federico Ghizzoni, a.d. UniCredit)

Migliaia di imprenditori e cittadini italiani hanno lasciato il Belpaese per andare a vivere e a produrre a Est, nei Paesi dell’Europa orientale e balcanica un tempo oltrecortina. Me ne vado a Est racconta le storie di chi ce l’ha fatta e di chi non ce l’ha fatta – imprenditori e manager, calciatori e veline. E, soprattutto, spiega le economie e i sistemi politici di questi Paesi con passione e semplicità, mettendo in evidenza luci e ombre di un processo che sta cambiando l’industria italiana e tutte le nostre vite.
Me ne vado a est ci spiega che l’80 per cento delle imprese italiane attive nell’Europa dell’Est lavora principalmente in quattro Paesi: Romania, Polonia, Ungheria e Bulgaria. Le aziende italiane con più di 2,5 milioni di euro di fatturato annuo attive in questi quattro Paesi sono 4.000 e rappresentano un quinto della presenza imprenditoriale italiana nel mondo. Sommando le aziende italiane attive in Serbia, Bosnia, Macedonia e altri Paesi, le cifre sono ancora più sorprendenti. Ancora più straordinario è il fatto che il numero di imprese italiane presenti nell’Europa dell’Est è quattro volte superiore a quello delle aziende, sempre italiane, attive in Cina. Se tenessimo conto anche delle piccole e piccolissime imprese, la proporzione sarebbe ancora più accentuata. Idem per l’import-export: importiamo dall’Europa orientale tre volte e mezzo quello che importiamo dalla Cina; esportiamo a Est un flusso di merci otto volte superiore a quello diretto verso il Dragone.
Me ne vado a Est prova a colmare un grave vuoto di conoscenza e a tracciare un’analisi dei Paesi di destinazione e a spiegare le ragioni, le delusioni e le difficoltà che spingono a varcare la frontiera.  

“Il testo di Ferrazzi e Tacconi non è un libro solo per economisti. Mette insieme elementi di storia, di cultura e di politica, aneddoti, vicende sociali. È una piccola enciclopedia, adatta ai curiosi come ai viaggiatori, che aiuterà a riscoprire l’Est, una regione che è ormai parte integrante del nostro panorama produttivo e culturale”. (Angelo Tantazzi)

Per informazioni, Infinito edizioni: 06/93162414 www.infinitoedizioni.it
Maria Cecilia Castagna: 320/3524918

giovedì 12 luglio 2012

CROATIA SUMMIT: SORPRESE E POLEMICHE

Venerdì e sabato della scorsa settimana si è tenuto a Dubrovnik il settimo “Croatia Summit”. Il nuovo governo croato ha deciso di continuare questo tradizionale appuntamento che riunisce i rappresentanti dei Paesi dell'Europa sud orientale e balcanica per confrontarsi sui temi chiave delle relazioni internazionali. Il presidente croato Ivo Josipović, il premier Zoran Milanović e la ministra degli Esteri Vesna Pusić hanno accolto nella “perla dell'Adriatico” primi ministri, ministri degli Esteri e altri alti funzionari e i rappresentanti degli Stati Uniti e della NATO, mettendo al centro del dibattito i temi di importanza politica, sociale ed economica dell'Europa sudorientale allargati anche al sud Mediterraneo. Come sottolineato dal premier croato nel suo intervento inaugurale, l'esperienza della Croazia nel cammino di avvicinamento all'Ue puo' aiutare gli altri Paesi, in particolare quelli che vivono situazioni post-conflittuali, a costruire e sviluppare la democrazia. Milanović ha aggiunto che la Croazia si impegnera' fortemente per il proseguimento dell'allargamento dell'Ue e che Zagabria sosterrà i Paesi che aspirano all'ingresso nell'Ue. Assente, come sempre, la Serbia, che rifiuta di prendere parte a riunioni e vertici a cui siano presenti rappresentanti del Kosovo. Belgrado era assente almeno a livello ufficiale, perché in effetti a Dubrovnik è arrivato l'ex presidente Boris Tadic che, a sorpresa, ha stretto la mano al premier kosovaro Hashim Thaci: e la cosa non è affatto piaciuta in patria.

Qui di seguito la corrispondenza di Marina Szikora per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi a Radio Radicale.



Secondo alcuni, il Croatia summit di quest'anno poteva quasi diventare storico, anche se poi di valore storico, dopo tutti i pro e contro, non si puo' parlare. Il secondo giorno, vale a dire sabato, dalla Serbia che non e' stata rappresentata da nessuna autorita' ufficiale e' arrivato l'ospite di sorpresa – l'ex presidente Boris Tadić. Si aspettava un incontro con il premier kosovaro Hashim Thaqi, ma quest'incontro alla fine non e' avvenuto bensi' soltanto una stretta di mano che, come detto, ha suscitato commenti e polemiche in Serbia e approvazioni altrove. Va detto che propro a causa della presenza del premier kosovaro negli anni precedenti, e' venuta sempre a mancare la presenza dei vertici di Belgrado al Croatia summit. In veste privata e non piu' presidente, Boris Tadić questa volta si e' recato a Dubrovnik su invito personale del premier croato Zoran Milanović. Il presidente del governo croato ha giustificato il suo invito indicando che Tadić e' l'ex presidente della Serbia e presidente del grande partito serbo che tecnicamente sta ancora nel governo fino alla formazione di quello nuovo. Lo stesso Tadić ha precisato ai giornalisti che non bisogna dare troppa importanza alla sua stretta di mano con il premier del Kosovo. L'ex presidente serbo ha aggiunto che appoggia le dichiarazioni dell'attuale presidente della Serbia Tomislav Nikolić il quale si e' detto pronto ai colloqui sulla soluzione del problema Kosovo.

Il gesto di Tadić dunque, non e' passato senza reazioni negative in Serbia. La prima quella del attuale ministro degli interni, incaricato a formare il nuovo governo, Ivica Dačić il quale ha detto che sicuramente nessuno puo' imporre come uno si deve comportare quando non e' piu' rappresentante dello stato e che tutti hanno il diritto privatamente o in veste di presidente di partito a funzionare cosi' come ritengono sia giusto. Tuttavia ha aggiunto che secondo la sua opinione "i partiti non dovrebbero avere diversi comportamenti quando sono al potere e quando si trovano in opposizione e che si dovrebbe definire chiaramente qual e' la politica dello stato". "Credo che in questo modo non si ottiene nulla, ma si ha dato soltanto la legittimita' a Hashim Thaqi. Va tenuto presente che contro di lui ci sono sospetti che sia stato coinvolto nel traffico di organi umani in Kosovo" ha sottolineato Dačić. A conclusione della conferenza il premier croato Milanović ha ribadito che la Croazia ha un ruolo importante nella regione, ma che non ha preteste megalomane ad essere un leader regionale: "Siamo qui per aiutare i nostri vicini poiche' abbiamo interessi di lavoro ma anche umani" ha detto Milanović augurando che "tutto quello che ci ha perseguitato negli ultimi vent'anni sia dietro di noi". Va detto che questa conferenza sull'Europa sudorientale, che quest'anno si e' allargata anche al sud Mediterraneo, ha visto la partecipazione di sette premier: oltre al croato Zoran Milanović, c'erano presenti i suoi colleghi dall'Albania, Bosnia Erzegovina, Bulgaria, Kosovo, Montenegro e Polonia.

Dubrovnik e' stato anche un punto inevitabile per il segretario generale della NATO Anders Fogh Rasmussen e l'assistente del segretario di stato americana per gli Affari europei ed euro-asiatici, Philip Gordon. Per quanto riguarda l'arrivo dell'ex presidente serbo Boris Tadić, il rappresentante di Hillary Clinton ha osservato che Tadić poteva finora incontrare Hashim Thaqi molte volte e ha valutato che per Tadić non e' buono che cio' accada soltanto adesso. In Serbia, criticando la partecipazione e la stretta di mano di Boris Tadić con il premier del Kosovo, Ivica Dačić designato a formare il nuovo governo, ribadisce questo suo ruolo per la formazione del nuovo esecutivo promettendo che il processo avviato verra' a compimento oppure si dovra' andare alle nuove elezioni. Commentando la posizione degli Stati Uniti secondo la quale la Serbia non deve riconoscere l'indipendenza del Kosovo ma deve accettare la sua esistenza, Dačić ha detto che questo non e' niente di nuovo e ha ripetuto che la Serbia si impegna per il proseguimento del dialogo sulla soluzione dei problemi vitali, senza il riconoscimento di fatto del Kosovo.

La stretta di mano tra Tadić e Thaqi a Dubrovnik e' stata commentata anche dal leader liberaldemocratico serbo, Čedomir Jovanović secondo il quale questo gesto e' un atto che arriva troppo tardi e che avrebbe avuto un significato molto piu' importante per il futuro delle relazioni serbo-albanesi se fosse accaduto alcuni anni fa. "In questo modo si doveva reagire in tempo utile, per esempio l'estate scorsa quando invece di un dialogo razionale e' stata scelta la via delle barricate, confrontazioni e paure quotidiane di possibile conflitto" ha dichiarato Jovanović. Per il leader dello SPO, Movimento serbo del rinnovamento, Vuk Drašković e' invece vergognoso ogni tipo di accusa del gesto di Tadić che secondo la sua opinione e' stato un atto umano, civile ed educato. Il leader del Partito del Progresso serbo Aleksandar Vučić, successore di Tomislav Nikolić all'incarico di presidente del partito vincente alle elezioni, ha commentato che ognuno ha il diritto alla sua politica di partito ma ha rilevato che questo tipo di politica e' diverso da quella del Partito del Progresso. Per quanto riguarda l'opinione dei media in Croazia dove l'arrivo e il gesto di Tadić ha suscitato altrettanto diverse reazioni, la valutazione generale e' che intorno ad una semplice stretta di mano si e' fatto molto scalpore e che l'ex presidente della Serbia e' arrivato a Dubrovnik a seguito di un "forte insistere da parte dell'amministrazione americana".

All'indomani di quanto accaduto al “Croatia Summit”, il lider del Partito Democratico ed ex presidente della Serbia, Boris Tadić ha dichiarato che la sua stretta di mano con Hashim Thaqi non ha nessun significato storico ma si tratta di un gesto di buona educazione. Ospite della Prima televisione nella trasmissione "La posizione della Serbia", Tadić ha detto che quel momento ha comunque "una dimensione simbolica" e che non e' ne' da sottovalutare ma non e' nemmeno un atto di grande portata. Molto piu' importante, ha sottolineato Tadić, e' terminare i negoziati e trovare una soluzione per il Kosovo. Ha riconfermato di essersi recato alla conferenza su invito del premier croato Milanović e che per la Serbia e' importante partecipare ai forum internazionali dove vengono prese decisioni importanti. Ha precisato che il travaglio intorno al Kosovo ha limitato la partecipazione di Belgrado ai forum internazionali. Il noto analista politico croato Davor Gjenero ha valutato invece per la Tanjug serba che il gesto di Tadić e' stato un gesto statale intrapreso nel momento in cui e' stato possibile compierlo e cambia la posizione poiche' tutti i portatori della politica in Serbia dovranno prendere decisioni. Gjenero ha osservato che Tadić, il quale ha ceduto ai suoi colleghi il potere esecutivo e rappresentativo, ha aperto un punto politico molto piu' grande e ha anche aperto la via verso l'incontro tra Nikolić e la presidente kosovara Jahjaga. L'analista croato ha paragonato il gesto di Tadić con quello di Willi Brandt il quale aveva abolito "la dottrina di Halstein" secondo la quale la Germania occidentale interrompeva tutte le relazioni diplomatiche con ogni stato che avrebbe riconosciuto la Germania dell'Est difendendo cosi' il concetto di una Germania unica. Cosi', spiega Gjenero, Brandt aveva iniziato la politica di apertura che aveva svolto un ruolo importante nel crollo del regime comunista e l'unificazione dell'Europa.

Infine, da Belgrado, non e' mancato nemmeno il commento del capo dello stato Tomislav Nikolić il quale, lunedi' ha dichiarato che la stretta di mano del presidente del Partito democratico Boris Tadić con il premier del Kosovo e' stato un suo gesto personale. Ha precisato di aver parlato venerdi' scorso con Tadić sulla sua visita a Dubrovnik ma che l'ex presidente della Serbia non aveva menzionato nessuna possibilita' di incontro con Thaqi. "Se me l'avesse detto, gli avrei consigliato – per il suo bene – di non stringere la mano all'uomo che si trova sotto pesanti accuse" ha detto Nikolić. Ha aggiunto che non avrebbe mai stretto la mano a Thaci finche' non si stabilisce la verita' sulle accuse che lo stesso attuale premier kosovaro aveva commesso crimini contro i serbi. Nikolić ha ribadito che lo Stato non ha nulla a che fare con il saluto tra Tadić e Thaqi e che lui in quanto presidente della Serbia non e' stato nemmeno invitato al Croatia summit.


L'AJA: I PRIMI TESTIMONI CONTRO MLADIĆ, DICIASETTE ANNI DOPO SREBRENICA

Di Marina Szikora [*]
Davanti al Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia, all'Aja, lunedì 9 luglio e' inizata la presentazione delle prove della procura nel processo contro colui che è stato definito “il boia di Srebrenica”, ovvero Ratko Mladić. L'inizio di questa parte del processo ricade nella settimana in cui si commemora il piu' atroce crimine nella storia europea del dopoguerra. La procura ha chiamato a testimoniare il primo testimone nel processo, Elvedin Pašić il quale nel novembre 1992 e' sopravvissuto all'uccisione di circa 150 persone nel villaggio Grabovica. All'epoca, Pašić aveva 14 anni. Secondo la sua deposizione, Pašić ha raccontato che i soldati nelle divise dell'esercito jugoslavo arrivarono sui carri armati nel suo villaggio musulmano e il secondo giorno del Bajram inizio' l'attacco.
"Andavo a scuola con i croati ed i serbi, ci divertivamo un sacco, giocavamo, facevamo tutto insieme e dividevamo tutto", ha raccontato alla Corte il testimone illustrando poi come gli e' stata bruscamente fermata la fanciullezza. Pašić ha raccontato del suo villaggio bruciato in cui le case erano rase al suolo e poi la fuga. Profondamente sconvolto, Pašić ha proseguito ricordando che loro tutti pregavano e poi decisero di arrendersi. Lui era con suo padre e fu l'ultimo ragazzo separato dagli uomini. I soldati comandavano loro di alzarsi, correre, fermarsi, lanciavano sassi su di loro. Il peggio doveva ancora arrivare. Va detto che tutte le deposizioni dei testimoni dovrebbero svolgersi fino al 20 luglio prossimo, quindi ci sara' la pausa estiva di tre settimane.

Intanto, circa sette mila partecipanti della "Marcia di pace" da Tuzla fino a Srebrenica, dedicata alle vittime del genocidio contro i bosgnacchi di Srebrenica, domenica scorsa hanno marciato i primi trenta chilometri arrivando fino ai pressi di Zvornik. Il percorso era lungo 80 chilometri e voleva commemorare il cammino che migliaia di uomini, donne e bambini bosgnacchi hanno dovuto percorrere nel luglio 1995, dopo la caduta dell'enclave di Srebrenica nelle mani dei serbi bosniaci, cercando di salvarsi fuggendo verso il territorio sotto il controllo dell'Armata della BiH. Domenica scorsa, alla prima tappa della marcia ha partecipato anche l'ambasciatore americano in Bosnia Erzegovina, Patrick Moon. "Questa e' l'occasione per rendere omaggio a quelli che hanno perso la loro vita e riunirsi ai loro amici e famigliari che trasmettono il messaggio di pace" ha dichiarato l'ambasciatore statunitense. Martedi', un giorno prima dell'inizio della commemorazione dei 17 anni dal genocidio contro i bosgnacchi, i partecipanti della marcia sono arrivati a Srebrenica. Dopo la commemorazione al cimitero memoriale di Potočari, mercoledi' sono stati seppelliti, come ormai di tradizione, i resti identificati di 520 vittime del massacro di Srebrenica.

Sempre in tema di commemorazioni di crimini di guerra compiuti durante le guerre jugoslave degli anni '90, un gesto di omaggio alle vittime, e' stato compiuto nonostante il caldo torrido di questo periodo, da quattro maratoneti di Croazia: Mladen Hodak e Duško Štrbac di Zagabria, Elvir Rakipović di Osijek e Mirsad Veladžić della citta' di Daruvar hanno corso con successo l'ultra maratona da Vukovar fino a Srebrenica. La maratona e' stata organizzata dal Consiglio della minoranza bosgnacca della citta' di Zagabria in occasione dell'anniversario di Srebrenica. La maratona e' iniziata lo scorso 6 luglio dal Centro memoriale di Ovčara nei pressi di Vukovar per terminare a Potočari, con un totale di 227 chilometri percorsi.

[*] Il testo è tratto dalla corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi a Radio Radicale

Nella foto Elvedin Pasic durante la sua deposizione al processo contro Ratko Mladic nell'aula del Tribubale internazionale per l'ez Jugoslavia

PASSAGGIO IN ONDA

E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est trasmessa oggi da Radio Radicale. La trasmissione è riascoltabile nella sezione "In Onda" del blog oppure, insieme a quelle precedenti, sul sito di Radio Radicale.